Visualizzazione post con etichetta Franca Mancinelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Franca Mancinelli. Mostra tutti i post

lunedì 16 aprile 2018

"Libretto di transito" di Franca Mancinelli

Sembra un omaggio alle origini della collana A27 poesia di Amos Edizioni il titolo numero 4, Libretto di transito di Franca Mancinelli (pp. 72, 12 euro) e ricorderemo tra pochissimo il perché. Il libro di Mancinelli arriva dopo il trittico di inaugurazione di fine 2017 costituito da Varizioni sulla cenere di Fabio Pusterla (il suo libro più debole, mi sembra, anche se già con Argéman si era intravista una perdita di incisività del verso e di aderenza tra lingua e immaginario), da Linoleum di Giulia Rusconi e il convincente Ambienti saturi di Fabio Donalisio, decisamente l'opera più bella e riuscita del terzetto di partenza. Per tornare all'idea del transitare che anima anche il nome, il concetto e il progetto grafico di questa recente iniziativa editoriale (si veda questa intervista fatta al momento del varo), vale la pena ricordare che il prototipo della collana, un volume del 2001 contenente 5 poesie a testa di Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra, oggi curatori di A27 poesia, portava proprio il titolo di Transiti. Altro discorso è (sarà) capire se questo libro contenuto di Mancinelli intende essere, all'interno del suo percorso autoriale e editoriale, un libretto di transito verso un'opera che l'autrice intende più corposa e magari rischiosa (anche sul rischio ritorneremo, in chiusura). Qui però la capienza della parola "libretto" è da intendersi più nel senso del bagaglio, del viatico del transito, e non tanto della dimensione dell'oggetto.

L'opera attraversa un alone onirico, come effettivamente ricorda la quarta di copertina. Tra l'altro, a proposito di quarte di copertina, va riconosciuto un fatto non scontato: questa collana torna a prendersi la briga di scrivere le quarte di copertina, testi brevi e descrittivi, dalla struttura ricorrente tra i vari titoli, in un panorama dove spesso o si rinuncia a farlo o si pesca una poesia o si riporta uno stralcio di pre/postfazione. Anche attraverso questo espediente passa un tentativo di trovare una collocazione editoriale nuova alla poesia. L'attraversamento perlopiù ferroviario (con l'eccezione della spericolata prosa automobilistica di pagina 38) ha ripercussioni sulla struttura del flusso testuale, che non ricorre a sezioni e procede diritto verso la fine, captando colori e forme in quella fase trasognante eppure di veglia nella quale sembra acutizzarsi una percezione più intensa o meno scontata di ciò che ci accade intorno. A far da sostanza di un testo che scorre sopraelevato, come su rotaie di un ponte, resta in realtà un immaginario geologico e tellurico di faglie e falde, di poltiglia argilla o creta, di sabbia o ghiaia. E se le diverse consistenze di ciò che è a terra hanno importanza, va da sé che anche i piedi abbiano una parte rilevante nell'economia dell'opera, così come scarpe o tacchi, l'indossare e il calzare, la taglia di ciò che aderisce e copre il corpo, finanche il bagaglio qui inteso come "valigia". Il testo iniziale in questo detta il passo quando afferma "Entrare nella taglia esatta della pena [...] Calzando scarpe che non hanno mai premuto la terra, dormiremo nel centro dello sguardo, come neonati". Quanto accadrà e verrà registrato dal Libretto allora risente e si porta dietro questa contraddizione tra una percezione chiara - seppur appunto impastata nel sogno - che si deposita con precisione nelle prose poetiche e il desiderio espresso proprio alla fine del testo d'avvio, nel quale si affaccia un intento di tabula rasa, di cancellazione di tracce mnestiche, quasi una pulsione di retrocessione o strana rinuncia dello sguardo e dell'esperienza. E se il transito raccontato diventa anche una ricognizione dell'inconscio o di terreni assai prossimi a questo, sappiamo che quest'ultimo non è riducibile totalmente al linguaggio e la cura o terapia non è mai solo linguistica.

La palette dei colori di Libretto di transito resta scura. Il "bianco" è hapax che vale solamente per i denti che chiamano le ossa sommerse. "Terra" e "acqua" parlano in nero, così come il fiume "così nero che avremmo potuto calpestarlo". La percezione è da ubriachi, quando ad esempio si legge "L'intera città fluttuava". Le similitudini si rincorrono, come nel caso della medusa e delle reti, quando a distanza di poche righe leggiamo "Se ci avesse sfiorato porteremmo segni sul corpo, sottili e rossi lineamenti come dopo il passaggio di una medusa" e poi "Un colore prima di un altro, e poi diversi, insieme, come in una rete che si muove luminosa". In un altro brano ci troviamo forse a concordare con l'attacco che afferma "Le frasi non compiute restano ruderi". La luce qui è tautologicamente "chiara", per ben due volte nello stesso testo, il solo che desideriamo riportare per intero in questa nota di lettura, anche per evidenziare la riuscita espressione di un sentimento di impossibilità (molto bello il "contenerti mentre nasci"):
Mi porti in salvo come sollevando la parte più fragile di te. Resisti nel tumulto. Ed eccoti al varco, attraversato da scariche di luce chiara. Non hai più viso, sei fuori da ogni contorno. Soltanto luce chiara. Vorrei raccoglierti con le mani, contenerti mentre nasci, ma ti sprigioni: sei la corrente prima che non si può toccare. 
Il palleggiarsi di concavità/convessità, da sempre ricorrente nella scrittura dell'autrice marchigiana, rimane centrale, ma se un tempo il cucchiaio era immagine ricorrente e lampante nella sua concavità/convessità, ora siamo all'"incavo degli occhi" e dello sguardo. La densità della parola "occhi" e di quanto a questi rimanda è da segnalare: "gli occhi chiusi", "i suoi occhi in un punto lontano", "Per questo con gli occhi fissiamo l'orizzonte", il caso fonicamente ricco di "un occhio socchiuso", la deviazione animale de "i piccoli occhi rotondi dei cocoriti in gabbia", "trovano la via degli occhi", "In questo paesaggio posso chiudere gli occhi e dormire", "I tuoi occhi potrebbero essere azzurri o neri", "Resta l’incavo degli occhi" e "Con gli occhi chiusi continui a lottare". Gli occhi e anche il corpo non sono una novità nella lirica, di qualsiasi epoca o latitudine. Il corpo qui continua a essere tutto nominato, come in un appello mattiniero di tutte le sue parti: caviglie, capelli, dita, polsi, tempie, pupilla, petto, collo, fronte, bocca, zigomi, spalle si pongono come un interrogativo frammentato alla presunta (e presuntuosa) pienezza della coscienza. Il libro nuovo però, come alcuni testi della silloge Tasche finte apparsa lo scorso anno in "Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano" di Marcos y Marcos, che non aggiungeva molto a un percorso già noto, abbandona completamente la versificazione, almeno quella grafica, per lasciare la pagina a 33 prose poetiche suddivise solamente da pagine bianche. La rinuncia alla versificazione, oggi come oggi, può indirizzare verso molteplici direzioni. Nel caso di Mancinelli, più che a una rinuncia alla versificazione viene da pensare a una strategia testuale che pone (impone) un passo di lettura dimidiato di un appoggio, come quello di chi salta con una gamba sola nel gioco della campana, attraverso stanze di scrittura conchiuse, che si compenetrano una nell'altra come gli angoli concavi e convessi di un angolo giro.

Anche in questo libro di Mancinelli, come in altre opere di poesia apparse di recente e appartenenti a nomi tutto sommato ben circolati editorialmente, sembra che si stia naturalmente per esaurire un ciclo di scrittura che inizia a invocare silenziosamente un rinnovamento. Nel caso di Mancinelli, la prosecuzione del ciclo, che ormai dura da anni (sicuramente da Pasta madre del 2013), negli ultimi tempi è sfalsata e quasi rallentata dall'introduzione dell'elemento strutturale della prosa, ma l'immaginario e la sostanza che alimenta la pagina hanno una composizione chimica simile e ripetuta. Un testo come quello che ritrae il padre che annaffia qui rivede e accorcia quanto già uscito nel citato "Quaderno" di Marcos y Marcos solamente un anno fa. Questo sta bene, fa parte del bagaglio di un'autrice che come ogni scrittore vive di ossessioni, di riscritture, di revisioni, ma allo stesso tempo ci dice di una sosta prolungata sopra lo stesso nucleo. In questa scrittura resta interessante seguire un dialogare di fantasmi che emerge a ogni giro di frase e si coagula in pagina. Nell'inseguimento di questo dialogare di fantasmi, per stare su persone anagraficamente vicine, i risultati più alti e belli restano però a mio avviso le opere di due autrici poco citate e tornate silenziose, che tuttavia ci auguriamo di tornare a leggere presto. Mi riferisco a Erika Crosara (1977) di Ius e Alessandra Conte (1978) di Breviario di Novembre, alle quali aggiungerei il caso più recente di Carmen Gallo (1983) di Appartamenti o stanze (anche per nominare un'autrice nata negli anni Ottanta, visto che queste suddivisioni a decadi calcistiche piacciono molto ai compilatori di antologie, quaderni, recensioni). Ma il dialogo dei fantasmi è essenziale anche nelle prose poetiche di Mancinelli e non a caso Emily Dickinson, regina dei fantasmi, appare in epigrafe con Simone Weil. La differenza si ravvisa sempre nel come si fa risuonare un fantasma. L'impressione è che un angolo giro sia compiuto e che uno spostamento sia necessario, magari è già in orizzonte. Il transito rappresentato da questo nuovo libro ci dice insomma di una padronanza di stile e scrittura che convoglia le forze verso una robusta costruzione di autorialità. Da lettore posso registrare la riuscita complessiva dell'operazione, augurandomi però anche di poter riscontrare un'oscillazione del senso e delle immagini su superfici meno sicure, meno "date", ma più utili al mio transito di lettore. In altre parole, ci auguriamo che resti sì salda l'asticella della scrittura, dello stile - con tutti i suoi portati biologici - e della qualità editoriale che accoglie l'opera (qui fuori discussione), ma che resti alta anche l'asticella del rischio, con tutto ciò che questa parola implica nelle discussioni che ricadono nell'alveo della poesia. Anche a costo di sbagliare un colpo, anche a costo di sporcare la propria ricerca e portarla più in là, nel tentativo di dire quello che si può ma anche, soprattutto, quello che non si può dire. Il bagaglio, incluso quello teorico-tecnico, da un pezzo è pronto per affrontare questo nuovo transito e l'importante adesso, per fare il verso al bel finale di una di queste prose, è non scordarsi di partire.

lunedì 3 aprile 2017

"Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano" di Marcos y Marcos. Intervista agli autori

Librobreve intervista #76

Come nel caso dei precedenti due "Quaderni", l'undicesimo nel 2012 e il dodicesimo nel 2015, di seguito potete leggere un'intervista collettiva agli autori antologizzati in "Quaderni italiani di poesia contemporanea", pubblicazione periodica curata da Franco Buffoni e da diversi anni edita da Marcos y Marcos. Le domande rivolte agli autori di questo "Tredicesimo quaderno italiano" sono le medesime delle passate interviste apparse sulle pagine di cui poco sopra trovate i link.

Ringrazio gli autori Agostino Cornali, Claudia Crocco, Antonio Lanza, Franca Mancinelli, Daniele Orso, Stefano Pini e Jacopo Ramonda. Le prefazioni alle loro raccolte autonome sono di Antonella Anedda, Milo De Angelis, Umberto Fiori, Massimo Gezzi, Fabio Pusterla, Flavio Santi e Niccolò Scaffai.

Per quanto riguarda le presentazioni del volume, ricordo che la prossima sarà a Bergamo alla Fiera dei Librai il 15 aprile (con un'introduzione di Mario Santagostini). Si segnala già ora la presentazione del 24 maggio a Milano presso "Spazio Poesia" nella quale interverranno Franco Buffoni e Massimo Gezzi.


Agostino Cornali

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
AC: L’idea del bene di Mario Santagostini, un libro che ho faticato molto a procurarmi.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Ho iniziato a leggere poesia quand’ero abbastanza piccolo, ben prima di studiarla a scuola, e grazie ad alcune antologie del Novecento che mi sono capitate per caso tra le mani. Perciò le prime letture sono quelle di alcuni “classici” italiani del secolo scorso, Montale e Luzi in particolare. Per quel periodo tra gli stranieri devo citare almeno Borges, Pessoa e qualcosa di Rimbaud. Ma il più importante di tutti penso sia stato, fin dall’inizio, Leopardi. Poi ho conosciuto Sereni, Fortini e tra i viventi Pusterla, Santagostini, De Angelis, Magrelli. Un autore straniero che oggi leggo spesso è Charles Simic.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
AC: Poiché è stata la lingua che per tanti anni ho prima studiato e poi insegnato, sarei curioso di leggere un mio testo tradotto in latino. Tra le lingue moderne, visto il prestigio della letteratura che in quella lingua si è espressa, direi il francese.

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
AC: Sceglierò un riferimento cinematografico: la corsa verso il mare del ribelle Antoine Doinel nella scena finale de I quattrocento colpi di Truffaut.
 
“Un tempo qui era tutto un bosco,                                                Gazzaniga
erano selve spaventose e scure”

recita una voce smarrita di cantore,
di custode delle ombre
che a quest'ora s’affollano nei corridoi.

“Adesso attraversiamo gallerie, sottopassaggi, tunnel
il fiume con denti d’acciaio
scava ancora il suo letto,
non trova pace

i nostri figli scendono da corriere azzurre
s’accalcano davanti
alle porte ancora chiuse

non dicono nulla, sono senza fiato
ma con gli occhi cercano qualcuno,
cercano te”


Claudia Crocco

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
CC: Carlo Bordini, I costruttori di vulcani. È un libro del 2010, ma per motivi personali ho avuto una sorta di blocco verso quel libro, e l’ho letto solo da poco.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
CC: In prosa o in poesia? In prosa, la prima cosa seria che ho letto è stata I malavoglia di Verga, in quarta ginnasio; la prima cosa seria che mi ha lasciato il segno è stata Scuola di nudo di Walter Siti, all’università; il romanzo che ha avuto più importanza per quello che poi ho scritto nel XIII Quaderno è I detective selvaggi di Roberto Bolaño. In poesia è più facile. Il primo libro serio, al liceo: i Canti di Leopardi; i libri che hanno lasciato il segno, tutti all’università: gli Strumenti umani di Vittorio Sereni, Somiglianze di Milo De Angelis e Umana gloria di Mario Benedetti. Nel periodo in cui stavo scrivendo Il libro dei volti, però, per me stavano diventando importanti anche le prose di Alessandro Broggi (Avventure minime) e la raccolta The Complete Poems di Philip Larkin; ah, e poi rileggevo per la prima volta da persona adulta I mondi di Guido Mazzoni.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
CC: In inglese, perché è quella che conosco meglio.

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
È come riguardare, da trentenni, le puntate di Dawsons’ Creek o di Piccoli problemi di cuore.
Ma sono anche una studiosa (il mio lavoro sulla poesia è per me più importante di quello per il quale mi intervistate qui), dunque devo conoscere bene la metrica. Io non ho mai avuto un buon orecchio metrico, non sono di quelli che riconoscono endecasillabi e settenari al primo ascolto: al contrario, a un certo punto mi è servito migliorare le mie conoscenze metriche e farle passare da decenti e molto buone. Ci ho lavorato moltissimo, e, alla fine di un dottorato, credo di essere in grado di prevedere cose tipo che Joey e Pacey finiranno insieme. Ma non dureranno.


VETRINA


Il vetro rivela in fretta passando
due persone ferme una gelateria
affollata anche d’inverno soli
l’uno di fronte all’altra, per caso.

La paletta azzurra lui la avvicina
piena alle labbra di lei, la crema nelle pieghe
del rossetto sfumato. Gli sorride,
ha meno freddo, per caso incrociano gli occhi.
Non si conoscono ancora non sanno
di essere meno estranei ora in uno sguardo.


Antonio Lanza

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
AL: Mi perdonerà, ma ne intendo citare tre: un libro ancora inedito, ma di cui sentirete parlare Krankenhaus di Luigi Carotenuto; uno di una delle migliori poetesse italiane, Maria Attanasio, Blu della cancellazione; e un libro di uno dei più significativi poeti europei, Zbigniew Herbert, L’epilogo della tempesta.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
AL: Le primissime letture, quelle del Liceo e dei primi anni dell’Università, non posso che definirle superficiali, scolastiche, disordinate, ma bulimiche. Una telefonata della poetessa calatina Maria Attanasio, generosa di consigli e suggerimenti, cambiò le cose, e la direzione stessa delle mie letture: Milo De Angelis, Maurizio Cucchi: mi aprì insomma alla contemporaneità. Tema dell’addio su un autobus a Catania, tornando a casa; e poi, curiosamente, il Sereni di Stella variabile, prima ancora che Gli strumenti umani mi costringesse a letture continue, innamorate. E ancora il Ripellino di Sinfonietta letto ad alta voce sotto un cipresso a Etnapolis, i dialoghi di Nel magma di Luzi, il Larkin metropolitano di Finestre alte, il Bertolucci arioso di Viaggio d’inverno, il Pusterla di Argéman. E inoltre, il dialogo incessante con i miei conterranei, i vivi e i morti: Nino De Vita di Fosse Chiti, l’impervio e vulcanico Angelo Scandurra; il dimenticato ma robusto Fiore Torrisi, e i classici Stefano D’Arrigo, Lucio Piccolo, Bartolo Cattafi. Tra i miei coetanei infine (anche loro, attraverso il farsi dei loro versi e la loro presenza, “lasciano il segno”): Vincenzo Galvagno, Fernando Lena, Maria Grazia Insinga, Pietro Russo, Patrizia Sardisco. Ma nell’educazione di un poeta non ci sono solo gli altri poeti, così mi piacerebbe almeno citare le corpose suite e i concept album dei Pink Floyd, che mi hanno insegnato il respiro lungo e la progettualità dell’ispirazione.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
AL: In inglese. 

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
AL: L’annegata a cui il poeta pratica un’assistenza respiratoria d’urgenza. E tenta di salvarla, salvandosi.


Voci dagli altoparlanti

III

E il divieto, cifra
del padre, parla a Etnapolis con voce
maschile: vietato entrare negli ascensori
con il carrello, vietato fumare,
vietato parcheggiare in un posto
riservato ai disabili.
                                Ma al di qua di questi
deboli steccati, la messe di auguri
di piacevole permanenza, di buoni
acquisti, di felice anno nuovo è
voce accogliente di donna perché alla donna
compete la sfera degli affetti,
i doveri di casa, le calde
mani sul viso.


Franca Mancinelli

Foto di Dino Ignani
LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
FM: Un libro di prose scoperto qualche anno fa, che ha una forza di irradiazione molto intesa, Autoritratto al radiatore di Cristian Bobin (Gallimard 1997; AnimaMundi edizioni 2012). Un potente condensato di poesia, di capacità di esporsi nudi a ciò che ogni giorno porta, tra finestre di vuoto, raggi di luce, piccole presenze che abitano lo spazio come fiori recisi. È un libro che affronta una perdita, celebrando la vita, i suoi gesti quotidiani, il suo splendente mistero.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
FM: Sul mio corpo-tavoletta di argilla sono incise parole. Mi piace sentirle affondare nel petto, a bocca cucita, sigillata in quel silenzio da cui affiorano voci, scie di altre bocche. Questo accadeva nella mia  prima adolescenza, quando il mio corpo era immerso per metà nell’acqua come quello di un anfibio. L’acqua è la possibilità di un’altra vita nella vita di ogni giorno. Questa stessa valenza ha per me la parola, quando puoi immergerti, sprofondare nella sua materia. È forse impossibile riconoscerne i segni, sembra di portarli da sempre, come un’impronta avvolta attorno a un punto invisibile. A ogni modo i miei primi torrenti e pozze d’acqua sono stati i libri di Cesare Pavese, Fernando Pessoa, Rainer Maria Rilke, Dostoevkij.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
FM: L’anno scorso, in questo stesso mese, per un progetto di scrittura ho frequentato un reparto di pediatria  dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. Mi sono trovata a giocare con un bambino che non sapeva ancora leggere. Quando ha visto il mio taccuino, ha iniziato a tracciare nelle pagine bianche linee seghettate e taglienti. Io ne leggevo ad alta voce il suono, decretandone alla fine la lingua: è giapponese! Una linea più dolce, come dune mosse dal vento, era l’arabo. Una linea ondulata il mare. Una linea che si avvolgeva e tornava su stessa, un uccellino che saltella. Forse in quest’unica aperta lingua dell’infanzia mi piacerebbe tornare, immergere la forma della mie parole, riplasmarla come in un fango primordiale.
Amo la possibilità di sostare in questa soglia dove siamo finalmente liberi dalla necessità di comprendere. Per questo mi piace immergermi nel suono di lingue sconosciute, di cui non posso intuire il significato. È la possibilità di arretrare, di defilarsi da ogni vincolo di comunicazione, in quello spazio muto, di pura percezione, dove le parole trascorrono sospese, nel loro mistero, come grandi nuvole.

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
FM: Per i versi del mio primo libro, Mala kruna, la metrica è stata una di quelle sottili reti metalliche che avvolgono i crinali dei monti soggetti a frane. Conteneva e arginava la mia incertezza. Dopo avere avvolto e riavvolto a lungo i versi in me, finivo per ricorrere a una istintiva e alquanto approssimata verifica del conto delle sillabe, picchiettando nell’aria con i polpastrelli, come su una tastiera invisibile. Se risultava un endecasillabo, o anche un novenario o un settenario, finivo per affidare le parole al foglio e riconoscerle. Questo è stato soprattutto per i primi testi. Poi, già dalle ultime sezioni di Mala kruna, è sempre stato il ritmo, più della metrica, che ho cercato. Il ritmo è una legge che precede ogni forma e significato. È un cordone che ci riconnette al primo pulsare del mondo. Con Pasta madre l’ho sentito all’interno di quella stessa lingua che ricevevo in dono e a mia volta donavo, perché si compisse nell’altro, in uno spazio di accoglienza e di ascolto. Con i frammenti che sono nati dopo, Tasche finte, l’ho lasciato sciogliere oltre la fine del verso. La lingua, come un muscolo che si era istintivamente contratto, ora mi chiedeva di distendersi.         


da Pasta madre (Nino Aragno, 2013)


darò semplici baci di sutura                                       
verserò saliva a ogni giuntura
sarò sbucciata e dolce ai denti.
Ogni mattino ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.

Per te avrò aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.


Daniele Orso

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
DO: Dall’interno della specie di Andrea de Alberti. Non proprio tra gli ultimi ma sicuramente hanno lasciato il segno anche Simon Armitage, Paul Durcan, Yari Bernasconi.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
DO: Domanda difficile... Del novecento italiano direi il gruppo di Officina (Fortini e Pasolini sono ovvi, ma anche Roversi e Leonetti), corretto in qualche modo dalla scuola milanese (Sereni l'ho amato molto, e poi Raboni). Come tutti gli anti-novecentisti ho una sterminata ammirazione per Caproni... Infine Giudici che sento sempre più vicino... Ma tanti altri: D'Elia, secondo me ingiustamente un po’ trascurato, Benedetti... Tra i dialettali, Giacomini... E non cito i maestri riconosciuti (Auden, Heaney, Mandelstam, Brecht...). Ma l’alfabeto l’ho imparato su Saba e Montale. Come tutti. E poi taccio per ritegno alcuni che hanno a che fare in qualche modo coi Quaderni... Se però devo proprio dirne uno tra i primi libri di poesia letti, direi l’antologia del ‘900 di Mengaldo.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
DO: In tedesco. Non lo parlo ma mi affascina. La lingua che nel bene e nel male ha segnato il ‘900. E poi di Brecht, di Enzensberger, di Bernhard...

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
DO: Un bel paio di scarponi. Per quanto vecchi e usurati, sai che se vuoi affrontare le montagne, anche se possono sembrare scomodi o pesanti, sono uno strumento che ti aiuta a superare le asperità. Puoi anche sperimentare nuovi modi per salire le montagne, lasciar perdere qualsiasi sentiero, o tracciarne di nuovi, ma i riferimenti sono sempre quegli scarponi e i sentieri già segnati.


*

Tu che godi delle spighe già mature
Ricorda che per farle così gialle
C’è fatica e sudore sulla schiena
E la linfa si è seccata al calore

Dell’estate e alle ore ferme sotto
Al sole e al tremore dell’aria che bolle.
Talvolta molto scarso è il grano.
Talvolta bruciato è il raccolto.

Non puoi dire quanto saranno
I tuoi sforzi compensati. Non questo
È il punto. Non c’è merito né danno.

C’è solo un atto da fare. Fallo.
Niente bravo o applauso finale.
Fieno per le bestie, nel fienile strame.


Stefano Pini

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
SP: La pietra di OsipMandel’stam, nell’edizione del Saggiatore: una steppa che non lascia scampo, una scoperta tardiva ma importante.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
SP: Tra le prime: Le illuminazioni di Rimbaud, incontrate per caso quando ancora ero troppo piccolo per capirci qualcosa, e il Leopardi scolastico, forse il primo ricordo di lettura poetica consapevole. A lasciare continuamente il segno, sempre, sono invece Vittorio Sereni, Milo De Angelis e Mario Benedetti.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
SP: Innanzitutto in inglese: per affezione, conoscenza diretta della lingua e un certo immaginario condiviso. Poi in portoghese, di cui mi piacciono il suono e la malcelata malinconia.

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
SP: La descriverei come una marea, con il suo ritmo, le sue noie, il suo fascino, la sua scientificità. La si può assecondare, ci si può adattare e anche proteggere dalla marea, ma non la si può ignorare.


Treviglio, via Deledda


L’età mette ordine nei cassetti
le primavere ancora rosa, come le scale
del santuario che sta lì da secoli
e nessuno più teme, nell’orbita del paese.
Si crede in una specie, un conforto
per le ossa azzimate e il suono di un figlio,
le ore contate che fanno un padre.
Si prova qualcosa, a dire che non è la fine.


Jacopo Ramonda

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
JR: Via provinciale di Giampiero Neri.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
JR: I primissimi a colpirmi, durante il liceo, sono stati Lee Masters, Bukowski ed Eliot. Ma i poeti che hanno veramente lasciato il segno li ho letti più tardi, quando ho deciso di mollare con la musica per provare a scrivere seriamente (per seriamente intendo quotidianamente). Si tratta per lo più di contemporanei: Giampiero Neri, Tiziano Rossi, Umberto Fiori, Andrea Inglese, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Guido Mazzoni, Alessandra Carnaroli, Francesca Genti, Raymond Carver, Russell Edson, Charles Simic, Mark Strand, Simon Armitage, Billy Collins e altri ancora che mi piacerebbe citare, ma direi che si tratta di un elenco già troppo lungo.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
JR: In inglese, la lingua di molti miei miti musicali e letterari.

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
JR: Non so se posso rispondere a questa domanda, dato che scrivo prose brevi.
Istintivamente, mi viene in mente l'immagine di una città lontana, lasciata alle spalle, per trasferirsi in un'altra nazione, con varie affinità e aspetti in comune con la precedente, ma anche con regole, usi e costumi differenti.


Una lunghissima rincorsa (cut-up n. 157)


Mentre ti aspetto seduto su una panchina, mi lascio catturare dal modo in cui uno sciame d’api si spinge avanti, contorcendosi e aggrovigliandosi in un intreccio di orbite ellittiche. L’avanzata del sistema è una conseguenza delle derive dei suoi componenti, che sembrano rincorrersi tra loro.

Nell’illusione che il numero dei passi sia proporzionale alla distanza coperta, procediamo lungo un percorso a spirale, in cui scopriamo quello che vogliamo dire nell’atto di dirlo, tra errori, dimostrazioni di coraggio e ripensamenti. La capacità di coordinare i movimenti, e avanzare in posizione eretta, è un meccanismo che pare studiato apposta per permetterci di affrontare la lunghissima rincorsa che ci aspetta. Inseguendoci a vicenda, in nome di una particolare forma di contorsionismo che riconosciamo come amore, creiamo un groviglio difficilmente districabile d’interdipendenza, speranze, aspettative disattese o mantenute, e interpretazioni equivoche simili a stelle cadenti. Un’illusione ottica, originata da uno sciame di meteore che si rincorrono invano lungo orbite parallele, sulla traiettoria della Terra, finendo per esserne travolte e sgretolandosi nel contatto con l’atmosfera.



sabato 27 luglio 2013

Per i sei libri finalisti del Premio Castello di Villalta Poesia

Il testo che segue è stato pubblicato sul sito del premio di poesia "Castello di Villalta". Il 28 luglio si tiene nella cornice del castello la presentazione dei tre finalisti (questo il programma della giornata). Sono Stefano Dal Bianco con Prove di libertà (Mondadori), Enrico Testa con Ablativo (Einaudi) e Franca Mancinelli con Pasta madre (Aragno). Sono tre libri dei quali, tra l'altro, ho già scritto su queste pagine. La rosa di tre finalisti è nata a partire da una rosa di sei che prevedeva anche i libri I padri di Giulia Rusconi (Ladolfi), Città alla fine del mondo di Tiziano Broggiato (Jaca Book) e Quando avrò tempo di Anna Maria Carpi (Transeuropa). Il sito internet del premio si trova a questo indirizzo e ospita molti interventi e recensioni (costituisce uno dei più vivaci esempi di blog-sito internet dedicato a un premio di poesia). Quattro libri su sei hanno già trovato spazio su queste pagine dedicate ai libri brevi. E pure gli altri due meritano attenzione. Anzi... uno dei due libri che non recensito è... no, non vi anticipo nulla.

Mi è stato chiesto un commento sui sei finalisti del Premio di poesia “Castello di Villalta”. Ringrazio la giuria per fidarsi del parere di uno che talvolta scrive come un ubriacone. E non è sempre vero che in vino veritas…
Faccio allora un esperimento mentale e mi immagino un appassionato lettore di poesia che tra duecentosettantatre anni si troverà a frugare negli archivi del premio (o del castello) per capire cosa si scriveva e cosa veniva premiato attorno all’anno 2013 in una certa area d’Italia. Credo che questo curioso, che per comodità chiameremo il signor Castello, ne ricaverebbe uno spaccato abbastanza significativo, uno spaccato utile per ripartire con altre ricerche; troverebbe insomma sei buoni (se non ottimi) libri. Evidenzio la parola “libri” perché tornerà utile alla fine di questo intervento. Dico questo perché sono convinto – e lo evidenzio già nelle prime battute - che alla fine i sei titoli usciti dalla giuria rappresentino una valida rosa per incominciare a parlare della scrittura poetica in lingua italiana in quel frangente di tempo previsto dal regolamento del premio. Insomma, sono anche ottimi pre-testi. Poi, si sa, è probabile che il miglior libro della stagione sia rimasto fuori perché banalmente pubblicato un mese prima o un mese dopo i termini previsti dal regolamento. La domanda che noi potremmo farci suona circa così: quali di queste forme racchiuse in questi sei libri risplenderà ancora tra duecentosettantatre anni? Quali temi faranno vibrare i nervi nel signor Castello? La risposta è ovviamente sconosciuta ed è meglio così.
Ma torniamo al signor Castello. Potrebbe accadere che il nostro signor Castello osservi i primi esiti della giuria incrociando una misteriosa, ricorrente ed esoterica espressione che ha intercettato sui giornali del tempo: “quote rosa”. (Il nostro signor Castello ha ancora l’inspiegabile vizio della ricerca in archivi/ripostigli del passato e in questo è un tipo solitario.) E poniamo che si interroghi sulla casualità/intenzionalità della presenza di 3 voci maschili e 3 voci femminili. Stacco e ritorno in me. Io mi auguro che questa parità sia casuale (e ne sono in fondo abbastanza certo), anche perché voglio sperare che alla prossima edizione del premio, se opportuno, ci saranno sei voci femminili in finale e a quella successiva, se opportuno, 5 voci maschili e una soltanto femminile. Insomma, giocate come volete coi numeri, basta che la somma dia sempre 6 e basta che non cambi il regolamento. Un premio è un gioco con una giuria, come una gara di ginnastica o tuffi, e il bello è anche questo. A volte vince il gesto (libro) migliore, non il migliore poeta. A volte neanche quello. In fondo un certo spirito agonistico non è mai mancato alla storia delle poesie. Ma se gara c’è, qui non si separa la competizione per genere, uomini e donne competono assieme. L’agonismo rimane, a maggior ragione in un ambiente distratto dove si sgomita (e per giunta, talvolta, dopato) come quello della poesia e della sua lettura/circolazione.
In poesia, ho sempre dato qualche chance in più all’anagrafe dell’età rispetto a quella del genere (su binari simili mi pare scorra la ratio sottostante all’inedita composizione della giuria del premio, con componenti senior e junior). Distinguere, fino a farne quasi un baluardo critico, tra poesia maschile o femminile ha per me quasi lo stesso valore della distinzione tra la poesia di poeti biondi e mori. Parlatemi piuttosto di poeti pronatori e poeti supinatori, ditemi come appoggiano il piede e quali parte della suola delle scarpe consumano per prima. Esiste la poesia, quando e dove esiste. Stop. Il dato biografico e di genere ha valore fino a un certo punto. Ci interessano le opere.
Mi è stato chiesto di essere breve e allora concluderò il mio intervento con qualche frase legata a ciascuno di questi libri, alle opere appunto. Di quasi tutti questi titoli ho già parlato sin troppo diffusamente nel blog Librobreve. Provo a farlo però con le parole/appunti del signor Castello nell’anno 2286. Ecco le sue brevissime schede di lettura:

Ablativo: “Ora vivo all’ablativo” scrive l’autore. Ed è un pensiero molto intrigante, anche oggi che la lingua latina è in pieno “revival”. Che cosa significa “vivere all’ablativo”? La risposta pare contenuta in queste poesie lessicalmente lontane dagli altri cinque autori del “gruppo”.
Città alla fine del mondo: Questo partecipante e finalista ha scritto un libro dal titolo curioso. Parla di Parigi, Milano, Londra, o di cime dell’Alto-Adige ma forse i suoi testi più memorabili sono quelli dove scrive di sale d’aspetto e camere d’albergo. Strano quel suo riferirsi a un certo Celan (Paul Antschel), poeta che deve essere stato un tempo molto noto e apprezzato e di cui da un po’ di tempo mi pare si parli un po’ meno…
I padri: quest’autrice, la più giovane del sestetto, parla di tantissimi padri e pochissime madri. Suppongo che all’epoca sarà parso un ragionamento abbastanza controcorrente. Non lo so, è una sensazione. Ma oggi sento regolarmente tante persone enumerare serenamente “tanti padri e tante madri” (come nella canzone La comune di Giorgio Gaber, colonna sonora di un recente spot di vacanze). La prefatrice, che è nella rosa dei sei finalisti, parla di epoca transgender. Credo ci avessero visto e sentito bene entrambe. Un libro di una sicurezza abbagliante. Ho amato però tanti poeti insicuri, impauriti e tentennanti.
Pasta madre: è interessante questo libro dove certi fermo-immagine della poesia dell’Ottocento e Novecento diventano fermo-immagine meno lirici, meno “congelati”, più con il senso di un’immagine mossa. Il prefatore, Milo De Angelis, poeta di cui regolarmente leggiamo ancora testi nelle antologie, dev’esser stato una lettura decisiva per Franca Mancinelli. Si dà in queste pagine un senso di inevitabile pressione della vita, come se contenuto e forma avessero trovato, per qualche rapido istante, un loro accordo. Per parafrasare un poeta quasi coevo che amiamo molto oggi, Clemente Rèbora, qui si ha la sensazione di una cosa detta “ove l’uomo e la vita si intendono ancora”, anche se non senza dolore.
Prove di libertà: gran bel libro, il mio preferito. Si legge molto bene ed è un libro che si accompagna bene dal principio alla fine (caratteristica che forse manca ad altri volumi). Deve esser nato dopo carotaggi e ragionamenti linguistici e metrici. Anima curiosa questo Dal Bianco, mi sarebbe piaciuto conoscerlo.
Quando avrò tempo: mi ha mosso subito il titolo di questo libro del febbraio 2013, la persona nata prima in questo gruppo di poeti (nel 1939). Questo è il libro che probabilmente restituisce più vita tra tutti quelli letti ed è stata una lettura significativa per questo. Si legge benissimo anche oggi, anche se è profondamente diverso dal libro di Dal Bianco. Questo è un libro che ti lascia il desiderio di andare a leggere tutto il resto pubblicato dall’autrice.

Se siete giunti sino a qui significa che siete stati pazienti verso l’espediente del signor Castello, un signore allampanato, sudato e col diabete mellito. Chiedo scusa per l’esperimento mentale, soprattutto al signor Castello, abitante del mondo nel 2286, per la presunzione di scrivere pensando con la sua testa. Forse avrei dovuto fare un esperimento mentale proiettandomi in un abitante della Corea del Nord di oggi? Chissà. Chiudo con me, e non posso/non potevo fare diversamente. Se fossi da solo in giuria e dovessi scegliere in questo sestetto di finalisti ricorrerei (vilmente?) all’espediente dell’ex-aequo tra le due giovani autrici Rusconi e Mancinelli. Farei questa scelta nell’ottica di isolare un libro particolarmente significativo di una stagione breve, concentrata nel tempo, un libro forse incompleto ma luminoso, un fiore sbocciato all’improvviso o una supernova. Un volo di farfalla. Premierei l’effetto sorpresa, dunque. La promessa. E questo non significa che ritengo I padri o Pasta madre superiori a Prove di libertà o Ablativo. Se però l’ex-aequo non fosse contemplato dal regolamento della giuria (e sotto sotto so che me lo augurerei), farei un’operazione leggermente forzata e premierei nel libro di Anna Maria Carpi, Quando avrò tempo, tutti i libri che questa grande autrice ci ha regalato sino a qui, pieni di cose importanti, a partire dal meraviglioso A morte Talleyrand uscito vent’anni fa (libro splendido al quale si torna di rado, purtroppo). Lo so che probabilmente, così facendo, traviserei il senso del premio che è quello di premiare un libro, e so anche che la mia scelta assomiglierebbe da vicino al classico “premio alla carriera”. Ma non di premio alla carriera si tratterebbe, bensì di un semplice premio ai libri attraverso un libro: per come la vedo io (e anche per come la vede il signor Castello) non esistono carriere in poesia.

(Solo un appunto per la giuria, nella fase preparatoria del premio: non guasterebbe un’attenzione maggiore per quel che avviene nella cosiddetta “Svizzera italiana”, a meno che lo statuto non lo vieti.)