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martedì 10 ottobre 2017

La nuova collana di poesia A27 di Amos Edizioni. Un'intervista coi curatori Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra

Di seguito potete leggere una intervista con Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra, ideatori e curatori della nuova collana di poesia A27 edita da Amos Edizioni. Ringraziandoli per le risposte, ricordo che le collane di poesia A27 e Nervi saranno oggetto di una presentazione congiunta sabato 14 ottobre alle ore 16:00 nell'ambito del festival Carta Carbone a Treviso (Palazzo di Francia, via Roggia 12).

LB: La collana di poesia A27 nasce all'interno di un catalogo di un editore che esiste da molto tempo, Amos Edizioni. Potete dire come è avvenuto l'innesto e quali regole vi siete dati per risiedere all'interno del catalogo di questo editore?
R: Facendo un’eccezione alle sue abitudini, per la collana di poesia a27 Amos edizioni ha scelto di lasciare carta bianca ai tre curatori. Le regole valgono solo per il formato del libro, mentre il resto viene da un rapporto di fiducia che si è costruito in oltre 20 anni di frequentazioni.

Un tratto prealpino della A27
LB: Il nome, una sigla autostradale che idealmente potrebbe abbracciare tutta l'Italia, rinvia a una passata esperienza dei curatori, risalente a diversi anni fa. Con quali intenzioni avete ripescato quella sigla per marchiare questa nuova collana di poesia?
R: È stata la scelta più semplice e naturale: prima di tutto è stata la sigla che ci accomunava, e metteva tutti d’accordo. E poi una sigla non ammicca e non connota, piuttosto “indica”. Quale luogo migliore di un’autostrada, di una via di comunicazione (non a caso), per aprirsi e accogliere esperienze, proposte, passaggi, incursioni e scambi? Ovviamente indica anche un luogo di provenienza, il nostro, ma che non vuole essere sede esclusiva e privilegiata nella selezione dei poeti.

LB: Varate la collana proprio in questi giorni e partite con tre titoli. Quali sono e cosa ci dicono questi tre libri?
R: I primi libri sono: Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla, Linoleum di Giulia Rusconi, Ambienti saturi di Fabio Donalisio. Sono libri molto diversi tra loro, e siamo molto soddisfatti di questa scelta, proprio perché non ci inquadra in una scuola né in un gusto prevedibile. Complessivamente questi libri ci dicono che la poesia è viva, e non è vero che è ormai impossibile intercettare vene poetiche fresche ed autentiche.
Cerchiamo di privilegiare questo aspetto: la scrittura attorno a uno o più temi solidi, più che raccogliere semplicemente testi sparsi finché si arriva a un numero adatto alla stampa.
Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla, ad esempio, è un libro in due sezioni, entrambe riferiscono di esperienze concrete, dove il lirismo si impasta con versi materici e aspri che si interrogano sulla cenere e la luminosità della vita umana.
Linoleum di Giulia Rusconi invece è tutto chiuso dentro le stanze di una casa di riposo, dove i versi asciutti e toccanti aprono al lettore una nuova prospettiva sul legame ambiguo tra cura e sofferenza, tra pazienti e infermieri.
Ambienti saturi di Fabio Donalisio, invece è tutto ripiegato su un Io che non c’è. I versi frammentati e acidi girano straniti negli ambienti per forza minori di un’abitazione cercando ciò che non c’è più, non può più esserci e forse non c’è mai stato.

LB: La scrittura poetica è spesso intesa malamente come uno spazio di libertà assoluta. Forse può esserlo uno spazio di libertà, il punto è che questa libertà emerge anche grazie a dei "divieti" (sulla lingua, sull'immaginario ecc.) che scolpiscono l'estetica, la superficie e poi fin giù il nucleo di una poetica. Oggi si possono individuare posizioni estreme, parimenti "ridicole", da chi continua a perorare la causa della libertà assoluta di movimento a chi mette dei paletti anzitempo, ad esempio sostenendo che parole come "cielo" o "erba" non abbiano più diritto d'asilo nella poesia oggi. Senza scomodare Azzurro o Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano, a me sembrano posizioni alquanto discutibili: la prima mi sembra molto ingenua e impraticabile, la seconda ricorda un po' i futuristi che volevano uccidere il "chiaro di luna". Voi quale idea avete e eventualmente "applicate" quando vi arrivano dei dattiloscritti da valutare?
R: I gusti di ciascuno influenzano sicuramente la valutazione dei dattiloscritti. Così come l’idea che abbiamo di poetica. Ce lo siamo detto fin dall’inizio, e ci siamo preparati per questo. La sfida è quella di tenere a bada i personalismi per non pregiudicare la lettura di poesia anche molto diversa dalla nostra. La pubblicazione di un libro passa comunque dall’approvazione di tutti e tre i curatori della collana. Quello che è importante è cercare di rispettare e valutare i testi ciascuno nel proprio immaginario e nella propria poetica, cercare di riconoscere le voci autentiche e  tecnicamente consapevoli. Scartare a priori una proposta perché rientra in una delle due posizioni che dici tu, ad esempio, può essere un errore.

LB: Un aspetto che è emerso nelle conversazioni e che mi è parso molto interessante è che lavorate a stretto contatto con gli autori, rimaneggiando anche pesantemente i dattiloscritti che intendete trasformare in libri (tagliando, integrando o riscrivendo). Una domanda cattiva: in futuro varrà per tutti il trattamento, inclusi i nomi più affermati che potrebbero trovare posto nella vostra collana?
R: Sì, certamente. A volte più a volte meno. La “cura” di un libro di poesia può prevedere anche questo “gioco di squadra”. Lo si fa in narrativa, ad esempio, non vediamo perché in poesia sia percepito come un tabù. Ma, giusto per chiarezza, non si tratta di riscrittura (come ipotizzi nella domanda). Si  tratta più che altro di rivedere e ripensare la struttura dei libri proposti, sempre rispettando le peculiarità e le esigenze degli autori, qualora intuiamo che ciò potrebbe rassodare e dare maggior sapore al testo. Non vogliamo ricavarne dei libri “alla A27”, dove traspaiono le nostre personalità.
Ti faremo degli esempi concreti: dei testi di Donalisio ci interessava l’aspetto corrosivo sia dello stile, sia a livello contenutistico. Con lui si è dunque concordato di selezionare quei testi che andassero più in questa direzione. Nel caso di Rusconi il libro era praticamente fatto, ma, visto il tema, le è stato chiesto di inserire elementi di alleggerimento – versi, rime, testi – che spezzassero il ritmo. Con Pusterla, visto che il suo libro è quello che inaugura l’intera collana, abbiamo scelto di invertire l’ordine delle sezioni al fine di partire con testi più diretti e di avvicinarsi gradualmente a quelli più cupi della seconda parte.
Crediamo che un ragionamento di gruppo, di un gruppo di persone che insieme all’autore ragionano sull’opera, può portare a vedere alcuni aspetti in maniera diversa, sorprendente e interessante; è un lavoro che facciamo innanzitutto per il bene del libro, per aiutare l’autore quando ha delle incertezze (un ordine, ad esempio, un titolo, un taglio).

LB: Il progetto grafico ora. Gli esterni sono visibili nelle copertine qui a lato, ma si sa che il progetto grafico non riguarda solo la veste esterna del libro. Potete parlare di questo, illustrando le scelte fatte per interni e esterni?
R: Volevamo preservare la tradizionale pulizia di Amos Edizioni aggiungendo un ritmo più energico e dinamico. È stata una scelta coerente con lo stesso nome scelto per la collana: una sigla, di per sé apparentemente poco poetica. Per l’interno abbiamo cercato di privilegiare la leggibilità, per questo, se guardi bene, il formato e i caratteri usati, la carta, l’impaginazione, sono le stesse dei libri classici di Amos Edizioni, gli aggiustamenti in tal senso sono stati minimi. Non è stato necessario cambiare, perché era buono ed efficiente così com’era. Il lavoro si è concentrato maggiormente sull’esterno. Anche perché la sfida attuale è differenziarsi e spiccare sul banco della libreria. La suggestione di partenza è nata dal ricordo di vecchie copertine della Feltrinelli, e poi da certe collane inglesi come quella di poesia di Faber & Faber. Ci piaceva l’idea di una griglia grafica in cui inserire di volta in volta il nome dell’autore e i titoli, adeguando la grandezza del carattere e creare in questo modo un movimento (si percepisce meno nei primi tre libri perché i nomi sono di lunghezza simile, non potevamo certo selezionare gli autori in base a quest’esigenza!). La grandezza “massiccia” del titolo e del nome invita la poesia a non essere timida, a non nascondersi in mezzo agli altri libri.
Una particolarità dei libri è l’inserimento, accanto alle note biografiche, di foto “rivisitate” di cartine topografiche legate al territorio di provenienza degli autori. Queste elaborazioni grafiche, che assomigliano a una sezione del sistema arterioso di un corpo umano, non servono a isolare una zona, ma a mostrare come faccia parte di una pianta, di un organismo più grande.

LB: Facebook fa bene o male alla poesia, ai poeti e agli editori in Italia? Lo so che è una domanda campata un po' per aria e che quel Social è uno strumento quindi, in sé, potrebbe essere abbastanza "neutrale". Ma la vostra idea (e bilancio) qual è all'altezza del 2017, alla luce dell'uso che ne viene fatto, soprattutto in ottica promozionale?
R: Premesso che nessuno di noi ne fa grande uso (Igor non ha nemmeno un profilo personale), e ammesso che come strumento di minima promozione Facebook è sicuramente efficace, la domanda piuttosto si può rovesciare. Se, come noti nella domanda, è uno strumento e un luogo Social, dato e consacrato per lo scopo e ormai inevitabile, allora ci verrebbe da rovesciare e chiedere: la poesia fa bene o male a Facebook? Da questo punto di vista crediamo si possa affermare con sicurezza che faccia bene; ci sono migliaia di profili e migliaia di post quotidiani che riguardano la poesia. Facebook ringrazia.
Ciò detto, il tema dei social è affrontato da decine di sociologi, massmediologi e via dicendo, come a dire che non si può affrontare nello spazio di poche righe. Se ti accontenti ti daremo uno spunto: riteniamo che la poesia, per sua stessa natura, per la presenza di quegli spazi bianchi, abbia a che fare col tempo, abbia bisogno di tempo e non di obsolescenza programmata. Forse facebook va in direzione contraria.

LB: Andrea Zanzotto scrisse un interessante contributo intitolato Poesia e televisione. Se foste alle prese con un palinsesto che concede la presenza di un programma di poesia in TV, come vorreste strutturarlo? (E quali spot vi immaginate più gettonati durante le interruzioni pubblicitarie?)
R: L’intervento di Zanzotto al quale fai riferimento è ancora interessante seppur datato. Anche lui però, come molti altri, alla fine elude la questione, non prospettando alcuna valida soluzione di conciliazione tra poesia e televisione. Il problema non è quello di capire se la poesia in televisione debba/possa diventare spettacolo o momento pedagogico. La difficoltà è tutta formale: come è possibile conciliare la necessità del montaggio televisivo (in cui un’inquadratura non rimane ormai fissa per più di pochi secondi, e le telecamera è sempre in movimento per la paura del vuoto e del silenzio) con la forma della poesia, che, pur restando ferma in una lettura “sfugge da tutte le parti” come dice Zanzotto? I due ritmi sono forse inconciliabili.
Potremmo immaginare uno schermo nero, anzi la ripresa di una stanza buia, e una o più luci pulsanti anche colorate, se ti piace, a sottolineare il flusso elettrico e sanguigno della lettura. Non mancherebbero ovviamente gli spot; vedremmo bene le pubblicità di cosmetici, di fasce dimagranti, di macchine avanzatissime e lussuose, di siti che comparano condizioni economiche di banche e assicurazioni per farti incredibilmente risparmiare, insomma, tutte cose che sono lontane dall’uomo e detestano l’uomo così com’è, e lo vorrebbero trasformato, così che la poesia, che invece l’uomo lo ama e detesta così com’è, avrebbe la sua voce.

martedì 15 luglio 2014

"L'importanza di essere piccoli". Poesia e musica nei borghi dell'Appennino bolognese dal 5 al 9 agosto 2014



Per il quarto anno, dal 5 al 9 agosto, torna “l'importanza di essere piccoli” un festival in cui musicisti e poeti si incontrano riabitando i borghi, i cortili, i sentieri e le radure dei boschi.
La bellezza ruvida dei paesaggi che fanno da sfondo agli incontri e ai concerti è la materia viva del festival che da alcuni anni rende possibile, insieme agli artisti e agli abitanti dei paesi, la parabola della poesia, il suo fremito. I versi oracolari tratti dal poemetto di Amelia Rosselli ‘Libellula, panegirico della libertà’, hanno suggerito l’immagine, emblema di grazia e gravità, un lapsus poetico che nel suo librarsi bilancia le ali e si dona allo sguardo.


io amo più forse,
le colline e le fresche brezze e le verdescuro
pinete, che i giganti passi dell'uomo
a. rosselli


IL PROGRAMMA

5 agosto – “Scaialbengo” centro culturale ippico, Castel di Casio ore 21
DINA BASSO, YARI BERNASCONI, ALBERTO CELLOTTO (letture)
ROBERTO ANGELINI (live acustico)

6 agosto – Molino del Pallone, Granaglione ore 21
LUIGI SOCCI (lettura/incontro)
DAVIDE TOFFOLO (concerto/spettacolo Graphic Novel is Dead)

7 agosto – Pieve della Rocca di Rofeno, Vergato ore 21
MARIO BENEDETTI (lettura/incontro)
RICCARDO SINIGALLIA (concerto)

8 agosto – Capugnano, Porretta Terme ore 21
FABIO PUSTERLA (lettura/incontro)
PEPPE VOLTARELLI (live acustico)

9 agosto – Castagno, Pistoia ore 21
LIVIA CHANDRA CANDIANI (lettura incontro)
MARA REDEGHIERI (concerto progetto Dio Valzer)

Tutti gli eventi sono a ingresso libero e in caso di pioggia si svolgeranno ugualmente nei luoghi indicati.

INFO
www.sassiscritti.wordpress.com
sassiscritti@gmail.com
fb: L'importanzaDiEsserePiccoli
mob: 349 5311807 | 349 3690407
Come raggiungere i borghi:
http://sassiscritti.wordpress.com/come-arrivare/

“L'importanza di essere piccoli” è organizzato dall'associazione culturale SassiScritti Circolo Arci di Porretta Terme (Bo) con la direzione artistica di Azzurra D’Agostino e Daria Balducelli

con il sostegno di
Regione Emilia Romagna, Provincia di Bologna, Comune di Castel di Casio, Comune di Granaglione, Comune di Pistoia, Comune di Porretta Terme, Comune di Vergato, Arci Bologna, Pro Helvetia Fondazione svizzera per la cultura.

con il contributo di
Fondazione del Monte, Banca di Credito Cooperativo Alto Reno, Banca di Imola filiale di Porretta Terme, Gelati Sammontana, Helvetia Thermal SPA Hotel

con la collaborazione di
Associazione “Amici dell’ antica pieve”, Associazione parrocchiale “Beata Vergine della neve” Pro loco di Capugnano, Circolo ricreativo Arci di Piteccio , Pro loco di Castagno, “Scaialbengo centro culturale ippico” di Castel di Casio, Pro loco Molino del Pallone, Libreria l’Arcobaleno di Porretta Terme, Centro turistico La Prossima di Castel di Casio, Arci Pistoia e circolo Arci Sperone, Libreria Lo Spazio di via dell'Ospizio di Pistoia, Anonima impressori di Bologna, The Califfo Pub di Porretta Terme, La Baracchina f.lli Tovoli lago di Suviana, Gelateria La Baracchina di Porretta Terme.

lunedì 12 maggio 2014

"Come i coralli" di Nicoletta Bidoia

Tempo fa, in una delle scorribande di letture sconclusionate di geologia e paleoantropologia, ero alle prese con un agile volumetto di Laterza, La scienza delle nostre origini, scritto dagli antropologi Claudio Tuniz, Giorgio Manzi e David Caramelli. Mi ero imbattuto in un passaggio sui coralli e avevo da poco letto in anteprima quasi tutte le poesie di Nicoletta Bidoia ora contenute in Come i coralli (La Vita Felice, pp. 84, euro 13). Questo il passo che avevo evidenziato con un orecchio: "Il corallo si forma sott'acqua, ma quando il livello del mare s'innalza, per esempio in seguito allo scioglimento dei ghiacci polari, l'aumentato spessore di liquido scherma il Sole, che così non può raggiungere le alghe che vivono simbioticamente con il corallo. Attraverso la fotosintesi, tali piante microscopiche forniscono ai coralli il nutrimento necessario, per cui l'assenza dell'energia solare fa morire le alghe e, a cascata, il banco di corallo".

"Il corallo è come noi. Pare uno, / ma sono tanti i tremori che lo fanno." Il titolo del libro, quell'allitterante similitudine del fiore-animale acquatico, accetta di arrivare a noi quantomeno in accezione duplice. Se prima vi è la meraviglia (e questo è un libro non estraneo alla meraviglia del vivere e alla festa dell'osservare e del raccontare), in seconda ma non secondaria battuta vi è la consapevolezza del corallo, che diventa scheletro calcareo di qualcosa che vive nascosto, nelle profondità dei mari o come fossile in quota tra le montagne. E se il corallo assomiglia a un tentacolare albero, L'albero è allora il titolo della poesia d'apertura, la prima della sezione intitolata Novecento e tutta incentrata su quel lavoro invischiato che è il recupero orale della memoria. Qui però avviene subito qualcosa di diverso, di nuovo: il riconoscimento di uno scarto che abita pienamente gli ultimi tre versi di questo testo.

Andò a Venezia negli archivi
e compose l’albero della vita,
la dinastia con le bandiere
sulla diramazione di un nome.
Trovò nel sangue tracce di Sardegna
e un più nobile corredo francese.
“Veniamo dai De Lion” diceva,
appuntando d’orgoglio le radici
di una storia. C’era tutto in quelle tavole,
compresa la filigrana dei destini,
ma l’albero si è perso, non si trova
e del disegno fastoso
non è rimasto niente.

Si discende adesso come tutti,
un rametto dopo l’altro
alla cieca.

Nel lungo componimento successivo, La solita storia, assistiamo al racconto della prigionia di guerra del nonno dell'autrice e diventa palpabile la presenza dell'opera, davvero centrale nella formazione e nella scrittura di Nicoletta Bidoia (in questo testo sono Tosca, Rigoletto e L'Arlesiana). Ed è sempre il canto, che davvero andrebbe capito in tutta la sua centralità nella letteratura, che ritorna anche nel testo intitolato Il gigante.

Stacca il turno e ritorna
fischiando Bandiera rossa.
La sventola sottovoce, in bici,
col sollievo di chi sogna. Qualcuno
ascolta - riporta - e in sette
sul piazzale della chiesa
rinfacciano ogni nota, colpendo invano
i suoi due metri e rotti di coraggio.
Li sistema tutti e rincasa.
Ma sono i giorni del ‘28 e un canto
si paga col morire. Basta un soffio,
un’ipotesi di castigo e un camion
tende l’agguato a quella voce.
La squadra si avvicina una sera,
di fronte al bar di Lancenigo,
facendo fuori l’usignolo
lì, sulla strada.

Un'oralità polifonica e fittamente abitata, quasi dolcemente invasa dagli altri e così vivida nella prima sezione, subisce poi un arresto non brusco, tuttavia deciso e meditato, nella parte centrale intitolata Silenzi. Sembra qui sfrondato il numero di persone precipitate dentro i testi. Qui, come nei ritagli dei collage e dei teatrini di carta in cui l'autrice trova la propria più grande beatitudine (si possono vedere su Youtube), si prova davvero a trascrivere il silenzio "quasi fosse l'aria rarefatta di un ghiacciaio". Ed è qui che si registra meglio anche quel rallentamento che appartiene al ricordo. Così, in una poesia che prende lo spunto architettonico e volumetrico da due chiese, leggiamo:

Due chiese mi porto dentro:
quella interna al collegio a Reggio Emilia
- nella viva preghiera ero in attesa
che la pietra si allungasse
e tenesse davvero con sé -
e Santa Lucia a Treviso, sempre di mattina presto,
dopo la corriera e prima dell’ufficio,
deserta anche quella.
Una mezzora di niente, poco meno,
uno slargo atteso di silenzio. Mi ostinavo così
ad accogliere Dio o un suo frammento,
come quando insistevo di andare all’asilo
prima degli altri, per vederli arrivare
e per capire da dove veniva tutta la gioia
che avrei provato dopo (con gli altri
si vive anche così, da soli,
e pieni di pensieri per loro)
- poi le braccia si allargavano
perché avevo fatto spazio. Ecco, il buio
è solo un’altra faccia da guardare
e a volte anche la nostra si spegne
e fa paura, così finisce che tutto
è reciproco di qualcosa, e anche se non vuole
ne fa parte.

Parlami, la terza e conclusiva sezione di Come i coralli, si apre ancor più alla molteplicità del vivere e alla stratificazione di situazioni che ci conducono in molti posti, in tanti piani del sentire e del resistere, persino da un veterinario bizzarro che dà ancora del voi. E se "tutto varia col variare del tutto", come vuole il Fabio Pusterla citato in epigrafe del volume, c'è qualcosa che inevitabilmente resta. In Cima Uomo si legge:

Resta la luce delle cose indovinate,
l’armonia che a fine agosto si incastona
nella conca tra Cima Uomo
e l’ansia. Portiamo qui la vita
- il modesto dono al paesaggio -
davanti a quelle pale,
mai così lontane come oggi nelle nuvole,
mentre sale la musica dal fondo
a ricordare tutta la fatica
di essere cima, burrone,
strapiombo e quasi mai
essere prato. 

I coralli, nel loro essere quasi-pietra quasi-rosso quasi-sangue (Pietra sangue per ritornare a Pusterla?) e nel loro esistere così dipendenti e in fondo grati all'inclinazione dei raggi solari che ricevono, all'habitat dei loro banchi, ci invitano a riunire le barriere del mare con le buzzatiane barriere delle pareti dolomitiche, che furono mari tropicali a loro volta, in tempi lontanissimi, e poi a provare a tastare la temperatura e la pelle di quei visi di roccia dove vediamo proiettato il tremolio rosso-viola dell'enrosadira, quel magnifico fenomeno cromatico che dà il titolo a una poesia di questo libro. I coralli e le rocce ci invitano anche a compiere quello sforzo davvero oltraggioso e creativo che ci vede trasformare il bianco del bicarbonato di calcio e del magnesio nell'accensione di un viso ("Se parliamo di loro, la distanza scompare / e ci raggiunge in pianura una pace / e un lieve discorso di pietre dolomiti / che sanno mutare le pareti come guance, / trasfigurare le crode in alba, /in docile tramonto."). Si verifica in questo libro una sorta di simbiosi di uomo natura e scrittura che non è un artato rimescolamento di piani e dei regni viventi, bensì un'interrogazione fonda e mai calcata del nostro stare al mondo.

Il corallo è come noi. Pare uno,
ma sono tanti i tremori che lo fanno. La fiducia
sembra farsi verticale, poi s’inclina
- basta un’ombra che s’impiglia in uno sguardo.
Chi racconta di colonie millenarie sta parlando
dei giorni nostri in fila, se non fosse che ogni tanto
si spira per un niente.
Siamo scheletri e barriere e rosso vivo
che si annoda e che compone
- sapendo di mentire - un ordine perfetto
e la sua fine.



(La trasmissione Fahrenheit di Radio Tre dedicava proprio oggi un'intervista all'autrice, completata dalla registrazione di alcuni testi di questo nuovo libro letti dalla voce stessa di Nicoletta Bidoia.)

venerdì 20 settembre 2013

da "Canti di un luogo abbandonato" di Azzurra D'Agostino

Una poesia da #22

"Chi lascia solo chi? A cosa somiglia la vita sulla terra?" si chiede Azzurra D'Agostino ad un punto ben preciso di questi Canti di un luogo abbandonato, poesia-progetto, radicale richiamo avvertito da chi scrive nei confronti dei luoghi. Luoghi-dèi, lieux-dieux, come vuole Yves Bonnefoy? "Ma questi piccoli boschi ci sembrano sempre abitati, non fosse che da un'assenza" è una delle epigrafi del volume, presa in prestito da un altro poeta del genius loci o deus loci, Philippe Jaccottet. Una lettura importante, che consiglio senza troppo aggiungere o indugiare. Un percorso in poesia su uno dei verbi più problematici della vicenda umana, quell'abitare e saper abitare che richiama anche Azzurra nelle sue note. Ha proprio ragione quando scrive "Perché affinché un luogo sia disabitato, occorre prima averlo saputo abitare". Di riflesso mi chiedo: se non sappiamo più abitare i luoghi dove viviamo, se abbiamo disimparato a farlo negli ultimi decenni, potranno questi dirsi domani "abbandonati" o "disabitati"? In questi ragionamenti entrano molti fasci di luce e ampie zone d'ombra, non ultima la politica (a tutti i livelli in cui si pratica quest'"arte degenerata"). 

Azzurra D'Agostino non è più una sorpresa. Ricordo una presentazione della rivista "daemon" a Udine, tanti anni fa, al circolo Pabitele. Una serata fredda finita in un'osteria da frico con Pierluigi Cappello e Vincenzo Della Mea; dovevano esserci anche il direttore, Franco Baldasso, e Andrea Breda Minello. Azzurra aveva la febbre e allora fu Cappello a leggere le sue poesie, dopo averne illustrato con occhi fermi la bellezza. Forse non usò nemmeno l'aggettivo participio presente promettente, come si usa in questi casi coi poeti "giovani" (e proprio Azzurra, il 17 settembre, sul Corriere della Sera, ha scritto un intervento efficace attorno all'impiego della parola "giovane" in Italia, con un finale dai toni sabiani). Quella lettura di Cappello fu una fusione tra due delle voci più belle della recente poesia e la ricordo bene tuttora. Ma mi fermo - sono cose che potete scoprire da soli o che già sapete - e  lascio la parola a lei, che bene ha descritto il progetto nelle note che seguono qui sotto e accompagnano l'invio del volume; c'è spazio infine per un estratto generoso che ho scelto dai Canti e per il quale la ringrazio. Azzurra - mi raccontava tempo fa - non è stata una vorace lettrice di Andrea Zanzotto. Eppure, dopo aver letto a letto queste poesie, le ho scritto subito che pur battendo una strada tutta sua, a mio sentire queste coincidono con la sua prova più intimamente zanzottiana.

Ricordo che Azzurra D'Agostino sarà presente sabato 21 a Pordenonelegge in questo appuntamento e che i prossimi luoghi disabitati in cui sarà possibile incontrare il libro sono i seguenti:
Roma - 6 ottobre 
Imola (Bo) - 19 ottobre 
Appennino - 6 novembre
Pistoia - 8 novembre
Se vi interessa approfondire i dettagli, l'autrice legge eventuali vostri messaggi e richieste a questo indirizzo email; il progetto è anche su web a questo link.

Un viaggio nel tempo (proprio e passato) attraverso l'incontro con i resti. Resti di case, residui di pozzi, tetti, dettagli di un'umanità scomparsa. Il poemetto Canti di un luogo abbandonato nasce dall'ascolto delle voci di un popolo e di una cultura che non ci sono più, ma che è ciò da cui veniamo. Nasce dall'incontro con i ruderi, con quelle che una volta erano case e che ora sono con violenza riprese dalla natura, abitate talvolta di nuovo - ma da animali e piante. Nasce dall'abbandono, dall'irrequietezza di anime che sembrano non trovare pace nel vedere il proprio mondo spopolato. Nasce da una domanda che il presente pone: chi è che se n'è andato per davvero? Perché affinché un luogo sia disabitato, occorre prima averlo saputo abitare. E oggi, che l'abitare sembra così difficile, quasi impossibile, questa è una indicazione preziosa. Il poemetto è la seconda parte di una trilogia la cui prima parte, 'Versi dell'abitare', è stata pubblicata con una prefazione di Fabio Pusterla sull'XI Quaderno di poesia contemporanea, ed. Marcos y Marcos – e si occupa della questione dell'abitare la terra da parte dell'uomo, e dunque della domanda 'come vivere?'. I Canti di un luogo abbandonato sono un incontro col disabitato e con l'assenza – che è sempre prendere in considerazione una presenza. L'ideale luogo di lettura del poemetto è un luogo abbandonato, meglio se 'rimangiato' dalla natura. Riabitare questi luoghi con le parole, con letture ad alta voce che creino una piccola comunità, fa parte di un progetto che vorrebbe mappare questi luoghi per creare una piccola geografia alternativa a quella usuale delle rotte certe e frequentate. Una geografia di posti che nel loro essere incompleti e stranianti sono speciali, e ci fanno delle domande.

Nota sul volume: il libro è stato autoprodotto e realizzato graficamente con il lavoro di Anonima Impressori di Bologna, officina grafica e stampa d'arte. È stato composto e stampato con caratteri mobili e matrici in legno. Ne sono state realizzate 300 copie numerate e assemblate a mano. Ogni copia contiene una cartolina d'arte. Il libro non ha una distribuzione ufficiale e vuole tentare, per incamminarsi nel mondo, la via diretta dell'incontro con i lettori. 














[...]

C'era anche tempo per parlare coi cani per allungare
le mani farsi annusare star lì nello spiraglio dove l'aglio
in una treccia mescolava l'odore a quello di corteccia
ora siamo malinconici perché dimmelo te come ti sentiresti
è normale mescolare un po' di pianto con la scorza
delle cose che non si smorza rimane quella il faggio
è faggio, respira in quel suo modo di pianta, bella
la vita non si dice, ma a noi quella ci manca, ci piace.


Le donne certe volte si scioglievano i capelli e quelli
erano dei momenti come di luce, l'aria sapeva di mele
le parallele degli aironi erano perfette. Di vendette
non c'è bisogno nessun segno di conversione della pena
la cena verrà servita comunque e dunque diciamola la verità
la verità è che noi della miseria ci saremmo vergognati
siamo stati in quell'assoluta povertà come una verità vera
come una cosa che c'era. Si confonde il cielo se non ha
le sponde le teste dei monti a fargli da sponde, le gronde.


Siamo qui ci piacerebbe pensare d'essere anche noi
proprio noi l'acacia, il sambuco, il buco che nasconde
il ragno e il topo, essere il topo stesso e lo spesso strato
di buio che lo nasconde essere fronde, rami, schiocchi
biacchi, occhi nel verde, sorde vipere, pere mature,
pure pupille di volpe, pelo, pelle, tutte queste cose
tutte quelle cose belle e tremende vicende di sangue
senza lingue siamo rimasti senza lingue ci tocca parlare
stiamo in mezzo a questo vento e non possiamo respirare
non siamo da nessuna parte non siamo sulle stelle quelle
cose si dicono ai bambini perché non piangano più
si mente ai bambini e quando sono soli stanno a testa in su.


Essere qualcosa ecco cosa ci manca ora che diseredato
il prato non l'ha annaffiato nessuno ci ha pensato la pioggia
è normale sale in forma di vapore e poi scende giù goccia
a goccia e sboccia di nuovo tutto daccapo non è stato
dolore è stato solo morire certo dispiace se tace anche l'ultimo
erede se non ci crede a queste cose non si pronuncia non viene
in questo posto non ha un vero e proprio posto non ha un posto
come spiegare noi abbiamo una nostalgia che non si può capire
c'è qualcuno che la sente? Che ci sente a noi, così vicini al niente?


Tutto è semplice nell'aria e vi lasceremo in pace
ci piace l'idea di essere spina ma non è così affatto
non del tutto il fatto è che qui non ci sente nessuno
scambiati per merli tordi passerotti l'ombra del pruno
che si sposta per il vento che spavento che fa il cigolare
del cardine il cardo con su la farfalla la stalla svuotata
sventrata la carcassa di un animale sta nuda nel sole
in pieno sole. Mosche. Mosche. Brusche virate dei vivi.


Vivo fino a qui dice la pianta del noce senza una sola
voce un solo fiato di voce, si secca come avesse peccato
in qualcosa beccato hanno beccato interi stormi intorno
di notte di giorno sempre si muove una bava di vita la vite
si scava un varco fra tutte le piante e quante sono tutte le piante
l'ha piantata qualcuno questo è sicuro l'ha piantata attento
al sole che picchia alle folate di vento al passo che hanno le ore
l'ha piantata qualcuno con una vanga, una zappa e l'amore.


La casa viene al mondo e si spacca sotto
il peso di un tramonto mortale: rotto il cotto
il tetto, l'architrave. Quante Ave Maria avrà detto
la vecchia che non ha più nome. Il gendarme sarà
venuto? Avrà preso mai un disertore? Le ore quando
è ancora buio e già là nei campi si muove l'aratro
chiedere perdono per il peccato lo steccato aprirlo
tirar fuori le bestie restie nell'alba da venire a farsi aprire
cucinare per gli uomini dentro i camini la cenere sparsa
arsa come la bocca dopo l'amore il fiore sul greto del fiume
il sudiciume portato a lavare al pozzo il gozzo tagliato
del maiale il sangue a sgocciolare giù dal collo del coniglio
tutta una vita tutto un germoglio un gran scompiglio.



[...]

giovedì 4 luglio 2013

Fabiano Alborghetti e molti altri poeti a Gorizia al Parco Basaglia per la rassegna "Percorsi di-versi"

Per chi ama la poesia ma non conosce ancora quella di Fabiano Alborghetti, un autore ricordato anche nel post precedente, ecco un'ottima occasione per fare un giro a Gorizia in occasione dell'apertura della rassegna "Percorsi Di-Versi", la quale, in calendario, prevede altri tre ricchi e interessanti appuntamenti, di sotto elencati. A dire il vero, di tutti gli invitati, oltre al citato Alborghetti, conosco solamente i libri brevi di Roberto Cescon (La gravità della soglia) e Guido Cupani (La felicità), editi entrambi da Samuele Editore, e credo valgano entrambi una gita a Gorizia. Con gli altri invitati mi auguro di rimediare presto. 


Alborghetti, che apre il tutto, è autore di un libro intenso uscito nel 2009 per le edizioni Casagrande e intitolato Registro dei fragili - 43 canti (pp. 80, euro 12/CHF 18, un assaggio è disponibile qui). Fabio Pusterla sostenne allora che l'autore "[...] è andato a cercare in posti pericolosi e terribili, rischiando ancora una volta di smarrirsi. Invece ha saputo riemergere, e riportare a galla questo Registro dei fragili; sembrerà strano a dirsi, ma si tratta di un gesto di speranza, nonostante tutto, di un gesto d’amore". Da poco è invece uscito per La Vita Felice L'opposta riva (Dieci anni dopo). Ecco, Fabio Pusterla scriveva di gesti. Gesti come quelli che forse legano questa rassegna al luogo che la ospita e al nome dello scienziato a cui è intitolato il parco dell'ex Ospedale psichiatrico di Gorizia. Ogni volta che sento nominare Basaglia mi torna in mente Claudio Magris e la continua attenzione che gli ha mostrato nei suoi contributi giornalistici e non solo: 

"Basaglia, e con lui tutti coloro che hanno combattuto insieme la sua battaglia, ha il merito incontestabile di aver fatto cessare, o almeno di aver posto essenziali e decisive premesse per farlo cessare, uno scandalo umano e morale prima ancora che politico e sociale. La sua riforma, ma prima e più ancora  tutto il suo lavoro clinico, pratico, teorico, saggistico, intellettuale, politico - ha posto fine, nei limiti del possibile, a tale iniquità; ha imposto a tutti di capire come il malato mentale non sia uno scarto dell'umanità, da segregare dalla società e dalla comunità umana, bensì una persona, che nella sua temporanea o cronica debolezza osserva - come ogni altra persona in ogni stadio e in ogni condizione, felice o infelice, armoniosa o degradata - piena dignità." (Dalla prefazione di Claudio Magris a Basaglia. Una biografia di Francesco Parmegiani e Michele Zanetti, Lint Editoriale, 2007.)

Questo il calendario della rassegna:

Lunedì 08 Luglio 2013
Fabiano Alborghetti
musica: Giancarlo Lombardi

Lunedì  15 Luglio 2013
Roberto Cescon e Luigina Lorenzini 
musica: Paolo Gregorig trio

Lunedì  22 Luglio 2013
Lussia Di Uanis e Fulvio Segato
musica: Matteo Bucciol     

Lunedì  29 Luglio 2013
Guido Cupani e Antonio Di Biasio
musica: Sandro Bucciol

Sede degli incontri: 
Parco Basaglia, Via Vittorio Veneto 174, Gorizia
Inizio alle ore 18 - Ingresso libero

Organizzato da: Associazione AMA - Linea di  Sconfine
In collaborazione con: Dipartimento di Salute Mentale - Centro di Salute Mentale  “Alto Isontino, Ahau Eventi, Associazione Cultura Globale - Cormons, Associazione Equilibri - Gorizia, Associazione Fusam, Gli Amici del Parco Basaglia, Gruppo Culturale Mediaart, RASaM FVG

martedì 2 luglio 2013

"Il passo dell'uomo" di Vanni Bianconi

"Qualsiasi anno di vita è un dottore / che si sbaglia sull'organo malato / ma in confidenza ti segnala dove / lo specialista è l'anno passato." Vanni Bianconi appartiene, senza vincoli di appartenenza, a quella bella orografia (idrografia?) di poeti ticinesi che in questo avvio di terzo millennio costituisce una delle più promettenti formazioni della poesia in lingua italiana. Dico "formazione" non nella sportiva accezione di équipe, ma in un senso più naturale, quasi geologico, di fenomeno che si manifesta allo sguardo. Bianconi vive tra Locarno e Londra. Sua è la cura del Babel Festival che si tiene ogni anno a settembre a Bellinzona. Normale, quando camminiamo da queste parti, pensare subito a Fabio Pusterla, che di questo nuovo libro di Bianconi intitolato Il passo dell'uomo (Casagrande, pp. 64, euro 12,50/CHF 16) firma, ancora una volta, una bella quarta di copertina (quarta di copertina d'autore: versione più discreta ma più incisiva delle tante prefazioni che popolano i libri di poesia in Italia?). Normale pensare anche a molti altri. Per rimanere ai più giovani si può sostare sull'ottimo lavoro di Fabiano Alborghetti, al già ospitato Yari Bernasconi e, scavalcando la generazione di Pusterla, risalire fino ad Alberto Nessi e al grande Giorgio Orelli, anch'egli ricordato su queste pagine tempo addietro. Ricorro a questi nomi per andare davvero a sommi capi, anzi, a somme cime e bacini, come le montagne e i laghi di quella regione. Non posso dimenticare poi di citare, almeno di passaggio, scoperte per me recenti come Matteo Campagnoli e Elena Jurissevich. Tra l'altro, quasi tutti questi autori transitano per la casa editrice Casagrande di Bellinzona, esempio tangibile di un'arte del fare libri ancora viva (strano che spesso siano gli svizzeri a ricordarci le nostre origini tipografiche, la cura nel far libri, l'amore per i caratteri). 

Era necessaria questa premessa? Credo di sì, perché intendevo ribadire una convinzione personale: lì, in quel cantone fortunatamente trascurato dalla chiacchiera poetica della penisola, ormai relegata/delegata e finita in pasto alle riviste più glamour - può accadere, in fondo non credo di essere così bacchettone, ma temo possa diventare una sorta di regola e pericolosa abitudine -, continuano a succedere cose belle per la poesia in lingua italiana e per quella traduzione che positivamente alimenta il farsi della poesia (Bianconi stesso è traduttore, da Somerset Maughan, Faulkner e Auden). E ne Il passo dell'uomo abbiamo conferma di una grande architettura pubblica, uno spazio-libro camminabile, anche grazie ai piedi metrici di una scrittura versicolore. L'architettura e l'architettura di un libro poetico sono arti che si possono comprendere e praticare quando la poesia e il ritmo si raggiungono per davvero. Sono arti "tarde", se proviamo a parafrasare certi discorsi sullo stile di Theodor W. Adorno e Edward Said, nel senso che sono tra le ultime che impariamo a comprendere. Dovrete resistere dalla tentazione di afferrare subito questi testi, ma non perché vi siano tracce d'ermetismo o oscurità. La poesia di Bianconi si tende e distende verso il lettore senza apparenti problemi, eppure è un concentrato di forme minerali che rilascia un contenuto che da liquido si fa solido a poco a poco, come stalattite e stalagmite prossime a formare una colonna di senso, lentissima: un calcare verticale, ma anche un calcare di passi, nel solco in fondo petrarchesco che lo stesso titolo del libro prova a inseguire. Un tratto rimarchevole è l'avvenuto contatto corrusco, in un silenzio e buio di grotta, tra la tradizione anglosassone frequentata anche dal parlante Bianconi (si veda la presenza di Sylvia Plath nella bellissima Poesia della montagna) e quella svizzera, gli orelliani spiracoli che continuamente s'aprono tra gli anagrammi delle parole, tra le lettere che cadono e salgono, che ritornano nella distanza, in un respiro acquatico e sciacquio che potrebbe persino ricordare i suoni di un poeta così lontano come Biagio Marin, nel frastagliato profilo costiero delle rime che chiudono i versi. Nel passo breve di Bianconi c'è anche molto Caproni. Nella passeggiata di questo autore invece possiamo intravedere persino il cappello e la sciarpa invernali di Zanzotto dell'Ipersonetto: nella già citata Poesia della montagna, 14 "pseudosonetti sotto mentite spoglie", concatenati tra loro dalle ganasce di ultimo e primo verso e chiusi da una quindicesima Corona, restituiranno probabilmente il senso dei ragionamenti architetturali che ho provato a fare sin qui.


Significativa, anche se non soverchiante, è la presenza di alcuni testi in traduzione inglese. La domanda che però si insinua suona circa così: si tratta davvero di traduzione? Oppure si tratta di compresenza di due lingue che dicono quasi la stessa cosa? Il lettore potrà rispondere meglio di me a questa domanda. Credo si tratti comunque di un'esperienza inedita e nuova. Come in fondo è nuovo anche il silenzio, polveroso, di frana, che lascia questo libro nelle orecchie del lettore, che un po' ci trasforma tutti in "manzi incapaci di ridere". In Miserere l'annosa questione dell'io, di un io, in poesia e non solo, viene fronteggiata con un testo che potrebbe essere a lungo discusso e analizzato, sigillato da congiunzioni disgiuntive fratte dall'a capo che finiscono per travolgere la stessa parola "io":

Sto in piedi accanto a me
mi sto seduto accanto
sacco di rifiuti in bilico
80 litri, pieno, semiaperto.

Nella plastica sottile
il mio amalgama di organi
gusci cellophane lattine;
accanto a me con brio da coroner

io bisbiglio di bibite e uova;
se misurassi le parole
almeno l'umido nel petto
si farebbe inceneritore.

Non so chi sia l'impostore, io
o io. Siamo raccolti e separati.
Ogni tanto le parole
offrono rifiuti misurati.

Non credo di esagerare se scrivo che in questo "[...] dialogo, anche, aperto e franco con i propri maestri e con i compagni di strada, che l’autore chiama a fraterna raccolta dai due vastissimi territori culturali a lui noti e cari" (Pusterla) si può iniziare un viaggio non facile attraverso l'interrogativo legato al senso dello scrivere poesia nell'Occidente, o quantomeno nel palinsesto d'Occidente ("La poesia è una tecnica per preparare la tela", si legge in Previsione del tempo) che abbiamo ereditato e erediteremo, un po' come i funghi della Plath:

Overnight, very
Whitely, discreetly,
Very quietly

Our toes, our noses
Take hold on the loam,
Acquire the air.

Nobody sees us,
Stops us, betrays us;
The small grains make room.

Soft fists insist on
Heaving the needles,
The leafy bedding,

Even the paving.
Our hammers, our rams,
Earless and eyeless,

Perfectly voiceless,
Widen the crannies,
Shoulder through holes. We

Diet on water,
On crumbs of shadow,
Bland-mannered, asking

Little or nothing.
So many of us!
So many of us!

We are shelves, we are
Tables, we are meek,
We are edible,

Nudgers and shovers
In spite of ourselves.
Our kind multiplies:

We shall by morning
Inherit the earth.
Our foot's in the door.

(Sylvia Plath, Mushrooms)

Ho preferito chiudere così. Ho riportato per intero soltanto una poesia del libro, anche perché esiste un video molto bello della RSI disponibile a questo indirizzo web dal quale potrete ascoltare le poesie de Il passo dell'uomo direttamente dalla voce dell'autore: è meglio se lo guardate e ascoltate, anche per ripulirvi da questi appunti di lettura un po' sciocchi.