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lunedì 17 settembre 2018

"La parola braccata" di Valerio Magrelli: dimenticanze, anagrammi, traduzioni e qualche esercizio pratico

Il continente dei Translation and Interpreting Studies (TIS) si sta allargando sempre più. La formula fortunata, inaugurata negli anni Settanta con James S Holmes e poi potenziata, fa da cornice a un universo crescente di una miriade di pubblicazioni, ricerche, speculazioni e finanche scommesse teoriche che coinvolge necessariamente un insieme largo di discipline, che va dalla linguistica alle neuroscienze e che chiaramente non si limita a riguardare lo stato delle cose nell'ambiente a volte un po' triste delle humanities (o digital humaties) bazzicato anche da questo blog, ma si allarga a una pluralità di settori e applicazioni davvero considerevole. Pensiamo anche ai software o alle piattaforme digitali che ogni giorno frequentiamo e che aprono la porta a una branca di questi studi che potremmo far ricadere nella terminologia (esemplificando: come si arriva a tradurre il "Save as" del menu "File" dei vari software con "Salva con nome" in italiano, "Enregistrer sous" in francese, "Guardar como" in spagnolo e così via?). I famosi contenuti di cui è sovrappopolata la rete - content is king, voleva la celebra massima - viaggiano dentro interfacce che sono sostanzialmente identiche nel funzionamento e nell'aspetto grafico e che mutano quasi esclusivamente l'ambiente linguistico che le accoglie. Tornando alla traduzione nell'ambito delle nostre humanities, fortunatamente non si parla più, già nella formula di cui dicevamo in partenza, di traduzione soltanto e ancora più fortunatamente pare siano ora un lontano e brutto ricordo espressioni aberranti che andavano per la maggiore fino a qualche tempo fa, quando si parlava di traduzioni "belle e infedeli" o "brutte e fedeli". Capire come si sia arrivati a questi mostri concettuali sarebbe un percorso a parte, interessante e significativo per comprendere le scorribande del pensiero umano, ma non è ciò che interessa primariamente a Valerio Magrelli nel volume La parola braccata. Dimenticanze, anagrammi, traduzioni e qualche esercizio pratico pubblicato da Il Mulino (pp. 224, euro 20). Questo libro si pone lo scopo di avvicinarsi a cosa accade nella mente in quel momento di sforzo prolungato nel quale volgiamo qualcosa da una lingua a un'altra. Davvero la traduzione è un atto, una scelta, un bivio continuo tra i più complessi che riguardino l'umano. Allo stesso tempo, vuoi per i ritmi elevati dei processi produttivi a cui le stesse traduzioni sono sottoposte, incluse chiaramente quelle letterarie, vuoi perché tutto rischia di non incuriosire più, l'evento mentale della traduzione, ad un livello di sentire comune, passa spesso in secondo piano, per quanto restino chiare a tutti le fondamentali implicazioni culturali, politiche e ideologiche di qualsiasi traduzione passata presente e futura sulla faccia della terra.

La parola "braccata" del titolo è quella cercata da chi traduce e si trova magari a vivere la sensazione di avere quella parola ricercata "sulla punta della lingua". L'immagine del titolo è venatoria, perché braccare vuol dire anche stanare una preda per spingerla verso il cacciatore. Allo stesso tempo è un'immagine territoriale perché territoriale è qualsiasi traduzione. Eppure, come dice il sottotitolo, a Magrelli interessano le esitazioni, gli imbarazzi e persino le dimenticanze, ossia quel che resta sulla punta della lingua e non si scioglie in una scelta traduttoria precisa. Insomma, il traduttore non è un cacciatore. Per impostare il proprio ragionamento, più che rifarsi alla gran matassa dei "TIS" di cui sopra, Magrelli torna a Benvenuto Terracini lettore di Agostino e alla considerazione di quel fragile ponte che si instaura tra la presenza di un originale (il testo da tradurre) e l'assenza di qualcosa di nuovo (il testo tradotto) e che sfocia nella concezione di una traduzione come processo di rammemorazione. 

Il volume, introdotto da un'utile prefazione che intende collocare questo contributo nel grande panorama degli studi sulla traduzione, si sviluppa in due parti. La prima, di carattere concettuale come l'introduzione, asseconda il desiderio di "indagare le affinità fra l'atto traduttorio e alcune forme di attività mnestica, a cavallo fra competenze linguistiche e procedure attivate nell'atto del ricordo". I numi tutelari, oltre al già ricordato Terracini, restano Luciano Anceschi e l'imprescindibile Emilio Mattioli, e la casistica qui trattata abbraccia sollecitazioni da Saussure, Freud, Lurija, George Eliot, William James, Douglas R. Hofstadter o dal sinologo svizzero Jean François Billeter. Ricalcando Nabokov dei Problems and Poems (1969), Magrelli chiama Problemi questa prima parte. La seconda parte del volume, quella dei Poemi (parola preferita a "Poesie" per l'evidente allitterazione dell'originale nabokoviano), si limita a dei rilievi tratti dall'esperienza e agli esercizi pratici di cui ci rende partecipi il sottotitolo di questo libro. Ecco allora esercizi di capo o acrostici, esercizi di coda o rime, esercizi di verso o metro, esercizi di cifra in un indovinello, esercizi di segno o calligrammi (come tradurre la forma delle lettere?). Il finale, proprio per distoglierci dall'ambiente della sola letteratura, ci porta tra gli esercizi di tempo o sottotitoli, peculiare vicenda di traduzione per il cinema. L'impostazione del volume, sicura e rabdomantica al tempo stesso, giova al nucleo di problematicità affioranti e fluttuanti pagina dopo pagina e anche a quel nucleo di questioni che rimane inevitabilmente e giustamente sottotraccia, quando si affronta questo tema spinoso eppure potenzialmente estatico.

mercoledì 19 marzo 2014

Lontano lontano. Perché è giunta l'ora di affrontare a viso aperto Luigi Tenco

Libri brevi che mi piacerebbe scrivere o trovare #1

In questo nuovo spazio così titolato proverò a fermare pensieri che mi vengono spesso su libretti che mi piacerebbe scrivere se avessi capacità, tempo, spazi o persino, ancora più presuntuosamente, un committente. Oppure, meglio ancora, librini che vorrei trovare già scritti da altri. Libri piccoli, che provino ad affrontare temi o autori che già hanno una bibliografia, ma con la voglia di provare a dire cose nuove, magari correndo qualche rischio. Non occorre scrivere tanto, pensate a certi articoli filosofici brevissimi, a come hanno cambiato tutto. Scrivendone così brevemente qui, mi faccio passare l'idea di intraprendere tortuosi percorsi inconcludenti. Chissà se dura.

"Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare". Più passano gli anni e più mi rendo conto di quanto stupore e quanta acqua scorra sotto questo attacco di una famosissima canzone di Luigi Tenco. Certo, bisognerebbe intendersi bene sul quel niente da fare, oltre quello che dispiega in un primo momento. Incomincio così a ricordare la centralità che la figura di Luigi Tenco può - e a mio avviso dovrebbe - rivestire nell'universo della scrittura in italiano, anche in quella poetica. E non sto pensando a malsane e sbagliate sovrapposizioni tra poesia e cosiddetta canzone d'autore. Su questo sto con Valerio Magrelli. Non so se avete presente un video, passato di recente anche da Rai Storia, in cui il poeta romano quasi si accanisce a marcare bene i confini tra poesia e canzone. Lì Magrelli ha ragione da vendere. Sono due cose così diverse, lontanissime, che non si possono confrontare, pena la perdita di libertà delle loro forme e un fraintendimento radicale. Anche se la canzone si basa su dei testi che si possono leggere come una poesia e la poesia si dice abbia musica e ritmo che si possono accogliere come canzone, poesia e canzone non vanno confuse o avvicinate troppo, mai, anche quando la tentazione diventa forte. Restano quadranti diversi di un piano cartesiano. Molti anni fa mi rincuorai durante una chiacchierata con Andrea Zanzotto, scoprendo che ad esempio su De André pensavamo le stesse cose e forse storcevamo persino il naso nella stessa direzione quando sentivamo parlare di lui come "poeta" (non ricordo quale fatto di cronaca avesse riguardato il cantautore genovese). Al di là del fatto che, pur rispettandolo, non ho mai amato De André (trovo un Piero Ciampi molto sopra, solo per fare un nome), c'era il rischio di dare adito a fraintendimenti pericolosi che potevano avere un effetto domino sugli errori di percezione negli anni a seguire. Questo non significa che sia contrario a certe ibridazioni, a certi esperimenti o alla frequentazione simultanea di queste forme, anzi. Il legame tra poesia e musica resta però controverso, aperto, doppio legame, batesonianamente double bind.

Io credo che Luigi Tenco dovrebbe essere finalmente tolto, strappato a forza dalle discussioni che riguardano soltanto Sanremo, il suo suicidio, la sua carriera, la tradizione genovese e tutti quelli che l'hanno coverizzato (compreso l'insospettabile Mike Patton dei Faith No More e Mr. Bungle, che ha dichiarato il suo amore per il pop italiano di quegli anni e come Tenco lo abbia condotto alle lacrime). E quindi capire perché la traccia di Tenco sia una di quelle più profonde del secolo scorso, non solo per la musica, ma persino per la storia del nostro paese (è qui che una bibliografia forse manca, anche se molti sono i titoli a Tenco dedicati). Mi toccherà parlare brevemente dell'esperienza personale, ma non ho scelta. E forse va bene così. Era mio padre che teneva molti vinili di Tenco a casa e che lo amava. Ricordo quando, bambino o poco più, ascoltai la prima volta "Cara maestra" e mi dissi circa "ah però, facile, semplice, vera". In realtà erano altre le canzoni con le quali avrei dovuto fare i conti e con le quali sto tuttora facendo i conti. "Vedrai, vedrai", ad esempio, diventò né più né meno la canzone della generazione con cui immaginavo mio padre, la cosiddetta generazione del baby-boom, un'espressione strana ed edulcorata per intendersi (e autodefinirsi) in fondo come "nuova fresca carne da macello" dopo la "carne macellata dalla guerra". Altri spazi, altre velocità hanno comunque spappolato loro e noi. Ecco, anch'io ho spesso pianto con le canzoni di Tenco. In realtà soprattutto con due, con "Vedrai, vedrai" e "Lontano lontano" (due titoli simili, tra l'altro, con quella ripetizione). Credo - non lo so - che i motivi per cui ho pianto io siano diversi da quelli per cui ha pianto Mike Patton. (Mi piacerebbe incontrarlo 5 minuti per chiederglielo, l'ho visto dal vivo una sola volta a Milano, Sonoria '95, durante il tour di King for a Day... Fool for a Lifetime, rassegna bella, peccato solo per l'annullamento dei Massimo Volume). Io piangevo per una sorta di pietà che avvertivo, forse pena, per tutta quella generazione, una pietà che quasi trovava nel profilo di Tenco nel vinile di Se stasera sono qui il suo simulacro. Immaginavo mio padre al bar del paese nella pausa pranzo con degli amici, prima di ritornare al lavoro, al primo impiego da ragioniere in un mobilificio presto fallito di Casale sul Sile, distante da dove abitavano. Immaginavo il ritorno a casa descritto in "Vedrai, vedrai" quando non si ha "neanche voglia di parlare" ma piuttosto - era il suo caso - si ha voglia di pensare al "grano da crescere" o "i campi da arare", in un frangente di migrazione interna fortissima che però non l'aveva toccato ("Ciao amore ciao"). Ovviamente era un pensare che provava ad abbracciare tutta quella generazione, avvolta in una sorta di strana sofferenza, uno strano male mitigato dai luccichii del boom che ha lasciato davvero terra bruciata. Pensavo e trovavo anche il motivo di un distacco profondo. E questo era un pensiero che si allargava a tutta quella generazione, donne incluse (penso a una canzone come "Una brava ragazza"), alle madri. Eppure, lo dico a costo di sembrare poco correct, per me Tenco rappresenta più un pensiero che parte e ritorna agli uomini.

Oltre a quelle già citate, sono tante le canzoni di Tenco su cui varrebbe la pena sostare. (Ora mi tornano in mente "E se ci diranno" o la stupenda "Quando", che in un fazzoletto tiene assieme tutte le parole di una tradizione lirica.) In realtà è "Lontano lontano" però la canzone dove sento tutta la grandezza e il pianto irrinunciabile che ci offre Tenco. A partire da quell'uso di un avverbio di luogo vicino a nel tempo, nell'attacco, e poi da quella macchia che si spande come un liquido sopra una tavola per tutta la canzone e che passa dalla sponda della determinatezza (occhi, occhi, sorriso, labbra, mio volto, ad un tratto) a quella della vaghezza, la quale non può che spingerci verso Leopardi, e che ritroviamo in altri segmenti del testo (lontano lontano, qualche cosa, timidezza, un po' in giro, per caso, l'aria triste, chissà come e perché). E tutto oscilla tra futuro e imperfetto, come bicchieri attaccati sopra una tavola durante un terremoto. Questa canzone è centrale nella mia memoria ora perché è una canzone d'amore e sul volto, sulle scosse elettriche che collegano tra loro i volti nei diversi luoghi e tempi, e la percezione che abbiamo noi dei volti, la quale regola, almeno secondo me, uno spazio importante della vita. E poi è una canzone che nomina il mondo, il modo che abbiamo di portare in noi gli altri, l'accettazione della vita, la collocazione spaziale dell'amore. Credo risieda qui la grandezza di questo testo e di questa canzone. Non so, ma quando ho cominciato, più tardi, a leggiucchiare qualche libro di neuroscienze, su come queste studiano i processi cerebrali di riconoscimento del volto dell'uomo, ho iniziato a immaginarmi Tenco come un neuroscienzato che aveva deciso di cantare (e a vedere come stanno andando le frettolose neuroscienze, forse non ha nemmeno sbagliato strada). Pensavo proprio a "Lontanto lontano", a cosa innescano i volti, i movimenti facciali, in questa canzone. E tanto per cambiare ho pianto, ancora una volta.




Lontano lontano nel tempo
qualche cosa
negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi
i miei occhi che t'amavano tanto
E lontano lontano nel mondo
in un sorriso
sulle labbra di un altro
troverai quella mia timidezza
per cui tu
mi prendevi un po' in giro
E lontano lontano nel tempo
l'espressione
di un volto per caso
ti farà ricordare il mio volto
l'aria triste che tu amavi tanto
E lontano lontano nel mondo
una sera sarai con un altro
e ad un tratto
chissà come e perché
ti troverai a parlargli di me
di un amore ormai troppo lontano.

domenica 9 febbraio 2014

da "Il sangue amaro" di Valerio Magrelli

Una poesia da #30

Credo possa starci l'attesa, a maggior ragione dopo la sorpresa rappresentata da Geologia di un padre. In questi primi giorni di febbraio sta per uscire Il sangue amaro, il nuovo libro di poesie di Valerio Magrelli (Einaudi, pp. 160, euro 13). Lo aspettiamo, con la bella poesia scelta per la copertina e l'"acuta nostalgia per una forma di vita estinta". (Finalmente qualcuno che si prende la briga di giocare amaramente in poesia con i tanti acronimi che ci piovono addosso, appestandoci.)


Natale, credo, scada il bollino blu
del motorino, il canone URAR TV,
poi l'ICI e in piú il secondo
acconto IRPEF - o era INRI?
La password, il codice utente, PIN e PUK
sono le nostre dolcissime metastasi.
Ciò è bene, perché io amo i contributi,
l'anestesia, l'anagrafe telematica,
ma sento che qualcosa è andato perso
e insieme che il dolore mi è rimasto
mentre mi prende acuta nostalgia
per una forma di vita estinta: la mia.


lunedì 21 ottobre 2013

Carni e immagini in Valerio Magrelli. "Il mio corpo estraneo" di Federico Francucci

Librobreve intervista #27


Fresco di stampa è il suo Il mio corpo estraneo. Carni e immagini in Valerio Magrelli (pp. 116, euro 12, con una premessa di Clelia Martignoni). Mercoledì prossimo (ore 11, sala lauree ex Facoltà di Lettere) se ne parlerà all'Università di Torino assieme a Magrelli stesso e contestualmente, in quell'occasione, verrà presentata la nuova edizione commentata da Sabrina Stroppa e Laura Gatti di Ora serrata retinae, l'esordio poetico per Feltrinelli del poeta romano, datato 1980 e riproposto da Ananke Edizioni. Nel pomeriggio dello stesso giorno, alle ore 17:30, i libri citati troveranno spazio alla libreria Golem di via Rossini. Francucci insegna in quell'ateneo di Pavia che tanto ha dato e continua a dare all'italianistica ed è studioso tra i più interessanti tra quelli che riesco a seguire. Mi piaceva l'idea di intervistarlo per parlare del suo ultimo saggio e di Magrelli. Fortunatamente, per me ma anche per i lettori di Librobreve, ha accettato.

LB: Partiamo dall'opera più recente di Magrelli, finalista al premio Campiello, che è investita in pieno dall'ultimo ricco capitolo del tuo libro. Di Geologia di un padre (recensito qui) Magrelli afferma in un'intervista: "quello che mi stava a cuore era soprattutto cercare di ricreare la presenza di mio padre, dunque non tanto sciogliere le ambiguità della memoria, ma scegliere, scegliere invece di sciogliere, quelle più rappresentative." In questo gioco linguistico tra scegliere/sciogliere sembrano raddensati anche due secoli di riflessione teorica sul romanzo. Sei d'accordo?
RISPOSTA: Geologia di un padre è un libro in cui la presenza del padre di Valerio è Valerio stesso: lo si capisce molto presto. Dunque, giocando un po’ con la dichiarazione che riporti, così come Magrelli ha giocato sull’equivoco scegliere-sciogliere, direi che Geologia di un padre è un libro in cui Valerio Magrelli tenta di ricrearsi, di ricreare sé stesso in maniera che l’eredità paterna, quella biologica, lo alimenti, ma senza distruggerlo e senza lesionare i suoi cari, i suoi affetti più intimi. Direi che questo è un grande libro in cui al grido di Gesù, “Padre, padre, perché mi hai abbandonato?”, che così tanti oggi ripetono persino stucchevolmente, si sovrappone un altro grido, ben diverso: “Padre, padre, quando ti deciderai ad abbandonarmi?”. Ricordiamoci che in esergo Magrelli mette le celebri parole di Stephen Dedalus nell’Ulisse: il padre è un male necessario. Quanto a quello che dici sul romanzo moderno, è molto interessante, ma per sciogliere la tua osservazione, scegliendo qualcuno dei moltissimi lineamenti che vi si concentrano, ci vorrebbe un discorso lunghissimo. Dico solo, per cavarmela, e dopo una breve ricognizione mentale, che tutti i romanzi del mio personale pantheon, anche i più debordanti e immoderati, scelgono, cioè tagliano, e non sciolgono, cioè non consolano.

LB: La mia prima domanda nasce da un'osservazione, cioè che sia nella poesia che nella prosa di Magrelli mi ha sempre colpito la solida preparazione teorica, non comune tra poeti e prosatori. Il "miracolo", se mi passi il termine forse assai fuori luogo, è che questa non si riversi pesantemente sui versi o sulla scrittura in prosa. Sei d'accordo con questo pensiero e, se sì, da attento studioso della sua opera, che idea ti sei fatto?
RISPOSTA: Per parte mia sono d’accordo. La scrittura “letteraria”di Magrelli è sempre molto coltivata, e nutrita della sapienza di studioso e di intellettuale che l’autore possiede, ma questo flusso teoretico, se vogliamo, è bilanciato da flussi di esperienza altrettanto importanti. E visto che l’equilibrio (o il tentativo sempre più difficile di raggiungerlo) è un concetto cardinale per Magrelli, è abbastanza logico che sulla sua pagina si sperimentino tecniche, non immutate nel corso degli anni, di armonizzazione delle due fonti. Voglio però aggiungere che l’idea dell’equilibrio o della compostezza non la applicherei come metro di giudizio uniforme per tutti, e che io ammiro molto anche scrittori in cui il retroterra teorico o disciplinare si riversa pesantemente, per usare la tua formula, nei versi o nella prosa. Penso per esempio a certi straordinari libri di Jacques Roubaud, matematico poeta romanziere, da cui l’editoria italiana si è tenuta ben lontana (“a chi lo vendo, signora mia?”), e molti altri nomi si potrebbero fare. Sono dell’idea che la poesia (e la prosa) vada valutata caso per caso e progetto per progetto, singulatim; e che un buon lettore sia in grado di amare, e insieme di capire, lo Zanzotto più siderale, il Sereni più drammaticamente scarno, il De Angelis più bruciante, il Magrelli più meditativo. I problemi arrivano quando si fa del proprio gusto, o pregiudizio, o anche teoria (tutte cose necessarie e inevitabili) un discrimine infrangibile, o quando si cade completamente preda della propria posizione nel campo letterario e/o sociale con le sue contrapposizioni polari.


LB: Torniamo all'esordio di Magrelli prosatore, all'einaudiano Nel condominio di carne del 2003, libro che all'epoca mi colpì per come seppe inserirsi attorno a un tema già "stanco" e sfibrato come quello del corpo, tema che iniziava a mostrare i primi cedimenti o banali esercizi di stile. Lo sappiamo, Magrelli nell'abbecedario dedicato alla poesia (audiolibro uscito per Sossella e poi per Giunti), parla persino di poesia e merda paragonandole (e non sotto una luce pulp). In fondo, solo per stare ai titoli di Magrelli, Ora serrata retinae la dice lunga sulle frequentazioni questo autore con il corpo. Ma andiamo alla "carne", citata nel titolo del tuo libro. Come vi entra? Che cosa si palpa?
RISPOSTA: Non c’è tema che non nasca stanco, o secondo me addirittura sfinito. È importantissimo studiare e catalogare i temi, ci mancherebbe altro; riconosco tutta la sua importanza alla tematologia. E però, compilata la lista e corredatala della sua ricchissima fenomenologia, occorre guardare più sottilmente alle maniere, anche in questo caso singolari, in cui ogni vero scrittore attinge ai suoi temi, con lo stesso gesto rivitalizzandoli e stravolgendoli. Inutile sottolineare a quanti trattamenti diversi, per riprendere il tuo esempio, sia stata sottoposta la materia fecale nella storia della cultura umana: la merda di Rabelais è molto diversa dalla merda di Marx, e quella di Henry Miller somiglia molto più alla prima che alla seconda. Magrelli, nel suo abbecedario, riprende un parallelo che trova in Valéry, e tratta poesia e merda come due “fatture” umane, insieme spiritualizzando la merda e merdificando la poesia, accomunandole sotto il segno dell’«urgenza»: tra le altre cose è un bel modo di smagare, senza distruggerlo (e questo è fondamentale) lo stereotipo del furor incontrollabile del creatore. Aggiungo, per dire come ogni ripresa sia una variazione, che se nelle parole di Valéry si sente molto il freddo piacere intellettuale che dà il paradosso, e quindi il primato, nonostante la merda messa in bella evidenza, spetta senz’altro all’intelletto regista e manipolatore, in Magrelli la spiritualizzazione della merda si accompagna sempre a una nota angosciosa, o addirittura sgomenta. Lo dimostra uno dei capitoli più toccanti e strazianti di Geologia di un padre, quello che descrive la morte del genitore: ritratto nei momenti in cui, letteralmente, caca fuori la sua vita, la sua anima o il suo spirito, anziché emettere il suo ultimo respiro. Ma veniamo al condominio e alla sua carne. In questo libro, che secondo me è di quelli destinati a rimanere, assistiamo a una specie di chiasmo: la carne (e non il corpo, ancora troppo organizzato, gerarchizzato, e per di più stracarico di una plurisecolare surcodificazione simbolica) è sempre intellettualizzata, spiritualizzata, intessuta di circuiti culturali e memoriali; e l’intelletto o spirito è sempre incarnato, cioè tuffato in una materia che erode le sue distinzioni e categorizzazioni. Penso che il motore del libro sia questo: impegnarsi nel compito impossibile di dare figura alle intricatissime coabitazioni, confederazioni o disfederazioni, se mi passi il termine, nelle quali le carni si compongono metastabilmente a fare corpo: e spirito. A complicare la situazione sta il fatto che questo quadro si rende intelligibile solo grazie a due elementi che pure lo frantumano, ossia la tecnica e il linguaggio. Le carni spirituali possono “ reggere” solo grazie alle protesi, che pure sono corpi estranei; e possono esprimersi solo grazie a ciò che le fa ammalare, il virus della parola e del linguaggio.


LB: Soffermiamoci ora sulle altre travi reggenti il tuo discorso contenuto ne Il mio corpo estraneo. Mi riferisco alle immagini (e penso anche a un saggio come Vedersi vedersi: modelli e circuiti visivi nell'opera di Paul Valéry) e al serrato meccanismo citazionistico che impregna la scrittura di Magrelli. Potresti riassumere i tratti salienti analizzati nel tuo studio pubblicato da Mimesis?
RISPOSTA: è presto detto. La scrittura di Magrelli, in versi e in prosa (spesso anche la prosa saggistica) ha un altissimo tasso di metaforicità. Il combustibile del laboratorio magrelliano è senza dubbio, e molto consapevolmente, l’immaginazione, che produce continuamente analogie, ossia rapporti di somiglianza. Lungi dall’essere esornative, o anche solo strutturate in qualche margine, le analogie si occupano proprio di strutturare, o tramare, la scrittura. Nel Condominio è l’immaginazione che spiritualizza le carni, inserendole in grandi circuiti di immagini risonanti, e creando così uno spazio co-abitato, per l’appunto, dal corpo e dal senso. Ma questi reticoli sono a loro volta incrociati e ulteriormente tramati da altri fili, memoriali e culturali, e specificamente letterari e artistici. Le distese dell’immaginazione analogica, che tendenzialmente rispettano soltanto un loro tempo di propagazione e risonanza, sono attraversate dalla storia, proprio nella forma di reminiscenza, ripresa, riarrangiamento del patrimonio dello spirito umano sedimentato nei secoli. Ecco le citazioni: per fare l’esegesi di un mal di schiena si paragonano le vertebre a pacchetti di sigarette passando attraverso la convocazione di un brano di Breton. Le dimensioni orizzontale e verticale vengono così, ogni volta in maniera provvisoria, allacciate. Ripeto: provvisoriamente; perché qui non si tratta di appiccicare citazioni pronte all’uso (sul modello dei repertori di citazioni divisi per rubriche tematiche: toh, di nuovo i temi) in base a un criterio già stabilito di appropriatezza, ma di trovare ogni volta, o costruire ogni volta, con le risorse di una cultura vastissima mobilitate idiosincraticamente, la strada giusta che porti da quell’episodio personalissimo a quel brano preciso. Non sarebbe, credo, troppo sbagliato parlare di magia. Ma ancora: a questo genere di citazioni se ne accompagna, sempre a partire dal Condominio, un altro, con Magrelli che cita Magrelli. E anche in questo caso la citazione coincide con la modificazione del senso. Ma lasciamo qualcosa di non detto per chi volesse leggere il libro.

LB: C'è un libro di prosa intermedio che nel tuo libro non trova molto spazio. Mi riferisco a Addio al calcio. Questa è l'occasione per riprendere quel libro e dire come si potrebbe inserire dentro questo tuo saggio che spazia principalmente nel triangolo avente come vertici Nel condominio di carne, Geologia di un padre, e gli Esercizi di tiptologia.
RISPOSTA: Le ragioni per cui Addio al calcio non ha trovato spazio nel mio libro sono contingenti: non avevo il tempo di scrivere un saggio sufficientemente approfondito su quel libro, che mi pare molto bello. Anche se ho pochi dubbi nel pensare che i vertici della “quadrilogia” in prosa magrelliana stiano alle due estremità: il Condominio e Geologia di un padre. Addio al calcio può rientrare nello studio che ho condotto nel libro? Direi di sì, per almeno un paio di ragioni che mi paiono più importanti di altre. Primo: l’importanza della figura paterna. Alcuni dei brevi capitoli di Addio al calcio sono stati trapiantati, o autotrasfusi, usando una metafora dell’autore, in Geologia di un padre. Secondo: Addio al calcio è a mio parere soprattutto un libro sull’archivio, e investe dunque un’altra modalità di conservazione della memoria rispetto a quella artistico-letteraria, così basilare nel Condominio; e sottolineo anche come, nell’ultimo movimento del quartetto, l’archivio risulti problematizzato secondo una linea che parte da Addio al calcio.

LB: Magrelli voleva intitolare il recente Geologia di un padre con il titolo dato poi al capitolo introduttivo L'uomo di Pofi. Fu scoraggiato da molte persone. Tu cosa gli avresti suggerito?
RISPOSTA: Sono entrambi buoni titoli, nel senso che, riflettendoci durante la lettura, entrambi dicono il groviglio su cui il libro è fondato: chi è “un” padre? Chi è l’uomo di Pofi? Però non avrei dato suggerimenti a Magrelli, da una parte, empiricamente, perché non avrei potuto farlo senza una lettura approfondita del testo, e dall’altra perché non credo che gli scrittori abbiano bisogno di consigli per trovare i loro titoli. Questo non perché li ritenga gli unici in assoluto autorizzati – diciamo così – a plasmare la loro opera (perché, e questo dev’essere chiaro, il titolo ha un’importanza cruciale per il senso dell’opera), né perché li pensi infallibili quando presi dal vortice della creazione. Niente autoritarismi e niente romanticherie, insomma. Quel che non accetto – scontato che il titolo possa essere al centro di una contrattazione tra autore e altre agenzie coinvolte nella produzione del libro – è che tale contrattazione sia basata, come sempre più spesso succede, esclusivamente su ragioni commerciali. Di appetibilità da aggiungere all’opera, insomma, secondo un’idea di appetibilità che è una vera offesa per i lettori, oltre che per gli scrittori. Questo alacre lavorio sui titoli, che di solito rimane un po’ nascosto, viene in piena luce, invece, nel caso delle opere tradotte. Per restare a Magrelli faccio due esempi. Nel condominio di carne è stato tradotto in francese col titolo, difficile, lontano nella forma da quello originale, e quasi sicuramente concertato insieme all’autore, di Co(rps)-propriété. È un cambiamento notevole che, tanto per dirne una, cancella il riferimento diretto alla carne, ma lo fa tentando comunque di rendere conto della complessità, della tramatura concettuale del titolo originale: è un buon titolo, insomma. Il controesempio: Magrelli ha tradotto il Journal de deuil, di Roland Barthes, e l’unica opzione per rendere in maniera anche moralmente giusta quel titolo era l’altrettanto secco Diario di lutto. L’editore ha optato per un molto più vago, meno inquietante e francamente inaccettabile Dove lei non è. Non credo servano commenti. Si sta andando, se non ci si è già arrivati, verso gli usi invalsi da tempo nel cinema, in Italia: tutti ricordiamo il film di Michel Gondry, The Eternal Sunshine of the Spotless Mind (titolo magniloquente e pieno di echi zen, o new age, che ognuno sarà libero di apprezzare o meno), truffaldinescamente tradotto Se mi lasci ti cancello. Speriamo non arrivi mai il giorno in cui Journal de deuil sarà tradotto ’A mamma è sempre ’a mamma.

LB: Magrelli autore della carne o Magrelli autore delle ossa?
RISPOSTA: Della carne e delle ossa. È l’unico modo per non scrivere polpette, o polpettoni.

giovedì 12 settembre 2013

Gli aironi bianchi di Derek Walcott. Una poesia tradotta da "White Egrets"

Desiderata #1

La vostra biblioteca comunale prevedeva la lista dei "desiderata"? Intendo quel foglio dove si potevano annotare i titoli che il bibliotecario, previa scrematura, avrebbe poi potuto valutare per i futuri acquisti. In "Desiderata" vorrei parlare di libri brevi (per lo più di poesia, per lo più in inglese) che mi piacerebbe vedere pubblicati prima o poi nella nostra lingua. Per cominciare resto sul facile: Derek Walcott e i suoi White Egrets. Credo infatti che non attenderemo molto per vederli in una pubblicazione italiana. Magari mi sbaglio. Non lo so. Intanto propongo una mia traduzione di un breve testo qui sotto.


Da poco è uscita la traduzione dei saggi bellissimi di What the Twilight Says (La voce del crepuscolo, Adelphi). Lì, ad esempio, si legge di Les Murray, il mastodontico poeta australiano dell'altrettanto mastodontico Freddy Nettuno (autore fatto proprio dalla casa editrice guidata da Roberto Calasso, ma in realtà proposto in prima battuta in Italia dall'editore Giano di Tiziano Gianotti). La poesia che ho scelto è l'ultima di White Egrets (reperibile in più edizioni, sotto ho riportato la copertina del volume Farrar Straus and Giroux da me consultato). Specifico che è l'ultima poesia perché è un'informazione importante se poi deciderete di addentrarvi nelle onde, sonore e marine, di questi versi caraibici. Pubblico naturalmente anche il testo inglese. Così sarà più facile, eventualmente, criticare e discutere certe scelte, se qualcuno lo vorrà. 

C'è un audiolibro di Valerio Magrelli intitolato Che cos'è la poesia? Il titolo non scoraggi: nulla di più antisistematico del lavoro di Magrelli attorno e dentro la poesia. Lo trovate in edizione Sossella o anche per Giunti. Seguendo le lettere di un abecedario d'invenzione, Magrelli prova a darci la sua definizione approssimativa di poesia. Il risultato è sorprendentemente ricco e vivace. Si tratta di un ascolto eccezionale e in fondo godibilissimo. Io l'ho inserito nel lettore dell'auto e ho sorriso più volte. Ad un certo punto Magrelli dice più o meno che in poesia vale tutto, tranne i gabbiani al tramonto. Si sentono le risate di approvazione e soddisfatte del pubblico, captate dalla registrazione. Ha ragione da vendere Magrelli, lì. Qui Walcott riprende i gabbiani. Ma non il tramonto. Sentiamo come il poeta caraibico accompagna alla fine il lettore, con una poesia data da un solo lunghissimo periodo che però non mozza il fiato, e come accompagni alla stessa parola "fine". Proprio in una delle "lettere" dell'abecedario di Magrelli torna poi l'idea di isola-promontorio legata all'utilizzo della strofa in poesia. Anche Walcott sembra aver qualcosa da dirci a riguardo...


This page is a cloud between whose fraying edges
a headland with mountains appears brokenly
then is hidden again until what emerges
from the now cloudless blue is the grooved sea
and the whole self-naming island, its ochre verges,
its shadow-plunged valleys and a coiled road
threading the fishing villages, the white, silent surges
of combers along the coast, where a line of gulls has arrowed
into the widening harbour of a town with no noise,
its streets growing closer like print you can read,
two cruise ships, schooners, a tug, ancestral canoes,
as a cloud slowly covers the page and it goes
white again and the book comes to a close.














Questa pagina è una nuvola tra i cui bordi
sfilacciati appare a tratti un promontorio 
di montagne che poi si nasconde ancora,
finché quello che affiora dall'azzurro adesso terso
è il mare solcato e, intera, l'isola che si chiama da sé, gli orli ocra,
le valli sprofondate nell'ombra e una spirale di strada
che unisce i villaggi dei pescatori, i bianchi e silenziosi flutti
dei frangenti lungo la costa, dove una linea di gabbiani sfreccia
verso il porto sempre più grande di una città senza rumore,
le sue strade diventano più vicine come lettere leggibili,
due navi da crociera, golette, un rimorchiatore, canoe ancestrali, 
mentre una nuvola lenta copre la pagina che ritorna
bianca e il libro finisce.

sabato 9 febbraio 2013

"Geologia di un padre" di Valerio Magrelli

Feci il mio primo viaggio in aereo all'età di sei anni, destinazione Treviso. Che spedizione insensata: partii con mio padre per visitare una fabbrica di caldaie! Io che c'entravo? Niente. Fatto sta che il biglietto era pagato, e lui mi porto con sé.
Mi fece tenerezza, sin da allora. E la noia di tutte quelle spiegazioni, che i tecnici ci inflissero davanti a centinaia di termostati... Poi ancora il pranzo, sempre spaesato, sempre accanto a lui. Infine ritornammo, così come eravamo partiti. Fu il mio battesimo dell'aria, insomma: caldaie a Treviso.”

Quello che avete letto è, nella sua interezza, il paragrafo numero 75 di Geologia di un padre di Valerio Magrelli (Einaudi, pp. 146, euro 18), un libro costruito con frammenti di memoria, appunti, lacerti e scene di vita più o meno affollate, un tentativo riuscito di restituire con una prosa che sa di nuovo l'orografia e l'idrografia di una vita, le formazioni rocciose, le eruzioni (molto bello il paragrafo sul pianto del figlio ricoverato in ospedale, dopo la visita del padre). Il sismografo di Magrelli registra 83 paragrafi-scosse, simili a quello che ho deciso di pescare per una semplice ragione geografica. Il titolo riporta chiaramente la parola “geologia” anche perché c'è un continuo rimando alla terra (anche quella della sepoltura, soprattutto nelle prime pagine, l'esperienza dell'autore tra le tombe in contrapposizione al "Piano Oceano" di Shanghai che prevede lo spargimento in mare delle ceneri: ancora una volta terra e mare, in contrapposizione). "Geologia" perché il percorso di restituzione in scrittura del padre Giacinto Magrelli, recentemente scomparso, avviene a strati, scavi e carotaggi, ora delicati spolverii ora decisi affondi di pala, che nulla hanno a che vedere con un normale ordinamento temporale, à rebours o in avanti. Eppure la geologia rimanda chiaramente a un tempo, anche se quasi sempre a un tempo lontanissimo, percorso in profondità, verso il centro della terra o verso le vette delle montagne, dopo essere passati tra conoidi delle deiezioni, e si intreccia non di rado con la paleontologia, la disciplina che continuamente ridefinisce la parentesi umana e il cervello, uno dei tanti inquilini del "condominio di carne". I paragrafi allora, tanti quanti gli anni vissuti dal padre, si configurano come quegli elementi che in archeologia compaiono dopo lo scavo in una posizione saliente, e nel loro stare ritti, "in piedi", protuberanti o sporgenti, portano informazioni aggiuntive, forse. Anche se potrebbero ingannare, come qualsiasi segno. Nello scavo però ogni posizione e ogni orientamento potrebbero avere un preciso significato, visto che sono comparabili a una restituzione (nello spazio) del tempo in cui sono stati sepolti e nascosti sotto forma di una postura o posizione appunto. Credo possa essere uno dei tanti parallelismi e circuiti che si possa innescare con la lettura di questo libro per certi versi indefinibile, ma che proprio per questa inclassificabilità dice anche delle possibilità (o non possibilità) del romanzo, così come l'abbiamo conosciuto finora. Non stupisce allora la scelta di pubblicare all'inizio del libro una serie di disegni del padre, ingegnere che scopriremo legato a doppio mandata con un'architettura borrominiana (bellissimi anche i paragrafi sul Borromini), intitolata L'uomo di Pofi, dai resti di quell'uomo risalente a circa 400 mila anni fa rinvenuti in Ciociaria, luogo d'origine del protagonista di queste pagine.

E poi ritorna la geologia poiché le scoperte (la scrittura) non avviene in un senso ordinato, ma per guizzi di ricerche e di scavo. Si presti attenzione poi allo stesso titolo, dove è impiegato l'articolo indeterminativo: non "mio padre" o "del padre", bensì "di un padre". Come se questo "prestito" disciplinare e metodologico dalla geologia fosse applicabile ad altre persone e come una presa di distanza dallo smaccato autobiografismo. Quando si affronta Magrelli bisognerebbe pensare a un certo fallimento dell'umanesimo e delle lettere. Nulla di drammatico, non fraintendete: un fallimento in fondo felice, necessario, che l'autore ha fatto proprio quasi con serenità e dal quale sembra ripartire, spesso sotto la luce di episodi di pensiero accaduti ad esempio in Paul Valéry o in altre intelligenze presupposte da altre arti, quelle figurative ad esempio, le arti davvero "intelligenti" secondo Valéry. Nella geologia uno spazio e un tempo quasi sempre smisurato e spaventevole si saldano, per un po'. Già in Ora serrata retinae, Magrelli annotava, in una sorta di ricognizione sul sé: "Soltanto il tempo veramente scrive / usando come penna il nostro corpo. / Per le strade, nei cinema o in un letto / questa calligrafia va persa / ed è atroce l’incuria  / degli dei e degli uomini. / Quello che arriva sulla carta è solo / il commento residuo d’un poema / perennemente disperso. / Chiosa frugale, calco d’un racconto,  / questo è l’indice ultimo degli indici."

Già mi è capitato di ricordare Giuseppe Caliceti, che in Pubblico/Privato 0.1 annotava: "Da alcune settimane ho la sensazione che tutti i giorni, i mesi, gli anni che ho vissuto e vivrò dopo la morte di mio padre siano una specie di regalo che mi è stato concesso, un indecifrabile tempo supplementare". Chissà se Caliceti immaginava i tempi supplementari "normali" o quelli della "sudden death" o "golden goal" (brutti ricordi per gli italiani...). Immagine calcistica che sembra validarsi da sola e che faccio carambolare non a caso in Magrelli, che pochi anni fa ci aveva raccontato del calcio, di quello sport che a volte sembra vegliare e proteggere intere famiglie, in quell'opera intitolata Addio al calcio che oggi sembra porsi come punto di raccordo tra questa storia e questa scrittura e ciò che leggemmo nel 2003, quando Magrelli esordiva in narrativa con Nel condominio di carne, opera che resta a mio avviso la sua più bella. In altre parole sembra profilarsi ormai decisamente un percorso del Magrelli narratore. Se in quel primo sorprendente libro del 2003 il poeta procedeva ad uno scandaglio degli umori tra le fibre del corpo, oggi l'operazione compiuta (ma per forza di cose, ontologicamente, incompiuta) sul padre appare inserita in quel solco che dice ormai, sempre più, della difficoltà di concepire un romanzo così-come-lo-conoscevamo, un romanzo della vita che sopporti e sia supportato da una pressoché univoca manifestazione di un sé. Agendo sui salienti, sulle sporgenze e sulle protuberanze del suo sito archeologico e geologico, del suo sito biologico nel caso del primo libro, Magrelli si sgancia da tutta una tradizione biografica e autobiografica che potrebbe condurre ad un nulla di fatto. E allora dove ci conduce Magrelli attraverso gli 83 paragrafi-anni del padre Giacinto? Sembra essere il primo a non saperlo fino in fondo, per questo ricorre alla "geologia" nel titolo. Così, la linea di faglia della sua scrittura, di difficile e incerta individuazione tra poesia a arte figurativa (a costo di ripetermi, ricordo nuovamente le pagine romane sul Borromini), si situa, in questo libro importante, all'altezza di un ripensamento della scrittura stessa, "geologicamente" intesa. Perché è qui un punto fondamentale che Magrelli sfiora: quale posto rimane alla scrittura? La risposta sul perché scrivere sta allo stesso livello della risposta sul come scrivere? Quale specificità rimane al gesto di scavo e di analisi quando paragonato ad altri gesti artistici? Rintraccio qui, in questo tentativo di risposta concreto, uno degli esiti più duraturi di questa nuova prova di Magrelli, di questa apparentemente non lineare relazione stratigrafica sul padre. Lo possiamo registrare anche come tentativo di ripercorrere una distanza geologica e non genealogica, che procede con la direzione di quella cosa ardua da avvicinare e sorpassare che è la memoria. Lo sapete anche voi che è una direzione talvolta non rappresentabile, com'è l'esile traccia di un aroma di caffè (non necessariamente, anche stavolta, in una cornice proustiana, con buona pace dei famosi biscottini).