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sabato 2 luglio 2016

Su "Breviario di novembre" di Alessandra Conte: una lettura di Giusi Montali

Ospito un nuovo contributo critico di Giusi Montali, che ringrazio. Anche stavolta il libro in questione non è recente: parliamo infatti di Breviario di novembre di Alessandra Conte uscito per Raffaelli Editore nel 2009.

Un breviario da recitare a novembre, mese che si trova agli antipodi di quello mariano, presenterà una sacralità rivista, addirittura ribaltata che si esprime attraverso la voce di una «suora bambola» che dal suo letto di morte invoca dio e la Madonna, rosario alla mano («La suora bambola antica | si infila perle di pepe | nelle mani a sgranare il tempo | scaduto in giorni e pagine»). La suora infatti si prepara alla morte, al viaggio nell'aldilà e a una presunta rinascita, recitando le sue preghiere («E la santa ammalata | schiamazzava alla pioggia | tra maioliche vaghe | segnate dalle febbri»; «Rimuore, si chiama femmina | un'ultima volta»). Tale personaggio è però presente solo nel primo testo, nel ventunesimo - e siamo a metà della raccolta -, nel trentanovesimo e infine nell'ultimo: nel mezzo le litanie, le preghiere, le orazioni pronunciate dalla suora che delineano una religiosità altra rispetto a quella ufficiale. Si è infatti di fronte a una religione materica, infantile, grottesca ma immediata che si prende in carico lo stesso dio, ridotto a così poca cosa da dover essere protetto («Prega per dio e gli ammalati») perché appunto ferito («signore dai polsi rotti, | che cadi e t'inabissi | a farti male»), oppure perché puerile («Signore dei giocattoli»). Un dio che si ritrova ovunque proprio a causa della sua assenza:

Ovunque ti vedo signore, e ti lodo,
nell'ovunque del corpo quando trema

e perde le ginocchia e i polsi, nel bacino
rotto caduto dal ciliegio, nella pelle
che fa male. Canti nella tua lingua,
signore. dio iddio il santissimo
ti ho visto nelle ferite in bocca
a sagoma del dente che le ha intagliate,
cesellatore iddio. Le canto, le lodi,
come canto lascivo e sguattero, e so
che sei la corda segnata dai nodi,
sei la vite americana che ha sprecato
le foglie all'autunno e ovunque
ti lodo, signore,
per ovunque nessun luogo che ti dai.

Il dio del Breviario di novembre è una divinità minuscola, inutile, e spesso le invocazioni ne riducono ulteriormente il ruolo e il potere («dio piccolo, | mosca senza un'ala»). È un dio che non è più capace di dare risposte o di risolvere determinate situazioni («signore | delle chiavi perse e delle risposte sbagliate»), ma può essere invocato affinché possa concedere la fortuità di trovare ciò che si va cercando («fammi trovare i libri, miei per diritto, | e che anzi essi trovino me, e si aprano | alle pagine segnate, le più consunte»). Oppure, nonostante la pochezza di questo dio, il fedele lo invoca con una certa voluttà masochista per divenirne vittima, per subire sul suo corpo i dolori della divinità stessa e riecheggiarne i tormenti («Sono il tuo | confessionale, dio, straccio lurido, mi faccio | concavo per te, per risuonare ai tuoi lamenti»). Il fedele arriva persino ad annullarsi pur di ricevere l'amore di questo «ladro dio folle», chiedendogli di essere da lui sepolto e in seguito amato («sepoltomi il corpo amami»). Ma quello di cui può beneficiare il fedele è un dio che è morto, cadendo dalla sua precedente altezza e ciò che ne rimane è ben poca cosa, anzi occorre che il fedele si trasformi in badante («Il dio del coraggio è morto | rotolando nella scarpata. Al fondo, | è rinato senza memorie, ma | con le dita rotte la faccia livida. | o dio, tu non che ti è successo. | Muori davvero, dormi. | Muori che ti veglio; dormi che sorveglio»). Mentre altrove dio viene bestializzato, rivelando la sua natura ferina e teriomorfa: «dio testuggine dio porcospino dio piuma, gatto | dio animale, bestia che sputa che maledice». In tal caso, il fedele pratica una forma di teriolatria, rendendo evidente come nel Breviario ci sia un recupero di forme arcaiche di religiosità.

Analogamente viene virata anche l'immagine consueta della Madonna: le invocazioni mariane cedono il passo a litanie che inscenano una Madonna logorata dalla fatica di vivere, protettrice degli aborti e delle donne che subiscono la loro maternità («Madonna delle madri controvoglia»; «Madonna sei, di sangue e mestruazioni | del ciclo anovulatorio, che gioca a palla | con chi non vuol covare uova, | a rimpiattino con chi rinnega l'anatroccolo»; «Madonna, tu che sei | controvoglia tout court»). Una Madonna che ha perso la sua innocenza e diviene «rea dei mille peccati», una Madonna «delle acque | rotte e dei veleni al seno» dalla quale i fedeli colgono i «frutti abortiti». In particolare, viene esaltata la sua similarità con una qualsiasi donna, privandola quindi di ogni connotato mistico, sebbene continui la propria azione di protezione e di rifugio («Accoglici sotto la tua gonna trendy»). Si ha poi un intero repertorio di Madonne, colte nelle più varie attività quotidiane e trascinate nella contemporaneità («Ecco la madonna delle rocce, | ha scordato il mantello pesante | e sta correndo, centometrista»).

Il Breviario non risulta però completo: delle originarie 365 invocazioni ne sono rimaste 300 e quelle andate perse erano essenziali («Trecento le invocazioni | - perdute le sessantacinque | necessarie -»). Il lettore si trova quindi sotto gli occhi una selezione delle invocazioni superstiti prive però di un qualsiasi potere. L'essenzialità è altrove e così come ci si deve accontentare di pregare un dio misero, analogamente ci si deve accontentare di preghiere – ma sarei tentata di ricorrere al termine formule magiche – ininfluenti. Preghiere che si innestano su orazioni presenti effettivamente nella tradizione cristiana, ma che vengono stravolte da Alessandra Conte. Così, succede ad esempio per la preghiera O Gesù d'amore acceso non ti avessi mai offeso, per un passo biblico («Qual è il tuo nome, signore?», Giudici 13:17) e per una litania lauretana («O Causa Nostrae Letitiae»). La serie di preghiere contemporanee contenute nel Breviario scardinano quindi violentemente la religione tradizionale e pongono al centro della pagina alcune immagini inedite di dio e della Madonna. Tutto diviene materia, come ad allontanare un rapporto esclusivamente spirituale con la divinità: il fedele cerca il contatto, il rapporto diretto privo di qualsiasi mediazione. Questa volontà si esprime attraverso espressioni violente, concrete, quasi sacrileghe. Anche la ritualità si fa materia e le preghiere si trasformano in filastrocche, in forme rituali e apotropaiche che sostituiscono al dio cristiano uno totemico. Si perviene così a una nuova teogonia costituita sì di un linguaggio esoterico ma al tempo stesso concreto, immediato, apparentemente comprensibile («Dammi parole cifrate, ma le più | chiare possibile, per costruire la mia teogonia»).

E se dal 2009 Alessandra Conte si ritrova a presentare pressoché ogni anno Breviario di novembre, si deve proprio alla potenza del linguaggio utilizzato e alla struttura che unisce e potenzia i testi creando un immaginario inusuale, e tutto ciò dimostra che la prova del tempo sta dando un ottimo esito.



Giusi Montali

giovedì 12 novembre 2015

"Breviario di novembre" di Alessandra Conte: una presentazione a Compiobbi (Fiesole)

I libri di poesia durano quel che durano, come gli altri libri del resto. A volte scompaiono, poi riemergono quando decidono loro, altre volte scompaiono per sempre o quasi. Certi galleggiano e poi sprofondano. Va così, inutile occuparsi più di tanto di questo. I critici possono avere un peso in questo su e giù, ma non sono sempre loro a essere determinanti. Ci sono sempre stati i critici che abbassano la cresta a un autore fortunato e innalzano dai fanghi dell'oblio un autore scordato. A volte queste operazioni sono argomentate e in buona fede critica, quindi interessanti e salutari, altre volte mi pare che lo siano meno e possono rivelarsi un po' pretestuose, uno stratagemma vecchio come il mondo attraverso il quale il critico cerca di far notizia e quindi cerca facile visibilità, in primis per sé. Certi libri di poesia, a distanza di sei anni dalla pubblicazione (un'eternità!), senza particolari spinte promozionali continuano a compiere un tragitto, a scavarsi una trincea e a interessare nuove persone, magari appartenenti a più "sfere disciplinari". Sembra questo il destino di Breviario di novembre di Alessandra Conte, uscito per l'editore Raffaelli nel 2009, un insieme di testi che di anno in anno continua a trovare un lettore nuovo o una situazione nuova dove essere presentato e letto. Al libro sono arrivato tempo fa grazie a Marco Scarpa, un amico poeta che legge molta poesia. (Ho scoperto che tra chi scrive poesia non è automatico leggere molta poesia; inizialmente ciò mi pareva una cosa strana, poi mi sono detto che è un'opzione come un'altra e alla fine conta il risultato: insomma, forse si può anche leggere poco e arrivare a scrivere belle poesie.)

Sabato 14 novembre Alessandra Conte sarà a Compiobbi, ospite della biblioteca della frazione di Fiesole. Con l'occasione combino una cosa che volevo fare da tempo, cioè pubblicare un paio di testi da Breviario di novembre. In realtà l'operazione è un po' rischiosa, visto che per me è stato uno dei libri che ho più apprezzato nella lettura in sequenza e credo che meno di altri si presti agli "assaggi". Ad ogni modo andrà bene anche pubblicare soltanto i due testi che seguono, per oggi. Il mese poi è quello giusto.



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Breviario di novembre
di Alessandra Conte
(Raffaelli Editore, 2009)

presentazione alla biblioteca comunale di Compiobbi
(Via Romena 58, lato piazza Etrusca, Fiesole - FI)
sabato 14 novembre ore 16:30

appuntamento a cura dell'associazione Amici della biblioteca di Fiesole,
con il Palinsesto e Coop Firenze Nord
(INGRESSO LIBERO)

Seguirà la condivisione del libro La chimera
di Sebastiano Vassalli
Letture a cura di Tamara Tagliaferri
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“Un tè con i morti. Breviario di novembre, dal 2009 un evergreen tra I tre porcellini e La carica dei cento e uno. L’autrice ne dice: "amo le costruzioni per negazioni, non vorrei che il lettore non pensasse che non sia un libro senza capo né coda, allego il testo incipitario ed il corsivo di chiusura. Sono felice di essere stata invitata alla stessa serata con Sebastiano Vassalli”


La suora bambola chiama
nel suo letto di noce che sale
con le pareti che si perdono
ancora più in alto, dove i rondoni
gridano e circondano di voli
i morti, fatti di scritture
e guano seccato.
I muri di Galugnano esalano
foglie di tabacco e voci
di donna grossa,
che gioca a domino con le lupe
e vince, e ha già perso.


Un soldo,

per aggiungere tempo al tempo
e dare il modo ai verbi sciolti.
Un soldo sotto la lingua
e sperare l’assoluto.
Un soldo a decantare
i sali del reflusso.

Là dove le mani non arrivano
si deformino i verbi e i nomi
si bagnino i contorni di nero china.
Da dove la voce non esce
si sfibri il laccio.

E il traghetto ondeggia
tra un braccio e un altro
intravisto solo come orizzonte.



(Per proseguire nella lettura potete trovare altri testi qui e soprattutto qui, dove si pubblicano anche alcune "carte" con cui Lia Malfermoni ha illustrato Breviario di novembre.)

mercoledì 27 novembre 2013

Nino Pedretti, finalmente. Un'intervista con Tiziana Mattioli

Librobreve intervista #30

Di Nino Pedretti non è la prima volta che qui si parla. In passato avevo riportato due splendide poesie da Al vòuşi e altre poesie in dialetto romagnolo, le quali stanno ancora in questo post(o) qui. Come può accadere con mostri simili denominati blog, da quel post è nato uno scambio con Manuela Ricci di Casa Moretti, quindi con l'editore Raffaelli, artefice di una bella cavalcata di riscoperte pedrettiane e poi, da Walter Raffaelli, è partito il contatto prezioso con Tiziana Mattioli, protagonista delle curatele delle opere di Pedretti, ma anche di altri poeti dimenticati e ripresi dall'editore riminese (come ad esempio Franco Scataglini). Da lì, il passo (breve) a quest'intervista per Librobreve. In questi ultimi tempi c'è un buon fermento attorno a questo autore, a lungo tralasciato dai dibattiti, e che fu pure traduttore (di Sylvia Plath, ad esempio). Oltre al libro succitato di Einaudi, per il quale si era mosso anche Dante Isella, si è visto davvero poco. L'editore Raffaelli però ha iniziato a presentare un'ottima scelta della sua produzione, che non è solo dialettale. Ed è anche di questa produzione che parleremo nell'intervista seguente, un testo - lo scoprirete - davvero bello, con immagini potenti e per il quale desidero ringraziare nuovamente Tiziana Mattioli.

Prima di lascivarvi all'intervista voglio solo ricordare che si susseguono gli appuntamenti pedrettiani in questi mesi invernali. Il 10 dicembre, a Cattolica, al teatro Snaporaz, potrete assistere a uno spettacolo-lettura, di e con Silvio Castiglioni, intitolato TuttoPedretti (poesia, monologhi, teatro per ragazzi), con le musiche del figlio dell'autore, Paolo Pedretti. Il 17 gennaio, a Rimini, avrà luogo la messa in scena di L'uomo è un animale feroce al Teatro degli Atti.

LB: Finalmente si sta spostando l’asse attorno al quale ruotava il pianeta della scrittura di Nino Pedretti e si intravedono delle interessanti iniziative all’orizzonte, non solo legate ai libri. Insomma, forse è il preludio a una nuova stagione. Potrebbe fare una rapida carrellata e illustrarci cosa “bolle in pentola”? 
RISPOSTA: Lei usa un’espressione estremamente appropriata per Pedretti, quando accenna ad un “pianeta della scrittura”, perché le pagine di Nino sono vaste e fermentanti, la sua tastiera sperimentalmente ricca, con latitudini d’ascolto più che europee. Nord e sudamericane anche, se si vuol tener conto della sua tesi di laurea sulla “poesia e musica negra d’America”, quindi delle traduzioni dalla Plath, dalla Sexton, e delle sue letture (tra le quali sono inscritte, in un suo elenco, quelle di Ferlinghetti, Snyders, Snodgrass, Ginsberg). Pedretti è un poeta di molte lingue, non solo perché le possedeva strumentalmente, ma perché, da linguista qual era, ne viveva il retaggio ancestrale, la “testimonianza del sangue”, la verità “organica”, e tutto questo poi trasferiva in una scacchiera assai vasta, per generi e per immagini, per modi di rappresentazione: poesia in dialetto e in lingua, monologhi, racconti, fantastorie, teatro per ragazzi, traduzioni. Una scacchiera che svaria dalla tensione epigrammatica della poesia dialettale al magma, restituito a ‘montaggio’, della più matura poesia in lingua, con uno sguardo inevitabile a Pound, a Eliot (pur con una qualche distanza, di radice specialmente etica) mentre una forte affinità si affaccia con la scrittura cosmogonica di Rilke, nell’inseguire quel “logos della terra che muta” e coglie nell’attimo, attraverso il dolore, l’invisibile e l’incognito che si accampano nelle fenditure del tempo e dello spazio.
Paradossalmente, e grazie alle ricerche d’archivio, del grande poeta dialettale esploso dopo i cinquant’anni con le sue Vòusi, nel ’75, sono arrivate a noi tante scritture in lingua di straordinaria valenza (e bisognerà dire, di più facile accesso a un più vasto pubblico di lettori). Un sommerso più che equivalente a quanto era noto. La breve vita di Nino, morto nel maggio dell’81, ha fissato in poco più che cinque anni la sua splendida parabola di scrittura. Cinque anni e cinque libri: tre di poesie in dialetto, uno di poesie in italiano, uno di traduzione. Tutto il resto è postumo, compreso il suo monologante teatro che credo sia stato il punto saliente della riapertura di un dialogo, fuori dalla scena e sulla scena. Dal 2011 ad oggi sono state fatte tante cose. Pubblicazioni, volute e sostenute dall’editore Raffaelli (Monologhi e racconti; Grammatiche; Gli uomini sono strade –ristampa; Poesie inedite in lingua italiana; Tre donne –riedizione; Per Nino Pedretti: vòusi –atti di convegno); messe in scena teatrali e letture radiofoniche ad opera di Silvio Castiglioni (L’uomo è un animale feroce); due corsi universitari, sul teatro di Nino e sulla sua poesia; un convegno; varie presentazioni. Tanto, insomma, ad opera di tanti amici ancora desiderosi di lavorare ad un progetto comune che sarà verosimilmente una interrogazione più sistematica della scrittura scenica e, per quel che mi riguarda, la restituzione di nuovi inediti di poesia dialettale, a testimonianza che quella che Pedretti dichiara essere, per lui, una “relativa fedeltà alla poesia” era davvero, invece, la sua “faticosa gioia”.


LB: Se dovesse consigliare ad un lettore che finora non ha mai letto nulla di Pedretti un titolo da cui partire, dove si orienterebbe?
RISPOSTA: Mi è capitato un giorno, in una libreria di Urbino, di essere fermata da un signore (un non addetto ai lavori) a cui avevano venduto Grammatiche. Monologhi e racconti inediti. Mi ha ringraziata, come curatrice, per avergli reso possibile la lettura di qualcosa di veramente “fresco”. Ecco, forse direi di cominciare da qui, da questa modernità, aggiungendo l’altra parte dell’intero che appunto sono i Monologhi e racconti curati da M. Ricci ed E. Grassi. È una via d’accesso straordinariamente intrigante e accogliente per quanto, in tale galleria dell’uomo comune, ciascuno può leggere di sé. Sono “storie terremotate” (come diceva Roversi), storie terremotate dell’anima, dove nulla accade ma tutto improvvisamente si rovescia, in un debenedettiano e visibile divorzio “tra un uomo e un mondo”.


LB: Pedretti è meritevole di un’attenzione finalmente nazionale. Finora è stato costretto dentro cerchie limitate. Quali sono le chiavi e i temi principali per aprire le porte di un pubblico più allargato? Quali i tratti distintivi della sua produzione poetica, in prosa e, se possibile, la sua cifra di traduttore?
RISPOSTA: “Pedretti è uno dei rari poeti per necessità in un tempo ricco di poeti per convenienza o per casuale coincidenza”. Scriveva così Carlo Bo, presentando La chèsa de temp. È un’affermazione che può estendersi oltre, fino a comprendere tutta la scrittura di Nino, che nasce sempre da un’urgenza di verità non tanto o solo intima, piuttosto metafisica e certo universale. Ma tutto si gioca sempre sul piano della realtà. Una realtà che lievita in folgoranti metafore, in immagini di sconvolgente forza visionaria. Le parole e le cose quotidiane, la vita comune degli uomini comuni, sono continuamente sottoposte, per processi inavvertiti, a scatti, a sconvolgimenti, rovesciamenti impensati di situazione. Una sorta di conversation e subcoversation, come dice Nathalie Sarraute, dove non esiste confine tra il dentro e il fuori di noi, ma una perpetua permeabilità che si installa sul grado zero della vita, per questo nostro essere trascinati dal nulla verso il nulla. E però la parola di Pedretti non è mai dimissionaria. C’è un senso etico potente, pur nella consapevolezza del vuoto. C’è uno stare nel tempo, pur nella coscienza della sua rotolante indifferenza a noi. E c’è un presagio, un senso di finis terrae, la visione di una civiltà giunta al declino. Per queste, e molte altre ragioni, anche di pura bellezza, o asprezza, della parola e della forma, penso che Nino Pedretti vada considerato e riconosciuto come un poeta nostro, di tutti, e grande, di voce inconfondibile.
Per la traduzione, mi sentirei di dire che soprattutto, per Nino, tradurre è un riconoscersi nello stesso dolore, uomini o donne o cose, non importa. Ed è un grido, di solitudine feroce, lanciato da una vetta all’altra, di fronte al baratro.


LB: Spostiamoci ora sul versante editoriale della faccenda che vede impegnato in primis l’editore Raffaelli di Rimini. Lei ha curato più di un titolo, poesie e anche un saggio. Ci può brevemente descrivere questi titoli? Ve ne sono altri in preparazione?
RISPOSTA: Cosa si può dire di un amico coraggioso? Walter Raffaelli è questo, per me. Un editore che osa, e che investe, in tempi calamitosi. Ci siamo riconosciuti (ma ci conoscevamo da tempo) in una comune passione per la scrittura di Pedretti. Lui, in verità, era partito da lontano, pubblicando nel 2003 una inedita plaquette giovanile di Nino, Le pepite d’oro, curata da Manuela Ricci. Contemporaneamente, ma inconsapevoli l’uno del fare dell’altro, nel 2011, mentre io lavoravo ai materiali d’archivio, lui pubblicava Monologhi e racconti, da un dattiloscritto più vasto rispetto all’edizione già data da Brevini (L’astronomo, Mondadori 1992). A questi abbiamo voluto aggiungere i nuovi monologhi inediti riemersi dall’archivio, col titolo che Pedretti aveva pensato: Grammatiche, e poco dopo le Poesie inedite in lingua italiana, a corredo della riedizione de Gli uomini sono strade. Io ho cercato di spiegarmi queste ‘grammatiche’, questo titolo alieno affiorato dalle carte, e la sua funzione rispetto ad atti performativi, o pensati come tali (e all’eventuale rapporto di tale teatro con le altre scritture in prosa). Nel secondo caso, la grande domanda era il silenzio. Perché, dal 1942, la data del testo più antico di poesia in lingua italiana (e più antico in senso assoluto), Pedretti avesse atteso il ’77 per stampare l’unica sua raccolta in lingua. Perché avesse dovuto quasi prendere coraggio dal successo della sua scelta dialettale. E ancora perché le tre ipotesi preparatorie de Gli uomini sono strade, rinvenute tra la biblioteca di Santarcangelo e la casa pesarese di Nino, fossero state così radicalmente ripensate, e specialmente sforbiciate dei testi più ideologicamente impegnati, scritti fra il ’68 e il ’69, anni di ritorno alla poesia, dopo una lunga pausa avviatasi alla fine del ‘59.
Nel frattempo, per i miei studenti, quasi a coronamento del corso, avevo promosso un seminario di studi, i cui atti ora sono a stampa sempre sotto l’egida raffaelliana (Per Nino Pedretti. Vousi). Ne siamo orgogliosi, perché di fatto questo volume (nato da intenzioni più semplici ma poi cresciuto, per la qualità e larghezza dell’interrogazione) risulta essere la prima monografia su tutta la scrittura di Nino, che pur ha avuto interpreti di altissimo prestigio. Inappellabili, sul versante della dialettalità. Dei progetti venturi, con qualche immediatezza, le ho accennato più sopra, e appunto continueremo a interrogarci sulla scrittura teatrale, anche al di fuori delle sue forme codificate (questa inclinazione, insomma, di Pedretti a costruire sempre delle personae come esito di una forte spiritualizzazione metaforica). Mi piace però dire che è arrivata, via stampa, la proposta di Davide Brullo di mettere in scena la traduzione pedrettiana della Plath. Speriamo che qualcuno raccolga l’invito. Intanto, comunque, sta girando L’uomo è un animale feroce, nei teatri e in RadioRai, e stiamo preparando varie presentazioni, tra Roma e Milano, tra Marche e Romagna.


LB: Potrebbe scegliere una poesia di Pedretti per congedarsi dai lettori?
RISPOSTA: Volentieri. Dagli inediti in lingua, anche per dar conto che appunto non si tratta di materiali di scarto ma solo di verità sommerse. Per non approfittare troppo dei lettori, mi tengo su un campione di relativa brevità. Non ha titolo.


Fare il poeta è più triste che mangiare
i fichi, meno dolce
che vedere la luce sul corpo
d’una ragazza. Cos’è dunque questa
cosa
a parte una certa incapacità
orgogliosa, che cos’è dunque la poesia?
Se vai sghembo per le case alla sera in
autunno su per un’erta e vedi i cavalli
e sai di morire. Se ti passa per la pelle una
sera e sai che quella sera è
raccolta da uccelli ombrosi e per sempre
rapita. Se Dio mio la mattina col sole
ci sono dei ritmatori che turbano le menti
rozze e fanno lievi le mani, se insomma
io, uomo offuscato, miasmatico e disattento
ti chiamo, è segno che una strada passa
fra queste rovine.

mercoledì 24 luglio 2013

Paolo Valesio e "La mezzanotte di Spoleto"

Tra i miei coetanei non riscontro particolare attenzione nei confronti della scrittura che, non da oggi, Paolo Valesio ha saputo muovere e lanciare dalle sponde di due continenti. Forse è un'impressione errata e come tante "impressioni" lascia davvero il tempo trova. Questo tipo di interventi non si dovrebbero infatti costruire a partire da impressioni, ma da dati, prima di tutto testuali. Tuttavia, credo sia giunto il momento di approfondire, per quanto è possibile in questo spazio limitato e dedicato ai libri e all'esperienza di lettura, la conoscenza della poesia di Valesio, sfruttando l'occasione di una sua recentissima pubblicazione, dopo che lo stesso si è speso letteralmente una vita per la poesia italiana in terra americana. Valesio è infatti "Giuseppe Ungaretti professor in Italian Literature" alla Columbia University, e da molti anni si impegna nella diffusione della poesia degli altri. (Detto per inciso io trovo importanti e insostituibili queste figure di poeti che "fanno" generosamente per la poesia altrui, che non si chiudono a nuotare soltanto in un atollo autoreferenziale, sperimentando così anche le non poche frustrazioni, i muri di gomma o le ottuse sordità che presenta, troppo spesso, il dialogo tra chi scrive poesia e chi ancora la critica.) Ora l'interrogativo diventa circa questo: che cosa scrive Paolo Valesio poeta? In Italia si legge Valesio? Ora che il nostro autore si avvia alla conclusione di una lunga presenza accademica negli Stati Uniti e si prepara a un ritorno in Italia, sembra emergere nel poeta Valesio il desiderio di metter mano a raccolte che per motivi disparati "erano rimaste inedite". L'editore Raffaelli di Rimini, sempre tipograficamente impeccabile, nella bella collana intitolata "Poesia contemporanea" diretta da Gianfranco Lauretano, ha da poco pubblicato La mezzanotte di Spoleto (pp. 94, euro 13, prefazione di Alberto Bertoni, questo il link della pagina del sito dell'editore da dove si può acquistare il libro). 

Dirò subito che ho percepito questo volume, un cronotopo sin dal titolo, quasi come un film, in due tempi, con un mirabile secondo tempo, laddove ho ascoltato le poesie che a me sono sembrate più belle. E l'apice della concentrazione si trova, quasi come nella sezione aurea di un segmento, nella penultima sezione (penultima se escludiamo il breve Epilogo) intitolata Via Vaita De Domo, dal nome di una bella via spoletina. Lì sono le poesie che per me (a me) rimangono. In fondo ogni libro che resta, resta in prima battuta per alcune poesie. Così come dei romanzi, pur belli nel complesso, a volte restano soltanto due pagine, ma importanti. E le poesie che restano sono sufficienti per andare a riscoprire le altre poesie a distanza di anni, dopo che è passata altra vita in chi le legge. Spesso il discorso si ribalta, e le poesie che erano più piaciute un tempo, passano quasi in secondo piano. Così capita a chi scrive qui. Chissà cosa capita a voi. Sono cose normali. Ad ogni modo, per coerenza con quanto ho appena scritto, prima di addentrarmi nel libro, lascio spazio a uno dei testi che più mi ha colpito, quello dove la mia "dog ear" sulla pagina è stata più immediata e marcata. A dire il vero, i libri dell'editore Raffaelli sono oggetti così curati e belli che a volte placano la mia mania per catacretiche "orecchie" sulle pagine. (Potrei essere più disciplinato, usare altri sistemi. Tuttavia non posso fare a meno delle orecchie, soprattutto in poesia, per quando il libro viene ripreso in mano a distanza di tempo, come dicevo sopra.). Ecco il testo di Desiderii, contenuta appunto nella sezione già menzionata.

Quasi occorre ogni giorno e ricorre:
il desiderio di una mano
che rapida emergendo
dalle lagune della terra
con carità chirurgica trascorra
lungo la gola 
tagliando la miseria della vita.

Quasi occorre ogni giorno e ricorre:
il desiderio di una mano
che spinga urga prema fin che passi
il molle muro delle nubi e cielo
e si posi alla fine sulla spalla -
ravvivante tocco; ma sopra tutto
orientamento di dovere
e di interna giustizia: per potere 
ritrovare la sorgiva
da cui esce e geme il fiume
della conversazione con il mondo.

La prima parte dell'opera è quella che si presta per la titolazione del volume. Perché Spoleto e perché mezzanotte? Perché questo ennesimo cronotopo nella scrittura di Valesio? Chi conosce la vita della città umbra, si ricorderà del "Festival dei Due Mondi", una delle più belle rassegne estive tra quelle che si tengono ogni anno sulla nostra penisola e in quella regione abbracciata da una sorta di nostalgia del mare che è l'Umbria. Lo sfondo cittadino in festa diventa scenario di una storia d'amore: un uomo e una donna. I versi sono stati scritti alla fine del secolo scorso e io credo trovino la loro forza in una sorta di "installazione" che contempli la voce, le modulazioni e lo scenario (l'unità di luogo, si potrebbe dire con Aristotele). Il brano poetico della prima parte risente delle frequentazioni col teatro e con la musica (nella sua nota Valerio desidera ricordare Gian Carlo Menotti). In un certo qual modo diventano versi site-specific, per usare un'espressione che Andrea Cortellessa ha felicemente mutuato dal lessico della critica d'arte per parlare della poesia di Antonella Bukovaz. Eccone qualche passaggio, da Monteluco:

Il bivio è nella pelle e nella mente.


Il presente è essenziale e incomprensibile;
il futuro, inguardabile; il passato
intoccabile.

E resta l'altro: il bivio 
del lavoro mentale
(con il cervello teso
a sollevare sacchi
a travasare secchi).
Che cosa fa la mente
con gli anni del peccato?
Può lasciarli cadere - 
senza nemmeno bollarli "anni sciupati",
schiacciandoli al disotto del giudizio -
nel vuoto del tempo universo;
o ricercarne con passione il senso:
ogni ora di vita ha da servire -
anche la più sassosa
anche la più fangosa -
a lastricare il cammino
per l'Ascesa del Monte.

Come ho già lasciato intendere, nella seconda parte del libro si concentrano, almeno per chi scrive, le prove più durature della scrittura di Paolo Valesio, quei testi in cui la lettura singolare e privata della poesia restituisce vita ai lettori. Alberto Bertoni, nella breve nota introduttiva, sottolinea di passaggio un aspetto molto importante. Anzi, almeno un paio di aspetti assai rilevanti. Scrive il poeta modenese: "La scrittura di Valesio non cade mai nell'errore, oggi assai diffuso, di una prosa spezzata artificiosamente in versi (e in versi autenticamente liberi), manifestando da subito la necessità della sua versificazione, prosodicamente calibratissima." Aggiungo che questo libro riporta a galla una questione davvero sommersa e trascuratissima, che tra l'altro si salda con le origini e le grandi espressioni di quella che comunemente chiamiamo la nostra storia letteraria. Penso naturalmente all'avvicendarsi tra Francesco d'Assisi e Iacopone da Todi, alle origini della poesia religiosa, ma penso anche, con un salto di un paio di secoli, a quel Savonarola che Valesio chiama in appello nell'importante epigrafe del suo Prologo: "Io vivo nelle ombre dell'ignoranza come un assente".

Leggendo e rileggendo questo libro mi sono chiesto, forse banalmente ma più di una volta, qual è e quale potrebbe essere lo spazio di questo autore appartenente a quella strana generazione italiana a cavallo dei Trenta e Quaranta (Valesio è nato a Bologna nel 1939) all'interno della perversa circuitazione poetica dell'Italia attuale. Non è propriamente l'interrogativo che ci si dovrebbe porre quando siamo alle prese con la poesia, ma è il motivo per cui ho esordito in quel modo qualche riga fa. Vedete, il recente libro di Paolo Valesio mi offre lo spunto per ribadire una piccola grande convinzione che si sta facendo sempre più dura: credo esistano dei sentieri sin troppo segnati nella scrittura e nella lettura, una certa sicumera sparsa che sa già ciò che è lecito o non lecito scrivere in poesia all'altezza del secondo decennio del terzo millennio (cosa vale e cosa non vale si direbbe in termini ludico-infantili). Ma nella realtà, chi può stabilire questo? Chi può vantare questa sicurezza? Non mi sta bene che qualcuno stabilisca un libro dei divieti (divieti che - si badi bene - hanno anche un'accezione positiva in poesia, quasi "creatrice", ma soltanto se provengono autenticamente dalla voce del poeta). Non sarebbe meglio vivere nell'incertezza più totale quando avviciniamo la poesia? Mi ponevo questa serie di domande perché sono abbastanza certo che il tono e il passo di Valesio, assieme ai suoi temi e a tutto il portato della sua scrittura, possano risultare "ostili" a questa sicumera diffusa che purtroppo, molto spesso, fa la scena poetica di un paese. Bertoni, tra le altre cose, nella sua utile nota che però avrei visto meglio alla fine, rimanda in modo interessante a quella diglossia che potrebbe accomunare il nostro alle esperienze di Anna Maria Carpi o al transfugo norvegese Luigi Di Ruscio (troppo spesso, trascurato e pubblicato da un editore caparbio ma penalizzato nella distribuzione come Editrice Zona, e poi fortunatamente anche da Le Lettere e Ediesse). Interessante è anche l'esempio sintattico che Bertoni riprende in sede prefatoria. Ecco, quest'insieme di dati forse concorrono a non trasformare la poesia di Valesio in una poesia progettata per aderire alla perfezione coi palati poetici italiani. Rischia di rimanere appiccicata ai palati, di aver bisogno di ulteriore masticazione paziente, prima di diventare bolo e nutrimento, digestione. In questo la lunga vita americana del nostro autore può aver giocato un ruolo importante. Tuttavia, rimaniamo mammiferi anche quando leggiamo la poesia e il nostro tubo digerente è tutto un pezzo, dalla bocca allo sfintere, e osserva quel movimento peristaltico che, pur non evocando raffinati orizzonti di poesia come il respiro, è anatomicamente quanto di più vicino alla poesia esista.

(Esiste su Youtube un video girato alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University lo scorso marzo. Trovate Paolo Valesio, Davide Rondoni e Dave Johnson in conversazione. E lì si parlava proprio del libro di cui qui ho provato a suggerire l'apertura e l'ascolto, curioso come sarei di sapere dove si posizionano le vostre "dog ears".)



giovedì 22 novembre 2012

"Mac(')ero", l'esordio di Marco Scarpa

C'è un'inquietudine di fondo che lega alcune esperienze di scrittura poetica, soprattutto tra i più giovani? Mi chiedevo semplicemente questo, apprezzando la prova d'esordio del poeta trevigiano Marco Scarpa, intitolata, con un uso inconsueto dei segni tipografici, Mac(')ero (Raffaelli, pp. 100, euro  12). Ci troviamo davanti un titolo che sembra quasi condurre, ironicamente, a quello che è spesso il destino di tutti gli esordi di poesia (il macero) e opporre, avversativamente, quell'istanza di presenza contenuta anche nella chiusura della poesia intitolata Rifiorire: "La prima cosa da fare / è ammettere di essere vivi". Ma in quale paesaggio si colloca questa poesia? La cruna dell'ago necessario, il passaggio obbligato per amare fino in fondo questa poesia, è rappresentato da Eugenio Turri, il grande geografo chiamato in causa un paio di volte nelle epigrafi delle sezioni, con frammenti da quella opera eccezionale tra le altre che fu Il paesaggio e il silenzio. In una di queste epigrafi, Scarpa estrapola una parola che attraversa per intero l'asse della sua scrittura: "Di giorno in giorno tutto si consuma, anche le cose costruite hanno il giorno dopo il segno di un'usura, un'usura del visibile, il primo annuncio del loro diventare detriti, deiezioni della storia".

Poesia e deiezione. Ecco i due punti sui quali scorre un asse portante di questo libro. La deiezione in Turri (e in Scarpa) sembra porsi in equilibrio difficile tra le sue valenze multiple in ambito medico, geologico e filosofico. E se in poesia non mancano grandi esponenti per ciascuna di queste singole valenze, poche volte si è provata una sintesi che non sia facilona e cascante. Questo poeta, per tentare l'impresa, sembra aver assorbito il succo migliore dei dettati di Grünbein e della sua bravissima traduttrice italiana, Anna Maria Carpi, e che sia andato oltre le case e i muri di Umberto Fiori

Farci scala e salendo, corpo
che muta, si estende, eretto
si danna, nulla più di una piana
priva d’acqua nel ritorno distesa
nulla più di sgranare la fame
                            per troppo cibo.

Se Grünbein – lo abbiamo scritto – ha lasciato un segno, il corpo diventa orientamento, la nostra unica arca per trarre in salvo gli spazi dall’alluvione disordinata dei tempi

Tengo le caviglie distanti da terra
le mani sudate per sfoghi accennati
mentre il groviglio si cuce a sussurri
la voglia ardente di calpestare
la vita, l’ambire alla presa, vibrare
e mai dome le dita, strozzare quel poco
che so e che uso per stare a galla.
Questo io vivo ed è come il salto
in alto con l’asta, solo che atterro
male e rimango disteso a lungo.

Alcune poesie sono caratterizzate da un movimento in due tempi, scandito anche tipograficamente con allineamenti diversi, con una seconda parte posta tra virgolette. Questa intelaiatura appare una mossa indovinata, un insolito convincente filtro tra reale e irreale, come in questa

L’altra ragione, quella che rimane muta
muta il piccolo che s’insinua nelle fessure
quelle mancate, sfuggite alle correzioni
vaghe ed imprecise, casuali.

“Controllo le linee verticali, gli stimoli
le cime degli istinti ma le linee stese
sgusciano tra i piedi, perdono la pelle
fanno scivolare i miei problemi a valle
tra i sassi dove alle dita non basta lo spazio
lo scanso, dove la spinta è impedita”.


Non è facile vivere, provare a vivere all’altezza del proprio tempo e dei propri tempi. Questo Marco Scarpa lo sa bene e lo sa dire bene, soprattutto in una sezione come Masserizie, apostrofata da una bella citazione da Sanguineti (“Bisogna averci un po’ di voglia di morire, / per aderirci, al vivere.”). Tale consapevolezza è limpida in poesie come questa

La beffa alle mani, lo smacco alla presa
mancata all’incastro, scivolata
tra le forme squadrate delle pareti,
ai margini spinte le pene, le frasche
scostate senza peso, i bordi allungati,
periferie che del centro
                            nutrono l’ingorgo.

Ritorno per un istante a Turri. Il paesaggio di queste poesie è una presenza potente, pur in una discrezione che non diventa banale sfondo o background predisposto allo show di fotogrammi detritici, dei crolli, della malattia. In questo paesaggio pare sia già tutto accaduto, eppure vige un principio di attesa che rilancia, tra la resa e la disfatta che non escono allo scoperto ma che stanno rintanate “[…] tra le pietre più basse, quelle / su cui frana tutto e da lì non si spostano”.  

Sebastiano Gatto, nella sua bella e utile prefazione (non è scontato che una prefazione a un libro di poesia sia utile!), parla del “libro delle cose rimaste, delle cose salvate e delle fondamenta (tanto in senso metaforico, quanto in senso letterale) su cui ricostruire. Ma perché l’esito sia tale, perché davvero le macerie possano trasformarsi in fondamenta, c’è bisogno di esperire fino in fondo un tempo e uno spazio dolorosi e incerti, il tempo e lo spazio necessari a scoprire se tra le rovine si annidi qualcosa da cui ripartire.” Non è scontato nemmeno che qualcosa da cui ripartire esista per forza, ma è a questo punto che si pone in tutta la sua importanza la deiezione, in tutte le sue valenze, quel binomio riuscito di questo esordio in cui riusciamo già a intravedere molto e altri importanti passi della scrittura di Marco Scarpa (sia detto in chiusura, un binomio lacerante, a suo modo doloroso, come guidare un'auto al mattino dopo aver letto e fatto proprie le pagine di Turri, dal suo paesaggio al suo silenzio).