Visualizzazione post con etichetta George Oppen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta George Oppen. Mostra tutti i post

martedì 13 febbraio 2018

La raccolta poetica "Naufragio del singolare" di George Oppen (e le presentazioni del libro a Modena e a Roma)

Edizioni Galleria Mazzoli di Modena pubblica la raccolta poetica di George Oppen (1908 - 1984) intitolata Naufragio del singolare. Le poesie, tradotte da Pietro Traversa, sono accompagnate dai disegni di Alex Katz, mentre la curatela è di Brunella Antomarini e Paul Vangelisti. Si tratta di un evento importante per la poesia dell'oggettivismo americano, una stagione di scrittura poco frequentata dalla traduzione italiana (si pensi solo all'assenza di traduzioni da Louis Zukofsky). Di Oppen si registrava solo la versione italiana di Of Being Numerous del 1969 (Essere in tanti, Edizioni ETS, 2006). Questo volume raccoglie The Materials del 1962 e This in Which del 1965.
Per gentile concessione e collaborazione dei curatori si pubblicano di seguito alcuni stralci dalle prefazioni al volume e tre poesie di Oppen nella traduzione di Pietro Traversa. Di seguito troverete anche le notizie relative alle presentazioni del libro che si terranno nei prossimi giorni a Modena e a Roma.



*

Di seguito un brano dalla prefazione di Brunella Antomarini intitolata "Una cosa che sia".


Accorciamo di più il nostro pensiero, siamo seri… (Lautréamont) 

Un grande poeta risolve problemi che gli altri poeti gli presentano e da cui deve uscire se non vuole esserne sommerso. Il problema di Oppen è la liberazione della parola dalla rappresentazione, non in termini ‘linguistici’ o asemici, ma anzi con un forte legame col mondo, che va detto, sì, ma va detto senza le retoriche, senza la storia della poesia né dello sperimentalismo: che cosa e come in un testo poetico la parola genera un mondo senza rappresentarlo sintatticamente, cioè secondo il luogo comune della lingua ordinaria? Come fa a dire quello che genera senza bisogno di sentirsi il processore centrale di un’espressione sociale o politica? 
Scegliendo questi problemi, Oppen si metteva di traverso rispetto alla cultura del suo tempo. Gli anni Cinquanta e Sessanta erano un tempo di transizione, travolto dalla ricostruzione post-bellica e dalla reazione spaventata e critica a una guerra anti-comunista e neo-colonialista che trascinava i giovani per le strade, chiedeva una sospensione di problemi sottili, voleva arti d’attacco, d’impegno politico, di azione immediata. Oppen aveva distinto poesia e politica e prendeva le distanze dal suo tempo. In un’intervista del 1973 dice, rivolgendosi all’intervistatore: “Pensa che dovrei essere più conosciuto?” Ma è proprio quella distanza che lo rende partecipe più del XXI secolo che del suo tempo: oggi, nel tempo di un’altra transizione – che è appunto sottile, tacita, verso una destinazione incognita perché ci veniamo sospinti, tutti, globalmente e che riguarda modo di vivere, di pensare e di comunicare – ora alla lezione di Oppen si deve riconoscere un senso fondamentale e per questo va tradotto perché questo senso venga riconosciuto anche in Italia. Tradurlo non è infatti solo un’occasione di accessibilità, ma anche una sfida alla lingua sofisticata e tutta proiettata nel passato, come la nostra, da parte di una lingua pragmatica, essenziale, portata da Oppen alle estreme conseguenze della sua analiticità. 
E infatti i suoi testi analizzano minimi dettagli del reale, lo scompongono matematicamente – o pittoricamente, come un Cézanne o un Picasso della parola – nel minimo dicibile. Se c’è un’emancipazione qui, è da molte retoriche: della parola espressiva, di quella concettuale, ma anche di quella auto-referenziale. La retorica qui è un metodo costante e coerentissimo: ogni sostantivo viene liberato dal verbo che lo sostiene e diventa un’apparizione dei suoi dettagli. Una poetica minimalista e che immaginiamo richieda un tempo molto lento di ricerca, cioè di ricerca delle parole da scartare – quando sono troppo cariche di risonanze – e poi di ricerca di quelle ‘piccole’, cioè minime, libere, segni di quello che intendono oltre ogni ovvio intendimento.  
Perché questo metodo diventa importante ora? Perché quella che poteva  sembrare una qualità di poesia minore, cioè una preoccupazione poetica per la  parola nuda, senza grandi narrative e grandi teorie, senza lo spirito del tempo,  ora, in tempi di radicale transizione culturale e tecnologica, in prospettiva futura  l’opera di George Oppen diventa ispirazione per la scrittura che si rifà sulle macerie  di quella dei capolavori, storicizzati ma anche irrecuperabili. Per questo una  versione italiana che faccia conoscere Oppen a un pubblico abituato alla grande  classicità come alle avanguardie, è urgente e necessaria. Una poesia che non  chiede niente alla tradizione (a meno che non si tratti di altri poeti con una simile  preoccupazione), che si regge su una distruzione e un riavvio. [...]

*

E qui di seguito un brano dalla "Prefazione" di Paul Vangelisti.


Con mia grande sorpresa, il filosofo di cui parlammo di più, oltre Heidegger, fu Jacques Maritain, che avevo studiato ma con cui non ero molto in sintonia, troppo scolastico per i miei gusti ex-cattolici. Oppen ne era particolarmente entusiasta, sia della sua precisione sia della sua enfasi sull’essere. La visione di Oppen, contemporaneamente lirica e precisa, era mossa da una repulsione per il pragmatismo stesso, quella pietra angolare dell’ideologia e dell’ipocrisia americana. Sempre riflessivo e contro corrente, pone continuamente la più ontologica e meno pragmatica delle questioni, quella dell’esistenza di una “natura umana”. Come la mette lo stesso Oppen in un’intervista del 1968 in Contemporary Literature: “Quello che voglio dire, credo, è che non c’è vita per l’umanità se non la vita della mente. Non so neanche se sia utile dirlo a qualcuno. O le persone lo scoprono autonomamente o altrimenti non sarà mai vero per loro”. 
Guardando indietro, in particolare alla pubblicazione di I materiali del 1962, una raccolta su cui aveva lavorato sin dal suo ritorno negli Stati Uniti dall’esilio politico in Messico, troviamo il poeta alla ricerca - o anche in lotta con se stesso - di una misura poetica. In questo sforzo di riunirsi alla terra della poesia dopo esser stato via per quasi un quarto di secolo, è sempre presente quella cura, quella fermezza della mente di fronte alle cose:

La macchina fissa lo sguardo,
Fissa
Con tutti i suoi occhi

Attraverso il vetro
Con la sua increspatura, oltre il davanzale
Che è polveroso — se c’è qualcuno
Nel giardino!
Fuori, e così bello.

(“Immagine del motore”)

Più notevole, soprattutto se si considera quello che il poeta e il suo mondo  avevano dovuto affrontare dal 1934, è la determinazione di Oppen di ritornare  a parlare delle cose attorno a sé, “la preponderanza degli oggetti”. Anche se alle  volte i versi mancano del lirismo intensamente speculativo che avrà poi in This  in Which (1965), e nel suo più esteso capolavoro, Of Being Numerous (1969), il  singolare desiderio del poeta di riportare le parole “al significato / e al senso” (“Un  linguaggio di New York”), guida il suo approccio alla creazione del verso, a immaginarlo  come “Un fermo e silenzioso angelo di conoscenza e di comprensione”  (“Immagine del motore”).
La questione del progresso e della perfettibilità umana non solo motiva un pensatore radicale come Oppen, ma lo perseguita: la sua “fede” nel pensiero lega le sue composizioni ad una chiarezza conquistata con difficoltà. [...]


*

Una selezione di tre testi nella traduzione di Pietro Traversa:


VULCANO


Il padrone di casa che appare in strada
Per un attimo allo sbando, di ghiaccio
Nell’aspetto. ‘Penisola
Pianeggiante e alberata
Nella baia – ’ Ora sono nativi
Il saldatore e l’arco del saldatore
Nei circuiti di ferro della metropolitana:
Non ci siamo sfuggiti l’un l’altro,
Non nella foresta, non qui. La ragazza storpia arranca
Dolorosamente nelle nuove profondità
Della metro, e dolorosamente
Distogliamo lo sguardo. Le rotaie nude
E le pareti nere contengono
Il travaglio prima della sua nascita, la sua contorta
Precaria nascita e gli uomini
Laboriosi, corpulenti – Lei siede
Tranquilla, occhi fermi. Lentamente,
Deliberatamente lei vede
Il dente smussato di un’àncora affondare
Tra i gettoni e le macchinette a gettoni,
L’antico ferro e il voltaggio
Nel ferro sotto di noi nei porti profondi
Della bambina nelle sabbie del porto.


LE FORME DELL’AMORE


Parcheggiati tra i campi
Per tutta la notte
Tanti anni fa,
Abbiamo visto
Un lago accanto a noi
Quando è sorta la luna.
Mi ricordo

Che insieme abbiamo lasciato quella
Vecchia auto. Mi ricordo
Di noi, in piedi accanto a lei
Sull’erba bianca. A tentoni
Scendevamo insieme
Nell’incredibile
Luce chiara

Chiedendoci
Se fosse lago
O nebbia
Quello che vedevamo, le nostre teste
All’unisono sotto le stelle abbiamo camminato
Fino a dove i piedi si sarebbero bagnati

Se ci fosse stata acqua.


PENOBSCOT


Figli della prima
Terra

Parlano sull’uscio
Di quella stanza chiusa
Della loro nascita

Che non possono ricordare

In questi piccoli mondi di rocce
Nell’oceano
Come il centro
Di un’antichità

Non classica, anti-classica, non l’oceano
Ma la calma
Acqua del porto
Che lambisce le pietre

Sotto di loro —

Credo che non violeremo il mondo
Questi piccoli mondi gli ultimi
Dai nomi segreti

O frasi inaspettate —


Penobscot





VULCAN


The householder issuing to the street
Is adrift a moment in that ice stiff
Exterior. ‘Peninsula
Low lying in the bay
And wooded – ’ Native now
Are the welder and the welder’s arc
In the subway’s iron circuits:
We have not escaped each other,
Not in the forest, not here. The crippled girl hobbles
Painfully in the new depths
Of the subway, and painfully
We shift our eyes. The bare rails
And black walls contain
Labor before her birth, her twisted
Precarious birth and the men
Laborious, burly – She sits
Quiet, her eyes still. Slowly,
Deliberately she sees
An anchor’s blunt fluke sink
Thru coins and coin machines,
The ancient iron and the voltage
In the iron beneath us in the child’s deep
Harbors into harbor sand.


THE FORMS OF LOVE


Parked in the fields
All night
So many years ago,
We saw
A lake beside us
When the moon rose.
I remember

Leaving that ancient car
Together. I remember
Standing in the white grass
Beside it. We groped
Our way together
Downhill in the bright
Incredible light

Beginning to wonder
Whether it could be lake
Or fog
We saw, our heads
Ringing under the stars we walked
To where it would have wet our feet
Had it been water.


PENOBSCOT


Children of the early
Countryside

Talk on the back stoops
Of that locked room
Of their birth

Which they cannot remember

In these small stony worlds
In the ocean

Like a core
Of an antiquity

Non classic, anti-classic, not the ocean
But the flat
Water of the harbor
Touching the stone

They stood on—

I think we will not breach the world
These small worlds least
Of all with secret names

Or unexpected phrases—

Penobscot

*


Presentazioni del libro

Naufragio del singolare
raccolta poetica
di George Oppen
disegni di Alex Katz
Edizioni Galleria Mazzoli
a cura di Brunella Antomarini e Paul Vangelisti
traduzione di Pietro Traversa

a Modena sabato 17 febbraio 2018 ore 17.30
Salone dei Veneti
Galleria Estense - Palazzo dei Musei
Largo Porta Sant'Agostino, 337
intervengono i curatori 
con Vladimir D’Amora e Mariangela Guatteri
INGRESSO GRATUITO

a Roma mercoledì 21 febbraio 2018 ore 17.30
Casa delle Letterature
piazza dell’Orologio n.3
intervengono i curatori 
con Marco Giovenale e Lidia Riviello

Edizioni
GALLERIA MAZZOLI - MODENA

*

George Oppen (New York, 1908–1984) fonda a New York negli anni Trenta, insieme ai poeti Louis Zukofsky e Charles Reznikoff, la casa editrice The Objective Press che lancia poeti come William Carlos Williams ed Ezra Pound e il gruppo “oggettivista” a cui aderiscono lo stesso Williams, Basil Bunting e Lorine Niedecker. Successivamente, lasciati gli Stati Uniti per motivi politici, comincia a scrivere egli stesso testi poetici. Dopo la guerra torna per un periodo a New York dove lavora come carpentiere e falegname e poi si reca in Messico. In questo lungo periodo sospende la scrittura poetica per riprenderla solo dopo 24 anni, di ritorno a New York negli anni Sessanta quando pubblica le raccolte piu` importanti fno a vincere nel 1969, con il poema Of Being Numerous, il Premio Pulitzer. Oppen e` una delle personalita` poetiche piu` originali, complesse e in attesa di un pieno riconoscimento. Con questo libro ha ricevuto la dovuta attenzione come poeta sperimentatore di un linguaggio che non cede a nessuna retorica e ispiratore delle generazioni successive, punto di riferimento per giovani poeti di ogni lingua e paese.

Paul Vangelisti è un poeta, critico letterario e traduttore. Nato a San Francisco nel 1945, vive e lavora a Los Angeles dal 1968. Autore di diverse raccolte poetiche, dal 1971 al 1982 è stato condirettore della rivista di ricerca letteraria, "Invisible City". Numerose sono le sue collaborazioni con artisti visivi italiani. Fondamentale è stato l'incontro con Adriano Spatola di cui ha tradotto in inglese la prima importante raccolta di poesie.

Brunella Antomarini insegna estetica e filosofa contemporanea alla John Cabot University a Roma. È autrice di numerosi articoli e saggi di argomento filosofico e antropologico pubblicati in Italia e all’estero.

Alex Katz è un artista figurativo contemporaneo nato nel 1927 a Brooklyn, New York, vive e lavora a New York. Le sue opere sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei americani, tra i quali il MoMa, il Metropolitan, il Whitney di New York, il Los Angeles County Museum of Art di Los Angeles e in alcuni musei europei tra cui la Tate Gallery di Londra e il Museo di Francoforte.

Informazioni:
Ufficio Eventi Gallerie Estensi
0594395707 - mariagrazia.silvestri@beniculturali.it

giovedì 20 febbraio 2014

"Pastorali" di John Taggart nella traduzione di Cristina Babino

Dobbiamo a Cristina Babino questa nuova tappa di avvicinamento all'opera del poeta americano John Taggart (Perry - Iowa, 1942). E dopo quanto appreso in questa bella e ricca intervista pubblicata mesi fa su Librobreve, ora possiamo contare sul volume intitolato Pastorali che l'editore marchigiano Vydia mette a disposizione dei lettori italiani (testo inglese a fronte, pp. 250, euro 15; nella stessa collana Dieci bozze di Rachel Blau DuPlessis tradotto da Renata Morresi). Diciamo subito una cosa: è bello, positivo, quando si instaura tra poeta e traduttore un rapporto che va oltre la mera conoscenza ai fini della traduzione. Cristina Babino conosce John Taggart, si sono incontrati, si scrivono per dubbi, per scambiare fotografie. Lei ha bisogno delle fotografie dei ponti coperti che resistono nella zona rurale dove Taggart attualmente vive con la famiglia, Newburg, nella Cumberland Valley (Pennsylvania). Lui manda a lei risposte su carta che passano sopra l'oceano e arrivano ancora intrise dell'odore di pipa. Si sono incontrati, hanno ascoltato assieme musica e lui le ha intimato di alzare il volume durante una canzone di Janis Joplin. Questo e altri aspetti che rinviano all'amicizia, non scontati, ci permettono di rivolgerci con più fiducia al lavoro di cura e traduzione.

Lo stesso Taggart e poi la stessa curatrice mettono in guardia il lettore. Questa è poesia che andrebbe letta ad alta voce. E qui si potrebbe aprire una parentesi sterminata, che parte dalle origini orali della poesia (e pensiamo, in Italia, al lavoro di Ida Travi), passa per le sue derive tipografiche e il colpo di dadi di Mallarmé, si prolunga nella vita silenziosa della poesia del Novecento (Montale, ad esempio, è un poeta che si è letto/consumato quasi esclusivamente in silenzio, nel confronto tra scrittore/pagina/lettore? Ho questo dubbio: come cambia Montale letto ad alta voce?), fino ad arrivare ai tentativi odierni di riportare la poesia all'ascolto, anche nelle occasioni pubbliche, un passaggio importante, attraverso il quale potrebbe esser rivista la marginalità in cui è costretta (si è costretta?) la poesia d'oggi. Taggart è il poeta della fiducia nella parola, nel suo scrigno di suono. Ripetizioni sono all'ordine del giorno, ossessive. Il suo ruscello poetico sgorga dalle parti della poetica oggettivistica teorizzata Louis Zukofsky (nulla di suo tradotto in italiano) e George Oppen (qui trovate ancora Essere in tanti, pubblicato otto anni fa da ETS). Ma Taggart ovviamente non è racchiuso in queste poche disordinate mie note. Nello sviluppo della sua lirica, come ha modo di notare Cristina Babino, ci sono inserti plurimi, dalla passione per il jazz e John Coltrane o Sonny Rollins in particolare, all'eco di compositori come Steve Reich, fino alla pittura di Mark Rothko o a quella di certe solitudini e deserti urbani, lateralmente illuminati à la Caravaggio, di Edward Hopper. E come non capirlo. Aggiungerei - e forse potrebbe essere una interessante strada da seguire - i buoni risultati che potrebbe dare una lettura geopoetica di questa sua opera (e suppongo anche di altre sue opere, ma non ho letto tutto Taggart). Se Gregory Bateson scriveva dell'ecologia della mente, mi pare sia vero che l'opera di Taggart diventi ecologia della lingua inglese da lui adoperata.


Pastorali (Pastorelles, uscito giusto dieci anni fa nel 2004 per Flood Editions con una copertina così lontana da quella italiana) rimanda sin dal titolo ad una dimensione rurale che è quella del fazzoletto da lui abitato in Pennsylvania. Il poeta Robert Creeley (la meritoria Empiria pubblicò a suo tempo Stanze e pure per Mondadori uscì Per amore negli anni Setttanta; ci torneremo su quest'ultimo libro) ha scritto che Taggart è stato un campione dell'accumulo di patterns sonori e di significato complessamente stratificati, che pure usa con un'autorità discreta. Ha scritto inoltre che se la poesia ha un valore persistente è perché riesce ad articolare, come in questo libro, tutto quello di cui una vita arriva a prendersi cura. Cristina Babino ci ricorda inoltre e opportunamente che la  Pennsylvania di Taggart, figlio di pastore metodista, è "terra della cultura Amish (la cui lingua è detta non a caso Pennsylvania Dutch), chiusa nelle sue granitiche consuetudini, nel suo ricercato, intestardito isolamento". A tal proposito, vedete anche uno dei due testi che riporterò per gentile concessione. Pastorali è allora titolo bifronte perché guarda da un lato alla tradizione della poesia e dall'altro alla tradizione della musica che portano questa "etichetta". Le mutazioni di "Arcadia" sono un capitolo tutto da esplorare nella poesia mondiale del Novecento. Solo questa duplice apertura dice della complessità e della sintesi di cui è capace Taggart, sin dalla titolazione dell'opera. 

C'è un aspetto, infine, che mi preme riprendere prima di concludere e di lasciarvi in compagnia di due Pastorali, ovvero l'interdisciplinarietà della scrittura - sarebbe meglio scrivere della vita - di Taggart, un aspetto sottolineato anche dai decenni di lavoro all'interno dell'università americana. Forse "interdisciplinarietà" non è la parola migliore, è troppo accademica infatti. Taggart però è la riprova che gli innesti che provengono da una grande attenzione nei confronti delle altre arti lasciano il segno anche in poesia o, meglio, in ciò che la poesia restituisce della vita. La sua poesia è come una "sciarpa", dalla cui trama entra molto, fiato, aria, luce e sulla quale possiamo far passare persino la nostra voce imbolsita. Le poesie stesse "iniziano come epitaffi e hanno la possibilità di concludersi come vita", ha sostenuto egli stesso durante una recente conferenza.


PASTORELLE 1


Glance to the right all that’s possible
driving south
on 641 what was the old stage coach route
curve on 641 curve and descent
hard on the horses
weight bearing down on them
glance
perhaps all that was ever possible
clearing through the trees at the curve
wide field
brown green brown
where the farmer plowed where the farmer didn’t where he did

glance
and glances
over the years
this is where my ashes are to be scattered
driving south and west.


PASTORALE 1




Guardare sulla destra tutto ciò che è possibile
guidando verso sud
sulla 641 quella che fu la vecchia via delle carovane
curva sulla 641 curva e discesa
dura per i cavalli
carico che pesa su di loro
guardare
forse tutto ciò che fu mai possibile
radura tra gli alberi sulla curva
grande campo
marrone verde marrone
dove il fattore ha arato dove il fattore non ha arato dove ha arato

guardare
e sguardi
attraverso gli anni
qui è dove le mie ceneri verranno sparse
guidando verso sud e ovest.


PASTORELLE 8


Young woman
Amish
green dress black apron translucent white prayer bonnet
strings of her bonnet trailing in the air

rollerskating down the road

by herself alone in the air and light of an ungloomy Sunday afternoon

herself and her skating shadow


the painter said
beauty is what we add to things

and I
chainsawing in the woods above the road
say what could be added
what other than giving this roaring machine a rest.



PASTORALE 8


Giovane donna
Amish
vestito verde grembiule nero translucida cuffia da preghiera bianca
i lacci della cuffia si trascinano nell'aria

pattina lungo la strada

tutta sola nell'aria e nella luce di una chiara domenica pomeriggio

lei e la sua ombra che pattina

il pittore disse
la bellezza è ciò che aggiungiamo alle cose

e io
che taglio legna con la sega elettrica nei boschi sopra la strada
dico ciò che si potrebbe aggiungere
che altro se non spegnere questa macchina rombante.

martedì 12 marzo 2013

La poesia di John Taggart. "Car Museum" nella traduzione di Cristina Babino

Librobreve intervista #12 / Una poesia da #20



----
L'intervista che segue è, ad esempio, uno dei motivi che mi fa tenere accesa la fiammella di un blog simile. Se aver creato questo spazio significa oggi lasciare spazio a una pluralità di esperienze e non a un narcisismo-da-social-network fine a se stesso allora sono contento. E sono quindi felice di ospitare Cristina Babino, marchigiana, residente in Francia ad Antibes. Qualcuno forse l'avrà incrociata per La donna d'oro, il suo libro del 2008 uscito da peQuod, laddove affrontava il percorso artistico di Tamara de Lempicka. Ora la ritroviamo in veste di traduttrice di un poeta misteriosamente mai "volto" in Italiano: John Taggart. Buona lettura dell'intervista e dell'assaggio di poesia riportato in fondo. Cristina Babino cura il blog La cugina Argia dove potrete trovare informazioni più diffuse sulle sue attività.
----


LB: Come nasce l'idea di tradurre Taggart e concretamente come si sviluppa la collaborazione con le edizioni L'Arca Felice per la plaquette che è uscita?
RISPOSTA: Avevo già tradotto, qualche anno fa, alcuni testi di John Taggart, pubblicati poi sulla rivista Le Voci della Luna. All’epoca le poesie di John non erano mai state tradotte in italiano, e il mio voleva essere proprio un modo per iniziare a colmare una notevole mancanza e contribuire a introdurre la conoscenza della sua opera nel nostro Paese. La collaborazione con l’Arca Felice è nata attraverso una comunicazione via mail in cui mi si informava della nascita, in seno a questo editore, di una nuova collana di plaquette di arte-poesia curata da Mario Fresa e chiamata Hermes (poeti tradotti da poeti). Ho colto l’occasione e ho contattato Fresa per proporgli una breve suite dal titolo Car Museum, estratta da uno dei libri più recenti di John Taggart, Pastorelles, uscito negli Stati Uniti nel 2004. Devo ringraziare Mario Fresa per la sua lungimiranza e l’editore Arca Felice per la grande apertura e disponibilità, dimostrandosi aperti a pubblicare - senza conoscermi personalmente e solo attraverso la mia presentazione e il mio lavoro di traduzione - un autore che, nonostante sia uno dei più importanti e influenti poeti americani viventi, è ancora praticamente sconosciuto in Italia. Ne è nato un bellissimo oggetto d’arte, piccolo ma prezioso ed estremamente curato, arricchito da una fotografia fuori testo di Jennifer Taggart, moglie di John e grande fotografa. A tutt’oggi le mie traduzioni da Taggart restano le uniche presenti in Italia. Cosa che continua a lasciarmi molto stupita, data la mole, a livello sia di qualità che di quantità, della sua produzione poetica, ma anche critica e saggistica.

Pastorelles, 2004
LB: Quali sono le principali difficoltà e insidie di traduzione di una poesia apparentemente semplice e limpida?
RISPOSTA: La poesia di Taggart può talvolta risultare ad una prima lettura relativamente “semplice” e diretta, specie le sue opere più recenti; in realtà la sua scrittura è tutt’altro che “facile” ed è stata profondamente influenzata dall’opera e dal pensiero di poeti Oggettivisti quali Louis ZukofskY e George Oppen, cui del resto Taggart ha dedicato in ambito accademico una lunga serie di saggi critici. Tutto quello che in Taggart può sembrare oggi un verseggio di fruizione tutto sommato immediata è in realtà frutto di un percorso stilistico coraggioso ed eccentrico, oltre che di una lunga meditazione teorica e di una progressiva statificazione di senso che può essere scoperta e apprezzata in pieno soltanto lettura dopo lettura, tali e tanti sono i rimandi – quando non le citazioni dirette - alla musica, alla letteratura, all’arte visiva, solo per citare i campi in cui il poeta si muove con più disinvoltura. Anche un testo come Car Museum appare abbastanza chiaro e diretto (nonostante contenga anch’esso delle citazioni nascoste): in effetti esso è tratto dal volume Pastorelles, del 2004, che segna in un certo senso un’inversione di tendenza nella produzione di Taggart, caratterizzata sino all’uscita di questa raccolta da un ricorso prepotente e costante allo strumento della ripetizione e da un’attenzione quasi maniacale alla resa sonora della parola scritta, alla sua intrinseca valenza “musicale”. Pastorelles è il risultato del tentativo di Taggart di uscire in qualche modo dalla logica della ripetizione come cifra stilistica, quasi una “firma” immediatamente riconoscibile, per tentare una nuova strada che non fosse quella sicura e dominata con sicurezza fino a quel momento (una scelta che gli ha valso anche critiche e resistenze). Per questo la scrittura di Pastorelles può essere percepita come maggiormente “familiare” all’orecchio di un lettore rispetto alle sue opere precedenti, che non di rado posso risultare persino ostiche e di lettura faticosa (penso ad esempio a certi suoi esiti degli Anni Settanta). Pastorelles unisce questa precisa volontà di rinnovamento poetico alla necessità di raccontare in versi l’esperienza della vita nella campagna della Cumberland Valley, in Pennsylvania, terra di Amish e di tradizioni antiche e radicatissime, dove da diversi anni Taggart si è stabilito. La maggiore “familiarità ” dei testi riuniti in questa raccolta mi ha spinto a sceglierli per avvicinarmi all’opera di traduzione di un autore poco o per nulla conosciuto in Italia. Le difficoltà comunque mancano, proprio per la qualità essenzialmente musicale della versificazione di Taggart: difficilissimo, se non impossibile, riprodurre in una lingua altra la ricerca di sonorità dell’originale, la sua attenzione all’indissolubilità del nodo suono/senso, mantenendo però anche una salda fedeltà al significato delle parole scelte. Un equilibrio ben difficile da conservare, che costringe spesso a privilegiare un aspetto sull’altro, cercando comunque il più possibile di non allontanarsi troppo dalle intenzioni originarie dell’autore.

Steve Reich
LB: Potresti illustrare brevemente i legami di Taggart con le altre arti, con particolare riferimento alla musica e alla pittura?
RISPOSTA: L’antologia ricapitolativa della sua opera , uscita recentemente negli USA, s’intitola Is Music: in effetti la poesia di Taggart non è semplicemente “musicale” o attenta alle sonorità, la poesia di Taggart è essa stessa “musica”, come già disse George Oppen a questo proposito. Ogni sua parola anzi, specie quando viene ripetuta - spesso fino all’ossessività nei suoi testi più datati – viene scelta cercando di ricreare attraverso la scrittura poetica certi andamenti del jazz - genere amatissimo e frequentato da Taggart in ogni sua espressione - la ripetitività appunto legata all’improvvisazione, o ancora le battute sincopate e frante del Rhythm and Blues. Non è un caso del resto che in molti dei suoi libri un’avvertenza dell’autore indichi che il lettore potrà godere maggiormente dei testi se letti a voce alta. L’importanza fondante del suono, dell’oralità, la qualità perfino ri-creativa della lettura operata sulla pagina scritta è uno delle componenti essenzali per comprendere e apprezzare a fondo la poetica di Taggart. La ripetizione, nelle intenzioni dichiarate di Taggart, è funzionale al lettore per penetrare in profondità nel testo, obbligandolo a indugiare sulle singole parole, assaporandone le peculiari sonorità, riscoprendone a ogni respiro la commistione profondissima tra suono e significato. La lettura ad alta voce coinvolge il lettore in modo molto più completo, lo rende maggiormente partecipe dell’esperienza poetica rispetto alla semplice lettura silenziosa: se la voce è qualcosa di interiore che esce da un luogo interno (il corpo) e che, attraverso un mezzo esteriore (l’aria, lo spazio) entra in un’altra interiorità (l’orecchio e la mente del ricevente), l’uso della ripetizione - che non è mai un mero ripetere le stesse parole, ma piuttosto un procedimento progressivo di additive rhythm, rintracciabile anche nelle composizioni di musicisti quali Philip Glass e Steve Reich, come anche nell’opera dell’amatissimo jazzista John Coltrane - favorisce questo processo, aiutando a cristallizzare nella mente i gangli di senso/suono costituiti dalle parole sapientemente scelte dal poeta.
Se poi l’intera sua produzione è attraversata da innumerevoli riferimenti trans-disciplinari (non a caso Taggart è stato a lungo direttore del Dipartimento di Studi Interdisciplinari alla Shippenburg University), che spaziano dalla filosofia alla botanica, dalla vita rurale al greco antico, dal cinema alla musica classica, dai testi biblici (il padre di Taggart era un pastore protestante) alla letteratura americana, è nelle arti visive – insieme all’imprescindibile musica jazz – che Taggart trova spesso il terreno più fertile per la sua ispirazione. Penso alla recente serie di testi ispirati agli Angeli di Kitaj, o alla sua lettura critica della luce nelle tele di Edward Hopper, ma soprattutto all’opera di Mark Rothko, profondamente amata da Taggart, tanto da aver passato un’intera settimana all’interno della Rothko Chapel a Houston, Texas, per studiare le quattordici grandi tele dell’artista lì custodite. Da questa intensa esperienza di studio e meditazione è scaturita quello che è forse il testo più noto di Taggart, The Rothko Chapel Poem (pubblicato nella raccolta Loop del 1991). All’artista di origini russe Taggart aveva già dedicato Slow Song for Mark Rothko (contenuto nel volume Peace on Earth del 1981). In entrambe le composizioni è evidente come l’uso massiccio ma sempre controllato della ripetizione tenda a ricreare attraverso la parola la stratificazione tipica delle tele di Rothko, la sovrapposizione di più livelli di colore (tanto che in Rothko il concetto stesso di astrazione viene superato, per diventare pittura “d’espressione”, sfuggente a qualsiasi classificazione). Come la pittura a strati di Rothko attrae l’occhio dell’osservatore e lo trascina nelle profondità più nascoste del colore sulla tela, così la ripetizione è funzionale a Taggart per conseguire lo stesso risultato, traducendo per mezzo della parola la medesima ricerca di coinvolgimento e com-partecipazione dell’altro nel processo di comunicazione artistica e poetica.

Monsanto, Portogallo
(foto dal blog di Cristina Babino)
LB: Hai potuto confrontarti direttamente con l'autore? Serve sempre questo confronto o talvolta porta anche a dei nulla di fatto?
RISPOSTA: Ho conosciuto John Taggart nel 2007, in occasione dell’International Meeting of Poets organizzato con cadenza triennale dal Dipartimento di Studi Anglo-Americani dell’Università di Coimbra, in Portogallo.  Un’esperienza per me fondamentale, che mi ha permesso di conoscere e confrontarmi con poeti provenienti da ogni parte del mondo, più o meno affermati e con alle spalle pubblicazioni più o meno numerose. E’ stato un incontro profondamente arricchente per me, che mi ha permesso di consolidare la mia conoscenza del panorama della poesia contemporanea internazionale e soprattutto di instaurare rapporti di amicizia con alcuni dei poeti partecipanti, rapporti che nel tempo si sono consolidati e hanno portato a diverse collaborazioni. In particolare, per una questione di “affinità elettive” e sicuramente anche per una questione di lingua, ho stretto rapporti con Jonathan Morley, uno dei maggiori poeti inglesi della nuova generazione, e appunto con John Taggart. Insieme a John, l’anno successivo, nel 2008, ho la fortuna di passare un mese intero di contatto quotidiano, in occasione della nostra comune partecipazione a un programma di Poets in Residence, organizzato sempre dall’Università di Coimbra. Ad eccezione della settimana passata a Coimbra per le nostre letture e seminari al Dipartimento di Studi Anglo-Americani, per il resto del tempo abbiamo alloggiato in una casa in pietra a due piani in uno sperduto e bellissimo paese del Portogallo profondo, Monsanto, al confine con la Spagna. Era inverno e, per quanto il posto fosse affascinante e unico, non si poteva fare altro se non passeggiare in quello splendido paesaggio montano-rurale (tempo permettendo), leggere o scrivere, e chiacchierare. John è un affabulatore piacevolissimo e instancabile, una miniera di storie ed esperienze, quindi le nostre lunghe chiacchierate sono state una delle cose che ricordo con più piacere di quella esperienza.
Direi che nel mio caso il rapporto diretto e l’amicizia con l’autore siano stati fondamentali. Anzi, considerando proprio la complessità della sua opera, se non avessi avuto modo di conoscere personalmente John e di avvicinarmi alla sua poesia di prima mano non mi sarei probabilmente avventurata sul sentiero della traduzione. Che è sempre un terreno accidentato, e nasconde insidie ad ogni verso, specie quando si tratta di una poesia stratificata e complessa come la sua. Potermi confrontare direttamente con l’autore mi permette però di fugare qualsiasi dubbio io abbia sui testi e di soddisfare qualsiasi curiosità riguardo la sua produzione o la sua biografia.

Rachel Blau DuPlessis
LB: Immagino che tu sia una sostenitrice di una proposizione più massiccia e allargata dell'opera di Taggart. Se sì, per quali motivi? Vedi degli spiragli editoriali significativi?
RISPOSTA: Senza dubbio. Per la rilevanza e la mole della sua opera poetica - dagli Anni Settanta ad oggi ha pubblicato una quindicina libri di poesia, oltre a una serie sterminata di saggi e contributi critici - per l’impotanza della sua carriera accademica e per l’influenza che ha esercitato ed esercita sulle ultime generazioni di poeti americani, in Italia Taggart dovrebbe essere ospitato nelle collane di poesia contemporanea dei grandi editori già da un pezzo. Purtroppo non è ancora così. Ma nel mio piccolo sto facendo del mio meglio per far conoscere la sua poesia nel nostro Paese. L’interesse che ha suscitato la pubblicazione di Car Museum ha portato a una nuova collaborazione con la casa editrice Vydia di Macerata. Grazie ad Alessandro Seri, che ne è il direttore editoriale e cura la nuova collana di poesia Licenze – per la quale è appena uscita, con l’ottima traduzione di Renata Morresi, il volume Dieci Bozze della poetessa americana Rachel Blau DuPlessis (anche questa una prima assoluta in Italia) - abbiamo in programma per la fine di quest’anno di pubblicare l’intera raccolta Pastorelles in traduzione italiana con testo originale a fronte. Dopo il piccolo ma significativo “l’esperimento” riuscito grazie ad Arca Felice, considero questa prossima pubblicazione con Vydia un risultato veramente importante, che va finalmente a colmare, con la prima traduzione integrale di un’opera di John Taggart, una grave lacuna nella diffusione della poesia straniera contemporanea in Italia.

Il testo tratto da Car Museum qui di seguito riprodotto è stato pubblicato dalle Edizioni L'Arca Felice nella plaquette di arte - poesia John Taggart, Car Museum, cura e traduzione di Cristina Babino, all'interno della collana Hermes curata da Mario Fresa, Salerno, 2012. (Mi scuso per la dimensione della font rimpicciolita con cui riporto i testi seguenti, ma tale espediente mi consente di garantire gli a capo, perlomeno in schermi di medie dimensioni. Le tecnologie fluide di visualizzazione odierne infatti decidono da sole gli a capo. L'alternativa era usare le barre  per separare i versi. Un bel problema per il futuro della poesia a schermo: che Ungaretti avesse già previsto tutto?)



1


Queste sono le automobili
Auburn e Cord e Duesenberg
rare
macchine di rara eleganza
e questo è il ritorno a casa in Indiana
raro
inspiegabile
museo già sala d’esposizione e fabbrica centrale
su una strada di provincia come le strade
dove sono cresciuto vagabondo fuggitivo e giovane gentiluomo ribelle dall’Indiana
da città di provincia come questa città
o da interruzioni o da piccole interruzioni nei campi
monotonia dei campi
non ricordavo quest’intollerabile monotonia.

2

Auburn 852 Speedster color mela candita
la griglia a forma di scudo leggermente reclinata all’indietro non lo scudo di Achille
reclinata all’indietro nella lunga linea pianeggiante del cofano
tubi di scappamento cromati
sporgono da ciascun lato
del cofano
spazio solo per due dietro la griglia il cofano i tubi di scappamento
Cord 810 Beverly Sedan color uva
fari nascosti
in parafanghi curvati a s sporgenti
dal corpo inclinato curvato aerodinamico voluttuosamente aerodinamico
Duesenberg J Murphy Torpedo Decappottabile Coupé nera
parte improvvisamente
minima
poppa improvvisamente appuntita
torpediniera nera che lascia una minima percettibile scia
nel mare dell’amore o strada di campagna quando scende la sera.


3


Senza memoria non c’è protezione

dalla monotonia di tutti i campi innegabile imprevista
insopportabile
non più un bambino o ragazzo
da un altrove che doveva andare altrove doveva e
deve
via dai campi
inspiegabile in nessun
capitolo tra i capitoli in carta lucida di arti e idee
L’Indiana si può spiegare
le automobili no
forse l’eleganza non si può mai spiegare
il bambino o ragazzo non poteva sapere di automobili non se ne trovavano per le strade allora
forse la ribellione è l’inconsapevole ricerca dell’eleganza.


Mark Rothko, 1950
Chiudiamo con alcuni link, per chi volesse approfondire e fosse rimasto incuriosito da questo poeta il cui lavoro rimanda continuamente anche ai quadri, per me davvero struggenti, di Mark Rothko (ho finalmente deciso che l'aggettivo "struggente" nel mio vocabolario si può applicare solo alla sua pittura):
- un link da dove si può vedere un'anteprima di Is Music, una delle principali raccolte ordinabili anche in Italia;
- qui trovate invece un archivio di mp3 con poesie e altri materiali recitati dallo stesso Taggart;
- e per concludere, come mi capita a volte, una segnalazione video di un Taggart che legge all'Università di Berkeley (a partire dalla mezz'ora circa, il video è molto lungo).