Visualizzazione post con etichetta Luigi Di Ruscio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luigi Di Ruscio. Mostra tutti i post

venerdì 14 marzo 2014

«Un grande odore di sudore seccato». Romanzi e poesia di Luigi Di Ruscio. Un'intervista con Andrea Cortellessa

Librobreve intervista #34

Il volume
appena uscito
per Feltrinelli
Questa settimana è uscito per Feltrinelli, nella collana "Comete", Romanzi di Luigi Di Ruscio (pp. 551, euro 39), curato da Andrea Cortellessa e da Angelo Ferracuti. Il volume contiene i seguenti titoli: Palmiro, Cristi polverizzati, Neve nera e l'appendice Apprendistato. Di Luigi Di Ruscio, che da lettore conobbi quando pubblicava le sue poesie con Editrice Zona (qui ad esempio trovate un estratto de L'Iddio ridente), si può scrivere molto oggi, a due anni di distanza dalla morte, dopo tutto quello che non è stato scritto o detto prima. Tuttavia preferisco lasciare subito lo spazio alle risposte di Andrea Cortellessa e a qualche informazione di servizio. Una prima presentazione del volume appena uscito si terrà a Roma domenica 16 marzo, al festival LibriCome all’Auditorium Parco della Musica, alle 18 nello spazio Garage, Officina 3 (insieme ai curatori ci saranno Giorgio Falco e Alberto Rollo). Poi sarà la volta della "sua" Fermo, venerdì 21, al Palazzo dei Priori alle 18.30 (insieme ai curatori interverranno Peppino Buondonno, Massimo Raffaeli e Alberto Rollo). Seguiranno altre presentazioni a Milano e Bologna, ma non è ancora stato deciso dove e quando. 

Luigi Di Ruscio (1930 - 2011)
LB: È appena uscito per Feltrinelli Romanzi di Luigi di Ruscio, libro curato da te e da Angelo Ferracuti. La prosa di un grande “spatriato” (Di Ruscio emigrò giovane in Norvegia è lì morì nel 2011 a 81 anni) è accolta in un circuito di pensieri che tenta di allargarsi. Quale il senso di questa pubblicazione, oggi, post res perditas?
R: Dici bene Alberto, c’è urgenza di “allargare”, di far spazio a Di Ruscio – quanto più spazio possibile. Il senso del libro spero sia quello di una restituzione: di un grande scrittore ai lettori che gli sono mancati in vita; come del pubblico all’autore che quel pubblico lui, a modo suo, s’è sempre sforzato di cercare. Una restituzione che il destino ha voluto, purtroppo, che Luigi non potesse vedere coi suoi occhi. È un bene, allora, che il volume delle «Comete» assommi a quasi seicento pagine fitte fitte (anche se un prezzo di copertina così elevato, trentanove euro, mi pare sotto tutti i punti di vista assai sbagliato), riuscendo così a far spazio a tutti i principali libri in prosa (sino a Neve nera, l’ultimo in ordine di tempo, che per così dire “completa” il tracciato memoriale di Palmiro e di Cristi polverizzati conducendoci nell’esistenza quotidiana di Luigi nell’esilio norvegese).
Il senso di costrizione, di claustrofobia quasi, che si respira direi soprattutto nella sua poesia, è un portato della “stretta” esistenziale che poi, di là dalla filosofia (che è comunque chiave d’accesso privilegiata alla scrittura di questo incredibile autodidatta, sorprendente quanto Dino Campana un secolo prima…), è quanto portò il giovane Di Ruscio alla scelta della spatriazione. C’è molto dell’Italia di quei soffocanti anni Cinquanta, nel microcosmico vicolo di Fermo che fa da protagonista nella prima raccolta poetica pubblicata nel ‘53, a ventitré anni, col lancinante titolo scelto da Franco Fortini, Non possiamo abituarci a morire. Un’Italia soffocante sul piano politico e culturale (cito sempre l’episodio della visita alla musa del neorealismo “ufficiale” Renata Viganò, raccontato in Cristi polverizzati, come emblematico dell’inconciliabilità di Di Ruscio anche cogli ambienti che in teoria avrebbero dovuto essere i più ricettivi nei suoi confronti; è una storia proseguita anche in seguito e che spero non si ripeta anche oggi…), almeno quanto sul piano sociale ed economico.
Come tanti prima di lui, Ruscio credette di potersi creare un minimo di spazio vitale attraverso la scelta dell’emigrazione, ma in realtà a Oslo finì per rinchiudersi in un microcosmo ancora più ristretto di quello della “Marca sporca” che aveva abbandonato: il «fortino» del suo tavolino da scrittura che ha descritto Angelo Ferracuti, entro il quale barricato Luigi picchiava a martello, implacabile, sulla Olivetti 46 e poi sulla tastiera del pc. Come a duplicare spettralmente – in quell’enclave linguistica che annoverava un solo abitante – la febbre tayloristica del suo lavoro alla catena di montaggio, nella fabbrica metallurgica dove ha picchiato per quarant’anni.

LB: Sei in una classe di una scuola superiore. Hai pochi minuti (qui una dozzina di righe, poniamo) per suggerire la lettura della prosa di Di Ruscio. Che cosa fai, che cosa dici?
R: A differenza della sua poesia, quasi sempre reclusa nelle sue pour cause martellanti cellule ritmiche (spia di questa condizione “ferma” – ribadita dall’allusivo titolo scelto da Di Ruscio per la sua prima autoantologia, Firmum, pubblicata nel ’99 – mi pare il basso tenore metaforico che ha così ben descritto Massimo Raffaeli, il suo maggior lettore), la prosa dei cosiddetti Romanzi incarna appieno questo senso di reclusione esistenziale, sì, ma offre al lettore anche continui squarci: apre brecce, opera slarghi insperati che trafiggono la colata delle “lasse” prosastiche di tagli di luce lampeggianti, bagnandosi di una vitalità (a un certo punto di Cristi polverizzati Luigi cita proprio l’«accrescimento di vitalità» che associava alla poesia, citando il Leopardi dello Zibaldone, Alfredo Giuliani nell’introduzione ai Novissimi – Di Ruscio scrive anzi «nuovissimi» – del ’61) e di una sensualità fragranti, quasi efferate. Un po’ come era capitato a Palazzeschi un secolo prima, racconta Di Ruscio che quando iniziò a scrivere in prosa – poco dopo l’esordio poetico – lo fece con la stessa disperazione che si respirava nei suoi primi versi; ma che a un certo punto (come, ha raccontato una volta Sanguineti per spiegare la capriola, il capovolgimento in Palazzeschi, capitò a Kandinskij che una sera, rientrato a casa, si sorprese ad apprezzare un certo suo quadro poggiato a testa in giù…) quella cupezza e quella tetraggine si capovolsero in satira e in grottesco, in umorismo, in comicità ribalda e travolgente. C’è un riso esplosivo, nella prosa di Di Ruscio, che quando si scatena spazza via tutto. È la forza vitale della scrittura che si manifesta, che prende letteralmente corpo. Quando si assiste a un fenomeno del genere ci si sente meglio, proprio fisicamente. Non mi pare poco.

LB: Il dolore, con tutto quello che questa parola ha voluto dire, soprattutto nel secolo scorso, mi pare l’ago della misura giusta per cucire assieme la prosa e la poesia di Di Ruscio. Sei d’accordo?
R: Sì, il dolore o, per dirla con Heidegger (non so se fra le ricche e strane letture filosofiche di Di Ruscio figurasse anche lui, ma certo l’incipit di Cristi polverizzati a questo fa pensare), la gettatezza: l’angoscia di una condizione umana che appartiene a tutti noi, indipendentemente dalle condizioni materiali in cui ci troviamo. Non a caso Luigi insisteva a protestare contro l’etichetta manualistica cui le storie della poesia lo hanno frettolosamente ridotto, quella di “poeta operaio” (lo stesso titolo della seconda autoantologia, Poesie operaie del 2007, andrebbe letto – come preferiva infatti pronunciarlo Luigi – «operaie poesie»). Quella descritta dai suoi versi non è solo e non è tanto la condizione operaia (che peraltro queste poesie riproducono, certe volte, con un senso di fisica esattezza pressoché schiacciante: penso alla descrizione quasi cronachistica di un incidente sul lavoro nella quarantasettesima delle Poesie operaie), bensì la condizione umana in generale. Lo stesso aveva mostrato Simone Weil nel libro uscito postumo che s’intitola La condizione operaia, proprio, e che Fortini traduce giusto l’anno prima dell’esordio poetico da lui prefato di Di Ruscio, nel ’52. Per scrivere quel libro Weil doveva necessariamente averla vissuta sulla sua pelle (anche se fu storia di un solo anno, la sua), la vita in fabbrica; ma solo per trascenderla nel ritratto filosofico di una forma di vita che nella modernità, salvo privilegiate eccezioni, è stata quella conosciuta da tutti noi. Una vita all’insegna della subalternità, della repressione degli istinti, del tempo sottratto alla nostra interiorità. Lo stesso ci mostra Di Ruscio, con l’ossessione per la figura della ripetizione (che esplicitamente riproduce il meccanismo della catena di montaggio) o attraverso l’allegoria del chiodo. A Oslo, la fabbrica dove lui ha lavorato quarant’anni produceva appunto chiodi: e tanto nella prosa che nella poesia di Di Ruscio, il cui sostrato cristiano è importantissimo, questo particolare diventa naturalmente il correlato oggettivo di un’esistenza crocifissa alla necessità, alla contingenza, alla quotidianità. «Cristi polverizzati» – i crocifissi che smercia il personaggio picaresco di Moscatritata nel libro omonimo – siamo insomma tutti noi. In esergo a Poesie operaie stanno quattro versi di Fortini: «Voi che da mille anni / Portate i mali del mondo / E ne ridete / E ne morite». 

LB: In un passo di Cristi polverizzati, ricordato anche da Massimo Gezzi in un suo contributo su Di Ruscio pubblicato in «Istmi – tracce di vita letteraria», si legge «Si sono invertite le parti, la poesia è diventata un fatto critico e la troverai meglio vagante nell’oceano della prosa, siamo rimasti fulminati e scottati giocando tra le altissime tensioni. Ogni verso speculato sino all’ossessione come si trattasse di un sillogismo, il sorriso della spontaneità è rimasto nella prosa, qui è ancora possibile il libero gioco dell’intelligenza». Mi sembra un passaggio pregno di conseguenze...
R: È quello che provavo a dire poco fa. Hegel, un autore che invece di sicuro Di Ruscio ha letto (un suo esergo figura in Cristi polverizzati), parlava di «prosa del mondo» per il mondo della «finitezza» e «oppresso dalla necessità», in cui «ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contempo da ciò che è altro». Se di ciò è lecito considerare inverso simmetrico la poesia, questa appunto la troviamo nella prosa, di Di Ruscio, anziché nei suoi versi. È nella sua prosa che la temperatura della scrittura si fa incandescente, rompe tutti gli argini, libera spettralmente dalla sua croce – almeno per qualche attimo – il fantasma di chi scrive. E, con lui, noi che lo leggiamo. Sono  molto contento che Luigi avesse apprezzato, della prefazione che scrissi a suo tempo a Cristi polverizzati, soprattutto il passo che dedico alla sua descrizione dell’amore con Palmina, alias la Palmira. Pagine strepitose, di una sensualità avvolgente e traspirante, che ci riconciliano con la disgrazia di avere un corpo.

LB: Sei in una classe di una scuola superiore, diversa di quella di prima. Hai pochi minuti per suggerire la lettura della poesia di Di Ruscio. Che cosa diresti per introdurre la poesia che ora ci lasci per concludere questa intervista? Grazie.
R: Per apprezzare appieno la sfrenatezza della prosa di Di Ruscio, leggendo, bisogna essere passati per la croce della sua poesia. Così come per avere una minima chance di fare l’esperienza della sfrenatezza e della liberazione, nella vita, dobbiamo passare per freni e vincoli che conosciamo, ahinoi, così bene. Nelle ultimissime poesie che ci ha lasciato Luigi questo sciogliersi coincide, purtroppo, con lo sciogliersi dell’esistenza. La poesia con cui vorrei lasciarti è una delle ultime che ha scritto. Luigi la mandò il 31 gennaio 2011 all’editor feltrinelliano che gli aveva fatto il contratto per il libro che ora è uscito, Alberto Rollo, e fu pubblicata su Nazione indiana il giorno della sua morte, il 23 febbraio seguente:

ho la bocca piena di farfalle
e se apro la bocca
voleranno via tutte
e non ritorneranno neppure
se rimango a bocca spalancata
per una eternità


mercoledì 24 luglio 2013

Paolo Valesio e "La mezzanotte di Spoleto"

Tra i miei coetanei non riscontro particolare attenzione nei confronti della scrittura che, non da oggi, Paolo Valesio ha saputo muovere e lanciare dalle sponde di due continenti. Forse è un'impressione errata e come tante "impressioni" lascia davvero il tempo trova. Questo tipo di interventi non si dovrebbero infatti costruire a partire da impressioni, ma da dati, prima di tutto testuali. Tuttavia, credo sia giunto il momento di approfondire, per quanto è possibile in questo spazio limitato e dedicato ai libri e all'esperienza di lettura, la conoscenza della poesia di Valesio, sfruttando l'occasione di una sua recentissima pubblicazione, dopo che lo stesso si è speso letteralmente una vita per la poesia italiana in terra americana. Valesio è infatti "Giuseppe Ungaretti professor in Italian Literature" alla Columbia University, e da molti anni si impegna nella diffusione della poesia degli altri. (Detto per inciso io trovo importanti e insostituibili queste figure di poeti che "fanno" generosamente per la poesia altrui, che non si chiudono a nuotare soltanto in un atollo autoreferenziale, sperimentando così anche le non poche frustrazioni, i muri di gomma o le ottuse sordità che presenta, troppo spesso, il dialogo tra chi scrive poesia e chi ancora la critica.) Ora l'interrogativo diventa circa questo: che cosa scrive Paolo Valesio poeta? In Italia si legge Valesio? Ora che il nostro autore si avvia alla conclusione di una lunga presenza accademica negli Stati Uniti e si prepara a un ritorno in Italia, sembra emergere nel poeta Valesio il desiderio di metter mano a raccolte che per motivi disparati "erano rimaste inedite". L'editore Raffaelli di Rimini, sempre tipograficamente impeccabile, nella bella collana intitolata "Poesia contemporanea" diretta da Gianfranco Lauretano, ha da poco pubblicato La mezzanotte di Spoleto (pp. 94, euro 13, prefazione di Alberto Bertoni, questo il link della pagina del sito dell'editore da dove si può acquistare il libro). 

Dirò subito che ho percepito questo volume, un cronotopo sin dal titolo, quasi come un film, in due tempi, con un mirabile secondo tempo, laddove ho ascoltato le poesie che a me sono sembrate più belle. E l'apice della concentrazione si trova, quasi come nella sezione aurea di un segmento, nella penultima sezione (penultima se escludiamo il breve Epilogo) intitolata Via Vaita De Domo, dal nome di una bella via spoletina. Lì sono le poesie che per me (a me) rimangono. In fondo ogni libro che resta, resta in prima battuta per alcune poesie. Così come dei romanzi, pur belli nel complesso, a volte restano soltanto due pagine, ma importanti. E le poesie che restano sono sufficienti per andare a riscoprire le altre poesie a distanza di anni, dopo che è passata altra vita in chi le legge. Spesso il discorso si ribalta, e le poesie che erano più piaciute un tempo, passano quasi in secondo piano. Così capita a chi scrive qui. Chissà cosa capita a voi. Sono cose normali. Ad ogni modo, per coerenza con quanto ho appena scritto, prima di addentrarmi nel libro, lascio spazio a uno dei testi che più mi ha colpito, quello dove la mia "dog ear" sulla pagina è stata più immediata e marcata. A dire il vero, i libri dell'editore Raffaelli sono oggetti così curati e belli che a volte placano la mia mania per catacretiche "orecchie" sulle pagine. (Potrei essere più disciplinato, usare altri sistemi. Tuttavia non posso fare a meno delle orecchie, soprattutto in poesia, per quando il libro viene ripreso in mano a distanza di tempo, come dicevo sopra.). Ecco il testo di Desiderii, contenuta appunto nella sezione già menzionata.

Quasi occorre ogni giorno e ricorre:
il desiderio di una mano
che rapida emergendo
dalle lagune della terra
con carità chirurgica trascorra
lungo la gola 
tagliando la miseria della vita.

Quasi occorre ogni giorno e ricorre:
il desiderio di una mano
che spinga urga prema fin che passi
il molle muro delle nubi e cielo
e si posi alla fine sulla spalla -
ravvivante tocco; ma sopra tutto
orientamento di dovere
e di interna giustizia: per potere 
ritrovare la sorgiva
da cui esce e geme il fiume
della conversazione con il mondo.

La prima parte dell'opera è quella che si presta per la titolazione del volume. Perché Spoleto e perché mezzanotte? Perché questo ennesimo cronotopo nella scrittura di Valesio? Chi conosce la vita della città umbra, si ricorderà del "Festival dei Due Mondi", una delle più belle rassegne estive tra quelle che si tengono ogni anno sulla nostra penisola e in quella regione abbracciata da una sorta di nostalgia del mare che è l'Umbria. Lo sfondo cittadino in festa diventa scenario di una storia d'amore: un uomo e una donna. I versi sono stati scritti alla fine del secolo scorso e io credo trovino la loro forza in una sorta di "installazione" che contempli la voce, le modulazioni e lo scenario (l'unità di luogo, si potrebbe dire con Aristotele). Il brano poetico della prima parte risente delle frequentazioni col teatro e con la musica (nella sua nota Valerio desidera ricordare Gian Carlo Menotti). In un certo qual modo diventano versi site-specific, per usare un'espressione che Andrea Cortellessa ha felicemente mutuato dal lessico della critica d'arte per parlare della poesia di Antonella Bukovaz. Eccone qualche passaggio, da Monteluco:

Il bivio è nella pelle e nella mente.


Il presente è essenziale e incomprensibile;
il futuro, inguardabile; il passato
intoccabile.

E resta l'altro: il bivio 
del lavoro mentale
(con il cervello teso
a sollevare sacchi
a travasare secchi).
Che cosa fa la mente
con gli anni del peccato?
Può lasciarli cadere - 
senza nemmeno bollarli "anni sciupati",
schiacciandoli al disotto del giudizio -
nel vuoto del tempo universo;
o ricercarne con passione il senso:
ogni ora di vita ha da servire -
anche la più sassosa
anche la più fangosa -
a lastricare il cammino
per l'Ascesa del Monte.

Come ho già lasciato intendere, nella seconda parte del libro si concentrano, almeno per chi scrive, le prove più durature della scrittura di Paolo Valesio, quei testi in cui la lettura singolare e privata della poesia restituisce vita ai lettori. Alberto Bertoni, nella breve nota introduttiva, sottolinea di passaggio un aspetto molto importante. Anzi, almeno un paio di aspetti assai rilevanti. Scrive il poeta modenese: "La scrittura di Valesio non cade mai nell'errore, oggi assai diffuso, di una prosa spezzata artificiosamente in versi (e in versi autenticamente liberi), manifestando da subito la necessità della sua versificazione, prosodicamente calibratissima." Aggiungo che questo libro riporta a galla una questione davvero sommersa e trascuratissima, che tra l'altro si salda con le origini e le grandi espressioni di quella che comunemente chiamiamo la nostra storia letteraria. Penso naturalmente all'avvicendarsi tra Francesco d'Assisi e Iacopone da Todi, alle origini della poesia religiosa, ma penso anche, con un salto di un paio di secoli, a quel Savonarola che Valesio chiama in appello nell'importante epigrafe del suo Prologo: "Io vivo nelle ombre dell'ignoranza come un assente".

Leggendo e rileggendo questo libro mi sono chiesto, forse banalmente ma più di una volta, qual è e quale potrebbe essere lo spazio di questo autore appartenente a quella strana generazione italiana a cavallo dei Trenta e Quaranta (Valesio è nato a Bologna nel 1939) all'interno della perversa circuitazione poetica dell'Italia attuale. Non è propriamente l'interrogativo che ci si dovrebbe porre quando siamo alle prese con la poesia, ma è il motivo per cui ho esordito in quel modo qualche riga fa. Vedete, il recente libro di Paolo Valesio mi offre lo spunto per ribadire una piccola grande convinzione che si sta facendo sempre più dura: credo esistano dei sentieri sin troppo segnati nella scrittura e nella lettura, una certa sicumera sparsa che sa già ciò che è lecito o non lecito scrivere in poesia all'altezza del secondo decennio del terzo millennio (cosa vale e cosa non vale si direbbe in termini ludico-infantili). Ma nella realtà, chi può stabilire questo? Chi può vantare questa sicurezza? Non mi sta bene che qualcuno stabilisca un libro dei divieti (divieti che - si badi bene - hanno anche un'accezione positiva in poesia, quasi "creatrice", ma soltanto se provengono autenticamente dalla voce del poeta). Non sarebbe meglio vivere nell'incertezza più totale quando avviciniamo la poesia? Mi ponevo questa serie di domande perché sono abbastanza certo che il tono e il passo di Valesio, assieme ai suoi temi e a tutto il portato della sua scrittura, possano risultare "ostili" a questa sicumera diffusa che purtroppo, molto spesso, fa la scena poetica di un paese. Bertoni, tra le altre cose, nella sua utile nota che però avrei visto meglio alla fine, rimanda in modo interessante a quella diglossia che potrebbe accomunare il nostro alle esperienze di Anna Maria Carpi o al transfugo norvegese Luigi Di Ruscio (troppo spesso, trascurato e pubblicato da un editore caparbio ma penalizzato nella distribuzione come Editrice Zona, e poi fortunatamente anche da Le Lettere e Ediesse). Interessante è anche l'esempio sintattico che Bertoni riprende in sede prefatoria. Ecco, quest'insieme di dati forse concorrono a non trasformare la poesia di Valesio in una poesia progettata per aderire alla perfezione coi palati poetici italiani. Rischia di rimanere appiccicata ai palati, di aver bisogno di ulteriore masticazione paziente, prima di diventare bolo e nutrimento, digestione. In questo la lunga vita americana del nostro autore può aver giocato un ruolo importante. Tuttavia, rimaniamo mammiferi anche quando leggiamo la poesia e il nostro tubo digerente è tutto un pezzo, dalla bocca allo sfintere, e osserva quel movimento peristaltico che, pur non evocando raffinati orizzonti di poesia come il respiro, è anatomicamente quanto di più vicino alla poesia esista.

(Esiste su Youtube un video girato alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University lo scorso marzo. Trovate Paolo Valesio, Davide Rondoni e Dave Johnson in conversazione. E lì si parlava proprio del libro di cui qui ho provato a suggerire l'apertura e l'ascolto, curioso come sarei di sapere dove si posizionano le vostre "dog ears".)