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mercoledì 18 gennaio 2017

"Il personaggio uomo" di Giacomo Debenedetti ritorna per Il Saggiatore

Sarà pure una stravaganza incominciare con quest'annotazione, ma trovo assai curiosa l'assenza del trattino nel titolo del noto volume di Giacomo Debenedetti Il personaggio uomo, riproposto in questi giorni da Il Saggiatore nella collana "Le Silerchie" nel cinquantennale della morte del critico (pp. 171, euro 17, prefazione di Raffaele Manica). In quel trattino tra "personaggio" e "uomo", che sempre c'è nel testo del saggio di Debenedetti ma che manca nelle copertine che hanno vestito quest'opera, si annida una parte dell'interesse per questo libro e per la formula critica divenuta ormai celebre e dalla quale è stato ricavato il titolo. Un trattino infatti lega due parole in una stessa isoipsa, mentre l'assenza di trattino pone la parola "uomo" in una funzione piena di apposizione, la quale, almeno per come la percepisco, ha una sfumatura e altezza diversa. C'è da notare poi che Debenedetti, prima di stabilizzare la fortuna di questa sua formula nel saggio del 1965, la usava in altre forme, come ad esempio nel saggio su Federigo Tozzi qui contenuto, dove scrive "personaggio «uomo»" ricorrendo alle virgolette basse (accade nel saggio intitolato "Con gli occhi chiusi" che è del 1963). Insomma, quella del personaggio uomo era un'intuizione critica "ondulatoria" che stava nell'aria che Debenedetti respirava.

La riproposta di questo libro che uscì postumo nel 1970 si può inquadrare nel legame che Debenedetti ebbe con la casa editrice Il Saggiatore, di cui è stato direttore editoriale. Nell'introduzione apprendiamo che il presente volume chiude il nuovo ciclo de "Le Silerchie" e anche questa scelta trova una giustificazione solida: se pensiamo a un libro come Preludi. Le note editoriali alla «Biblioteca delle Silerchie» scritte e non firmate da Debenedetti (Sellerio), possiamo ritornare su questa peculiarissima collana che il critico disegnò come un unicum e possiamo rispolverare un campione degli "inviti alla lettura" dei libri che componevano la collana. La "Biblioteca delle Silerchie" era contraddistinta da un'eterogeneità di campi e probabilmente da quella stessa mancanza o "felice sfiducia" nel metodo di cui parla anche il saggio "Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo".

Come è noto, lo scritto "Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo", collocato in apertura del volume, non è uno scritto di sola critica letteraria e fu pronunciato nel 1965 in una tavola rotonda della Mostra del cinema di Venezia. Il cono di luce è già proiettato e circoscritto nel suo incipit:

Chiamo personaggio-uomo quell’alter-ego, nemico o vicario, che in decine di migliaia di esemplari tutti diversi tra loro, ci viene incontro dai romanzi e adesso anche dai film. Si dice che la sua professione sia quella di risponderci, ma molto più spesso siamo noi i citati a rispondergli. Se gli chiediamo di farsi conoscere, come capita con i poliziotti in borghese, gira il risvolto della giubba, esibisce la placca dove sta scritta la più capitale delle sue funzioni, che è insieme il suo motto araldico: si tratta anche di te. Allora non c’è più scampo, bisogna lasciare che si intrometta. Ma non ha solo questa virtù di mediatore, che spesso rende «più praticabile la vita». L’evoluzione della sua specie porge anche il filo rosso per seguire la storia, non solo della narrativa, ma di tutta la letteratura e forse delle altre arti. Attualmente in quella evoluzione deve essere successo un salto qualitativo: ne è prova la decadenza della critica che vorrei definire osmotica, la quale penetrava il personaggio, e ne era penetrata, sia pure con il rischio di contrabbandare una vischiosità, un intrico di filamenti organici, una indiscreta e madida abbondanza di flussi; ma alla fine arrivava sia a comprendere quel personaggio che a spiegarlo.
Per tutto il saggio, il richiamo alla fisica delle particelle è costante ed è come se il critico non volesse perdere il treno di quanto quell'universo di scoperte aveva dischiuso e messo a disposizione dei critici volenterosi di mutuarne intelligentemente un segnale. In un punto si legge che "la nostra tesi è che oggi la narrativa e la scienza sembrano trasmettere, con due codici diversi, lo stesso tipo di informazioni su ciò che maggiormente interessa la natura dell’uomo e del mondo", mentre in un altro ancora Debenedetti parla addirittura di "personaggio-particella". Ho parlato di segnale e non di metodo, proprio perché la grande novità di Debenedetti fu quella di essere un critico senza metodo. Mi riferisco all'assenza di un "metodo metodologico" o alla sfiducia in un metodo dominante. Non è esagerato affermare che ogni opera dell'ingegno, se tale, pone le condizioni di esistenza dei metodi con i quali avvicinarla. Lo scritto di Debenedetti sul personaggio-uomo è centrale perché ogni dibattito sulla letteratura è da sempre segnato dal personaggio, dai personaggi, dagli antipersonaggi o dagli antagonisti. Insomma, non si dà vero dibattito sul romanzo senza far riferimento a questo costrutto del personaggio che Debenedetti contribuì più di altri a scandagliare. Intuì l'affiorare, da più schermi, del nuovo personaggio-uomo di cui - sarà bene ricordarlo, spostando l'attenzione sul titolo - ne fa una "commemorazione provvisoria".

Il volume non è da far coincidere soltanto con il celebre intervento sul quale anche qui ci siamo dilungati, ma contiene i saggi "Un punto d’intesa nel romanzo moderno?", "Il personaggio‑uomo nell’arte moderna", un altro fondamentale contributo sul Tozzi "moderno" e il suo romanzo Con gli occhi chiusi (la categoria di "moderno" applicata a Tozzi viene da Luigi Baldacci ed è successiva, ma Debenedetti fu senza dubbio precursore), "Puccini e la «melodia stanca»", "Il tarlo in valuta oro" dove ammirazione e distanza da Emilio Cecchi emergono nitide, e il conclusivo "Vittorini a Cracovia". Assieme a Il romanzo del Novecento (Garzanti), lezioni universitarie trascritte in quel volume per cui Eugenio Montale scrisse l'introduzione, questo suo libro, per molti versi "nato orale", fa coppia nella bibliografia imprescindibile sul romanzo del secolo scorso, in attesa di capire cosa ne sarà di questo sempre sconosciuto genere negli anni a venire (oggi potremmo aggiornare la bibliografia anche con Teoria del romanzo di Guido Mazzoni uscito per Il Mulino). Il libro è soprattutto un punto di partenza per l'acquisizione di nuovi punti di osservazione sul significato del personaggio nelle arti. Anche in queste pagine si può osservare Debenedetti farsi "complice" (la definizione è di Pasolini) degli autori che di volta in volta analizza, e sia che si parta da Proust, Joyce, Pasternak, Tozzi, Pirandello o Moravia, ogni affondo porta a compimento una riflessione dalla quale ha senso una ripartenza del pensiero. (Un tema di approfondimento potrebbe essere il confronto tra il lascito critico di Debenedetti e la di poco precedente riflessione francese attorno al "nouveau roman" alla quale anche lui, assai spesso, si rifà con interesse e senza ammaliamenti.)

domenica 1 giugno 2014

da "L'osso, l'anima" di Bartolo Cattafi

Una poesia da #38

 


Bartolo Cattafi (1922 - 1979) era e ancora rimane per me un poeta assai poco approfondito. Credo sia necessario ammettere serenamente le proprie lacune anche quando si prova a seguire "abbastanza" di quello che avviene in poesia. Poi è vero che potrebbero emergere sempre tanti interrogativi, anche inquietanti, quali ad esempio: abbiamo letto bene Dante? Siamo sicuri che non sia il caso di rileggere Giuseppe Parini o Giuseppe Giochino Belli prima di avventurarsi con tanti contemporanei? E cosa abbiamo riletto, visto che la rilettura non è soltanto un "leggere di nuovo" ma un ripercorrere delle pagine mentre nel frattempo in noi è passata altra vita, altri luoghi, altri ritmi? Quanti poeti abbiamo riletto? Insomma, per farla breve, e senza tante paranoie, volevo semplicemente dire che io Bartolo Cattafi non l'avevo mai letto in un libro intero prima d'ora, solo qualche testo riportato in antologia. Poi si parla, ci si fida di quel che legge e consiglia un'altra persona e allora si inizia ad avvicinare un poeta. Partendo da un libro, da un titolo. E partendo anche da quel che si trova, visto che con Cattafi, editorialmente parlando, non siamo messi proprio bene. Leggendo L'osso, l'anima, di cui quest'anno ricorrono i cinquant'anni della pubblicazione avvenuta nel 1964, ho trovato dei testi che non mi capacito di come siano scomparsi dalla circolazione editoriale normale, compreso l'Oscar di Mondadori del 2001 curato da Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni. Libro che per l'oggi avrebbe dell'incredibile (oltre 300 pagine l'edizione mondadoriana de Lo Specchio da me letta, costava 1800 lire), L'osso, l'anima è un volume dove troverete come minimo una dozzina di testi memorabili. In un suo contributo su Cattafi, ora ripreso anche in La fisica del senso di Andrea Cortellessa, Luigi Baldacci, grande sostenitore cattafiano e critico di cui personalmente sento una feroce mancanza (penso ad esempio alle sue Trasferte e a Novecento passato remoto, letture e aperture di sguardi mai dimenticati di tanti anni fa), scrisse che "l'uomo si muove in uno spazio geometrico, scandito [...]: sente se stesso come qualcosa di prismatico, di cristallino, o tale è l'aria che gli vibra intorno; ama gli oggetti meccanici, dai profili perentori e taglienti; il suo occhio è tutto aderente alle superfici metalliche e lucide; non c'è più posto per i campi lunghi". La poesia che più mi ha colpito in questo libro è quella che ho scelto e riporto qui sotto e, per stavolta, è davvero una soltanto.




A NOI DUE



Come di colpo s'è ristretto il mondo

che sapore salato di metallo
stretto in bocca
e guardi il sole
a che punto del giro
da che parte
vorrai averlo alle spalle
tenterai
di tenermelo negli occhi
dove la prima botta
spazio alle spalle per saltare indietro
veniamo al dunque
a noi due
a bordo non è rimasto più nessuno
qui comincia e finisce il nostro mondo:
i nostri corpi
i noti sentimenti
le armi in dotazione
primo sangue secondo terzo quarto
i mille modi di mettere assieme
carne metallo anima unghie denti.