Ripescaggi #33
(Recensione pubblicata dalla rivista "daemon" nel 2005.)
La nostra conoscenza della letteratura della Lituania (e delle repubbliche baltiche in genere) è davvero poca cosa. Scarseggiano le traduzioni, i ponti di contatto. Va salutata con entusiasmo quindi la traduzione di questo romanzo di Sigitas Parulskis (n. 1965) da parte delle giovani edizioni Isbn, ultime nate in casa Il Saggiatore.
Parulskis è in patria uno dei più noti romanzieri, poeti e drammaturghi. Tre secondi di cielo, è il tempo trascorso a tu per tu con l’azzurro e con l’aria prima che si apra il paracadute. Quest’aspetto della vita militare non è il solo nell’opera: ambientazioni della vita militare ritornano continuamente nel romanzo sotto forma di flashback che Robertas, il protagonista, continua a sperimentare dopo il ritorno da quello che fu l’ultimo contingente dell’Armata Rossa chiamato alla coscrizione biennale obbligatoria. A questi flashback di vita militare, così importanti e così presenti anche in altre opere dell’autore, fa da contraltare la narrazione della nuova vita. L’amore per Maria, la quale gli riserba una confessione feroce, non condurrà Robertas a trovare un senso nella loro storia. Anzi, la confessione costituisce l’inizio di una caduta verso una nuova parentesi di vita, fatta di sesso, alcool e strazianti ricordi.
Questa pubblicazione (Isbn, 2005, € 13,50, forse ancora reperibile, su Ibs.it ad esempio ora è scontato del 60%) sazia, almeno in parte, una legittima curiosità che è sorta nell’ultimo decennio in Europa occidentale e nel mondo: che ne è stato dei giovani della ex Unione Sovietica? Cosa sognano? Cosa e come scrivono? E poi, come hanno vissuto l’occidentalizzazione dei loro paesi? Raccontando una storia dalla periferia dell’ex impero, Parulskis riesce a dare una risposta a molti di questi interrogativi. La speranza è che questo libro possa essere l’inizio di una nuova serie di traduzioni che faccia conoscere all’Italia altre voci, più o meno giovani, provenienti dall’Est Europa.
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martedì 18 marzo 2014
domenica 23 febbraio 2014
"Trilobiti" di Breece D’J Pancake
Ripescaggi #32
La cronaca: Breece Dexter Pancake (la sigla D’J apparve per sbaglio, per un errore presente nelle bozze del primo racconto pubblicato e volutamente non corretto dall’autore) nacque nel 1952 in West Virginia. Morì suicida a soli 26 anni nel 1979 a Charlottesville.
Il suo esordio avvenne nel 1976 con il racconto Trilobites pubblicato sull’Atlantic Monthly. Stories of Breece D’J Pancake uscì solamente quattro anni dopo il suicidio, nel 1983. Ci sono stati gli estremi per parlare di caso letterario. Joyce Carol Oates provò a paragonare il suo debutto a quello di Hemingway, Kurt Vonnegut lo esaltò senza mezzi termini, J.T. Leroy disse di leggere Pancake ogni giorno e l’ineguagliabile Tom Waits parlò di Pancake come del suo scrittore preferito. Serve senza dubbio vedere più a fondo, al di là di questi pur importanti e autorevoli giudizi. Pancake non va introdotto come un caso letterario, amplificato dalla precoce scomparsa e dal tardivo riconoscimento (anche al di fuori dell’America): troppo grande sarebbe la perdita di prospettiva e di contatto con il ‘nudo testo’.
L’opera (Trilobiti, Isbn Edizioni, 2005, euro 13, attualmente non più reperibile nella prima edizione illustrata dalla foto in alto, ma disponibile a 9 euro nella collana "Reprints" di Isbn): queste magnetiche dodici short stories hanno il fascino dell’elegia, di quell'indescrivibile sentimento che abbiamo imparato a riconoscere nella migliore letteratura america post recessione. Pancake scrive di cacciatori, marinai, minatori, allevatori. C’è un senso della precarietà che, combinato agli evidenti sforzi di riconciliazione con la propria terra d’origine e con le persone che la popolano, fanno parlare queste prose con la nostra memoria di persone lontane miglia e miglia, spazialmente, temporalmente e culturalmente, da Pancake e dai suoi personaggi. Pancake deposita in dodici racconti il fluire della vita di quella regione d’America. Dopo averlo letto è più facile (e forse banale) ribadire l’urgenza di una narrativa che si confronti con la realtà della memoria più prossima e che rielabori il vissuto, trovando in questo i modelli e i ‘giusti’ impianti della narrazione.
(Recensione apparsa sulla rivista "daemon" nell'anno 2005).
La cronaca: Breece Dexter Pancake (la sigla D’J apparve per sbaglio, per un errore presente nelle bozze del primo racconto pubblicato e volutamente non corretto dall’autore) nacque nel 1952 in West Virginia. Morì suicida a soli 26 anni nel 1979 a Charlottesville.
Il suo esordio avvenne nel 1976 con il racconto Trilobites pubblicato sull’Atlantic Monthly. Stories of Breece D’J Pancake uscì solamente quattro anni dopo il suicidio, nel 1983. Ci sono stati gli estremi per parlare di caso letterario. Joyce Carol Oates provò a paragonare il suo debutto a quello di Hemingway, Kurt Vonnegut lo esaltò senza mezzi termini, J.T. Leroy disse di leggere Pancake ogni giorno e l’ineguagliabile Tom Waits parlò di Pancake come del suo scrittore preferito. Serve senza dubbio vedere più a fondo, al di là di questi pur importanti e autorevoli giudizi. Pancake non va introdotto come un caso letterario, amplificato dalla precoce scomparsa e dal tardivo riconoscimento (anche al di fuori dell’America): troppo grande sarebbe la perdita di prospettiva e di contatto con il ‘nudo testo’.
L’opera (Trilobiti, Isbn Edizioni, 2005, euro 13, attualmente non più reperibile nella prima edizione illustrata dalla foto in alto, ma disponibile a 9 euro nella collana "Reprints" di Isbn): queste magnetiche dodici short stories hanno il fascino dell’elegia, di quell'indescrivibile sentimento che abbiamo imparato a riconoscere nella migliore letteratura america post recessione. Pancake scrive di cacciatori, marinai, minatori, allevatori. C’è un senso della precarietà che, combinato agli evidenti sforzi di riconciliazione con la propria terra d’origine e con le persone che la popolano, fanno parlare queste prose con la nostra memoria di persone lontane miglia e miglia, spazialmente, temporalmente e culturalmente, da Pancake e dai suoi personaggi. Pancake deposita in dodici racconti il fluire della vita di quella regione d’America. Dopo averlo letto è più facile (e forse banale) ribadire l’urgenza di una narrativa che si confronti con la realtà della memoria più prossima e che rielabori il vissuto, trovando in questo i modelli e i ‘giusti’ impianti della narrazione.
(Recensione apparsa sulla rivista "daemon" nell'anno 2005).
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Breece D’J Pancake,
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Joyce Carol Oates,
Kurt Vonnegut,
Tom Waits,
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lunedì 4 febbraio 2013
“Zebio Còtal” di Guido Cavani
Riletture di classici o
quasi classici (dentro o fuori catalogo) #13
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Forse è il caso di dire che certi libri vanno e vengono. E
forse è anche inutile cercare di capire perché un testo non si possa trovare
con continuità in libreria. Anche perché è "fisiologico" (leggi
anche: "è bene") che certi testi spariscano dalla circolazione per
qualche tempo. La sorte di questo romanzo di Guido Cavani appare però
singolare. Collocato nella "Biblioteca di letteratura" di Feltrinelli
diretta da Giorgio Bassani (con i vari Arbasino, Buttitta, Cancogni, Delfini,
Fortini, Meneghello, Testori, Tomasi di Lampedusa ecc.) solamente nell'anno
1961 questo testo ebbe tre edizioni. Pier
Paolo Pasolini, in sede prefatoria, concludeva: "[...] sono pronto a
scommettere che figure come quella di Zebio, della vecchia moglie, della
figlia, del bambino che muore e certe primavere, certe nevicate dell'Appennino,
sono tra le cose più solide e durature della narrativa contemporanea (da porre
forse accanto a quelle dei due "outsiders", Silvio D'Arzo e il
Lampedusa)." Ora, è vero che il Lampedusa ha sempre tenuto alta
l'attenzione del pubblico e che D'Arzo è protagonista di un recente revival
editoriale che vede più sigle impegnate. Per quanto riguarda Cavani,
Pasolini non aveva colto, editorialmente parlando, nel segno: Cavani è una
presenza discontinua (se non addirittura un’assenza) del mercato.
Ripescaggi #19
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Ripesco dal cilindro (che per me è un parallelepipedo di 500 gigabyte) una recensione che scrissi per la rivista daemon diversi anni fa. Anche allora
ci divertivamo a scovare testi inspiegabilmente finiti fuori catalogo.
“Inspiegabilmente” per il valore, almeno ai nostri occhi, anche se le ragioni
che spingono un testo fuori catalogo sono spesso così banalmente semplici: non
vende (o, peggio ancora, si presume non
possa vendere!). La cosa bella e curiosa è che
qualche anno dopo il libro di Cavani fu riproposto da Isbn Edizioni nella
collana Novecento Italiano a cura di Guido Davico Bonino.
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Forse è il caso di dire che certi libri vanno e vengono. E
forse è anche inutile cercare di capire perché un testo non si possa trovare
con continuità in libreria. Anche perché è "fisiologico" (leggi
anche: "è bene") che certi testi spariscano dalla circolazione per
qualche tempo. La sorte di questo romanzo di Guido Cavani appare però
singolare. Collocato nella "Biblioteca di letteratura" di Feltrinelli
diretta da Giorgio Bassani (con i vari Arbasino, Buttitta, Cancogni, Delfini,
Fortini, Meneghello, Testori, Tomasi di Lampedusa ecc.) solamente nell'anno
1961 questo testo ebbe tre edizioni. Pier
Paolo Pasolini, in sede prefatoria, concludeva: "[...] sono pronto a
scommettere che figure come quella di Zebio, della vecchia moglie, della
figlia, del bambino che muore e certe primavere, certe nevicate dell'Appennino,
sono tra le cose più solide e durature della narrativa contemporanea (da porre
forse accanto a quelle dei due "outsiders", Silvio D'Arzo e il
Lampedusa)." Ora, è vero che il Lampedusa ha sempre tenuto alta
l'attenzione del pubblico e che D'Arzo è protagonista di un recente revival
editoriale che vede più sigle impegnate. Per quanto riguarda Cavani,
Pasolini non aveva colto, editorialmente parlando, nel segno: Cavani è una
presenza discontinua (se non addirittura un’assenza) del mercato.
Ma allora perché riproporre un avvicinamento al testo di
Cavani? Innanzitutto perché Pasolini aveva comunque ragione, artisticamente
parlando: la descrizione dei paesaggi degli Appennini modenesi e la loro
"interazione" con l'anima dei personaggi, ad esempio, vale più del
tempo della lettura. E poi perché l'autore sa riprendere con crudezza,
dolcezza e pudore la vita dei propri protagonisti. Già dall'elenco di
personaggi riportato nel passo di Pasolini si intuisce come la storia di Zebio
Còtal si possa avvicinare ai lavori di Verga (la mente va a I Malavoglia).
In sintesi: il libro narra le disperse vicende della numerosa famiglia Còtal,
presa nella morsa della miseria materiale e della miseria morale del capofamiglia
(Zebio, per l'appunto). I movimenti avvengono tra le zone di Pazzano, Maranello
e altri luoghi dell'Appennino tosco-emiliano.
Non sappiamo l'effetto suscitato da questo aspro romanzo
d'ascendenza verghiana nell'Italia già avviata al boom. E non sappiamo nemmeno
il perché dell'attenzione scostante per quest'opera e quest'autore (se oggi
l'interesse di un autore si "misura" anche in Internet, nel caso di
Cavani siamo fritti). Fatto sta che, al di là del plot che non suonerà
come la parte innovativa dell'opera, questo libro di Cavani stupisce per come
affronta i paesaggi (ma è forse il Novecento il secolo dove il paesaggio ha
trovato la sua più sicura, fortunata e prolifica collocazione?). E inoltre
colpisce l'irrimediabilità dei personaggi che popolano questo romanzo rustico,
definito anche "variante odierna del poema pastorale" (sempre Pasolini). Si
tratta di un'irrimediabilità che non si tramuta, come si potrebbe credere, in
fissità. Il capolavoro, in tal senso, è proprio il personaggio di Zebio, tutt’altro
che univoco.
Infine, se in Verga s'era parlato di "regressione del
narratore" (Baldi), qui, in Cavani, in Zebio Còtal, se
"regressione" c'è, questa rilascia una lingua più pura di quella di Verga. Sotto certi aspetti Verga, sempre alla
ricerca di impersonalità, distacco, non-giudizio, riesce a creare per i propri
lettori, quasi per contrasto, una lingua permeata di uno strano cosmopolitismo
(Verga aveva girato molto, se non altro in Italia ed era preparato da più punti
di vista teorici). Cavani, anche e soprattutto in fatto di lingua, appare
invece ascrivibile a quella peculiare e interessantissima schiera di autori
definiti "provinciali". Per concludere, ancora con le penetranti
frasi di Pasolini, "la sua lingua ha nel tempo stesso qualcosa di
scialbamente provinciale e qualcosa di prodigiosamente extra-temporale. È un
fatto […] per definizione italiano [...]. In provincia di Modena un uomo colto
è con un piede nella melma piccolo-borghese e con l'altro nei regni della
morte. È così divaricato che pare vivere il Cavani." Frasi, queste di
Pasolini, valide anche per Antonio Delfini, un altro modenese per eccellenza?
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mercoledì 22 febbraio 2012
"Perciò veniamo bene nelle fotografie", il romanzo in versi di Francesco Targhetta
Francesco Targhetta ha scritto un "romanzo in versi", come recita il sottotitolo della copertina minimal di Isbn edizioni. Già qui ci si potrebbe trattenere a lungo. Ma la bellezza di questo libro è nel suo stare serenamente e spensieratamente incollato in questa forma abbastanza rara. Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn edizioni, pp. 248 - ma pagine di versi, perciò è un libro breve, un libro breve bello, perciò ne scrivo -, euro 19,90) è un titolo che nasce spontaneamente dal fatto che "non si muove nessuno qui", a richiamo, strategico per la narrazione, di quell'immobilismo che diventa specchio di un'angoscia impastata di ironia crepuscolare. L'autore è poeta, il suo libro dal titolo programmatico e bino di Fiaschi è sicuramente incubatore di questa scrittura che oggi possiamo apprezzare più estesamente. Non da ultimo è un eccellente curatore. L'esperienza del dottorato (nella vita in italianistica), chiamata in causa a più riprese nel romanzo (anche se qui il dottorato è di storia), nel suo caso è sfociata in una curatela de Gli aborti di Corrado Govoni per l'editore San Marco dei Giustiniani. Targhetta rimane poeta anche qui, nel romanzo: cercate certe rime interne irresistibili, certi innesti lessicali inaspettati che allargano il vocabolario senza mai essere stucchevoli (anzi, con una naturalezza che a tratti ha dell’incredibile), sentite battere i piedi metrici del suo verso, quando questo libro vi esploderà tra le mani, negli occhi e nei ricordi, meglio ancora se con l'autore condividete anche l'anagrafica oppure se avete figli nati in quell'epoca (Targhetta, trevigiano, è del 1980 e nella fenomenologia delle merendine che ci regala potrebbe riconoscersi trasversalmente una generazione, magari ridendo, sorridendo, forse un po' amaramente).
Pensavo a un testo dei Massimo Volume mentre mi avviavo a rapide falcate alla fine della lettura. Da qui, album Lungo i bordi del 1995 (precisione d'obbligo, l'autore è anche una felice penna di cose di musica): "Vivo in un posto dove tutto quello che accade / sembra accadere per caso / Una strada attraversa il paese / Il paese è quella strada / Nessuno ha scelto di vivere qui / Ma c'è qualcosa che ci trattiene / Perché anche se non c'è amore / a volte / a volte c'è qualcos'altro." Credo sia accaduto per quell'incatenarsi di luoghi e amore, di casualità-strade-vie (con una precisione toponomastica e topografica al millimetro), il senso di una fuga-rivolta etica e generazionale strozzata e quel "qualcosa che ci trattiene", nonostante l'assenza dell'amore, del lavoro (amore e lavoro, temi portanti e combinati nella tradizione musicale e poetica italiana!). L'amore non è protagonista in questo romanzo in versi, eppure è continuamente presente, quasi come calco, nei racconti della vita d'appartamento, negli angoli e negli scorci patavini, nei tramonti intravisti tra i palazzoni, nelle impeccabili descrizioni degli appartamenti universitari (provate a dire se non è così, mai due bicchieri uguali nello scolapiatti, certi cibi, certi odori), nei racconti delle chiacchierate con le puttane, nel battere e descrivere palmo a palmo la provincia trevigiana per una supplenza di terza fascia, nelle intersezioni con la musica (grande protagonista) suonata, ascoltata o comperata come il cd degli Wire prima di un ricevimento genitori.
Provate a leggere questo libro, provate a vedere se non riconoscete un urlo strozzato, quasi un'imprecazione contro le devastanti bettonelle che hanno soppiantato ovunque i sassi (…"le bettonelle ci annienteranno" / dirai allo psicologo un giorno), nei ferocissimi rapporti di vicinato, nell’aggressiva edilizia residenziale (in prosa abbiamo visto qualcosa di analogo nei temi, ma profondamente differente negli esiti, nel bel libro di Giorgio Falco, L'ubicazione del bene). C'è uno sguardo del poeta-romanziere tutto da scoprire su case, strade, palazzi, tramonti, segni della Prima guerra mondiale (quasi un palinsesto) mescolati magari a insegne di mobilifici prossimi al fallimento. E c'è sicuramente il rapporto con la generazione che è venuta prima, quella di padri e madri premurose che però hanno contribuito allo squasso. E non c'è psicanalisi che tenga qui, nemmeno tra generazioni, anche quando l'incontro tra queste avviene in quello strano crocevia che diventa una sala insegnanti. Per chi conosce queste zone del Veneto alcuni passaggi diventano presto indimenticabili. Come questo:
Percorrendo la statale per Feltre
all'altezza di comuni dipinti
di cartelli stradali, puoi trovarti,
sopra un cavalcavia, alla stessa
altezza della scritta IperLando,
subissando mobilifici dismessi
che mimano, su sfondo prealpino,
scenografie di film canadesi:
senti, come una pioggia,
dall'auto e il finestrino abbassato,
il sapore del pino e della gaggia
mescolarsi al tarassaco di marzo,
al bicarbonato, al denso smog
screpolato sui muri
e su case con parabole in terrazzo,
e poco vale leggere
pubblicità per averne indicazioni
sulla propria dispersione, perché
siamo dappertutto, ma più che altrove
nei bar per gli immigrati, in cabine
telefoniche reduci di guerra,
negli aerei di compagnie low cost
che falliscono nel pieno di un volo,
e ci sovrastano, a qualunque ora,
facendo angoli di quaranta gradi
con i nostri tragitti provinciali -
ma essere fiacchi è un lavoro per altri,
che a farlo ci troveremmo spacciati,
come gli uccelli contro le barriere
lungo le tangenziali.
Perciò percorri queste praterie
di outlet e benzinai self service:
per andarti a conquistare, al di là
di quaranta chilometri
di frazione secessioniste,
uno spazio per caso svuotato
da una prof ruzzolata dal bus.
C'è anche un saper stare in equilibrio nel non facile tema del precariato in questo bel libro. Non era facile e va riconosciuto il merito all'autore di non aver impattato sul precariato zigzagante tra università e supplenze. Il terreno era scivoloso, il marketing del precariato, così vivace in ambito editoriale, era in agguato e solo la verità di certi versi l'ha aggirato, magari tornando spesso su quello che rimane, su quel che rimane ad esempio di un’amicizia:
Dal treno, delle volte, come dalle
provinciali più trafficate, vede,
Teo, quei negozi di sculture
e di statue da giardino,
i padri Pio con il dito punitivo,
un putto che piroetta su cornucopie
portafiori, le ninfe neoclassiche,
e ancora anfore, vasi e colonne,
e gli cresce, furtivo, il sospetto,
che sia meglio
stare fermi così, immobili, dentro
e fuori, e poi, magari,
qualcuno si accorgerà com’è brutto
sanguinare, di nascosto,
come le madonne.
La caduta verticale di questi versi che parlano ai sensi è in realtà un viaggio orizzontale nello spazio di una regione e di una ragione che fatica a collocarsi, a trovare il proprio adattamento ad un presente dalla pelle strinata, dove manca lubrificazione in tutti i gangli, è un’immersione in poesia e in storie che ci riguardano da vicino. Forse, se leggiamo questa bella sorpresa editoriale di inizio anno, anche noi
[…] tutti torniamo a casa
con le vene degli occhi
che si abbinano meglio ai fanali
dei tram.
mercoledì 5 ottobre 2011
"La luce prima", il secondo romanzo di Emanuele Tonon
Noi sentiamo parlare spesso di "prima luce". Il titolo del secondo romanzo di Emanuele Tonon (Isbn Edizioni, pag. 130, euro 15,90) pone invece l'aggettivo dopo il sostantivo, in posizione restrittiva. Non descrive, non esalta, ma restringe la visuale. In effetti le pagine di questo breve romanzo sono una cavalcata verso l'essere e verso la sua origine (la "cavità di donna che crea il mondo, veglia sul tempo lo protegge" cantava Giovanni Lindo Ferretti dei C.S.I.): la madre, che nel caso di Tonon è da poco scomparsa. Pensiamoci bene, non sono molti i libri di narrativa in cui una madre è protagonista, da sola, attraverso le parole del monologo e il flusso di ricordi del figlio, dalla prima all'ultima pagina, senza tregua, e in questo vi troviamo già una situazione inedita. Inoltre, con l'aggettivo in quella posizione, il titolo diventa sospeso, incompleto, quasi che quel "prima" assumesse una valenza d'avverbio: la luce prima di qualcosa. Si dice "la luce prima dell'alba", "la luce prima del tramonto", "la luce prima di morire". Ho sempre in mente, e tornavano spesso a bussare nella mia testa durante la lettura, quelle parole vergate da Giuseppe Caliceti in Pubblico/Privato 0.1 "Da alcune settimane ho la sensazione che tutti i giorni, i mesi, gli anni che ho vissuto e vivrò dopo la morte di mio padre siano una specie di regalo che mi è stato concesso, un indecifrabile tempo supplementare".Per questo libro si è parlato, a ragione, di "canto d'amore". Questo almeno recita la bandella firmata da Michela Murgia, la scrittrice che ha inaugurato la collana "Gli italiani di Isbn" dove trovano collocazione anche i due libri di Emanuele Tonon (il precedente "romanzo eretico" Il nemico è del 2009, un sottotitolo che andava così a braccetto con l'idea della casa editrice di colorare i bordi delle pagine, proprio come i breviari). Una sorta di precedente di questo libro potrebbe risiedere nella conclusione del "ciclo dei vinti" di Ferdinando Camon. Un altare per la madre era tuttavia anche un percorso di recupero di un'etica segnatamente cristiana. Con Tonon è diverso. Come vuole la vulgata ad uso e consumo giornalistico, lui è l'ex-francescano, teologo-operaio, colui che prima bestemmia (ne Il nemico) e ora, nel dolore della scomparsa improvvisa, prega in un vero e proprio mantra. Io credo che l'autore stia resistendo bene a questa impalcatura che gli viene allestita attorno (si leggano le pagine in cui descrive il disagio durante la visita a Milano per promuovere il primo libro). Questo suo libro mi è sembrato un'ottima risposta a queste pressioni che potrebbero schiacciarlo (si è parlato anche di "nuovo Erri De Luca", forse solo perché di mezzo c'è la teologia e l'essere operaio, cose che lo accomunano al prolificissimo De Luca, autore che viaggia ad una media di un libro breve al bimestre). Probabilmente sono un ottuso che si sbaglia di grosso. Quello che però vorrei sostenere è che Emanuele Tonon ha scritto un libro svincolato, nonostante attorno a lui, a mio modo di percepire, si notino attive delle intenzioni per veicolarlo in un certo modo. Credo che se ne sia fregato di tutti e che ci proponga un romanzo che suona come un mantra, qualcosa di nuovo per i lettori, un'azione del pensiero che diventa scrittura che desidera salvare. Una forma adattiva, ultrarapida, magari darwiniana, nei confronti del nuovo stato di privazione e assenza e quindi di cambiamento? Lo suggerisco anche per contrastare i termini "teologici" che sono stati adoperati senza significativa pregnanza. Magari a breve, quando - spero - intervisteremo Leonardo G. Luccone di Oblique, l'agenzia letteraria di Tonon, potremo pesare meglio queste impressioni, consapevoli che Oblique, per sensibilità e cura, è tra le cose migliori l'autore potesse incontrare.
Il tema della morte di un genitore è ovviamente rischioso, delicatissimo, si presta nel mondo dell'editoria, sempre a caccia di "casi", a strumentalizzazioni e interpretazioni pilotate. (Suvvia! Come se al giorno d'oggi il successo di un libro fosse sempre e comunque esclusivamente frutto del caso e non esistessero anche i successi costruiti a tavolino.) Ma il lettore che aprirà i suoi occhi a La luce prima ritroverà probabilmente il tentativo di decifrare quel tempo supplementare di cui scriveva Caliceti, il tempo che Tonon inizia a vivere assieme al proprio lettore. In questa sede, hanno poca importanta tutti i particolari biografici di cui veniamo a conoscenza durante la lettura, la paternità, biologica e reale, la povertà, la casa, la coabitazione di madre e figlio prima della morte. Ciò che conta è questo passaggio che l'autore ha percorso e che probabilmente lo condurrà verso nuove prove che leggeremo sempre con grande interesse.
Il tema della morte di un genitore è ovviamente rischioso, delicatissimo, si presta nel mondo dell'editoria, sempre a caccia di "casi", a strumentalizzazioni e interpretazioni pilotate. (Suvvia! Come se al giorno d'oggi il successo di un libro fosse sempre e comunque esclusivamente frutto del caso e non esistessero anche i successi costruiti a tavolino.) Ma il lettore che aprirà i suoi occhi a La luce prima ritroverà probabilmente il tentativo di decifrare quel tempo supplementare di cui scriveva Caliceti, il tempo che Tonon inizia a vivere assieme al proprio lettore. In questa sede, hanno poca importanta tutti i particolari biografici di cui veniamo a conoscenza durante la lettura, la paternità, biologica e reale, la povertà, la casa, la coabitazione di madre e figlio prima della morte. Ciò che conta è questo passaggio che l'autore ha percorso e che probabilmente lo condurrà verso nuove prove che leggeremo sempre con grande interesse.
Concludo sulla bandella, costruita con una foto tipicamente Settanta-Ottanta, ingiallita, simile a quelle che in tanti conserviamo dentro l'album di famiglia, una foto appartenente ormai ad un'epoca fotografica che viene prima del diluvio e dell'alta deperibilità del digitale: non capisco fino in fondo la seconda parte dell'affermazione di Michela Murgia: "un abisso da cui non si può uscire innocenti". Non capisco "innocenti". Chiudo come avevo iniziato, attorno a un aggettivo. Se avete letto il libro, aiutatemi a capire come lo interpretate!
mercoledì 20 luglio 2011
I sentimenti sovversivi di Roberto Ferrucci
Uscito prima in edizione bilingue per la collana francese "Meet les bilingues" diretta Patrick Deville, viene ora scorporato in un'edizione tutta italiana (Isbn Edizioni, pp. 144, euro 17) il romanzo che Roberto Ferrucci dedica al suo soggiorno nella Loira Atlantica, a Saint-Nazaire, al decimo piano del "Building", in un appartamento messo a disposizione dalla fondazione francese per gli scrittori periodicamente invitati a un soggiorno di sei settimane con borsa settimanale. Il libro rientrebbe dunque nell'insieme dei molti romanzi che parlano di scrittori e di scrittura. Nel tempo ho sviluppato un'avversione per questo crescente genere editoriale che vanta anche illustri esponenti (fate un esperimento soffermandovi a leggere una dozzina di quarte di copertina in libreria o su un sito di commercio elettronico, c'è un'alta probabilità che almeno un paio vi annuncino la storia di uno scrittore, in crisi, in amore, in trance creativa, alle prese con una storia che ha per protagonista un altro ennesimo scrittore). Per me questo genere è spesso un criterio di scarto nell'abbondante offerta, visto che tollero male l'idea di un'autereferenzialità della scrittura tipica della peggiore televisione. Ma con Ferrucci sapevo di non correre questo rischio, fortunatamente la quarta di copertina parlava d'altro e Ferrucci non è certo adagiato sull'autoreferenzialità. Nella narrazione Ferrucci compie un'operazione pirandelliana di abbattimento della quarta parete, gioca apertamente con il proprio "pubblico", lo fa entrare nella scrittura senza finzione alcuna, con lui si perde il confine tra fiction e no fiction, in vista di una prosa-documentario che non ha molti praticanti. Avevo letto un libro di Jean-Philippe Toussaint, scrittore che Ferrucci ha più volte tradotto, Mes Bureaux. Luoghi dove scrivo. Partivo preparato forse. Ferrucci ha scritto anch'egli un romanzo sui luoghi dove ha scritto, sulla sua città, Venezia, e, indirettamente, un romanzo sul paese di provenienza amato e provvisoriamente abbandonato (l'Italia volgare, rancorosa e anestetizzata degli ultimi decenni, presenza tanto più forte e centrale in absentia).
Dentro la scrittura di Ferrucci entrano tutte queste cose ed entra davvero di tutto. Uno potrebbe pensare che se esistesse una legge per il product placement anche nella narrativa Ferrucci abbia sottoscritto un contratto con la Apple, tante sono le volte in cui cita i prodotti dell'azienda di Cupertino, ma in realtà si tratta davvero di un modo nuovo (e ben venga) di recepire il nostro rapporto quotidiano con la tecnologia e consegnarlo alla scrittura. E si badi bene, tecnologia che serve anche alla scrittura. Entrano le riflessioni amare sull'Italia, la vita del soggiorno francese, né fuga né catarsi bensì necessità fisiologica di un altrove, le vicende di Venezia (quelle sulla città lagunare e sulle idiozie che la circondano, da tutte le parti politiche, sono tra le pagine più belle).
Sentimenti sovversivi è un libro che nasce altrove, che porta altrove e riprecipita continuamente nella realtà italiana degli ultimi anni. Ferrucci ama troppo l'Italia per non tornarci all'interno della bolla fragile della scrittura. Sarà interessante leggere nuovamente queste pagine tra qualche anno. L'autore porta alla ribalta una questione generazionale, che passa più rapidamente in primo piano quando si fa più scottante la ripresa di una vera "questione morale". Lo fa tuttavia da una posizione di disagio individuale. Marco Lodoli, riferendosi al precedente romanzo di Ferrucci, Cosa cambia, ha scritto: "Se la letteratura a Roma prende spesso una piega creaturale e lirica, e a Milano una sperimentale e antropologica, nel Veneto sembra affermarsi la linea soggettiva-sociale, ovverosia una predisposizione al racconto della modernità vista alla luce di un disagio individuale: e penso a Trevisan, a Mozzi, a Bugaro. E penso anche a Roberto Ferrucci [...]." Credo che Lodoli abbia colto nel segno (due nomi per Roma e Milano? Rispettivamente Maria Grazia Calandrone e Giorgio Falco). Non è affatto mia intenzione ipotizzare una "linea" veneto-friulana nella narrativa attuale, ma se non altro segnalare la reattività che molti scrittori di questi posti dimostrano, il tentativo di predisporsi a un cambiamento e a un adattamento del vivere in questa parte d'Europa e in questo frangente di secolo, all'interno di una nazione dove persino i sentimenti più normali del cittadino sono additati come sovversivi.
Dentro la scrittura di Ferrucci entrano tutte queste cose ed entra davvero di tutto. Uno potrebbe pensare che se esistesse una legge per il product placement anche nella narrativa Ferrucci abbia sottoscritto un contratto con la Apple, tante sono le volte in cui cita i prodotti dell'azienda di Cupertino, ma in realtà si tratta davvero di un modo nuovo (e ben venga) di recepire il nostro rapporto quotidiano con la tecnologia e consegnarlo alla scrittura. E si badi bene, tecnologia che serve anche alla scrittura. Entrano le riflessioni amare sull'Italia, la vita del soggiorno francese, né fuga né catarsi bensì necessità fisiologica di un altrove, le vicende di Venezia (quelle sulla città lagunare e sulle idiozie che la circondano, da tutte le parti politiche, sono tra le pagine più belle).
Sentimenti sovversivi è un libro che nasce altrove, che porta altrove e riprecipita continuamente nella realtà italiana degli ultimi anni. Ferrucci ama troppo l'Italia per non tornarci all'interno della bolla fragile della scrittura. Sarà interessante leggere nuovamente queste pagine tra qualche anno. L'autore porta alla ribalta una questione generazionale, che passa più rapidamente in primo piano quando si fa più scottante la ripresa di una vera "questione morale". Lo fa tuttavia da una posizione di disagio individuale. Marco Lodoli, riferendosi al precedente romanzo di Ferrucci, Cosa cambia, ha scritto: "Se la letteratura a Roma prende spesso una piega creaturale e lirica, e a Milano una sperimentale e antropologica, nel Veneto sembra affermarsi la linea soggettiva-sociale, ovverosia una predisposizione al racconto della modernità vista alla luce di un disagio individuale: e penso a Trevisan, a Mozzi, a Bugaro. E penso anche a Roberto Ferrucci [...]." Credo che Lodoli abbia colto nel segno (due nomi per Roma e Milano? Rispettivamente Maria Grazia Calandrone e Giorgio Falco). Non è affatto mia intenzione ipotizzare una "linea" veneto-friulana nella narrativa attuale, ma se non altro segnalare la reattività che molti scrittori di questi posti dimostrano, il tentativo di predisporsi a un cambiamento e a un adattamento del vivere in questa parte d'Europa e in questo frangente di secolo, all'interno di una nazione dove persino i sentimenti più normali del cittadino sono additati come sovversivi.
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