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martedì 10 novembre 2015

"Il pianto dell'aragosta" di Marco Simonelli (per non fare la fine di Dj Super X)

Molti lettori e critici spesso si soffermano a parlare di erudizione e "poesia colta" nel caso di Marco Simonelli. Al toscano di Firenze, "toscano maledetto" pure lui secondo l'antologia curata da Raoul Bruni, in effetti riesce persino di rubacchiare un sapore da Cino da Pistoia. Scrivere poesie è sempre un saccheggio, dilapidazione di un patrimonio ritmico e immaginativo; è furto, anzi rapina a volto scoperto, ma mai sequestro. Questo a maggior ragione se siamo d'accordo, con Goffredo Parise, che in poesia non ci sono eredi. La perversione e l'illecito di queste azioni, se ben orchestrati, sono spesso sorgente di grandezza del testo. E in ogni gesto davvero creativo ho sempre intravisto inoculato un germe di amorevole contemptus, sia del mondo che dell'altro da sé, che - attenzione - è ben lontano dallo snobismo di qualsivoglia tipo. Un problema, ma neanche tanto grande, è quando la poesia si fa coincidere col mondano e il personale oppure viceversa. Ma non è un discorso così interessante, secondo me, e ne accenno solo perché è un discorso che va per la maggiore anche fra chi crede di essere immunizzato contro questi capricci della ragione. Oppure può essere un problema quando, per promuovere la poesia, si lavora su determinate categorie pretestuose, in modo schifosamente surrettizio. Spesso, nel gran "Superclassifica Show" che è diventata la sempiterna "giovane poesia", si aspetta sempre un Dj Super X o un Maurizio Seymandi che dica fino a che punto una poesia arriva (arriva al lettore, arriva in classifica), magari dopo averla confezionata all'interno di un bel pacco (da leggersi in quasi tutte le accezioni della parola "pacco"). Il problema, volendo proseguire, è quello della ricezione, palesatosi nella notte dei tempi e messo in bella copia anche dalla coppia Iser-Jauss della Scuola di Costanza. Ma un altro problema, non meno importante e forse ancora più grande, è quando una poesia davvero parte. La partenza, differentemente dall'arrivo, ha in sé l'attesa di un tragitto che non è necessariamente dato per sempre. Inoltre la partenza assomiglia di più a una domanda che a una risposta. E a me interessano le domande.

Tutto questo per dire che ciò che sempre mi colpisce è l'orecchio di Marco Simonelli, perché di là passa la sua vera partenza. Una forte e nitida impressione in tale direzione si ricavava da Poesie d'amore splatter pubblicato da Sartoria Utopia in tempi recenti, ma si ritrova inalterata anche ne Il pianto dell'aragosta (edizioni d'if, pp. 56, euro 16), che assieme a La susina di Roberta Durante, inaugura la nuova collana "i miosotìs - Seconda Serie" di questa casa editrice napoletana, alla quale va ormai riconosciuta una posizione di rilievo nel panorama dell'editoria di poesia. Dicevo dell'orecchio perché è l'intero campionario delle stratificazioni e associazioni foniche che fa della poesia di Simonelli un mantice sempre pronto a soffiare sulle concatenazioni e sulle arsure del racconto e sulle gelate dello sguardo, anche in due terzine come queste di Previsione pioggia ("[...] Tu sapevi che in questi casi è utile/ indossare abiti sportivi, il corpo comodo,/ vestirsi a strati per poi spogliarsi in fretta.// Uscisti presto e non ci salutammo./ Aveva piovuto tutta la notte./ Io mi svegliai più tardi.[...]" o nell'attacco di Probabilmente un passero ("[...] La domenica lo porto sempre al parco/ due tiri col pallone all’aria aperta./ Ma poco prima di tornare a casa/ lui nota qualcosa sotto un albero/ mi prende per la mano e s’avvicina./ Un uccellino caduto giù dal nido. [...]"

Sono poesie narrative quelle che si spalancano sul bestiario in avvio, ma trattengono questa caratteristica anche nelle successive sezioni "Cortesie per gli ospiti" che contiene il testo uscito poco fa in Ora di Chiusura (La collana Isola) e "Il settimo anno". Insomma, sono episodi. Chi è familiare con le etimologie ricorderà quella di "episodio", cioè qualcosa che entra in scena, sopraggiunge, indipendentemente dal soggetto. La parola "episodio" conserva oggi il suo enigma, ovvero il porsi come qualcosa di incidentale ma cruciale nel corso di una narrazione o di una vita. Tra i lessemi più ricorrenti ci sono "tempo", "casa", "pianto" (sin dal titolo, anche se apprendiamo che quel pianto dell'aragosta non è propriamente un pianto), e poi "mano, "occhi", "sonno" e "mattina" (in poesia provo sempre un interesse al sommo grado per il decidersi tra mattino/mattina). C'è una felice alternanza tra luoghi chiusi e aperti. Javier Marías scriveva che "si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato". Nella poesia non può esserci verità, come non può esserci in un quadro, in una foto. Forse in una musica sì. La verità, se esiste, è sempre nascosta, fuori dal controllo di chicchessia e in queste poesie è come se fosse incorporata una convinzione che ha circa questi connotati. Non dovremmo mai più pensare alla verità come ad una risposta, bensì come ad una riformulazione diversa di una domanda. Così anche quando ci affacciamo su dei versi. Questo si ricollega al discorso sulle rapine in poesia: si ruba, per riformulare con una nuova poesia una domanda che proviene da altre poesie.

Dj Super X di Superclassifica Show
Con questo nuovo breve libro Marco Simonelli conferma il valore di un lavoro che prosegue da anni e una ricerca che necessariamente abita al di fuori delle galassie nane sulle quali si è a volte cercato di alloggiare il suo versificare (ad esempio quella omosessuale, quella del performer o del poeta pop che giustamente elargisce la propria apologia per Wanna Marchi). A volte si ha l’impressione, soprattutto in un paese omofobo, maschilista e arretrato come l’Italia, che queste galassie e categorie incanalanti vengano elevate, per contrasto, a mera strategia promozionale da quattro soldi. Tutto ciò è alla lunga fastidioso, inutile forse, pernicioso. Un appello, insomma: non fatelo più. Se avete voglia di leggere poesie come queste, fatelo senza troppe sovrastrutture, per quanto possibile. Ne trarrete un maggiore godimento. E ricordatevi del gatto Oscar, della sigla del Supertelegattone Sono il gatto sul tetto che ascolta tutto come fosse la prima volta (fatelo senza sovrastrutture antiberlusconiane, per una volta, se possibile, passiamo oltre, anche se so che è molto difficile). Concludo con un altro gatto di nome Asdrubale.

Asdrubale

Avresti fritto pure una ciabatta:
sarebbe stata asciutta
croccante calda e friabile
come i tuoi fiori di zucca.

Le tue mani significano cibo
le osservo attentamente quando posso
sono piccole, vecchie, farcite dalle rughe
mentre mescolano il manzo macinato
con l’aglio col formaggio e il pangrattato
e aggiungono un ciuffo di prezzemolo tritato.

Asdrubale passava al pianerottolo
gatto vecchio, lentissimo ed obeso:
un occhio cavo perso in una lotta
e un tumore in vista alla mascella.
Non sempre ci riusciva, quella bestia
a scendere le scale e farla nel cortile.

Un giorno lo trovarono nel prato
sembrava addormentato, poverino
aveva terminato l’agonia tutto da solo
non voleva lo sentissero nel rantolo;
la morte per i gatti è un fatto personale
se ne voleva andare senza disturbare.

Gli preparasti apposta una polpetta
friggendola con spugna naturale.
Lui ti leccò le dita, forse a ringraziarti
di quel boccone buono, offerta dell’addio.
Faresti lo stesso con me
se al suo posto ci fossi io.

domenica 9 novembre 2014

Due presentazioni della collana Isola, a BILBOLBUL di Bologna e al Teatro Capovolto di Carbonera (Treviso)

LIBRICCINI DI POESIA E DISEGNI

Due presentazioni ravvicinate della collana Isola
a Bologna e a Treviso:

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domenica 23 novembre 2014 alle ore 16:30
nell'ambito del festival BILBOLBUL
Libreria Modo Infoshop - Bologna 

Letture e conversazioni con poeti e illustratori della collana
Modera l'incontro Domenico Rosa de Il Sole-24 Ore
 
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venerdì 28 novembre 2014 alle ore 21
Carbonera - Treviso

Letture di Marco Simonelli da Ora di chiusura (illustrazioni di Luca Genovese)
e di Alberto Cellotto da I piani eterni (illustrazioni di Nicolò Pellizzon)
Introduce l'incontro Marco Scarpa

Il sito della collana Isola sta qui.

domenica 25 maggio 2014

La presentazione della collana Isola inaugura la seconda edizione di "Bologna in Lettere"

De "La collana Isola", libriccini di poesia e disegni, ho scritto a gennaio dando notizia dell'uscita dei primi quattro titoli. La ricerca continua, sono pronte altre perle di collana e ora la presentazione di questo progetto curato da Mariagiorgia Ulbar diventerà il momento inaugurale della seconda edizione del festival di letteratura contemporanea "Bologna in Lettere" che si terrà i prossimi 30 e 31 maggio nel capoluogo emiliano. L'arcipelago della collana s'arricchisce proprio in questi giorni con La spadina, uscita in parte anticipata nel precedente post, che ci porta al poeta e traduttore polacco Jarosław Mikołajewski. Il testo polacco è qui reso in italiano da Silvano De Fanti e illustrato da Francesco Balsamo (qui a fianco vedete la copertina). Ricordo che a Mikołajewski dobbiamo alcune tra le più recenti traduzioni in polacco dei nostri poeti: Pasolini, Penna, Pavese, Luzi, Ungaretti, Montale, Leopardi, Michelangelo, Petrarca e Dante. Per finire, e prima di lasciarvi al programma completo di "Bologna in lettere", un paio di anticipazioni da questa collana di libri davvero brevi: a giugno usciranno sia le poesie di Raimondo Iemma illustrate da Cristina Portolano sia quelle di Marco Simonelli illustrate da Luca Genovese. Questo il sito del progetto.


Bologna in Lettere
Festival di letteratura lontemporanea
II edizione
30/31 Maggio 2014
(potrebbe essere soggetto a variazioni e aggiornamenti)

giovedì 28 giugno 2012

Poesia Contemporanea. Undicesimo quaderno italiano di Marcos y Marcos

Recentemente è uscito Poesia contemporanea. Undicesimo quaderno italiano per la solita e benemerita Marcos y Marcos (pp. 285, euro 17; direte che 285 pagine non possono dar vita a un "libro breve" eppure, a suo modo, questo è un libro breve), una pubblicazione giustamente attesa, dal momento che di qua sono spesso transitate le voci più promettenti e sillogi importanti. La cura è di Franco Buffoni, mentre le prefazioni ai singoli poeti sono firmate da nomi di rilievo del panorama critico e poetico (Giancarlo Alfano, Rosaria Lo Russo, Paolo Morelli e Carla Vasio, Uberto Motta, Fabio Pusterla e Fabio Zinelli).
Ho chiesto a ciascuno degli autori un testo e, unitamente a questo, brevi risposte ad una microintervista composta di quattro domande. Li ringrazio tutti nuovamente, da qui, per la collaborazione e la simpatia. Mi auguro arriviate sino in fondo, anche se il post è lungo. Ma vale davvero la pena arrivare fino in fondo stavolta.

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YARI BERNASCONI











Una conversazione con T. (frammento)

«Un giorno bombardarono le baracche dove stavamo.
Io ritornavo da un colloquio col mio vestito bello,
l’unico, e una giacchetta beige. Scarponcini puliti.
Cominciammo a scavare, a cercare nel fango
la nostra roba. Ma tutto era stato inghiottito.
Io sembravo un pulcino, tra le macerie:
un punto bianco. Alla fine, sporca e ricoperta di terra,
chiamai mio padre. Non avevamo ritrovato nulla.
In quel momento ci appartenevano soltanto
le nostre ossa».



1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Indipendentemente dall'avventura comune del Quaderno, dico senz'altro Osnabrück di Mariagiorgia Ulbar.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Senza pensarci troppo (che è anche, credo, l'unico modo per rispondere): Gli strumenti umani di Sereni, alcune cose di Fortini, Lavorare stanca di Pavese e Bocksten di Pusterla. Ma uno dei primissimi libri di poesia letti – o quantomeno sfogliati – è la traduzione dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master (scoperta a casa, su uno scaffale).

3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Forse in tedesco (anche se sarei tentato di rispondere: in qualsiasi lingua a me incomprensibile).
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
Come il silicio per la crosta terrestre.

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AZZURRA D'AGOSTINO













Lago di Suviana

Una passeggiata poco prima di buio, fiori che non si sfanno
nella pineta scricchiolante e un bacino
d'acqua scura dove tremola il doppio del mondo.
Nei tuffi del cane, nei bastoni levati per gioco,
gente coi piedi a bagno, pescatori,
un ragazzino nel silenzio delle fronde. 
Così è questo, l'altro volto del male
un tempo breve, un sollievo elementare.


1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
 Non è l'ultimo ma mi ha lasciato il segno: La steppa e altre poesie di A. Tarkovskij.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Le primissime scoperte son stati tre grandi classici: Leopardi, Ungaretti, Montale e non in quest'ordine.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Mi è successo recentemente di vedere una poesia tradotta in giapponese. Vedere gli ideogrammi e non capirci niente credo sia la cosa più inaspettata.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
La goccia di un rubinetto che perde.

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FABIO DONALISIO










there is a crack in everything, thatʼs how the light gets in
l.c.

ci sono cose spalancate
o socchiuse
magari spifferi, anche sibili
solo il saldo è concetto contabile
o, sia pur di conti, resa
il sigillo è roba di dio
(ovvero colui che vieta, non dice ma disse)
e la luce, ovunque
entra dalla crepa


1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Riletto in questi giorni Macello di Ivano Ferrari. Ripropone intatta la violenza nuda e la capacità di incarnare e scarnificare. Grande sfida quella che sto ingaggiando con Sanjut de stran di Luciano Cecchinel, di cui, da dialettofono nordico ma occidentale, sto cercando di estrarre il succo dal legno. Restando in zona, plaudo agli endecasillabi di Francesco Targhetta, con cui la dialettica ormai è longeva. Un “scusate il ritardo”: Giuliano Mesa. Un “simile-dissimile”: l'ultimo Giovenale. Un appello: leggere Sui campi di battaglia di Nicola Peretti.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
I primordi, i prodromi. Se proprio devo sceglierne uno, Giorgio Caproni. Tutt'attorno, asserragliati: il Montale tardo e secondario, il Sereni degli Strumenti, Antonio Porta tutto, Pagliarani in vena di brevitas. Poi Ivano Ferrari ancora, arrivato un pelo dopo ma rimasto forse ancora di più, e il Planaval di Stefano Dal Bianco. Due stranieri vivi: Simon Armitage e Durs Grünbein. Un grande vecchio: Leopardi. Un insospettabile: Foscolo sepolcrale. Un “cantante”: Leonard Cohen (ma anche Mick Jagger, Iggy, Cave, Waits, Joey Ramone, per altri motivi). Un poeta in prosa: Roberto Bolaño.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
L'inglese che so, e il tedesco che non so, forse. Vorrei vedere i miei accenti seguire schemi quantitativi e i miei sostantivi flessi. Credo suonerei bene in latino, quindi. In cinese per l'effetto che fa il cantato tonale. Per il piemontese mi sto attrezzando da solo. Vedremo con che esito.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
La metrica è come memoria olfattiva, per me. La riconosci, la annusi con l'emozione, non con il raziocinio. C'è un periodo per educarla, degustarla con l'orecchio. Poi la possiedi senza coscienza e se la cerchi non la trovi.

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VINCENZO FRUNGILLO














Da La parte mancante

[...]
Ma tentare, bisogna tentare,
perché il vuoto valga per ciò che vale,
resti una variante, sia lo sguardo pulsante,
ci distragga per un solo istante, ci porti a fondo,
ci porti a trasformare il tempo in spazio,
in camere e strofe, ci ricordi le parole,
la nostra scommessa finale. "Una volta Celan
chiese al maestro l'ultima parola.

Heidegger rimase scosso da tanta innocenza".
Ripeto la formula, una semplice equazione:
                non si dice ciò che ci precede.
E allora si pone sulla bilancia la propria vita
(e la propria morte), chi tenga in equilibrio il tutto
non si conosce; la chiamo meccanica pesante
questo stare fermi a guardare il sistema di leve
in cui siamo entrati senza far rumore.


1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Biografia sommaria di Milo De Angelis.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Arthur Rimbaud, Osip  Mandel’štam, Vladimir Holan, Hölderlin, Tasso, Milo De Angelis, Elio Pagliarani.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Tedesco, anche se alcune mie strofe sono già state tradotte in questa lingua.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
L'agrimensore di Kafka.

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ELEONORA PINZUTI













P’t [post]

Mi rialzo in quest’autunno
scalzo il senso delle tracce
(ardo? agghiaccio? serve?).
Io non fui l’erba,
o la foglia che s’assottiglia,
ma la soglia sempre sospesa,
forse la chiglia.
Ho picchiato in tutti gli angoli del labirinto,
rivisto nelle pozze
le trame, riletto il palinsesto.
Ho adesso muscoli dolenti,
ossa crocchianti,
la rabbia come patina sui denti.
So per certo che la trama è, non vista, nelle glosse.
Che il sentiero è rilkiano, fatto di sassi bianchi,
di sinossi sulla piega della carta.

Mi rialzo. E tolgo ad una ad una le schegge.
Non sono altro che tatuaggio, simbolo,
la polena sulla barca.

Quello che mi interessava di più, in questo testo, era esprimere il tratto biografico, le cadute, le impossibilità, i dolori: si tratta di una interrogazione al “destino”, evidenziato dal mitologema della barca e variato sul gender femminile (la polena). L’ho intarsiato di citazioni dalla tradizione lirica novecentesca per legarlo sia alla filologia, che ha formato la mia giovinezza (le glosse, la trama, la sinossi, il palinsesto), sia a quel meta-scrivere (Rilke e il suo Lettera a un giovane poeta; Le Labyrinthe du monde della Yourcenar) che è, per me, a qualche livello, la metafora stessa della vita e dell’intero libro di Èsodi.


1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Il più recente è Antonella Anedda, Salva con nome, comprato qualche giorno fa. Ma ogni libro lascia addosso dei segni, dei glifi.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Primissime letture, alle elementari: Leopardi, La quiete dopo la tempesta. Pascoli con Myricae e Petrarca alle scuole medie. Torno sempre alla versificazione italiana (da Dante a Caproni) e ai temi della poesia europea.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Forse in Giapponese, lingua che sembra unire una vocalità melodica alla pittura, ai “mondi in grafia” degli ideogrammi.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
Mi piace paragonare la metrica al suono delle onde. Per me la metrica perfetta dovrebbe avere quella ritmicità, quella cadenza. E anche quelle burrasche, quelle impennate. Sarà che sono nata sul mare….

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MARCO SIMONELLI










Condominio Magnolia 

La casa nuova mi piace è più grande c’è un ampio salone
c’è anche la stanza per un fratellino 
nel condominio se l’ascensore si rompe ti tocca salire le scale
e un giorno ho portato alla mamma i sacchetti su fino in cima 
le ho dato una mano a portarli all’ottavo piano 
ma quando una volta mi sono affacciato
faceva paura vedere gli omìni piccini picciò 
però non ho pianto mi sono affacciato soltanto una volta
faceva paura pareva cadessi e forse è cascata persino
la mamma dell’altro bambino che vive più sotto

non è che è cascata si è proprio buttata 
è successo mentre dormivi ed era in ciabatte e vestaglia 
diceva da tanto che urlava che povera donna il marito
è quello che ha sempre la borsa di pelle e fa il ragioniere
credo lavori in piazza puccini ma mamma ma mamma
ma come faceva? ma non ci pensava ai bambini?

è malata! è come la pazza del terzo piano che butta
i sacchetti della nettezza dalla finestra! 
va sempre a comprare la birra ne porta su pacchi 
ma quando la vedi non glielo dire mi raccomando
ma quando una volta tornavo da scuola non ho fatto in tempo
a entrare nell’ascensore ho pensato è maleducato 
non aspettare una signora anche se pazza
però quella sembrava normale soltanto puzzava un po’ di sudore 
e io stavo zitto non lo sapevo che dire avevo paura e pensavo
non è che la pazza adesso m’ammazza?

io non lo so come mai se n’è andato il marito
la vedi la panda in fondo al parcheggio? tu guarda è un rottame

in effetti non ha i finestrini né i seggiolini neppure il volante
è tutta vernice scrostata è stato il marito a lasciarla così
tu pensa da quanto quella macchina è lì 

un giorno da qui me ne andrò per entrare in un coma
abbracceranno il mio corpo più morto che vivo e pesante
poi chiederanno una sedia perché non possiamo portarlo
dall’ottavo piano facendo le scale con la barella
è troppo rischioso perdiamo del tempo prezioso
spostalo tienilo eccolo legalo sgombra la stanza
ché fuori ci aspetta l’autoambulanza.  


1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Voluntary Servitude di Mark Wunderlich. Non è esattamente l'ultimo che ho letto ma senza ombra di dubbio l'ultimo che mi ha costretto a pormi un bel po' di domande.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Avevo sedici anni quando andai per la prima volta in libreria per comprare due libri di poeti italiani: erano Proclama sul fascino di Dario Bellezza e Vuoto d’amore di Alda Merini. Forse hanno lasciato un segno nel senso che il mio lavoro, ultimamente,  sembra costruirsi intorno ai temi dell'omosessualità e del trauma. Il poeta che non smette di lasciare il segno però è Dante, ad ogni lettura. Temo sia inevitabile, soprattutto per un fiorentino.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Ho avuto la fortuna di vedere miei testi tradotti in francese, inglese, tedesco e spagnolo. Mi piacerebbe veder tradotto un mio testo in russo, giapponese o arabo, una lingua insomma anche visivamente più distante dalla mia.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
Direi che la metrica è una trivella cesellata a mano che penetra un terreno all'apparenza abbastanza desertico.

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MARIAGIORGIA ULBAR












Sono solo un uomo piccolo,
mi rimetterò in cammino
perché fermi stanno solo i morti
e mi vergogno a farmi accogliere da loro.
Andrò sul fondo, sulla sabbia
dove vivono le salme e i relitti
le stanze sotto, le silenziose parti;
voglio andare a vedere di che colore sono
a sentire quale idioma escogitano
lì dove sembra che parlare non si possa.



1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Dico di quello che sto leggendo: Il grasso di lepre del poeta bosniaco Abdulah Sidran (Edizioni Casagrande), che raccoglie le poesie scritte tra il 1970 e il 2009. Un’immersione nella storia di Sarajevo, ma anche nel paesaggio e nell’immaginario dell’Europa dell’est, che è una parte di mondo che amo e mi attrae. E quella di Sidran è il tipo di poesia che ho voglia di leggere ora, una poesia che racconta, aderente alla realtà e con improvvisi vertiginosi stacchi di metafora. Come la poesia epica.
Poi ci sono le letture e riletture di Amelia Rosselli, Sandro Penna e Osip Mandel’štam, che mi accompagnano in maniera costante.

2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Appunto, come detto, Rosselli, Penna e Mandel’štam che lasciano continuamente il segno, insieme a certi versi di Pavese, Montale, Cardarelli, Cavalli e, tra gli stranieri, Bachmann e Eliot. Tra le primissime letture in versi: l’epica, l’Inferno di Dante, il Faust di Goethe (letto a 16 anni con pretese di leggerlo in originale, roba da pazzi!), La vita è sogno di Caldéron de la Barca, la prima Merini, anche.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Sicuramente in tedesco. Ma poi inglese, francese, spagnolo, urdu, afrikaans, rumeno, russo, hindi, armeno, turco… Tutte! Non è presunzione, è che le lingue e i passaggi e gli scambi tra esse che avvengono con la traduzione sono quanto di più interessante e stimolante ci sia per chi scrive e ha una formazione linguistica.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
Due similitudini: l’endecasillabo è come la mamma italiana: sempre legati e sempre a tentare di staccarci, di creare la frattura  e di non lasciare che controlli tutto ciò che facciamo. E poi: la metrica come modo di camminare, andatura: cadenza ritmica e progressione, insomma qualcosa che ti tira avanti, una “macchina” fatta di muscoli volontari e involontari.