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mercoledì 15 marzo 2017

Ritornano i "Discorsi militari" di Giovanni Boine. Uno scritto di Andrea Aveto

Ricorre quest'anno il centenario della morte di Giovanni Boine, nato nel 1887 a Finale Marina e morto di tisi nel 1917 a Porto Maurizio. Come ricordano i curatori della pubblicazione di cui diamo notizia oggi, Boine costituisce una figura anomala nel panorama del movimento della "Voce". Di lui rimane un’importante produzione artistica rappresentata, fra gli altri, dagli scritti teorici e polemici (La ferita non chiusa, 1911; Discorsi militari, 1914) e soprattutto dalle note critiche sulla letteratura contemporanea (Plausi e botte e Frantumi pubblicati postumi nel 1918). Fresca di stampa è questa riedizione dei Discorsi militari ospitata nella collana "Passati presenti" e pubblicata dalla Fondazione Museo Storico del Trentino per la cura di Andrea Aveto e con scritti di Chiara Catapano e Claudio Di Scalzo (pp. 264, euro 15, scheda del volume a questo indirizzo). Per gentile concessione dei curatori è di seguito riportata l'introduzione al volume di Andrea Aveto.


INTRODUZIONE

di Andrea Aveto



Sembra incredibile, ma quel marziale catechismo buono per la pedagogia del soldato s’era rivelato il «migliore successo» commerciale della Libreria della Voce. Parola dell’editore, Giuseppe Prezzolini, che ancora a sessant’anni di distanza non era in grado di darsi una «spiegazione razionale» dell’imprevedibile exploit di «un autore quasi sconosciuto, Giovanni Boine, che giaceva a letto con la febbre degli ammalati di petto e non aveva di che pagare il conto del farmacista e non aveva prestato servizio militare, ma insegnava come si debba difender la patria e il perché della disciplina»[1]. Se ne sarebbero vendute (stessa fonte) «trentamila copie»: un’enormità. Altrove lo stesso Prezzolini aveva parlato più genericamente (più plausibilmente?) di «migliaia» di esemplari, stampati grazie alle «organizzazioni patriottiche di quel tempo» che diffusero il volumetto «nelle caserme e nei campi dove si preparavano i soldati della guerra del 1915-1918»[2]. A conti fatti, però, la sostanza non mutava: il suo rapidissimo smercio era stato quantomeno inusuale per una casa editrice la cui collana di punta, i «Quaderni della Voce», viaggiava di regola su tirature intorno alle millecinquecento unità, che il mercato impiegava anni ad assorbire.

Era uscito il 20 ottobre 1914. «La Voce» lo aveva annunciato sette giorni prima in una réclame che si preoccupava di sottolinearne la «grande attualità». Tanto attuale, si è tentati di dire, che per evitare di farlo ‘invecchiare’ anzitempo la data che recava impressa sulla copertina color giallo paglierino, sul frontespizio e nel copyright era quella, secca, dell’anno seguente: 1915. Che il titolo, perfettamente in sintonia col clima bellico, avesse qualche chances di trovare i suoi lettori, Prezzolini lo aveva messo in conto, va da sé; ma era lontano dall’immaginare di essersi trovato per le mani un potenziale bestseller: «a me personalmente non piace», aveva confidato il 25 settembre a Giovanni Papini, al quale si accingeva a passare le consegne in vista di un periodo di assenza da Firenze, «però potrebbe incontrare»[3]. Aveva incontrato, eccome: la prima edizione si esauriva in primavera, spingendo la Libreria della Voce a licenziarne immediatamente una seconda, con buona pace dell’autore e della sua sacrosanta pretesa di rivedere le bozze: intorno al 20 maggio andavano in macchina altre cinquemila copie, che si differenziavano dalle duemila iniziali per il prezzo più popolare (cinquanta centesimi contro una lira), per l’indicazione della tiratura posta in bella evidenza («10.° Migliaio»), per le note di proprietà letteraria e per la pubblicità editoriale che occupava l’ultima pagina di testo (originariamente bianca) e la quarta di copertina. In quelle ore l’Italia stava scivolando inesorabilmente verso il conflitto; due settimane dopo l’inizio delle ostilità un’altra réclame, apparsa sulla nuova, effimera serie politica della «Voce» rivelava dietro una facciata di bonario patriottismo le ragioni imprenditoriali di tanta urgenza: «Questa edizione permetterà di regalarne a soldati e a ufficiali. Non lasciate partire per la guerra gli amici vostri senza spedirle loro una copia della nuova edizione».

Se in autunno Prezzolini aveva investito tiepidissime attese nella stampa del libro, Boine l’aveva accolta con sostanziale indifferenza: «Non aggiungerò nulla anche perché questa roba non mi interessa più», scriveva con freddezza all’editore, che sollecitava rassicurazioni sul rispetto delle scadenze strettissime che si era imposto per l’uscita[4]. È vero che a suo tempo l’aveva caldeggiata lui, la stampa, mettendo in mezzo il conte Alessandro Casati per trovare al manoscritto una sede editoriale degna; ma ormai mesi prima, in un contesto di polemiche politiche e giornalistiche che le revolverate esplose da Gavrilo Princip a Sarajevo avevano prontamente relegato in soffitta. L’input originario alla pubblicazione, proposta senza fortuna allo Studio Editoriale Lombardo e ai Fratelli Treves, risaliva alla tumultuosa vigilia della Settimana Rossa, ai giorni nei quali si preparavano in tutta Italia comizi e assemblee in concomitanza con le parate e le riviste militari organizzate per le celebrazioni della Festa dello Statuto. A essere messa in discussione, allora, era l’istituzione stessa dell’esercito: si protestava contro i fondi destinati alla Difesa, tornati da qualche tempo all’ordine del giorno dei lavori parlamentari a meno di un anno e mezzo dalla fine della dispendiosa campagna tripolina; si contestava il rigore dei regolamenti, spesso odiosi e vessatori; si reclamava la liberazione di due delle più note «vittime del militarismo», Augusto Masetti e Antonio Moroni, il primo internato in un manicomio criminale per aver sparato all’indirizzo di un ufficiale che arringava il suo drappello in attesa dell’imbarco per la Libia, il secondo inviato in compagnia di disciplina per non aver fatto mistero del suo radicalismo politico in presenza di un superiore. Anarchici, socialisti, repubblicani (come Gian Pietro Lucini, che moriva a luglio lasciando in bozze il suo Antimilitarismo, un potenziale instant book anche se ‘cucito’ con pagine apparse di volta in volta nel corso del decennio precedente...[5]) davano forma a un rumoroso dissenso in cui si oggettivava la frantumazione del corpo sociale della nazione. La lotta di classe, che dopo gli scontri e i morti contati ad Ancona il 7 giugno sarebbe sembrata sul punto di innescare la miccia rivoluzionaria, attentava all’unità stessa del paese in nome dell’individualismo e del materialismo cavalcati dalle forze politiche dell’Estrema.

Facile capire perché l’opera che Casati provava a ‘piazzare’ rivelasse qualche titolo per suonare davvero «d’attualità»[6]: declinato nelle forme dirette e affabili dell’oratoria tradizionalmente offerta ai soldati nelle caserme, quella mistica dell’obbedienza condita degli umori reazionari di un estimatore di Joseph de Maistre e Joseph Arthur de Gobineau esortava i cittadini-soldati a far sacrificio della propria coscienza individuale in nome di un’abnegazione strenua alla causa della patria e del suo re: a riconoscere nella volontaria obbedienza alle leggi e alle regole l’unica affermazione di libertà personale capace di preservare l’ordine. Sullo sfondo stavano, naturalmente, il ruolo e la funzione che, sin dalle battute iniziali, il libro assegnava all’esercito nella vita della nazione. Un tema classico, questo, mutuato com’era dall’Alfred de Vigny di Servitude et grandeur militaires (Paris, Bonnaire-Magen, 1835), la lettura più gratificante, tra regolamenti disciplinari, norme per l’impiego tattico delle unità di guerra, saggi divulgativi e non, che per scrupolo di informazione tecnica lo scrittore s’era procurato di fare; ma, al contempo, un tema tornato improvvisamente ‘caldo’ nel dibattito politico e giornalistico di quei mesi: lo aveva fatto proprio la stampa, concedendo ampio rilievo alla discussione intorno alla preparazione delle forze armate[7]; lo avrebbe ripreso poco dopo la Libreria della Voce presentando la collana «Biblioteca militare» che proprio col volume di Boine si inaugurava[8]; lo avrebbero rilanciato più tardi gli alti comandi e i periodici specializzati, gli uni nel rallegrarsi con autore e casa editrice per quanto intrapreso[9], gli altri nel segnalare l’uscita dell’opera contribuendo in misura decisiva a farla conoscere...

Non sarà il caso di soffermarsi su quello che i nove discorsi, stesi «con entusiastica partecipazione» tra il marzo e l’aprile 1914, rappresentarono per Boine dopo lo scoppio della guerra europea, sul disagio sempre più acuto che, privatamente, lo induceva a prenderne le distanze (ma le tre paginette di premessa non suonavano già come una parziale presa di distanza?), non impedendogli però di spendersi pubblicamente per diffonderli, nella consapevolezza del loro intrinseco valore e, perché no?, in funzione del proprio personale tornaconto. Lo ha fatto – e tanto basti – Mario Isnenghi alla svolta decisiva degli anni Settanta, quando la pubblicazione dei carteggi ha consentito di ripensarne il senso e la collocazione nella cosiddetta ‘letteratura dell’intervento’[10]. Varrà la pena di soffermarsi, semmai, sulla loro genesi: una questione un poco trascurata, almeno sino ad ora, ma letteralmente decisiva per mettere a fuoco le ragioni che spinsero lo scrittore a cimentarsi con un tema all’apparenza tanto estraneo all’orizzonte dei suoi interessi, per giunta in un registro – è stato notato – di secca e disciplinata chiarezza, distante anni luce dalla prosa espressionistica, tutta scatti e invenzioni, propria delle pagine più sue[11].

La prefazione (che sull’autografo reca la data «Portomaurizio, 30 aprile ’14»: la stessa, per inciso, che sigilla, a stampa, la breve premessa al «quaderno» Il peccato ed altre cose, licenziato nel maggio successivo) assegnava all’opera l’ufficio di nobile e ideale succedaneo degli obblighi di leva, ai quali la malattia aveva impedito all’autore di adempiere. Era la stessa motivazione ‘alta’ affidata dieci giorni prima a Casati: «Io non ho potuto fare il soldato sebbene sinceramente anche nascondendo lo stato della mia salute lo abbia tentato. Considero questo lavoro come quel tanto di tassa che è giusto pagare alla nazione che ci ha fatti» (C III, 834). Quando ne aveva fatto cenno per la prima volta scrivendo ancora a Casati e a Emilio Cecchi l’11 e il 28 marzo 1914, tuttavia, Boine aveva parlato espressamente di un lavoro su commissione: «ho accettato di scrivere una serie di discorsi ai soldati sull’onore sulla disciplina etc.» (C III, 820-821); «mi sono ingolfato in certi discorsi militari che mi son stati commissionati e che debbo finire ora»[12]. Per conto di chi li stava scrivendo? I carteggi non lo dicono. Non per incarico di un editore, però, se è vero che appena giunto in fondo si era trovato a interrogare l’amico milanese in merito alla loro possibile destinazione: «Il mio libro sulla vita militare è finito ed ha anche servito allo scopo privato a cui doveva servire. Ora sono autorizzato a pubblicarlo. Vi fisso i concetti che ti ho espressi. Con calore e logica. A che editore potrei offrirlo?». (C III, 833). Era il 16 aprile e, a leggerle con attenzione, le parole usate da Boine nella circostanza rivelano che la stampa era un approdo solo secondario – e in partenza a dire il vero del tutto virtuale – della faticosa, ma non del tutto ingrata corvée che si era procurato. Altra era la finalità che il manoscritto doveva assolvere, e che effettivamente assolse prima di ritornare – in ogni senso – nella piena disponibilità di chi lo aveva redatto, come si desume da un’altra lettera di poco successiva a Casati («Riavrò prima della fine del mese il manoscritto dei miei “Discorsi militari”. [...] Appena li riavrò te li mando», C III, 834): si rimane sul terreno delle ipotesi non disponendo al momento di altri riscontri, ma non pare del tutto inverosimile che potesse servire come compendio, traccia o ipotesto utile a chi aveva dato l’incarico di stenderlo (un ufficiale?) in vista di un ciclo di conferenze o di un corso in una scuola militare. Un po’ come era capitato alle lezioni che il ventiquattrenne Luigi Russo aveva tenuto (e stampato la prima volta) per gli allievi del secondo corso della Scuola militare di Caserta e riproposto poco dopo in un’edizione non strettamente ‘scolastica’ con il titolo Vita e morale militare (Milano, Treves, 1917): un altro campione della pedagogia della guerra che a quello di Boine, non a caso, è stato di recente accostato[13].

Anche di questo aspetto occorrerà tenere conto accingendosi a rileggere il libro a cento anni dalla sua pubblicazione.





[1]        Giuseppe Prezzolini, «La Voce» 1908-1913. Cronaca, antologia e fortuna di una rivista, con la collaborazione di Emilio Gentile e di Vanni Scheiwiller, Milano, Rusconi, 1974, p. 228.
[2]        Giuseppe Prezzolini, Il tempo della «Voce», Milano-Firenze, Longanesi-Vallecchi 1960, p. 129.
[3]        Giovanni Papini-Giuseppe Prezzolini, Carteggio, II, 1908-1915. Dalla nascita della «Voce» alla fine di «Lacerba», a cura di Sandro Gentili e Gloria Manghetti, Roma-Lugano, Edizioni di Storia e Letteratura-Biblioteca Cantonale Lugano-Archivio Prezzolini, 2008, p. 490.
[4]        La lettera, priva di data ma compresa tra il 3 e il 6 ottobre 1914, è edita in Giovanni Boine, Carteggio, I, Giovanni Boine-Giuseppe Prezzolini (1908-1915), a cura di Margherita Marchione e S. Eugene Scalia, prefazione di Giuseppe Prezzolini, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1971, p. 124.
[5]        Il libro rimase inedito sino al 2006, quando ha visto la luce negli «Oscar Mondadori» a cura di Simone Nicotra e con una postfazione di Luigi Ballerini.
[6]        «Certo questi Discorsi bisognerebbe stamparli presto: sono d’attualità fra l’altro»: così nella lettera a Casati del 7 giugno 1914 (Giovanni Boine, Carteggio, III, Giovanni Boine-Amici del «Rinnovamento», a cura di Margherita Marchione e S. Eugene Scalia, prefazione di Giancarlo Vigorelli, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1977 [d’ora innanzi C III], t. II, p. 843).
[7]        Si vedano, solo a titolo di esempio, gli articoli Le condizioni attuali dell’esercito e Le condizioni della cavalleria (occhiello: Problemi dell’esercito), usciti in prima pagina sul «Corriere della Sera» del 27 marzo e del 5 maggio 1914.
[8]        «Con questa raccolta, iniziata con il presente volume, che da altri sarà seguito, ci proponiamo di collaborare, per quanto sia in noi, ad una più intima unione fra la Nazione e l’Esercito»: così si legge nella breve presentazione della collana stampata sulla quarta di copertina dei Discorsi militari.
[9]        Una dozzina di lettere di ringraziamento, indirizzate a Boine o a lui recapitate per il tramite della Libreria della Voce, sono oggi conservate presso la Biblioteca Civica «Leonardo Lagorio» di Imperia; brevi stralci vennero riprodotti a scopo pubblicitario in un’inserzione apparsa sull’Almanacco della Voce 1915 (Firenze, Libreria della Voce, 1915, p. 46) e sulla quarta di copertina della seconda edizione dei Discorsi militari.
[10]      Mario Isnenghi, Superstizione volontaria: tra Discorsi pubblici e Carteggi privati, in Giovanni Boine. Atti del convegno nazionale di studi (Imperia, 25-27 novembre 1977), a cura di Franco Contorbia, Imperia-Genova, Comune di Imperia-il melangolo, 1981, pp. 159-177. La letteratura dell’intervento è il titolo del capitolo I del saggio Il mito della grande guerra da Marinetti a Malaparte che Isnenghi ha pubblicato nel 1970 da Laterza e ristampato a partire dal 1989 presso il Mulino con il titolo Il mito della grande guerra e una nuova Postfazione.
[11]      Massimiliana Mignone, Il linguaggio dei Discorsi militari, in Giovanni Boine, cit., pp. 331-339.
[12]      Giovanni Boine, Carteggio, II, Giovanni Boine-Emilio Cecchi (1911-1917), a cura di Margherita Marchione e S. Eugene Scalia, prefazione di Carlo Martini, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1972, p. 93.
[13]      È stata Monica Mola ad avvicinare per prima i Discorsi militari a Vita e morale militare nel saggio Boine: i Discorsi in parentesi («Filologia e critica», XIX, 3, settembre-dicembre 1994, pp. 427-446, in particolare pp. 429-430). Le due opere sono state ora riedite integralmente, l’una di seguito all’altra, nella sezione II (Pedagogia della guerra) de Il racconto italiano della Grande Guerra. Narrazioni, corrispondenze, prose morali (1914-1921), a cura di Emma Giammattei e Gianluca Genovese, Milano-Napoli, Ricciardi, 2015.


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I curatori del volume

Andrea Aveto insegna Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli Studi di Genova. Si è occupato dell’autore del Peccato nel saggio Un capitolo della biografia di Giovanni Boine (Novi Ligure, Città del silenzio, 2012) e ne ha successivamente curato il Carteggio (1915-1917) intrattenuto con Adelaide Coari (Novi Ligure, Città del silenzio,2014).

Chiara Catapano
dirige la rivista on-line "L’Olandese volante" (www.olandesevolante.com) assieme a Claudio Di Scalzo. Poetessa, suoi articoli sono apparsi su riviste di settore in Italia e all’estero. Si occupa da alcuni anni dello scrittore portorino con particolare attenzione verso il ricco epistolario. A Giovanni Boine è dedicata la sua raccolta poetica (La graziosa vita, Thauma, 2013).

Claudio Di Scalzo si laurea all’Università di Pisa con una tesi sull’Interventismo e il Neutralismo nel 1914-1915 in Toscana. Diventa esponente della poesia visiva. Pubblica nel 1997 il romanzo epistolare Vecchiano, un paese. Lettere a Antonio Tabucchi per i tipi della Feltrinelli. Cura mostre con catalogo per Henri Michaux, Jacques Villeglé, Giorgio De Chirico, Medardo Rosso, Arturo Martini. Collabora con la Galleria Peccolo di Livorno. Cura gli scritti letterari e politici del poeta interventista Giovanni Bertacchi. Dal duemila in Rete ha ideato siti e blog. Dirige, con Chiara Catapano, la rivista online "L’Olandese Volante Transmoderno" (www.olandesevolante.com).


mercoledì 25 gennaio 2017

Giovanni Boine e Dino Campana: qualche lettera dall'epistolario e la recensione 68 di "Plausi e botte" a "Canti orfici" in un contributo di Chiara Catapano

Delle poche lettere rinvenute nella corrispondenza Boine-Campana, salta subito agli occhi che un filo d’amicale condivisione leghi le due anime-corpi malati, e che proprio la condizione di sofferenza di Campana abbia in Boine aperto possibili spiragli  verso i propri simili. Spiraglio-cappio che poi stretto si richiude intorno ai loro colli, tragico e muto, perché i due poeti prostrati dal loro personale male non troveranno sfogo e respiro. È la febbre, che torna detta soprattutto in Boine, e che cucina entrambi, febbre pronunciata cantata consumata con la propria carne, dentro la propria anima. E nulla rianima e ridesta, e a scivolar via è la vita, mentre il mondo è un rumoroso nulla: “Anche la guerra è come tutto il resto. Fa un po’ più di rumore”.
Boine fu il primo vero estimatore di Campana: ne penetrò le fibre perché similmente in lui palpitava l’angoscia e l’impermeabilità alle regole dell’umano vivere. E Campana altrettanto ne intuì la fraterna sostanza, lo testimoniano le lettere a la bella dedica di Arabesco-Olimpia.
Insomma dei più o meno conosciuti epistolari, dei più ctoni e febbrili, merita qui riproporre quello breve intenso tra il Pazzo di Marradi e il poeta di Porto Maurizio.
Accosto ho voluto inserire il componimento di Campana Arabesco – Olimpia, e la recensione completa ai Canti Orfici che Boine scrisse per la rubrica Plausi e botte sulla "Riviera ligure".

Chiara Catapano 

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(Porto Maurizio, agosto 1915)

Fratello,
è una parola che mi piace, sebbene io la usi casto. Avevo un fratello, era boxer, picchiò mezzo mondo e morì di tifo l’anno passato. Altri fratelli non ho. Ma facciamo la prova con lei: può darsi che riesca. Certo parecchie pagine del suo libro mi diedero una febbre d’esaltazione che non perderò. Suo

G. Boine

P.S. Cerco un impiego in India. Il mio indirizzo è Porto Maurizio.

***
(Udine, novembre 1915)

Caro Campana,
ripartirò di qui dopodomani. Ho visto il vedibile […]. Però è bizzarro come di nessuna parte si trovi lo sfocio. Non c’è liberazione. Il cervello esaurisce il mondo con troppa voracità: s’arriva al nulla da qualunque parti si tocchi. Ma lei dice che lo troveremo questo Iddio introvabile come una fiera che s’appiatti? A forza di scrollar le catene le romperemo? Anche la guerra è come tutto il resto. Fa un po’ più di rumore. Suo

Boine

***

(Firenze, dicembre 1915)

Caro Boine,
la sua cartolina mi è giunta all’ospedale di Marradi dove io sono stato un mese e mezzo inutilmente. Sono assai triste. Tornato a Firenze i facili successi mi guastarono un po’ troppo. È piaciuta qui quella Toscanità che pubblicai in Riviera. Ho conosciuto Cardarelli simpatico e geniale. Siamo stati molto insieme quest’oggi. Credo di condividere quasi tutte le sue idee e l’indipendenza di questo giovane mi ha rialzato il morale. Vengo a Firenze perché è il posto più vicino a Marradi ma mi ci trovo assai triste come dappertutto, la miseria a parte. Vorrei come lei vivere in Riviera allora forse lavorerei tanto per me che per gli altri. Ora in questa borsa di Firenze sono uno spettatore annoiato. Le invio una vecchia e pur discreta cosa per la Riviera al patto che si decidano a pagarmi questa o l’altra già pubblicata. Vorrebbe Lei interessarsi? Se non vorranno pagare la prego di tenersi questi versi come ricordo mio senza farli pubblicare sulla Riviera e se pagheranno invierò sempre qualcosa alla Riviera. Scusi dell’incomodo. Se potrò esserle utile in qualche cosa si rivolga pure a me. Ho pubblicato nella Tempra di Pistoia quel Arabesco di cui vorrei sapere il suo giudizio e preparo qualche cosa che mi sembra un tentativo abbastanza originale nello stesso genere. Se non fossi ammalato sento che qualche cosa forse d’importante si potrebbe sviluppare da me ora, ma in questa condizioni lascerei la salute sforzandomi. Assai mi piacque quello che Lei stampò insieme alla mia critica sulla Riviera. Novaro mi piacque più di prima in “Rari i grilli”; specialmente i primi versi. Auguri e felicitazioni. La prego di scusare colla mia cattiva salute la bolsaggine di questa lettera che pure le fa mille cordialissimi auguri dal suo aff.mo

Dino Campana

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(Porto Maurizio, 23 ottobre 1915)

Caro Campana,
L’India era un’ossessione tre mesi fa. Mi disse Novaro che lei non fu contento della mia risposta. Diamine! era una stretta di mano a modo mio. Ma insomma, Campana, non si sa dove sfociare, non si sa per che paese partire! Su questo mondo ci ho sputato da un pezzo. Non c’è una qualche America nuova da scoprire? qualche delitto di liberazione? Se pensa una impresa me la comunichi. Fra quindici giorni sono di ritorno. Faccio un giro per i carnai di lassù.
Con affetto, suo

Boine

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(Albergo Sanesi Lastra a Signa – Firenze, 19 aprile 1916)

Caro Boine,
avendo scritto senza risultato alcuno a Novaro, immagino sia soldato, ecco le ripeto quanto scrissi a lui. Sto abbastanza bene ora benché non possa ancora scrivere e vorrei trovare una piccola occupazione anche meccanica, per due o tre lire al giorno, laggiù dove si respira l’aria di Francia, perché oggi o domani prenderò la cittadinanza francese. Le cause, oltre a quanto le scrissi del mio stato d’animo (irremovibile) sono che venuto dalla Svizzera in Italia per arrolarmi benché riformato, e riformato una seconda volta allora in Giugno dopo dieci giorni d’ospedale militare, chiesi inutilmente il passaporto (l’unica cosa che io abbia mai chiesto all’Italia) e mi venne rifiutato e restai prigioniero delle belve clericali del mio paese che naturalmente ne approfittarono per finire di assassinarmi e avendo io la congestione cerebrale venivano a fischiare sotto le finestre dell’ospedale, e il medico per fregarsi di me diceva che avevo la nefrite. Quindi questa ignobile commedia dello spirito che si ridesta proclamata dalle varie conferenze Coppa (giornalista e conferenziere, n.d.c.) mi fa un profondo schifo. Della letteratura in generale poi in Italia mi hanno disgustato i lordi cafoni di Firenze. Ora non potendo andare in Francia vorrei avvicinarmi almeno. Mi venga in aiuto, mio padre mi dà due lire al giorno. Io una piccola occupazione la prenderei volentieri e farei il mio dovere. Salutandola e pregandola di difendermi nel suo pensiero dalle eventuali calunnie sono suo

Dino Campana

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(Porto Maurizio, 22 aprile 1916)

Caro Campana,
le sue lettere sono sempre così dolorose! Non so mica che cosa risponderle. Sono io stesso povero che tiro innanzi alla bell’è meglio e spesso per aiuti. Quanto a salute tutte le malattie le ho addosso cominciando dalla tisi.
Così ridotto tra tormenti morali e fisiche forse appena i suoi sono più opprimenti, medito le epistole di S. Paolo le quali dicono che si risorgerà: “Poiché sappiamo che fino ad ora tutt’assieme la creazione geme ed è come in doglie di parto: e non soltanto lei, ma anche noi, anche noi stessi gemiamo in noi medesimi aspettando redenzione del nostro corpo” (Rom. VIII, 22.23).
Leggo anche il De civitate Dei, e lo traduco, poiché ormai questa città degli uomini mi è insopportabile. Creda a me, Campana, è insopportabile qui, e le sarebbe insopportabile la Francia.
Dirò a Novaro di questo suo desiderio: anche in Riviera la disoccupazione si fa sentire: trovar lavoro è difficile più che mai. Le scriverò in ogni modo.
Della dedica all’Arabesco che mi piacque così decisamente  fuor del mondo com’è sempre la sua poesia, la ringrazio ora fraternamente. Non pigli mai per inimicizia il mio silenzio: le voglio bene, Campana, ed ho grandissima stima di lei e delle sue cose ma sono un amico inutile. Suo

Boine

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ARABESCO-OLIMPIA

 A Giovanni Boine  

Oro, farfalla dorata polverosa perché sono spuntati i fiori del cardo? In un tramonto di torricelle rosse perché pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù? Dei fiori bianchi e rossi sul muro sono fioriti. Perché si rivela un viso, c’è come un peso sconosciuto sull’acqua corrente la cicala che canta.

Se esiste la capanna di Cèzanne pensai quando sui prati verdi tra i tronchi d’alberi una baccante rossa mi chiese un fiore quando a Berna guerriera munita di statue di legno sul ponte che passa l’Aar una signora si innamorò dei miei occhi di fauno e a Berna colando l’acqua, lucente come un secondo cadavere, il bello straniero non poté più sostare? Fanfara inclinata, rabesco allo spazio dei prati, Berna.

Come la quercia all’ombra i suoi ciuffi per conche verdi l’acqua colando dei fiori bianchi e rossi sul muro sono spuntati come tra i fiori del cardo i vostri occhi blu fiordaliso in un tramonto di torricelle rosse perché io pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù.

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68) DINO CAMPANA. Canti Orfici. Tipografia F. Ravagli, Marradi 1914.

Copertina su carta gialla droghiere. Sul retro fra parentesi proprio in mezzo è stampato Die Tragödie des letzten Germanen in Italien (ci hanno da ultimo incollata su una strisciolina rossa come una pudica camicia, ma l’ho, da buon Gobinista, che diamine! grattata via con cura). Il ringraziamento prefazionale ai signori sottoscrittori è messo in ultimo al posto dell’indice, il quale come inutile non è stato fatto; e lì è pur ricordato “il coscienzioso, il coraggioso, e paziente stampatore sig. Bruno Ravaglia” a cui dunque nemmeno noi lesineremo le nostre cattedratiche lodi, sebbene parecchie lettere del testo sian capovolte ed a pag. 151 la riga che nientemeno dice “diosa virginea testa reclina d’ancella mossa” sia, com’è confessato, “andata all’aria” – La carta a piacer suo muta di qualità tre volte in centosettanta pagine, brache, giacca, gilet di tre diversi vestiti. Inoltre è utile aggiungere che il libro è finito con queste sacramentali parole messe fuori testo a mo’ d’epitaffio o di chiusa: They were all torn and cover’d with the boy’s blood: cosiché BLOOD rosso e pauroso come una stilla od una ditata, sta lì (traccia d’assassinio o di liturgico sacrifizio?) come il tragico sigillo dell’opera.
Per constatare, in conclusione, che l’autore è certo un poverissimo e che i segni del suo squilibrio anche dall’esterno del suo volume appaiono evidenti.
Che so a caso apriamo il Trattato di psichiatria del Prof. Leonardo Bianchi (Napoli ed. Pasquale) ai capitoli che così dottamente dissertano, fra le malattie mentali, della paranoia, delle demenza precoce et similia, ci sarà facile provare come qualmente la trasposizione illogica  delle parole nel discorso, la sintassi a salti, nonché il salto dei vocaboli ed eziandio di intere proposizioni, è la diagnostica caratteristica delle scritture dei pazzi. La qual cosa è confermata mi pare oltreché dal preterito Lombroso, dall’autorevole Dott. Max Nordau nell’ormai celebre volume della Degenerazione, dove se ricordo, che Mallarmé sia un deficiente è a soddisfazione per analogia dimostrato  allegando da verificati freniatrici documenti questa memorabile frase di ricoverato: “Mi sembri uno zuccherino dato a balia!” La quale certo è, semmai, imagine più ragionevole di ciò che si legge ad es. qui in Dino Campana a pagg. 169 e 70, dove infine si legge (e bisogna citare)

Come nell’ali rosse dei fanali
bianca e rossa nell’ombra del fanale
che bianca e lieve tremula salì.

E l’ali e i sali, e il bianco e il rosso; e i vichi e i fanali: il sale marino e l’ombra e la notte, fan per due pagine uno spettrale intrico di così macabra sarabanda che non è possibile fuori trarne un qualunque normale costrutto.
Ciò infine, di nuovo, per dire che se dall’esterno si passi all’interno i sospetti di squilibrio son chiari e fondati, e questo povero Campana, stabilito per pazzo. – In altri termini pare cioè, come corollario, assodato, che la poesia non sia più ormai che dei pazzi e dei poveri.
È qui infatti una poesia allucinata non sai di che fatta, che se ti ci chiudi entri in un’atmosfera d’ansia, sei a balzi via trascinato di là dai confini del tuo consueto andare, chissà dove, chissà dove per disperazioni d’irrealtà. Non so che febbre si divori le imagini e le accavalli; che cosa si dica, precisamente non vedi; i fantasmi lampeggiano e fuggono, il luogo ove sei si tramuta: - sei nella Pampa, sei fra le stelle, un diretto in corsa ti porta, la turbolenza dei venti ti strappa. Ma insomma una strapotenza bizzarra di lirica, via ti solleva fuori di te in dimenticanza del mondo per morbosità fosforescenti.
Ci sono pagine limpide di osservate serenità: ci sono lirici idilli dove Piazza Sarzano a Genova col ponte dei suicidi lì sopra, e gli intrichi di vicoli bui; dove Faenza e Fiorenza e la Verna si trasfigurano in tremiti di lievi colori quasi in musica stemperati: pagine di prosa fresca tra l’impressionismo scorri-via e (sempre) una sotterranea commozione come di scatenato respiro. – Ma jam furor humanos nostro de pectore sensus expulit… giungono momenti che il respiro nella gola s’affanna e la vertigine vince. Allora le parole ossessionano come gli incubi, si dilatano come occhi di paura, si puntano come riluttanti vite all’abisso; finché l’onda via le travolge, meravigliosi frantumi in un gorgo canoro. La musica vince i discorsi, i vocaboli son fatti di voce; son simboli di suono come un polline vago d’imagini. Nuotano spersi come echi, si richiamano si ripetono sinfonizzano sciolti senza badare alle logiche; si rincorrono, si frantumano in ansia d’espressione, ti danno lo spasimo dell’inesprimibile, ti sfanno in una liquidità di respiri; - finché t’accorgi che il respiro è respirato, e la cosa da dire è l’allucinata febbre, la lirica frenesia di una cosa ormai detta.
Io vidi dal ponte della nave – i colli di Spagna – svanire nel verde – dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando – come una melodia: - di questa scena fanciulla sola -  come una melodia – blu, su la riva dei colli ancora tremava una viola… - Illanguidiva la sera celeste sul mare; - pure i dorati silenzi ad ora ad ora dell’ale – varcaron lentamente in un azzurreggiare.  –Lontani tinti dei vari coloridei più lontani silenzi. – Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro; nave – già cieca varcando battendo la tenebra -  coi nostri naufraghi cuori –battendo la tenebra l’ali celesti sul mare. – Ma un giorno…
- Poiché ci sono le fonti di tutto certo sarà facile assegnarle anche a questa smarrita e decadente musicalità (Samain e compagni). Dico se mai che questa sorta di decadenza mi piace qui che di più non si può; e che la stessa rozzezza violenta, la stessa primitività impetuosa con cui è come in assaltoqui in più luoghi realizzata (cfr. Quiere usted hierba mate?) dimostra che non è d’accatto, risponde ad un intimo bisogno e del vecchio malfranzese non ha che l’apparenza.
S’attaglia cioè con spontaneità al mondo d’incubo e di libertà che il poeta s’è foggiato, alla risolutezza vagabonda di anima senza speranze, di là da ogni tradizione, di là da ogni acquitamento, nave ebbra e disancorata, gabbiano tra raffiche e cavalloni. Passano, qui di mezzo, i rombi delle lontananze; sei dove? Alle Antille, sei in Argentina; il viaggio non è qui coi luoghi e le films ma cogli abbandoni e gli acquisti, colle liberazioni: - è una spirituale categoria di perdizione e di disradicamento. – A Genova città di partenza, è avvenuto l’Incontro con Regolo: “Impestato a più riprese, sifilitico alla fine, bevitore scialacquatore con in cuore il demone della novità che lo gettava a colpi di fortuna che gli riuscivano sempre, quella mattina i suoi nervi saturi l’avevano tradito  ed era restato per un quarto d’ora paralizzato dalla parte destra, l’occhio strabico fisso al fenomeno toccando con mano irritata la parte immota. Si era riavuto, era venuto da me e voleva partire… - Mai ci eravamo piegati alla mostruoso assurda ragione. Il paese natale: quattro giorni di sguattero, pasto di rifiuti, tra i miasmi della lavatura grassa. Andiamo!” -Ed Andiamo! pare il motto di tutta questa ispirazione che procede a barbagli e in folata, non ha altra formula oltre quella dell’inquietudine, né altra logica se non  quella irreale e vagabonda del sogno.
C’è in giro per l’arte contemporanea (compresa l’italiana, parlo dell’italiana) un fermento d’esaltazione come un’ansia di novità e d’anarchia, un tumore d’angoscia che cerca sfocio. Ma c’è anche, ed assai più la preoccupazione di metterlo in mostra e di affermare la propria modernità spregiudicata colla rettorica dell’espressione. La ansiosa modernità di parecchia gente comincia dal di fuori e resta soprattutto al di fuori come la dignità ed il valore di molti restan nel vestito e nei titoli. C’è infine gente che finge la libertà essendone dall’intimo schiava sprovvista; e poiché s’è persuasa dell’ovvia verità più sopra enunciata che la poesia è dei pazzi più pazzi, si finge dunque per pazza e lo fa con scioltezza.
Ma questo Campana, per lo stesso impaccio del suo parlare, questo che di elementare ed ingenuo che la coltura ha lasciato in lui e nel suo stile (non l’ha cancellato), è, se dio vuole un pazzo sul serio. Epperciò Te deum.

[Boine, Garzanti, aprile 1983. Giovanni Boine Carteggio, IV amici della “Voce”, Roma 1979]

giovedì 10 novembre 2016

Basta romanzi, ci soffoco dentro. "All’uscita del labirinto" di Clarice Tartufari in una recensione da "Plausi e botte" di Giovanni Boine

Quote #13

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.


Sulla scia del contributo di Chiara Catapano su Giovanni Boine pubblicato qualche giorno fa, propongo come "quote" una recensione confluita in Plausi e botte, la rubrica che Boine tenne dal 1914 al 1916 su "La Riviera Ligure" (scritti raccolti in volume con Frantumi nel 1918, nel sito archive.org trovate il libro disponibile per il download in vari formati). Mi pare dia la temperatura del pensatore, della sua prosa e di un certo modo di recensire che è tuttora assai interessante. Boine usava la rubrica per parlare di poesia, di romanzi e anche di altre riviste (liquidava la rivista quindicinale "Quartiere Latino" scrivendo "La par Lacerba ridotta per educande"). Poco importa che oggi non si ricordi chi sia Clarice Tartufari e il suo "ottimo romanzo" All'uscita del labirinto, che per Boine diventa pretesto per allargarsi a dire qualcosa di rilevante sul romanzo stesso e sulle sue libere (davvero libere) impressioni di recensore. In calce, a completamento, ho pensato fosse interessante riproporre l'indice di tutti i suoi plausi e di tutte le sue botte.

L'edizione Vallecchi
(42) Clarice Tartufari, All’uscita del labirinto. Bari, ed. Humanitas, 1914.

di Giovanni Boine

Dico anch' io di questo romanzo quel che ne han detto fin qui concordemente gli altri: che é un ottimo romanzo. Racconta di una giovinetta viterbese, che su su, si fa donna attraverso due amori. La è una giovinetta ed una donna, viva ; di quelle che le sofferenze se le tengono in cuore orgogliosamente e non si piegano ; cresciuta su fra un padre chiuso dolente e duro ed una sorella bella, scaltra e facile. La sorella fa fortuna, sposa un impiegato postale, ma fa a Roma la gran vita. Lei, pure a Roma, finisce dattilografa a guadagnarsi da sé il pane, ad affrontare il mondo uscita che è dal labirinto della prima giovinezza, maturata com’è dalle parecchie esperienze e fatta l'anima ferma. 

Appunto codesta fermezza, codesta dirittura, codesta orgogliosa (simpatica) onestà, senti per tutto il libro. V’è in fondo ad ogni opera d'arte una intuizione germinale, uno stato-d'animo-base, i segni di una individualità così e così definitiva da cui tutto il resto rampolla. Qui lo stato d'animo è questo che descrivo. Senti nella stessa rappresentazione, nella pittura delle persone e degli avvenimenti, nello stile (non sempre) non so che sobrietà precisa, non so che sforzo di quadratura, di massiccia e netta sincerità, la quale sei tentato di dir maschia.

Ma non è maschia che per questa sola ragione, che è donnesca.

Non lo dico per offender nessuno. Le qualità di questo romanzo, — le buone qualità, — sono, trasportate in arte, quelle stesse per cui la tua moglie t'ordina così tanto bene la casa, e con tanto oculato scrupolo e tanta pazienza, e, sí, con tanto minuto ardimento e sacrificio di sé t'aggiusta il dissestato bilancio. Otto Weininger parla accanto all'altra che ho nominato mi pare al N. 21, di una donna madre, la quale a suo modo è capace, aggiungo io, è capacissima di logica e d'ordine. Ma l'ordine delle donne e la loro logica, son di specie matematica, mancano assolutamente di lirica. Tanto che se tu parli di un ordine lirico, o di una logica lirica fra le varie donne che discutono, portando brache, ora, di guerra al tuo caffè, susciterai le omeriche risate.

Però se le mie teorie paressero weiningerìane eccessivamente, lasciamole stare. Il fatto è questo: che la Tartufari ha scritto un ottimo romanzo. Ma che appunto perchè in quanto romanzo, io non ho quasi niente da obiettare a questo libro e cioè non sono costretto a correggerlo, a dir che è male scritto, che la tesi è bislacca, che i personaggi non vivono, e che di qui, e che di là, come ho dovuto fare finora o presso a poco; appunto perciò che i personaggi qui vivono, che tutto o quasi tutto qui è vivo e vero e sicuramente padroneggiato, mi sia dunque permesso di dir finalmente la mia opinione sugli ottimi romanzi vivi e veri e quadratamente rappresentati.

Ed è che non so come, ci soffoco dentro, ma proprio ci soffoco, ma proprio non ci colgo da un ultimo che pena e desiderio di scattare comunque pazzamente fuori, fuori d'ogni quadratura e d'ogni regolare verità. Che ciò non è arte, o è quell'arte di cui non so assolutamente più che farmi ; che è un congelare, un rifinire fotografico, (un ripetere la vita) uno sperperare narrativamente una emozione la quale, nuda, era un grido, od un lamento, era un bagliore od una interiore colorazione.

La Tartufari non ci ha colpe ; anzi. Ma basta signori scrittori, basta romanzi. Abbiamo già troppo fatto il pagliaccio e il troviero. Si deve per l'eternità lavorare a divertire il pubblico che paga ed a cantargli favole purché gli passin l'ore ? Spiaccicare l'anima nostra in grafici rettorici, infagottarla in fantocci, farla mimo e scimmia della vita, farla teatrante su di un finto palscoscenico perchè il mondo grosso applauda ?

Signori scrittori, la rettorica di Aristotile che è la vostra, non è la mia. Non basta ridere delle tre unità. Bisogna esser maschi davvero. Rigettare la schiavitù dell'apparente mondo e l'ordine della matematica materialità. Signori scrittori, siamo uomini ; lasciamo la letteratura e facciam della lirica. Esser uomini vuol dire scartar la blandizie, la colorata mollizie del sensibile mondo ; ridurci rudi al di dentro.

Io piangerò, io griderò o starò zitto. Starò con, dirò la mia anima nuda. Non scriverò romanzi.

* * * 

Indice degli autori e dei titoli di Plausi e botte di Giovanni Boine

Agar (Virginia Tango Piatti), Le reliquie d’un ignoto
Vincenzo Agostini, I canti della terra
Liana Ascoli Umilia, Favole Moderne
Riccardo Bacchelli, Poemi lirici
Pierangelo Baratono, Bob e il suo metodo
Carlo Emanuele Basile, La vittoria senz’ali
Giulio Bechi, I seminatori
Giulio Bechi, I racconti del bivacco
Ugo Bernasconi, Uomini ed altri animali
Ugo Bernasconi, Pascal, La Rochefoucauld (traduzioni)
Antonio Beltramelli, Solicchio
Giovanni Boine, Il peccato ed altre cose
Dionisio Buraggi, Zodiaco
Paolo Buzzi, L’elisse e la spirale
Paolo Buzzi, Bel canto
Dino Campana, Canti Orfici
Francesco Cangiullo, Piedigrotta
Moisè Cecconi, Il taccuino perduto
Carlo Dadone, Il talismano
Carlo Dadone, Come presi moglie
Carlo Dadone, La piccola Giovanna
Guido Da Verona, Il cavaliere dello Spirito Santo
Guido Da Verona, La donna che inventò l’amore
Adolfo De Bosis, Amori ac silentio
Alfredo De Gasperi, La protesta di un ritardatario
Edoardo De Fonseca, Il gaudente
Salvatore Di Giacomo, Novelle napoletane
Anton Francesco Doni, Scritti vari
Carlo Dossi, Opere
Eugenio Donadoni, Il sudario
Persio Falchi, Le novelle del demonio
Giuseppe Fanciulli, L’omino turchino
Angelo Luigi Fiorita, Sorrisi violetti
Lionello Fiumi, Polline
Luciano Folgore, Ponti sull’Oceano
Raffaello Franchi, Ruscellante
Ilaria Giusta, La casa senza lampada
Corrado Govoni, La neve
Corrado Govoni, L’inaugurazione della primavera
Amalia Guglielminetti, I volti dell’amore
Amalia Guglielminetti, L’insonne
Haydée, Faustina Bon
Piero Jahier, Resultanze in merito alla vita ed al carattere di Gino Bianchi
Carlo Linati, I doni della terra
Giuseppe Margani, Il corvo di E. Poe
Ofelia Mazzoni, Il palcoscenico
Francesco Meriano, Equatore notturno
Marino Moretti, I pesci fuor d’acqua
Marino Moretti, Giardino di frutti
Moscardelli, Abbeveratoio
Moscardelli, Tatuaggi
Giuseppe Mulas, Poesie nuove
Neera, Rogo d’amore
Ada Negri, Esilio
Arturo Onofri, Liriche
Arrigo Palatini, Testamento
Alfredo Panzini, Santippe
Alfredo Panzini, Il romanzo della guerra nell’anno 1914
Alfredo Panzini, Donne madonne e bimbi
Giovanni Papini, Buffonate
Giovanni Papini, 100 pagine di poesia
Enrico Pea, Lo spaventacchio
Filippo De Pisis, Canti della Croara
Rina Maria Pierazzi, L’inutile attesa
Mario Puccini, Foville
Carola Prosperi, La nemica dei sogni
Romolo Quaglino, Le indiscrezioni di Trilbly
QUARTIERE LATINO
Giuseppe Ràvegnani, Io e il mio cuore
Clemente Rébora, Frammenti lirici
RELAZIONE DEL CONCORSO
Alda Rizzi, L’occulto dramma
Emilio Roncati, Le voci nel deserto
Rosso di S. Secondo, Elegie a Maryke
Michele Saponaro, La vigilia
Nino Savarese, L’altipiano
Camillo Sbarbaro, Pianissimo
Renato Serra, Le lettere
Ardengo Soffici, Arlecchino
Ardengo Soffici, Giornale di bordo
LA NOSTRA SCUOLA
Clarice Tartufari, All’uscita del labirinto
Térésah, Il salotto verde
Leone Dario De Tuoni, Dall’esilio
Giacomo Ungarelli, Inni alle navi
Vamba, Storia di un naso
LA VOCE