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martedì 18 ottobre 2016

Tradurre in italiano Coetzee, Gordimer, Joyce, Fitzgerald, Mansfield, Morrison, Naipaul e altri. Intervista a Franca Cavagnoli


Librobreve intervista #70
 
Franca Cavagnoli
Esce per Feltrinelli il 20 ottobre Un ritratto dell’artista da giovane di James Joyce nella traduzione di Franca Cavagnoli (pp. 320, euro 9,50). Scrittrice e traduttrice, Franca Cavagnoli ha pubblicato per Frassinelli i romanzi Una pioggia bruciante (2000, Feltrinelli Zoom 2015), Non si è seri a 17 anni (2007) e Luminusa (2015). Ha pubblicato anche La voce del testo. L’arte e il mestiere di tradurre (2012; Premio Lo straniero 2013) Mbaqanga (2013) e Black (2014). Ha tradotto e curato opere di J.M. Coetzee, Nadine Gordimer, Katherine Mansfield, Toni Morrison, V.S. Naipaul. Per Feltrinelli ha curato e tradotto anche Il grande Gatsby (2011, premio Von Rezzori 2011 per la traduzione letteraria) e i Racconti (2013) di Francis Scott Fitzgerald. 

LB: Qual è l'ultimo libro che ha tradotto e quale è stata invece la sua prima esperienza di traduzione letteraria? Che ricordo ne conserva?
R: L’ultimo è Un ritratto dell’artista da giovane di Joyce, che esce in questi giorni per Feltrinelli. È uno dei libri più importanti della mia adolescenza e desideravo tradurlo da molto tempo, ma non mi sentivo mai pronta. Anche il primo è stato un romanzo irlandese – La ragazza dagli occhi verdi di Edna O’Brien, uscito per e/o. Ricordo lo smarrimento, la perenne sensazione di non farcela, un forte sentimento di impotenza.

LB: Oggi immagino che tutti traducano direttamente al computer ma immagino altresì che non sia stato sempre così. Al di là delle possibilità di controllo e revisione globale del testo che un qualsiasi software di elaborazione testi consente, pensa che questo cambiamento abbia dei riverberi sul risultato che magari non sono ancora stati studiati? (Mi ha colpito la sua annotazione sulla "s" del nome Gatsby che, in fase di traduzione, lei digitava "z", riportando il personaggio nell'alveo del suo nome originario James Gatz. Con una penna in mano sarebbe successo?)
R: Certo che sarebbe successo. Non ha a che fare con il mezzo con cui si scrive – il computer o la macchina da scrivere. È un lapsus. Quella ‘z’ ha cominciato a venire fuori a un certo punto della traduzione, durante la scena al Plaza, ed è stata rivelatrice. Per me Jay Gatsby è tornato a essere James Gatz in quella scena lì: il sogno ormai langue e l’illusione si schianta a terra in mille schegge.

LB: Nella sua prefazione alla nuova traduzione de Il grande Gatsby uscita per Feltrinelli, lei ricorda Ricoeur e quella sorta di "elaborazione del lutto" che si verifica nell'atto di accoglienza che è ogni traduzione. Qual è stato il lutto più difficile da elaborare?
R: L’ultimo. È sempre l’ultimo. E i miei tempi di elaborazione del lutto – il travaglio del lutto – sono lunghi. Riuscirò a non sentire più questo sentimento di mestizia, il distacco da Stephen Dedalus, solo fra molto tempo. 

Giuseppe Pontiggia
LB: Sempre in quella sua prefazione veniamo a conoscenza delle preoccupazioni di Fitzgerald per i risvolti e i comunicati stampa che dovevano accompagnare l'uscita del suo libro nel 1925 (libro che - ricordiamo - ebbe inizialmente un'accoglienza tiepida). Nei contratti di traduzione che ho letto mi ha sempre colpito il fatto che il traduttore dovesse fornire, contestualmente al file finale della traduzione, anche una proposta di risvolto, la quale poteva poi essere ripresa e adattata dalla redazione, così come totalmente ignorata. Mi sono chiari i motivi "industriali" di questa richiesta. Lei che ne pensa? Chi dovrebbe scrivere i risvolti e soprattutto che cosa si dovrebbe scrivere nei risvolti? (Io ad esempio confesso che per anni ho fatto fatica ad avvicinarmi al romanzo di Fitzgerald proprio a causa delle copertine e delle quarte di copertina che mi sembravano tutte uguali, scontate e ripetitive; quando finalmente ho letto il romanzo mi è parso che tutti quei paratesti e confezioni avessero solo incrostato malamente un libro che è molto altro e forse tutt'altro.)
R: Molti editori non lo scrivono nel contratto e alcuni non lo chiedono proprio. Non dovrebbe essere imposto. Scrivere un risvolto è una delle cose più difficili: bisogna selezionare attentamente ciò che si decide di inserire quando si ha a disposizione solo una ventina di righe. Dovrebbe occuparsene l’editor o il direttore editoriale: è una grande responsabilità. Ma può farlo anche chi traduce, se se la sente. Io li faccio da molti anni e ho imparato dal mio Maestro, Giuseppe Pontiggia. Un risvolto dovrebbe dare le coordinate sul contenuto e avere un valore informativo, promozionale e critico. Dovrebbe suggerire la trama e far risaltare gli elementi forti del libro: un paio, non di più. La difficoltà sta proprio qui: è difficile concentrare tanto in poche righe. Non ricordo più chi ha detto: «Non ho abbastanza tempo per essere breve». E poi il linguaggio deve essere evocativo, espressivo. Bisogna, cioè, badare alle valenze espressive e non solo a quelle concettuali, mentre la maggior parte dei risvolti è scritta in una prosa solo mediamente comunicativa.


LB: Che la poesia non paghi è vero anche nell'ambito della traduzione. Scorrendo la sua bibliografia si nota una sostanziale assenza della poesia. Effettivamente è così? E se è così, le manca poter tradurre poesia? Quale libro di poesia vorrebbe tradurre?
R: No, non mi manca. Leggo poesia – ora sto leggendo le dolenti liriche di Herbert riunite in L’epilogo della tempesta (Adelphi) – ma non ho con la poesia la frequentazione quotidiana che ho con la prosa. Non traduco poesia perché non scrivo poesia. Scrivo e traduco romanzi e racconti. Ma ho tradotto molta prosa poetica, da Sarah Kirsch a Katherine Mansfield a James Joyce. Prima di Un ritratto dell’artista da giovane ho tradotto Giacomo Joyce, una narrazione in prosa poetica, l’unico testo che Joyce ha ambientato a Trieste e non a Dublino.

LB: Sbuffa mai mentre traduce? In quali circostanze solitamente?
R: No. Se mai mi escono sospiri di autentica disperazione, quando non capisco fino in fondo quello che leggo e la ricerca che faccio non dà frutti.

LB: Chiedo un consiglio e una regola, se è possibile parlare di regola: nel caso di una traduzione di un romanzo, crede sia meglio operare continue revisioni sull'avanzamento della traduzione o cercare di concentrare e ridurre i momenti dedicati alla revisione del testo tradotto?
R: L’uno e l’altro. Alla fine della mattinata di lavoro rileggo quello che ho tradotto quella mattina. E lo stesso faccio l’indomani prima di cominciare a tradurre: rileggo quello che ho tradotto il giorno prima. E poi, quando ho finito la traduzione, cominciano le varie revisioni di tutto il libro: con il testo a fronte prima e, dopo, più letture dell’italiano senza più guardare il testo inglese, o solo occasionalmente. Rileggo più volte, e l’ultima rilettura è sempre a voce alta.

LB: Studiare teoria della traduzione è importante, oltre ad essere affascinante. La preparazione teorica di un traduttore ne aumenta sicuramente consapevolezza e senso di responsabilità. Ci consiglia un paio di testi fondamentali, uno di base e introduttivo e uno "avanzato", già immerso in questo tema?
R: Consiglierei il mio La voce del testo (Feltrinelli, Premio Lo Straniero 2013) e Traduzioni estreme di Franco Nasi (Quodlibet).

LB: Accenniamo brevemente agli aspetti della formazione dei nuovi traduttori. Che cosa si può insegnare e che cosa non si può insegnare?
R: Si può insegnare tutto, ma chi vuole imparare deve avere un’inclinazione, sentire forte, dentro, il desiderio di tradurre.

LB: Per chiudere vorrei che ci segnalasse il lavoro di qualche giovane traduttore, magari ancora non notato, che secondo lei merita particolare attenzione. Grazie.
R: Consiglierei senz’altro i lavori di due traduttrici davvero in gamba – Stella Sacchini e Camilla Diez –, che traducono dall’inglese e dal francese rispettivamente e hanno vinto il Premio Babel per giovani traduttori nel 2014 e 2015. È un premio che abbiamo voluto istituire per dare visibilità ai giovani. Da quest’anno il premio ha cambiato nome e ora si chiama Premio Babel-Booksinitaly. Abbiamo comunicato la rosa dei finalisti proprio oggi: Stefano Musilli, Luca Salvatore e Marta Silvetti.
 

martedì 23 agosto 2016

"Tre soldati" di John Dos Passos

Leggere una grande guerra #22
 
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Avvistamenti #3

 
Poche righe su libri che faremmo bene a tradurre o ritradurre (o che stanno finalmente arrivando). 


Si tratta di uno dei due romanzi giovanili che John Dos Passos (Chicago 1896 - Baltimora 1970) dedicò alla propria esperienza nella Prima guerra mondiale. Già abbiamo parlato dei suoi giorni sul fronte italiano, molti dei quali attorno al Monte Grappa, che ritroviamo anche nel suo diario L'allegra montagna di menzogne uscito per Gammarò e curato da Silvia Guslandi. Con One Man's Initiation del 1917, Three Soldiers pubblicato nel 1921 a New York dall'editore Doran (a lato la copertina della prima edizione) va a costituire un dittico importante di libri d'esordio di un narratore fondamentale del secolo scorso. Il libro racconta le vicende di tre soldati americani coinvolti nella preparazione in patria e in uno degli scenari principali della Prima guerra mondiale, il fronte francese. I tre sono Fuselli, commesso italo-americano di San Francisco, Chrisfield contadino dell’Indiana e il talentuoso Andrews, formatosi a Harvard, per tanti versi alter ego dell’autore. I tre rappresentano uno spaccato significativo dell’America bianca di allora nel momento in cui si affaccia la guerra nel ventre molle della neonata società di massa.

In Three Soldiers immaginari diversi vanno a scontrarsi nei congegni e negli ingranaggi della vita militare, nella burocrazia, nella noia e infine nelle menzogne e nel carnaio della guerra. Il congegno narrativo di Dos Passos si propone di sondare gli effetti disumanizzanti della macchina di guerra sulla paura, sull’istinto di ribellione e sull’individualità di ciascuno dei protagonisti, i quali vivono una sorta di triangolazione e danno vita a un inedito “romanzo triplice” in uno.


Nella realtà Three Soldiers, più che un romanzo della Grande Guerra, può essere il romanzo nato in seno a questa, una delle prime opere di narrativa che si è proposta di raccontare l’incontro/scontro tra America e Europa nel momento in cui una guerra europea si trasforma in guerra mondiale. I tre personaggi mostrano caratterizzazioni psicologiche assai distinte e marcate e concorrono a dar vita ad uno dei primi efficaci scandagli della solitudine dell’uomo moderno, qui colta nel momento peculiare di due mondi - America e Europa - che si avvicinano per la guerra. Di particolare interesse, oltre alla detta caratterizzazione psicologica e linguistica dei protagonisti, anche quella geografica del romanzo, nonché la comparsa di un immaginario cinematografico ormai maturo, caratteristica pressoché unica dell’opera.

Tre soldati è un romanzo di guerra che manca da troppo in italiano (scrisse a proposito F. Scott Fitzgerald, coetaneo di Dos Passos: “the first war book by an American which is worthy of serious notice”). Uscì nel 1967 in un’edizione di Gherardo Casini Editore (traduzione di Luigi Ballerini). La fatica del nostro poeta autore di Cefalonia fu curiosamente divisa in due volumi. Il titolo originale fu reso in piccolo in copertina con il ricorso all'articolo determinativo I tre soldati, mentre i titoli principali dei due volumi diventarono La lunga attesa e Il mondo cambia, segno forse di un'editoria che sulla mole di un volume ragionava in modo assai lontano da quella attuale. Diversa la fortuna dell'altro libro che Dos Passos dedicò a quella sua esperienza di guerra, One Man's Initiation, che conta addirittura due traduzioni italiane disponibili (per Gingko e Piano B edizioni).

lunedì 8 agosto 2016

"L'arte di nuotare. Meditazioni sul nuoto." Sette domande a Carola Barbero

Librobreve intervista #69


Recentemente ho intercettato il breve libro L'arte di nuotare. Meditazioni sul nuoto della studiosa di filosofia del linguaggio Carola Barbero (Il melangolo, pp. 123, euro 8) e ho deciso di rivolgere all'autrice queste domande, in pieno clima olimpico (e si sa che l'acqua fa subito la parte del leone all'avvio dei giochi). Si è parlato di nuoto in questo blog nel caso recente del post dedicato a Oliver Sacks e del suo desiderio di nuotare per almeno un chilometro e mezzo al giorno anche dopo gli ottant'anni. Tuttavia è da tempo che volevo provare a occuparmi di nuoto, sin dai tempi della lettura de La resistenza del nuotatore di Sebastiano Nata, e volevo farlo in un post più specifico. Ringrazio l'intervistata, colta tra l'altro in un pieno periodo natatorio...

LB: Ci può dire come le è venuta l'idea di questo breve libro che medita sul nuoto?
R: Ho sempre nuotato con grande passione, liberandomi di tutto e tutti una vasca dopo l’altra. Quando nuoto penso sempre molto, ma fino a qualche anno fa non credevo che le mie meditazioni meritassero di essere condivise. Poi un giorno, parlando con un’amica in un caffè di Milano, ho capito che forse mi sbagliavo. Così, quel giorno, sul treno per tornare a Torino, ho preso la mia Moleskine nera e ho cominciato a scrivere all’asciutto di quei miei pensieri che sempre mi accompagnano quando sono orizzontale e immersa nell’acqua.

LB: Pensando ai libri che trattano da un punto di vista storico-filosofico e meditativo il nuoto, non si può che tornare a quello di Charles Sprawson (L'ombra del massaggiatore nero). Potrebbe dire del suo rapporto con quel libro e di altri testi altrettanto importanti e magari meno noti?
R: L'ombra del massaggiatore nero è un libro molto bello e pieno di aneddoti. Ho letto anche Nuotare. Perché amiamo l’acqua di L. Sherr e alcuni libri scritti da nuotatori. Sulla filosofia dello sport ho letto un libro di H. Reid e uno di D. Hyland. Ma i testi più belli che ho letto sul nuoto erano romanzi, racconti, poesie e canzoni. Da D. Modugno a J. Prévert, da D. Lessing a R. Sampedro, da F. Scott Fitzgerald ad A. Merini.


Francis e Zelda Fitzgerald
LB: In forme più sparpagliate, esistono dei libri che per lei rimangono capitali come meditazione sulla pratica natatoria?
R: Nel senso in cui il nuoto mi interessa, quindi non come semplice sport ma come pratica che consente di riflettere su diversi aspetti dell’esistenza, I nuotatori di F. Scott Fitzgerald e Il nuotatore di J. Cheever.

LB: E muovendoci ad altre forme d'espressione (film, arti figurative, musica) chi ha meditato e lasciato un segno mirabile di riflessione sul nuoto? 
R: Lo spettacolo del 1907 di Annette Kellerman a New York in cui, immersa in una piscina di vetro, si esibisce in un balletto acquatico. E’ una meraviglia liquida. Un film italiano molto bello sul nuoto che si sofferma sul rapporto nuoto-libertà-amore è Giulia non esce la sera di G. Piccioni e un altro molto interessante sul coraggio e sulla forza di chi lotta per un obiettivo è Pride di S. Gonera.

LB: Sta guardando le Olimpiadi e le gare di nuoto in particolare? Che cosa le passa per la mente?
R: Certamente! Guardo nuoto, tuffi e nuoto sincronizzato. Non penso, nuoto insieme a loro, trattengo il fiato durante la gara con il cuore in gola, piango per le vittorie e verso lacrime amare per la sconfitte. 

LB: E lei? Qual è stata la più bella nuotata e dove (se può dirlo)? Ha uno stile preferito?
R: Io nuoto per passione e per vizio. Le mie nuotate più belle sono tante, tantissime. Adesso che sono in Sicilia, a Capo D’Orlando, amo nuotare andando alla ricerca dei vari scogli nascosti in mezzo al mare. Quando arrivo in spiaggia mi svesto più in fretta possibile, entro in acqua e nuoto, poi solo quando non ho più forza e fiato mi fermo un momento e mi volto indietro a guardare la spiaggia da lontano. Il mio stile preferito è il crawl, lo stile libero. Ma anche il dorso mi piace, soprattutto quando ho bisogno di guardare il cielo e riappacificarmi con il mondo.

LB: Potrebbe concludere con una citazione per lei significativa, una sorta di punto di partenza interessante per qualsiasi nuova meditazione sul nuoto? Grazie.
“Il nuotatore guarda il suo futuro”. E’ l’incipit de Nuotatori di J. Pérez Azaustre. Ci ricorda che nel nuoto, come nella vita, c’è una voce interiore che ci dice “dài, dài”, che ci spinge ad andare avanti e arrivare al bordo o alla mèta. Tutto sta a riuscire a sentirla.