![]() |
| La foto di copertina (per intero) |
Visualizzazione post con etichetta Roberto Bazlen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roberto Bazlen. Mostra tutti i post
venerdì 8 luglio 2016
"I profughi" di Arno Schmidt: la vita è un ripiego
Via via si sta ampliando il panorama delle traduzioni delle opere di Arno Schmidt, grazie anche alla collaborazione stretta con la fondazione che porta il nome di questo scrittore nato ad Amburgo nel 1914, la Arno Schmidt Stiftung. I profughi (pp. 160, euro 16, una curiosa copertina col volto a metà che forse riprende un certa tendenza delle foto dei "profili", volto che poi compare nella sua interezza sul retro) esce ora per Quodlibet nella cura e commento di un sempre più attivo Dario Borso (sua è anche la recente versione del primo libro di poesie di Paul Celan, La sabbia delle urne, proposto negli ultimi giorni da Einaudi). Di Borso, che assieme a Domenico Pinto forma la coppia dei principali artefici della proposta di Schmidt in Italia, va segnalato il ricco "Commentario" che accompagna il volume, quasi un'opera dentro l'opera. Il breve romanzo, che ha caratteristiche peculiari anche di impaginazione e passo, fu scritto nel maggio del 1952. Il quadro storico è tanto fondamentale quanto poco noto, oscurato com'è dalle grandi conferenze postbelliche e meno concentrato a fotografare gli effetti che queste produssero. Tale quadro coincide, nel caso della Germania, con quell'emigrazione forzata di milioni di tedeschi dalle zone orientali dell'Oder, nella cosiddetta linea dei fiumi Oder-Neiße, divenute territori di Polonia e Cecoslovacchia in seguito agli accordi di Potsdam, e del conseguente ammassamento coatto nell'area del Reno. In questo tremendo e brutale spostamento Est-Ovest di una fiumana di persone nel ventre dell'Europa centrale, in un panorama di macerie che non riusciamo forse più ad immaginare, si cala la storia d'amore tra chi prova a campare di traduzioni e una giovane vedova di guerra, Katrin, che ha perso una gamba, cammina grazie a una protesi e si sostiene grazie alla pensione di guerra del marito (è lei il personaggio vitale e chiave in questa vicenda).
Una storia d'amore, dicevamo. Ma non c'è tenerezza o intimità in queste pagine. Tutt'altro, è una storia d'amore mai letta o quantomeno rara in letteratura. C'è semmai la sopportazione di una vita quotidiana che si fa sempre più insopportabile, c'è la vera condivisione (non quella che chiamiamo oggi "condivisione"), c'è l'amore diverso e scorticante di chi è profugo fino al midollo (il titolo originale del libro è Die Umsiedler). Definito dall'autore "svelto e non breve", nella lettera che ne accompagnava il primo invio a Martin Walser, giovane redattore di "Süddeutsche Rundfunk", questo libro è un buon punto di partenza per cimentarsi nella lettura di questo autore e di una prosa che qui si muove in brevi capitoletti introdotti da riquadrate fotografie di parole seguite da uno "svolgimento". Il "metodo Schmidt", a livello scrittorio, non incontrò i favori di grandi traghettatori della letteratura tedesca nel Novecento (penso al deux ex machina di tanta editoria italiana novecentesca, Roberto Bazlen, a Cesare Cases, i cui pareri di lettura sono disponibili in un'opera meritoria pubblicata da Aragno o al tentativo di Einaudi di pubblicarlo trent'anni fa, tentativo che però finì per non agevolare la sua penetrazione in Italia). Ed è proprio nella ricerca di oggettività, così diversa da quella perseguita dal nostro Italo Calvino negli stessi anni, che oggi troviamo motivi di grande interesse nell'affrontare l'opera di questo autore. Certo leggere Schmidt può assomigliare a una fatica perché nella sua pagina si riversa una riflessione radicale sul senso della scrittura e della testimonianza, e questo riversamento non è quanto di più entertaining possiamo trovare oggi in libreria. Per Schmidt lo scrittore fa quello che lo storico non fa quasi mai con il proprio tempo, tanto è schiacciato su un asse orizzontale di diacronia: ne traccia un quadro, fissa, restituisce anche i processi mentali degli uomini che abitano questo preciso tempo. Non deve assolutamente passare il concetto che la suddetta fatica sia necessariamente sinonimo di spreco inutile di energie (sta già passando, anche in contesti un tempo insospettabili come quelli universitari). Non abbiamo nulla contro gli scrittori bravissimi che sanno tenere incollati alla pagina o che scrivono un libro-parallelepipedo di 1200 pagine che si fa leggere tutto d'un fiato (tutti campioni d'apnea siamo improvvisamente diventati!), ma abbiamo parimenti a cuore chi, scrivendo un libro breve o "svelto" che sia, sa farci alzare gli occhi dalla pagina di tanto in tanto, perplessi o riflessivi, e chi ci fa anche tirare il fiato mentre leggiamo e ci regala un respiro rivoltato. In quegli sguardi alzati dalla pagina o in quel fiato tirato possono celarsi infatti i più fervidi piaceri della lettura. Con la prosa di Arno Schmidt questo può accadere (non dobbiamo necessariamente correre tutti la maratona insomma e gli 800 metri sono sempre stati una delle più affascinanti gare dell'atletica leggera).
On parle de:
Arno Schmidt,
Cesare Cases,
Dario Borso,
Domenico Pinto,
I profughi,
Quodlibet,
Roberto Bazlen
mercoledì 3 settembre 2014
La critica impossibile. Conversazioni con Cesare Garboli
Di Mario Soldati, dell'amatissimo Molière, di Goffredo Parise e del coraggio espressivo del suo romanzo terminale e turbativo L'odore del sangue, ma anche di Vittorio Sereni o Ennio Flaiano (autore amato e studiato, ma di cui sottolinea gli effetti non sempre positivi dell'ambiente redazionale de "Il Mondo"), del disaccordo con la stimatissima Natalia Ginzburg sulla questione israelo-palestinese e su quello che scrive dopo la strage delle Olimpiadi di Monaco del 1972 e di molti altri autori e temi possiamo leggere in questo volume che le Edizioni Medusa hanno proposto da poco, quasi in concomitanza con il decennale della morte di uno dei nostri più grandi critici. La critica impossibile. Conversazioni con Cesare Garboli (pp. 96, euro 13, curato da Silvia Lutzoni e arricchito dagli scritti di Massimo Onofri e Marco Vallora) raccoglie una serie preziosa di contributi, conversazioni e soprattutto interviste del critico nato in Versilia, regione in cui tornò dopo una lunga parentesi romana, per dedicarsi principalmente al suo Dom Juan e a Pascoli.
Quante pennellate feroci può contenere un libro del genere! Ad esempio, in uno degli scritti qui raccolti, Garboli punta il dito quasi con naturalezza e normalità, senza sterile livore, su un aspetto del quale raramente prendiamo vera coscienza ovvero che gli intellettuali, presunti maestri di pensiero, quasi mai "pensano con la propria testa". In effetti quello che si registra è così, o perché sono intellettuali asserviti al potere o perché sono troppo legati a certe dinamiche di pensiero consolidate e non fluenti. Sono questi passaggi, calati quasi alla maniera di un inciso innocuo, che trasformano qualsiasi lettura di Garboli in una potente radunata del pensiero e dei pensieri, uno sfrondare l'inessenziale, un diffondersi di profumi d'intuizione che travalicano epoche, autori, periodizzazioni. Penso anche all'intervista in cui riflette sul Romanticismo, partendo da Kant. E non potrebbe essere diversamente.
Leggendo Garboli torna il dubbio (certezza?) che nel secolo scorso abbiamo avuto dei saggisti straordinari e che troppo spesso releghiamo la forma-saggio a un'arte minore (qui ci gioverebbe ricordare il "semplice" titolo dell'opera più nota di Montaigne). Non dovrebbe essere così, non può essere così, eppure mi pare che il percepito raramente illumini con la giusta luce quel che si muove nei territori della critica. E sicuramente scrisse molto, ma allo stesso tempo ritroviamo quella lucidità di chi sa scrivere anche per l'occasione, non sistematicamente, quella libertà di movimento che pochi pensatori e critici hanno dimostrato, spesso anchilosati a causa di un legame parassitario con un autore, un'opera o un'epoca. Si badi, la conoscenza e lo studio necessitano sempre di una qualche forma di parassitismo che però, se incontrollata, è soggetta al rischio di diventare dilagante e patologica. Garboli spazia e scrive forse soltanto quando serve. In fondo, a ben pensare, tanto di quello che abbiamo tradotto nel Novecento passa per Bobi Bazlen, ma cosa abbiamo di effettivamente scritto e pubblicato di Bazlen? Pochissimo. E in un ambito per me spesso fuori visuale come quello accademico penso a un docente come Adone Brandalise - e non solo perché ho avuto la fortuna di ascoltarlo -, di cui troverete pochissime pubblicazioni ma del quale, proprio in questi ultimi tempi, un gruppo di affezionati studenti sta proponendo le sbobinature delle registrazioni delle lezioni di teoria della letteratura tenute all'università di Padova (le trovate qui, e la sua analisi del Chisciotte è formidabile). Tutto questo si riversa necessariamente sul rapporto che Garboli ha coi libri, con il celebre "corpo a corpo" che con questi intraprende (e ricordato anche in questo volume), su un'avversione marcata alle pieghe prese dall'editoria.
Fu una vita straripante la sua, ossimoricamente dentro i ranghi dell'anarchia, che talvolta ebbe contatti da lui stesso definiti "casuali" con quasi ogni forma espressiva: poesia, narrativa, saggistica storica, la musica del quasi conterraneo Giacomo Puccini, cinema, senza dimenticare naturalmente quel teatro che resta il fuoco centrale, grimaldello privilegiato di conoscenza. A quarant'anni esatti dalla prima del suo Dom Juan di Molière e a dieci dalla morte ci troviamo tra le mani un utile volume per riaprire la porta della sua casa, il capitolo non certo risolto di Garboli e l'Italia, un viatico non trascurabile attraverso la sua pianura proibita.
Quante pennellate feroci può contenere un libro del genere! Ad esempio, in uno degli scritti qui raccolti, Garboli punta il dito quasi con naturalezza e normalità, senza sterile livore, su un aspetto del quale raramente prendiamo vera coscienza ovvero che gli intellettuali, presunti maestri di pensiero, quasi mai "pensano con la propria testa". In effetti quello che si registra è così, o perché sono intellettuali asserviti al potere o perché sono troppo legati a certe dinamiche di pensiero consolidate e non fluenti. Sono questi passaggi, calati quasi alla maniera di un inciso innocuo, che trasformano qualsiasi lettura di Garboli in una potente radunata del pensiero e dei pensieri, uno sfrondare l'inessenziale, un diffondersi di profumi d'intuizione che travalicano epoche, autori, periodizzazioni. Penso anche all'intervista in cui riflette sul Romanticismo, partendo da Kant. E non potrebbe essere diversamente.
Leggendo Garboli torna il dubbio (certezza?) che nel secolo scorso abbiamo avuto dei saggisti straordinari e che troppo spesso releghiamo la forma-saggio a un'arte minore (qui ci gioverebbe ricordare il "semplice" titolo dell'opera più nota di Montaigne). Non dovrebbe essere così, non può essere così, eppure mi pare che il percepito raramente illumini con la giusta luce quel che si muove nei territori della critica. E sicuramente scrisse molto, ma allo stesso tempo ritroviamo quella lucidità di chi sa scrivere anche per l'occasione, non sistematicamente, quella libertà di movimento che pochi pensatori e critici hanno dimostrato, spesso anchilosati a causa di un legame parassitario con un autore, un'opera o un'epoca. Si badi, la conoscenza e lo studio necessitano sempre di una qualche forma di parassitismo che però, se incontrollata, è soggetta al rischio di diventare dilagante e patologica. Garboli spazia e scrive forse soltanto quando serve. In fondo, a ben pensare, tanto di quello che abbiamo tradotto nel Novecento passa per Bobi Bazlen, ma cosa abbiamo di effettivamente scritto e pubblicato di Bazlen? Pochissimo. E in un ambito per me spesso fuori visuale come quello accademico penso a un docente come Adone Brandalise - e non solo perché ho avuto la fortuna di ascoltarlo -, di cui troverete pochissime pubblicazioni ma del quale, proprio in questi ultimi tempi, un gruppo di affezionati studenti sta proponendo le sbobinature delle registrazioni delle lezioni di teoria della letteratura tenute all'università di Padova (le trovate qui, e la sua analisi del Chisciotte è formidabile). Tutto questo si riversa necessariamente sul rapporto che Garboli ha coi libri, con il celebre "corpo a corpo" che con questi intraprende (e ricordato anche in questo volume), su un'avversione marcata alle pieghe prese dall'editoria.
Fu una vita straripante la sua, ossimoricamente dentro i ranghi dell'anarchia, che talvolta ebbe contatti da lui stesso definiti "casuali" con quasi ogni forma espressiva: poesia, narrativa, saggistica storica, la musica del quasi conterraneo Giacomo Puccini, cinema, senza dimenticare naturalmente quel teatro che resta il fuoco centrale, grimaldello privilegiato di conoscenza. A quarant'anni esatti dalla prima del suo Dom Juan di Molière e a dieci dalla morte ci troviamo tra le mani un utile volume per riaprire la porta della sua casa, il capitolo non certo risolto di Garboli e l'Italia, un viatico non trascurabile attraverso la sua pianura proibita.
Iscriviti a:
Post (Atom)


