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giovedì 27 settembre 2018

"Andrea Zanzotto: la natura, l'idioma". Disponibili gli atti del convegno internazionale dell'ottobre 2014


Segnalo l'uscita del volume degli atti del convegno zanzottiano del 2014, disponibile dal primo ottobre.


Andrea Zanzotto
la natura, l’idioma
Atti del convegno internazionale
Pieve di Soligo, Solighetto, Cison di Valmarino, 10 -11-12 ottobre 2014
a cura di Francesco Carbognin
Canova Edizioni

Caratteristiche del volume
Collana CanovaAtti
formato 15x23 cm, brossura
pagine 480, illustrazioni colore e bn
ISBN 978-88-8409-300-4
euro 26,00 (disponibile dal 01/10/2018)
Edizioni Canova, Treviso, 2018 – tel. 0422-262397 – info@canovaedizioni.eu


IL LIBRO 
La natura e il contrasto tra l’incommensurabilità del tempo geologico e la storia del genere umano; il paesaggio, minacciato dall’inquinamento, dallo «sterminio dei campi» e dal disamore dei luoghi; il tema civile della lotta tra l’idioma della poesia e gli stragiferi «galatei» del potere; i rapporti tra lallazione primordiale, dialetti e lingue; le relazioni tra lessici diversi, tra pittura, musica, cinema e poesia... Di questi e altri motivi che caratterizzano, con molteplici implicazioni culturali, l’intera produzione in versi e in prosa di Andrea Zanzotto, si occupano i diversi saggi raccolti nella prima sezione del libro (Dalla «natura» all’«idioma»). La seconda sezione raccoglie il testo di due interviste rilasciate da Zanzotto nel 2003 e nel 2008 e le ultime nove liriche (Il Vero Tema), da lui pubblicate in una cartella d’autore nel 2010 e non più ristampate. L’ultima sezione del volume è interamente dedicata all’uomo Zanzotto. Raccoglie infatti le testimonianze di persone a lui rimaste sempre vicine, «microstorie» che legano al ricordo dell’amicizia con il Poeta più o meno trattenuti sentimenti di nostalgia, insieme a immagini al cui fondo v’è sempre qualcuno che sorride di una sottilissima, inconfondibile ironia.  

GLI AUTORI DEI TESTI
Stefano Agosti, Claudio Ambrosini, Gianfranco Angelucci, Marzio Breda, Denis Brotto, Francesco Carbognin, Luciano Cecchinel, Alberto Cellotto, Roberto Cicala, Andrea Cortellessa, Maurizio Cucchi, Umberto Curi, Stefano Dal Bianco, Giulio Ferroni, Giovanna Frene, Tecla Gaio, Matteo Giancotti, Maria Antonietta Grignani, Adriana Guarnieri, Niva Lorenzini, Costanza Lunardi, Maria Giovanna Maioli, Nico Naldini, Massimo Natale, Giuseppe Sandrini, Mario Santagostini, Giuliano Scabia, Raffaella Scarpa, Nico Stringa, Silvana Tamiozzo Goldmann, Giorgio Tinazzi, Guido Tonietto, Francesco Vallerani, Francesco Venturi, Gian Mario Villalta, Francesco Zambon, Andrea Luigi Zanzotto.

Una presentazione del volume si terrà il 6 ottobre a Solighetto (Treviso). In seguito è riportata la locandina. Un'altra presentazione del volume è già prevista il giorno mercoledì 10 aprile nel pomeriggio presso la Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna. 



lunedì 25 novembre 2013

"dirti Zanzotto", il libro curato da Niva Lorenzini e Francesco Carbognin presentato a Bologna il 27 novembre


mercoledì 27 novembre 2013, ore 17.00
Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio 

(Sala Stabat Mater)

ZANZOTTO E BOLOGNA

presentazione del volume:
dirti «Zanzotto». Zanzotto e Bologna (1983-2011)
a cura di Niva Lorenzini e Francesco Carbognin
Nuova Editrice Magenta 2013

intervengono:
Marzio Breda, Francesco Carbognin, Luciano Cecchinel
Niva Lorenzini, John Welle

Il volume che verrà presentato mercoledì 27 alla Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio a Bologna rappresenta senza dubbio una delle più interessanti proposte editoriali sorte attorno a Zanzotto (e, in fondo, ancora, di Zanzotto), nei mesi immediatamente successivi al secondo anniversario della scomparsa. Già ho dato notizie di Luoghi e paesaggi, curato da Matteo Giancotti e pubblicato da Bompiani il mese scorso. Questo dirti dirti «Zanzotto». Zanzotto e Bologna (1983-2011) (a cura di Niva Lorenzini e Francesco Carbognin, Nuova Editrice Magenta, pp. 185, euro 20) dice chiaramente, sin da quel sottotitolo, del bel rapporto che si creò tra l'"inbulonà" di Pieve di Soligo e la città felsinea, un segno visibile, finalmente, che la leggenda che lo voleva appunto imbullonato ("lontan massa son ’ndat pur stando qua / invidà, inbulonà deventà squasi un zhóch de pionbo") alla sua Pieve è appunto un po' troppo leggenda e andrebbe almeno in parte rivista. Ad esempio un'altra città molto importante dove Zanzotto fu spesso accolto è Torino, dove lo attendevano Gian Luigi Beccaria e Carlo Ossola. Tuttavia non è una geografia di città che ci interessa ora, bensì iniziare a sciogliere certe leggende che contribuiscono a cristallizzare percezioni non feconde (e questa è soltanto una).

Il modo migliore per dare notizia di un libro simile è andare, passo passo, al suo interno. Troverete interventi in buona parte inediti, ricavati anche da un paziente lavoro di sboninatura (che magnifico verbo "sbobinare", anche se a molti non evocherà bei ricordi!) e gli atti del convegno intitolato proprio come il libro in questione, svoltosi a Bologna nel novembre del 2011. L'arco temporale è piuttosto ampio. Si va dal 1983, anno di Fosfeni, periodo nel quale Zanzotto curiosamente iniziava ad allenarsi (defaticarsi?) con degli haiku anglo-italiani (oggi leggibili in Haiku for a season e sicuramente importanti per la resa di libri di molti anni successivi come Meteo) all'anno della scomparsa del poeta. Del 2004 è il conferimento della laurea honoris causa nell'ateneo bolognese. Il primo blocco del volume è quindi un percorso di autoesegesi che parte da un contributo del poeta su Fosfeni, passa per lo scritto Poesia e percezione del 1989 e arriva alla lezione dottorale tenuta da Zanzotto nel 2004. Il denominatore comune è proprio la presenza di Zanzotto a Bologna in queste occasioni, una città dove sembra tornare volentieri a dire cose sempre nuove.


Il secondo blocco di contributi si rifà al convegno che si svolse a Bologna il 24 novembre 2011, vale a dire poco più di un mese dopo la morte del poeta. Vi troviamo il contributo di Stefano Dal Bianco intitolato eloquentemente "La religio di Zanzotto tra scienza e poesia", quello di uno dei curatori del volume, Francesco Carbognin, "La grammatica del «Vero»", che salda in modo originale le ultime opere del poeta ai libri più consolidati e più abbondanti di bibliografia, lo scritto di Maria Antonietta Grignani che saluta l'arrivo delle "carte" zanzottiane acquisite dal "Centro manoscritti" dell'ateneo di Pavia e infine un contributo di Philippe Di Meo, tra i principali traduttori di Zanzotto, su "Gli articoli di G.M.O.", la poesia d'apertura di Idioma.


La terza e ultima parte del libro ne costituisce l'appendice e presenta interviste e dialoghi compresi tra il 2001 e il 2009. L'aspetto occasionale di certi scritti nati parlati, unito ad una certa libertà di fondo che li fa muovere, trasforma anche l'appendice intera in un bacino dove è possibile continuare a scavare, a raccogliere e studiare la lingua, le letture, i traumi e le impennate del pensiero del poeta del secondo Novecento che in qualche modo tutti (almeno quei "tutti" che hanno a cuore la poesia) debbono continuare ad attraversare. I tre blocchi che vi ho brevemente descritto trasformano questo volume pubblicato da Nuova Editoriale Magenta in un tassello significativo per tutti coloro che puntano a raccogliere una seppur minima ma efficace bibliografia attorno ad Andrea Zanzotto.


COLLOQUIO

"Ora il sereno è ritornato le campane suonano per il vespero ed io le ascolto con grande dolcezza. Gli ucelli cantano festosi nel cielo perché? Tra poco e primavera i prati meteranno il suo manto verde, ed io come un fiore appassito guardo tutte queste meraviglie." 
SCRITTO SU UN MURO IN CAMPAGNA 

Per il deluso autunno, 
per gli scolorenti 
boschi vado apparendo, per la calma 
profusa, lungi dal lavoro 
e dal sudato male. 
Teneramente 
sento la dalia e il crisantemo 
fruttificanti ovunque sulle spalle 
del muschio, sul palpito sommerso 
d'acque deboli e dolci. 
Improbabile esistere di ora 
in ora allinea me e le siepi 
all'ultimo tremore 
della diletta luna, 
vocali foglie emana 
l'intimo lume della valle. E tu 
in un marzo perpetuo le campane 
dei Vesperi, la meraviglia 
delle gemme e dei selvosi uccelli 
e del languore, nel ripido muro 
nella strofe scalfita ansimando m'accenni; 
nel muro aperto da piogge e da vermi 
il fortunato marzo 
mi spieghi tu con umili 
lontanissimi errori, a me nel vivo 
d'ottobre altrimenti annientato 
ad altri affanni attento. 

Sola sarai, calce sfinita e segno, 
sola sarai fin che duri il letargo 
o s'ecciti la vita. 

Io come un fiore appassito 
guardo tutte queste meraviglie 

E marzo quasi verde quasi 
meriggio acceso di domenica 
marzo senza misteri 

inebetì nel muro. 



(da Vocativo, 1957)

sabato 10 novembre 2012

Andrea Zanzotto e Dino Campana

Poco più di un anno fa, il 18 ottobre, si spegneva Andrea Zanzotto. Molte oggi le iniziative per ricordarlo, non ultima la riproposta di Filò per la collana di poesia di Einaudi (curioso, editorialmente parlando, questo primo approdo einaudiano post mortem, anche se sappiamo che in fondo il gruppo editoriale è legato a Mondadori). Anche chi scrive vorrebbe ricordare Zanzotto a partire da un breve, minuscolo libro, uscito proprio nell'anno della morte del poeta. Si intitola Il mio Campana ed è stato curato da Francesco Carbognin (Clueb, pp. 42, euro 9), autore anche di un importante saggio intitolato L' altro spazio. Scienza, paesaggio, corpo nella poesia di Andrea Zanzotto uscito da Poiesis nel 2007. Nel suo essere piccolo e breve questo libro attraversa un fascicolo fondamentale di percorsi poetici e universi fonici che rimandono al nodo irrisolto tra poesia e follia. Certo, come ricorda Zanzotto, "follia" è parola male-minore a cui ricorrere, in assenza di una parola più adatta.

Nel maggio del 2002 Zanzotto ricevette a Bologna il premio di poesia "Dino Campana". Il premio fu un'iniziativa molto importante, che purtroppo ha poi chiuso i battenti. Il discorso pronunciato da Zanzotto in occasione della premiazione è però uno dei lasciti preziosi di quest'esperienza del premio intitolato al grande "incatalogabile" di Marradi. Come viene giustamente ravvisato, è anche uno dei pochi discorsi e momenti in cui Zanzotto affronta apertamente la figura e soprattutto l'opera di Dino Campana. Campana è prima di tutto difficilmente catalogabile, Zanzotto inizia con questo punto fermo il suo discorso, quasi meravigliandosi poi che Campana sia rimasto escluso dalle sue Fantasie di avvicinamento, anche se - lo sappiamo - certe esclusioni talvolta sono più pregne di significato delle inclusioni. I nomi di Hölderlin e di Rimbaud (e il transito costante dalle parti di Recanati), nomi spesi non a caso da Zanzotto e per Zanzotto, conducono qui alla poesia di un grande "non-catalogato" del Novecento poetico italiano. Anche se Zanzotto non aveva quasi mai affrontato direttamente Campana prima di quest'occasione del 2002, l'incontro con i Canti orfici fu precocissimo nella sua gioventù. Inevitabile il ritorno, attraverso Campana, all'incontro con la poesia di Hölderlin, di cui ricorda quei versi dai quali si potrebbe ripartire ogni volta per leggere e rileggere l'intera opera zanzottiana: "Da ich ein Knabe war, / Rettet' ein Gott mich oft / Vom Geschrei und der Rute der Menschen [...]" (circa: "Quand'ero un fanciullo / spesso un Dio mi salvò /dal chiasso e dalla sferza degli uomini [...]"). Le precoci solitudini boschive e collinari di Zanzotto sono "sovrimpressioni" delle solitudini di Campana, poeta che Zanzotto sostiene di aver letto e "capito" tutto, sin dal principio, e del quale una certa tramatura versuale è sicuramente migrata ed è stata raccolta dal suo scrivere. Si presti attenzione: non è presunzione quel "capire tutto" in un poeta come Zanzotto. In Zanzotto quel capire tutto diventa un atto radicale di accoglimento della parola poetica altrui, proprio nel momento in cui, paradossalmente, diventa ammissione dell'impossibilità di avvicinare del tutto un poeta (ecco perché Fantasie di avvicinamento resta un titolo insuperabile). Ricordare Dino Campana e il proprio incontro con quella poesia diventa allora, inevitabilmente, motivo per ripercorrere i cardini di Hölderlin e Rimbaud (il Bateau ivre tradotto precocemente, il lavoro di "importazione" rimbaudiana di Diego Valeri a Padova, le carte di Hölderlin studiate anche grazie all'amicizia con Reitani) e ulteriore stimolo per ritornare su quell'universo fonico della sua fanciullezza, laddove si rincorrono il fantasioso latino popolare mediato dalla chiesa e quello maccheronico, il tedesco di certi parenti emigrati in Austria con il tedesco di Hölderlin, il francese di Rimbaud e quello della migrazione, le strofe del Tasso giunte per un'impervia via "popolare" nella recita di una zia e, naturalmente, il dialetto. 

Zanzotto, nel suo discorso, rimane fedele all'idea di un Campana non catalogabile, così come dovrebbe essere tutta la poesia. In effetti questo è stato anche il destino critico del poeta dei Canti orfici.  Egli ricorda inoltre che "quanto finora è stato scritto sull’opera di Campana è, complessivamente, di alto livello; eppure, vi restano alcuni interstizi inesplorati vere e proprie zone interdette alla ratio." Poi si lancia in una di quelle sue "fantasie di avvicinamento" che a mio avviso ne fanno uno dei più grandi profili critici del Novecento e che trasformano questo piccolo libro in un pezzo importante del suo lascito. So che lui nicchierebbe, ma per darvi un assaggio di questa grandezza critica riporto per intero questo passo:

"Una poesia come quella di Campana, infatti, si configura come un flusso ininterrotto di armonie e di disarmonie di serie melodiche e semantiche che si sovrappongono e si intrecciano: proprio per questa ragione, la poesia di Campana risulta terribilmente difficile da cogliere in questo ipnotico sovrapporsi di strati armonici, nel tentativo, magari, di rifondarvi l’intera gamma delle associazioni foniche - attraverso gli strumenti offerti dalle più recenti acquisizioni delle Scienze Umane - sulla base dei condizionamenti cerebrali, e via dicendo. Ma interessa davvero tutto questo? Il riuscire a fornire ipotesi attendibili circa i processi neurobiologici soggiacenti alla produzione di privilegiati reticoli fonici e semantici, determinati dall’iterazione di elementi timbrici e lessicali e dal loro disseminarsi nel testo? Certo, non c’è una sola virgola, in un testo poetico, che non mi interessi. Ma credo anche che per quanto il “mentore” che ci avvicina a una personalità come Campana sia diligente, il polverio delle discontinuità mentali di Campana giunga, in qualche oscuro modo, a fondersi al latteo suono, direi, dei suoi versi, a queste maree di armonie logiche e di armonie foniche che si inseguono incessantemente, si intersecano, si fondono e si differenziano per ricongiungersi ulteriormente, nelle sue poesie."