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sabato 30 giugno 2018

La nuova edizione di "Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale" a cura di Andrea Cortellessa

Leggere una grande guerra #28


Segnaliamo la presenza della nuova edizione di Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale a cura di Andrea Cortellessa. Il nuovo volume, che segue, integra e arricchisce di molto quello uscito per Bruno Mondadori nel 1998, curato da un Cortellessa appena trentenne, vede la luce nell'ultimo anno del fantomatico "centenario" della Grande guerra. Lo pubblica Bompiani (pp. 800, euro 22) e ha l'aria di suggellare con qualcosa di utile, sensato e rinnovato un quinquennio che a tutti gli effetti si può invece considerare un'occasione di ripensamento e riflessione mancata, a tutti i livelli, incluso quello editoriale. E ben venga allora questo colpo di coda, che torna alla poesia sommersa e emersa da quella guerra. Ma non solo alla poesia scritta durante quella guerra. C'è (c'era già nella prima edizione) anche Zanzotto, che nel 1918 non era ancora nato e ci sono nuovi autori antologizzati che si lasciano alla sorpresa di chi avvicinerà il volume dal montaliano titolo (curioso che quella poesia di Valmorbia coincida sostanzialmente con quanto Montale dedicò a quel conflitto nei suoi versi). C'è soprattutto - e va detto in questa cornice di segnalazione - un'aggiunta corposa rispetto alla prima edizione del volume: lo schedario biobibliografico contenente tutte le notizie militari disponibili di ciascuno dei 67 autori qui ospitati. Questo apparato si configura oggi come attrezzo indispensabile, quasi un libro parallelo e potenzialmente autonomo, che rende diversa questa nuova edizione di un titolo che da troppo si faticava a trovare in commercio. 

L'impianto, che già vent'anni fa si palesava come sicuramente innovativo e funzionale, non invecchia affatto. Tiene infatti ancora bene quel susseguirsi dei capitoli-palinsesti dati dalla "guerra attesa", "guerra-festa", "guerra-cerimonia", "guerra-comunione", "guerra-percezione", "guerra-riflessione", "guerra lontana", "guerra-follia", "guerra-tragedia", "guerra-lutto", "guerra ricordata" e "guerra postuma" dove calare i testi dei poeti già antologizzati e di quelli nuovi, tra i quali troverete pure una grande sorpresa-trasgressione.

(Ricordo qui il post sulla precedente edizione del libro, con il quale tra l'altro era iniziata questa serie di post legata a libri sulla Prima guerra mondiale.)


Andrea Zanzotto, Rivolgersi agli ossari (da Il Galateo in Bosco, 1978)


Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto.
Rivolgersi ai cippi. Con il più disperato rispetto.
Rivolgersi alle osterie. Dove elementi paradisiaci aspettano.
Rivolgersi alle case. Dove l’infinitudine del desìo
(vedila ad ogni chiusa finestra) sta in affitto.

E la radura ha accettato più d’un frondoso colloquio
ormai, dove, ahi,
si esibì la più varia mostra dei sangui
il più mistico circo dei sangui. Oh quanti numeri, e rancio speciale. Urrah.
Vorrei bucarmi di ogni chimica rovina
per accogliere tutti, in anteprima,
nello specchio medicato d’infinitudini e desii
di quel circo i fermenti gli enzimi
dentro i succhi più sublimi dell’alba, dell’azione, in piena diana. E si va.
E si va per ossari. Essi attendono
gremiti di mortalità lievi ormai, quai gemme di primavera,
gremiti di bravura e di paura. A ruota libera, e si va.
Buoni, ossari – tante morti fuori del qualitativo divario
onde si sale a sicurezze di cippo,
fuori del gran bidone (e la patria bidonista,
che promette casetta e campicello
e non li diede mai, qui santità mendica, acquista).
Hanno come un fervore di fabbrica gli ossari.
Vi si ricevono ordini, ordinazioni eterne. Vi si smista.
All’asilo, certi pazzi-di-guerra, ancora vivi
allevano maiali; traffici con gli ossari.
Mi avete investito, lordato tutto, eternizzato tutto, un fiotto di sangue.
Arteria aperta il Piave, né calmo né placido
ma soltanto gaiamente sollecito oltre i beni i mali e simili
e tutto solletichìo di argenti, nei suoi intenti, a dismisura.
Padre e madre, in quel nume forse uniti
tra quell’incoercibile sanguinare
ed il verde e l’argenteizzare altrettanto incoercibili,
in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili
voi mi combinaste, sotto quelle caterve di
os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie
rivomitate ma come in un più alto, in un aldilà d’erbe e d’enzimi
erbosi assunte,
in un fuori-luogo che su me s’inclina e domina
un poco creandomi, facendomi assurgere a
Così che suono a parlamento
per le balbuzie e le più ardue rime,
quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,
io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi
mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico
Sempre più con essi, dolcissimamente, nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un sì a un no, ma di poco
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco. 

mercoledì 31 agosto 2016

Il volume di "Riga" dedicato a Goffredo Parise (e un frammento inedito sull'Arizona)

Riviste #8


Da pochi giorni è in libreria il trentaseiesimo volume della rivista "Riga" dedicato a Goffredo Parise (Marcos y Marcos, pp. 544, euro 28, a cura di Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa). La pubblicazione coincide con il trentennale della morte dello scrittore, avvenuta il 31 agosto 1986 all'ospedale di Treviso. I motivi per avvicinarci al fascicolo sono numerosi. Questo contiene infatti, oltre a una prima serie di scritti originali di autori contemporanei (Andrea Bajani, Giuseppe Montesano e Vitaliano Trevisan), una sezione di narrazioni inedite, una di "Luoghi scritti e reportage", ampi stralci di diari e carteggi (particolarmente significativo quello con Italo Calvino, per le questioni editoriali emergenti ma non solo) e raduna due sezioni di testi critici, già editi altrove ma anche inediti, progettati appositamente per questa pubblicazione. Le pagine sono intervallate da un apparato iconografico di foto e dalla "Galleria" di Giosetta Fioroni che chiude il volume. Nelle due sezioni di inediti parisiani spicca sicuramente la pubblicazione del romanzo inedito del 1977 intitolato La politica (trotto leggero). Dalla sezione dei "Luoghi scritti e reportage", per concessione gentile dei curatori, pubblico uno dei "Due frammenti inediti sull'America (1961)". Il primo è dedicato a New York mentre il secondo, che trovate di seguito, all'Arizona. Dopo il frammento trovate la breve nota di Dario Borso.



Arizona  
di Goffredo Parise

(testo tratto da "Riga 36. Goffredo Parise", Marcos y Marcos, 2016)


Sulla grande autostrada che attraversa il deserto dell’Arizona, a 400 miglia da Albuquerque nel Nuovo Messico e a 300 da Las Vegas in Nevada, improvvisamente, la rossa Chevrolet, ippogrifo del nuovo mondo, si ferma. Non c’è benzina, per la terza volta da che si è iniziato questo viaggio, e sempre per colpa mia, per mia pigrizia. La prima volta l’alato carro si fermò davanti a un distributore, la seconda a poche miglia da una città e un camionista ci regalò una tanica, la terza, questa, ci sor­prende nel mezzo di un deserto. Ai due lati dell’autostrada, giallo deserto di pietra, cactus, fallica protuberanza di un terreno senza speranze, e ai due lati all’orizzonte fino a congiungersi davanti ai nostri occhi, immenso anfiteatro, i profili delle montagne da cui sale la notte. Non c’è nulla da fare. Non passa nessuno. Ci mettiamo sulla strada, aspettiamo, mezz’ora, un’ora; si avvicina un enorme camion da trasporti, transatlantico viag­giante su terra, con comignolo. Si arresta. Il mio compagno di viaggio, che conosce l’inglese molto meglio di me, sale con loro per fare qualcosa, per muoversi dall'immobilità, per accennare a un moto verso luogo che in questo caso significa trecento miglia prima di giungere ad una pompa di benzina. Attivo, e storico, di temperamento, egli decide appunto di costruirsi l’avvenire con le proprie mani. Un poco meno storico, io decido di rimanere ad attendere. Chi? Che cosa? Nulla, so bene che attendere nel cuore dell’Arizona non può avere che un significato, attendere che corvi aquile e sciacalli degustino me e l’ippogrifo Chevrolet, ma così ho deciso; di seguire la mia apparente antisto­ria, cioè la pigrizia, il non desiderio d’azione in un mondo (anche nell’Arizona) volto all’azione nell’azione.
  Vedo l’enorme transatlantico nerastro fumare via come un gio­cattolo nella retta matematica della strada, e scomparire, lui, i viventi e la storia medesima.
   E resto così solo, nel cuore di que­sto deserto. Fumo qualche sigaretta nell’auto, poi scendo a fare quattro passi. Intanto il sole, sceso oltre le lontane annebbiate montagne, ha portato con sé gli ultimi bagliori di luce. E la notte scende rapidamente sull’infinita distesa di uno dei più bei paesaggi del mondo, il deserto. Con la notte salgono le stelle e la luna. Continuo a camminare tra i sassi, ascoltando i mille fruscii di animali che conosco, il fruscio delle biscie, di certi topolini che appena scorgo correre e nascondersi in certe buche dopo avermi osservato a lungo con un minuscolo bagliore d’occhi rossastri da dietro le spine di un cactus: altri versi, suoni infiniti di una natura che non conosco. Seguito il cammino. Guardo dietro di me in direzione della strada dove ho lasciato l’auto con i fari accesi. Sono lontani, molto di più di quanto non pensassi. E allora, quando il senso delle distanze reali, ogget­tive e non quelle interiori, che pur sono immense prende i suoi aspetti prospettici, allora mi vien voglia di continuare a camminare nel deserto, in direzione delle montagne. Cammino per qualche ora senza accorger­mene. Solo, dopo questo tempo, quando volgo lo sguardo in direzione dell’autostrada, nord-est a giudicare dalle stelle, non vedo più i fari della Chevrolet. E inizia così, una edificante sensazione di solitudine assoluta, cioè di intensa riflessione, di dolore delle cose del mondo.
   La luna illumina davanti a me la distesa di sassi e di cactus che proiet­tano una lunga ombra trasversale. Un poco più in là strane ombre, per­forate dai raggi lunari, enormi crani, teschi che formano una collinetta. Mi avvicino a passo svelto. A mano a mano che le distanze si accorciano riconosco in quelle ombre carcasse di automobili, di autocarri, di pullmans. Abbandonate da anni e trasportate fin là chissà come. È una sorta di città defunta, a seconda delle dimensioni delle carrozzerie, può apparire all’occhio fantastico, non storico, non realistico, una defunta città futura. Mi aggiro tra le carrozzerie, in questo dedalo vastissimo, in questo gigan­tesco incidente automobilistico, tra le lamiere contorte, i vetri rotti, i sedili sfondati dell’inutile. Così osservando mi accorgo di non essere solo. Un gatto selvatico balza fuori da una finestra di pullman curvo, col pelo ritto, urlando. Subito seguito da una folla di gatti in fuga che corrono a nascon­dersi nelle forre, negli anfratti, nei buchi di quella montagna di lamiere contorte. Per qualche istante ancora silenzio, poi un miagolio diffuso, che sale dall’oscurità dei cofani, delle carrozzerie, dalla iuta delle imbottiture. Poi altre fughe, poi silenzio. Mi allontano.
   Sono stanco e mi siedo. Non posso sdraiarmi perché il terreno è cosparso di sassi aguzzi, appuntiti e nemmeno un filo d’erba: secchi e infidi cespugli bruciati nascondono nell’erba la puntura mortale, dell’insetto mortale, che è lì; per me, creato apposta per me, per finire, per rendere una buona volta concluse nello stabile equilibrio le antinomie, i dubbi, i tentennamenti, i punti oscuri dell’essere mio. Mi alzo, cammino ancora in direzione della Chevrolet, che non vedo.

 
Nota 
di Dario Borso


Durante il suo primo viaggio negli Stati Uniti, svoltosi tra il 20 marzo e il 25 aprile 1961, Goffredo Parise scrisse un mazzetto di lettere all’amico Vittorio Bonicelli, allora in forze come sceneggiatore presso la casa di produzione cinematografica Dino De Laurentiis. Scopo non secondario delle lettere, che sarebbero uscite postume trent’anni dopo per la Mondadori nella raccolta Odore d’America, era di suggerire spunti per un film americano di cui non si fece nulla. Parise coltivò invece l’idea di farne un libro di viaggio a sé, come testimoniano due frammenti conservati all’Archivio Parise di Ponte di Piave, che rielaborano due lettere, rispettivamente da NY del 20 marzo e da Las Vegas del 12 aprile: il primo segue abbastanza fedelmente l’originale, inserendo però all’inizio un episodio nuovo di zecca che riporto qui sopra; il secondo riguarda lo stesso episodio della lettera, variandone però radicalmente gli ingredienti, e perciò lo riporto per intero.
   Quanto alla data del rifacimento, posso avanzare solo un’ipotesi: poco dopo il rientro in Italia, basandomi su due elementi: Suor Bertilla Boscardin di Brendola (VI), cui s’accenna nel primo frammento, fu santificata l’11 maggio 1961 con gran risalto locale, e il momento topico dell’episodio nuovo lì inserito ricorda platealmente l’ultimo capitoletto degli Americani a Vicenza, scritto da Parise pochi anni prima.

venerdì 12 dicembre 2014

"L'opera poetica" di Emilio Villa per L'orma editore

Finalmente. Ecco uno di quei libri non brevi (anche se è di una forma breve, ovvero un libro di poesia) di cui mi accontento di dare succintissima notizia. Mi sarebbe piaciuto proporvi un'intervista alla curatrice, Cecilia Bello Minciacchi. Tuttavia, come potete vedere anche dalla notizia che segue, l'evento della pubblicazione di questo libro ha un suo corollario di iniziative che preme. E allora, nel ricordare che già da un mese esiste un libro che raccoglie le poesie di Emilio Villa, che si intitola L'opera poetica, ha 782 pagine, è curato da Cecilia Bello Minciacchi, presenta una postfazione di Aldo Tagliaferri e si trova nel catalogo de L'orma editore, mi limito a menzionare i prossimi appuntamenti che vedranno protagonista questo volume, entrambi a Roma il prossimo giovedì 18 dicembre, alle 17:00 alla GNAM e alle 20:00 presso ESC. Sotto il comunicato stampa.

Emilio Villa nasce il 21 settembre 1914 ad Àffori, oggi un quartiere di Milano. Dopo il eminario prosegue gli studi presso l’Istituto Biblico di Roma, specializzandosi in assiro-babilonese e ugaritico. Nel 1934 pubblica la sua prima raccolta di versi, Adolescenza, cui segue un’intensa attività pubblicistica. Richiamato dalla Repubblica di Salò, si nasconde in Toscana; a Milano vive in clandestinità e prende parte alla Resistenza. Tra il ’51 e il ’52 si trasferisce in Brasile, dove lavora al Museo d’arte moderna di San Paolo. Tornato in Italia, a Roma, si occupa per lo più d’arte. Nel 1986 un ictus lo paralizza, lo ammutolisce. Muore in solitudine, in un ospizio presso Rieti, il 14 gennaio 2003. Rarissime le sue pubblicazioni “ufficiali”, apparse negli anni a cura di vari editori. 

COMUNICATO STAMPA:

domenica 1 giugno 2014

da "L'osso, l'anima" di Bartolo Cattafi

Una poesia da #38

 


Bartolo Cattafi (1922 - 1979) era e ancora rimane per me un poeta assai poco approfondito. Credo sia necessario ammettere serenamente le proprie lacune anche quando si prova a seguire "abbastanza" di quello che avviene in poesia. Poi è vero che potrebbero emergere sempre tanti interrogativi, anche inquietanti, quali ad esempio: abbiamo letto bene Dante? Siamo sicuri che non sia il caso di rileggere Giuseppe Parini o Giuseppe Giochino Belli prima di avventurarsi con tanti contemporanei? E cosa abbiamo riletto, visto che la rilettura non è soltanto un "leggere di nuovo" ma un ripercorrere delle pagine mentre nel frattempo in noi è passata altra vita, altri luoghi, altri ritmi? Quanti poeti abbiamo riletto? Insomma, per farla breve, e senza tante paranoie, volevo semplicemente dire che io Bartolo Cattafi non l'avevo mai letto in un libro intero prima d'ora, solo qualche testo riportato in antologia. Poi si parla, ci si fida di quel che legge e consiglia un'altra persona e allora si inizia ad avvicinare un poeta. Partendo da un libro, da un titolo. E partendo anche da quel che si trova, visto che con Cattafi, editorialmente parlando, non siamo messi proprio bene. Leggendo L'osso, l'anima, di cui quest'anno ricorrono i cinquant'anni della pubblicazione avvenuta nel 1964, ho trovato dei testi che non mi capacito di come siano scomparsi dalla circolazione editoriale normale, compreso l'Oscar di Mondadori del 2001 curato da Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni. Libro che per l'oggi avrebbe dell'incredibile (oltre 300 pagine l'edizione mondadoriana de Lo Specchio da me letta, costava 1800 lire), L'osso, l'anima è un volume dove troverete come minimo una dozzina di testi memorabili. In un suo contributo su Cattafi, ora ripreso anche in La fisica del senso di Andrea Cortellessa, Luigi Baldacci, grande sostenitore cattafiano e critico di cui personalmente sento una feroce mancanza (penso ad esempio alle sue Trasferte e a Novecento passato remoto, letture e aperture di sguardi mai dimenticati di tanti anni fa), scrisse che "l'uomo si muove in uno spazio geometrico, scandito [...]: sente se stesso come qualcosa di prismatico, di cristallino, o tale è l'aria che gli vibra intorno; ama gli oggetti meccanici, dai profili perentori e taglienti; il suo occhio è tutto aderente alle superfici metalliche e lucide; non c'è più posto per i campi lunghi". La poesia che più mi ha colpito in questo libro è quella che ho scelto e riporto qui sotto e, per stavolta, è davvero una soltanto.




A NOI DUE



Come di colpo s'è ristretto il mondo

che sapore salato di metallo
stretto in bocca
e guardi il sole
a che punto del giro
da che parte
vorrai averlo alle spalle
tenterai
di tenermelo negli occhi
dove la prima botta
spazio alle spalle per saltare indietro
veniamo al dunque
a noi due
a bordo non è rimasto più nessuno
qui comincia e finisce il nostro mondo:
i nostri corpi
i noti sentimenti
le armi in dotazione
primo sangue secondo terzo quarto
i mille modi di mettere assieme
carne metallo anima unghie denti.

venerdì 14 marzo 2014

«Un grande odore di sudore seccato». Romanzi e poesia di Luigi Di Ruscio. Un'intervista con Andrea Cortellessa

Librobreve intervista #34

Il volume
appena uscito
per Feltrinelli
Questa settimana è uscito per Feltrinelli, nella collana "Comete", Romanzi di Luigi Di Ruscio (pp. 551, euro 39), curato da Andrea Cortellessa e da Angelo Ferracuti. Il volume contiene i seguenti titoli: Palmiro, Cristi polverizzati, Neve nera e l'appendice ApprendistatoDi Luigi Di Ruscio, che da lettore conobbi quando pubblicava le sue poesie con Editrice Zona (qui ad esempio trovate un estratto de L'Iddio ridente), si può scrivere molto oggi, a due anni di distanza dalla morte, dopo tutto quello che non è stato scritto o detto prima. Tuttavia preferisco lasciare subito lo spazio alle risposte di Andrea Cortellessa e a qualche informazione di servizio. Una prima presentazione del volume appena uscito si terrà a Roma domenica 16 marzo, al festival LibriCome all’Auditorium Parco della Musica, alle 18 nello spazio Garage, Officina 3 (insieme ai curatori ci saranno Giorgio Falco e Alberto Rollo). Poi sarà la volta della "sua" Fermo, venerdì 21, al Palazzo dei Priori alle 18.30 (insieme ai curatori interverranno Peppino Buondonno, Massimo Raffaeli e Alberto Rollo). Seguiranno altre presentazioni a Milano e Bologna, ma non è ancora stato deciso dove e quando. 

Luigi Di Ruscio (1930 - 2011)
LB: È appena uscito per Feltrinelli Romanzi di Luigi di Ruscio, libro curato da te e da Angelo Ferracuti. La prosa di un grande “spatriato” (Di Ruscio emigrò giovane in Norvegia è lì morì nel 2011 a 81 anni) è accolta in un circuito di pensieri che tenta di allargarsi. Quale il senso di questa pubblicazione, oggi, post res perditas?
R: Dici bene Alberto, c’è urgenza di “allargare”, di far spazio a Di Ruscio – quanto più spazio possibile. Il senso del libro spero sia quello di una restituzione: di un grande scrittore ai lettori che gli sono mancati in vita; come del pubblico all’autore che quel pubblico lui, a modo suo, s’è sempre sforzato di cercare. Una restituzione che il destino ha voluto, purtroppo, che Luigi non potesse vedere coi suoi occhi. È un bene, allora, che il volume delle «Comete» assommi a quasi seicento pagine fitte fitte (anche se un prezzo di copertina così elevato, trentanove euro, mi pare sotto tutti i punti di vista assai sbagliato), riuscendo così a far spazio a tutti i principali libri in prosa (sino a Neve nera, l’ultimo in ordine di tempo, che per così dire “completa” il tracciato memoriale di Palmiro e di Cristi polverizzati conducendoci nell’esistenza quotidiana di Luigi nell’esilio norvegese).
Il senso di costrizione, di claustrofobia quasi, che si respira direi soprattutto nella sua poesia, è un portato della “stretta” esistenziale che poi, di là dalla filosofia (che è comunque chiave d’accesso privilegiata alla scrittura di questo incredibile autodidatta, sorprendente quanto Dino Campana un secolo prima…), è quanto portò il giovane Di Ruscio alla scelta della spatriazione. C’è molto dell’Italia di quei soffocanti anni Cinquanta, nel microcosmico vicolo di Fermo che fa da protagonista nella prima raccolta poetica pubblicata nel ‘53, a ventitré anni, col lancinante titolo scelto da Franco Fortini, Non possiamo abituarci a morire. Un’Italia soffocante sul piano politico e culturale (cito sempre l’episodio della visita alla musa del neorealismo “ufficiale” Renata Viganò, raccontato in Cristi polverizzati, come emblematico dell’inconciliabilità di Di Ruscio anche cogli ambienti che in teoria avrebbero dovuto essere i più ricettivi nei suoi confronti; è una storia proseguita anche in seguito e che spero non si ripeta anche oggi…), almeno quanto sul piano sociale ed economico.
Come tanti prima di lui, Ruscio credette di potersi creare un minimo di spazio vitale attraverso la scelta dell’emigrazione, ma in realtà a Oslo finì per rinchiudersi in un microcosmo ancora più ristretto di quello della “Marca sporca” che aveva abbandonato: il «fortino» del suo tavolino da scrittura che ha descritto Angelo Ferracuti, entro il quale barricato Luigi picchiava a martello, implacabile, sulla Olivetti 46 e poi sulla tastiera del pc. Come a duplicare spettralmente – in quell’enclave linguistica che annoverava un solo abitante – la febbre tayloristica del suo lavoro alla catena di montaggio, nella fabbrica metallurgica dove ha picchiato per quarant’anni.

LB: Sei in una classe di una scuola superiore. Hai pochi minuti (qui una dozzina di righe, poniamo) per suggerire la lettura della prosa di Di Ruscio. Che cosa fai, che cosa dici?
R: A differenza della sua poesia, quasi sempre reclusa nelle sue pour cause martellanti cellule ritmiche (spia di questa condizione “ferma” – ribadita dall’allusivo titolo scelto da Di Ruscio per la sua prima autoantologia, Firmum, pubblicata nel ’99 – mi pare il basso tenore metaforico che ha così ben descritto Massimo Raffaeli, il suo maggior lettore), la prosa dei cosiddetti Romanzi incarna appieno questo senso di reclusione esistenziale, sì, ma offre al lettore anche continui squarci: apre brecce, opera slarghi insperati che trafiggono la colata delle “lasse” prosastiche di tagli di luce lampeggianti, bagnandosi di una vitalità (a un certo punto di Cristi polverizzati Luigi cita proprio l’«accrescimento di vitalità» che associava alla poesia, citando il Leopardi dello Zibaldone, Alfredo Giuliani nell’introduzione ai Novissimi – Di Ruscio scrive anzi «nuovissimi» – del ’61) e di una sensualità fragranti, quasi efferate. Un po’ come era capitato a Palazzeschi un secolo prima, racconta Di Ruscio che quando iniziò a scrivere in prosa – poco dopo l’esordio poetico – lo fece con la stessa disperazione che si respirava nei suoi primi versi; ma che a un certo punto (come, ha raccontato una volta Sanguineti per spiegare la capriola, il capovolgimento in Palazzeschi, capitò a Kandinskij che una sera, rientrato a casa, si sorprese ad apprezzare un certo suo quadro poggiato a testa in giù…) quella cupezza e quella tetraggine si capovolsero in satira e in grottesco, in umorismo, in comicità ribalda e travolgente. C’è un riso esplosivo, nella prosa di Di Ruscio, che quando si scatena spazza via tutto. È la forza vitale della scrittura che si manifesta, che prende letteralmente corpo. Quando si assiste a un fenomeno del genere ci si sente meglio, proprio fisicamente. Non mi pare poco.

LB: Il dolore, con tutto quello che questa parola ha voluto dire, soprattutto nel secolo scorso, mi pare l’ago della misura giusta per cucire assieme la prosa e la poesia di Di Ruscio. Sei d’accordo?
R: Sì, il dolore o, per dirla con Heidegger (non so se fra le ricche e strane letture filosofiche di Di Ruscio figurasse anche lui, ma certo l’incipit di Cristi polverizzati a questo fa pensare), la gettatezza: l’angoscia di una condizione umana che appartiene a tutti noi, indipendentemente dalle condizioni materiali in cui ci troviamo. Non a caso Luigi insisteva a protestare contro l’etichetta manualistica cui le storie della poesia lo hanno frettolosamente ridotto, quella di “poeta operaio” (lo stesso titolo della seconda autoantologia, Poesie operaie del 2007, andrebbe letto – come preferiva infatti pronunciarlo Luigi – «operaie poesie»). Quella descritta dai suoi versi non è solo e non è tanto la condizione operaia (che peraltro queste poesie riproducono, certe volte, con un senso di fisica esattezza pressoché schiacciante: penso alla descrizione quasi cronachistica di un incidente sul lavoro nella quarantasettesima delle Poesie operaie), bensì la condizione umana in generale. Lo stesso aveva mostrato Simone Weil nel libro uscito postumo che s’intitola La condizione operaia, proprio, e che Fortini traduce giusto l’anno prima dell’esordio poetico da lui prefato di Di Ruscio, nel ’52. Per scrivere quel libro Weil doveva necessariamente averla vissuta sulla sua pelle (anche se fu storia di un solo anno, la sua), la vita in fabbrica; ma solo per trascenderla nel ritratto filosofico di una forma di vita che nella modernità, salvo privilegiate eccezioni, è stata quella conosciuta da tutti noi. Una vita all’insegna della subalternità, della repressione degli istinti, del tempo sottratto alla nostra interiorità. Lo stesso ci mostra Di Ruscio, con l’ossessione per la figura della ripetizione (che esplicitamente riproduce il meccanismo della catena di montaggio) o attraverso l’allegoria del chiodo. A Oslo, la fabbrica dove lui ha lavorato quarant’anni produceva appunto chiodi: e tanto nella prosa che nella poesia di Di Ruscio, il cui sostrato cristiano è importantissimo, questo particolare diventa naturalmente il correlato oggettivo di un’esistenza crocifissa alla necessità, alla contingenza, alla quotidianità. «Cristi polverizzati» – i crocifissi che smercia il personaggio picaresco di Moscatritata nel libro omonimo – siamo insomma tutti noi. In esergo a Poesie operaie stanno quattro versi di Fortini: «Voi che da mille anni / Portate i mali del mondo / E ne ridete / E ne morite». 

LB: In un passo di Cristi polverizzati, ricordato anche da Massimo Gezzi in un suo contributo su Di Ruscio pubblicato in «Istmi – tracce di vita letteraria», si legge «Si sono invertite le parti, la poesia è diventata un fatto critico e la troverai meglio vagante nell’oceano della prosa, siamo rimasti fulminati e scottati giocando tra le altissime tensioni. Ogni verso speculato sino all’ossessione come si trattasse di un sillogismo, il sorriso della spontaneità è rimasto nella prosa, qui è ancora possibile il libero gioco dell’intelligenza». Mi sembra un passaggio pregno di conseguenze...
R: È quello che provavo a dire poco fa. Hegel, un autore che invece di sicuro Di Ruscio ha letto (un suo esergo figura in Cristi polverizzati), parlava di «prosa del mondo» per il mondo della «finitezza» e «oppresso dalla necessità», in cui «ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contempo da ciò che è altro». Se di ciò è lecito considerare inverso simmetrico la poesia, questa appunto la troviamo nella prosa, di Di Ruscio, anziché nei suoi versi. È nella sua prosa che la temperatura della scrittura si fa incandescente, rompe tutti gli argini, libera spettralmente dalla sua croce – almeno per qualche attimo – il fantasma di chi scrive. E, con lui, noi che lo leggiamo. Sono  molto contento che Luigi avesse apprezzato, della prefazione che scrissi a suo tempo a Cristi polverizzati, soprattutto il passo che dedico alla sua descrizione dell’amore con Palmina, alias la Palmira. Pagine strepitose, di una sensualità avvolgente e traspirante, che ci riconciliano con la disgrazia di avere un corpo.

LB: Sei in una classe di una scuola superiore, diversa di quella di prima. Hai pochi minuti per suggerire la lettura della poesia di Di Ruscio. Che cosa diresti per introdurre la poesia che ora ci lasci per concludere questa intervista? Grazie.
R: Per apprezzare appieno la sfrenatezza della prosa di Di Ruscio, leggendo, bisogna essere passati per la croce della sua poesia. Così come per avere una minima chance di fare l’esperienza della sfrenatezza e della liberazione, nella vita, dobbiamo passare per freni e vincoli che conosciamo, ahinoi, così bene. Nelle ultimissime poesie che ci ha lasciato Luigi questo sciogliersi coincide, purtroppo, con lo sciogliersi dell’esistenza. La poesia con cui vorrei lasciarti è una delle ultime che ha scritto. Luigi la mandò il 31 gennaio 2011 all’editor feltrinelliano che gli aveva fatto il contratto per il libro che ora è uscito, Alberto Rollo, e fu pubblicata su Nazione indiana il giorno della sua morte, il 23 febbraio seguente:

ho la bocca piena di farfalle
e se apro la bocca
voleranno via tutte
e non ritorneranno neppure
se rimango a bocca spalancata
per una eternità


domenica 2 marzo 2014

"Le notti chiare erano tutte un'alba". Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale curata da Andrea Cortellessa

Leggere una Grande Guerra #1

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Incomincio con un'antologia poetica, anche se poi non credo tornerò molto sulla poesia all'interno di questo nuovo spazio di segnalazioni. (Sarà probabile che stazioni su narrativa e saggistica.) Mi è capitato di sfogliare e leggere qualche antologia straniera di poesia della Prima guerra mondiale, tuttavia credo che in Italia siamo fortunati a poter contare sul lavoro svolto da Andrea Cortellessa e intitolato Le notti chiare erano tutte un'alba (Bruno Mondadori, pp. 528, euro 15, prefazione di Mario Isnenghi; è un libro che sembra ancora in commercio, anche se probabilmente inizia a essere di scarsa reperibilità e si auspica sicuramente una nuova edizione). L'antologia apparve in occasione degli ottant'anni dalla fine del conflitto, nel 1998. Oltre ad essere un'antologia ricca, esaustiva e attenta a tutte le voci che si sono confrontate col tema anche a distanza di anni (vedi il caso di Andrea Zanzotto e de Il Galateo in bosco), c'è da dire che l'impianto scelto allora dal giovane critico regge benissimo negli anni. Per questo penso, quasi vent'anni dopo, che siamo fortunati e che non credo che in Europa si trovino antologie simili. L'interesse per un volume del genere è pertanto duplice: da un lato troviamo radunata la migliore poesia italiana della Grande Guerra e dall'altro troviamo ampi spazi critici che intervallano i testi, veri e propri contributi, ricollocati in percorsi di lettura capaci di sintetizzare le linee di forza di quella scrittura poetica. Quest'antologia ha riempito un vuoto e lo sta tuttora eccellentemente occupando. 

STRACCI DI NEBBIA LENTI 
di Camillo Sbarbaro


Stracci di nebbia lenti
e cenere d'ulivi.
Quasi a credere stenti
che vivi.

È la pioggia una ninna-
nanna di triste fanciulla;
al corpo che giace
la terra, una culla.

Romano di Ezzelino, 1918



(Qui il post relativo alla nuova edizione dell'antologia uscita nel giugno 2018 per Bompiani).

martedì 2 aprile 2013

Intervista con Silvia De March in occasione della presentazione del Meridiano di Amelia Rosselli a Treviso

Librobreve intervista #13



Venerdì 5 aprile 2013 - ore 21
Libreria Canova di Treviso
Piazzetta Lombardi 1
Presentazione del Meridiano Mondadori
di Amelia Rosselli L'opera poetica
con Silvia De March e Paola Bellin

Proseguo con le segnalazioni di appuntamenti interessanti, in programma nelle vicinanze dei luoghi dove vivo e che hanno a che fare con i libri, all'insegna del motto che mi sono inventato or ora breve distanza/libro breve. Stavolta però il libro non è breve, visto che si tratta del Meridiano Mondadori contenente l'opera poetica di Amelia Rosselli. Tuttavia, l'utilità immediata di opere simili è quella di rendere possibile la lettura, in edizioni critiche e commentate da esperti, le tante opere di poesia - quelle sì quasi sempre brevi - divenute introvabili (pensate a un poeta come Sandro Penna ad esempio, del quale manca ancora un'edizione critica di riferimento dell'intera opera poetica). La vicenda editoriale dei libri di Amelia Rosselli coincide con questa situazione: da tempo molti libri erano divenuti introvabili o contenevano addirittura degli errori, com'è il caso dell'Elefante Garzanti su cui mi baso anch'io. 
Le domande di quest'intervista sono per Silvia De March, tra i maggiori "rossellisti" e autrice di una monografia innovativa intitolata Amelia Rosselli tra storia e poesia, uscita qualche anno fa per la casa editrice L'Ancora del Mediterraneo. Anche Silvia De March è stata convocata da Andrea Cortellessa nella squadra che ha reso possibile l'impresa di questo Meridiano. Proprio lo scorso 28 marzo Andrea Cortellessa ha ricordato Amelia Rosselli su Radio3 nel giorno dell'anniversario della nascita e rimando a questo link per la pagina descrittiva e il podcast della trasmissione. Sempre nell'ottica di segnalare risorse interessanti disponibili in rete, rinvio ad un lucido paper di Silvia De March sul rapporto tra Amelia Rosselli e Ingeborg Bachmann, contributo che stava alla base di una domanda che poi, per ragioni di spazio, abbiamo deciso di tagliare. Prima di lasciare parola a Silvia De March ricordo infine Enzimi, il notevole progetto tra arti visuali, musica, danza e teatro del quale l'intervistata è coordinatrice.

LB: Nel 1963 si registra l'esordio in poesia della Rosselli, le 24 poesie uscite su "Il Menabò". Il Meridiano dedicato ad Amelia Rosselli, che andrete a presentare alla libreria Canova di Treviso il 5 aprile, è uscito nel 2012 ed è frutto di un lavoro corale. Oltre alla curatela di Stefano Giovannuzzi e allo sguardo concentrato di Emmanuela Tandello, sua traduttrice in Sleep, molti studiosi si sono spesi per la sua riuscita. Potresti brevemente ricordare il compito di ciascuno dei curatori e soffermarti infine sul tuo compito specifico?
RISPOSTA: Una caratteristica inedita per la collana Meridiani Mondadori è stato proprio il lavoro di équipe, concepito da Andrea Cortellessa, per realizzare un'opera capitale come questa integrando gli apporti delle migliori risorse specializzate. Il ragionamento di base era semplice e molto affine al processo che ha guidato il lavoro collettivo di Parola plurale: radunare in questo caso i rossellisti più incalliti e qualificati e affidare a ciascuno la responsabilità di una parte, quella per cui si erano distinti, esponendoli ad un reciproco confronto costruttivo. Oltre agli studiosi da te citati, sono stati coinvolti Chiara Carpita, Francesco Carbognin, anch'essi italianisti che hanno dedicato la propria carriera di ricerca alla Rosselli, e Gabriella Palli Baroni, già autrice del Meridiano di Bertolucci. Ciascuno di loro ha curato la raccolta che meglio aveva studiato, mirando ad avvicinarsi alla volontà d'autore e arricchendo gli apparati di quelle considerazioni che nutrirebbero un'edizione critica. Io, invece, ho proseguito la ricostruzione delle vicende biografiche dell'autrice, al di là della soglia del mio libro precedente, che si assestava all'inizio degli anni '60, su Variazioni belliche.
È sempre difficile avere a che fare con grandi opere editoriali: la libertà di intervento è ridotta, l'organizzazione ben calibrata. In questa prospettiva un po' tutti gli studiosi coinvolti hanno rinviato a pubblicazioni future di quel "surplus" di ricerca che non ha potuto confluire nel Meridiano. Mi sembra un buon compromesso pragmatico, che può anzi mantenere il Meridiano alla funzione libro e spostare il dibattitto letterario, spesso estraneo al lettore comune, su altre sedi.

Un suo singolare 
libro breve: 
Serie ospedaliera
LB: Restiamo per poco ancora sull'antitesi del libro breve, il Meridiano, opera che spesso però raduna tanti libri brevi. Ricordo che Andrea Zanzotto, poeta da te amato e che a sua volta ha elogiato la tua monografia sulla Rosselli, brontolava sempre, in quel suo modo simpatico e toccante al tempo stesso, contro la "forma Meridiano". Anche se in fondo costituiva un approdo importante e canonizzante, usciva spesso dicendo che nel suo caso era arrivato troppo presto, quasi come "una pietra sopra" e finiva a lamentarsi persino del formato "poco arioso", dove era difficile far rientrare l'esuberanza segnica che si incontra ad esempio sulla pagina de Il Galateo in Bosco. Diverso il caso della Rosselli, per la quale il Meridiano arriva post-mortem. Ti è capitato di riflettere su questa forma-libro del Meridiano? Siete soddisfatti del risultato o lavorare ad opere così grandi comporta sempre qualche inevitabile rimpianto o ripensamento ex post?
RISPOSTA: Il Meridiano è senz'altro una forma fossilizzante; se l'opera è in divenire, ovvero se gli autori sono viventi, la iberna, le infligge un oltraggio. Tuttavia, nel caso di Zanzotto ha consentito - pur con un dispendio di fatica non commensurabile - di risalire precisamente alla volontà d'autore, che poteva egli stesso ancora chiarire. Senz'altro la ricerca scientifica è stata implementata dalla testimonianza diretta e precisa, col limite di essere forse condizionata nella sua oggettività. Il rapporto tra gli autori e i propri testi e le varie loro versioni è sempre controverso. 
Inoltre, Zanzotto, a proposito dei Meridiani di Pasolini, denunciava una sorta di "abuso" perché "Pasolini non avrebbe mai conservato o dato valore a così tante carte".
Il limite di una restituzione fedele alle intenzioni formali dell'autore è stato evidente anche nel caso Rosselli: il principale timore iniziale era che il formato del Meridiano sacrificasse il verso lungo dell'autrice, con rimandi a capo poco rispettosi dell'occupazione dello spazio (considerando poi la rilevanza degli Spazi metrici, saggio della Rosselli sul rapporto tra metrica, ritmica e geometria). Il risultato tipografico ha superato invece le aspettative iniziali, presentando pochi casi di adattamento. Ciò che invece non si è potuto allineare alla veste del Meridiano è stata la concezione originaria di Serie ospedaliera. Si tratta di una raccolta edita nel 1969 da Il Saggiatore, impresa ardita di Alberto Mondadori, figlio di Arnoldo. Soltanto lui, a differenza di Garzanti o Feltrinelli, aveva accettato di stampare trascrivendo i caratteri della macchina da scrivere IBM utilizzata dalla Rosselli: su di essi, l'autrice aveva fatto uno studio matematico per trovare lo spazio che corrispondesse alla giusta unità di tempo e potesse definire il lato di un quadrato che contenesse e limitasse il testo poetico. L'edizione originale è assolutamente sui generis ed è stato un peccato non poterla riprodurre nel Meridiano.
Si attendeva da circa un decennio che la Rosselli rientrasse in questa collana. Innanzitutto perché  la precedente edizione integrale nella linea economica della Garzanti era fuori catalogo e non risultava nemmeno corretta. Le singole raccolte, a bassa tiratura, stavano diventando introvabili. Chi avesse voluto confrontarsi coi testi della Rosselli avrebbe dovuto avventurarsi tra scaffali isolati di biblioteche sepolte e disperse. Per chi intendesse avvicinarsi alla lettura con intento di studio ed analisi approfondita mancava dunque uno strumento necessario.
L'attenzione su di lei si è notevolmente accesa dal 2006, decennale dal suo suicidio, in cui sono comparse diverse pubblicazioni. Ma anche negli anni precedenti proprio questo suo gesto aveva fatto rivalutare molto la sua figura, sempre ai margini della scena letteraria. Il senso di colpa del mondo letterario si è commisto ad altri sentimenti agiografici talvolta parassitari, ispessendo un'aura orfica che non ha giovato ad una lettura attenta.
Il Meridiano ha il merito di restituire il testo e ricostruire vicende biografiche ed editoriali con oggettività.
Soprattutto riconosce il valore assolutamente originale e al tempo stesso rappresentativo della Rosselli, svincolandola da letture che l'hanno relegata alla dimensione della bizzarria formale.


La copertina del libro
di Silvia De March
LB: Addentriamoci ancor di più dentro il libro (più) breve della puntata, il tuo Amelia Rosselli tra storia e poesia, uscito per L'Ancora del Mediterraneo nel 2007. Questo studio si caratterizza per un approccio innovativo, pur nascendo da un momento "canonico" della vita universitaria qual è quello della tesi, con la quale è difficile essere innovativi o, peggio ancora, secondo il costume accademico, "eretici". Ci racconti di come ha preso forma in te, quali le premesse, quali le sorprese strada facendo? A mio avviso un aspetto innovativo si ravvisa già nel titolo, il quale, nell'apparente ma sibillina semplicità, inserisce quel binomio assai problematico di "storia e poesia"... 
RISPOSTA: L'incontro con Amelia Rosselli fu assolutamente casuale. Rientrava in un mio folle percorso di catalogazione sistematica della poesia degli anni Cinquanta, a cavallo tra neorealismo e nuovi sperimentalismi. Ci arrivai per caso senza averne mai sentito parlare prima e senza conoscere la sua provenienza famigliare. Ricordo benissimo il giorno in cui la lessi per la prima volta. Fu per me folgorante: ogni altra ipotesi di ricerca fu d'emblée stralciata dalla potenza della sua figura e della sua scrittura e dalla molteplicità di sollecitazioni che aveva innescato.
Fu una tesi assolutamente formativa, che mi schiuse ambiti anche lontani, come la storia della musica nel Novecento, oppure l'ingresso della psicanalisi in Italia, la densità di contenuti del dibattito nel pieno della Ricostruzione dell'Italia.
La scelta rispondeva ad una mia propensione, che andava chiarendosi, verso scritture letterarie impegnate nella ricerca formale e al tempo stesso nella pregnanza di contenuti d'urgenza attuale. I temi trattati acquisivano spessore proprio grazie ai meccanismi letterari che ne innescavano le potenzialità comunicative. L'originalità della forma faceva la differenza letteraria e misurava anche l'"impegno" nella testimonianza della realtà.
Tra il 2004 e il 2006 si poteva ancora parlare di "approccio innovativo" perché il mio studio fu il primo, nel panorama rosselliano, a spostare l'attenzione dalla descrizione stilistica all'interpretazione ermeneutica a partire da una ricostruzione realistica e storica del mondo che l'autrice intendeva esprimere. Avere il coraggio di dire "cerchiamo di capire cos'ha da dirci Amelia" nel 2004, nell'estrema provincia dell'impero, certo, sembrava eretico, specie in ambito accademico dove non era consentito trattare autori del Nocecento su cui pagine critiche dovevano ancora essere scritte da altri. Più complessivamente fino ad allora sulla Rosselli erano state prodotte soltanto esercitazioni di analisi morfologica. Sembrava mancasse la legittimazione a indagare il messaggio dell'autrice incluso nel miracolo della sua forma.
La mia pubblicazione è stata salutata favorevolmente nel mondo dei rossellisti e ha schiuso o meglio anticipato una serie di pubblicazioni orientate all'indagine dei contenuti. La ricostruzione del background storico-culturale della nostra restituiva tridimensionalità e complessità ad una voce troppo sottile quanto pungente. Ciò è stato possibile raccogliendo una varietà di testimonianze di conoscenze dirette, estranee al mondo letterario e legate soprattutto alla sua formazione. Ma soprattutto ho ricevuto per prima e in via esclusiva l'autorizzazione di accedere all'archivio privato di Amelia Rosselli depositato al Centro di Tradizione Manoscritta di Pavia, prima precluso dal vincolo di riservatezza. L'operazione è stata resa possibile grazie alla fiducia accordatami dalla famiglia Rosselli. Il contatto diretto con la scrittura privata di Amelia, in particolare con le lettere inviate al fratello, ricordo che è stato caustico perché evidenti erano le stigmate della patologia schizofrenica. Si trattava di un ampio materiale che consentiva di ricostruire quasi la sua quotidianità, collocando precisamente esperienze, incontri, viaggi accanto alla riflessione sulla sua opera poetica.
È quindi stato naturale dedicare una parte del mio studio all'interpretazione dei testi come forme di sporgenza di quel parterre che via via mi si chiariva. Alla mia interpretazione, che considerava la rilevanza e l'imminenza della politica nell'orizzonte della poetessa, si è spesso attribuita una marca "ideologizzante", senza volersi confrontare con la realtà dei fatti: Amelia Rosselli ad ogni sua presentazione (oggi consultabili nella raccolta di interviste È vostra la vita che ho perso, volume curato da me e Monica Venturini per Le Lettere) forniva alcuni elementi fissi, come se interpretasse un canovaccio; tra queste costanti c'era il fatto di essere figlia di Carlo Rosselli e di essere comunista. Evidentemente sono elementi centrali nella costruzione della propria immagine autoriale e della propria prospettiva esperienziale. Sta a noi appiattirli ad una lettura ideologica oppure interpretarli alla luce di una contestualizzazione.


Il libro
di Giulio Ferroni su
Giudici e Zanzotto
LB: Per concludere vorrei frugare all'interno della tua duratura attenzione verso la scrittura poetica e lanciare idealmente qualche ponte per proseguire la lettura. Quali secondo te le esperienze più significative nel panorama attuale, non necessariamente soltanto italiano? Quali sono le aperture per le quali sei debitrice ad Amelia Rosselli e quali le tue ultime "conquiste"?
RISPOSTA: Il discorso è piuttosto complesso. La curiosità letteraria di Amelia Rosselli fu gravemente compromessa dalla sua malattia, che non le lasciava molti spazi mentali ed energie emotive per svolgere la funzione di intellettuale vigile che essa stessa si era prefissa, subendo poi un forte senso di impotenza. Senz'altro per definire la sua collocazione e comprendere la sua formazione mi sono schiusa la lettura di molti suoi contemporanei e alcuni autori inglesi per lei di riferimento, a partire da Dylan Thomas.
Grazie a lei non mi è più parso chiaro il limite tra soggettivismo e oggettività che è divenuto parte strutturante della mia ricerca. La Rosselli muove dalla lirica trovando ogni forma che possa ridimensionare l'io: lo spazio metrico cubico, l'affidamento all'I Ching nella composizione, la misura del tempo e dello spazio geometrico, i mandala, la metrica atonale e quindi universale. A cavallo tra la I e la II guerra mondiale, inizialmente in ambito anglosassone, poi anche nel cuore dell'Europa e in Italia, un insieme di ricerche mirano a desoggettivizzare la scrittura oppure oggettivizzare il vissuto soggettivo, pur mantenendo un legame inscindibile con l'esperienza della realtà. Sono scritture che sfidando l'interpretazione più meramente fattuale del realismo e ciò che mi affascina è la controversa fedeltà alla restituzione della realtà di cui si è sintomo.
Se dovessi invece valutare l'influenza letteraria della Rosselli sulle generazioni successive dovrei aprire un capitolo dedicato a questioni di ricezione in relazione ai momenti precedenti o successivi alla canonizzazione. Senz'altro la Rosselli è stata molto nota trasversalmente nell'ambiente romano. Ma la sua circuitazione libraria era assai di nicchia e si è spesso ribadito come la Rosselli vivesse ai margini della società letteraria. Poetesse oggi mature hanno scritto anche in mancanza della sua conoscenza diretta, pur raggiungendo risultati degni di nota anche all'interno della famiglia degli sperimentalisti.
La canonizzazione di Amelia Rosselli all'interno di antologie scolastiche è cominciata intorno ai tardi anni Novanta, grazie in particolare al magistero di un critico tetragono come Luperini. La sua più ampia divulgazione coinvolge dunque generazioni che cominciano ora ad esprimersi o che sono a venire.
Difficile concludere indicando le esperienze più significative del panorama attuale: è appena morto il Novecento italiano - Zanzotto, Pagliarani, Giudici - e riferimenti esterni come la Szymborska lasciano il vuoto. Le loro stature si sono consolidate per accrescimenti successivi. Occorre tempo per maturare altezze e stagliarsi in prospettiva.

giovedì 3 maggio 2012

da "al Limite", di Antonella Bukovaz

Una poesia da #4












Siedo da anni nell'ansa
dove curvano i pensieri
si congiungono e riavviano
mi infilo nello spazio tra uno e l'altro
allargo le gambe - divarico il tempo
tra la fine e il principio
della pausa prendo l'impronta.
[...]

Come i suoi compagni di collana, al Limite (Le Lettere, collana Fuori Formato, pp. 120, con DVD, euro 32) è una perla luminosa. Ne registro la sfericità vibrante nel panorama della recente poesia in lingua italiana con parecchio ritardo (il libro è infatti uscito nel 2011), ma non credo ci sia un time to market troppo stringente da rispettare in poesia. Per questa poesia. Antonella Bukovaz ha qui concentrato lo sforzo di una geografia poetica e di un percorso vocale tra i più avvincenti (da sempre infatti sperimenta la multimedialità, come nel DVD allegato realizzato assieme a Paolo Comuzzi e con le composizioni musicali di Antonio Della Marina). Attiva in quell'area (aria?) di confine tra Italia e Slovenia, in quel paese di Topolò (Topolove) salito agli onori della cronaca per uno dei più intelligenti festival artistici d'Italia (Stazione di Topolò/Postaja Topolove), poeta di intervalli e pendolare di valli (quelle del Natisone), tra San Pietro e Cividale, Antonella Bukovaz offre oggi una delle più aperte letture del paesaggio post-Zanzotto. Andrea Cortellessa, curatore della collana, parla giustamente di poesia site-specific, rimandando al parallelo con la prosa del paesologo Franco Arminio, autore di una bellissima nota conclusiva di cui riporto alcuni stralci importanti:

"C'è un solo punto del corpo da cui non si vede il cielo. Questo punto è lageografia tatuata sulla pianta dei piedi. Il contatto con la terra è la prima regola della nostra postura, ma è come se fosse in corso una rimozione del punto d'appoggio. La terra è la base, è come vivere in un vaso: a pensarci bene ogni passo è fioritura, è un andare e vedere dove siamo, dove possiamo andare.
Io ho sempre letto i versi di Antonella Bukovaz cercando in essi il luogo da cui provenivano. Ogni corpo è un luogo di confine tra la terra e la carne e noi abitiamo sempre un bordo, un borgo minacciato di estinzione [...] In ogni caso io amo la scrittura che mi dice dove si trova chi scrive, che vento e che nuvole e che macchine vede intorno a sé lo scrittore. [...] La poesia è un po' come la colatura di alici. [...] 
Il luogo funziona come da spremiagrumi. Quando si rimane a lungo nel posto in cui si è nati, quasi sempre ci si spegne lentamente per inalazione di dosi minime e continue di ossido di carbonio. Perché la combustione avviene al chiuso, perché bisogna bruciare se stessi per darsi calore e luce. [...] Con lei (con Antonella Bukovaz, ndr) siamo sui monti, siamo al confine, sospesi tra un'identiqua e un'identilà. E siamo ad Oriente. È come portare Saba ad alta quota, dalle galline alle poiane. [...]"

Poesia site-specific quindi, ma poesia sulla fissità e sulla sparizione del luogo, dello spiraliforme mutare di natura, di simmetrie, delle invarianti del pendolo che ha come estremi la stanzialità del corpo e il nomadismo di ciò che è più perduto, il saluto di un verso quindi, di una poesia immersa in uno dei più lacerati "problemi della lingua" conosciuti nel secolo scorso, come giustamente ricorda Moreno Miorelli nella sua nota sugli indissolubili aspetti storico-geografici di quest'area: "La situazione ha mille sfumature e complessità che è impossibile qui approfondire, ciò che rimane è un “problema della lingua”, per chi l’ha difesa e per chi l’ha rifiutata, che si trasforma in un caso eccezionale, unico, come se in un bicchiere d’acqua si fossero radunate pronte allo scontro tutte le tensioni e le contraddizioni di secoli di storia, simboleggiate e concentrate in una parlata, in un dialetto che il solo nominarlo, praticarlo o studiarlo ha creato, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, asti e irremovibili sensi di colpa o di rivalsa o di rifiuto e questo per la più naturale delle espressioni umane, il parlare. Quella che richiederebbe, per non venire fraintesa, per dare forme chiare al pensiero, la più grande quiete."

 Davvero una delle più belle letture (e visioni) degli ultimi mesi (cercatela anche su Youtube).



CAMERARDENTE



Nello sciame quantico
quanti siamo? Affondiamo
sempre più nella lingua
deglutiti da boschi d’alfabeti
si emerge a cercare calma
ci tiene a galla
un confine mai divelto.
Una corruzione inesorabile accompagna la crescita
e la parola
confine tra uomo e uomo
da questo abisso
risalire sarà una guerra
fino alla conchiglia delle mani
a scoprire una perla dal brillio del latte
pronta a esplodere o, nel peggiore dei casi
a perdere splendore
fino a ingrigire e spegnere
anche la luce intorno.
Dicono che sono caduti - i confini
ma com’è possibile? Erano tutt’uno
con le carni dei vicini e le ansie
da finitudine imperfetta
e la materia della lontananza!
Si è vissuti in un coagulo eroso
dal protendersi di opposti versanti
dalla notte delle strategie
da un misurato marasma.
Si è sopravissuti in sanguinaccio di identità.

E ora questa notizia!
……
Quindi ciò che sento è la presenza
di un arto fantasma?

Alla luce del desiderio del desiderio
sono evidenti le storture dello sguardo
i crampi alla percezione del reale
mentre il rimpianto dei confini
- poggiati su cuscini - di raso
è un’ode di cinque o sei versi
lungo i quali so schiantarmi e ricompormi
alla penombra della loro camera ardente.

Ho tenuto tra le mani il mio osso
ora non posso più respingermi
ma rischio di lasciarmi annegare
in questo che è il mio riflesso
e sembra mare.


(E se volete approfondire, troverete un'altra bellissima poesia, più lunga, in questo PDF scaricabile dal sito della casa editrice Le Lettere, dove l'epigrafe pasoliniana dice moltissimo del "problema della lingua"). 

Infine, data la natura del libro e dato il frequente ricorso al lavoro multimediale da parte dell'autrice, (con Sandro Carta, Marco Mossutto, Hanna Preuss, Antonio Della Marina e l'instancabile Teho Teardo), credo sia opportuno rimandarvi a questo video, le cui immagini stanno ai versi come le foglie ai rami, un lavoro che poi, tra l'altro, mi sembra così congeniale (consustanziale?) alla squisita irrequietezza che contraddistingue quest'artista.