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venerdì 12 dicembre 2014

"L'opera poetica" di Emilio Villa per L'orma editore

Finalmente. Ecco uno di quei libri non brevi (anche se è di una forma breve, ovvero un libro di poesia) di cui mi accontento di dare succintissima notizia. Mi sarebbe piaciuto proporvi un'intervista alla curatrice, Cecilia Bello Minciacchi. Tuttavia, come potete vedere anche dalla notizia che segue, l'evento della pubblicazione di questo libro ha un suo corollario di iniziative che preme. E allora, nel ricordare che già da un mese esiste un libro che raccoglie le poesie di Emilio Villa, che si intitola L'opera poetica, ha 782 pagine, è curato da Cecilia Bello Minciacchi, presenta una postfazione di Aldo Tagliaferri e si trova nel catalogo de L'orma editore, mi limito a menzionare i prossimi appuntamenti che vedranno protagonista questo volume, entrambi a Roma il prossimo giovedì 18 dicembre, alle 17:00 alla GNAM e alle 20:00 presso ESC. Sotto il comunicato stampa.

Emilio Villa nasce il 21 settembre 1914 ad Àffori, oggi un quartiere di Milano. Dopo il eminario prosegue gli studi presso l’Istituto Biblico di Roma, specializzandosi in assiro-babilonese e ugaritico. Nel 1934 pubblica la sua prima raccolta di versi, Adolescenza, cui segue un’intensa attività pubblicistica. Richiamato dalla Repubblica di Salò, si nasconde in Toscana; a Milano vive in clandestinità e prende parte alla Resistenza. Tra il ’51 e il ’52 si trasferisce in Brasile, dove lavora al Museo d’arte moderna di San Paolo. Tornato in Italia, a Roma, si occupa per lo più d’arte. Nel 1986 un ictus lo paralizza, lo ammutolisce. Muore in solitudine, in un ospizio presso Rieti, il 14 gennaio 2003. Rarissime le sue pubblicazioni “ufficiali”, apparse negli anni a cura di vari editori. 

COMUNICATO STAMPA:

lunedì 26 agosto 2013

Femminicidio e "femminimondo". Intervista con Alessandra Carnaroli

Librobreve intervista #21


Alessandra Carnaroli
per nulla convinta
di "Violata", una statua
che trovate ad Ancona
"Femminicidio": parola ricorrente nella statistica lessicale dei giornalisti italiani negli ultimi mesi. Eppure si tratta di qualcosa che è stato solo recentemente "tematizzato". Ora che il "tema" è salito in primo piano nell'agenda setting dei media se ne parla con maggior frequenza, metodo e continuità. Eppure c'è chi già nel 2011 pubblicava un libro di poesia interamente incentrato sul "femminicidio" e sull'oscuro e laido magazzino, sempre più carico di orrori, della violenza sulle donne. Mi riferisco a femminimondo di Alessandra Carnaroli, uscito per Polìmata (con l'Associazione "Erinna-donne contro la violenza alle donne" - Centro antiviolenza di Viterbo, pp. 100, € 10, postfazione di Tommaso Ottonieri). Ho ascoltato l'autrice leggere le poesie di questo libro durante la rassegna trevigiana curata da Marco Scarpa. Poi lei stessa mi ha contattato ed è nata questa chiacchierata attorno al libro, al suo "pre" e al suo "post". Per concludere l'intervista, Alessandra Carnaroli ha preferito regalare ai lettori di Librobreve un inedito. A chi volesse approfondire segnalo questa recensione di Cecilia Bello Minciacchi pubblicata da Puntocritico.eu.


La copertina di
"femminimondo"
LB: "femminimondo": com'è arrivato questo titolo?
RISPOSTA: il titolo è un’addizione: femminicidio (neologismo usato per definire la violenza sulle donne ritenute oggetto e preda sessuale che spesso culmina nel femicidio ovvero l’uccisione della donna in quanto donna. Un termine che individua le cause del sessismo in una cultura di tipo patriarcale, trasmissibile per stereotipi, chiamando in causa le istituzioni che nulla o pochissimo fanno per prevenire tale violenza e promuovere una cultura del rispetto) + finimondo, usato spesso nel racconto dei “testimoni” per descrivere la mattanza (è successo un). L’operazione non è riuscita visto che molti hanno interpretato il titolo come “mondo al femminile”, cose da femmina, allontanandosi dal motivo di denuncia del testo, ricadendo in quella divisione portata avanti dal femminismo della differenza (per cui le donne sono vittime e i maschi carnefici, le donne “amiche” da difendere sempre e i maschi “il nemico” da distruggere a prescindere, le donne sensibili per natura e gli uomini invalidi sentimentali e così stereotipando) che continua a non mettere in luce una delle cause fondamentali della violenza sulle donne: il rapporto di potere impari tra generi, tra chi lo detiene e chi lo subisce. Me batto il petto. 

LB: Una volta hai detto che per te la materia di questa poesia (femminicidio, violenza sulle donne) veniva prima della forma scelta per parlarne. Allora è la materia che ha scelto la strada/forma della poesia? Può sembrare una domanda marzulliana, ma perché proprio in poesia e non, ad esempio, un documentario o altro?

RISPOSTA: Perché faccio (con risultati alterni) poesia: una forma di preghiera laica, una base breve, veloce per raccontare il danno. Se vuoi molto facile per chi fatica, come me, a tenere il passo di un raccontare più lungo. Sono pigra una meraviglia e stanchevole quanto basta per andare a capo spesso. Scrivo per immagini corte quindi, tipo Lascaux, in un tentativo rupestre di procacciarmi il pranzo (cosa non si fa per). Un primitivissimo pittore di bisonti, insomma.

Rosaria Lo Russo
LB: Il lettore che prende in mano il tuo libro s'accorge subito di uno stacco profondo da tanti "dettati" più comuni della poesia attuale. Eppure io ho ritrovati, rielaborati lungo le tracce che lasci, anche molti segnali di una tradizione. Quali sono state le letture fondamentali per te?

RISPOSTA: Per femminimondo fondamentale è stata la pagina di cronaca di Repubblica: la riduzione della tragedia a trafiletto. Lo stereotipo nascosto dall’efficienza tecnica del compitino per casa. L’insinuazione della complicità della vittima (perché prostituta, straniera, divorziata o in via di separazione, perché ubriaca, perché sola di notte, perché vestita da troia). E poi, più in generale, c’è la mia attrazione bassissima per lo scrosto. Che non è impegno civile (quello l’ho costruito dopo, avvicinandomi al femminismo di piazza) né volontà di denuncia: ha motivazioni meno degne (visto che di dignità si parla tanto per giustificare inasprimento delle pene e censure). Lo Scrosto è la passione insana che dimostrano i bambini nel levarsi le croste dalle ferite, quel farsi male con piacere, per vedere cosa c’è sotto, per amor del Cicatrene. Me la porto dietro, in forme diverse, da taglio intimo a scartata a femminimondo. 
Mi si accosta spesso ad autori di poesia prosastica ma “ritengomi” figlia dell’omino ciao di Italia’90 per parte di padre e wild boys dei duran duran per parte di madre. Profondissimamente scappo fuori dal pulp italiano, questa disperata battaglia da bagnodoccia: ecco più prosa che poesia. Più posa (tipo vino che s’assesta infondo alla bottiglia). La sedimentazione storta dei rapporti, che sono spesso forza e potere in pressione altissima. Da qualche parte deve pure uscire. Un po’ di sangue. Della mistica del tramonto poco m’importa, per capirci. Della mistica in quanto donna e corpo e fisica della schianto sì invece e tanto. E ti cito Rosaria Lo Russo sopra, fisiologicamente sopra, tutt*.

LB: Quali sono state le principali reazioni a un libro così costruito? Quali quelle che ti hanno fatto più piacere, pur nella terribilità del tema trattato e quelle che magari ti hanno pure contrariata?
RISPOSTA: La più bella e la più terribile (che come sempre stanno accoppiate, una sull’altra, missionarie) : “hai scritto quello che ho beccato”, by una donna cassonetto, lei risorta. 

LB: Credo sia stato un libro molto faticoso. Dopo la fatica, quali sorprese ti sta riservando la scrittura?
RISPOSTA: Faticoso, sfibrante e insieme rigenerante come ogni dramma che ti tocca sì ma di striscio. Vomitevole se penso che raccontare la violenza sugli altri serve (pure) ad esorcizzarla. Sono un prete tremendo. Anche. Continuo comunque a scrivere di rapporti di forza, di tensioni, di squilibrio tra le parti: ci sta annammatta 467 membri, inedito finalista al premio delfini 2013, riscritto in fase polmonitica e sotto l’effetto di dosi massicce di cortisone, dove la vittima di questo giochetto (che genera sempre minoranze e ghetti, sennò si vasectomizza) è donna e schizofrenica, la matta dunque, oggetto di scherno e violenza sessuale (pure lei a detta di molti consenziente, visione ortodossa di una malattia che ce piace finché ci si concede senza freni). Ci sta prec’arie (inedito finalista al premio miosotis della d’if edizioni) dove la conta ha detto che tocca ai precari, agli immigrati, ai senza tetto saltare per aria il 12 febbraio. Ci sta La rabbia di me racconti inediti dove il carnefice stavolta è la donna e la vittima il figlio in quanto figlio: oggetto da venerare e distruggere quando s’inceppa e perde la sua funzione di beatificazione del materno. Il torbido con l’uomo intorno che gira fortissimo e investe tipo bay blade atomico l’infermo di turno. Smontare la norma e rivendicare una ripartizione della Forza tipo cartone animato giapponese senza lieto fine: c’è una quotidianità infetta che non ci pare, che ci conclude finiti nel bene e nel male. Superare, please, superare. Magari con un’invettiva che ribalta, come è successo con l’antologia Bastarde senza gloria uscita per Sartoria Utopia, nella quale ci si sollazza, con altre poete cosiddette eterodosse, a far uscire il latte dal pentolino. Questo sbricco dell’a capo che potentemente distrugge prodotti tipici-poetici, tipo appunto cuore, sole, amore.

LB: Scegli tu un testo col quale chiudere questa chiacchierata? Grazie.
Scelgo un’inedita non proprio recentissima e totalmente fuori contesto dedicandola a certa R.M. e tal’altra miccia attivata che han raccolto più d’una volta questo modo mio di far nascere poesia dalla cronaca, tipo calendula dalla merda, parafrasando. Così tanto per lenire, se vi pare.


Sfughe: una serie di coincidenze e vanghe
I musulmani gli puzzano le mani
Dice mia figlia di sei anni
Che glielo ha detto la collega bambina anche lei
Della scuola primaria
Primaria dell’odio
Delle razze
Magrebini marocchini africani
Nerissimi
Dice c’hanno pure la pelle marroncina schifina
Bambina
Sima
Bella asinina non c’hai
Mai la gomma
Cancelli coi denti
Le macchie della pellaccia
Negra conserva/pummarola che tuo padre raccoglie
Diretta dai campi a 3 euro l’ora 
Già piccolina
Vermicina
Fiumicina
Dentro un tubo
Di sfiga natale
Ed errori grammaticali
A senz’acca
Apostrofi
Dell’olio e aglio
E raglio ghi ghe gi ge
La tua svastichina
È un ginocchio sempre sbuccio 
E acqua ossigenata per ossigenare


Prego

sabato 15 dicembre 2012

da "Girini" di Roberta Durante

Una poesia da #14

Mi sono accorto di aver esagerato in questo spazio intitolato "Una poesia da". Sinora vi hanno trovato posto esclusivamente nomi tra i più noti. Vanno bene i grandi, certo, vanno bene, soprattutto se è l'occasione per ricordare qualche testo o qualche loro libro dei meno noti. Ma credo serva anche innestare delle voci nuove. L'appuntamento "La poesia del giovedì", inaugurato con Roberto Cescon, va anche in questa direzione. Con l'intervista a Annalisa Teodorani che pubblicheremo tra qualche giorno si può dir lo stesso, e proverò a inserire l'elemento della poesia in dialetto tra i più giovani, miei coetanei. Ora però rimedio di brutto con l'età media dei poeti ospitati presentando un paio di testi di Roberta Durante. Nata a Treviso nel 1989, ha studiato e vissuto a Venezia dove si è laureata in Arti Visive e dello Spettacolo. Ha realizzato cartoni animati e scritto per dei magazine online. Nel 2011 ha vinto la VI edizione del Premio Mazzacurati-Russo pubblicando la sua prima raccolta di poesie Girini per le qualificatissime edizioni d'if. I suoi testi si trovano anche in Registro di poesia #5 a cura di Cecilia Bello Minciacchi. Mi sembra un ottimo inizio.














MATRIOSKA


vado contro natura vedo scuro e scrivo
                                      più sicura     
sparlo sputo inchiostro mai sragiono
sono in me sono in me sono in me        super-me
           
rimo su per giù      gesticolo di lingua
                          faccio giochi gutturali
testicolo di testa   dico sì dico no se no
                           sposto parole a posto         
sgrammatico se è troppo statico
e tolgo il doppio strato arrostito andato schiantato
riscontro artrosi d'animo  
gentile un po' senile babelico infantile
d'impolso tiro il sasso rompo l'osso poco sacro
                                             e il masso scasso  
mi resto in mano e in alto mare
calmi gli altri gli arti gli alti
                                            mi alzo anch'io
ma annaspo affogo e mi ricordo son di legno
                               che galleggio fino al segno           
                                     della fine che fa STOP          



INSTANZA


resto in piedi coi piedi
                                    (e con le mani in mano)      
mi hai scucito le briglie ai vestitini
                         e me ne sto precisamente nuda
                                         (non un filo coperto)
si alza un poco la fronte
                                    (il naso lo lascio dov'è)                        
e la mano in bocca non è la mia     
            mi tengo qualche voglia
                                       per l'inverno
(e qualche maglia
                          per non essere rosa carne)