sabato 30 giugno 2018

La nuova edizione di "Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale" a cura di Andrea Cortellessa

Leggere una grande guerra #28


Segnaliamo la presenza della nuova edizione di Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale a cura di Andrea Cortellessa. Il nuovo volume, che segue, integra e arricchisce di molto quello uscito per Bruno Mondadori nel 1998, curato da un Cortellessa appena trentenne, vede la luce nell'ultimo anno del fantomatico "centenario" della Grande guerra. Lo pubblica Bompiani (pp. 800, euro 22) e ha l'aria di suggellare con qualcosa di utile, sensato e rinnovato un quinquennio che a tutti gli effetti si può invece considerare un'occasione di ripensamento e riflessione mancata, a tutti i livelli, incluso quello editoriale. E ben venga allora questo colpo di coda, che torna alla poesia sommersa e emersa da quella guerra. Ma non solo alla poesia scritta durante quella guerra. C'è (c'era già nella prima edizione) anche Zanzotto, che nel 1918 non era ancora nato e ci sono nuovi autori antologizzati che si lasciano alla sorpresa di chi avvicinerà il volume dal montaliano titolo (curioso che quella poesia di Valmorbia coincida sostanzialmente con quanto Montale dedicò a quel conflitto nei suoi versi). C'è soprattutto - e va detto in questa cornice di segnalazione - un'aggiunta corposa rispetto alla prima edizione del volume: lo schedario biobibliografico contenente tutte le notizie militari disponibili di ciascuno dei 67 autori qui ospitati. Questo apparato si configura oggi come attrezzo indispensabile, quasi un libro parallelo e potenzialmente autonomo, che rende diversa questa nuova edizione di un titolo che da troppo si faticava a trovare in commercio. 

L'impianto, che già vent'anni fa si palesava come sicuramente innovativo e funzionale, non invecchia affatto. Tiene infatti ancora bene quel susseguirsi dei capitoli-palinsesti dati dalla "guerra attesa", "guerra-festa", "guerra-cerimonia", "guerra-comunione", "guerra-percezione", "guerra-riflessione", "guerra lontana", "guerra-follia", "guerra-tragedia", "guerra-lutto", "guerra ricordata" e "guerra postuma" dove calare i testi dei poeti già antologizzati e di quelli nuovi, tra i quali troverete pure una grande sorpresa-trasgressione.

(Ricordo qui il post sulla precedente edizione del libro, con il quale tra l'altro era iniziata questa serie di post legata a libri sulla Prima guerra mondiale.)


Andrea Zanzotto, Rivolgersi agli ossari (da Il Galateo in Bosco, 1978)


Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto.
Rivolgersi ai cippi. Con il più disperato rispetto.
Rivolgersi alle osterie. Dove elementi paradisiaci aspettano.
Rivolgersi alle case. Dove l’infinitudine del desìo
(vedila ad ogni chiusa finestra) sta in affitto.

E la radura ha accettato più d’un frondoso colloquio
ormai, dove, ahi,
si esibì la più varia mostra dei sangui
il più mistico circo dei sangui. Oh quanti numeri, e rancio speciale. Urrah.
Vorrei bucarmi di ogni chimica rovina
per accogliere tutti, in anteprima,
nello specchio medicato d’infinitudini e desii
di quel circo i fermenti gli enzimi
dentro i succhi più sublimi dell’alba, dell’azione, in piena diana. E si va.
E si va per ossari. Essi attendono
gremiti di mortalità lievi ormai, quai gemme di primavera,
gremiti di bravura e di paura. A ruota libera, e si va.
Buoni, ossari – tante morti fuori del qualitativo divario
onde si sale a sicurezze di cippo,
fuori del gran bidone (e la patria bidonista,
che promette casetta e campicello
e non li diede mai, qui santità mendica, acquista).
Hanno come un fervore di fabbrica gli ossari.
Vi si ricevono ordini, ordinazioni eterne. Vi si smista.
All’asilo, certi pazzi-di-guerra, ancora vivi
allevano maiali; traffici con gli ossari.
Mi avete investito, lordato tutto, eternizzato tutto, un fiotto di sangue.
Arteria aperta il Piave, né calmo né placido
ma soltanto gaiamente sollecito oltre i beni i mali e simili
e tutto solletichìo di argenti, nei suoi intenti, a dismisura.
Padre e madre, in quel nume forse uniti
tra quell’incoercibile sanguinare
ed il verde e l’argenteizzare altrettanto incoercibili,
in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili
voi mi combinaste, sotto quelle caterve di
os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie
rivomitate ma come in un più alto, in un aldilà d’erbe e d’enzimi
erbosi assunte,
in un fuori-luogo che su me s’inclina e domina
un poco creandomi, facendomi assurgere a
Così che suono a parlamento
per le balbuzie e le più ardue rime,
quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,
io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi
mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico
Sempre più con essi, dolcissimamente, nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un sì a un no, ma di poco
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco. 

venerdì 29 giugno 2018

Piccola Biblioteca a caccia di immagini?

©overtures #17



Qualche trasgressione a una gabbia grafica solitamente sgombra si è vista altre volte nella "Piccola Biblioteca", la collana forse più nota della casa editrice dei "libri unici", quella che sogna-disegna-costruisce passo passo il proprio lettore seriale (non a caso compare il numero progressivo del volume in copertina e sul dorso, chiaro monito ai collezionisti). Nella maggior parte dei casi lo schema però è dato: colore cangiante ma scelto con criterio (Nietzsche giallo, Bennett rosa, verdino Flaiano, Schopenhauer arancione ecc.), nome dell'autore, titolo, emblema/nome dell'editore e cornicetta. Viene da chiedersi se due recenti proposte collocate in questa collana, Ombre giapponesi di Lafcadio Hearn Giorni tranquilli a Clichy di Henry Miller (da poco in libreria), ci dicano però di una stanchezza di questa pulizia oppure di una rinuncia all'immagine di copertina che rischia di diventare un lusso persino per una collana che ha costruito la propria immagine sull'assenza di immagine. Naturalmente queste sono valutazioni estemporanee, fatte sulla base di un rapido giro in libreria, ma è sempre curioso seguire il diorama delle copertine in un mondo dove si pubblica tanto, si legge abbastanza poco, si rende molto e si va al macero (anche se non è questo il caso di chi è "editore di catalogo"). Almeno le copertine restano e le vediamo in tanti e dicono qualcosa dell'editore che propone determinati titoli. A volte le copertine sono dei sintomi. Potrebbe benissimo essere che queste trasgressioni della Piccola Biblioteca di Adelphi (c'è anche la Piccola Biblioteca Einaudi, per parlare di nomi di collana) siano perfettamente calcolate, con il fine di rafforzare quella che rimane una collana aniconica, eccezione fatta per l'emblema della casa editrice. Non credo che queste trasgressioni della norma possano diventare molto frequenti, pena la destabilizzazione di un formato così consolidato. Allo stesso tempo tuttavia mi pare percepibile una certa inquietudine della gabbia e una pressione a forzarla più spesso. E la questione delle copertine rimane per ora tutt'altro che secondaria.



mercoledì 27 giugno 2018

"Sistema periodico: il secolo interminabile delle riviste". Il secondo appuntamento con Origami. Altri usi della carta a Treviso

In vista della seconda serata della rassegna "Origami. Altri usi della carta" che si terrà a Treviso martedì 3 luglio 2018 negli spazi di Treviso Ricerca Arte (informazioni qui, evento Facebook qui) pubblichiamo di seguito l'introduzione al volume Sistema periodico: il secolo interminabile delle riviste (Pendragon, 2018) a cura di Francesco Bortolotto, Eleonora Fuochi, Davide Antonio Paone e Federica Parodi. 
A Treviso interverranno Franco Baldasso (Bard College, New York), Francesco Bortolotto, Eleonora Fuochi e Federica Parodi (Università di Bologna).


Introduzione

«Sistema periodico: il secolo interminabile delle riviste» vuole essere anzitutto un volume di passaggio. Esso non ha la pretesa di porsi come meta conclusiva della ricerca e dello studio, ma di diventare un utile compagno di viaggio, una lettura in itinere dell’evoluzione del sistema-rivista nel corso del Novecento. Vorrebbe altresì farsi passaggio: da un lungo lavoro compiuto a uno ancora da stabilire e svolgere, proiettato, noi speriamo, in un futuro prossimo. Il progetto Sistema periodico nasce nel 2016 su iniziativa di un ristretto gruppo di studenti, alcuni dei quali sono ora i curatori di questo volume. In origine esso voleva proporsi come spazio di confronto e condivisione all’interno dell’Università di Bologna. L’auspicio era quello di predisporre una piattaforma di dialogo organizzata, gestita e rivolta da e per gli studenti; uno spazio laboratoriale in cui ascoltare chi sulla materia aveva speso gran parte della propria vita e poter cimentare i nostri strumenti ancora in corso di formazione, poter in qualche modo contribuire alle dinamiche critiche e convogliare l’entusiasmo degli studenti che ogni giorno vivevamo in prima persona. Fu così che nell’ottobre di quell’anno si decise di proporre l’idea a Stefano Colangelo, il quale non solo l’accolse con entusiasmo, ma consentì anche di dare forma concreta al progetto. Grazie alla sua mediazione, e con l’approvazione del dipartimento di Italianistica, siamo giunti alla creazione di un vero e proprio laboratorio didattico, inserito a tutti gli effetti nel curriculum della laurea magistrale di Italianistica e Scienze Linguistiche.
Una volta realizzata la possibilità di strutturare un progetto che partisse dagli studenti, ma che riuscisse parimenti a coinvolgere nella riflessione esperti e accademici, reputammo essenziale scegliere un tema che fosse utile al nostro percorso di studi e, al contempo, lasciato ai margini dei tradizionali programmi universitari. Si decise di indirizzare il progetto verso una trattazione sistematica delle riviste letterarie del Novecento italiano.
La scelta nacque alla luce di alcune considerazioni: ci accorgemmo innanzitutto che le riviste costituiscono uno degli strumenti di raccordo ineludibili per comprendere i passaggi più importanti della storia del XX secolo. Poi, sempre con quest’ottica retrospettiva e appassionata, fummo presi anche da un poco di malinconia: noi quelle riviste – ossia lo strumento per leggere la storia che si stava scrivendo – non le abbiamo potute leggere. Infine constatammo che, probabilmente, senza le riviste molti degli autori che leggiamo e amiamo non li avremmo mai conosciuti. Ma c’è una ulteriore, forse più cogente, motivazione. Studiando e discutendo ci parse spesso che in alcune semplificazioni la letteratura fosse vista come una concatenazione di fatti, opere, date, autori, correlati certo tra loro, ma ognuno impegnato a portare avanti il proprio discorso. Sappiamo bene che non è così e che la letteratura è qualcosa molto più complesso e intrigante. Guardando alle riviste ci sembrò che potessero costituire l’emblema di una letteratura che non procede per soliloqui, una letteratura come processo inesauribile che si costituisce come fatto sociale e antropologico, che quindi si affianca all’uomo nel suo continuo mutare.
Tra le varie denominazioni che il secolo appena passato si è guadagnato nel suo breve, eppure intenso e indelebile passaggio, ce n’è una che fa il caso nostro: Novecento, “il secolo delle riviste”. Novecento e riviste: come se l’uno si rispecchiasse nell’altro, o come in un rapporto di causa-effetto (decidete voi quale sia la causa e quale l’effetto). Due fenomeni, insomma, che coesistono, che coabitano e che proprio in virtù di questa convivenza iniziano a somigliarsi. Da qui il titolo – proposto inizialmente da Stefano Colangelo come un richiamo citazionistico in riferimento a Primo Levi – assunse progressivamente una forza evocativa cui non siamo riusciti a rinunciare. L’intento è quello di indagare un meccanismo che pone a sistema i periodici letterari a partire dalla seconda metà del Novecento (con le dovute retrospettive alla prima parte del secolo) per arrivare a discutere sulle questioni contemporanee inerenti al ruolo della rivista, all’avvento di internet e alla produzione letteraria – specialmente poetica – entro il nuovo contesto che a partire dagli anni Duemila sta prendendo forma. Un vero e proprio Sistema periodico, dunque. Quasi a indicare che il cambio di episteme auspicato dall’avvento del post-modernismo continui a essere rimandato in favore di una protuberanza sempre più lunga del Novecento, per via delle indubbie caratteristiche di continuità.

Nel tentativo di fornire delle coordinate per orientarsi entro questo “secolo interminabile” abbiamo ritenuto necessario organizzare il materiale rimanendo fedeli all’evoluzione cronologica, cercando al contempo di tessere un discorso proiettato alla situazione odierna. Il lavoro prova a rispondere ad alcuni quesiti fondanti, partendo dallo strumento rivista (inteso alla maniera novecentesca), e coinvolgendo questioni riguardanti la produzione poetico-letteraria e la sua diffusione in relazione ai nuovi contesti che si stanno costituendo. Naturalmente una trattazione completa dell’argomento avrebbe richiesto uno spazio decisamente più ampio e un lavoro differente, ma è nostra convinzione che porre in essere la problematizzazione di tale discorso significhi gettare le fondamenta affinché si sviluppino riflessioni di più lungo corso. La scelta è stata dunque quella di suddividere il volume in cinque parti: la prima è un’introduzione allo strumento rivista che caratterizzò il secolo scorso; la seconda una retrospettiva storica rispetto alle riviste del primo Novecento; la terza, più approfondita perché ci consente di entrare nel merito del discorso sulla contemporaneità, è costituito da otto approfondimenti su alcune delle riviste del secondo Novecento, le quali ci sono parse più significative per descrivere il peso che la rivista ha avuto sul piano storico-letterario. Con la quarta parte si apre il discorso sulla produzione poetica contemporanea in relazione agli spazi e alle forme – dunque al contesto in cui si situa – a partire dal nuovo millennio, mantenendo sempre al centro l’ormai labile strumento rivista (il discorso sulla poesia si chiude con una tavola rotonda tra Vincenzo Frungillo, Gianluca Rizzo e Ivan Schiavone, poeti tra loro molto diversi ma che condividono uno sguardo per certi versi comune); la quinta parte è il tentativo di avviare alcune riflessioni riguardo allo sviluppo delle riviste e della letteratura a seguito dell’avvento di internet, chiamando in causa, in ultimo, la voce di alcune delle riviste più interessanti in attività.
Unica avvertenza che ci sentiamo in dovere di fare è la seguente: il presente studio non ha lo scopo di proporsi come fonte esauriente ed esaustiva dell’argomento, ma come insieme composito di approfondimenti. Consigliamo dunque di utilizzare il volume come strumento di accompagnamento alla lettura e allo studio delle riviste. Questo significa, dunque, che la lettura dei saggi non sostituisce quella dei periodici, ma la supporta e la fortifica. La raccomandazione è quella di cercare le riviste, prenderle in mano, sfogliarle, scoprire la loro materialità, assieme alla stupefacente storia di cui sono portatrici.

[...]

Franco Baldasso è direttore delll'Italian Program di Bard College, NY, dove è Assistant Professor di Italian Studies. Nella sua ricerca esamina la complessa relazione tra Fascismo e Modernismo, l'eredità della violenza politica in Italia e l'idea del Mediterraneo nell'estetica moderna e contemporanea. Ha scritto il libro Il cerchio di gesso. Primo Levi narratore e testimone (Pendragon, 2007) ed è co-editore della pubblicazione di Nemla-Italian Studies intitolata “Italy in WWII and the Transition to Democracy: Memory, Fiction, Histories.” Sta lavorando a un libro titolato provvisoriamente “Against Redemption: Literary Dissent during the Transition from Fascism to Democracy in Italy.” Scrive per il sito publicbooks.org ed è membro della redazione della rivista "Allegoria" e fa parte del comitato scientifico dell'Archivio della Memoria della Grande Guerra del Centro Studi sulla Grande Guerra "P. Pieri" di Vittorio Veneto.

Francesco Bortolotto è autore del paragrafo 3.d («Caro Vitt»: Leonetti racconta il «Menabò»), co-autore del paragrafo 3.i (Una crepa nel sistema: dalla crisi di Quindici alla ricostruzione di Alfabeta), curatore del paragrafi 3.f (Paradossale classicismo: «Botteghe Oscure» e «Paragone Letteratura») e 3.g (Marcatré). 
Eleonora Fuochi è co-autrice del paragrafo 5.b (Cultural studies: un problema di politica culturale), curatrice dei paragrafi 2.b (Le riviste sotto il regime fascista), 3.e (il verri), 3.h (Ciclostilati in proprio: la critica dei Quaderni piacentini), 4.c (La (forma) rivista come forma della ricerca) e 5.c (La voce delle riviste). 
Davide Paone è co-autore del paragrafo 3.i (Una crepa nel sistema: dalla crisi di Quindici alla ricostruzione di Alfabeta), curatore dei paragrafi 1 (Percorsi tra le riviste del Novecento), 3.a (Le riviste del secondo Novecento), 3.c (Uno sguardo al Politecnico), 4.a (Lo spazio della poesia e la rete), 4.b (Di forme e formati. Appunti sui modi di presenza della poesia contemporanea) e le parti di Vincenzo Frungillo e Ivan Schiavone del paragrafo 4.d (La voce dei poeti: il contesto, la poesia, la rivista). 
Federica Parodi è co-autrice del paragrafo 5.a (Riflessioni sull’informazione digitale nella critica letteraria), curatrice dei paragrafi 2.a (Rinnovamento culturale e peso del passato. Lacerba e il futurismo) e della parte di Gianluca Rizzo del paragrafo 4.d (La voce dei poeti: il contesto, la poesia, la rivista).

sabato 23 giugno 2018

"Fra me e te la verità. Lettere a Muska" di Nicola Chiaromonte

Quote #20

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.



Non è molto che è uscito per Donzelli il libro Nicola Chiaromonte. Una biografia di Cesare Panizza. Facendo un passo indietro di qualche anno, sempre Cesare Panizza, assieme a Wojciech Karpiński, compare tra i curatori del libro Fra me e te la verità. Lettere a Muska (Una città, pp. 312, euro 18). Il volume ritratto qui a lato restituisce solo una parte di una corrispondenza enorme che l'intellettuale lucano, che visse tra il 1905 e il 1972, intrattenne negli ultimi anni della sua vita con Mother Jerome, al secolo Melanie von Nagel Mussayassul (1908-2006), monaca benedettina che viveva negli Stati Uniti. Quando si scrive enorme si intende davvero enorme: si parla infatti di una media di tre missive a settimana per un totale di circa 1200 lettere. La cornice temporale dello scambio va dal 1967 fino alla morte di Chiaromonte, circa un lustro quindi. Si tratta di una testimonianza straordinaria, in tutti i sensi di questo aggettivo inflazionato: straordinaria perché infrequente e rara anche nel valore, straordinaria per quello che vi si può trovare e leggere all'interno. Già che una suora potesse intrattenere una corrispondenza del genere fu un'eccezione, e difatti Mother Jerome aveva ottenuto un permesso speciale per poter alimentare questo dialogo.

Questo atomo di lettere colpisce e uncina in modo indelebile chi prova a guardarci dentro, con il suo nucleo accarezzato e con gli orbitali degli elettroni indeterminabili e vitali. Ogni passo e spostamento di questa corrispondenza-fiume vibra in un'aria che cambia spesso direzione, densità e temperatura, anche quando l'argomento è una rappresentazione napoletana de I Cenci di Artaud con un'Adriana Cipriani che secondo Chiaromonte potrà diventare una "vera attrice (se non si lascia afferrare dal cinema o guastare dal successo)", in una cornice partenopea dal mare grigio, strada rumorosa e "Xmas decorations" meno orribili di quelle di Roma oppure anche quando un postscriptum verte sull'accettazione dell'incarico di critico drammatico a "L'espresso" ("notizia non molto importante"). A Chiaromonte piace scrivere a Mushka "sulla carta intestata di questi alberghi dove capito". Questo libro restituisce, parzialmente ma in modo efficace, un lustro di un dialogo che ha tutta l'aria di essere stato poderoso nella sua interezza.


* * * *

Roma, 11 maggio 1967


Mushka carissima,
nel chiudere la lettera, ieri sera, ne è caduto il francobollo qui accluso.

È un buon pretesto per continuare a parlarti.
Vorrei discorrere un po' con te sulla ricerca del "primordiale": quel tuo scendere a tastoni nelle viscere della terra, così bene espresso in "stufen"*.
Sì, bisogna anche scendere nelle viscere della terra, interrogare segni lasciati dagli uomini che abitavano la terra in età lontanissime - e certo il volto della fanciulla neolitica ha un "messaggio" profondamente commovente. Ma non credi che il vero sforzo sia di rintracciare il fondo dell'essere nei volti dei nostri compagni di vita, travolti e oscurati come sono? E non solo nei volti - ma nei passi, nei modi d'essere, nelle parole - il cercare di misurare la distanza che separa noi e loro da una possibile verità, dalla "realtà vera"?
In altri termini, la ricerca del primordiale è pericolosa, e non tanto perché può finire in un miraggio: il miraggio di credere che ciò che è più elementare, più inarticolato, più contrastato dal peso oscuro del mondo e di un essere indecifrabile sia più vero. Mentre a me sembra che il Partenone o la piazza del Campidoglio siano più, e non meno, "veri" (=belli anche) del palazzo di Cnosso, diciamo - o degli idoli delle Cicladi.
L'equilibrio - il punto di verità - è difficile trovarlo, certo. E noi siamo sovraccarichi di ornamenti - fin dal Rinascimento almeno - e da lì vengono quasi tutti gli equivoci culturali (e religiosi) in cui ci dibattiamo.
L'argomento è lungo e complicato. Vedi gli accenni di Caffi al "razionalismo unitario" che pesa sulla nostra civiltà fin dal Cinquecento.
Vorrei poter esercitare un po' di magia (io che non sono mago affatto...) e toglierti almeno il dolore fisico che ti affligge, Mushka diletta.
Nicola


* Tedesco, "gradini"

giovedì 21 giugno 2018

I cambi di stagione: solstizio d'estate


In occasione di solstizi o equinozi, quindi al massimo quattro volte l'anno, riprendo qui un testo dagli archivi. Specifico solo il caso dei testi editi. Le immagini che accompagnano questi post sono tagli e rotazioni (di 90°, 180° o 270°) dalle tavole.


Infanzia


Bisogna avere un pensiero nascosto,
e con questo giudicare di tutto, continuando
a parlare tuttavia come il popolo.

Blaise Pascal, Pensieri


Quel che ci veniva meglio era
mangiare il ferro 
dopo spaventi lunghi una guerra,
vibrare alle immagini malcerte
più sono tempo uso o linea…
E soltanto dopo, ricordare: l’anguilla nel mastello
bianco al mercato se era viva,
le canalette quando curvano, 
il sifone nascosto
fra le canne rade del bambù.
Il potere che è argilla, gli inerti,
la catastrofe del cervello
che non aiuta a passare.
……………………….
……………………….
               Intanto piano
usciamo da questa serpe di binari
che tengono i treni fermi a lato
nell’aria che sferraglia. Si sobbalza
nel lento siero
che è restare a guardare. Se ti sposti
lo vedi un poco da qui:
siamo un pozzo tondo
e neanche tanto fondo.
Dentro sono caduti 
senza fare onde
gli orari dei treni di tutto il mondo.
Sai quel diteggiare sui bottoni dei cappotti?
Non vedremo tundre e steppe però,
non avremo una casa nella prateria.
Darsi alla macchia non è una scelta.
Un muro bianco diga di un liquido nero.
Così, naufraghi di vero senza intero.

sabato 16 giugno 2018

"Muga-muchū" di Philippe Forest

Nella collana "Microgrammi" di Nonostante Edizioni appare Muga-muchū di Philippe Forest (traduzione di Gabriella Bosco, pp. 164, euro 16, con una introduzione dell'autore). Il libro costituisce una tappa della lunga frequentazione tra la traduttrice, che ha firmato quasi quasi tutte le traduzioni italiane, e quest'autore francese che in passato trovò ospitate diverse sue opere nel catalogo di una casa editrice tanto interessante quanto presto scomparsa dai radar schizofrenici dell'editoria: la padovana Alet. E come già ricordato un'altra volta, per uno scherzo geografico è una casa editrice collocata all'Est del nostro paese, a Trieste, a intraprendere un percorso ostinato e convincente di perlustrazione della narrativa e saggistica francese contemporanea (Robbe-Grillet, Duras, Cayrol, Simon, Sarraute, Cendrars e Bessette tra altri). Nel caso di Forest assistiamo all'ennesimo episodio di fascinazione di scrittori francesi per la tradizione, cultura e storia giapponesi (quasi un filone editoriale a sé stante lì, a Ovest). Muga-muchū è composto di tre parti: la corposa presentazione dell'autore, a tratti imbarazzata come è giusto che sia ogni prefazione, ma comunque non nociva, il radiodramma intitolato 43 secondi e infine Storia del fotografo Yōsuke Yamahata, il quale documentò l'immediato aftermath di Nagasaki con la propria macchina fotografica. La coppia di brevi testi si presenta quindi come un dittico su Hiroshima e Nagasaki, su un prima (nel radiodramma "tutto succede prima" dell'impatto al suolo) e un dopo, quando un inaudito evento distruttivo sancisce inesorabilmente una fine e un nuovo devastato inizio. Il radiodramma prende il titolo dai secondi impiegati dalla bomba per impattare al suolo e si configura come un dialogo spettrale tra il pilota statunitense al comando di uno degli aerei della missione e una donna giapponese che si trova nei dintorni della città. Con il secondo testo, assai più lungo del primo, siamo davanti a un altro genere di "documentalità" e possibilità della testimonianza.

Questa proposta si inserisce nel perpetuo filone della testimonianza degli eventi tragici del secolo scorso, dell'impossibilità e dei sensi della colpa di chi sopravvive e testimonia. C'è inoltre un chiaro riferimento e concentrazione attorno all'annientamento. Lo stesso titolo "Muga-muchū" rimanda a qualcosa come "senza coscienza" e si riferisce a soggetti "privi di sé, in balia del vuoto, persi nell’estasi di un annientamento in cui svanisce ogni certezza di essere ancora qualcuno". È una perdita anche di orizzonte morale per Forrest, che nella sua nota introduttiva si ritrova a ricordare il più volte discusso caso di Claude Lanzmann e del suo mega-film Shoah. Al fondo vi è un ragionamento sulla sopravvivenza che svilupperà nei due scritti racchiusi dal libro. I protagonisti sono tutti sopravvissuti e vivono il dilemma scorticante del prendere parola prima/dopo un evento d'annientamento totale. Di qui, il passo è breve per passare a scorrere lungo uno degli assi sui quali la vicenda della letteratura ha sempre galoppato: ci si riferisce chiaramente alle possibilità e varietà della testimonianza e delle sue non meno varie aporie. Come si valuta il grado di purezza di una testimonianza? In quali direzioni si sviluppa una scrittura testimoniale? Cosa passa e cosa rivive della testimonianza in un contesto - letterario, ma alla fine generale - fatto di citazioni e di riuso/riciclo dei materiali all'interno di un flusso che continuamente ridefinisce sé stesso e il contesto nel quale scorre? Sono queste alcune delle questioni delicate che il senso testimoniale della scrittura ancora mette in campo, anche in testi come quelli di Forest proposti in questo recente libro di Nonostante Edizioni.


giovedì 14 giugno 2018

"La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che...". Qualche riflessione di Cesare Viviani

Pare proprio che abbia voluto togliersi qualche sassolino dalla scarpa Cesare Viviani, improntando questo scritto costituito per frammenti di pensieri e accumuli e dedicato allo stato in cui versa la poesia contemporanea, a chi la fa, ai versificatori distinti dai poeti, alla critica militante che non sa più scegliere e distinguere, ai giovani o meno giovani poeti che pensano di conoscere l'opera di un autore avendo letto qualche testo in Internet o su antologie, alle parrocchie dell'autocelebrazione e dello spalleggiamento compulsivo, alle disgrazie biografiche dei poeti elevate a pubblicità della peggior specie ecc. Le riflessioni che ne conseguono ora trovano forma in un libretto brevissimo proposto da Il Melangolo e intitolato La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che... (pp. 76, euro 7). Il titolo è un filo cerchiobottista. Che dire a lettura ultimata? Ci sono dei punti che si possono condividere facilmente, tanto sono evidenti, persino ovvi. C'è da dire che fanno sorridere simpaticamente gli incisi, come quando Viviani dice che vorrebbe essere "tollerante, equilibrato, saggio" come Valerio Magrelli, e invece resta un toscano piuttosto caldo di temperamento che si prende grandi arrabbiature, oppure quando ricorda una dedica tanto memorabile quando essenziale di Rondoni, nel 2016: "a Viviani Rondoni". 

C'è un livello distinto di riflessioni di questa lamentatio, che intende rappresentare anche la parte costruttiva di un discorso che si avvita spesso attorno a parole come "limite" o "vuoto" (quello che le parole della poesia fanno attorno a sé). Verso la fine Viviani estende un vero e proprio invito ad appartarsi, a isolarsi, e torneremo su questo punto proprio in chiusura. Lungo lo scorrere del testo si chiede che senso abbiano certe tirature dei libri di poesia quando con 40-50 copie si può accontentare il cerchio di amici che sono disposti a leggere e abitare con l'opera poetica, senza doverla leggere per dovere d'ufficio o per un istinto che definirei glamour (Viviani non usa questa parola che impiego per provare a sintetizzare). Ora credo sia facile rintracciare tra le righe uno sconforto per lo stato in cui la poesia - intesa come sistema, quindi come insieme di più parti che portano un qualche interesse - è giunta ai giorni nostri. Nel finale Viviani si rivolge direttamente ai più giovani, quasi il suo fosse un appello. Ha chiaramente ragione da vendere quando rivendica la lontananza della poesia dai centri di potere (anche se non è sempre stato così, la poesia è stata anche al servizio del potere, compresa certa poesia che leggiamo dopo millenni come un classico), oppure quando parla di critici che diventano polemisti nel gran mercato delle opinioni. Insomma, il tessuto è chiaramente disgregato e Viviani parla di qualcosa che è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, passando in rassegna determinati punti, mi è parsa ad esempio estrema la posizione sulle scuole di scrittura: non mi pare che nessuna scuola di scrittura millanti la capacità di trasformare un allievo in brillante poeta. 

Ci sono aspetti che convincono e altri che convincono meno in questo piccolo pamphlet costruito per gemmazioni di pensieri e aggregazioni, incisi, flash, scariche e aggiustamenti di tiro. Che quello della poesia - e con essa buona parte del mondo - sia un teatrino neanche dei più simpatici lo abbiamo capito. Penso lo abbiano capito anche i giovani o meno giovani che Viviani cita a più riprese e che per un tozzo di pane e di visibilità sono disposti a tutto o quasi. Di fondo però, in tutto questo scritto, prevale un sapore di amarezza personale che fa perdere di vista lo scopo. Già, lo scopo: quale era lo scopo di questo breve scritto? Credo si sia un po' perso di vista, nel testo. Proviamo però a isolare il più utile: ricordarsi della centralità di leggere molto, di non pensare di fermarsi a due o tre poesie lette in rete o in antologie. Tuttavia, anche qui, c'è da dire che le persone con un briciolo di coscienza sanno distinguere le situazioni in cui possono dire di aver letto abbastanza da quelle in cui denunciano delle normali lacune. 

A voler provare a dire la parola definitiva sulla forma storica della poesia si rischia sempre di incappare in qualche trabocchetto e inganno, tanto più se il pensiero è striato di un parziale risentimento per come sono andate le cose. Lo sappiamo bene o male che la poesia non sta tutta nei siparietti festivalieri o nel narcisismo devastante dei succitati poeti che darebbero tutto per un tozzo di pane di visibilità. Resta quindi il dubbio che il nucleo del problema resti altrove e che questo libretto non abbia saputo indicarci questo altrove. Oppure semplicemente un problema non c'è, e come suggerisce Viviani faremmo bene a leggere, leggere, leggere e basta. Il punto non è credere che la poesia stia traversando un momento di rigoglio e pensare che Viviani sia arrivato per dirci che non è così e rimetterci coi piedi per terra. Il punto semmai è sapere che tutte le storture che Viviani ci ricorda - che esistono e non sono il massimo della vita - non sono che un evento transitorio e alla fine ognuno fa e farà i conti con sé. Ma ecco, proprio sul punto dell'isolamento ci sarebbe qualcosa da osservare in chiusura: non sempre l'isolamento o l'essere appartati è garanzia di buona poesia, di autenticità o altro. Non è garanzia di un bel niente. Anche questa quindi potrebbe rivelarsi un'illusione. Mai come di questi tempi un confronto, anche fuori dalle corride dei social, appare così necessario per tirarci fuori da mucchi di parole che il più delle volte stagnano come paludi autistiche.

mercoledì 13 giugno 2018

Lo spettacolo "Tigre contro Grammofono vs Ophelia Borghesan" alla Libreria Zabarella di Padova Mercoledì 20 giugno

Ophelia Borghesan è una poetessa-tamagotchi, ma la realtà simulata dai suoi testi è in fondo la nostra: ci sorprende nell’atto di preoccuparci per la prova costume, soffrire per una doppia spunta su Whatsapp, guardare "Uomini e Donne" o controllare una notifica in mezzo alle strisce pedonali. Le sue brevi poesie, come istantanee di vita quotidiana, inquadrano anche alcuni dei temi centrali della contemporaneità, senza dare giudizi né soluzioni: l’immigrazione, la guerra, la figura della donna. 
Ophelia Borghesan, il cui archivio poetico è posseduto da Luca Rizzatello, è apparsa già su queste pagine, diverso tempo fa, a più riprese (qui per comodità sono raggruppati tutti i post che la riguardano, e uno di questi prevede la possibilità di scaricare gratuitamente l'ebook Caino e Gretel). Su Instagram potete leggere quasi quotidianamente le sestine alla prima persona plurale di Canile. Ophelia Borghesan approda ora alla Libreria Zabarella di Padova con "Tigre contro Grammofono vs Ophelia Borghesan", un doppio/triplo spettacolo in versi per voce e vocal reader, musica elettronica, emoji, video-grafica e visuals della durata di 30 minuti. Il video che accompagna la lettura riprende l’iconografia del kitsch che si associa alla poesia: tramonti, gabbiani, glicini... e una immancabile esasperazione dell’estetica dei cuccioli.



Spettacolo 
Tigre contro Grammofono VS Ophelia Borghesan
TCGVSOB è un doppio/triplo spettacolo in versi per voce e vocal reader, musica elettronica, emoji, video-grafica e visuals della durata di 30 minuti

TCGVSOB è la poesia come non l’avete mai vista
Progetto di Luca Rizzatello e Angela Grasso
Una produzione Zoopalco
Ingresso libero
Lo spettacolo si svolgerà nel giardino
Durante la serata sarà allestito un buffet a offerta libera

DOVE?
Libreria Zabarella, via Zabarella 80, Padova (PD)

QUANDO?
Mercoledì 20 giugno, alle 21:00

CONTATTI:
libreriazabarella@gmail.com


martedì 12 giugno 2018

Origami: Treviso Ricerca Arte ospita la presentazione del libro "Sistema periodico. Il secolo interminabile delle riviste"



Martedì 3/07, ore 20:45
ORIGAMI. ALTRI USI DELLA CARTA
"Sistema periodico. Il secolo interminabile delle riviste"
con Franco Baldasso (Bard College, New York), Francesco Bortolotto, Eleonora Fuochi e Federica Parodi (Università di Bologna)
Presenta Alberto Cellotto

TRA – Treviso Ricerca Arte
Ca' dei Ricchi
via Barberia, 25
Treviso



“Origami. Altri usi della carta” è il nuovo format ideato da Alberto Cellotto per TRA Treviso Ricerca Arte per veicolare la presentazione di un libro: 60 minuti, suddivisi in 4 diversi momenti, per far parlare le pieghe del libro e del suo autore e per evitare di parlar loro addosso. Il nome della rassegna evoca l’atto del piegare un foglio di carta per ottenere una figura singolare, spesso sorprendente. Rinvia a un’arte e a un passatempo curioso ancora diffuso nel contemporaneo e la carta, protagonista nelle pieghe dell’origami, è un supporto tra gli altri ancora disponibili attraverso il quale veicolare idee, discussioni, polemiche.


Il volume “Sistema periodico. Il secolo interminabile delle riviste” (Pendragon, 2018) nasce dall’esperienza dell’omonimo laboratorio didattico organizzato da alcuni studenti dell’Università di Bologna all’interno del dipartimento di Italianistica. La scelta di periodizzare uno sguardo sulla letteratura italiana dal Novecento a oggi seguendo l’evoluzione delle riviste letterarie e culturali è dettata dall’interesse nei confronti dello strumento rivista, dinamico e onnipresente, che può fungere da ottima chiave di lettura di un arco temporale quanto mai problematico per la letteratura. Punto di forza della ricerca, oltre al tentativo di proporre alcune delle più importanti questioni letterarie della contemporaneità sotto una nuova luce, è l’eterogeneità dei contributi, che rende il volume polifonico, coinvolgendo accademici, poeti, operatori editoriali e gli stessi studenti. Tale carattere permette altresì di non appiattire la trattazione su una mera storia delle riviste letterarie, ma strutturare un discorso – senza alcuna pretesa di completezza – ricco di spunti e approfondimenti, da affiancare alla materia viva della letteratura contemporanea e al contatto con le riviste. Non un manuale, dunque, ma un supporto che possa tanto supportare lo studioso, quanto accompagnare un primo approccio alla trattazione delle riviste letterarie.

Link appuntamento: http://www.trevisoricercaarte.org/rassegne/origami-altri-usi-della-carta-2/

Ingresso riservato ai soci TRA o su offerta responsabile.

Si ricorda che il primo appuntamento con la rassegna "Origami. Altri usi della carta" sarà martedì 26 giugno sempre alle 20:45 con Maria Anna Mariani e il libro Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche (Exorma). 
Link appuntamento: http://www.trevisoricercaarte.org/rassegne/origami-altri-usi-della-carta/


Contatti
(+39) 0422 419 990
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domenica 10 giugno 2018

Oltre la letteratura, conversazioni con Susan Sontag: "La mia vita è la mia capitale, la capitale della mia immaginazione. Mi piace colonizzare."

Chissà se era vero che Susan Sontag non leggeva mai le recensioni ai propri libri, nemmeno quando erano totalmente favorevoli, e se se le faceva raccontare dagli amici in termini di "like". Dobbiamo crederle, del resto, anche perché detestava le recensioni. È uno dei tanti aspetti di cui si può fare conoscenza leggendo questo libro di piccolissimo formato pubblicato da Medusa Edizioni e intitolato Oltre la letteratura. Conversazioni con Susan Sontag (pp. 116, euro 13, cura e traduzione di Luana Salvarani). Il volume raccoglie quattro conversazioni-interviste rilasciate dalla scrittrice a Geoffrey Movius, Eileen Manion e Sherry Simon, Edward Hirsh e Tom Robotham per testate come "Boston Review", "The Paris Review" o "Port Folio Weekly". Editorialmente parlando, per l'Italia, si tratta di un volume di passaggio, in un frangente storico in cui, a ben vedere, si fatica non poco a trovare le traduzioni italiane dei suoi libri, per la maggior parte non disponibili e fuori catalogo. Di recente, e sempre inquadrabile nell'ottica dell'intervista, c'è da ricordare il volume pubblicato da Il Saggiatore Odio sentirmi una vittima, l'intervista di Jonathan Cott su "amore, dolore e scrittura". E non è un caso che con Sontag torni costante l'attenzione primaria alla scrittura, perché al di là di tutto quello che si può dire e accentuare della sua figura, stiamo parlando di una scrittrice piena, che confessa di aver imparato molto sulla punteggiatura e la velocità da Donald Barthelme, mentre su aggettivi e ritmi della frase riconosce un debito grande a Elizabeth Hardwick (di cui il lettore italiano cercherà invano qualcosa di tradotto).


Le quattro conversazioni qui radunate affrontano temi ricorrenti, che hanno come legante la scrittura, ma spaziano dalla guerra al femminismo, dalla realtà accademica alla necessità della scrittura fuori da questa, da considerazioni generali su fiction e non-fiction a aspetti molto concreti dell'atto di scrittura (Sontag sostanzialmente ha evitato il word processor a lungo). Apprendiamo ad esempio, a seguito delle insistenti domande degli intervistatori, che per lei "intellettuale" è quasi esclusivamente un aggettivo e non un sostantivo. Capiamo che, a dispetto dell'immagine che in Italia abbiamo di lei, si vedeva come una scrittrice di fiction e non tanto di saggi. Puntella continuamente le risposte con considerazioni che diventano importanti per ripercorre tutta la sua opera e il senso dello scrivere, come quando ad esempio dichiara "La mia vita è la mia capitale, la capitale della mia immaginazione. Mi piace colonizzare" oppure quando ricorda "non scrivo perché c'è un pubblico. Scrivo perché c'è la letteratura". E così, tra dichiarazioni d'amore per certi autori e opere, ricordi di viaggi o ritorni frequenti al suo saggio più noto Sulla fotografia, c'è spazio per qualche divagazione temporale e spaziale, come quella sulla letteratura russa del Diciannovesimo secolo, nel momento in cui Edward Hirsh le chiede se l'obiettivo della letteratura è educarci alla vita:
Sì, ci educa alla vita. Non sarei la persona che sono, non capirei ciò che capisco, se non fosse per certi libri. Sto pensando alla grande questione della letteratura russa del Diciannovesimo secolo: come si dovrebbe vivere? Un romanzo che valga la pena di leggere è un'educazione del cuore. Esso amplia il nostro senso di possibilità umana, di ciò che è la natura umana, di ciò che accade nel mondo. È un creatore di introspezione.
E su questa riflessione, anche molto controversa (fossi stato l'intervistatore le avrei chiesto di approfondire il concetto di "natura umana", che non mi pare così semplice e dato una volta per tutte) chiudiamo con un invito ad avvicinare questo breve libro, in attesa che l'opera di Susan Sontag torni ad avere anche in Italia una maggiore agilità di frequentazione. Non ci si spiega infatti la portata e l'onda lunga della sua riflessione, sin dalle sue Notes On "Camp" del 1964, se confrontata con la pochezza di quanto disponibile oggi in libreria.

giovedì 7 giugno 2018

"Lettere al duca di Valentinois" di Marcel Proust

Chi ha sfogliato e letto qualcosa dall'epistolario di Marcel Proust - per intendersi: un insieme di lettere che in Francia Philip Kolb ha curato in ben ventuno volumi usciti tra il 1970 e il 1993 - sa che l'autore della Recherche spesso non anteponeva la data alle proprie lettere. Questo dato ha l'aria di essere rilevante per chi si affaccia su una corrispondenza sterminata che nel nostro paese, ad eccezione del Meridiano antologico curato da Gian Carlo Buzzi nel 1997 intitolato Le lettere e i giorni, si è soliti proporre e leggere a spizzichi e bocconi. L'assenza di data sembra quasi una spia del modo in cui Proust governava il flusso delle comunicazioni epistolari, non uno spregio del tempo, delle sue suddivisioni oppure una distrazione, ma un intralcio al teatro di marionette e ombre lunghe che affollava l'universo delle sue lettere. Tale montagna di lettere, che non va certo anteposta alle opere per cui ricordiamo Proust, si è via via imposta come un regesto fervido e fecondo per la scrittura delle cosiddette opere maggiori e di Contro Sainte-Beuve, essenziale scritto contenente preziose distinzioni puntualmente disattese su "io che scrive" e "opera".

Il criterio editoriale della frammentazione delle lettere secondo un destinatario ritorna anche nel caso del libro di oggi e tutto sommato si rende necessario per un epistolario talmente vasto, non soltanto per ragioni pratiche o editoriali-commerciali. Va detto poi che il libro in questione è reso possibile grazie all'apertura recente degli archivi monegaschi da parte del principe Alberto II. In Lettere al duca di Valentinois (Archinto, pp. 88, euro 18, a cura e con note di Jean-Marc Quaranta, prefazione di Jean-Yves Tadié, traduzione di Francesco Bergamasco) sono radunate quattro missive e un telegramma sinora inediti conservati a lungo negli archivi del Principato. Le ricostruzioni ci dicono che siamo tra l'estate e l'autunno 1920. Proust ha quindi 49 anni (morirà di lì a poco, nel novembre del 1922) e si rivolge al giovane Pierre de Polignac, futuro padre di Ranieri III di Monaco, che nel marzo di quell'anno aveva sposato la principessa Charlotte de Monaco, acquisendo il titolo di duca di Valentinois.

Ora un passo indietro: nel 1919 era uscito per Gallimard À l'ombre des jeunes filles en fleurs e nello stesso anno Proust aveva ricevuto il prix Goncourt. È in tale scia che si colloca questa nuova costola del suo epistolario uscita dagli archivi dinastici del Principato. In una delle lettere qui proposte Proust propone al principe la sottoscrizione a un'edizione lussuosissima di All'ombra delle fanciulle in fiore, ignorata dal duca e causa della rottura tra i due. Insomma, questa manciata di lettere è la storia di una rottura e di una sparizione che ferì lo scrittore. Da qui si passa spesso a citare la nemesi proustiana cucita sui panni nel personaggio del conte di Nassau, che per molti interpreti evoca il duca. Eppure sappiamo proprio da Proust (e anche con Raboni, il suo importante traghettatore italiano) oppure anche dalle Lettere alle amiche di Céline (Adelphi, 2016) quanto inutile, piccino e inconcludente sia l'esercizio di trovare analogie tra personaggi di un'opera e personaggi reali che compaiono nella biografia o in un epistolario (Céline ad esempio se la prendeva con la madre e i suoi commenti all'uscita di un nuovo libro). Proust si mostra prodigo di consigli letterari per il duca, persona reputata di grande sensibilità artistica, ma alla fine questo sparuto gruppo di lettere altro non è che la storia di un'interruzione di una relazione che era iniziata durante la guerra, nel 1917, quando il conte era però in partenza per la Cina per una missione diplomatica. Si lascia a chi leggerà questo breve libro la possibilità di fare ipotesi su questo taglio, la possibilità di leggere anche le ipotesi che compaiono nella lunga postfazione, che sono ricondotte a una incompatibilità tra queste due creature e alle sollecitazioni pressanti e sgradevoli di Proust. Eppure questa interruzione che sappiamo essere voluta dal duca ha quasi il sapore di un gesto che si fa per preservare qualcosa che c'è stato, per proteggerlo almeno finché si è in vita.

mercoledì 6 giugno 2018

Origami: Treviso Ricerca Arte ospita Maria Anna Mariani e il libro "Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche"



Martedì 26/06, ore 20:45
ORIGAMI. ALTRI USI DELLA CARTA
"Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche" 
di Maria Anna Mariani
Presenta Alberto Cellotto

TRA – Treviso Ricerca Arte
Ca' dei Ricchi
via Barberia, 25
Treviso


"Origami. Altri usi della carta” è il nuovo format ideato da Alberto Cellotto per TRA Treviso Ricerca Arte per veicolare la presentazione di un libro: 60 minuti, suddivisi in 4 diversi momenti, per far parlare le pieghe del libro e del suo autore e per evitare di parlar loro addosso. 
Il nome della rassegna evoca l’atto del piegare un foglio di carta per ottenere una figura singolare, spesso sorprendente. Rinvia a un’arte e a un passatempo curioso ancora diffuso nel contemporaneo e la carta, protagonista nelle pieghe dell’origami, è un supporto tra gli altri ancora disponibili attraverso il quale veicolare idee, discussioni, polemiche. 

Il primo appuntamento della rassegna è con "Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche" di Maria Anna Mariani (Exorma, 2017), un singolare resoconto di più di quattro anni vissuti in un luogo che, al momento della partenza dall'Italia, l'autrice a malapena collocava nel mappamondo. Maria Anna Mariani infatti, terminato il dottorato a Siena, ha deciso di partire perché in Corea del Sud c'era a tutti gli effetti un lavoro per lei. E le pagine di questo diario atipico si caratterizzano a poco a poco per una nota dolente e divertente al contempo, collocandosi tra il reportage brillante e la cocente confessione relativa a quella cornice di tempo, prima dell'approdo a Chicago, dove attualmente l'autrice vive e lavora.



Il libro è un susseguirsi di brevi e smaglianti capitoli datati, proprio come un diario, che ci parlano ogni volta di qualcosa di nuovo: dell'impatto con la nazione, dell'inganno e della reificazione della vita nel dormitorio "surrogato del globo", della solitudine, delle lezioni con gli studenti, dei diversi paesaggi che sporgono da un finestrino o sotto un piede, della vicinanza con la Corea del Nord, di tabù, di incontri più o meno aforistici e di affondi introspettivi senza sconti. E c’è qualcosa di nuovo quasi a ogni capitolo, in una variazione continua di temi e toni. Eppure tutto è legato con un unico nastro e assomiglia a una strana corrispondenza, una condivisione che pare lontanissima da quella istantanea tipica dei social e delle chat con le loro esche a buon mercato. Potremmo quindi ipotizzare che "Dalla Corea del Sud" sia una sorta di strano libro epistolare diventato reportage, diario e testimonianza, nel quale non emergono destinatari delle singole lettere-paragrafi. Assai di rado capita di leggere pagine così affilate e riflettenti in uno scritto che si può ricondurre ai territori dell'autobiografia contemporanea. 

Qui la recensione apparsa su "Librobreve".

Ingresso riservato ai Soci TRA o su offerta responsabile.
(Maggiori info)

Il secondo appuntamento con la rassegna "Origami" sarà martedì 3 luglio sempre alle 20:45. Altre informazioni qui.


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domenica 3 giugno 2018

L'eroe da romanzo. Da Goya e Barrès ad Aragon e Céline. Una selezione di testi critici di Pierre Drieu La Rochelle

È stata una buona idea quella di Mimesis di raggruppare in un piccolo libro della collana "A lume spento" alcuni scritti critici di Pierre Drieu La Rochelle. Si intitola L'eroe da romanzo. Da Goya a Barrès ad Aragon e Céline (pp. 100, euro 8) questa selezione curata e tradotta da Marco Settimini e scorrerla è un tuffo nelle riviste che hanno fatto il dibattito degli anni Trenta del Novecento francese: testate come "Je Suis Partout", "Nouvelle Revue Française", "La Flèche" già riecheggiano e intersecano alcune problematiche che già abbiamo discusso su queste pagine, come quella degli scrittori della "tentazione fascista" (la categoria è di Tarmo Kunnas, che radunava in uno studio tuttora ineguagliato i casi di Pound, Hamsun, Céline, Brasillach e appunto La Rochelle), i conti con l'eredità e il tribunale della storia, le vigliaccherie della critica, i malfunzionamenti o le storture del modo in cui leggiamo e delle sovrastrutture che ci abitano quando affrontiamo il lascito di taluni autori. La Rochelle, oltre a essere stato un grande un grande scrittore, fu anche un critico capace di intervenire efficacemente su alcuni nodi importanti del dibattito culturale e questo piccolo volume ne dà finalmente un utile spaccato.

I brevi contributi di questo libro incominciano con due interventi su Barrès, proseguono con uno scritto accorato dedicato al genio di un Goya che se la ride nella sua solitudine sempre più rimbombante, con la sua satira, con il suo non essere cristiano ("gli spagnoli non sono mai stati cristiani" ha detto una volta Ortega y Gasset proprio a La Rochelle in quanto partecipano a una "religione più primitiva"). Il piccolo volume non contiene solo estratti da rivista, ma è intervallato da alcuni frammenti del diario dello scrittore, di cui il più interessante e sorprendente pare quello dedicato alla pièce filosofica A porte chiuse di Jean-Paul Sartre. Nella libertà del diario La Rochelle scrive che la cosa "diventa noiosa come un romanzo poliziesco nel quale la mediocrità dell'autore trasuda a ogni pagina". Seguono gli apprezzamenti su Nietzsche e Hemingway, con la proposta della sua prefazione all'edizione Gallimard del 1931 di L'Adieu aux armes. Il brano che presta il titolo al libro, L'eroe da romanzo, parla dell'espediente tramite il quale, un romanziere ormai non più giovane, dedica un'opera a un eroe giovane e in questa
mette in scena le parti ancora vive di se stesso assieme a quelle che sono morte. È quel luogo meraviglioso in cui confluiscono l'osservazione e la creazione, la memoria e il sogno, il realismo e l'idealismo, il rimpianto e la speranza, l'illusione e la visione a freddo. Soltanto la giovinezza in cui regna senza contesto tutto il possibile può accogliere così tanti incontri. 
Di particolare interesse sono gli scritti su Chesterton, Benjamin Constant e Henry de Montherlant. Si passa dunque a un doveroso contributo a Céline, che "ha avuto la stessa sorte della verità", a due scritti importanti dedicati al surrealismo e allo scritto conclusivo, intitolato "La poesia al di sopra di tutto", che mi è parso l'unico anello debole, o semplicemente meno interessante, di questa preziosa crestomazia.