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lunedì 15 ottobre 2018

L'ottavo numero della rivista "Pièra"

Riviste #10




È uscito Sabato 13 ottobre in distribuzione con il "Corriere del Veneto/Corriere della Sera" l'ottavo numero della rivista "Pièra", di cui qui riporto la copertina. Continuerà a rimanere in vendita nelle edicole di Treviso e provincia nelle prossime settimane. 

La rivista è pensata, scritta e realizzata dagli architetti dell'Ordine Professionale della Provincia di Treviso. Il nuovo fascicolo ricade in un progetto editoriale articolato su più numeri e dedicato al tema delle generazioni. Il percorso s'intende come un viaggio fra le generazioni degli architetti che dagli anni Sessanta ad oggi hanno intrecciato le loro vite professionali con lo sviluppo tecnologico, economico, politico della società civile. Un percorso scandito dagli ultimi decenni e che arriva a I giorni nostri, titolo del numero ora in distribuzione (qui si rinvia alle due pagine iniziali, con editoriale e indice). Molto belle, tra l'altro, sono secondo me le foto di Mauro Romanzi.

Ho ricevuto un invito a contribuire liberamente con uno scritto. Di qui La fionda. Dialogo d'ufficio a quattro voci, in sostanza una breve pièce, o meglio ancora uno sketch.

venerdì 17 agosto 2018

"Sette pagine", l'opuscolo di settepiani: il numero 0 e il numero 1 in preparazione

Riviste #9



Prende il nome dallo splendido racconto di Dino Buzzati lo studio editoriale settepiani, fondato a Perugia da Costanza Lindi e Elena Zuccaccia. Accanto a un insieme di servizi per editori, autori e aziende (si veda il sito qui), lo studio si è distinto negli ultimi tempi per il varo di una nuova rivista, un "opuscolo" come recita il sottotitolo del numero zero pubblicato qualche mese fa (piè di mosca edizioni, pp. 48 inclusa copertina, euro 8). 

In linea con il naming dello studio, l'opuscolo "Sette pagine", nelle parole delle curatrici, intende essere "una rivista a carattere antologico, quadrata e colorata, contenente testi degli autori che ci colpiscono nel panorama contemporaneo, uniti ad alcuni selezionati tra gli autori seguiti da settepiani, oltre a illustratori, progetti innovativi, eventi da segnalare."

Il numero zero contiene i racconti di Noemi de Lisi, Tommaso Maresca, Matteo Pascoletti e Carlo Sperduti. I quattro poeti scelti per inaugurare la rivista sono Dario Bertini, Angelica Buonaurio, Clery Celeste e Federica Guerra. C'è spazio per un saggio del progetto "Poetryon" di Barbara Pinchi e un'intervista sul primo anno di vita della libreria indipendente perugina Mannaggia - Libri da un altro mondo. Le illustrazioni del numero inaugurale sono di Maria Gabriella Gasparri.

Da qualche giorno è aperta la ricerca di autori (poeti e narratori) e illustratori per il numero 1 di "Sette pagine". Nel sito e nei canali social di settepiani potete trovare i dettagli per sottoporre i materiali, che si potranno inviare all'email info@settepiani.com. Il tema dell'opuscolo numero 1 sembra un chiaro omaggio a uno dei più bei dischi di Piero Ciampi: dentro e fuori.

mercoledì 31 agosto 2016

Il volume di "Riga" dedicato a Goffredo Parise (e un frammento inedito sull'Arizona)

Riviste #8


Da pochi giorni è in libreria il trentaseiesimo volume della rivista "Riga" dedicato a Goffredo Parise (Marcos y Marcos, pp. 544, euro 28, a cura di Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa). La pubblicazione coincide con il trentennale della morte dello scrittore, avvenuta il 31 agosto 1986 all'ospedale di Treviso. I motivi per avvicinarci al fascicolo sono numerosi. Questo contiene infatti, oltre a una prima serie di scritti originali di autori contemporanei (Andrea Bajani, Giuseppe Montesano e Vitaliano Trevisan), una sezione di narrazioni inedite, una di "Luoghi scritti e reportage", ampi stralci di diari e carteggi (particolarmente significativo quello con Italo Calvino, per le questioni editoriali emergenti ma non solo) e raduna due sezioni di testi critici, già editi altrove ma anche inediti, progettati appositamente per questa pubblicazione. Le pagine sono intervallate da un apparato iconografico di foto e dalla "Galleria" di Giosetta Fioroni che chiude il volume. Nelle due sezioni di inediti parisiani spicca sicuramente la pubblicazione del romanzo inedito del 1977 intitolato La politica (trotto leggero). Dalla sezione dei "Luoghi scritti e reportage", per concessione gentile dei curatori, pubblico uno dei "Due frammenti inediti sull'America (1961)". Il primo è dedicato a New York mentre il secondo, che trovate di seguito, all'Arizona. Dopo il frammento trovate la breve nota di Dario Borso.



Arizona  
di Goffredo Parise

(testo tratto da "Riga 36. Goffredo Parise", Marcos y Marcos, 2016)


Sulla grande autostrada che attraversa il deserto dell’Arizona, a 400 miglia da Albuquerque nel Nuovo Messico e a 300 da Las Vegas in Nevada, improvvisamente, la rossa Chevrolet, ippogrifo del nuovo mondo, si ferma. Non c’è benzina, per la terza volta da che si è iniziato questo viaggio, e sempre per colpa mia, per mia pigrizia. La prima volta l’alato carro si fermò davanti a un distributore, la seconda a poche miglia da una città e un camionista ci regalò una tanica, la terza, questa, ci sor­prende nel mezzo di un deserto. Ai due lati dell’autostrada, giallo deserto di pietra, cactus, fallica protuberanza di un terreno senza speranze, e ai due lati all’orizzonte fino a congiungersi davanti ai nostri occhi, immenso anfiteatro, i profili delle montagne da cui sale la notte. Non c’è nulla da fare. Non passa nessuno. Ci mettiamo sulla strada, aspettiamo, mezz’ora, un’ora; si avvicina un enorme camion da trasporti, transatlantico viag­giante su terra, con comignolo. Si arresta. Il mio compagno di viaggio, che conosce l’inglese molto meglio di me, sale con loro per fare qualcosa, per muoversi dall'immobilità, per accennare a un moto verso luogo che in questo caso significa trecento miglia prima di giungere ad una pompa di benzina. Attivo, e storico, di temperamento, egli decide appunto di costruirsi l’avvenire con le proprie mani. Un poco meno storico, io decido di rimanere ad attendere. Chi? Che cosa? Nulla, so bene che attendere nel cuore dell’Arizona non può avere che un significato, attendere che corvi aquile e sciacalli degustino me e l’ippogrifo Chevrolet, ma così ho deciso; di seguire la mia apparente antisto­ria, cioè la pigrizia, il non desiderio d’azione in un mondo (anche nell’Arizona) volto all’azione nell’azione.
  Vedo l’enorme transatlantico nerastro fumare via come un gio­cattolo nella retta matematica della strada, e scomparire, lui, i viventi e la storia medesima.
   E resto così solo, nel cuore di que­sto deserto. Fumo qualche sigaretta nell’auto, poi scendo a fare quattro passi. Intanto il sole, sceso oltre le lontane annebbiate montagne, ha portato con sé gli ultimi bagliori di luce. E la notte scende rapidamente sull’infinita distesa di uno dei più bei paesaggi del mondo, il deserto. Con la notte salgono le stelle e la luna. Continuo a camminare tra i sassi, ascoltando i mille fruscii di animali che conosco, il fruscio delle biscie, di certi topolini che appena scorgo correre e nascondersi in certe buche dopo avermi osservato a lungo con un minuscolo bagliore d’occhi rossastri da dietro le spine di un cactus: altri versi, suoni infiniti di una natura che non conosco. Seguito il cammino. Guardo dietro di me in direzione della strada dove ho lasciato l’auto con i fari accesi. Sono lontani, molto di più di quanto non pensassi. E allora, quando il senso delle distanze reali, ogget­tive e non quelle interiori, che pur sono immense prende i suoi aspetti prospettici, allora mi vien voglia di continuare a camminare nel deserto, in direzione delle montagne. Cammino per qualche ora senza accorger­mene. Solo, dopo questo tempo, quando volgo lo sguardo in direzione dell’autostrada, nord-est a giudicare dalle stelle, non vedo più i fari della Chevrolet. E inizia così, una edificante sensazione di solitudine assoluta, cioè di intensa riflessione, di dolore delle cose del mondo.
   La luna illumina davanti a me la distesa di sassi e di cactus che proiet­tano una lunga ombra trasversale. Un poco più in là strane ombre, per­forate dai raggi lunari, enormi crani, teschi che formano una collinetta. Mi avvicino a passo svelto. A mano a mano che le distanze si accorciano riconosco in quelle ombre carcasse di automobili, di autocarri, di pullmans. Abbandonate da anni e trasportate fin là chissà come. È una sorta di città defunta, a seconda delle dimensioni delle carrozzerie, può apparire all’occhio fantastico, non storico, non realistico, una defunta città futura. Mi aggiro tra le carrozzerie, in questo dedalo vastissimo, in questo gigan­tesco incidente automobilistico, tra le lamiere contorte, i vetri rotti, i sedili sfondati dell’inutile. Così osservando mi accorgo di non essere solo. Un gatto selvatico balza fuori da una finestra di pullman curvo, col pelo ritto, urlando. Subito seguito da una folla di gatti in fuga che corrono a nascon­dersi nelle forre, negli anfratti, nei buchi di quella montagna di lamiere contorte. Per qualche istante ancora silenzio, poi un miagolio diffuso, che sale dall’oscurità dei cofani, delle carrozzerie, dalla iuta delle imbottiture. Poi altre fughe, poi silenzio. Mi allontano.
   Sono stanco e mi siedo. Non posso sdraiarmi perché il terreno è cosparso di sassi aguzzi, appuntiti e nemmeno un filo d’erba: secchi e infidi cespugli bruciati nascondono nell’erba la puntura mortale, dell’insetto mortale, che è lì; per me, creato apposta per me, per finire, per rendere una buona volta concluse nello stabile equilibrio le antinomie, i dubbi, i tentennamenti, i punti oscuri dell’essere mio. Mi alzo, cammino ancora in direzione della Chevrolet, che non vedo.

 
Nota 
di Dario Borso


Durante il suo primo viaggio negli Stati Uniti, svoltosi tra il 20 marzo e il 25 aprile 1961, Goffredo Parise scrisse un mazzetto di lettere all’amico Vittorio Bonicelli, allora in forze come sceneggiatore presso la casa di produzione cinematografica Dino De Laurentiis. Scopo non secondario delle lettere, che sarebbero uscite postume trent’anni dopo per la Mondadori nella raccolta Odore d’America, era di suggerire spunti per un film americano di cui non si fece nulla. Parise coltivò invece l’idea di farne un libro di viaggio a sé, come testimoniano due frammenti conservati all’Archivio Parise di Ponte di Piave, che rielaborano due lettere, rispettivamente da NY del 20 marzo e da Las Vegas del 12 aprile: il primo segue abbastanza fedelmente l’originale, inserendo però all’inizio un episodio nuovo di zecca che riporto qui sopra; il secondo riguarda lo stesso episodio della lettera, variandone però radicalmente gli ingredienti, e perciò lo riporto per intero.
   Quanto alla data del rifacimento, posso avanzare solo un’ipotesi: poco dopo il rientro in Italia, basandomi su due elementi: Suor Bertilla Boscardin di Brendola (VI), cui s’accenna nel primo frammento, fu santificata l’11 maggio 1961 con gran risalto locale, e il momento topico dell’episodio nuovo lì inserito ricorda platealmente l’ultimo capitoletto degli Americani a Vicenza, scritto da Parise pochi anni prima.

giovedì 26 maggio 2016

Alcune poesie di Matthew Sweeney su "Testo a fronte n. 53"

Riviste #7

Il numero 53 della rivista semestrale dedicata alla traduzione letteraria "Testo a fronte" (Marcos y Marcos, euro 25) è uscito un po' di tempo fa. Questo fascicolo contiene una manciata di testi del poeta irlandese Matthew Sweeney che ho scelto e tradotto. Riporto di seguito la nota introduttiva che accompagna la piccola antologia e una delle poesie.

 Nota

Matthew Sweeney  è nato a Lifford, nella contea di Donegal, nel 1952. Ha studiato al Polytechnic of North London e all’università di Friburgo e ha trascorso diversi anni tra Berlino e Timisoara, prima di fare ritorno in Irlanda, a Cork, dove vive. Rappresenta oggi una delle voci più significative della poesia irlandese contemporanea. Il poeta serbo-americano Charles Simic ha detto che le sue poesie «sono riflessive, divertenti, estremamente fantasiose e scritte in modo impeccabile; insomma, sono poesia contemporanea ai più alti livelli».

La poesia di Sweeney, di cui qui è dato uno tra i primissimi saggi di traduzione in italiano, è attraversata dai modi della narrazione immaginifica e giunge a una forma di realismo che l’autore stesso ha definito, in un’intervista rilasciata a Lidia Vianu, «alternative realism». Questo realismo alternativo, che non è certo di matrice surrealista, trova dei precursori nella letteratura tedesca, a lungo studiata da Sweeney, e nell’amato Kafka, e giunge ad assottigliare fin quasi alla trasparenza il confine tra ordinario e favoloso. Nei suoi componimenti, quasi sempre scevri di elementi decorativi, il banale e l’usuale di ogni giorno, ma anche quegli accadimenti che semplicemente bolleremmo come strani e sospesi, sembrano impennarsi verso un monotono sublime, non esente dalle pennellate del grottesco, dell’umorismo nero, del ridicolo e a tratti persino da quelle del mistero. Non di rado al lettore sembra di assistere alla rivisitazione della celebre suspension of disbelief applicata a contesti di apparente normalità. I suoi testi poetici abitano entrambi i territori della poesia, quello visivo della lettura e quello orale dell’ascolto, senza essere mai soltanto da una parte o soltanto dall’altra. Del secondo regno, quello dell’oralità, Sweeney sembra preservare, più che altri caratteri, una cornice enigmatica di parabola e di inedito e moderno exemplum senza auctoritas, sia che la sua macchina da presa operi in scene d’interno sia che il ciak avvenga all’esterno.

Tra i libri di Matthew Sweeney ricordiamo, in ordine di pubblicazione, A Dream of Maps (1981), A Round House (1983), The Lame Waltzer (1985), Blue Shoes (1989) e Cacti (1992) usciti per l’editore Secker & Warburg, The Bridal Suite (1997), A Smell of Fish (2000), Selected Poems (2002), Black Moon (2007) pubblicati da Jonathan Cape, The Night Post: A New Selection (2010) uscito per Salt e il più recente Horse Music (2013) nel catalogo di Bloodaxe Books. Tra quelli di poesia per bambini si ricordano The Flying Spring Onion (1992), Fatso in the Red Suit (1995) e Up on the Roof: New and Selected Poems (2001). Ha scritto anche racconti per bambini inclusi in The Snow Volture (1992) e Fox (2002). Per l’editore Faber ha curato The New Faber Book of Children’s Poems e Walter De la Mare: Poems (2006). Assieme a Jo Shapcott è stato il curatore di Emergency Kit: Poems for Strange Times (2006) uscito sempre per Faber ed è uno degli autori di Writing Poetry (Teach Yourself series, 1997) e del racconto Death Comes for the Poets pubblicato da Muswell Press nel 2012, assieme a John Hartley Williams.
Nel 1997 è stato incluso nel dodicesimo volume della serie antologica Penguin Modern Poets assieme a Helen Dunmore e Jo Shapcott. Il libro di poesie del 2007, Black Moon, è entrato nella short-list del T.S. Eliot Prize. 


Cactus


Dopo che se n’era andata comprò un altro cactus
identico a quello che lei gli aveva preso
all’aeroporto a Marrakech. Dovette cercare
un bel po’ per Londra e poi a Camden Town
tra orde di bambini che si tenevano per mano
e ostruivano il mercato, lo trovò,
lo prese e lo portò a casa accanto al suo.
La settimana dopo tornò a prenderne un altro,
poi un altro ancora. S’era fissato a provare
tipi differenti, intensi di un rosso vivido
come il sorriso della commessa 
che non aveva notato. Comprò pure un tappetino
tinta sabbia per il soggiorno e trascorse
un fine settimana a ridipingere 
le pareti in beige, il soffitto in azzurro.
Il logoro appartamento era ora rifoderato
col colore della tintarella. Si distese sul divano
indossando una djellaba marrone, coi cactus tutti attorno
e musica araba in sottofondo. Dovesse tornare,
pensò, potrebbe sentirsi a casa.


Cacti (da Cacti, Secker and Warburg, London, 1992)


After she left he bought another cactus
just like the one she’d bought him
in the airport in Marrakesh. He had to hunt
through London, and then, in Camden,
among hordes of hand-holding kids
who clog the market, he found it,
bought it, and brought it home to hers.
Next week he was back for another,
then another. He was coaxed into trying
different breeds, bright ones flashing red –
like the smile of the shop-girl
he hadn’t noticed. He bought a rug, too,
sand-coloured, for the living room,
and spent a weekend repainting
the walls beige, the ceiling pale blue.
He had the worn, black suite re-upholstered
in tan, and took to lying on the sofa
in a brown djellaba, with the cacti all around,
and Arab music on. If she should come back,
he thought, she might feel at home.



domenica 3 maggio 2015

Labirinti. "Comporre. L'arte del romanzo e la musica"

Riviste #6

Il numero 156 di "Labiritinti", pubblicazione curata dal dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici dell'Università di Trento è dedicato al rapporto tra musica e romanzo. Comporre. L'arte del romanzo e la musica (a cura di Walter Nardon e Simona Carretta, 2014, pp. 222, euro 12,00, qui le informazioni principali e i sommari dei vari numeri) raccoglie contributi di Simona Carretta, Carlo Cenini, Marcel Dichte, Gabriele Frasca, Andrzej Hejmej, Andrea Inglese, Walter Nardon, Massimo Rizzante, Elisabeth Rallo-Dichte e s'inoltra, a più riprese, lungo i crinali di una riflessione che avvicina - senza mai confondere - i versanti e l'autonomia di chi scelga di esprimersi secondo una o l'altra forma. Il primo a passarmi per la testa quando penso a questo è Benedetto Marcello in Giuseppe Berto. Ma pensate solo ai romanzi di Kundera, di cui Rizzante è profondo conoscitore nonché traduttore. E qui si parla di molti autori, fra cui Beckett, Bernhard, Broch, Céline, Cortázar, Gadda, Foster Wallace, Joyce, Mann, Proust,  Pynchon. Il vocabolario del romanzo e quello della composizione musicale spesso si avvicinano e collidono, tendono asintoticamente a direzioni di sviluppo accomunanti, eppure rimangono (e devono rimanere) ben distinti. Pensate solo ad esempio a quando si parla di "polifonia" in un romanzo, contrapposta magari alla"monofonia", oppure all'armonia e al moto contrario e il contrappunto, e poi naturalmente a intensità, timbro, ritmo, durata, pause.



domenica 14 settembre 2014

"Testo a fronte" a quota 50 dopo 25 anni

Riviste #5

Torno a scrivere di riviste, realizzazioni che per tanti versi, quando scevre da accademismi autistici, reputo più importanti dei libri. Perché? Perché sono state spesso più necessarie dei libri. La nostra mente, un po' feticista in questo, ci porta spesso a credere che dietro alla realizzazione di un libro si celino chissà quali motivazioni culturali, ideologiche o di talento (dell'autore, dell'editore talent scout o del curatore/traduttore). A volte questo può verificarsi, ma molto spesso le ragioni per cui si fanno anche dei libri poi ritenuti importanti dai lettori o dalla critica sono inizialmente ascrivibili al regno delle fregnacce che si potrebbero benissimo spiattellare ai quattro venti senza vergogna. Chiamateli anche i casi della vita, se preferite un termine meno colorito. Anche un catalogo "fondante" come quello einaudiano del dopoguerra, che ha provato a incidere in qualche misura sulla società italiana, è figlio di un'atmosfera ben precisa e forse non molto edificante, ovvero della noia micidiale di quelli che sono passati alla storia come i mitici "mercoledì di via Biancamano", una noia che conta testimonianze efficaci e che ai nostri occhi oggi sembrano credibili. Tutto questo per dire che anche quello che ci sembra circondato di chissà quali aloni di prestigio nasce molto spesso da situazioni profondamente normali e male non farebbe ricordarlo, ogni tanto.

Ma torniamo alle riviste e alla rivista di oggi. Anche se forse nessuna disciplina come la traduttologia è estranea a bilanci o consuntivi, è stato corretto marcare sin dalla copertina il cinquantesimo numero di "Testo a fronte". Parliamo della sola rivista italiana di "teoria e pratica della traduzione letteraria", da anni pubblicata da Marcos y Marcos, editore che a ben vedere si propone come sostenitore di due delle riviste più belle degli ultimi tempi, "Riga" e "Testo a fronte" per l'appunto. I 50 numeri rappresentano ovviamente un traguardo simbolico, che però la dice lunga su un vuoto che la fondazione di questa rivista colse e iniziò a interpretare cinque lustri fa. A ricordarne gli albori è proprio l'editoriale di Franco Buffoni, che ha fondato la rivista e la dirige con scrupolo da tempo, ora assieme a Paolo Proietti e Gianni Puglisi. Così scrive nel suo editoriale, del quale per l'occasione riporto un ampio stralcio sotto, anche per ricordare le figure fondanti che in questi 25 anni la rivista ha incrociato:

Non avrei mai creduto, nel 1989, che saremmo giunti a festeggiare i venticinque anni di vita di «Testo a fronte», con cinquanta numeri pubblicati, e senza mai ricorrere all'escamotage dei numeri doppi.
Penso con nostalgia a quei primi anni: la redazione era nel mio studio a Bergamo, dove come professore associato l'anno prima avevo organizzato il convegno "La Traduzione del Testo Poetico". I laureandi correggevano le bozze: tutto era cartaceo, inevitabilmente, coi "compositori" che potevano aver digitato qualsiasi cosa.
Il convegno mi aveva regalato l'amicizia e la stima di Allen Mandelbaum e di Emilio Mattioli. Con loro formai il primo comitato direttivo: l'uomo forte di California University Press, traduttore della Divina Commedia; e il primo allievo di Anceschi, il filosofo dell'estetica che sapeva coniugare Luciano a Meschonnic.
E proprio Anceschi accettò di far parte del nostro comitato scientifico, con Gianfranco Folena e Cesare Segre, Maria Corti, Michael Hamburger, George Steiner… E i poeti-traduttori e i traduttori-poeti: Luzi, Fortini, Giudici, Solonovic, Macrì…
Prese così avvio un'affascinante riflessione teorica che – con Berman e Ladmiral, Efim Etkind e Friedmar Apel – è riuscita, nel tempo, a inoculare nella cultura italiana il germe della traduttologia. La parola stessa, allora, veniva messa in discussione: un disagio che in realtà celava il rifiuto ad ammettere la possibilità che una scienza della traduzione potesse esistere.
Con molta pazienza, numero dopo numero, forse siamo riusciti nel nostro intento. Sempre con i poeti al fianco, che intanto scalavano di una generazione; forse persino di due, se scorriamo l'attuale composizione del comitato.
E sono grato agli anni di Cassino, agli amici che lì mi affiancarono nella redazione e che permisero l'avvio dell'informatizzazione della rivista, nonché la realizzazione di un altro importante convegno, dedicato alla Ritmologia. La questione del "ritmo" è infatti uno dei cinque punti topici teorici – con poetica, intertestualità, movimento del linguaggio nel tempo e avantesto – che tanto ci hanno impegnati in passato e tuttora ci impegnano.
In un'ottica ormai di massima attenzione ai processi di globalizzazione – processi che non possono non avere come fulcro la "questione" della traduzione – la rivista è infine giunta al suo attuale approdo accademico alla iulm di Milano. Un'istituzione che, grazie alla generosa lungimiranza del suo rettore, ha saputo valorizzare e infondere nuova linfa all'azione di ricerca promossa da «Testo a fronte». [...]

Prima di chiudere, qualche notizia sui contenuti del numero 50. Vi trovete gli appunti sulla traduttologia italiana di Franco Nasi, il contributo di Alessandro Ghignoli intitolato "Il transautore nella comunicazione letteraria tradotta", una ricognizione di Vincenzo Pepe sulle traduzioni inglesi de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, un'incursione di Antonio Bibbò sulle strategie traduttive in due versioni italiane dell'Ulysses. Si procede con il contributo di Francesca Cosi e Alessandra Repossi intitolato ""Il passaggio della mente per il mondo": la traduzione dei diari giovanili di Virginia Woolf", con quello di Massimo Bacigalupo che con un gioco d'iniziali titola "E.P. meets E.P.: Ezra Pound and Enrico Pea's Moscardino" e con uno scritto di Omar Ghiani Saba "La fede di Gianuario: discorso ipertestuale con il primo poeta in sardo". Punti di grande interesse sono le traduzioni realizzate da Fabio Pusterla e da Alberto Nessi, rispettivamente da Pascal Riou e da Nicolas Bouvier. Il numero prosegue quindi con il saggio e la traduzione di Pietro Taravacci, "Il Cristo, la città e il tempo di José Ángel Valente: tra memoria e invocazione", un componimento inedito fino a due anni fa, con la traduzione dal ceco delle "Quindici poesie da Na postupu" di Vladimír Holan (a cura di Vlasta Fesslová e con i versi italiani di Marco Ceriani) e infine con le poesie di Samuel Menashe curate da Elisa Armellino. Sigillano il fascicolo un ricordo di Giovanna Bemporad e, come sempre, l'abituale "Quaderno di traduzioni" seguito dalle puntuali recensioni e segnalazioni.

mercoledì 16 aprile 2014

"Semicerchio - Poesia del lavoro". Presentazione della rivista a Milano alla Libreria Popolare di via Tadino

Riviste #4

Ricevo notizia da Alessandro Broggi e provo a darne tempestivamente cenno. Parliamo di una delle più significative e longeve riviste letterarie italiane, "Semicerchio", diretta da Francesco Stella e edita da Pacini Editore. In passato ho avuto il piacere di collaborarvi, a tratti. Ora ci collabora un amico di cui ho grande stima, Hideyuki Doi, che spero di ritrovare presto in qualche modo.
Domani, giovedì 17 aprile 2014, alle ore 18.00, presso la Libreria Popolare di Milano in via Tadino 18 (MM Porta Venezia), si terrà la presentazione del numero XLVIII-XLIX intitolato Poesia del lavoro. Riporto dal comunicato: gli interventi critici saranno di Niccolò Scaffai, Andrea Sirotti e Fabio Zinelli, mentre le letture poetiche di Alessandro Broggi, Franco Buffoni, Giancarlo Majorino, Edoardo Zuccato. Coordinerà Paolo Zublena. In questa pagina trovate un sommario della monografia. 

Anche da qui colgo l'occasione per ringraziare Giuseppe Bertoni per la recensione che proprio in questo fascicolo di "Semicerchio" ha dedicato a Pertiche.

Questo il sito della rivista.

venerdì 21 marzo 2014

Saliente

Riviste #3

Un gruppo di testi inediti intitolato Saliente esce in questi giorni nel fascicolo "Italian Poetry Review" VII.2012. La rivista è pubblicata da SEF Società Editrice Fiorentina ed è a cura del Dipartimento di Italiano della Columbia University, Italian Academy for Advanced Studies in America, Dipartimento di Lingue e Letterature Moderne della Fordham University, Dipartimento di Studi Italiani e Francesi della University of Washington. Il volume, di cui sotto trovate la copertina, è dedicato a Franco Ferrucci. Ringrazio la redazione per l'ospitalità.


Comunicato di presentazione del fascicolo di SEF, Società Editrice Fiorentina

Italian Poetry Review (IPR) è una rivista (peer-reviewed) che riesce a conciliare le aeree spesso separate della ricerca scientifica di alto livello (e infatti ha ricevuto la promozione a rivista di classe A dall’ANVUR) e della militante contemporaneità. Lo prova molto bene anche questo numero IPR 2012 assai ricco di novità e dedicato a Franco Ferrucci (1936-2010).

Molti i nomi che rendono il volume una vera summa della poesia contemporanea (indispensabile per chi voglia aggiornarsi sulle voci significative di oggi), così come di tutta la nostra ricca tradizione poetica: dopo un significativo editoriale di Paolo Valesio, "Il forum dell’umanità", vi trovate le poesie inedite di Ambra Simeone, Alberto Cellotto, Francesca Serragnoli, Corrado Paina, Francesco Terzago, Sebastiano Aglieco, Gualberto Alvino, Marco Sonzogni, Argia Coppola.

Segue un "Dossier Franco Ferrucci" (con due saggi di Valesio e Alessandro Carrera) che ospita suoi preziosi inediti. Nella sezione di critica, saggi di Stefano Ugo Baldassarri sul Rinascimento fiorentino in America, di Corrado Confalonieri su Satura di Montale, di Giorgio Luzzi sulla poesia italiana degli anni 2011-2012. E poi un reportage di Filippo Tommaso Marinetti, "Sintesi meccanica di Bruges" (prefato da una saggio di Emanuela Bufacchi).

Nella sezione traduzioni, Amelia Moser traduce in inglese le poesie di Anna Maria Ortese e Ramona Ciucani traduce in italiano il poeta iracheno Sinan Antoon.

Chiudono il volume numerose recensioni su poeti come Pozzi, Spagnuolo, Carrai, Sitta, Carnevali, Valesio, Biagioni, Testori.

A corredo iconografico del numero gli splendidi disegni di Giosetta Fioroni (fotografati da Giuseppe Schiavinotto).


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Sotto un testo senza titolo da Saliente. Scelgo questo perché credo sia il primo testo in cui getto un'interiezione. Ho sempre avuto remora nell'usarla anche se ha davvero una lunghissima tradizione.


Ah, la cicatrice del vaccino
contro il vaiolo…
Potevi piccolo
distinguere e saltare generazioni
nei bracci nudi e quelli
grandi erano stati
tutti in quell’affondo
chiaro sulle estati della pelle,
nelle canottiere e sere
e ancora in sigarette
che fumarono, nelle voci
rauche di maestre.

Io non ce l’ho.
L’obbligo è caduto l’anno prima
che nascessi. E
adesso fa meno difetto,
tranne oggi, per poco,
quando lo specchio scade in gioco
a issarmi sulle cicatrici di un uomo.
Ecco è una bella storia:
rimesta noi, legge, malattia
bieca e distante, poi con loro
ogni mio
superfluo bene ambulante.

giovedì 14 novembre 2013

Pierluigi Cappello: "Azzurro elementare", "Questa libertà" e un numero della rivista "Atelier"

Riviste #2

Avevo detto che ogni tanto, per cambiare passo, avrei parlato di riviste-libri o libri-riviste. Il numero 71 della rivista "Atelier" (caspita, che longevità: anno XVIII, numero 71, fa quasi paura questa durata, non comune tra le riviste letterarie che spesso nascono e muoiono più celermente) è intitolato Il fattore X ed è dedicato per la quasi totalità a Pierluigi Cappello. La rivista già da tempo ha trasformato le uscite in monografie. Questa su Pierluigi Cappello coincide con un momento significativo della vicenda editoriale del poeta friulano, visto che nel mese di settembre Rizzoli ha mandato in libreria simultaneamente due titoli, Azzurro Elementare e Questa libertà. La monografia di "Atelier" diventa allora uno strumento utile per addentrarsi nella bibliografia che sta finalmente crescendo attorno questo autore, il quale sa davvero parlare ai suoi lettori (e con "parlare" intendo quasi un'accezione prossemica, come di un gesto delle mani inglobato nei versi).


Se Azzurro elementare è il libro giusto per raccogliere in un unico luogo i molti libri di poesia del poeta di Chiusaforte, alcuni dei quali diventavano ormai difficilmente reperibili, pur nel buon momento scandito anche da recenti premi importanti, Questa libertà (Rizzoli, pp. 182, euro 16) si presenta invece come la prima prova di narrativa, una vite che si imbullona saldamente in una manciata di racconti importanti, che non mancheranno di toccare in tanti nervi i lettori e dove seguiamo l'autore dall'infanzia alla scuola, dalla famiglia alla vita da solo, nelle varie fratture-traumi dell'arrivo del consumismo, del terremoto e nell'infortunio seguito all'incidente in motocicletta. Dicevo anche di "consumismo", ma Pasolini non c'entra stavolta o c'entra fin là. Potrete scoprirlo. Questa libertà resta, a ben vedere, la vera novità di questa stagione di libri. "In questo libro è raccontata la storia di come una libertà, la mia, sia germinata dai luoghi vissuti da bambino e poi abbia preso il volo dal mio incontro con la lettura. Così queste pagine, nei mesi, sono diventate un’ossessione, la scrittura mi ha torto il collo e ha costretto il mio sguardo nei luoghi felici dell’infanzia o a muovere i miei passi dentro dolori intensi che pensavo di avere rimosso." In effetti si torna molto spesso all'atto della lettura in questo libro. Non è scontato. Anche l'immagine di copertina cerca di introdurci a questa antica pratica, oggi in rapida e accelerata mutazione.


Azzurro Elementare. Poesie 1992-2010 (sempre Rizzoli ma all'interno della BUR, pp. 256, all'invitante prezzo di euro 10) spunta come una pietra miliare dall'erba di un ciglio, nella vicenda editoriale del poeta friulano. Non che mancassero editori di peso: Assetto di volo e Mandate a dire all'imperatore sono in catalogo Crocetti, editore che tra l'altro ha da poco fatto uscire un'altra grande voce friulana, introdotta da Cappello stesso: Ida Vallerugo e il suo Stanza di confine. Tuttavia conosciamo tutti cosa può significare un libro come questo inserito all'interno della rinnovata BUR (non piacevolissima, almeno per me, la sensazione tattile del nuovo cartoncino scelto per le copertine della collana). Sulla poesia di Cappello si è iniziato a scrivere, anche se non in modo sistematico come con altri poeti della sua generazione, mi pare. Sicuramente è una poesia che, come detto, è riuscita a farsi leggere molto più di altre. Se quest'impressione di una contenuta attenzione critica è vera, la ragione va forse scovata nella sensazione di "facilità" del poter dire della sua poesia. Tanto facile che pochi si cimentano seriamente. Si tratta di un autoinganno (e solo partire da un'analisi combinata dell'impiego di dialetto e italiano in Cappello metterebbe in crisi molti). L'asticella del salto in alto non sta tra il facile e il difficile. L'atto di tenere in mano la penna, la matita, per questo poeta che spesso ci incanta con le sue vocali, il suo vero "assetto di volo" (antico sogno di Cappello quello di entrare in aeronautica) hanno in effetti caratteri felicemente evasivi. Si fa leggere Pierluigi Cappello, e anche questo non è scontato. Ma sa anche trovare una nuova forma alla segatura surrealista, la plasma con la lezione manuale e artigianale di taluni grandi del Novecento (Caproni in testa) e la fa vivere nei colori delle sue parole, negli "azzurri, sottilissimi", come quelli che si percepiscono dopo che è nevicato. Lascio spazio ad una sua poesia, dove trovo un po' racchiuse tutte queste mie bofonchiate teorie e visioni del suo scrivere. E se volete saltare la lettura a video, andata al video linkato sotto il testo della poesia: troverete la poesia letta da Cappello stesso.


Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con un fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.



(A questo link potete ascoltare la poesia sopra trascritta direttamente dalla voce del poeta).

giovedì 22 agosto 2013

Viceversa Letteratura, la Svizzera in una rivista trilingue

Riviste #1

Da tempo cullo l'idea di tornare a un vecchio amore, cioè quello per le riviste. (In fondo questo blog è nato dopo aver collaborato per diversi anni a una rivista e per non aver accettato del tutto la fine di quell'esperienza.) E volevo tornare alle riviste proprio da questa cornice del blog, visto che alcune di loro si comportano (o noi le facciamo comportare) come dei piccoli libri brevi, che apriamo, spulciamo, leggiamo a più riprese, a salti. Certe riviste sono come una collezione di libri brevi, di piccole sillogi, di minuscoli libri-intervista. Le riviste poi, quando sono ben fatte, sono importanti tanto quanto i libri ben fatti. Le riviste parlano di libri e a volte si possono ricavare bei libri dalle riviste (in Italia ricordiamo gli esperimenti di Minimum Fax o di Isbn). Canova ad esempio, editore della mia città, pubblicò tanti anni fa una serie bellissima di riviste-antologia in una collana intitolata "Riviste dell'Italia moderna e contemporanea" (Pègaso-Pan, Cronaca bizantinaProspettive/Primato, Strapaese e Stracittà, Fanfulla della Domenica, Riviera Ligure, Il caffè, La frusta letteraria del grande Baretti e molte altre). Io credo che quella collana abbia un discreto potenziale commerciale tuttora, se opportunamente ripubblicata, ma sembra che non sia pensabile una ristampa o riedizione a breve: misteri dell'editoria.

Cercavo comunque il giusto stimolo per aprire uno spazio dedicato alle riviste e questo finalmente è arrivato dalla Svizzera, da Friburgo per l'esattezza, dove ha sede la rivista "Viceversa Letteratura", pubblicata, per quel che concerne l'edizione in lingua italiana, dall'editore Casagrande di Bellinzona. "Viceversa" è una rivista annuale, un volume brossurato ricco che può davvero tenervi compagnia attraverso dodici mesi e quattro stagioni. Ha una redazione multilingue e prende poi tre strade: un'edizione in italiano, una in tedesco e una in francese. Non manca tuttavia, e nei vari dossier e nella consueta "Annata letteraria svizzera" pubblicata alla fine di ogni numero, l'attenzione costante a ciò che si scrive in romancio (così come a quello che si scrive nei dialetti tedeschi).

Il numero di cui vi parlo è il più recente, ma vi consiglio di andare a guardarvi l'archivio degli arretrati, visto che ogni annata cela dei dossier ricchi e polposi. Si crea così uno strano rapporto tra l'anno che trasforma il volume quasi in un annuario e una sorta di intramontabilità di ogni singolo volume. Il numero 7 del 2013 porta in copertina i nomi di Paolo Di Stefano, Anne Perrier, Händl Klaus, Leta Semadeni, Kurt Marti, Monique Schwitter, Étienne Barilier, Maurizia Balmelli (qui già ricordata per le traduzioni da Ágota Kristóf), Christian Viredaz, Christina Viragh, i testi inediti di Ugo Petrini, Noëlle Revaz, Werner Lutz, Ángela Pradelli. Molto interessante per me è stata la scoperta, grazie al contributo dedicatogli da Matteo Ferrari, della figura di Plinio Martini, giunto alla notorietà con il romanzo del 1970 Il fondo del sacco.

Un cenno deve essere riservato anche alla cura tipografica di ogni volume, segnatamente svizzera verrebbe da dire, se non fosse che anche gli italiani, troppo spesso dimentichi dei padri e delle madri che hanno alle spalle in fatto di tipografia e cultura visuale, potrebbero giocarsi qualche buona carta nella storia della cultura tipografica.

Per concludere pubblico (e così farò con le prossime puntate dedicate ad altre riviste) una breve scheda, per agevolare la rintracciabilità e i contatti con la rivista stessa:

Viceversa Letteratura
Periodicità: annuale
Direzione e redazione: Yari Bernasconi (redazione italiana), Ruth Gantert (edizione tedesca), Marion Rosselet (edizione francese)
Sito web: www.viceversaletteratura.ch
Contatti: contact@viceversaletteratura.ch
Twitter: https://twitter.com/viceversa_l

Rivista pubblicata con il sostegno di Ufficio federale della cultura, Pro Helvetia, Fondation de Famille Sandoz, Loterie Romande, Percento culturale Migros, Fondation Leenaards.
Edizione italiana: Edizioni Casagrande
Edizione tedesca: Rotpunktverlag
Edizione francese: Éditions d'En Bas