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mercoledì 11 ottobre 2017

Due libri di poesia polacca: "Il lettore di impronte digitali" di Ewa Lipska e "Libro dei poveri" di Jarosław Mikołajewski

Non è una mossa corretta raggruppare e parlare contemporaneamente di due libri solo perché costituiscono esempi recenti di traduzioni di poesia polacca in italiano. La scorrettezza è però annunciata a monte e il lettore mezzo avvisato. Diciamo che per comodità si raggruppano qui traduzioni recenti di due poeti ritenuti tra i più rappresentativi di quel paese. Ha senso allora parlare di poesia polacca? Non vi è il rischio di perpetuare quello che avviene già pericolosamente altrove, cioè insistere su certi immaginari di marche-nazioni? Con la poesia, in linea generale, si può fare un'eccezione e tale eccezione, a ben vedere, si è sempre fatta. Le antologie sono compilate spesso secondo criteri di lingua (o dialetti) e il legame indissolubile tra poesia e una data lingua ci consente di compiere simili operazioni con maggiore consapevolezza: comanda la lingua, la lingua è già un criterio. Certo, tentare dei percorsi di lettura seguendo vie nazionali è complesso e difficile e lo dimostra anche un recente studio di Paolo Giovannetti, ristretto addirittura ai soli anni Duemila della poesia italiana, sul quale si tornerà prossimamente. Certe linee di forza lì individuate valgono quasi sicuramente anche per altre poesie di altre lingue, ma va sempre considerata l'aporia insolubile di qualsiasi mappatura che segua determinati criteri linguistici e estetici (e il libro di Giovannetti pare più interessante laddove insegue la specificità della poesia di dove mutua da altri contesti certi costrutti per applicarli alla poesia). Parimenti, va detto, un tentativo di analisi e ricerca di un percorso di lettura va fatto e soprattutto resta centrale, nonostante tutto quel che si dice, l'operare attorno al costrutto di "libro".

Tornando ai libri di oggi allora, per il paese che ha dato i natali a una delle scrittrici di poesia più lette degli ultimi anni, ha senso interrogarsi su un effetto-Szymborska? Di certo, se di effetto si tratta, è un traino benefico, una scia lunga, di cui può forse beneficiare il "percepito" della poesia polacca a livello internazionale. E non è certo una "scuola". Più interessante sarebbe provare a capire se questo percepito è granitico, diffuso, se presenta tratti consolidati che ritornano similmente in più libri dei poeti polacchi contemporanei. Una delle caratteristiche del primo libro, Il lettore di impronte di digitali di Ewa Lipska (Donzelli, pp. 96, euro 15, traduzione di Marina Ciccarini), è la frontalità con cui si pone in mezzo a taluni temi ritenuti caldi nel nostro presente: la virtualità, il mondo "schermato", la progressiva rovina di ciò che è deputato a essere prensile (i nostri arti, persino il nostro sguardo e la risorsa scarsa per antonomasia, cioè l'attenzione). Questo è curiosamente in cortocircuito con il titolo che ci riporta a un fattore identitario come le (una volta) uniche, irripetibili impronte digitali, linee curve destinate a fare il loro ingresso sempre più prepotente nella virtualità, non fosse altro per motivi di sicurezza e controllo (per inciso: quanto è singolare che la notizia sulla non unicità delle impronte digitali esca proprio ora? E quanto cambia con la crescita esponenziale dei dati passibili di analisi e la possibilità di analizzarli davvero?). 

Prendiamo un testo di Ewa Lipska a mo' di carotaggio e cerchiamo di comprendere almeno alcuni dei motivi di interesse. Ecco la poesia che presta il titolo al volume:

Poggiamo un dito
sul lettore di impronte digitali
e iniziamo ad amarci.

I nostri file virtuali di corpi
in album
blog
in taccuini di conoscenti.
Nuovi eventi.
Nuovi mi piace.

Piacciamo alla Coca-Cola
a Ronaldo e al Papa.

Siamo già 
nei contatti 
e nelle notifiche.

Il nostro letto
nel diario.
Toccami
e tieni premuto.

Ci baciamo 
con miliardi di bocche.

L'autrice, che è nata a Cracovia nel 1945, si confronta con un contesto che curiosamente quasi rifuggono le generazioni di nativi digitali che scrivono versi. Sembra quasi affermi "qualcuno dovrà pur farlo, prima o poi". Conta sempre lo svolgimento, più che il tema, e nello svolgimento la poesia si mostra annodata sul noi. A volte sarebbe interessante seguire il percorso della poesia, più che per mappature, per pure considerazioni attorno ai pronomi personali e di lì tentare qualche indagine, anche statistica. La poesia di Lipska balzella tra i pronomi e le situazioni ed è spesso poesia di circostanza, nel senso orteghiano del termine (questo va specificato perché nell'uso comune "circostanza" ha assunto quasi esclusivamente le connotazioni più logore). In "Innamoramento", poesia che pare scritta su un drone, prendiamo parte ad una scena tratteggiata con pochissime linee persistenti e nella quale si incista la riflessione ancor più essenziale della terza strofa, con l'efficacissima similitudine del cane:

Questi due
sotto la tenera narcosi del cielo.

In viaggio attraverso leggende

omelie e aneddoti.
Finalmente addormentati
nel manto nero dell'hotel 
sul quale si dilungano
i media scandalistici.

Risvegliarli dall'amore

è ciò che desidera un lampo fragoroso.
E la vita gelosa in lutto
si aggira intorno alla reception come un cane.

Ma questi due
sotto la tenera narcosi del cielo.
Felici per sempre.
Della morte sputano

soltanto il nòcciolo.


Un altro libro recente e molto bello, esemplare della poesia polacca che si può leggere oggi in traduzione, è Libro dei poveri di Jarosław Mikołajewski (LietoColle/Pordenonelegge, pp. 148, euro 13, traduzione di Silvano De Fanti, postfazione di Marcello Piacentini). In questo caso l'autore conosce molto bene la lingua in cui è tradotto, dal momento che è noto anche per la sua straordinaria attività di traduttore dall'italiano. Chi legge Collodi, Dante, Leopardi, Michelangelo, Montale, Petrarca, Luzi, Pasolini, Pavese, Penna o Ungaretti in polacco è molto probabile che si sia imbattuto in una sua versione e una nuova traduzione della Divina Commedia è attesa a breve. Il falsopiano su cui si muove Mikołajewski è analogo a quello che abbiamo riscontrato in Lipska e che troviamo sicuramente anche in tanti componimenti di Szymborska: riflessività, asperità perlopiù concettuali, insomma una poesia di pensiero sveglio, alacre e imprevedibile che però si muove per gradi, verso conclusioni sorprendenti che ora assumono la forza stupefacente e vibrante dell'aforisma, ora prendono la strada di una strampalata ma sempre riuscita coreografia poetica: la lingua e le immagini danzano a comporre poesie di pensiero. Nella sua nota finale intitolata "La poesia di Mikołajewski: la forma antica di una preghiera nuova", Marcello Piacentini, partendo dal "falso problema" dell'origine, osserva che
Gli inizi talora sono un fiasco, e neanche è detto che l'uomo non sia un mal riuscito esperimento, degli inizi appunto. Il soggetto lirico della poesia di Mikołajewski guarda piuttosto alla terrenità della creazione, di qualsiasi creazione "il cigno che è creatore / non meno di colui / a cui pensiamo come a un inizio" (lapsus). L'opportunità più grande sta proprio in un banale lapsus che attiva una penetrante, chiara metafora: la gelata immobilizza ogni cosa vivente, la mareggiata è la forza, scatenata certo, ma d'una natura vitale che dà la vita, così come la toglie.
Soprattutto in avvio il libro di Mikołajewski accompagna in riflessioni che affondano nella trama dei nostri dubbi o certezze, nelle nostre persuasioni, nel modo in cui ci piace tracciare la nostra epopea o persino la nostra "autoagiografia", stracciandolo improvvisamente come un foglio. Si prenda ad esempio questa poesia "nn":

non tanto all'improvviso 
quanto inaspettatamente 
seppe che di lì a poco
sarebbe scomparso dalla faccia 
della terra

ci furono le procedure
la discrezione
e il tono in cui
i catechisti insegnano 
a dire no ai testimoni di jehova

gentile e deciso

prima provò rimpianto

tanti scritti incompiuti
tanti non iniziati
interminabili

dopo un breve momento
pensò che il non finito 
è tutto

lui stesso e il mondo 
intero
fino a che la scomparsa
non concluderà l'opera
e dopo

e dopo ci sarà
un mondo altro
anch'esso con qualcosa
o qualcun altro 
d'incompiuto

con un'altra e altrui
scomparsa

trovò la sua consolazione
e non provò nessun piacere
pensando che scompaiono
anche gli altri

no

era una sensazione 
di tipo solidale

Oltre a un efficace esemplare dell'andamento componitivo di Mikołajewski (per il resto, dobbiamo ricordare che siamo pur sempre nell'ambito di una traduzione, condotta comunque da uno dei nostri massimi esperti), questo testo tocca dei punti essenziali e comuni a qualsiasi parabola esistenziale: l'incompletezza, l'incompiutezza, il desiderio, il non-finito. Ed è singolare che un testo così arrivi dal traduttore polacco di Michelangelo, di cui troppo spesso e ingiustamente dimentichiamo i versi a favore degli altri lati del genio (a proposito di genii, va menzionato il finale di "lettere a un'amica" dove il poeta chiude "in ogni momento di genii ne nasce / un milione / e non muore nessuno / perché la morte non esiste"). Il testo di "nn" costituisce un mirabile esempio di rottura d'equilibrio e di un conseguente sviluppo di situazioni, fino all'illuminazione centrale, fino a quando si arriva a pensare che "il non finito / è tutto". Ecco, considerando sempre, per forza di cose, quello che è la traduzione di queste poesie, sia nel caso di Lipska che di Mikołajewski va detto di una certa facilità di avvicinare il lettore, di condurlo in scene e riflessioni, in scansioni strofiche che hanno pesi specifici diversificati. Sono poesie che condensano secoli di riflessione filosofica sull'identità, la tecnica, la teologia (nella inequivocabile e brevissima "errore teologico" si legge "non dio è amore / ma amore / è dio amen"). Questo accade anche in Szymborska, è chiaro. C'è allora qualcosa che ci portiamo a casa, forse, quando iniziamo a leggere "poesia polacca": la sensazione che proprio l'esperienza di lettura della poesia non possa incagliarsi in un Triangolo delle Bermude che abbia come vertici la sola quotidianità, la muscolarità esibita o la pura aderenza a una tensione superficiale. E la peculiarità conversativa di certa poesia polacca che abbiamo potuto leggere in traduzione si risolve a volte in "una non conversazione" strampalata, stralunata e così inafferrabile come questa:

la mia maturazione verso dio
si rivelò un suo
avvicinarsi a me

ci incontrammo al crocevia
alla fermata sulla superstrada

che a quanto pare è al mezzo del cammino

lo riconobbi nella sua nevrosi
da stress creativo

nel caffè non volle 
entrare

mi spiegò che era 
un personaggio pubblico
che non avrebbe lasciato il triangolo al guardaroba
e che sulla barba
gli sarebbero rimaste le briciole della torta di mele
che sull'istante acquistano
significati metafisici

proposi il parco łazienki
scendemmo lungo via agrykola
tacemmo per l'intera passeggiata 
in maniera indelicata
per il primo e unico
appuntamento in cui
in ritardo di un'eternità
scoprivamo le differenze dello stato 
di sensibilità

del rapporto verso gli scoiattoli
e le carpe

ma ormai non si può scappare
si può soltanto rompere

non si può negare che in origine
fossimo interessati
l'uno all'altro


martedì 25 ottobre 2016

"L’epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti" di Zbigniew Herbert (e sui sottotitoli che marcano la poesia nelle copertine)

Covertures #12

Per Adelphi la poesia parla spesso polacco. Sia chiaro, non parla solo polacco: c'è in preparazione, ad esempio, un volume di poesie scelte di Auden tradotte da Massimo Bocchiola e Ottavio Fatica e molti altri sono i poeti pubblicati dalla casa editrice di Milano. Tuttavia, anche sulla scia felice di Wisława Szymborska, non è un grosso azzardo ipotizzare che da quelle parti guardino alla poesia polacca con più di qualche interesse e fiducia. Oltre a Wisława Szymborska si pensi a Czesław Miłosz, a Zbigniew Herbert (Rapporto dalla Città assediata nella traduzione di Pietro Marchesani comparve già nel 1993), a Adam Zagajewski oppure a quel Tadeusz Różewicz che non è ancora un autore pubblicato da Adelphi ma la cui citazione nel risvolto del libro di cui parlo oggi potrebbe far pensare a un futuro sviluppo dell'albero del catalogo. Per Adelphi i risvolti, così come certi libri di critica che fungono anche da anticipatori, servono spesso a fornire velate anticipazioni su possibili sviluppi del catalogo o comunque a lanciare rimandi e rafforzi interni al catalogo stesso, un organismo che nelle sue gemmazioni nuove deve sempre andare a giustificare retroattivamente il tronco originario. Vedremo se arriverà anche il turno di Różewicz oppure se si tratta di una supposizione infondata. 

Dopo aver riposto L'epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti, recente pubblicazione di Zbigniew Herbert (pp. 180, euro 20, a cura di Francesca Fornari), riflettevo su un dettaglio forse banale della copertina: il sottotitolo "Poesie 1990-1998 e altri versi inediti". Sono così andato a rivedere altre copertine di libri di poesia, specialmente di quelli pubblicati nella collana "Biblioteca Adelphi" e notavo che il ricorso a un sottotitolo del genere è raro. Non dubito che stavolta il sottotitolo si sia reso necessario per evidenziare un frammento temporale significativo: Herbert è morto proprio nel 1998 e il richiamo all'inedito è sempre rilevante anche se contraddittorio (l'aggettivo "inedito" pronunciato in una copertina sottointende sempre un "finora"). Nel caso di un altro poeta polacco, Adam Zagajewski, Adelphi aveva pubblicato Dalla vita degli oggetti senza sottotitoli in copertina. Tuttavia, se cercate la scheda dell'opera nel sito della casa editrice, troverete un "Poesie 1983-2005" come sottotitolo. Ora non so se vi sia una linea guida o un preciso criterio di attribuzione dei sottotitoli, specialmente nel caso dei libri di poesia. Tuttavia questo dato mi ha fatto riflettere, anche sul modo in cui propone il genere poesia uno dei principali e noti editori italiani, che persevera nella scelta di non pubblicare certa poesia italiana (a meno che non sia di secoli passati da un pezzo oppure quella di Tommaso Landolfi e di Leonardo Sciascia, vale a dire autori entrati in catalogo per altre radici, quasi mai radici poetiche). L'epilogo della tempesta è un volume che raduna i componimenti da Elegia per l'addio del 1990, Rovigo del 1992 (libro già proposto dalle rodigine edizioni Il Ponte del Sale), L'epilogo della tempesta del 1998 e alcune poesie prese dal volume postumo curato da Ryszard Krynicki. Ha scritto Silvano De Fanti in Storia della letteratura polacca a cura di Luigi Marinelli (Einaudi) che nella sua poesia "l'afflato moralistico e la descrizione realistica sono mitigati, l'uno, e accentuati, l'altra, da un un'ironia espressa da parabole e allegorie spesso sorprendenti". Herbert fu scrittore che abitò sovente la forma esopica della poesia e che non a caso si dichiarò perfettamente a suo agio in situazioni di censura. Al di là dello specifico caso da lui rappresentato, non è un mistero che la poesia funzioni meglio tra i divieti che tra le libere concessioni.

domenica 25 maggio 2014

La presentazione della collana Isola inaugura la seconda edizione di "Bologna in Lettere"

De "La collana Isola", libriccini di poesia e disegni, ho scritto a gennaio dando notizia dell'uscita dei primi quattro titoli. La ricerca continua, sono pronte altre perle di collana e ora la presentazione di questo progetto curato da Mariagiorgia Ulbar diventerà il momento inaugurale della seconda edizione del festival di letteratura contemporanea "Bologna in Lettere" che si terrà i prossimi 30 e 31 maggio nel capoluogo emiliano. L'arcipelago della collana s'arricchisce proprio in questi giorni con La spadina, uscita in parte anticipata nel precedente post, che ci porta al poeta e traduttore polacco Jarosław Mikołajewski. Il testo polacco è qui reso in italiano da Silvano De Fanti e illustrato da Francesco Balsamo (qui a fianco vedete la copertina). Ricordo che a Mikołajewski dobbiamo alcune tra le più recenti traduzioni in polacco dei nostri poeti: Pasolini, Penna, Pavese, Luzi, Ungaretti, Montale, Leopardi, Michelangelo, Petrarca e Dante. Per finire, e prima di lasciarvi al programma completo di "Bologna in lettere", un paio di anticipazioni da questa collana di libri davvero brevi: a giugno usciranno sia le poesie di Raimondo Iemma illustrate da Cristina Portolano sia quelle di Marco Simonelli illustrate da Luca Genovese. Questo il sito del progetto.


Bologna in Lettere
Festival di letteratura lontemporanea
II edizione
30/31 Maggio 2014
(potrebbe essere soggetto a variazioni e aggiornamenti)

giovedì 22 maggio 2014

Tradurre in italiano Wittlin, Szymborska e gli altri. Un'intervista con Silvano De Fanti

Librobreve intervista #39

Intendo inaugurare con questa intervista a Silvano De Fanti, professore di lingua e letteratura polacca all'università di Udine, una serie di chiacchierate con protagonisti della traduzione in italiano. Mi fa piacere iniziare con Silvano De Fanti (che a breve ritornerà ancora su queste pagine per un'interessante segnalazione), dalla lingua polacca e da un testo di Józef Wittlin finalmente riproposto. Mi auguro poi di offrire presto ai lettori nuove interviste con gli altri traduttori che hanno già accettato l'invito.

LB: Da poche settimane è uscito per Marsilio Il sale della terra di Józef Wittlin da lei tradotto. Il libro, del 1935, era stato proposto nel 1939 da Bompiani. Poi si può dire che è scomparso. Quale itinerario e quale processo lo fa riaffiorare ora, dopo moltissimi anni, al di là delle ovvie motivazioni contingenti legate al centenario del primo conflitto mondiale?
R: In effetti il romanzo era scomparso nel dopoguerra, e per giunta dopo aver portato il suo autore Józef Wittlin alla candidatura per il Nobel nel 1939. Scomparso dall'Italia – ma questo non fa specie né testo – e dal resto del mondo, Polonia compresa. Il Sale della terra ha condiviso la sorte del suo autore. Costretto a fuggire negli Stati Uniti in tempo di guerra assieme ad altri colleghi di penna di origine ebraica, dopo qualche anno il suo nome e la sua opera vennero messi all'indice in Polonia. La nascita della collana Anemoni pubblicata dalla casa editrice Marsilio, dedicata ai classici della letteratura dell’Europa centrale e diretta da due studiosi di rara competenza come la boemista Annalisa Cosentina e il germanista Luigi Reitani mi hanno dato l'opportunità di riproporre quel testo ingiustamente poco noto, ma estremamente attuale anche oggi, a prescindere dall'ambientazione bellica. Che poi il progetto sia stato accolto dall’editore lo si deve naturalmente anche alla motivazione contingente che lei cita. Del resto nel nostro ambiente si sa che a volte l'occasione fa l'uomo traduttore...

Andrzej Strug
LB: La "sbornia" da centenario della Grande Guerra ha già iniziato a produrre effetti visibili nelle librerie. Tuttavia, come anche la pubblicazione di Marsilio dimostra, c'è qualche spazio forse per sfruttare questa ricorrenza e riproporre dei libri fuori dai circuiti dell'editoria e della traduzione. Sempre con riferimento alla Prima guerra mondiale e alla letteratura polacca gliene vengono in mente altri? E in poesia si mosse qualcosa di significativo in quegli anni? (Ricordiamo che Wittlin stesso è poeta...)
R: Me ne viene in mente soprattutto uno, assolutamente non tenuto in conto dall'editoria europea, pubblicato due anni prima del Sale della terra. Si tratta de La croce gialla di Andrzej Strug, opera di stampo espressionista e pacifista, che sul canovaccio di un accattivante intrigo internazionale mostra gli elementi nascosti dei meccanismi e le conseguenze fisiche e morali della guerra. Può apparire singolare che i migliori libri di prosa sulla prima guerra mondiale – eccezion fatta per alcuni importanti racconti di scrittori affermati come Zeromski e Reymont – siano apparsi in Polonia soltanto negli anni '30 (ma senza avere caratteri di memorialistica), dopo una lunga elaborazione e in un clima sociale che faceva presagire un prossimo atroce conflitto. Per la Polonia la conclusione della guerra aveva significato la riconquista dell'indipendenza dopo centoventi anni di dominio straniero, e fu proprio la poesia, che nel secolo precedente si era assunta l'onere di servire la causa della patria, a rappresentare l’atmosfera di frenetica passione vitale seguita alla riconquista della libertà. A parte appunto, fra gli altri, Wittlin, che dopo il conflitto mondiale aveva visto di persona “in casa sua” la guerra civile fra polacchi e ucraini, lasciandone un resoconto estremamente umano e doloroso nel ciclo degli Inni. Chissà se anche oggi c'è un qualche Wittlin a osservare ciò che succede in Ucraina...

LB: Se paragoniamo il protagonista del romanzo di Wittlin, Piotr, ad altri celebri personaggi prodotti dalla letteratura della Grande Guerra, che cosa emerge di singolare e nuovo in questo analfabeta quarantenne sconvolto dalla cartolina-precetto e allo stesso tempo in grado di sconvolgere, con il mondo di cui è il portato, la burocrazia dell'esercito austro-ungarico?
R: Direi che prima di tutto va tolto di mezzo ogni tentativo di paragonare Piotr a Svejk. Si tratta di un raffronto compiuto in passato anche da acuti intellettuali (per esempio lo scrittore tedesco Doblin) ma non azzeccato, sebbene lo stesso Wittlin avesse messo in scena un adattamento dell'opera di Hasek. Tra di loro passa la differenza che esiste tra un logorroico e un semi-muto, tra un finto tonto e il vero scemo del villaggio, come effettivamente Piotr era considerato dai suoi stessi compaesani. Piotr è l’immagine dell'inadeguatezza più totale, è l’uomo selvaggio allo stato pre-morale, la cui comunicazione verbale è estranea ai codici comunicativi dei rari interlocutori. Di un tale personaggio Wittlin aveva bisogno per farsi accompagnare nella sua disamina, cinica e umoristica allo stesso tempo, non solo del fenomeno della guerra, ma anche di qualsiasi evento che ponga l’uomo in una situazione del tutto alienante. Si tratta dunque, a mio modo di vedere, di un approccio che anche oggi ha la sua validità: l’arretratezza culturale diffusa che impedisce di scorgere e comprendere la vacuità e la dannosità di valori mediaticamente divulgati come valori imprescindibili.

LB: Questa serie di interviste sta coinvolgendo più traduttori italiani. A lei vorrei banalmente chiedere se si diverte quando traduce. Sempre? Talvolta? Mai?
R: Sempre sempre e sempre. Un po' perché ho quasi sempre avuto la possibilità di tradurre testi di mio gradimento. E un po' perché se non fosse un lavoro divertente - e Dio sa quanto spossante – chi mai lo farebbe? Faccio un piccolo calcolo: dall'inizio della stesura de Il sale della terra fino alla sua pubblicazione è passato circa un anno o più. Diciamo tre ore ogni giorno per un anno, comprese le revisioni delle bozze e tutto il dovuto armamentario di interventi. Ebbene, tolte le tasse per un'ora di lavoro sono stato pagato (non ancora, a dire il vero) circa 2.70 euro all'ora. E ci traduce letteratura sa bene che su una frase, o su un paio di versi, ci si può stare mezza giornata. Siamo gli incapienti delle belle lettere...

Olga Tokarczuk
LB: Come sta la letteratura polacca oggi? Può menzionare autori o titoli che secondo lei meriterebbero presto una traduzione in italiano?
R: La letteratura polacca sta bene, ma soprattutto in casa propria. Quando si avventura all'estero -  e in Italia va peggio che altrove – ha bisogno di grossi arieti per scardinare i portoni di ferro dell’editoria. A volte non basta nemmeno aver vinto il premio Nobel, la poesia di Wislawa Szymborska ha potuto trovare sbocco in Italia più per la citazione televisiva di Saviano che per il Nobel stesso. Comunque direi che si traduce abbastanza anche in Italia, ma solitamente l'eco mediatico è languente, quindi la letteratura polacca rimane alla fin fine una letteratura di nicchia per pochi raffinati intenditori. Farei almeno una citazione: il romanzo Bieguni (è il nome di una vecchia setta di credenti) di Olga Tokarczuk, di cui sono già usciti alcuni libri. Questo romanzo, interessantissimo, è stato proposto ad alcune case editrici. Ma la lunghezza del testo atterrisce gli editori. Per i lettori d'oggi sarebbe una fatica immane...

LB: Ne Lo chalet della memoria lo storico americano Tony Judt racconta di come provò a farsi passare una depressione di mezza età tentando di imparare una lingua "minore" come il ceco. Quando lessi questo sorrisi perché avevo provato qualcosa di simile col polacco, non proprio a mezza età visto che di anni ne avevo credo ventisette, e forse, stando ai parametri di Judt, non ero neanche così depresso visto che interruppi presto lo studio. Potrebbe funzionare il polacco, secondo lei? O meglio il ceco come Tony Judt?
R: Non so proprio se una lingua minore serva a diluire la depressione. Di certo Judt ha scelto male: se avesse imparato il ceco prima o poi avrebbe per forza di cose parlato con un ceco. E si sarebbe accorto – troppo tardi – che quel ceco, come tanti altri, era piuttosto depresso di natura, forse proprio a causa della sua lingua.  Se avesse scelto il polacco, alla fin fine gli sarebbe venuta la voglia di dar vita a un'insurrezione nazionale. Se avesse scelto l'ungherese, avrebbe scoperto – come Piotr Niewiadomski – che lì dentro c'è il diavolo. E forse avrebbe fatto la scelta migliore.

sabato 9 marzo 2013

“Abitiamo attraverso la pelle” di Ryszard Krynicki. Cos'è la poesia, cosa salva? nic, Bóg

A fine 2012, a novembre per l'esattezza, cioè nel periodo in cui tutti gli editori sono trafelati, inavvicinabili e ossessionati dalle strenne natalizie (alle quali si chiede spesso la sistemata finale dei conti dell'anno intero), è uscito nella discrezione assoluta un libro dei più importanti poeti polacchi contemporanei. Ryszard Krynicki era infatti in Italia per il conferimento del premio alla carriera del Festival Internazionale di Poesia Civile di Vercelli e per l'occasione Interlinea fece uscire, nella collana Lyra, Abitiamo attraverso la pelle (pp. 69, euro 12). La traduzione è di Francesca Fornari, autrice anche dell'altra unica traduzione in italiano di Krynicki, conferita in un volume edito da Forum nel 2011 con il titolo de Il punto magnetico. Il nome di Krynicki è legato alla poesia a doppia mandata e forse anche da un batesoniano doppio legame: si può partire dalla casa editrice a5 da lui fondata e che annovera Wisława Szymborska tra i pezzi da novanta del catalogo, ma anche Zbigniew Herbert, Hanna Krall (molti titoli nel catalogo Giuntina), James Merrill, Charles Simic, Stanisław Barańczak (gran traduttore di Shakespeare e... dei testi dei Beatles!), Ewa Lipska, Marcin Świetlicki per finire con Adam Zagajewski (di cui Adelphi ha da poco proposto Della vita degli oggetti), e si può arrivare fino alle traduzioni in polacco di cui è autore lo stesso Krynicki (Brecht, Celan, Sachs). I nomi dei poeti da lui tradotti, uniti a quelli di Bruno Schulz, di Zbigniew Herbert o di Kafka, rappresentano le coordinate più ricorrenti nei discorsi attorno alla poesia di questo autore nato nel 1943 nel lager di Sankt Valentin, in Austria.

Scrive Silvano De Fanti in Storia della letteratura polacca (libro curato da Luigi Marinelli e uscito per Einaudi nel 2004), nel capitolo dedicato a Nowa Fala (Nuova Ondata), il movimento a cui si collega solitamente Krynicki:

"Come Barańczak, anche Ryszard Krynicki (1943) si servì delle strategie della poesia linguistica - forte fu l'influsso della "teoria della fioritura" introdotta da Tadeusz Peiper, fondata sullo sviluppo per integrazione e precisazione della parola o frase iniziale - per registrare la complessità caotica e dissonante della realtà sociale, la sua finzione, l'amorfismo, la perdita dei punti di orientamento morali."

A partire dal 1978, nota De Fanti, cioè dalla raccolta La nostra vita cresce, "la poetica di denuncia sociale cede spazio alla riflessione filosofica, alla meditazione sulla funzione della poesia, a un tono personale sempre più vicino al silenzio." E non a caso la bella, breve premessa della traduttrice si intitola proprio Ryszard Krynicki: il silenzio, unica patria. E per tornare alla funzione della poesia, l'attacco di una poesia si chiede proprio "Cos'è la poesia, cosa salva?". Verrebbe da rispondere con la minuscola poesia bianca che chiude questo libro: nic, Bóg (nulla, Dio). 

La poesia che dà il titolo al libro è molto bella, ma ha versi lunghi, che mi porterebbero all'impiego di troppe fastidiose parentesi quadre per rendere gli a capo e stare dentro i limiti di larghezza di questa superficie bianca sulla quale scrivo (eventualmente la reperirete facilmente in altri siti). Scelgo allora un'altra poesia, dai versi più contenuti, una delle più belle tra quelle che costituiscono la manciata di testi che questo libro mette in circolo nel sangue. Buona lettura (ho come l'impressione che a volte la poesia buona possa funzionare come una trasfusione di sangue).

IL MONDO ESISTE ANCORA


niente cambia
ogni giorno attendi che ti assegnino l’appartamento
ti alzi il mondo esiste ancora
torni dal lavoro il mondo ancora esiste
leggi nel giornale
che i cinesi hanno scoperto un osso che può 
rivoluzionare la scienza
e demolire la teoria di Darwin
vai a letto ti addormenti
senza ascoltare fino alla fine l’ultimo notiziario
dormi non sogni nulla
ti alzi le tue ossa non rivoluzioneranno la scienza
ti rechi a lavoro lungo la via dell’Armata Rossa
il mondo esiste ancora niente è cambiato
sul lato sinistro della via
dipende dalla direzione in cui ti muovi
insieme al paese intero
sul lato di sinistro della via
sul lato di estrema sinistra della via
sul lato sinistroide della via
sul lato levitante della via
vedi uno slogan lo scopo più alto della strada è l’uomo 
sul lato etc. destro lo slogan lo scopo più alto
più in basso non riesci a leggere
più in basso cadono gocce di pioggia aerei petali di neve 
niente è cambiato
le macchine imprimono nell’asfalto
la misteriosa lettera &
il tempo scorre nell’immobilità come corrente elettrica

e il tuo bambino tornando dall’asilo sa già 
che lo scopo più alto è

etc.


(Traduzione di Francesca Fornari)

mercoledì 28 novembre 2012

"Basta così" di Wislawa Szymborska, le ultime 13 poesie

A tempo di record esce il libro al quale stava lavorando Wislawa Szymborska prima della morte, avvenuta lo scorso febbraio. Basta così (Adelphi, pp. 92, euro 10) contiene tredici delle diciotto poesie con le quali la poetessa polacca intendeva congedarsi dal proprio editore e dal mondo dei lettori che avevano imparato ad amarla (e mai titolo fu più diretto a segnare un addio che in fondo addio non è). La pubblicazione in volume è stata possibile grazie all'operato di Michał Rusinek e di Ryszard Krynicki, mentre la traduzione in italiano, dopo la morte del grande Piero Marchesani, storico traduttore della Szymborska per Scheiwiller e Adelphi, è stata affidata a Silvano De Fanti, docente dell’Università di Udine (Ryzsard Kapuscinski, Jaroslaw Mikolajewski e Tadeusz Rózewicz tra gli altri autori con cui si è cimentato). La Szymborska rappresenta oggi un caso di poesia largamente apprezzata e le sue opere sembrano esser lì a smentire chi sostiene che la poesia è poco letta. Chi ama questa autrice poi, la ama fino in fondo, di un amore quasi assoluto e incondizionato. Il volume è corredato da una serie di diciassette riproduzioni e descrizioni dei manoscritti che lo renderanno un piccolo evento editoriale. Per l'occasione la collana Piccola Biblioteca fa uno strappo alla regola e inserisce delle illustrazioni in copertina.

Non resta che addentrarci brevemente dentro questo libro, senza correre il rischio di dilungarci troppo, tanto è breve e incompiuto. Come spesso ci ha abituato, l'autrice descrive situazioni, persone e luoghi ricavandone momenti di radianza straordinari. Così accade già nella prima poesia, "Un tale che osservo da un po' di tempo", dove un addetto alla raccolta dei rifiuti  tra "ossi spolpati, / rosari fischietti e preservativi" trova anche una gabbietta per colombi che terrà appositamente perché resti vuota. Nella seconda composizione intitolata "Le confessioni della macchina che sa leggere" leggiamo "[...] «anima», espressione bizzarra. /  Per ora ho stabilito che è una specie di nebbia, / più duratura, pare, degli esseri mortali.". Altrove l'autrice aveva scritto che l'anima la si ha ogni tanto e che nessuno ce l'ha di continuo e per sempre. Credo che pochi poeti si siano soffermati su questa parola con tale potenza e delicatezza ad un tempo. Nella quarta poesia, "Catene", il quadro è costituito da un cane ritratto alla catena in un giorno d'afa, vicino alla sua ciotola, motivo visivo per richiamare ciò che non vediamo, per spostare lo sguardo del lettore sulle nostre catene, soltanto più lunghe e meno visibili, e che ci consentono di passare accanto all'animale disinvolti. La poesia "All'aeroporto", dedicata a due amanti che si abbracciano correndosi incontro a braccia spalancate, ci riporta dritti alla grazia di certi momenti della sua scrittura dedicata proprio ai luoghi di transito, come sono ad esempio le stazioni dei treni e come accadeva perfettamente, in effetti, in una poesia come "La Stazione" , quella lirica indimenticabile che si apre con il puntuale "arrivo nella città di N.". "Coercizione" è una bellissima poesia da dedicare a certa sicumera vegetariana. In "La mano", una descrizione anatomica lascia spazio a una riflessione tra l'amaro e l'ironico che ricorda come questa configurazione di ossa e muscoli sia stata sufficiente a scrivere il "Mein Kampf o Winnie the Pooh". La poesia "Lo specchio" si apre con l'immagine forse più memorabile dell'intera raccolta:"Sì, mi ricordo quella parete / nella nostra città rasa al suolo. / Si ergeva fin quasi al sesto piano. / Al quarto c'era uno specchio, / uno specchio assurdo / perché intatto, saldamente fissato.". Da qui, da questo titolo, si può partire per leggere il dittico solo apparentemente autoreferenziale delle poesie "Reciprocità" e "A una mia poesia". Il gran finale è per Mapa ("La mappa"), forse la più bella poesia del libro, nella quale Wislawa Szymborska, dopo aver in lungo e in largo perlustrato una mappa sul tavolo, conclude che ama le mappe perché dicono bugie, "Perché sbarrano il passo a verità aggressive. / Perché con indulgenza e buonumore / sul tavolo mi dispiegano un mondo / che non è di questo mondo." 

Da poesie come "La mappa" si capisce perché Wislawa Szymborska è diventata una scrittrice molto amata, si capisce anche perché grazie a lei la poesia scende rapidamente da quell'inutile piedistallo e da quell'aura che in realtà non ha mai posseduto, a differenza di altre arti, e che invece anche oggi, troppo spesso, le viene proiettata addosso. I suoi versi camminano tra noi, in quelle situazioni comunissime che la sua poesia ha saputo raccogliere nel momento di cambiamento di un colore, di contrasto, di fading, di epifania e, alla fine, di filosofia, in una sorta di rivisitazione attualissima di quel wit che in poesia davvero pochissimi autori sanno mettere in atto.



C'È CHI


C'è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più, 
perché dietro quell'attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

A volte un po' lo invidio
- per fortuna mi passa.