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martedì 9 ottobre 2018

Perrault e la morale. Uno scritto di Ludovico Setten

Pubblico di seguito uno scritto su Charles Perrault di Ludovico Setten, che ringrazio. Di Ludovico Setten si può leggere anche questo articolo su La mela nel buio di Clarice Lispector apparso su "Librobreve" lo scorso anno.

Il difensore dei Moderni

L’opera di Charles Perrault si presenta in opposizione al Classicismo del 17° secolo, che trova la sua espressione, in modo generale, nella poetica e nel pensiero di Nicolas Boileau. L’autore combatte fieramente e ostinatamente contro la concezione di superiorità dell’Epoca degli Antichi sull’Epoca di Luigi XIV e difende la creazione artistica di forme considerate nuove come, ad esempio, il conte des fées, genere letterario che lo renderà celebre.
La sua battaglia letteraria comincia nel 1687, quando presenta a l’Académie Française, di cui era cancelliere, il componimento “Il secolo di Luigi il Grande”, in cui non solamente egli diminuisce l’importanza dell’Antichità, ma afferma la superiorità artistica, scientifica e morale dell’epoca del Re Sole, affermazione che sarà ripresa e approfondita dall’autore nei quattro volumi del Parallelo degli Antichi e dei Moderni, in cui uno dei punti principali a favore dell’epoca di Luigi XIV è l’originalità, strettamente legata all’idea di novità.

La bella Antichità fu sempre venerabile,
ma non credetti mai che fosse adorabile.
Vedo gli Antichi senza piegare le ginocchia,
sono grandi, è vero, ma uomini come noi;
e si può comparare senza temere d’essere ingiusto,
il secolo di LUIGI al bel secolo d’Augusto.
[…]
Se noi volessimo togliere il velo specioso,
che la prevenzione ci mette davanti agli occhi,
e, stanchi d’applaudire a mille errori grossolani,
servirci qualche volta dei nostri lumi,
vedremmo chiaramente che, senza temerarietà,
non si può adorare tutta l’Antichità;
e ch’infine, ai nostri giorni, senza troppa confidenza,
le si può disputare il premio della scienza.[1]

Perrault, pur riconoscendo la grandezza dell’Antichità, invita i suoi contemporanei a guardare gli autori antichi con occhio critico e attento; egli propone di formare un giudizio che non sia preventivo e di utilizzare la ragione, “i nostri lumi”, per affermare la validità di un certo autore o di una certa opera; infine, egli mette in discussione qualsivoglia principio di autorità disputando agli autori classici il “premio della scienza” e i loro “mille errori grossolani”.
La posizione dell’autore è, dunque, chiarissima: non si tratta di disprezzare i grandi autori del passato, ma di mettere in evidenza le loro debolezze così come i loro meriti e qualità e, contemporaneamente, promuovere le arti e soprattutto la letteratura del 17° secolo, ritenuta superiore.
Come è stato detto, Perrault sostiene una concezione di modernità della letteratura in cui le idee d’originalità e novità sono del tutto fondamentali. Per differenziarsi degli autori francesi classici, Perrault decide di sviluppare un genere che cominciava a essere alla moda nei saloni letterari e mondani del suo tempo: il racconto. Questo genere era ben visto e apprezzato soprattutto se presentava degli aspetti d’ingenuità, ovvero se la narrazione era tratta dalla tradizione popolare. Questo tipo di racconto prenderà il nome di conte des fées. Marc Escola evidenzia chiaramente l’idea d’originalità che Perrault incarna:

[il genere] è ciò che s’inventa nella produzione dell’opera e meglio ancora nella sua ricezione. La nozione di originalità è sottomessa allo stesso spostamento: non passa attraverso le ‘varianti’ apportate a un modello canonico sempre-già disponibile, ma attraverso il ritorno di un déjà-vu, riconosciuto come tale – di in sapere che non è ‘letterario’ e che è quello di tutti, autonomo dunque dallo sguardo di ogni magistero. […] Importava che il regime ‘moderno’ fosse inassimilabile alla dottrina dell’imitazione. […] Tutto il valore di un testo, nel regime moderno che disegna questa finzione, si gioca dunque ‘a ricezione’, senz’altra mediazione che quella del lettore che prende il suo posto in una catena d’enunciazioni […].[2]



Il conte des fées: una natura morale?

Nel 17° secolo, i contes des fées avevano una natura romanzesca e completamente letteraria; erano scritti, in particolare, da signore dell’alta società, affascinate dall’elemento spettacolare che, nei contes, si converte in fiabesco. Perrault va contro la tendenza romanzesca e decide di trascrivere e rielaborare dei racconti che provengono dalla tradizione popolare orale, trasmessi generalmente da delle anziane (serve) e raccontati ai bambini: la versione definitiva di questa raccolta, edita nel 1697 da Claude Barbin, prenderà il titolo di Storie e racconti del tempo passato, con delle moralità.
Jean-Michel Adam e Ute Heidmann mettono in evidenza l’importanza della scelta del titolo dell’opera in un quadro editoriale – essendo Barbin l’editore di La Fontaine – e di continuazione della disputa tra gli Antichi e i Moderni:

Egli [Perrault] inserisce così la sua raccolta in un contesto editoriale preciso e introduce un effetto di genericità: i suoi racconti sono anche, in qualche modo, in ragione della presenza delle moralità, delle fiabe. È attorno alla questione delle “morali” e delle “moralità” che ruota una grande parte dell’argomentazione di Perrault, sia nella lettera-dedica-prefazione che nella prefazione dei racconti in versi del 1695 dove egli spiega che queste storie hanno solamente lo scopo di ‘far entrare più gradevolmente nello spirito e in un modo che istruisca e diverta insieme’ una ‘moralità lodevole e istruttiva’: ‘Ovunque la virtù è ricompensata, e ovunque il vizio è punito. [I racconti] Tendono tutti a far vedere il vantaggio che si ha a essere onesti, pazienti, accorti, laboriosi, obbedienti e il male che arriva a coloro che non lo sono.’[3]

Nella dedica di Storie e racconti del tempo passato si possono già incontrare gli obiettivi principali che Perrault si propone: raccontare delle storie che, anche se sembrano solo delle “bagatelle” per divertire i lettori, siano accompagnate da un insegnamento morale che possa favorire l’educazione dei bambini a cui le storie sono – apparentemente – indirizzate.

[I racconti] Racchiudono tutti una morale molto sensata, e che si scopre più o meno, secondo il grado di penetrazione di coloro che leggono; d’altronde, dato che niente marca tanto la vasta distesa dello spirito come potersi elevare allo stesso tempo alle più grandi cose, e s’abbassare alle più piccole; non si sarà sorpresi che nemmeno la Principessa a cui la natura e l’educazione hanno reso familiare ciò che c’è di più alto disdegni ricevere piacere da delle simili bagatelle.[4]

È interessante sottolineare come l’autore focalizzi la sua attenzione sul “grado di penetrazione di coloro che leggono”, utilizzando “i termini di ‘morale utile’ e di ‘morale molto sensata’ per designare il/i senso/i nascosto/i”[5] che il lettore deve cogliere.
Perrault non sceglie a caso delle narrazioni di origine popolare; al contrario, egli è del tutto consapevole del loro potere educativo e didattico, nascosto nell’elaborazione letteraria che si presenta tramite gli elementi dello spettacolare e del fiabesco. L’autore riconosce, nei racconti popolari, una forte moralità cristiana che egli considera necessaria all’educazione dei bambini e, soprattutto, per le giovani donne del suo tempo.
Perrault, inoltre, sottolinea l’utilità educativa, per una giovane donna dell’alta società, di conoscere la cultura del popolo:

[…] ma a chi conviene maggiormente conoscere come vivono i Popoli, se non alle Persone che il Cielo destina a condurli? Il desiderio di questa conoscenza ha spinto degli Eroi, e persino degli Eroi della vostra Razza, fin dentro a delle capanne e dei rifugi, per vederci da vicino, essi stessi, ciò che ci succedeva di più particolare, questa conoscenza essendo loro parsa necessaria per la loro perfetta educazione.[6]

L’elemento fantastico, nei contes des fées di Perrault, non è mai eccessivamente marcato. Lo scrittore vuole mantenere un certo grado di verosimiglianza, idea cara al Classicismo, per mettere in evidenza la riflessione morale, che è sempre staccata dal racconto e scritta in versi. L’autore esprime l’importanza del concetto di verosimiglianza direttamente nella dedica di Storie e racconti del tempo passato, tramite dei versi che non lasciano spazio all’interpretazione:

Potevo io meglio scegliere per rendere verosimile
Ciò che la Fiaba ha d’incredibile?
E mai Fata, un tempo,
Fece a una giovane Creatura
Più doni, e doni squisiti,
Che ve ne ha fatti la Natura?[7]

Il passaggio citato è importante al fine di comprendere l’idea poetica di Perrault e la sua concezione del conte des fées: lo spettacolare non avrà mai la forza espressiva della verosimiglianza ma può essere un elemento rappresentativo molto utile per costruire un testo letterario che possa apportare un insegnamento morale. Per Perrault, dunque, la letteratura ha un forte ruolo didattico, che si sviluppa accanto agli aspetti più puramente artistici o di divertimento.



“Barba Blu”: il Diavolo tentatore e la giustizia divina

Come è stato già brevemente accennato, la morale è una parte fondamentale dell’opera letteraria del difensore dei Moderni: nella disputa contro gli Antichi, la sua preoccupazione non è solamente quella di dare al lettore una “morale utile”, ma anche di dimostrare la superiorità della morale cristiana su quella pagana.[8]
È innegabile, tuttavia, che l’autore sia stato ispirato, in parte, da modelli classici come, ad esempio, “La favola di Amore e Psiche” di Apuleio.
Un’analisi molto interessante sul rapporto tra Perrault e i modelli classici è stata scritta da Ute Heidmann, che propone un parallelismo tra “La favola di Amore e Psiche”, Gli amori di Psiche e Cupido di La Fontaine e il racconto “Barba Blu” di Perrault. Heidmann sostiene che Perrault abbia costruito il personaggio di Barba Blu a partire da una contaminazione tra l’Amore di La Fontaine e la Venere di Apuleio:

Barba Blu esercita il suo potere tramite un mazzo di chiavi e una chiave in particolare arrogandosi un’autorità quasi divina che assomiglia fortemente a quella di Venere. […] Perrault ha cura di situare il suo personaggio dagli attributi mitologici in un ambiente “realista” che numerosi dettagli fanno riconoscere come proprio della sua epoca.[9]

Non sono del tutto d’accordo con l’analisi di Heidmann.[10] Secondo me, il personaggio di Barba Blu si ispira, in parte, a un’altra divinità della mitologia greca: Pan. L’enorme carica erotica e sessuale che Perrault attribuisce a Barba Blu, riconosciuta anche da Heidmann, unita alla descrizione del personaggio e del suo metodo per conquistare il cuore di sua moglie, mi conduce a ritenere Pan come la fonte d’ispirazione per Barba Blu:

Barba Blu, per fare conoscenza, le portò, con la loro madre e tre o quattro delle loro migliori amiche e qualche giovane del vicinato, in una delle sue case di campagna, dove restarono otto giorni interi. Si fecero solo passeggiate, partite di caccia e di pesca, danze e festini, grandi colazioni: non si dormiva assolutamente, e si passava tutta la notte a farsi delle malizie gli uni con gli altri.[11]

Tuttavia, mi sembra che Pan sia un’ispirazione alterata da un’immagine di origine cristiana, come sostiene James Hillman nel suo Saggio su Pan:

Tutti gli dei avevano degli aspetti naturali e potevano essere trovati nella natura, e questo ha indotto taluni a concludere che l’antica religione mitologica era essenzialmente una religione naturale, il cui trascendimento da parte del cristianesimo significò soprattutto la repressione del rappresentante della natura, Pan, che ben presto divenne il Diavolo dai piedi di capro. […]
Il capro solitario è infatti sia l’Unico che l’isolamento, una maledetta esistenza nomadica in luoghi deserti, che il suo appetito rende ancora più deserti, e il suo canto, ‘tragedia’. […]
Quando l’umano perde la connessione personale con la natura personificata e l’istinto personificato, l’immagine di Pan e l’immagine del Diavolo si mescolano.[12]

Mi sembra che Barba Blu sia una rappresentazione del Diavolo, figura che, come Hillman spiega, è tratta e adattata dalla mitologia greca e, in particolare, dal dio Pan. Il personaggio descritto da Perrault presenta i dettagli introdotti da Hillman, ma con un’accezione cristiana, data dalla presenza delle moralità alla fine del racconto; l’idea di morale suppone necessariamente un’idea di assoluto da cui dipendano bene e male, essendo Dio questa idea assoluta, creato dall’uomo. Un breve passaggio da I fratelli Karamàzov di Fëdor Dostoevskij descrive chiaramente questa nozione: “se infatti non esiste il Dio infinito, allora non c’è neanche la virtù, e non ce n’è neanche bisogno, allora”.[13]
Barba Blu è dunque il Diavolo tentatore e persecutore, colui che “proibendole [alla moglie] di aprire lo stanzino nell’ ‘appartamento in basso’, tenta la curiosità della giovane donna con la stessa perfidia con cui Venere invia Psiche negli inferi a cercare uno scrigno di belletto di bellezza divina, […] proibendole di aprirlo”.[14]
Un altro elemento che mi conduce a vedere Barba Blu come allegoria del Diavolo/Pan è la descrizione del movimento del personaggio; nel racconto, si può notare come il protagonista resti sempre allo stesso livello di altezza spaziale; la sua vera personalità è nascosta nell’ ‘appartamento in basso’, che ricorda l’abitazione di Lucifero o le grotte di Pan: “le ‘oscure caverne’ dove lo si poteva incontrare […] furono dilatate dai neoplatonici fino a indicare i recessi materiali in cui risiede l’impulso, gli oscuri fori della psiche da cui nascono desiderio e panico”.[15]
Una volta deciso a uccidere sua moglie, Barba Blu non sale mai al piano superiore della sua abitazione, da dove la donna prega al soccorso, dimostrando così un rifiuto totale a distaccarsi dalla propria spazialità:

Tuttavia, Barba Blu teneva in mano un gran coltellaccio, urlava a sua moglie con tutta la sua forza, scendi presto, o salirò lassù. […] Scendi velocemente, urlava Barba Blu, o salirò lassù. […] Non vuoi scendere, urlava Barba Blu. […] Barba Blu si mise a urlare così forte che tutta la casa tremò. La povera donna scese. […][16]

In questo racconto, Perrault presenta al lettore il tema della curiositas. Prima di divenire un elemento di riflessione tipicamente cristiano – l’esempio più poeticamente riuscito lo si ha con la storia di Ulisse nella Divina Commedia di Dante Alighieri[17]–  questo era un topos della letteratura antica. Perrault, seguendo il modello classico, condanna la curiosità:

La curiosità, malgrado tutte le sue attrazioni,
Costa ben spesso dei rimpianti;
Se ne vedono, tutti i giorni, numerosi esempi apparire.
È, non ne dispiaccia al sesso, un piacere ben leggero.
Da quando lo si prende, cessa di essere.
E sempre costa troppo caro.[18]

Perrault, ciononostante, vuole modernizzare il suo racconto e renderlo utile ed educativo: ecco perché decide di inserire la scena della preghiera e della lotta della sposa di Barba Blu che, d’accordo con sua sorella, chiede soccorso ai suoi fratelli, dei cavalieri che, infine, uccidono il malvagio marito.
La curiosità trasgressiva non costituisce, come afferma Heidmann, un “atto di sopravvivenza necessario in una società che sacrifica le sue ragazze nubili ‘vendendole’”[19], ma è piuttosto un richiamo a “servirsi dei nostri lumi”.[20]
La moglie di Barba Blu fa parte di coloro “che la ragion sommettono al talento”[21]; lasciandosi persuadere dalle grandi feste organizzate da Barba Blu, la giovane donna non utilizza lo spirito della sua ragione e consente a sposare Barba Blu, poiché “cominciò a trovare che il padrone del luogo non aveva più la barba così blu, e che era un uomo molto onesto”.[22] Questa era la vera possibilità che la giovane donna aveva di utilizzare la ragione per evitare un matrimonio pericoloso.
La morale cristiana concentra la sua attenzione in particolare su tutto ciò che non si deve fare. Gli insegnamenti morali che Perrault esprime trovano il loro fondamento in un modello che, con una esposizione più o meno diretta, presenta sempre una frase negativa – esplicita o implicita – dove si ha una “fabbricazione dell’ideale”: non si deve.[23]
Perrault lascia intendere un’idea di giustizia divina totalizzante. Nel racconto, il lettore non ha mai la possibilità di vedere la storia dal punto di vista di Barba Blu. La terza persona singolare che l’autore utilizza ha la funzione di nascondere, in realtà in modo non veramente efficace, la vera prospettiva di osservazione, quella della giovane sposa. Attraverso un sentimento di empatia con la protagonista, il lettore riconosce istantaneamente Barba Blu come il nemico o, per utilizzare un termine narratologico, l’antagonista.
Barba Blu è dunque il personaggio malvagio a priori e la giovane donna la rappresentante del bene e del buono. Nietzsche spiega, in un modo che potrebbe essere considerato polemico, il ragionamento che conduce a questa prospettiva:

E l’impotenza che non si prende la rivalsa, deve essere falsata in “bontà”; la timorosa abiezione in “umiltà”; la sottomissione dinanzi a coloro che odiamo in “obbedienza” (obbedienza, cioè, a uno che dicono imponga questa sottomissione – lo chiamano Dio). L’inoffensività del debole, la stessa codardia di cui costui è ricco, il suo stare alla finestra, il suo inevitabile dover aspettare, acquista ora un buon nome, in quanto “pazienza”, e viene altresì a significare la virtù stessa; […] forse questa miseria sarebbe altresì una preparazione, una prova, un ammaestramento, e forse ancora di più – qualcosa che un giorno verrà compensato e pagato con enormi interessi in oro, ma che dico! in felicità. Ed essi chiamano tutto ciò “beatitudine”. […] Odo soltanto ora quel che essi già tanto spesso dicevano: “Noi buoni – noi siamo i giusti” – a quel che pretendono non dànno il nome di rivalsa, bensì di “trionfo della giustizia”; quel che essi odiano non è il loro nemico, no! Essi odiano “l’ingiustizia”, “l’empietà”; quel che credono e sperano, non è la speranza della vendetta, l’ebbrezza della dolce vendetta (“più dolce del miele” – già la chiamava Omero), bensì la vittoria di Dio, del Dio giusto sugli empi.[24]

Tutti questi elementi sono presenti nel personaggio della giovane sposa che, a parer mio, incarna ed esplicita un’idea di giustizia totalmente cristiana. Il semplice fatto che la protagonista, una volta scoperta da suo marito, sia completamente rassegnata alla morte e gli domandi “un po’ di tempo per pregare Dio” e che, alla fine, quando vede giungere i suoi fratelli, esclami “Dio sia lodato”, dimostra un carattere d’impotenza che si trasforma in domanda di giustizia divina.[25]
Pensare che Barba Blu non sia cattivo può risultare immorale: è doveroso ricordare, però, che l’idea stessa di morale discende da una prospettiva platonico-cristiana.[26]
Ecco perché Barba Blu è identificato con il Diavolo/Pan: egli rappresenta ciò che Nietzsche chiama “il signore”, portatore dell’“ideale aristocratico”, ovvero cosciente di se stesso in tutta la propria completezza. Barba Blu, accettando la sua vera natura, arriva a imporre il suo volere su chi, come la giovane sposa, non è riuscito a rendersi forte. Questo tipo di personaggio, allora, dà un nuovo significato ai termini “buono” e “cattivo”, in opposizione alla concezione del “signore”:

Mentre ogni morale aristocratica germoglia da un trionfante sì pronunciato a se stessi, la morale degli schiavi dice fin dal principio no a un “di fuori”, a un “altro”, a un “non io”: e questo no è la sua azione creatrice. Questo rovesciamento del giudizio che stabilisce valori – questo necessario dirigersi all’esterno, anziché a ritroso verso se stessi – si conviene appunto al ressentiment: la morale degli schiavi ha bisogno, per la sua nascita, sempre e in primo luogo di un mondo opposto ed esteriore, ha bisogno, per esprimerci in termini psicologici, di stimoli esterni per potere in generale agire – la sua azione è fondamentalmente una reazione.[27]

Mi sembra che il caso della giovane sposa risponda completamente a questa analisi; in questo racconto, dunque, Perrault propone una morale che, per definizione e per sviluppo, può essere solamente e fondamentalmente cristiana; una morale che impone, dall’esterno, delle regole necessarie di comportamento che sono sempre dialetticamente in opposizione a dei comportamenti differenti.
Per concludere, ritengo che, presentando al lettore una morale pienamente cristiana, Perrault riesca nel suo proposito di esaltare l’epoca di Luigi XIV, un re che, incarnando le idee di potere assoluto e di diritto divino, rientra perfettamente in questa concezione di morale: il solo modo, infatti, di soddisfare una società guidata da un potere assoluto, è di darle una morale che sia, a sua volta, assoluta.

Bibliografia

Adam, Jean-Michel, Heidmann, Ute, « Des genres à la généricité. L’exemple des contes (Perrault et
les Grimm) », Langages 2004/1 (n° 153).

Alighieri, Dante, « Inferno », Divina Commedia, Arnoldo Mondadori Editore, collezione I Meridiani, Milano, 1991.

Dostoevskij, Fëdor, I fratelli Karamàzov, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1994.

Escola, Marc, Marc Escola commente : ‘Contes’ de Charles Perrault, Editions Gallimard, Paris, 2005.

Heidmann, Ute, « Comment faire un conte moderne avec un conte ancien ? Perrault en dialogue avec
Apulée et La Fontaine », Littérature 2009/1 (n°153).

Heidmann, Ute, « La Barbe bleue palimpseste. Comment Perrault recourt à Virgile, Scarron et Apulée
en réponse à Boileau », Poétique 2008/2 (n° 154).

Hillman, James, Saggio su Pan, Adelphi Edizioni, Milano, 1977.

Leopardi, Giacomo, Zibaldone di pensieri, Vol. 1, Arnoldo Mondadori Editore, Milan, 1983.

Nietzsche, Friedrich, Genealogia della morale, Adelphi Editore, Milano, 1968.

Perrault, Charles, Le siècle de Louis le Grand, éd. Jean Baptiste Coignard, Paris, 1687.

Perrault, Charles, Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, éd. Claude Barbin, Paris,
1697.


Note

*Dove non diversamente indicato, le traduzioni delle opere sono da intendersi a cura dell'autore di questo scritto.



[1] Perrault, Charles, Le siècle de Louis le Grand, éd. Jean Baptiste Coignard, Paris, 1687, p. 3-4. 
[2] Escola, Marc, Marc Escola commente : ‘Contes’ de Charles Perrault, Editions Gallimard, Paris, 2005, p. 67-69. 
[3] Adam, Jean-Michel, Heidmann, Ute, « Des genres à la généricité. L’exemple des contes (Perrault et les Grimm) »,
Langages 2004/1 (n° 153) p. 64. 
[4] Perrault, Charles, Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, éd. Claude Barbin, Paris, 1697, p. 4-5. 
[5] Adam, Jean-Michel, Heidmann, Ute, « Des genres à la généricité. L’exemple des contes (Perrault et les Grimm) »,
Langages 2004/1 (n° 153), op. cit. p. 64.
[6] Perrault, Charles, Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, op. cit., p. 5.
[7] Ibid. p. 6.
[8] Cfr. Escola, Marc, Marc Escola commente : ‘Contes’ de Charles Perrault, op. cit., p. 41: “I racconti ‘moderni’ hanno inoltre e soprattutto questa superiorità sulle fiabe dei pagani, che la loro morale è più chiara, e meglio conforme alla religione cristiana e alla semplice ‘onestà’ che le fiabe dei pagani”.
[9] Heidmann, Ute, « Comment faire un conte moderne avec un conte ancien ? Perrault en dialogue avec Apulée et La Fontaine », Littérature 2009/1 (n°153), p. 28.
[10] Per le tematiche di “Barba Blu”, cfr. Heidmann, Ute, « La Barbe bleue palimpseste. Comment Perrault recourt à Virgile, Scarron et Apulée en réponse à Boileau », Poétique 2008/2 (n° 154).
[11] Perrault, Charles, « La Barbe bleue », Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, op. cit., p. 58.
[12] Hillman, James, Saggio su Pan, Adelphi Edizioni, Milano, 1977, p. 49-59.
[13] Dostoevskij, Fëdor, I fratelli Karamàzov, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1994, p. 873.
[14] Heidmann, Ute, « Comment faire un conte moderne avec un conte ancien ? Perrault en dialogue avec Apulée et La Fontaine », Littérature 2009/1 (n°153), op. cit., p. 31.
[15] Hillman, James, Saggio su Pan, op. cit., p. 50.
[16] Perrault, Charles, « La Barbe bleue », Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, op. cit., p. 57-82.
[17] Cfr. Alighieri, Dante, “Inferno”, canto 26, versi 112-120, Divina Commedia, Arnoldo Mondadori Editore, collezione I Meridiani, Milano, 1991, p. 786-789.
[18] Perrault, Charles, « La Barbe Bleue », Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, op. cit. p. 82.
[19] Heidmann, Ute, « Comment faire un conte moderne avec un conte ancien ? Perrault en dialogue avec Apulée et La Fontaine », Littérature 2009/1 (n°153), op. cit., p. 34.
[20] Perrault, Charles, Le siècle de Louis le Grand, op. cit., p. 4.
[21] Alighieri, Dante, “Inferno”, canto 5, verso 39, Divina Commedia, op. cit., p. 143.
[22] Perrault, Charles, « La Barbe bleue », Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, op. cit., p. 57-82.
[23] Nietzsche, Friedrich, “‘Buono e malvagio’, ‘Buono e cattivo’”, Genealogia della morale, Adelphi Edizioni, Milano, 1968, p. 36.
[24] Ibid., p. 36-37.
[25] Perrault, Charles, « La Barbe bleue », Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, op. cit., p. 57-82.
[26] Cfr. Leopardi, Giacomo, Zibaldone di Pensieri, Vol. 1, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1983, p. 483-484. “[…] supporre il bello e il buono assoluto, è tornare alle idee di Platone, e risuscitare le idee innate dopo averle distrutte, giacché tolte queste, non v’è altra possibile ragione per cui le cose debbano assolutamente e astrattamente e necessariamente essere così o così, buone queste o cattive quelle, indipendentemente da ogni volontà, da ogni accidente, da ogni cosa di fatto. […] Certo è che distrutte le forme Platoniche preesistenti alle cose, è distrutto Iddio.”
[27] Nietzsche, Friedrich, “‘ Buono e malvagio’, ‘Buono e cattivo’”, Genealogia della morale, op. cit., p. 26.

giovedì 30 novembre 2017

"La mela nel buio" di Clarice Lispector. Un contributo di Ludovico Setten

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #39


Si propone di seguito un'analisi del libro La mela nel buio di Clarice Lispector pubblicato in italiano da Feltrinelli nel 1988 (pp. 307, traduzione di Renata Cusmai Belardinelli, libro fuori commercio). La prima edizione de A Maçã no escuro risale al 1961. L'autore del contributo è Ludovico Setten, del quale troverete una breve nota in fondo al post.

LA MELA NEL BUIO: IL DELITTO COME NECESSITÀ PER LA CREAZIONE DI DIO

La mela nel buio è il quarto romanzo di Clarice Lispector, nonché il più lungo. È un’opera complessa e tratta una notevole varietà di temi: è la storia di un uomo chiamato Martim, che commette un crimine e fugge dalla città in cui vive. Vagando per la campagna, trova una fazenda dove inizia a lavorare sotto la supervisione della proprietaria, una donna di nome Vitoria, e di sua cugina, la giovane vedova Ermelinda. La storia di Martim è un’allegoria del mito della Creazione, di cui l’autrice analizza i diversi passaggi.
Innanzitutto, l’uomo si trova nella situazione di dover liberare se stesso da tutto ciò che lo incatena alla società in cui vive e per farlo deve intraprendere un’azione che non può essere accettata dal pensiero dominante: l’uomo deve commettere un crimine. Martim decide dunque di assassinare sua moglie, in modo tale da liberarsi dalle catene della società. Ma, come fa notare Benjamin Moser, uno dei principali estimatori e critici di Clarice Lispector, “I peccati di Martim sono neutrali.”[1] Il protagonista non si sente affatto colpevole per il suo crimine: perpetrandolo, egli perde ogni tipo di legame con il mondo convenzionale e in special modo con il suo linguaggio, spostandosi verso un mondo che può essere percepito come amorale. Martim è divenuto l’ombra di un uomo la cui unica colpa è di esistere; proprio ciò rappresenta il motivo per cui viene perseguitato. Una volta arrivato nella fazenda di Vitoria, Martim comincia a lavorare per lei, ritrovandosi in uno stato di quasi completa sottomissione nei suoi confronti e agendo automaticamente senza nemmeno pensare. Moser mette in evidenza come, in questo momento, Martim possa essere paragonato a una figura tipica del folclore ebraico, il Golem:

È vero che questa figura non può parlare ma può comprendere, a un certo livello, ciò che le si dice e comanda. È chiamato Golem ed è usato come servo per ogni tipo di lavoro casalingo: non può mai uscire da solo. Sulla sua fronte è scritta la parola Emet (Verità; Dio).[2]

Esattamente come un Golem, Martim non è in grado di parlare la “lingua comune”, perché sta cominciando a crearne una completamente nuova; come un Golem, inoltre, egli fa qualsiasi tipo di lavoro nella fazenda.

Le parole uccidono i sentimenti che esse stesse partoriscono. Il dire modifica il sentire. E così, esposti a un alternarsi di stati mutevoli che li incatenano a un flusso e un riflusso imprevedibile, i personaggi di Clarice Lispector sono più vittime che artefici di un’esperienza interiore che non sono in grado di controllare, e dove nulla vi è di permanente se non la passione di esistere che li accomuna.[3]

Le parole del filosofo brasiliano Benedito Nunes rappresentano esattamente il percorso di Martim verso la follia che, secondo Lispector, è l’unico modo attraverso il quale l’uomo può raggiungere il cosiddetto “stato di grazia”, arrivando dunque a conoscere i più sottili e complessi significati che il mondo in cui vive ha da offrire: in questo caso particolare, la follia è un “utile strumento per il raggiungimento della conoscenza, non un mezzo per l’autodistruzione. Eppure, proprio l’autodistruzione ne è il prerequisito.”[4] Attraverso l’autodisfacimento, Martim è in grado di guardare le cose da una diversa prospettiva, comprendendone il loro significato e cercando di descriverle attraverso il linguaggio degli uomini: ma egli non è più capace di esprimersi con questo idioma. Ci riuscirà solamente al termine del romanzo, quando sarà arrestato per il tentato omicidio della moglie.
Prima di ricordare il linguaggio, Martim deve ricrearsi, rinascere, e per fare ciò deve passare attraverso molteplici e distinte fasi: deve cominciare con identificare se stesso con altre parti del mondo.[5] Il personaggio comincia dunque a evolversi da una roccia a una pianta, a un topo, a una mucca, a un cavallo e, infine, diventa un uomo. Ecco cosa “trovare un linguaggio” significa per Clarice Lispector: “il simbolo della cosa nella cosa stessa”.[6] Martim, tornato ad essere uomo, rinato, deve riscoprire i simboli del linguaggio, in modo tale da raggiungere la vera essenza delle cose.

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.[7]

Questo passaggio tratto da San Giovanni rappresenta il punto di ispirazione di Clarice Lispector per la stesura di La mela nel buio. In questo passaggio delle Sacre Scritture si può apprendere ciò che Martim deve compiere: creare Dio attraverso il linguaggio, trovando la singola parola che a dà vita a Dio, la parola nascosta che egli non riesce a pronunciare e che è la causa del suo conflitto interiore. “Il nome è un simbolo di Dio ed è Dio, il simbolo della cosa nella cosa stessa.”[8]
Il protagonista riesce a creare Dio attraverso il linguaggio – Dio è anche identificato con il linguaggio – e, con tale creazione, è finalmente in grado di redimersi. Moser scrive: “Il momento in cui Martim inventa Dio è il momento in cui riesce finalmente a comprendere la natura del suo crimine: ‘Ho ucciso, ho ucciso, confessò infine.’ Senza Dio, anche senza un Dio artefatto, non ci può essere il peccato.”[9] Il peccato è la parte più cruciale nella strada che conduce all’autodistruzione, rappresenta “l’accesso traumatico alla verità, successivo a una morte simbolica, insomma alla cancellazione violenta e definitiva della vecchia identità naturale.”[10]
Martim, però, confessando il suo crimine, fallisce nel suo tentativo di divenire ciò che veramente vuole essere, rimanendo bloccato nell’essere solo un uomo, restando incompleto. Egli non è in grado di adempiere alle sue aspettative e perciò si ritira nel mondo da cui proviene: il cambiamento sussiste nel fatto che ora, nel mondo, egli è considerato un criminale che deve essere punito, pagando tributo alle leggi della società. Martim è bloccato tra la “conversione” a un linguaggio puro e nuovo e il suo vecchio idioma, quello comune, in grado di definire le sue azioni, come il crimine.

Il protagonista de La mela nel buio può, sotto molti aspetti, essere paragonato a Smerdjakòv, uno dei protagonisti de I fratelli Karamàzov di Dostoevskij. Smerdjakòv è il figlio illegittimo di Fëdor Pavlovic e lavora per lui e i suoi fratellastri Dmitrij, Ivàn e Alekséj. Egli si ritrova continuamente disprezzato e perseguitato dalla maggior parte delle persone che lo circondano. Anche lui, al pari di Martim, può essere comparato a un Golem, in quanto rappresenta una figura che obbedisce ed esegue gli ordini che gli vengono impartiti in modo da guadagnarsi la fiducia del padrone.
Smerdjakòv, esattamente come Martim, è “colpevole di esistere”. Egli cresce ascoltando le teorie filosofiche di suo fratello Ivàn, da cui resta fortemente influenzato:

Se vi è qualcosa anche al nostro tempo che tuteli la società e redima il criminale stesso, trasformandolo in un altro uomo, è solo e sempre la legge di Cristo, che si esprime nel riconoscimento della propria coscienza. Solo riconoscendo la propria colpa come figlio della società di Cristo, cioè della Chiesa, riconosce anche la propria colpa dinanzi alla società stessa, cioè dinanzi alla Chiesa.[11]

Martim e Smerdjakòv si riconoscono come colpevoli di esistere e, per liberarsi, decidono di commettere un omicidio: Martim sceglie di assassinare sua moglie; Smerdjakòv suo padre. Ancora una volta, il delitto è l’unica possibilità che il personaggio creato da Dostoevskij trova per liberarsi, poiché “il delitto non solo deve essere lecito, ma persino riconosciuto come la più intelligente via d’uscita, la sola necessaria per ogni ateo!”[12]
All’inizio de La mela nel buio, Martim è un uomo senza Dio, perché non è ancora riuscito a crearlo; Smerdjakòv è un ateo, esattamente come suo fratello Ivàn. La somiglianza tra questi due personaggi salta all’occhio in maniera piuttosto evidente. Smerdjakòv vive in un mondo le cui leggi affermano che “tutto è permesso”[13]: in un mondo senza Dio, dove regna l’amoralità e in cui “tutto è permesso”, avviene così una legittimazione del crimine, visto come elemento necessario alla liberazione dell’individuo dalla “colpa di esistere” e, nel caso di Martim, alla creazione di Dio. Le storie dei due personaggi, però, si dirigono entrambe verso il fallimento: Smerdjakòv , poco dopo aver confessato il suo delitto al fratello Ivàn, che considerava come “la mente” di tutto ciò, commette suicidio. Per lui, la salvezza e la redenzione si rivelano impossibili.

Un altro interessante paragone può essere quello tra Martim e Ivàn. Il primo, uccidendo sua moglie, uccide se stesso e tutto ciò che ha in comune con la società, decidendo in questo modo di guardare da un’altra prospettiva, distruggendo il riflesso di ciò che era prima. Il secondo agisce invece con delle modalità del tutto diverse, quasi inconsciamente, avendo però in mente lo stesso obiettivo: distruggersi per rinascere come un uomo nuovo. Ivàn vede un riflesso di sé in suo padre e decide di eliminarlo, poiché riconosce che quella parte di sé è in profonda relazione con la società in cui vive, società che egli disprezza e aborre. Tuttavia, Ivàn non commette il crimine: pensa solamente di assassinare il padre, ma, quando si tratta di perpetuare l’atto omicida, egli si tira indietro. Il solo pensiero di assassinare il padre è però sufficiente per fargli raggiungere lo “stato di grazia” in cui si ritrova anche Martim: la follia. Ivàn infatti, una volta che Smerdjakòv gli confessa di aver ucciso Fëdor Pavlovic, scivola velocemente nella pazzia: si rende conto che anche solo il pensiero dell’omicidio è, in sé, un crimine. Esattamente come per Martim, lo “stato di grazia” della follia consente a Ivàn di vedere le cose per quello che sono veramente, rendendolo capace di comprendere l’essenza del mondo, ma contemporaneamente impedendogli di comunicare ciò che vede e conosce: il linguaggio che egli ha raggiunto non è più umano e, di conseguenza, non può essere compreso dagli uomini. Le rivelazioni di cui egli si fa carico non possono essere capite dagli altri, che considerano il farneticare di Ivàn solamente come sintomo di sopraggiunta pazzia e malattia mentale. Qui sta infatti la differenza tra il mistico e il folle: il primo è in grado di ricordare il suo viaggio attraverso lo “stato di grazia” e, soprattutto, di raccontarlo agli altri; il secondo ne è invece incapace.
Sia Martim che Ivàn finiscono con il rimanere folli, incapaci di usare il linguaggio dell’uomo per esprimere scoperte che non sono umane. Un interessante passaggio ne I fratelli Karamàzov, in cui Ivàn tiene una conversazione con un uomo identificato come il Diavolo, spiega il senso di mistico e “magico” che il viaggio attraverso lo “stato di grazia” include:

“Non ti ho preso per una realtà neanche per un istante” gridò Ivàn quasi furente. “Tu sei una menzogna, la mia malattia, un fantasma. Solo che non so come distruggerti e vedo che devo soffrire per un po’ di tempo. Sei la mia allucinazione. Sei l’incarnazione di me stesso, però di un mio lato soltanto… dei miei pensieri e dei miei sentimenti, ma solo dei più meschini e stupidi. […]” […]
“Ripeto, modera le tue pretese; non pretendere da me ‘il grande e il sublime’ e vedrai come vivremo amichevolmente” disse gravemente il gentleman. “In verità, ti arrabbi con me perché non ti sono apparso in una nube rossa, ‘tuonante e abbagliante’, con ali infuocate, ma mi sono presentato sotto un aspetto tanto modesto. […]”[14]

Martim, proprio come Ivàn, non può comunicare ciò che ha imparato perché non riesce a esprimerlo attraverso un linguaggio umano, dato che ciò che ha appreso non è di umana natura: Dio non è umano e, pertanto, è estremamente complesso testimoniarne l’esistenza tramite l’utilizzo di umana favella. Questo è proprio il motivo per cui Martim fallisce: confessando il suo delitto alla polizia, egli si ritrae nuovamente verso il mondo delle convenzioni umane, dove il Dio che ha appena scoperto non esiste e in cui le azioni che gli hanno consentito di trovarLo sono considerate come criminali e, quindi, da punire.

Tuttavia, un’altra domanda deve essere posta: Martim è perseguitato e ricercato solamente a causa del crimine che ha commesso? René Girard, ne Il capro espiatorio, mette in evidenza alcune delle caratteristiche tipiche di persone che sono oggetto di persecuzione:

Accanto ai criteri culturali e religiosi ve ne sono di puramente fisici. La malattia, la follia, le deformità genetiche, le mutilazioni accidentali e perfino le infermità in generale tendono a polarizzare i persecutori. […]
L’infermità s’inscrive in un insieme indissociabile di segni vittimari, e in certi gruppi – un internato scolastico, per esempio – ogni individuo che prova delle difficoltà di adattamento, lo straniero, il provinciale, l’orfano, il figlio di famiglia, lo squattrinato o semplicemente l’ultimo arrivato, è più o meno intercambiabile con l’infermo.
Quando le infermità o le deformità sono reali, tendono a polarizzare gli spiriti ‘primitivi’ contro gli individui che ne sono afflitti. Parallelamente, quando un gruppo umano ha preso l’abitudine di scegliere le sue vittime in una certa categoria sociale, etnica, religiosa, tende ad attribuire a questa categoria le infermità o le deformità che rafforzerebbero la polarizzazione vittimaria se fossero reali.[15]

La follia e la diversità, dunque, di pari passo con l’aspetto fisico, rappresentano segni di persecuzione; la stessa analisi può essere effettuata per spiegare la persecuzione di cui è vittima Smerdjakòv ne I fratelli Karamàzov. Sia Martim che Smerdjakòv sono perseguitati anche per via della loro condizione sociale[16], fattore assolutamente non secondario dato che, agli occhi dei persecutori, le vittime sono percepite come diverse. Il diverso crea uno stato di crisi (qui intesa nel suo senso originale: dal greco krisis, ovvero separazione, divisione, scelta, giudizio) e viene dunque trasformato dai persecutori in un capro espiatorio, al fine di risolvere i problemi di cui teoricamente è l’origine.
Arrestando Martim, Vitoria, Ermelinda e tutti gli altri decidono di eliminare il diverso, tornando alla situazione di presunto equilibrio in cui si trovavano prima del suo arrivo, rifiutando di evolversi: Martim diventa dunque lo strumento per giustificare la loro inattività, la loro staticità. La mela nel buio è, dunque, un libro che parla del fallimento e dell’incapacità di comunicare dell’umanità.

La mela nel buio non è solamente un romanzo sulla ricerca di Dio: descrive ed analizza il percorso che un uomo intraprende per raggiungere la propria identità.

Ma come facciamo a produrre la nostra identità, la nostra distinzione, se non attraversando ciò che noi non siamo, e cioè quindi se non ponendoci in relazione, riflettendoci con ciò che non siamo? A non è non A. Per produrre, per conquistare – se volete – la nostra identità noi dobbiamo lavorare in relazione, mediandoci costantemente con ciò che noi non siamo, riconoscendo ciò che noi non siamo per poterci conoscere. Non c’è nessuna identità nostra prima di questa fatica, prima di questo lavoro.
Noi ci produciamo individui, non nasciamo individui. […] Noi tendiamo a pre-supporre la nostra identità, e poi eventualmente accade che ci sia la relazione di A con altro da sé: io sono io, e poi mi accade forse di conoscere altro da me. […] In fondo, che cosa significa il logos eracliteo che va ascoltato per sfuggire all’idioma dell’idiòtes[17] […]? Cos’è quest’appello eracliteo all’ascolto? […] La vera identità si produce attraverso l’ascolto di qualcosa che non è già implicito nella nostra, appunto, idiota individualità. La nostra identità si costruisce nel confronto e nell’ascolto con una dimensione che è altra rispetto al nostro idioma privato: e finchè restiamo nell’ambito del nostro idioma privato siamo come dormienti, che non ascoltano il cum[18], poiché la nostra identità si determina soltanto nel cum, che è questa dimensione dell’ascolto: quando ascolto io sono ciò che ascolto.[19]

Molte somiglianze tra le parole di Cacciari e il comportamento di Martim possono essere trovate. Innanzitutto, si può notare come il protagonista, una volta commesso il crimine, e dunque dopo essere rinato, è in continua ricerca della sua identità: identità che non è nata con lui, ma che deve essere costruita lentamente e pazientemente, passo dopo passo, tramite la comparazione con ciò che egli sente non essere lui. Come detto in precedenza, Martim cerca di identificarsi con una varietà di cose: una roccia, una pianta[20], un topo, una mucca e un cavallo. Infatti, il primo pensiero del protagonista dopo la sua rinascita è: chi sono? Ovviamente Martim non è nato con la risposta, la deve cercare, analizzando le cose che lo circondano e comprendendo se può avere un rapporto di comparazione con loro. Ecco perché egli comincia ad ascoltare tutto ciò che lo circonda, cerca di identificarsi con ogni cosa per capire se è effettivamente come quella determinata cosa. Una volta constatata la diversità che lo distingue dai termini di paragone, Martim arriva alla conclusione di non essere né una roccia, né una pianta, né un topo, né una mucca, né un cavallo: egli è finalmente un uomo.[21]
Clarice Lispector ha compreso molto bene questo meccanismo, e ne è completamente consapevole: non è infatti un caso che la prima parte del romanzo sia intitolata “Come si fa un uomo” e la seconda “Nascita dell’eroe”. Quella di Lispector non è infatti solo una scelta stilistica: l’autrice è completamente conscia dell’importanza espressiva e specifica delle parole; sa molto bene quanto arduo e tortuoso sia il cammino che conduce all’identità e, in quest’opera straordinaria, riesce nell’intento di sottolineare e descrivere i vari stadi che l’essere umano deve attraversare per trovare e capire ciò che veramente è, diventando, infine, un individuo. Solo tramite la costruzione di un idioma, e dunque attraverso la comparazione con ciò che si percepisce come diverso, è possibile per l’uomo raggiungere la piena individualità, l’identità.


Bibliografia

· Bloch, Chayim. The Golem: Legends of the Ghetto of Prague. Vienna: The Golem, 1925

Cacciari, Massimo. “Identità e alterità”. Conferenza tenutasi a Montebelluna, Italia, il 2 febbraio 2002: https://provedivolo.files.wordpress.com/2012/09/identitc3a0-e-alteritc3a0-massimo-cacciari.pdf

· Dostoevskij, Fëdor. I Fratelli Karàmazov. Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1994

· Girard, René. Il Capro Espiatorio. Milano: Adelphi Edizioni, 1987

· Lispector, Clarice. Vicino al Cuore Selvaggio. Milano: Adelphi edizioni, 2003

· Lispector, Clarice. La Mela nel Buio. Apparso in: Lispector, Clarice. Le Passioni e i Legami. Milano: Giangiacomo Feltrinelli Edizioni, 2013

· Moser, Benjamin. Why This World. A biography of Clarice Lispector. Londra: Penguin Books Ltd, 2014

· Nunes, Benedito. “Dalla concezione del mondo alla scrittura”. Rivista di Cultura Brasiliana – Clarice Lispector: la parola inquieta. Roma: Ambasciata del Brasile a Roma, 2013

· Trevi, Emanuele. “Sola come Clarice”. Apparso in: Lispector, Clarice. Le Passioni e i Legami. Milano: Giangiacomo Feltrinelli Edizioni, 2013




[1] Benjamin Moser, “Redemption through Sin” in: Why this World, (2014, Penguin Books Ltd, Londra), 219. La traduzione dall’inglese all’italiano delle citazioni dalle opere di Moser è mia.
[2] Jacob Grimm, citato in: Chayim Bloch, The Golem: Legends of the Ghetto of Prague, 26-27, a sua volta citato in: Benjamin Moser, “Redemption through Sin”, in: Why this World, 229
[3] Benedito Nunes, “Dalla concezione del mondo alla scrittura”, in Rivista di Cultura Brasiliana – Clarice Lispector: la Parola Inquieta, (2013, Ambasciata del Brasile, Roma), 22
[4] Benjamin Moser, “Redemption through Sin”, in: Why this World, 219
[5] È di fondamentale importanza, al fine di comprendere questo passaggio, considerare il notevole apporto che la filosofia di Spinoza ha avuto su Lispector, in particolar modo i passaggi riguardanti l’identificazione di Dio con la Natura, tema fondamentale nella poetica dell’autrice brasiliana.
[6] Clarice Lispector, Vicino al Cuore Selvaggio”, (2003, Adelphi Edizioni, Milano), 45
[7] San Giovanni, (1, 1-3) in: Sacra Bibbia (Conferenza Episcopale Italiana)
[8] Benjamin Moser, “Redemption through Sin”, in: Why this World, 226
[9] Ibid., 228
[10] Emanuele Trevi, “Sola come Clarice”, in Clarice Lispector, Le Passioni e i Legami, (2013, Giangiacomo Feltrinelli Edizioni, Milano), 12
[11] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov, (1994, Arnoldo Mondadori Editore, Milano), 90-91
[12] Ibid., 98
[13] Ibid., 873
[14] Ibid., 881, 895
[15] René Girard, Il capro espiatorio, (1987, Adelphi Edizioni, Milano), 37-38
[16] “Al limite, tutte le qualità estreme sono quelle che attirano, di tanto in tanto, i fulmini collettivi: non soltanto gli estremi della ricchezza e della povertà, ma anche quelli del successo e dell’insuccesso, della bellezza e della bruttezza, del vizio e della virtù, del potere di seduzione e del potere di essere sgradevoli; è la debolezza delle donne, dei bambini, dei vecchi, ma è anche la forza dei più forti che diventa debolezza davanti al numero. È abbastanza regolare che le folle si rivoltino contro quelli che hanno esercitato su di loro un ascendente eccezionale.”
Ibid., 39
[17] Qui le parole idioma e idiota vanno intese nel loro senso originale: dal greco idiòma e idios, che significano rispettivamente caratteristica specifica e uomo privato e, dunque, opposto di uomo pubblico, che non è esperto.
[18] Attenzione al significato completo del termine latino cum: significa sia con, insieme a e contro.
[19] Questo passaggio è tratto da una conferenza intitolata “Identità e alterità”, tenuta dal filosofo Massimo Cacciari a Montebelluna il 2 febbraio 2002. Si può trovare in formato PDF all’indirizzo: https://provedivolo.files.wordpress.com/2012/09/identitc3a0-e-alteritc3a0-massimo-cacciari.pdf
[20] “E là era bello. Là nessuna pianta sapeva chi era lui; e lui non sapeva chi era lui; e lui non sapeva quello che erano le piante; e le piante non sapevano quello che erano loro. Eppure tutti erano così vivi quanto si può essere vivi: probabilmente era questa la grande meditazione di quell’uomo. Come il sole brilla e come un topo è soltanto un grado più in là della grossa foglia piatta di quella pianta – questa era la sua meditazione.” In: Clarice Lispector, La Mela nel Buio, in Le Passioni e i Legami, 200.
[21] “Oscuramente, si turbava perché cominciava a sentirsi superiore alle piante, e perché si sentiva in un certo senso uomo se rapportato ad esse.” Ibid., 201.


Ludovico Setten è nato a Treviso nel 1994 e si è laureato in Lingue, Civiltà e Scienze del Linguaggio presso l'Università Ca' Foscari - Venezia. Le lingue e letterature comparate, europee ed extraeuropee, sono diventante l'area disciplinare privilegiata dei suoi studi universitari. Il suo ambito di ricerca spazia dalla letteratura in lingua inglese, francese, spagnola e portoghese. In questo momento frequenta il corso di laurea specialistica in Francesistica presso l'Università Ca' Foscari - Venezia.