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venerdì 20 aprile 2018

"Anonimo veneziano" di Giuseppe Berto: dai dialoghi per il film e il teatro al romanzo che lavora negli spazi tra i dialoghi

Ad un certo punto de Il dilemma Giorgio Gaber canta "l’amore e il litigio sono le forme del nostro tempo". È una bella canzone sulla coppia, che mi pare abbia qualcosa da dire su questo "tema". Può capitare di ripensarla leggendo questo libro. Non so quanti libri oggigiorno dicano qualcosa di interessante sulla coppia o sulle coppie. So che a suo tempo qualcosa di interessante lo disse Giuseppe Berto con Anonimo veneziano, inizialmente film del 1970 diretto da Enrico Maria Salerno per il quale Berto scrisse la sceneggiatura e i dialoghi. Di lì a poco, nel 1971, il testo uscì anche come "Testo drammatico in due atti". Solo nel 1976, direttamente nella collana BUR, e curiosamente sollecitato dal lavoro della traduttrice inglese Valerie Southorn che ne aveva ingegnosamente trasformato le didascalie teatrali in qualcosa di più vicino a un romanzo, il testo approdò alla versione di romanzo breve o racconto lungo che dir si voglia. Possiamo leggerla nuovamente oggi, nell'anno del quarantennale della morte dello scrittore, anche in questa nuova edizione di Neri Pozza (pp. 112, euro 15, con introduzione di Cesare De Michelis e con la prefazione dell'autore all'edizione del 1976). In questo libro Berto consegna una Venezia "anonima" e inedita, come ha ricordato Diego Valeri. I giochi metaletterari con Thomas Mann de La morte a Venezia o con John Ruskin de Le pietre di Venezia sono sostanza della descrizione che interessa la città della laguna, colta già nel suo cancro conclamato. Ma vi sono i giochi interni e i fraseggi musicali con il compositore Alessandro Marcello, fratello meno fortunato di Benedetto, eppure autore di quel capolavoro di concerto del 1717 che diventa colonna sonora della parte finale e della scena conclusiva del libro. Del resto la storia, abbastanza nota ormai dopo quarant'anni di buon successo cinematografico e librario, ci mostra all'inizio un genio un po' sgualcito "che non ha avuto molta fortuna" - proprio come Alessandro Marcello - mentre aspetta l'ex moglie in arrivo col rapido da Milano a Venezia Santa Lucia.

L'inizio vero in realtà è una breve descrizione di una Venezia brulicante, dove la gente fa le cose di ogni altra gente, ma con parvenza di commedia, quasi "un invito affinché la morte facesse più in fretta". I ratti, spesso nominati nel testo, vanno moltiplicandosi in attesa sotto i ponti. Gli avvallamenti delle pietre si sentono sotto i piedi. Il protagonista ringrazia l'ex moglie per essere venuta, anche se lei non conosce il motivo della chiamata. Non sanno bene dove andare. E così, lasciando la stazione dei treni, s'incamminano per qualcosa che è poco più di mezza giornata da trascorrere assieme, con l'orario dei treni per il ritorno a Milano a far da orizzonte, quasi una ghigliottina variabile e visibile che incombe sullo sviluppo della vicenda. Si può dire altro, e in fondo non c'è tanto da "spoilerare" in una storia ormai abbastanza nota che all'epoca fece scalpore anche per le assonanze con il film Love Story. I due hanno avuto un figlio e da otto anni non si vedono. Lei ha scelto di sposare un uomo ricco e di vivere a Milano. Da quest'uomo ha avuto una figlia. Prendono un vaporetto, vanno a consumare assieme un pasto in una trattoria che offre loro un piatto scadente. Tornano a camminare, lui ogni tanto le scosta i capelli e sente il bisogno di sfiorarla, litigano e parlano ancora, alternano freddezza a slanci dove sembrano capirsi. Infine si dirigono verso la casa di lui e alle prove finali per la registrazione del concerto di Alessandro Marcello nel quale lui ha la parte prominente dell'oboe. Pensando alla registrazione del concerto lui pensa al figlio. 

Sui dialoghi si dovrebbe spendere una frase in più, anzi, leggendo questo libro è utile prestare attenzione proprio allo spazio tra i dialoghi. Perché se è vero che quest'opera nasce per il cinema e quindi si concentra primariamente sui dialoghi e sulla sceneggiatura, la grandezza di Berto nella stesura del romanzo breve del 1976 è stata invece quella di inserirsi e lavorare nello spazio che sta tra i dialoghi. Mi capita di riscontrare - ma potrei essere solo in questo rilevamento - che i dialoghi di tanta prosa contemporanea rendono spesso un personaggio un po' più o un po' meno di quello che è, lo incalcano e deformano. Insomma, la massima mimesi della parola in presa diretta, in narrativa, rischia di diventare il massimo imbroglio (pensiamo poi anche al gigantesco problema affrontato dal cinema e dai doppiaggi). Quello che ha saputo fare Giuseppe Berto in Anonimo Veneziano del 1976 e ciò che costituisce la grandezza di quest'opera è lo sforzo di scrittura che l'autore ha messo tra un dialogo e un altro, tra una battuta e l'altra. Lo ha fatto ora per correggere un tiro, ora per depistare, ora per farci dubitare, ora per plasmare scultoreamente le poche ore di vita assieme di questa ex coppia che ritorna appunto coppia per qualche istante. Farlo senza portarsi dietro le prime destinazioni d'uso del testo è il prodigio contenuto in questo libro breve.

A indagare meglio scopriamo che il protagonista, malato di cancro e prossimo alla morte, ha chiesto all'ex moglie di raggiungerlo a Venezia proprio per parlare. In un passo, che tra l'altro ricorda così bene il frammento di Gaber, si legge:
«[...] C'è un canale con tutte gondole ai lati, messe a riposo per l'inverno. E case modeste, come di campagna, e campielli con biancheria ad asciugare, e bambini che giocano al pallone. Passeremo di qui, mi dicevo, guarderemo tutte queste cose e parleremo. Non abbiamo mai veramente parlato, noi due. Abbiamo sempre fatto l'amore o litigato. Questa volta mi sarebbe piaciuto parlare di cose qualsiasi, le più stupide possibile per non trovar da discutere, e tu avresti capito, dopo. Dopo avresti capito, ma senza soffrire molto, e magari me ne saresti stata grata, mi avresti ammirato. Invece ci siamo messi a litigare come il solito, e poi, al primo momento buono, t'ho spiattellato: guarda che sto morendo. Non sono cambiato. Autocompassione, narcisismo, insicurezza, le piccole astuzie di tutti i bambini che vogliono attenzione e simpatia. Non ce l'ho fatta a crescere, io.»
Amore e morte, ancora una volta. L'ennesima. Morte e dialogo: l'ennesimo dialogo con la morte. Anni prima della legge sul divorzio Giuseppe Berto ha intercettato alcune linee di forza essenziali sul discorso che riguarda la coppia, duratura o effimera che sia, sulla sua necessità o meno. Lo ha fatto trasformando una storia di un film in un libro che si conclude davvero in musica, dove la finalità irrimediabile di ogni parola da scegliere è diventata per l'autore un "piacere tormentoso" e lungo. Il finale, soprattutto per quell'avverbio abbastanza sul quale è posta la parola FINE, merita anch'esso di essere riportato. Lei ha appena abbandonato le prove per tornare a Milano, dopo aver rinunciato a rimanere con l'ex marito morente. L'orchestra può quindi rimettersi a suonare, dopo aver sbagliato una prova (il corsivo è mio):
Di nuovo sono lì, immobili nella breve ed interminabile attesa, e più facile è la concentrazione, dato che l'estranea è andata via. Al suo cenno gli archi cominciano, dapprima appena percettibili, poi più sicuri nei lenti accordi d'attesa. E lui attacca, la nota ferma, seguita con necessità e precisione dalle altre, nell'antico concerto che dice la rassegnata disperazione per la morte di un uomo, e forse d'una città, e forse anche di tutto ciò che è già vissuto abbastanza.



Alessandro Marcello, Oboe Concerto in D minor
Heinz Holliger, oboe
I Musici
Registrato nel luglio 1986 
a La Chaux-de-Fonds, Svizzera

martedì 13 dicembre 2016

"Editori vicini e lontani" di Cesare De Michelis

L'editore Gaffi in Roma pubblica all'interno della rifondata ItaloSvevo Editori vicini e lontani, raccolta di scritti di Cesare De Michelis (pp. 104, euro 14). I brevi capitoli di questo libro, accolti dalle pagine intonse della collana "Piccola Biblioteca di Letteratura Inutile", coincidono coi ritratti che il presidente di Marsilio Editori ha dedicato dal 1989 al 2016 a protagonisti dell'editoria, scrivendo per più quotidiani o supplementi culturali. L'abitudine di recensire libri dedicati a figure importanti dell'editoria è diventata in quasi un trentennio il pretesto per tracciare una piccola orografia e geografia dell'editoria italiana degli ultimi duecentocinquant'anni e per mettere assieme una corona di ritratti che sarà opportuno elencare per esteso: Giuseppe Maria Galanti, Edoardo Perino, Adriano Salani, Rocco Carabba, Roberto Bemporad, Piero Gobetti, Angelo Fortunato Formiggini, le famiglie Calabi e Mauri, Valentino Bompiani, Alberto Mondadori, Roberto Cerati, Giulio Bollati, Giovanni e Dino Fabbri, Gianni Bosio, Gianni Sofri, Giovanni Gandini, Roberto Calasso, Marco Cassini, Gian Arturo Ferrari e Klaus Wagenbach.

Il punto di vista individuale e da insider aumenta l’interesse per ogni singolo ritratto. Tuttavia, in un libro così confezionato, diventano rilevanti sia lo scritto introduttivo sia l’exodus che accompagnano gli articoli d'occasione raccolti in volume. Il primo, ad esempio, si apre in tono quasi apodittico affermando che “nell’andamento del mercato editoriale, nella sua stessa struttura organizzativa, si riflette impudicamente lo stato della vita culturale di un paese; è proprio come guardarsi nello specchio, si vede esattamente quel che c’è.” L’immagine dello specchio tornerà anche in chiusura dello stesso scritto, laddove Cesare De Michelis scrive che “nei libri si specchia il mondo che c’è e bisogna essere contenti che così sia, perché questa è la premessa di tutte le libertà”. L’argomentazione che vi troverete è efficace, anche se bisognerebbe sempre ricordare che non tutti gli specchi riflettono quello che c’è allo stesso modo (si pensi a quelli concavi e a quelli convessi) e anche il rapporto tra vita culturale e libri può entrare nello spazio di riflessione di specchi non piani.

Ricordo che anni fa, in un'intervista rilasciata proprio mentre frequentavo il suo corso di Economia e gestione delle imprese editoriali a Padova, De Michelis dichiarò che l’editore è essenzialmente "un operatore della logistica". Nel suo apparire così poco eroica e fascinosa, questa definizione prende di petto la vera protagonista del mondo moderno nel quale, in fondo, è nata l'editoria come la conosciamo: parliamo di quella logistica che permea di sé ogni angolo del reale e del pianeta, anche laddove circolano parole come "idee", "progetto" e "cultura". Persino la cosiddetta dematerializzazione dell'informazione ha implicazioni logistiche di prim'ordine, com'è evidente a chiunque osservi la rete e i suoi nodi. In questo quadro, una domanda a bruciapelo come quella che De Michelis si sentì fare a inizio anni Settanta dal presidente di Messaggerie “Ma lei a quanto vende al chilo i suoi libri?” assume un tono tutt’altro che bieco o prosaico. Del resto, proprio nei ritratti dei grandi editori che De Michelis inanella, emerge costantemente l’attenzione viva di questi pionieri per l’aspetto economico più brutale e non andrebbe mai dimenticato che anche l’invenzione del corsivo italico da parte di Aldo Manuzio servì anche a far risparmiare carta. Tutto questo ovviamente si colloca prima dell'editoria ideologica e di propaganda che ha conosciuto il Novecento.


Penso ci stia un appunto sul frammento in epigrafe che dice “meglio vendere i libri che si fanno che fare i libri che si vendono”. Col venir meno delle ideologie e delle linee editoriali, si è iniziato a parlare di editoria e progetto. Parallelamente, il grande meccanismo che l’editoria dei colossi sembra voler rincorrere è solamente quello rappresentato dal diktat del mercato. Sembra esserci un equivoco di fondo ed è qui che si inserisce il senso di quell’epigrafe, che sprona a evitare un’editoria di cultura trainata dalle sole leggi (spesso poi presunzioni di conoscenza) sulla vendibilità di un nuovo titolo. In un ipotetico gioco sull’uovo e la gallina traslato in editoria, sembra insomma che De Michelis suggerisca di preoccuparsi di fare i libri e porre l’istinto editoriale davanti al carro, per poi preoccuparsi, una volta fatto il libro, della sua "promozione" ("promozione" che in ambito editoriale è spesso sinonimo di "distribuzione" e "vendita"). Il lavoro dell'editore coincide anche con l'innalzamento dell'asticella di ciò che si potrebbe leggere. Insomma, meglio fare i libri e occuparsi di venderli anziché preoccuparsi delle vendite per mettere insieme i nuovi titoli.

Nell’ottica di De Michelis il mercato è un meccanismo semplice, “una regola pragmatica che premia soprattutto la capacità di previsione, che smorza qualsiasi illusione di linguaggi universali e di culture totalizzanti; seleziona le proposte, ma delude qualsiasi illuministico dover essere”. In questo ragionamento, ancora una volta, ne esce protagonista e rafforzata l’editoria di catalogo - paradigmatico in tale direzione è ormai il caso di Adelphi - ovvero l’idea di editoria fondata su questo dispositivo proiettato nel tempo e nella durata, in grado di superare anche gli ondivaghi meccanismi dei bussolotti finanziari e proprietari. Ne risulta una visione tutto sommato equilibrata dei destini dell’editoria libraria, la quale, anche alla luce delle nuove opportunità del libro elettronico, saprà rimanere lontana da discorsi inutili riguardanti soltanto le dimensioni (la dicotomia, divenuta quasi insopportabile, tra piccolo e grande editore) o l’omogeneizzazione e l'omologazione, che mal si addicono a un latore di diversità e libertà quale si mostra il nostro libro attraverso i secoli. Di certo le “sfide” e gli scenari sono mutati, non da ultimo quelli attorno al copyright, al modo in cui leggiamo e prima ancora scriviamo e, più banalmente, al modo in cui passiamo il tempo. Insomma, chi vivrà vedrà. Resta che quella del libro è sempre una vicenda interessante e avvincente da seguire, come tutte le storie di specchi, concavi convessi o piani che siano.

mercoledì 11 maggio 2016

"Le due tensioni" di Elio Vittorini ritorna per Hacca edizioni. Un'intervista con la curatrice Virna Brigatti

Librobreve intervista #68

Chi nei prossimi giorni transiterà per il Lingotto al "XXIX Salone Internazionale del Libro. Torino" (hashtag #SalTo16, mi raccomando), magari venerdì 13, magari alle 19:00, magari all'"Indipendents' corner", potrebbe fermarsi ad ascoltare Giuseppe Lupo e Salvatore Silvano Nigro dialogare su Le due tensioni e "Il menabò" di Elio Vittorini. Il libro Le due tensioni. Appunti per una ideologia della letteratura di Elio Vittorini, dopo la comparsa nel catalogo de Il Saggiatore nel 1967, è stato riproposto quest'anno da Hacca edizioni. Il volume prevede la prefazione di Cesare De Michelis e un’appendice di materiali inediti. La cura e la postfazione sono invece di Virna Brigatti (foto a lato) dell'Università degli Studi di Milano, che ha gentilmente accettato di rispondere alle domande che seguono. Oltre alla curatrice intervistata ringrazio anche Francesca Chiappa di Hacca edizioni per la cortese collaborazione.

LB: Ci può brevemente parlare del ritorno di questo titolo da poco pubblicato da Hacca?
R: Le due tensioni di Elio Vittorini furono pubblicate per la prima volta nel 1967 per volontà e cura di Dante Isella, professore di storia della letteratura e di filologia italiana dell’Università di Pavia. Fu sua infatti la decisione di dare vita pubblica alle carte manoscritte su cui negli ultimi anni della propria vita Vittorini – che morì il 12 febbraio 1966 – aveva tracciato numerosi appunti di riflessioni di tipo teorico, volte innanzitutto allo scopo di trovare un nuovo modo di scrivere testi letterari, un modo adeguato alle profonde mutazioni della società del suo tempo.
Hacca ha deciso di riproporre quel volume, rispettano le scelte compiute da Isella, sia per rendere omaggio al loro autore, in occasione dei 50 anni dalla sua morte, sia per rendere ancora disponibile un testo che ormai era diventato introvabile.


LB: Se le chiedessi molto semplicemente perché leggere questo libro di Vittorini, in poche battute su quali aspetti si concentrerebbe?
R: Partirei da questa premessa: Le due tensioni non è un libro di narrativa, ma di saggistica e di una saggistica non divulgativa, dunque non può essere semplicemente letto, quanto piuttosto studiato, o almeno “meditato”, nel senso che richiede attenzione e sforzo da parte del lettore.
Queste le ragioni: da un lato la sua intrinseca natura testuale, che è di pagine di appunti che Vittorini aveva redatto per se stesso e non ancora per altri e dunque risentono della frammentarietà della scrittura e dell’imprevedibilità dei rimandi; dall’altro la complessità e la quantità delle questioni implicate, dalla letteratura alla linguistica, dalla politica all’attenzione alle radicali trasformazioni delle abitudini e delle condizioni della vita quotidiana investita in quegli anni dal boom economico e dall’affermarsi della società di massa.
Le due tensioni sono però un testo di grande fascino, che generano un fortissimo piacere della lettura, ma quel piacere che possono provare i ricercatori di pietre preziose, un piacere cioè che sappia accettare la fatica.
Infine, perché leggerlo? Perché è una delle più complete sintesi delle trasformazioni culturali che il Novecento italiano ha lasciato ai posteri.


LB: In questa edizione di Hacca riproponete anche lo scritto che accompagnava l'edizione de Il Saggiatore del 1967. Che cosa marca Dante Isella e che cosa ha senso ricordare come contributo essenziale di quel suo testo?
R: La Nota di Isella non è un commento sui contenuti del testo, ma definisce i criteri secondo i quali gli appunti autografi di Vittorini sono stati trascritti e inseriti nella struttura di un libro a stampa: il testo dell’autore, che ricordiamo non è stato da lui mai approvato per la pubblicazione e che era ancora a uno stato provvisorio e informe, è stato infatti sottoposto ad una rigorosa operazione filologica di cui Isella dà conto. Il metodo di lavoro di Isella è un punto di riferimento fondamentale quando si intende pubblicare delle carte d’autore inedite.



LB: Il volume da lei curato presenta anche un'appendice di inediti. Che cosa trova il lettore in questi e qual è stato il criterio compositivo di questa parte del volume?
R: A quegli stessi criteri messi in atto da Dante Isella mi sono attenuta a mia volta nel trascrivere, nell’appendice, alcune carte manoscritte che Isella stesso aveva a suo tempo stabilito di non pubblicare.Tali carte, a distanza di quasi cinquant’anni dalla prima edizione delle Due tensioni, assumono ora un nuovo valore, poiché dialogano direttamente con tutto il resto del testo permettendo di approfondire e chiarire i richiami ad alcuni volumi letti allora da Vittorini: l’appendice di inediti riporta infatti gli appunti di lettura relativi ad alcuni saggi di cui ho dato conto nella nota al testo; nella seconda parte della mia nota al testo poi sono date indicazioni ancora più puntuali in merito all’appendice di inediti.



LB: Se dovesse indicare con una parola la più grande eredità di Vittorini e con un'altra parola la sua più grande "ingenuità" quali parole (o brevi espressioni) impiegherebbe?
R: La più grande eredità di Vittorini: la determinazione nel rinnovare continuamente, in rapporto all’evolversi della società e della dimensione storico-politica, la propria progettualità intellettuale e letteraria. 
La sua più grande "ingenuità": difficile parlare di ingenuità per Vittorini, le sue ingenuità sono spesso legate al tempo in cui è vissuto e le possiamo percepire noi, con il “senno di poi”, ma non direi che sia stato un uomo ingenuo, piuttosto ostinato nel proprio lavoro per la costruzione di un mondo migliore – quello che lui ha più volte definito, in senso rigorosamente laico e dunque metaforico, «un regno dei cieli sulla terra» – i cui presupposti sono sempre stati da lui posti nella possibilità di raggiungere collettivamente una consapevolezza culturale e politica.

LB: C'è un brano de Le due tensioni, magari breve, che potrebbe riassumerne qui, in chiusura di questa intervista, lo spirito o l'intenzione?
R: È interessante far notare come l’intensa riflessione di Vittorini sulla letteratura a lui contemporanea, sulle nuove discipline che aprono in quegli anni a nuovi campi della conoscenza (si pensi alla semiotica, allo strutturalismo e alle scienze del linguaggio) e sulle trasformazioni della società a lui contemporanea, non esclude l’autocritica verso le proprie opere e il proprio modo di scrivere. Un brano che riassume bene la ricerca della “nuova letteratura” di cui è detto con un giudizio sulla propria scrittura è dato a p. 94: «nei 2 rom.[anzi] inediti» – Vittorini si riferisce a quello che sarà poi edito postumo Le città del mondo (1969) e un altro progetto noto poi come Romanzo di Populonia (inserito tra i racconti) – egli registra «un arretramento verso l’ordine classico, verso la sistemazione preesistente, verso tutto ciò che pur da decenni è continuamente rimesso in questione – specificamente verso forme alla Cervantes che se la letteratura posteriore ha annullate e superate però sono in sé inefficienti ad affrontare comunque la realtà attuale» e prosegue poi a p. 169: «discorso autobiografico: i due libri non pubblicati ‒ scritti a tutto tondo ‒ da un punto di vista di Dio ‒ mi si rimprovera di non pubblicarli ‒ mi si esorta a pubblicarli ‒ mi si dice che non sono buon giudice ‒ io posso spiegarmi l’involuzione per cui sono stato portato a scriverli, l’aberrazione che è nell’essere scrittore e nel tendere a dare il piacere supremo, il piacere mistico, e nel tender ad esser Dio, ‒ ma sono anche abbastanza lucido per capire che cosa ho fatto appena sono fuori dal trasporto che me lo ha fatto fare».