Pensavo che se avete amato Il deserto dei Tartari potreste leggere questo racconto di Mario Puccini intitolato Il forte X... pubblicato da Ventura Edizioni (pp. 48, euro 6, con una nota di Giovanni Ricciotti). Pensavo che potreste leggerlo anche se non amate Il deserto dei Tartari (e magari potete anche dirmi che avete letto questo racconto di Puccini e non il libro di Buzzati). Non sto mettendo le due opere su un piano di vicinanza negli esiti raggiunti bensì in una prossimità di immaginario topografico-militare. Il racconto era già uscito nel 1992 per La Vita Felice all'interno del volume ormai irreperibile intitolato Racconti cupi, un titolo apparso per la prima volta per i tipi di Campitelli di Foligno nel 1922. E cupo in effetti qui è tutto, a partire dalle stanze che il soldato-custode del forte si trova a percorrere nei suoi giorni di presenza solitaria tra quelle mura dove viene spedito (giorni di cui perderà infine il conteggio). Segni e fantasmi di chi è passato, scricchiolii, rimasugli, i dintorni immediati di questa costruzione, la vegetazione. Io credo che un aspetto interessante di questo cupo racconto risieda anche nel mostrare quale scossa possa aver trasmesso la Prima guerra mondiale sugli scrittori "attivi" prima e dopo. L'impatto delle vicende belliche, qui lontane, raffigurate per contrasto nel silenzio e nell'isolamento che contraddistinguono queste pagine, ha fatto zampillare categorie come quella del numbing e quella ancor più nota e strettamente legata all'unheimlich freudiano. Qui Puccini non dà spiegazioni del perturbante che si è venuto a creare e che procede a narrare, fino all'epilogo tragico.
In una sua recensione a Foville, contenuta in quella salutare e mirabile collezione di recensioni che si intitola Plausi e botte (qualche editore lo riproponga e sennò, in alternativa, fate un salto qui dove troverete un testo impreciso), Giovanni Boine diede a quel libro di Puccini del 1914 una garbata "botta" e nei passaggi introduttivi precisò, ripartendo dalle novelle pubblicate nel 1912, che "Mario Puccini di Viottola, non è Balzac né Verga, non è un generale d'armata, ma è, sì, un buon caporale che le manovre al suo plotone le sa far fare e certo pian piano passerà maresciallo. Stile scorrevole, lingua abbondante, fisionomia delle solite". Boine morì troppo presto, nemmeno trentenne, nel 1917, per poter leggere questo Puccini di inizio anni Venti. Chissà se gli sarebbe piaciuto in questa virata fantastica, che affonda più dentro, in quell'inconscio che proprio dalla letteratura fantastica trasse le prime mosse e lumeggiamenti.
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martedì 12 maggio 2015
lunedì 16 febbraio 2015
Letture da "Traviso" e da "Pertiche" a Fahrenheit
L'intervista di oggi con Loredana Lipperini a Fahrenheit ha anticipato gli spazi che la trasmissione di Rai Radio 3 dedicherà questa settimana ad alcune registrazioni di letture da Traviso (Edizioni Prufrock spa, 2014) e da Pertiche (La Vita Felice, 2012). Questo il sito del programma.
On parle de:
Alberto Cellotto,
Fahrenheit,
La Vita Felice,
Loredana Lipperini,
Pertiche,
Prufrock Spa,
Radio3,
Rai,
Traviso
mercoledì 10 dicembre 2014
Ryūnosuke Akutagawa: haiku e scritti scelti
L'editoria italiana non ha dato storicamente costante attenzione allo haiku. Questo fatto è singolare oppure banale. Voglio dire che si può provare a spiegare attraverso più strade: possiamo tirare in ballo il rapporto dell'editoria italiana con la poesia e con le forme brevi in particolar modo, possiamo contemplare il rapporto più generale con la letteratura del Giappone oppure possiamo provare a spiegarlo in cento altri modi. Ma in fondo, non è questo che ci interessa, tanto più se ci accingiamo a parlare di un editore che invece va controtendenza. Sicuramente in passato ci sono state delle pubblicazioni significative, dall'Oscar Mondadori curato da Elena Dal Pra all'ancor più significativa silloge di Longanesi (e poi Guanda) introdotta da un mirabile saggio di Andrea Zanzotto (ricordato anche qui, in occasione della recensione di un volume di Kuki Shūzō) intitolata semplicemente Cento haiku e curata da Irene Iarocci.
Il volume di Ryūnosuke Akutagawa intitolato Haiku e scritti scelti pubblicato da La Vita Felice (pp. 108, euro 10, a cura di Lorenzo Marinucci) va ad aggiungersi ad una ormai lunga serie di libri di haiku e poesia giapponese inanellata dall'editore milanese, che in questo mostra di colmare una lacuna o perlomeno una disattenzione del resto del panorama. Il lettore vi troverà una settantina di haiku di Akutagawa tradotti da Marinucci e con testo a fronte, ma anche dei preziosi contributi teorici, un ricordo di Bashō, materiale appunto sceltissimo per addentrarci nella scrittura di questo poeta fortemente legato anche alla storia del cinema attraverso più nodi (e qui, per iniziare, basti ricordare il bellissimo Rashōmon di Kurosawa).
![]() |
| Akutagawa (1892 - 1927) |
giovedì 4 dicembre 2014
Giovanni Turra, "Con fatica dire fame"
Le note critiche del premio letterario "Anna Osti"
Quarto appuntamento della miniserie di cinque post dedicati alle note critiche ai libri premiati o segnalati all'ultima edizione del premio letterario Anna Osti. Ringrazio i promotori del premio e i singoli autori di queste note. Ospito oggi il testo che Luca Pasello ha scritto per Con fatica dire fame di Giovanni Turra (La Vita Felice, 2014).
È
sempre un’operazione sospetta, la traduzione intermediale dei prodotti artistici
– poesia/teatro, pittura/poesia, poesia/fotografia – a rischio di fuga
anarchica dal testo o di illustrazione banalizzante. Non così quando
un’immagine, ad esempio, riproduca nel proprio medium il procedimento basilare
di un testo poetico. La redazione di Nuovi argomenti ha pubblicato or non
è molto quattro brani da Con fatica dire fame, accostandovi uno scatto
di Miles Aldridge, Cigarette stubbed in egg yolk. È una macro su un uovo
in camicia su cui sta conficcato un mozzicone, col rossetto che grida dal
filtro, lampone. Lettura impeccabile, perché dice scarto e “scarto” è
polisenso: ciò che resta, relitto; ma anzitutto slittamento, scostamento brusco
del punto d’osservazione, sutura mancata (e della presenza umana solo familiari
alterità o non consumazioni, a parte l’occhio che osserva). Il tutto operato su
oggetti ground zero – minimalia o rovine del quotidiano.
Giovanni
Turra procede così, sia nella macrostruttura (nell’ordinamento del libro), sia
nei singoli componimenti. Il libro, diviso in sezioni, fornisce da sé le proprie
chiavi, evidenti dai corsivi-cornice di ogni sezione, generatori di prospettiva
e più soggettivi. Ma in ogni brano si avverte quello scarto, si tratti di mondi
oggettuali (ciò che è prossimo, feriale, domestico) o di presenze vive
(persone, animali, memorie). Dal passo sicuro di Turra, che versifica saldo sul
proprio timbro baritonale, la metafora è quasi assente e in esso è la dissonanza
a partorire il senso: fatica del vivere (non della scrittura), assenza,
distanze quali forme paradossali di comunione... Svolte del senso che non ti
attendi. Come brace di sigaretta che sfrigola su un tuorlo, mentre due labbra
siano altrove.
Luca Pasello
On parle de:
Con fatica dire fame,
Giovanni Turra,
La Vita Felice,
Luca Pasello,
Premio Anna Osti
martedì 21 ottobre 2014
"L'offensiva scritta col lapis" di Arrigo Cajumi
Leggere una grande guerra #9
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).
Nelle librerie che hanno uno scaffale dedicato alla Prima guerra mondiale già da mesi si nota una calca di libri, novità, ristampe. La casa editrice il Mulino, ad esempio, ha colto l'occasione per riprendere in mano e rispolverare, senza aggiungere molto di nuovo, i propri cavalli di battaglia (anche se in questo caso l'espressione "cavalli di battaglia" potrebbe sembrare fuori luogo), studi epocali come Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale di Eric J. Leed, La grande guerra e la memoria moderna di Paul Fussell, i vari libri di Mario Isnenghi o Caporetto di Angelo Gatti, mentre Bollati Boringhieri ha pensato di rendere nuovamente fruibile Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918 di Leo Spitzer. Non è facile provare a dire con una nuova pubblicazione qualcosa di diverso nel suddetto panorama e non è nemmeno facile scegliere tra testi che si potrebbero pubblicare per la prima volta o ripubblicare dopo anni, se un editore non ha già dalla sua un catalogo storico che a quella guerra ha dedicato attenzione costante nel tempo. La condizione in cui versa da tempo il corso di laurea in storia è poi cosa nota. Tanta voglia di tradurre saggi stranieri passati inosservati non ce n'è e allora piuttosto si cerca (o si attende) la traduzione di quel saggio che "ha venduto bene in Francia", o di quell'altro che "venducchiato in Gran Bretagna" o di un altro ancora che ha "fatto scalpore in Germania". In fondo la fiera di Francoforte si è appena conclusa. E chissà magari quali libri ci perdiamo tra quelli che pubblicano nei Balcani sull'argomento... Mi è sembrata comunque buona l'iniziativa de La Vita Felice che in questo panorama un po' scansafatiche, fatto di schizofrenia e forse di poco coraggio editoriale, ha rimesso in circolo questo breve testo di Arrigo Cajumi. Si tratta di pochi fogli protocollo scritti di getto, ripresi in scansione alla fine del volume, ritrovati nella Biblioteca comunale di Milano tra le carte dell'autore. Il libro si intitola L'offensiva scritta col lapis (pp. 76, euro 9) e uscì per la prima volta nel 1994. Siamo alle ultime battute della guerra, tra il 22 ottobre e l'armistizio. Cajumi è un sottotenente, un "ragazzo del '99", visto che è nato a Torino proprio il 22 ottobre di 19 anni prima. Possiamo leggere questa manciata di pagine almeno in due modi: come testimonianza vivace e interrotta di quei giorni dell'offensiva finale e come testimonianza di alcuni giorni di gioventù di uno dei più interessanti e misconosciuti intellettuali italiani della prima metà del secolo scorso. (Per me inoltre è stato un modo inaspettato per ripassare i miei transiti quotidiani: Postioma, Padernello, Istrana, Cusignana, Povegliano, Arcade sono solo alcuni dei toponimi a me assai noti nominati ripetutamente dal giovanissimo Arrigo Cajumi.)
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).
Nelle librerie che hanno uno scaffale dedicato alla Prima guerra mondiale già da mesi si nota una calca di libri, novità, ristampe. La casa editrice il Mulino, ad esempio, ha colto l'occasione per riprendere in mano e rispolverare, senza aggiungere molto di nuovo, i propri cavalli di battaglia (anche se in questo caso l'espressione "cavalli di battaglia" potrebbe sembrare fuori luogo), studi epocali come Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale di Eric J. Leed, La grande guerra e la memoria moderna di Paul Fussell, i vari libri di Mario Isnenghi o Caporetto di Angelo Gatti, mentre Bollati Boringhieri ha pensato di rendere nuovamente fruibile Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918 di Leo Spitzer. Non è facile provare a dire con una nuova pubblicazione qualcosa di diverso nel suddetto panorama e non è nemmeno facile scegliere tra testi che si potrebbero pubblicare per la prima volta o ripubblicare dopo anni, se un editore non ha già dalla sua un catalogo storico che a quella guerra ha dedicato attenzione costante nel tempo. La condizione in cui versa da tempo il corso di laurea in storia è poi cosa nota. Tanta voglia di tradurre saggi stranieri passati inosservati non ce n'è e allora piuttosto si cerca (o si attende) la traduzione di quel saggio che "ha venduto bene in Francia", o di quell'altro che "venducchiato in Gran Bretagna" o di un altro ancora che ha "fatto scalpore in Germania". In fondo la fiera di Francoforte si è appena conclusa. E chissà magari quali libri ci perdiamo tra quelli che pubblicano nei Balcani sull'argomento... Mi è sembrata comunque buona l'iniziativa de La Vita Felice che in questo panorama un po' scansafatiche, fatto di schizofrenia e forse di poco coraggio editoriale, ha rimesso in circolo questo breve testo di Arrigo Cajumi. Si tratta di pochi fogli protocollo scritti di getto, ripresi in scansione alla fine del volume, ritrovati nella Biblioteca comunale di Milano tra le carte dell'autore. Il libro si intitola L'offensiva scritta col lapis (pp. 76, euro 9) e uscì per la prima volta nel 1994. Siamo alle ultime battute della guerra, tra il 22 ottobre e l'armistizio. Cajumi è un sottotenente, un "ragazzo del '99", visto che è nato a Torino proprio il 22 ottobre di 19 anni prima. Possiamo leggere questa manciata di pagine almeno in due modi: come testimonianza vivace e interrotta di quei giorni dell'offensiva finale e come testimonianza di alcuni giorni di gioventù di uno dei più interessanti e misconosciuti intellettuali italiani della prima metà del secolo scorso. (Per me inoltre è stato un modo inaspettato per ripassare i miei transiti quotidiani: Postioma, Padernello, Istrana, Cusignana, Povegliano, Arcade sono solo alcuni dei toponimi a me assai noti nominati ripetutamente dal giovanissimo Arrigo Cajumi.)
mercoledì 15 ottobre 2014
Presentazione di "Come i coralli" di Nicoletta Bidoia al Teatro Capovolto di Carbonera il 24 ottobre
Segnalo questo appuntamento per il prossimo venerdì 24 ottobre alle ore 21 presso il Teatro Capovolto di Carbonera (Treviso). Del libro Come i coralli di Nicoletta Bidoia ho scritto qualcosa qui (la locandina qui sotto è ricavata da un collage dell'autrice).
On parle de:
Come i coralli,
La Vita Felice,
Nicoletta Bidoia,
Teatro Capovolto,
Treviso
venerdì 27 giugno 2014
"Con fatica dire fame". Quindici anni della poesia di Giovanni Turra, stilista dell'usuale
Uscire a venticinque anni con un libro d'esordio che si può ricordare tra i migliori degli anni Novanta è un vantaggio? Non lo so. Non penso nemmeno si possa parlare di vantaggi e svantaggi e davvero non so se la domanda abbia fondamento. Però quando l'esordio riesce bene, si rischia sempre di fare la figura del giovane brillante poeta promettente che poi è presto dimenticato. So però che la poesia di Giovanni Turra (Mogliano Veneto, 1973), dopo quel Planimetrie uscito per Book Editore nel 1998, è approdata in situazioni di lettura e ascolto più diradate, anche se c'è stata la non trascurabile pubblicazione della silloge Condòmini e figure nel Nono quaderno italiano di Marcos y Marcos, nel 2007, con un'importante prefazione di Franco Buffoni. Turra ha poi forse perso il treno non imperdibile della poesia al tempo dei social network, il che non è necessariamente un male per un'arte così lenta e anche ha perso il treno-freccia senza direzione della presenza massiva in rete ai tempi dei "tori da testiera" (come sono stati definiti i commentatori di certi lit-blog). Ecco allora che dopo un inusuale iato di quindici (15) anni, appare per le edizioni La vita felice Con fatica dire fame (pp. 92, euro 13, con un risvolto di Stefano Raimondi), un libro che consiglierei di tener ben presente in tempi di classifiche e carotaggi e prelievi a campione che cercano di sondare e fotografare la poesia degli anni zero (zero come nome che è tutto un programma?).
L'arco temporale che racchiude questi testi, unito all'evidente meticolosità versificatoria di Giovanni Turra, dà subito l'impressione di un lavoro mai pago e inesauribile (ecco la fatica, sin dal titolo), di un bagno in un bacino lacustre dello stile che s'attesta ad un livello che è metrico e prosodico attentissimo, controllato, adatto a liberare piccole scosse di un novenario, la forza del settenario o l'enigma di un trisillabico. Un testo finito è frutto della religione (o della stanchezza) ricordava Jorges Luis Borges, e con queste poesie verrebbe facile dire che siamo dalla parte della stanchezza, dopo quindici anni di lavorio incessante e limatura. Lavoro di lima, già, bell'espressione. Si pensa sempre al pezzo finito e mai alla polvere di ferro o legno dell'atto del limare, che qui in queste poesie sembra un'acuta presenza. Proverò, nel poco spazio che mi do, a dire perché in fondo questo libro, oggi finito e dato alle stampe, stia quasi più dalla parte della religione, nel senso di recupero di una sacralità del lavoro sulla parola e in fondo un atto di fede pieno nella tradizione poetica di una grande eredità versificatoria e di una lingua come quella italiana, un atto che mi pare a tratti abbia davvero dell'incredibile, e che pure è l'unico criterio discriminante per poter continuare a scrivere di poesia, a parlarne, a riconoscerla (e non perché ci siamo tutti risvegliati nel bosco sacro eliotiano dalla sera al mattino). E anche la critica delle varianti forse non ci interessa più; ci interessa di più la critica della limatura, ma come limatura prodotto di scarto che cade a terra sotto la morsa che trattiene il pezzo di realtà che ogni volta proviamo a salvare. Voglio dire che la tradizione lirica italiana in questo libro di Turra batte anche laddove si avvertono gli strappi, le sincopi, le disparità delle contrazioni dei versi, in un cerchio che quasi prova la sempre difficile impresa di saldare forma-stile-etica in un solo giro di parole, in un camminare rischioso e rasente al muro di un'afasia che sembra persino suggerita dalla ripetizione di "fa-" nel titolo Con fatica dire fame, un titolo che tra l'altro adopera la parola "dire" nel momento in cui ne ammette una quasi disumana fatica.
E la fame allora? In realtà, il riuscito titolo che illumina tutta l'opera appare come un jeu interdit su due parole, "fatica" e "fame" per l'appunto, che rimandano entrambe al "venir meno", alla "mancanza". E diventa così un dito puntato in ogni componimento. Che cosa è mancato improvvisamente in questa vita, in queste vite che Turra raduna nei testi di questi quindici anni? La fatica diventa una condizione perenne e ineliminabile? E qual è la fame di cui si parla? Bruto bisogno fisiologico, fantomatica fame di conoscenza o una fame ben più sconvolgente (di progettualità, direzione, finanche fame di senso) che sta venendo a mancare? Si tratta forse di una fame di catastrofe, nel senso di scioglimento completo dell'intreccio delle vite per capire come sono fatte dentro davvero, quasi una fame di apocalisse rivelatoria che dica cosa sta sotto le numerose superfici descritte in questa poesia. Questo è un libro davvero superficiale, nel senso di un libro che sta sulle superfici delle cose e dei gesti, quasi a volerne preservare un'allegoria continua corrente sottopelle. Il libro, che s'apre con un'epigrafe dal Faust di Goethe ("tanto quel che sai di meglio non puoi dirlo ai tuoi alunni"), quasi a voler ricordare una grande nostalgia per un rapporto maestro-allievo ormai irrimediabilmente perso o impraticabile, pare snodarsi dapprincipio attorno a un immediato, palese omaggio montaliano:
Il pensile orologio da parete,
il metallo brunito della scocca.
Con tatto d’entomologo ne sfili
com’altrettante ali le lancette:
un volo di lancette sul quadrante,
tutta la tua vita in un botto.
E s’accampano di getto,
come usciti dall’armadio,
i tuoi morti tutti e due.
A mezzo busto dentro una cornice,
in un giorno di sole.
Il richiamo a Forse un mattino andando in un'aria di vetro e ai versi "Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto / alberi case colli per l'inganno consueto." sembra più una spia tematica, una conformità di voleri, una primissima intonazione come i suoni curiosi prodotti da un'orchestra che accorda e prova gli strumenti prima di uno spettacolo, che un montalismo vero e proprio. I temi della prima sezione, "Superfici", sembrano stare in tanti titoli che si susseguono: Superfici appunto, l'occhiuta e riuscitissima Bricolage concepita osservando una giovane collega a scuola, Auto nuova, Mani, Il barbiere, Giardino Zen, Cannocchiale. I temi della raccolta, se così vogliamo chiamarli, fanno il loro esordio già da queste prime battute: i luoghi di una giornata, gli spazi abitati, persino una sorta di voyeurismo/scopofilia in realtà rivolti all'eros sparso nel mondo intero, alle superfici, che poi non è tanto lontano dall'essere la ragione "erotica" per cui forse esiste la poesia (sotto certi aspetti lo ricordava bene anche Zanzotto). La seconda parte del libro, "Quando siamo via", è un inno al gioco inanimato che fanno le cose in nostra assenza, gli spazi, tra il limone cimato e l'annuario del telefono. In una poesia, Lo sgombero, assistiamo al massimo di variazione nel minor spazio possibile, da Lo sgombero del titolo allo "sgombro" (senza "e") che chiude la poesia:
Riscuotiti al suono fesso
del citofono. Nell’avello
cieco dell’androne, penetrane
l’eco, l’arcano degli oscuri
allacciamenti. Afferra
il saliscendi della porta,
inverti il giro all’ultima
mandata. Fatti viva.
Altro è dire forte
e chiaro e senza voce
il nostro nome, nella nostra
casa vuota, occhio per occhio
a cominciare dal letto,
buca d’obice, voragine d’alte
mura, nell’attimo
finale dello sgombro.
Si procede, e non poteva essere diversamente, con Condòmini, dove lo spostamento d'accento indietro (o in avanti) ci porta continuamente a un gioco di pieni e vuoti che si rivolge agli spazi abitati e alle persone che li abitano: condòmini e condomìni. Turra, sin dalla silloge del Quaderno di Marcos y Marcos, sembra scegliere la lectio difficilior di una parola sdrucciola. "Il cadavere di Cook" è la sezione del cadavere dell'esploratore-poeta fatto in pezzi, vivisezionato e spartito tra gli isolani che rimangono, e si muove in una serie di testi che indugiano su singoli pezzi o situazioni, in feroci macro fotografiche o impietosi e lunghi piani-sequenza. La poesia che segue, da questa sezione, si intitola Denti:
I miei denti:
cresciuti me li diresti
in un pendio
– un dirupo di gladioli –
precipitevole tanto
quanto me
se mi vedi dal basso.
Minuscoli cippi, segnali
di confine, nel breve camposanto
della mia vita.
Il massimo rigore e concentrazione a mio avviso si ravvisano nella bellissima sezione (sin dal titolo) "Manovre per l'addiaccio", dove l'anacoluto, l'iperbato, quel calco sospeso tra certe costruzioni della lingua latina e certi costrutti di frase anglosassone, come il "quando siamo per dormire", lasciano spazio a uno dei più bei componimenti della raccolta, in corsivo. Qui le alte gru nei quartieri sorti dai disgraziati piani urbanistici del Veneto assomigliano a delle giraffe sperse allo zoo.
La notte,
quando siamo per dormire,
noi si volge il capo ad est,
nel disordine sparso
dei nuovi quartieri.
Un’alberatura fitta di guglie,
alti pinnacoli, antenne
dove girano le gru.
E v’è stupore nel sangue,
ammirazione, quasi ci fosse vicino
il mare.
Credo sia in questo frangente del libro, in questa sezione, che la sonda della poesia di Turra prenda di petto il tempo della memoria, il paesaggio, lo sbattere e sbatacchiare delle imposte dello sguardo sul Veneto (Francesco Maino scriverebbe "veneto", con la minuscola), senza però quel livore inutile che rischia ormai solo di fregare molte altre generazioni a venire. Ed ecco il terremoto del Veneto orientale del 1976, il rapporto col padre, il fare la spesa ("Nessuna cosa nuova nei discount / potè mai avere inizio") quando "ecco ti scoppia nel cervello / un lampo senza aloni", le leirisiane età d'uomo ("L’io che ero io a sedici anni / io dico: era, è stato. / E vide, crebbe, disse. / E tutto è dentro me, / dov’è uno spazio grande / apposta per il gioco."). Nella sezione conclusiva, quella che si intitola come il libro, compaiono gli animali, alci, animali allo zoo e animali da soma. E se Un tempo unisoni potrebbe ricordare la rilkiana pantera, Animali da soma è un testo che sorprende per l'impennata che prende e per come si conclude, in un finale dove la ricerca delle parole rare ("i ginocchi", la sella denominata "basto") non potrà essere scioccamente scambiata per ricerca di inutili preziosismi lessicali:
Parlano alemanno
un uomo in età e una giovane
donna, come dolendosi
liricamente
di qualcosa. Avrebbe potuto
essere questo il tono
e la posa, l’afflato
dei sodali amici di Gesù
ai piedi della croce.
Parlano i due
come da una grata.
Alternano velari
e gutturali
negli orecchi a un cavallo.
Ha la bocca sconciata dal morso
madido. Gli zoccoli son fessi
e mezzo aperti. Non nitrisce,
raglia. Gli si rompono i ginocchi
per la fatica del basto.
Mutatis mutandis, Bach oggi suonerebbe come i Sonic Youth? Chi lo sa. Forse ci proverebbe, abbracciando con amore tutta una tradizione di poesia che ci parlava di respiro, piede metrico, sguardo e che oggi prova ancora a carpirne la centralità, a metterla in opera, anche se al posto dello sguardo s'avvicendano sguardi distratti e muti, al posto del piede metrico ci sono piedi dall'aspetto sinistro "ingombranti e comatosi" e al posto del respiro, in questa epoca, sembra rimasta soltanto una "rauca ruggine del fiato". Turra ha sicuramente letto a lungo Philip Larkin, the master of the ordinary secondo la celebre definizione di Derek Walcott. A me però tornava in mente Nelo Risi che nel primo testo del suo Di certe cose del 1970 scriveva "Se occorre arte perché siano vere / le parole rare / forse più ne occorre / per essere stilisti dell'usuale".
L'arco temporale che racchiude questi testi, unito all'evidente meticolosità versificatoria di Giovanni Turra, dà subito l'impressione di un lavoro mai pago e inesauribile (ecco la fatica, sin dal titolo), di un bagno in un bacino lacustre dello stile che s'attesta ad un livello che è metrico e prosodico attentissimo, controllato, adatto a liberare piccole scosse di un novenario, la forza del settenario o l'enigma di un trisillabico. Un testo finito è frutto della religione (o della stanchezza) ricordava Jorges Luis Borges, e con queste poesie verrebbe facile dire che siamo dalla parte della stanchezza, dopo quindici anni di lavorio incessante e limatura. Lavoro di lima, già, bell'espressione. Si pensa sempre al pezzo finito e mai alla polvere di ferro o legno dell'atto del limare, che qui in queste poesie sembra un'acuta presenza. Proverò, nel poco spazio che mi do, a dire perché in fondo questo libro, oggi finito e dato alle stampe, stia quasi più dalla parte della religione, nel senso di recupero di una sacralità del lavoro sulla parola e in fondo un atto di fede pieno nella tradizione poetica di una grande eredità versificatoria e di una lingua come quella italiana, un atto che mi pare a tratti abbia davvero dell'incredibile, e che pure è l'unico criterio discriminante per poter continuare a scrivere di poesia, a parlarne, a riconoscerla (e non perché ci siamo tutti risvegliati nel bosco sacro eliotiano dalla sera al mattino). E anche la critica delle varianti forse non ci interessa più; ci interessa di più la critica della limatura, ma come limatura prodotto di scarto che cade a terra sotto la morsa che trattiene il pezzo di realtà che ogni volta proviamo a salvare. Voglio dire che la tradizione lirica italiana in questo libro di Turra batte anche laddove si avvertono gli strappi, le sincopi, le disparità delle contrazioni dei versi, in un cerchio che quasi prova la sempre difficile impresa di saldare forma-stile-etica in un solo giro di parole, in un camminare rischioso e rasente al muro di un'afasia che sembra persino suggerita dalla ripetizione di "fa-" nel titolo Con fatica dire fame, un titolo che tra l'altro adopera la parola "dire" nel momento in cui ne ammette una quasi disumana fatica.
E la fame allora? In realtà, il riuscito titolo che illumina tutta l'opera appare come un jeu interdit su due parole, "fatica" e "fame" per l'appunto, che rimandano entrambe al "venir meno", alla "mancanza". E diventa così un dito puntato in ogni componimento. Che cosa è mancato improvvisamente in questa vita, in queste vite che Turra raduna nei testi di questi quindici anni? La fatica diventa una condizione perenne e ineliminabile? E qual è la fame di cui si parla? Bruto bisogno fisiologico, fantomatica fame di conoscenza o una fame ben più sconvolgente (di progettualità, direzione, finanche fame di senso) che sta venendo a mancare? Si tratta forse di una fame di catastrofe, nel senso di scioglimento completo dell'intreccio delle vite per capire come sono fatte dentro davvero, quasi una fame di apocalisse rivelatoria che dica cosa sta sotto le numerose superfici descritte in questa poesia. Questo è un libro davvero superficiale, nel senso di un libro che sta sulle superfici delle cose e dei gesti, quasi a volerne preservare un'allegoria continua corrente sottopelle. Il libro, che s'apre con un'epigrafe dal Faust di Goethe ("tanto quel che sai di meglio non puoi dirlo ai tuoi alunni"), quasi a voler ricordare una grande nostalgia per un rapporto maestro-allievo ormai irrimediabilmente perso o impraticabile, pare snodarsi dapprincipio attorno a un immediato, palese omaggio montaliano:
Il pensile orologio da parete,
il metallo brunito della scocca.
Con tatto d’entomologo ne sfili
com’altrettante ali le lancette:
un volo di lancette sul quadrante,
tutta la tua vita in un botto.
E s’accampano di getto,
come usciti dall’armadio,
i tuoi morti tutti e due.
A mezzo busto dentro una cornice,
in un giorno di sole.
Il richiamo a Forse un mattino andando in un'aria di vetro e ai versi "Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto / alberi case colli per l'inganno consueto." sembra più una spia tematica, una conformità di voleri, una primissima intonazione come i suoni curiosi prodotti da un'orchestra che accorda e prova gli strumenti prima di uno spettacolo, che un montalismo vero e proprio. I temi della prima sezione, "Superfici", sembrano stare in tanti titoli che si susseguono: Superfici appunto, l'occhiuta e riuscitissima Bricolage concepita osservando una giovane collega a scuola, Auto nuova, Mani, Il barbiere, Giardino Zen, Cannocchiale. I temi della raccolta, se così vogliamo chiamarli, fanno il loro esordio già da queste prime battute: i luoghi di una giornata, gli spazi abitati, persino una sorta di voyeurismo/scopofilia in realtà rivolti all'eros sparso nel mondo intero, alle superfici, che poi non è tanto lontano dall'essere la ragione "erotica" per cui forse esiste la poesia (sotto certi aspetti lo ricordava bene anche Zanzotto). La seconda parte del libro, "Quando siamo via", è un inno al gioco inanimato che fanno le cose in nostra assenza, gli spazi, tra il limone cimato e l'annuario del telefono. In una poesia, Lo sgombero, assistiamo al massimo di variazione nel minor spazio possibile, da Lo sgombero del titolo allo "sgombro" (senza "e") che chiude la poesia:
Riscuotiti al suono fesso
del citofono. Nell’avello
cieco dell’androne, penetrane
l’eco, l’arcano degli oscuri
allacciamenti. Afferra
il saliscendi della porta,
inverti il giro all’ultima
mandata. Fatti viva.
Altro è dire forte
e chiaro e senza voce
il nostro nome, nella nostra
casa vuota, occhio per occhio
a cominciare dal letto,
buca d’obice, voragine d’alte
mura, nell’attimo
finale dello sgombro.
Si procede, e non poteva essere diversamente, con Condòmini, dove lo spostamento d'accento indietro (o in avanti) ci porta continuamente a un gioco di pieni e vuoti che si rivolge agli spazi abitati e alle persone che li abitano: condòmini e condomìni. Turra, sin dalla silloge del Quaderno di Marcos y Marcos, sembra scegliere la lectio difficilior di una parola sdrucciola. "Il cadavere di Cook" è la sezione del cadavere dell'esploratore-poeta fatto in pezzi, vivisezionato e spartito tra gli isolani che rimangono, e si muove in una serie di testi che indugiano su singoli pezzi o situazioni, in feroci macro fotografiche o impietosi e lunghi piani-sequenza. La poesia che segue, da questa sezione, si intitola Denti:
I miei denti:
cresciuti me li diresti
in un pendio
– un dirupo di gladioli –
precipitevole tanto
quanto me
se mi vedi dal basso.
Minuscoli cippi, segnali
di confine, nel breve camposanto
della mia vita.
Il massimo rigore e concentrazione a mio avviso si ravvisano nella bellissima sezione (sin dal titolo) "Manovre per l'addiaccio", dove l'anacoluto, l'iperbato, quel calco sospeso tra certe costruzioni della lingua latina e certi costrutti di frase anglosassone, come il "quando siamo per dormire", lasciano spazio a uno dei più bei componimenti della raccolta, in corsivo. Qui le alte gru nei quartieri sorti dai disgraziati piani urbanistici del Veneto assomigliano a delle giraffe sperse allo zoo.
La notte,
quando siamo per dormire,
noi si volge il capo ad est,
nel disordine sparso
dei nuovi quartieri.
Un’alberatura fitta di guglie,
alti pinnacoli, antenne
dove girano le gru.
E v’è stupore nel sangue,
ammirazione, quasi ci fosse vicino
il mare.
Credo sia in questo frangente del libro, in questa sezione, che la sonda della poesia di Turra prenda di petto il tempo della memoria, il paesaggio, lo sbattere e sbatacchiare delle imposte dello sguardo sul Veneto (Francesco Maino scriverebbe "veneto", con la minuscola), senza però quel livore inutile che rischia ormai solo di fregare molte altre generazioni a venire. Ed ecco il terremoto del Veneto orientale del 1976, il rapporto col padre, il fare la spesa ("Nessuna cosa nuova nei discount / potè mai avere inizio") quando "ecco ti scoppia nel cervello / un lampo senza aloni", le leirisiane età d'uomo ("L’io che ero io a sedici anni / io dico: era, è stato. / E vide, crebbe, disse. / E tutto è dentro me, / dov’è uno spazio grande / apposta per il gioco."). Nella sezione conclusiva, quella che si intitola come il libro, compaiono gli animali, alci, animali allo zoo e animali da soma. E se Un tempo unisoni potrebbe ricordare la rilkiana pantera, Animali da soma è un testo che sorprende per l'impennata che prende e per come si conclude, in un finale dove la ricerca delle parole rare ("i ginocchi", la sella denominata "basto") non potrà essere scioccamente scambiata per ricerca di inutili preziosismi lessicali:
Parlano alemanno
un uomo in età e una giovane
donna, come dolendosi
liricamente
di qualcosa. Avrebbe potuto
essere questo il tono
e la posa, l’afflato
dei sodali amici di Gesù
ai piedi della croce.
Parlano i due
come da una grata.
Alternano velari
e gutturali
negli orecchi a un cavallo.
Ha la bocca sconciata dal morso
madido. Gli zoccoli son fessi
e mezzo aperti. Non nitrisce,
raglia. Gli si rompono i ginocchi
per la fatica del basto.
Mutatis mutandis, Bach oggi suonerebbe come i Sonic Youth? Chi lo sa. Forse ci proverebbe, abbracciando con amore tutta una tradizione di poesia che ci parlava di respiro, piede metrico, sguardo e che oggi prova ancora a carpirne la centralità, a metterla in opera, anche se al posto dello sguardo s'avvicendano sguardi distratti e muti, al posto del piede metrico ci sono piedi dall'aspetto sinistro "ingombranti e comatosi" e al posto del respiro, in questa epoca, sembra rimasta soltanto una "rauca ruggine del fiato". Turra ha sicuramente letto a lungo Philip Larkin, the master of the ordinary secondo la celebre definizione di Derek Walcott. A me però tornava in mente Nelo Risi che nel primo testo del suo Di certe cose del 1970 scriveva "Se occorre arte perché siano vere / le parole rare / forse più ne occorre / per essere stilisti dell'usuale".
lunedì 12 maggio 2014
"Come i coralli" di Nicoletta Bidoia
Tempo fa, in una delle scorribande di letture sconclusionate di geologia e paleoantropologia, ero alle prese con un agile volumetto di Laterza, La scienza delle nostre origini, scritto dagli antropologi Claudio Tuniz, Giorgio Manzi e David Caramelli. Mi ero imbattuto in un passaggio sui coralli e avevo da poco letto in anteprima quasi tutte le poesie di Nicoletta Bidoia ora contenute in Come i coralli (La Vita Felice, pp. 84, euro 13). Questo il passo che avevo evidenziato con un orecchio: "Il corallo si forma sott'acqua, ma quando il livello del mare s'innalza, per esempio in seguito allo scioglimento dei ghiacci polari, l'aumentato spessore di liquido scherma il Sole, che così non può raggiungere le alghe che vivono simbioticamente con il corallo. Attraverso la fotosintesi, tali piante microscopiche forniscono ai coralli il nutrimento necessario, per cui l'assenza dell'energia solare fa morire le alghe e, a cascata, il banco di corallo".
"Il corallo è come noi. Pare uno, / ma sono tanti i tremori che lo fanno." Il titolo del libro, quell'allitterante similitudine del fiore-animale acquatico, accetta di arrivare a noi quantomeno in accezione duplice. Se prima vi è la meraviglia (e questo è un libro non estraneo alla meraviglia del vivere e alla festa dell'osservare e del raccontare), in seconda ma non secondaria battuta vi è la consapevolezza del corallo, che diventa scheletro calcareo di qualcosa che vive nascosto, nelle profondità dei mari o come fossile in quota tra le montagne. E se il corallo assomiglia a un tentacolare albero, L'albero è allora il titolo della poesia d'apertura, la prima della sezione intitolata Novecento e tutta incentrata su quel lavoro invischiato che è il recupero orale della memoria. Qui però avviene subito qualcosa di diverso, di nuovo: il riconoscimento di uno scarto che abita pienamente gli ultimi tre versi di questo testo.
Andò a Venezia negli archivi
e compose l’albero della vita,
la dinastia con le bandiere
sulla diramazione di un nome.
Trovò nel sangue tracce di Sardegna
e un più nobile corredo francese.
“Veniamo dai De Lion” diceva,
appuntando d’orgoglio le radici
di una storia. C’era tutto in quelle tavole,
compresa la filigrana dei destini,
ma l’albero si è perso, non si trova
e del disegno fastoso
non è rimasto niente.
Si discende adesso come tutti,
un rametto dopo l’altro
alla cieca.
Nel lungo componimento successivo, La solita storia, assistiamo al racconto della prigionia di guerra del nonno dell'autrice e diventa palpabile la presenza dell'opera, davvero centrale nella formazione e nella scrittura di Nicoletta Bidoia (in questo testo sono Tosca, Rigoletto e L'Arlesiana). Ed è sempre il canto, che davvero andrebbe capito in tutta la sua centralità nella letteratura, che ritorna anche nel testo intitolato Il gigante.
Stacca il turno e ritorna
fischiando Bandiera rossa.
La sventola sottovoce, in bici,
col sollievo di chi sogna. Qualcuno
ascolta - riporta - e in sette
sul piazzale della chiesa
rinfacciano ogni nota, colpendo invano
i suoi due metri e rotti di coraggio.
Li sistema tutti e rincasa.
Ma sono i giorni del ‘28 e un canto
si paga col morire. Basta un soffio,
un’ipotesi di castigo e un camion
tende l’agguato a quella voce.
La squadra si avvicina una sera,
di fronte al bar di Lancenigo,
facendo fuori l’usignolo
lì, sulla strada.
Un'oralità polifonica e fittamente abitata, quasi dolcemente invasa dagli altri e così vivida nella prima sezione, subisce poi un arresto non brusco, tuttavia deciso e meditato, nella parte centrale intitolata Silenzi. Sembra qui sfrondato il numero di persone precipitate dentro i testi. Qui, come nei ritagli dei collage e dei teatrini di carta in cui l'autrice trova la propria più grande beatitudine (si possono vedere su Youtube), si prova davvero a trascrivere il silenzio "quasi fosse l'aria rarefatta di un ghiacciaio". Ed è qui che si registra meglio anche quel rallentamento che appartiene al ricordo. Così, in una poesia che prende lo spunto architettonico e volumetrico da due chiese, leggiamo:
Due chiese mi porto dentro:
quella interna al collegio a Reggio Emilia
- nella viva preghiera ero in attesa
che la pietra si allungasse
e tenesse davvero con sé -
e Santa Lucia a Treviso, sempre di mattina presto,
dopo la corriera e prima dell’ufficio,
deserta anche quella.
Una mezzora di niente, poco meno,
uno slargo atteso di silenzio. Mi ostinavo così
ad accogliere Dio o un suo frammento,
come quando insistevo di andare all’asilo
prima degli altri, per vederli arrivare
e per capire da dove veniva tutta la gioia
che avrei provato dopo (con gli altri
si vive anche così, da soli,
e pieni di pensieri per loro)
- poi le braccia si allargavano
perché avevo fatto spazio. Ecco, il buio
è solo un’altra faccia da guardare
e a volte anche la nostra si spegne
e fa paura, così finisce che tutto
è reciproco di qualcosa, e anche se non vuole
ne fa parte.
Parlami, la terza e conclusiva sezione di Come i coralli, si apre ancor più alla molteplicità del vivere e alla stratificazione di situazioni che ci conducono in molti posti, in tanti piani del sentire e del resistere, persino da un veterinario bizzarro che dà ancora del voi. E se "tutto varia col variare del tutto", come vuole il Fabio Pusterla citato in epigrafe del volume, c'è qualcosa che inevitabilmente resta. In Cima Uomo si legge:
Resta la luce delle cose indovinate,
l’armonia che a fine agosto si incastona
nella conca tra Cima Uomo
e l’ansia. Portiamo qui la vita
- il modesto dono al paesaggio -
davanti a quelle pale,
mai così lontane come oggi nelle nuvole,
mentre sale la musica dal fondo
a ricordare tutta la fatica
di essere cima, burrone,
strapiombo e quasi mai
essere prato.
I coralli, nel loro essere quasi-pietra quasi-rosso quasi-sangue (Pietra sangue per ritornare a Pusterla?) e nel loro esistere così dipendenti e in fondo grati all'inclinazione dei raggi solari che ricevono, all'habitat dei loro banchi, ci invitano a riunire le barriere del mare con le buzzatiane barriere delle pareti dolomitiche, che furono mari tropicali a loro volta, in tempi lontanissimi, e poi a provare a tastare la temperatura e la pelle di quei visi di roccia dove vediamo proiettato il tremolio rosso-viola dell'enrosadira, quel magnifico fenomeno cromatico che dà il titolo a una poesia di questo libro. I coralli e le rocce ci invitano anche a compiere quello sforzo davvero oltraggioso e creativo che ci vede trasformare il bianco del bicarbonato di calcio e del magnesio nell'accensione di un viso ("Se parliamo di loro, la distanza scompare / e ci raggiunge in pianura una pace / e un lieve discorso di pietre dolomiti / che sanno mutare le pareti come guance, / trasfigurare le crode in alba, /in docile tramonto."). Si verifica in questo libro una sorta di simbiosi di uomo natura e scrittura che non è un artato rimescolamento di piani e dei regni viventi, bensì un'interrogazione fonda e mai calcata del nostro stare al mondo.
Il corallo è come noi. Pare uno,
ma sono tanti i tremori che lo fanno. La fiducia
sembra farsi verticale, poi s’inclina
- basta un’ombra che s’impiglia in uno sguardo.
Chi racconta di colonie millenarie sta parlando
dei giorni nostri in fila, se non fosse che ogni tanto
si spira per un niente.
Siamo scheletri e barriere e rosso vivo
che si annoda e che compone
- sapendo di mentire - un ordine perfetto
e la sua fine.
(La trasmissione Fahrenheit di Radio Tre dedicava proprio oggi un'intervista all'autrice, completata dalla registrazione di alcuni testi di questo nuovo libro letti dalla voce stessa di Nicoletta Bidoia.)
"Il corallo è come noi. Pare uno, / ma sono tanti i tremori che lo fanno." Il titolo del libro, quell'allitterante similitudine del fiore-animale acquatico, accetta di arrivare a noi quantomeno in accezione duplice. Se prima vi è la meraviglia (e questo è un libro non estraneo alla meraviglia del vivere e alla festa dell'osservare e del raccontare), in seconda ma non secondaria battuta vi è la consapevolezza del corallo, che diventa scheletro calcareo di qualcosa che vive nascosto, nelle profondità dei mari o come fossile in quota tra le montagne. E se il corallo assomiglia a un tentacolare albero, L'albero è allora il titolo della poesia d'apertura, la prima della sezione intitolata Novecento e tutta incentrata su quel lavoro invischiato che è il recupero orale della memoria. Qui però avviene subito qualcosa di diverso, di nuovo: il riconoscimento di uno scarto che abita pienamente gli ultimi tre versi di questo testo.
Andò a Venezia negli archivi
e compose l’albero della vita,
la dinastia con le bandiere
sulla diramazione di un nome.
Trovò nel sangue tracce di Sardegna
e un più nobile corredo francese.
“Veniamo dai De Lion” diceva,
appuntando d’orgoglio le radici
di una storia. C’era tutto in quelle tavole,
compresa la filigrana dei destini,
ma l’albero si è perso, non si trova
e del disegno fastoso
non è rimasto niente.
Si discende adesso come tutti,
un rametto dopo l’altro
alla cieca.
Nel lungo componimento successivo, La solita storia, assistiamo al racconto della prigionia di guerra del nonno dell'autrice e diventa palpabile la presenza dell'opera, davvero centrale nella formazione e nella scrittura di Nicoletta Bidoia (in questo testo sono Tosca, Rigoletto e L'Arlesiana). Ed è sempre il canto, che davvero andrebbe capito in tutta la sua centralità nella letteratura, che ritorna anche nel testo intitolato Il gigante.
Stacca il turno e ritorna
fischiando Bandiera rossa.
La sventola sottovoce, in bici,
col sollievo di chi sogna. Qualcuno
ascolta - riporta - e in sette
sul piazzale della chiesa
rinfacciano ogni nota, colpendo invano
i suoi due metri e rotti di coraggio.
Li sistema tutti e rincasa.
Ma sono i giorni del ‘28 e un canto
si paga col morire. Basta un soffio,
un’ipotesi di castigo e un camion
tende l’agguato a quella voce.
La squadra si avvicina una sera,
di fronte al bar di Lancenigo,
facendo fuori l’usignolo
lì, sulla strada.
Un'oralità polifonica e fittamente abitata, quasi dolcemente invasa dagli altri e così vivida nella prima sezione, subisce poi un arresto non brusco, tuttavia deciso e meditato, nella parte centrale intitolata Silenzi. Sembra qui sfrondato il numero di persone precipitate dentro i testi. Qui, come nei ritagli dei collage e dei teatrini di carta in cui l'autrice trova la propria più grande beatitudine (si possono vedere su Youtube), si prova davvero a trascrivere il silenzio "quasi fosse l'aria rarefatta di un ghiacciaio". Ed è qui che si registra meglio anche quel rallentamento che appartiene al ricordo. Così, in una poesia che prende lo spunto architettonico e volumetrico da due chiese, leggiamo:
Due chiese mi porto dentro:
quella interna al collegio a Reggio Emilia
- nella viva preghiera ero in attesa
che la pietra si allungasse
e tenesse davvero con sé -
e Santa Lucia a Treviso, sempre di mattina presto,
dopo la corriera e prima dell’ufficio,
deserta anche quella.
Una mezzora di niente, poco meno,
uno slargo atteso di silenzio. Mi ostinavo così
ad accogliere Dio o un suo frammento,
come quando insistevo di andare all’asilo
prima degli altri, per vederli arrivare
e per capire da dove veniva tutta la gioia
che avrei provato dopo (con gli altri
si vive anche così, da soli,
e pieni di pensieri per loro)
- poi le braccia si allargavano
perché avevo fatto spazio. Ecco, il buio
è solo un’altra faccia da guardare
e a volte anche la nostra si spegne
e fa paura, così finisce che tutto
è reciproco di qualcosa, e anche se non vuole
ne fa parte.
Parlami, la terza e conclusiva sezione di Come i coralli, si apre ancor più alla molteplicità del vivere e alla stratificazione di situazioni che ci conducono in molti posti, in tanti piani del sentire e del resistere, persino da un veterinario bizzarro che dà ancora del voi. E se "tutto varia col variare del tutto", come vuole il Fabio Pusterla citato in epigrafe del volume, c'è qualcosa che inevitabilmente resta. In Cima Uomo si legge:
Resta la luce delle cose indovinate,
l’armonia che a fine agosto si incastona
nella conca tra Cima Uomo
e l’ansia. Portiamo qui la vita
- il modesto dono al paesaggio -
davanti a quelle pale,
mai così lontane come oggi nelle nuvole,
mentre sale la musica dal fondo
a ricordare tutta la fatica
di essere cima, burrone,
strapiombo e quasi mai
essere prato.
I coralli, nel loro essere quasi-pietra quasi-rosso quasi-sangue (Pietra sangue per ritornare a Pusterla?) e nel loro esistere così dipendenti e in fondo grati all'inclinazione dei raggi solari che ricevono, all'habitat dei loro banchi, ci invitano a riunire le barriere del mare con le buzzatiane barriere delle pareti dolomitiche, che furono mari tropicali a loro volta, in tempi lontanissimi, e poi a provare a tastare la temperatura e la pelle di quei visi di roccia dove vediamo proiettato il tremolio rosso-viola dell'enrosadira, quel magnifico fenomeno cromatico che dà il titolo a una poesia di questo libro. I coralli e le rocce ci invitano anche a compiere quello sforzo davvero oltraggioso e creativo che ci vede trasformare il bianco del bicarbonato di calcio e del magnesio nell'accensione di un viso ("Se parliamo di loro, la distanza scompare / e ci raggiunge in pianura una pace / e un lieve discorso di pietre dolomiti / che sanno mutare le pareti come guance, / trasfigurare le crode in alba, /in docile tramonto."). Si verifica in questo libro una sorta di simbiosi di uomo natura e scrittura che non è un artato rimescolamento di piani e dei regni viventi, bensì un'interrogazione fonda e mai calcata del nostro stare al mondo.
Il corallo è come noi. Pare uno,
ma sono tanti i tremori che lo fanno. La fiducia
sembra farsi verticale, poi s’inclina
- basta un’ombra che s’impiglia in uno sguardo.
Chi racconta di colonie millenarie sta parlando
dei giorni nostri in fila, se non fosse che ogni tanto
si spira per un niente.
Siamo scheletri e barriere e rosso vivo
che si annoda e che compone
- sapendo di mentire - un ordine perfetto
e la sua fine.
(La trasmissione Fahrenheit di Radio Tre dedicava proprio oggi un'intervista all'autrice, completata dalla registrazione di alcuni testi di questo nuovo libro letti dalla voce stessa di Nicoletta Bidoia.)
On parle de:
Claudio Tuniz,
Come i coralli,
David Caramelli,
Fabio Pusterla,
Giorgio Manzi,
La Vita Felice,
Nicoletta Bidoia
sabato 14 dicembre 2013
"Tempi d'Europa". Una bella antologia poetica
Una poesia da #26
Aprire questa antologia verso metà settimana quando mi è arrivata e trovarvi, per prima cosa, il nome di Dino Formaggio, seguito da una citazione di Auerbach perfettamente calata, lassù in cima alla breve nota di Amedeo Anelli, è stato un fattore che mi ha subito disposto positivamente. Su Formaggio, se non fosse per qualche iniziativa sporadica, è stranamente sceso il silenzio. E pensare che fino a qualche decennio fa si poteva trovare negli Oscar Mondadori un libro come L'arte come idea e come esperienza... Tempi d'Europa (La Vita Felice, pp. 144, euro 15) è un'antologia sicuramente ambiziosa, sicuramente per forze di cose e di dimensioni non approfondita sui vari autori, sicuramente nata da un taglio molto forte. E tuttavia è un'antologia pienamente conscia dei propri limiti e questo la aiuta ad essere una bella antologia. Allo stesso tempo è un progetto nel quale i curatori Lino Angiuli e Milica Marinković hanno dato una felice interpretazione di quel "melograno di lingue" (Zanzotto) che è tuttora il continente vecchio. A volte penso che in un'atmosfera poco propizia come quella degli anni tra le due guerre i poeti si preoccupassero di più e meglio di capire cosa e come si scrivesse fuori dai confini nazionali. Desolante invece oggi notare come qualche nome straniero manchi nei dibattiti e nelle presentazioni di poesia più informate. In questo libretto rosso troverete davvero poesie da tutti i paesi e anche testi delle minoranze linguistiche. Dall'inglese al gaelico irlandese, dal francese al provenzale, l’occitanico, il corso, il bretone; con lo spagnolo si può trovare l’euskera, il gallego e il catalano. Si trovano testi da Lussemburgo (a tal proposito, da Lussemburgo va segnalato il libretto di Lambert Schlechter All'opposto di ogni posto pubblicato da Interlinea), da Cipro, dalla Lettonia o dalla Bulgaria. E tutte le poesie presentano il testo italiano a sinistra. Sono in totale 42 testi provenienti da 28 paesi della Comunità Europea.
Simili volumi diventano utili perché, almeno nel mio caso, possono diventare il primo gradino verso una nuova lettura. E in fondo è anche questo il loro senso. Meglio ancora se diventano il primo gradino verso una nuova traduzione più ampia. Scegliere ora un testo da un'antologia così concepita e che nasce e si rafforza nella compresenza di lingue e paesi sembra davvero una mancanza di rispetto verso il criterio che l'ha informata. Eppure mi congedo con una poesia scelta naturalmente secondo una logica pretestuosa, così come è pretestuosa e riuscita la logica alla Northrop Frye adottata dai curatori di "compilazione per stagioni" dell'antologia, divisa in quattro parti e anticipata dalla poesia di Francis Jammes intitolata proprio Les quatre saisons quindi aperta davvero con la celebre La primavera hitleriana di Montale. Ma per finire, io mi sposto nell'inverno, nel quale siamo ormai dentro, verso il Baltico, in Estonia, con Doris Kareva tradotta da Piera Mattei.
Aspra e avara è la luce nordica.
Slitte trascinate in pesante oscurità,
gufi e lupi che restano all’erta.
Il Mondo digrigna i denti.
Non so, non riesco a far fronte qui,
mi gelo nella stretta della storia.
Tutti i confini sono incatenati,
ogni storia è sigillata.
Ciò di cui sto parlando è
la danza del granello di polvere
nel sole incommensurabile.
Karm, napp on põhjamaa valgus.
Rege veavad siin rasked varjud,
valvavad öökullid, hundid.
Sõna krigiseb hammaste all.
Ma ei tea, ma ei oska siin olla,
ma külmetan ajaloo käes.
Kõik piirid on puurid,
iga lugu on lukus.
Millest mina räägin, on
tolmukübeme tants
põhjatus päikeses.
(Un bell'approfondimento a cura di Piera Mattei si trova come PDF qui.)
Aprire questa antologia verso metà settimana quando mi è arrivata e trovarvi, per prima cosa, il nome di Dino Formaggio, seguito da una citazione di Auerbach perfettamente calata, lassù in cima alla breve nota di Amedeo Anelli, è stato un fattore che mi ha subito disposto positivamente. Su Formaggio, se non fosse per qualche iniziativa sporadica, è stranamente sceso il silenzio. E pensare che fino a qualche decennio fa si poteva trovare negli Oscar Mondadori un libro come L'arte come idea e come esperienza... Tempi d'Europa (La Vita Felice, pp. 144, euro 15) è un'antologia sicuramente ambiziosa, sicuramente per forze di cose e di dimensioni non approfondita sui vari autori, sicuramente nata da un taglio molto forte. E tuttavia è un'antologia pienamente conscia dei propri limiti e questo la aiuta ad essere una bella antologia. Allo stesso tempo è un progetto nel quale i curatori Lino Angiuli e Milica Marinković hanno dato una felice interpretazione di quel "melograno di lingue" (Zanzotto) che è tuttora il continente vecchio. A volte penso che in un'atmosfera poco propizia come quella degli anni tra le due guerre i poeti si preoccupassero di più e meglio di capire cosa e come si scrivesse fuori dai confini nazionali. Desolante invece oggi notare come qualche nome straniero manchi nei dibattiti e nelle presentazioni di poesia più informate. In questo libretto rosso troverete davvero poesie da tutti i paesi e anche testi delle minoranze linguistiche. Dall'inglese al gaelico irlandese, dal francese al provenzale, l’occitanico, il corso, il bretone; con lo spagnolo si può trovare l’euskera, il gallego e il catalano. Si trovano testi da Lussemburgo (a tal proposito, da Lussemburgo va segnalato il libretto di Lambert Schlechter All'opposto di ogni posto pubblicato da Interlinea), da Cipro, dalla Lettonia o dalla Bulgaria. E tutte le poesie presentano il testo italiano a sinistra. Sono in totale 42 testi provenienti da 28 paesi della Comunità Europea.
Simili volumi diventano utili perché, almeno nel mio caso, possono diventare il primo gradino verso una nuova lettura. E in fondo è anche questo il loro senso. Meglio ancora se diventano il primo gradino verso una nuova traduzione più ampia. Scegliere ora un testo da un'antologia così concepita e che nasce e si rafforza nella compresenza di lingue e paesi sembra davvero una mancanza di rispetto verso il criterio che l'ha informata. Eppure mi congedo con una poesia scelta naturalmente secondo una logica pretestuosa, così come è pretestuosa e riuscita la logica alla Northrop Frye adottata dai curatori di "compilazione per stagioni" dell'antologia, divisa in quattro parti e anticipata dalla poesia di Francis Jammes intitolata proprio Les quatre saisons quindi aperta davvero con la celebre La primavera hitleriana di Montale. Ma per finire, io mi sposto nell'inverno, nel quale siamo ormai dentro, verso il Baltico, in Estonia, con Doris Kareva tradotta da Piera Mattei.
Aspra e avara è la luce nordica.
Slitte trascinate in pesante oscurità,
gufi e lupi che restano all’erta.
Il Mondo digrigna i denti.
Non so, non riesco a far fronte qui,
mi gelo nella stretta della storia.
Tutti i confini sono incatenati,
ogni storia è sigillata.
Ciò di cui sto parlando è
la danza del granello di polvere
nel sole incommensurabile.
Karm, napp on põhjamaa valgus.
Rege veavad siin rasked varjud,
valvavad öökullid, hundid.
Sõna krigiseb hammaste all.
Ma ei tea, ma ei oska siin olla,
ma külmetan ajaloo käes.
Kõik piirid on puurid,
iga lugu on lukus.
Millest mina räägin, on
tolmukübeme tants
põhjatus päikeses.
(Un bell'approfondimento a cura di Piera Mattei si trova come PDF qui.)
On parle de:
Amedeo Anelli,
Dino Formaggio,
Doris Kareva,
La Vita Felice,
Lino Angiuli,
Milica Marinković,
Piera Mattei,
Tempi d'Europa
martedì 6 agosto 2013
Fabiano Alborghetti e "L’opposta riva" dieci anni dopo
Librobreve intervista #18
Di Fabiano Alborghetti ho già scritto brevemente, dando notizia di un bel ciclo di letture che si teneva al Parco Basaglia a Gorizia. Ora c'è l'opportunità di andare più dentro il suo lavoro. L'occasione è la recente pubblicazione de L'opposta Riva (dieci anni dopo) (La Vita Felice, pp. 97, euro 14), raro esempio di riscrittura di un libro già apparso con il medesimo titolo per Lietocolle nel 2006. Alborghetti è nato a Milano nel 1970 e da anni risiede nel Ticino. La sua è una poesia non facile, e non tanto nel senso della scrittura/lettura, dell'intrico lessicale-sintattico-metrico, bensì non facile per i temi che avvicina, così lontani dalla rassicurante patina "glamour" che sembra aver ricoperto tanta poesia in lingua italiana. Ecco, io credo che la scrittura e l'apertura di Alborghetti al mondo costituisca anche una sorta di antidoto a tante chiacchiere alle quali abbiamo assistito con le braccia penzolanti, increduli. Qui, in queste pagine, ritornano la vita e il suo dramma al centro. Un motivo in più inoltre per guardare con la massima attenzione a quanto accade nella Svizzera di lingua italiana, regione in grado di offrire uno spettro di letture poetiche davvero ampio e mosso.
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Di Fabiano Alborghetti ho già scritto brevemente, dando notizia di un bel ciclo di letture che si teneva al Parco Basaglia a Gorizia. Ora c'è l'opportunità di andare più dentro il suo lavoro. L'occasione è la recente pubblicazione de L'opposta Riva (dieci anni dopo) (La Vita Felice, pp. 97, euro 14), raro esempio di riscrittura di un libro già apparso con il medesimo titolo per Lietocolle nel 2006. Alborghetti è nato a Milano nel 1970 e da anni risiede nel Ticino. La sua è una poesia non facile, e non tanto nel senso della scrittura/lettura, dell'intrico lessicale-sintattico-metrico, bensì non facile per i temi che avvicina, così lontani dalla rassicurante patina "glamour" che sembra aver ricoperto tanta poesia in lingua italiana. Ecco, io credo che la scrittura e l'apertura di Alborghetti al mondo costituisca anche una sorta di antidoto a tante chiacchiere alle quali abbiamo assistito con le braccia penzolanti, increduli. Qui, in queste pagine, ritornano la vita e il suo dramma al centro. Un motivo in più inoltre per guardare con la massima attenzione a quanto accade nella Svizzera di lingua italiana, regione in grado di offrire uno spettro di letture poetiche davvero ampio e mosso.
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| Il libro uscito per La Vita Felice |
LB: Borges sosteneva che un testo definitivo è il risultato e frutto della stanchezza o della religione. Nel tuo caso ci troviamo davanti ad una non frequente o comunque non comune operazione di riscrittura di un importante libro di poesie caduto quasi come un seme lungo la traccia del tuo percorso. A distanza di dieci anni, cosa scatta nel cervello di che si cimenta a riscrivere un libro? Eri "stanco" dopo la prima stesura de L'opposta riva e, se sì, in quale accezione dell’aggettivo?
RISPOSTA: non stanco del libro o di una stesura, non in questa direzione. Stanco della noncuranza, piuttosto. Stanco dei proclami dati da punti di vista disinformati, raffazzonati, cialtroni. La riscrittura è stato un atto arrabbiato, e consapevole di quanto nulla sia cambiato dall’arrivo in Italia dei primi immigrati. Era il 1991 e il mercantile “Vlora” attraccò al porto di Brindisi sbarcando oltre 20.000 albanesi in fuga da un paese al collasso economico e dal regime totalitario di Hoxha. Fu una cosa mai vista: le persone a grappolo sulla nave, come api aggrappate ad un ramo che fischiavano e e salutavano i pochi italiani che a quell'ora erano in porto, i pochi poliziotti, qualche vigile del fuoco, qualche finanziere, pochi operatori televisivi o giornalisti. Quel momento segnò una svolta epocale per l’immigrazione: ne seguirono moltissimi altri dall’Albania, lentamente raggiunti dal resto del mondo in fuga. Quando ho iniziato a vivere con i sans-papiers era il 2001 e le istituzioni ancora brancolavano in cerca di soluzioni ed erano passati dieci anni. Nel 2011 quando ho iniziato a riscrivere il libro, nulla era cambiato, ancora: L’Italia continuava (e continua) ad altalenare tra proclami e situazioni inadatte o imbarazzanti, al limite dell’incivile ed inumano. In questi vent’anni, sono stati decine di migliaia gli arrivi quanto le morti in mare. Perché ho voluto riscrivere il libro? Per cercare di ridare loro una voce, cercare una forma di giustizia, seppur minima. Le cronache ad oggi ancora riportano di arrivi e morti ma non sono più una notizia. Sono l’indignazione dei dieci minuti guardando un telegiornale, una pietà senza spessore né empatia. Sono una pagina di giornale che non si legge. Non hanno volto, né nome, né storia ai nostri occhi. Questo è scattato. Per questo li ho rivissuti, riscritti.
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| La precedente edizione Lietocolle |
LB: Ci puoi raccontare come è avvenuta la riscrittura? Intendo da un punto di vista quasi artigianale. Partivi dall'originale sempre e riscrivevi passo-passo oppure la riscrittura avveniva secondo altre dinamiche?
RISPOSTA: ho ripreso i vecchi appunti, i centinaia di quaderni. Ho ricercato le storie, richiamato le loro voci. Soprattutto ho ricercato tutti i loro nomi perché li stavo dimenticando. Li stavo negando una seconda volta. Ho iniziato dalla prima poesia proseguendo sino all’ultima, riscrivendone ogni singola parola. Riscrivendo ho cercando di renderle ancora più chiare, lasciandone alcune intatte perché erano voci ancora chiarissime a distanza di così tanti anni: un grido che non andava soffocato né snaturato. Ho portato quella che era la mia lingua nel 2006 ad oggi, una lingua che è mutata in qualche modo, cercando però di rispettare il tono originario. Un equilibrio. Una questione di calibrature. È stato un lavoro complesso, che ha richiesto quasi due anni col sostegno del direttore editoriale de La Vita Felice, Diana Battaggia, che è stato punto di scambio, scontro, confronto, illuminazione e infine, successo. Riscritture su riscritture si sono susseguite, rincorse. Anche se apparentemente i testi attuali sembrano ricalcare quelli passati la realtà è fatta di ripensamenti dell’intera opera e di ricreazione da zero.
LB: C’è anche una ricerca metrica quasi lampante. Le terzine, in numero variabile; sempre un verso da solo a concludere i singoli testi. Quali pensieri hai fatto, orientandoti su questi schemi?
RISPOSTA: l’uso della terzina e di un verso, spesso epigrammatico, in chiusura, è la forma nella quale più mi riconosco. Una forma chiusa, se vogliamo, ma per me vastissima. Così fu scritto - ed ho riscritto - L’opposta riva, così sono Registro dei fragili e Supernova. In questa stessa forma sono tutti i testi apparsi su riviste o quelli commissionati per specifici eventi quali mostre d’arte o interventi dedicati. È la mia forma naturale, la giusta casa per le parole.
LB: Qual è stata la difficoltà maggiore nel tornare ad affrontare il tema tragico di questo libro, ora divenuto duplice, quale il passaggio più difficile da affrontare per tornare a scrivere di quei tre anni vissuti coi clandestini, con gli illegali o i sans-papiers?
RISPOSTA: la mia fragilità. La mia incompiutezza, l’inesperienza folle che mi vide vivere per tre anni una doppia vita per capire come vivono i clandestini, i sans-papier; il timore di non avere una giusta voce -anche a distanza di dieci anni- capace di rimandare non la mia, ma loro devastante esperienza, fuga, resistenza, sopravvivenza. Il mio essere disarmato, l’essere parte di un popolo colpevole di rifiuto e razzismo ignorante. Dopo tre anni ad un certo punto non ressi più. Mi allontanai, sovrastato da troppa vita, mancanza di vita, mancanza di giustizia. Ancor’oggi mi sento colpevole per questo. Io avevo potuto tornare alla normalità, alla mia vita, a una sicurezza non solo domestica ma di appartenenza alla nazione. Potevo interrompere “la finzione” del vivere con loro. Tornavo ad essere “legale” e al contempo non avevo mai smesso d’esserlo. Ho dovuto farci i conti, negli anni a seguire e poi daccapo riscrivendo tutti i testi. Riscrivendoli e vivendo “al sicuro”. Poi ho dovuto combattere la dimenticanza, il fatto che molto avevo perduto o forse rimosso. I loro nomi, soprattutto, che nell’edizione del 2006 avevo volutamente escluso (come anche i luoghi) per avere l’assieme di una storia globale e non una lente d’ingrandimento su una singola vicenda. Ora li ho recuperati, richiamati quasi tutti. L’indice del libro è un libro di nomi e luoghi. Una forma di parziale giustizia, spero. Queste le maggiori difficoltà ma ce ne sono ancora, substrati innominabili e molto personali. Cicatrici.
LB: Nei dieci anni che stanno tra la prima versione e questa, come è mutata in te la materia trattata, il ricordo di quell'esperienza raccontata, di quelle persone e di quelle voci-volti che raduni in un indice che ho letto non certo tutto d’un fiato bensì con il fiato rotto?
RISPOSTA: è mutata non tanto la materia trattata, ma la mia coscienza. Forse, nell’ora che mi vede adesso, distante di dieci anni dal primo giorno di convivenza, riesco ad essere più distaccato e lucido e pertanto più partecipe, immerso e a fuoco. Una distanza che avvicina, anche se suona come un paradosso. Ho forse più esperienza come persona ed è qualcosa che adesso posso mettere al lavoro non per me, ma per far comprendere l’enormità di questo infame male. Di conseguenza, la materia trattata acquista un peso diverso, ed è diverso il modo di presentarla. Forse ho guadagnato delle armi strada facendo, armi non belliche ma morali.
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| Thierry Gillyboeuf |
LB: I tuoi libri sono spesso tradotti (penso al Registro dei fragili, ad esempio, che a breve uscirà pure in inglese per la cura di Marco Sonzogni). Anche questo libro sarà proposto in altre lingue?
RISPOSTA: Registro dei fragili ha visto estratti tradotti in nove lingue e traduzioni complete in francese (per le Edizioni d’en bas di Losanna con traduzione mirabile di Thierry Gillyboeuf) ed in inglese, come tu annoti. Per L’opposta riva è prevista una edizione francese ancora grazie alla traduzione di Thierry e ci stiamo già lavorando. Altre sono in fase di discussione per almeno cinque lingue. Le traduzioni sono però processi lunghi, sono processi di pazienza e lavoro. Il tema è d’attualità ovunque, sono pochi i paesi illesi: quelli che la migrazione vivono per accoglienza ed altri per esodo. È un libro che troverà spazio nell’attenzione di chi vorrà ascoltare.
LB: “La distanza è direzione, il respiro è un fiato fatto passo…”. Scegli tu ora, per favore, i due testi da riportare a chiusura dell’intervista per i lettori del blog? Grazie.
RISPOSTA: la prima poesia è per ricordare quanto possa pesare il nostro rifiuto. La seconda è per farci riflettere su qualcosa che raramente è considerato, e per avere un lieto fine. I miracoli non accadono da soli, vengono fatti accadere. Per azione e volontà.
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Altri i fatti e forse abituerò.
Assomiglio al vicino, ne ho la forma:
ho le medesime stanze da abitare a un altro piano
e in similitudine che importa l’origine nella somiglianza?
Resta uguale la sveglia la rata la maternità.
Soltanto la ricorrenza ci distingue
ma oltre il Dio restano uguali gli affetti.
Ci albergano dentro dove è pari il senso, il sangue.
Solo gli occhi hanno differenze:
all’uguale altezza i miei abbassano, al tuo non vedere.
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Il primo impegno al tempo nuovo mi indicava, il foglio
tra le mani su cui rideva in girotondi. La busta paga
dà la prova che il pane che si mangia è guadagnato mi diceva
nessun sospetto ora, che si vive alle spalle di qualcuno…
sabato 11 maggio 2013
Sally Read, poesie al "Punto di rottura"
Ripescaggi #22
Stavolta il ripescaggio della recensione non affonda troppo in là nel passato, come capita spesso coi ripescaggi. Si tratta di una brevissima recensione (2000 battute) di un volume di poesia dedicato a Sally Read, uscito da poco per le edizioni La Vita Felice per la cura di Loredana Magazzeni e Andrea Sirotti. Il testo qui sotto è ospitato dalla rivista QuiLibri. Aggiungo in fondo un link al sito dell'editore dove sarà possibile trovare un'ottima selezione di testi tratti da questo Punto di rottura. Poesie scelte (pp. 200, euro 14, con testo a fronte).
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C’è più di una ragione per rallegrarsi di questo libro.
Partiamo da quella forse più noiosa (perché legata agli addetti ai lavori), ma
non per questo meno importante: chi traduce e pubblica oggi, in italiano, la
buona poesia che si legge all’estero? Quasi nessuno. In parte qualcosa avviene
in rete, ma all’insegna del caos e del caso. Venuti meno l’impegno e la
costanza d’attenzione di collane storiche, non si può che rallegrarsi di fronte
a un editore che con cura e competenza volge nella nostra lingua la poesia di
Sally Read. Perché? Perché Read è autrice di versi che sapranno parlarvi a
fondo, mutare in voi e addirittura sradicare una certa idea di poesia che è in
giro. Secondo motivo è legato all’autrice: come ricordano i curatori, Loredana
Magazzeni e Andrea Sirotti, Read (che da anni vive in Italia) è una delle voci
più significative e originali della poesia in lingua inglese.
Per gli irriducibili delle coordinate (riconosco, a volte aiutano)
rimando alle prime righe della premessa dei curatori, dove si ricorda come
Sally Read abbia “metabolizzato
e mediato sia la grande lezione confessional della poesia americana (Sylvia Plath e Anne Sexton)
sia l’ondata rivendicativa e politica delle femministe storiche (Adrienne Rich,
Marge Piercy) attraverso un rigoroso controllo formale, una distillazione colta
e controllata, eticamente elevata e poeticamente e umanamente integra,
debitrice tanto a Sharon Olds quanto a Wallace Stevens.” Tutto vero. Ma anche
se non avete letto nessuno dei poeti citati, affondate fiduciosi nei temi,
nelle ambientazioni ospedaliere, nella vera vita che scorre in queste pagine
che vibrano spesso dei luoghi ai quali rimandano. “Dopo cinque anni, leggo
Carver. / Il metrò del mattino è pieno zeppo. / Gente con gli occhi chiusi come
se / fosse la meditazione a far scorrere / questa bestia metallica.” Pesco da Contraccolpo
una bellissima immagine per ribadire che anche in voi un salutare contraccolpo
potrebbe rinculare alla lettura di questi versi.
A questo link del sito dell'editore La Vita Felice potete trovare una manciata di testi originali e la loro traduzione.
A questo link del sito dell'editore La Vita Felice potete trovare una manciata di testi originali e la loro traduzione.
martedì 31 luglio 2012
Pertiche
Dovrebbe risultare disponibile tra circa un mese, per la prima decade di settembre 2012, secondo quando comunicato nella pagina del sito dell'editore, un mio breve libro di poesia intitolato Pertiche (La Vita Felice, pp. 80, euro 12). Ringrazio da qui Diana Battaggia di La Vita Felice, l'artista Ivan De Menis per l'immagine di copertina e Gian Mario Villalta per le pagine introduttive delle quali riporto lo stesso stralcio presente nel sito dell'editore.
[...] nei luoghi dove vive Cellotto la pertica è un’unità di misura geometrica che riguarda gli appezzamenti di terra. Misura orizzontale, quindi, rasoterra, a cui si contrappone la verticalità di una pertica che invece sta infissa nella terra di quel tanto che occorre a sorreggersi e a reggere, a marcare un confine o stabilire un punto notevole dal quale traguardare altre distanze. Il sempre rinnovato punto di partenza di queste poesie credo sia proprio qui, e da qui detti il suo passo versuale e verbale: riconoscere, definire uno spazio, con questo singolare sistema di misurazione orizzontale/verticale, entro il quale catturare un tempo che moltiplica e confonde i suoi contorni.
Prevale [...] il senso di una fatica, di una spossatezza, inoltre, nel costante sforzo di collocarsi, di indovinare una geometria di punti che, collegati, tengano insieme parole e cose, volti, alberi, animali. E quasi scompare la dimensione del passato, inteso come qualcosa di certo, che si possiede individualmente e si condivide con altri.
[...] nel respiro più ampio del poemetto (ultima sezione), nel procedere delle concentratissime stanze di sei versi, si riassumono i tratti stilistici salienti della parola di Cellotto. [...] Da qui, dal recupero di una voce che ha bisogno di corporeità vera e di vero silenzio, si può rileggere dall’inizio, cogliendo con maggiore intensità il dramma di una voce che sfugge nella mente, in quella dimensione pseudonirica che sta sul limite del risveglio.
dalla prefazione di G.M. Villalta
[...] nei luoghi dove vive Cellotto la pertica è un’unità di misura geometrica che riguarda gli appezzamenti di terra. Misura orizzontale, quindi, rasoterra, a cui si contrappone la verticalità di una pertica che invece sta infissa nella terra di quel tanto che occorre a sorreggersi e a reggere, a marcare un confine o stabilire un punto notevole dal quale traguardare altre distanze. Il sempre rinnovato punto di partenza di queste poesie credo sia proprio qui, e da qui detti il suo passo versuale e verbale: riconoscere, definire uno spazio, con questo singolare sistema di misurazione orizzontale/verticale, entro il quale catturare un tempo che moltiplica e confonde i suoi contorni.
Prevale [...] il senso di una fatica, di una spossatezza, inoltre, nel costante sforzo di collocarsi, di indovinare una geometria di punti che, collegati, tengano insieme parole e cose, volti, alberi, animali. E quasi scompare la dimensione del passato, inteso come qualcosa di certo, che si possiede individualmente e si condivide con altri.
[...] nel respiro più ampio del poemetto (ultima sezione), nel procedere delle concentratissime stanze di sei versi, si riassumono i tratti stilistici salienti della parola di Cellotto. [...] Da qui, dal recupero di una voce che ha bisogno di corporeità vera e di vero silenzio, si può rileggere dall’inizio, cogliendo con maggiore intensità il dramma di una voce che sfugge nella mente, in quella dimensione pseudonirica che sta sul limite del risveglio.
dalla prefazione di G.M. Villalta
ZIMMER FREI
A Luigi Ghirri
Le cose possono esistere quel tanto
che basta e stare così.
Come l’enorme parcheggio per camion
del ristorante-pizzeria, con camere,
chiuso per sempre, sia
la statale la Valsugana
o la Romea, quel binario
unico che s’infila contro
le auto e l’umido in prati, o il delta
del Po. I colori
esistono quel poco
che a loro basta; sostano come
le arance d’inverno e i meloni
tagliati in estate, lungo
le statali, nelle cassette
rivivono un raggio di capelli
di chi vende, di chi passa e vede, di chi
resta. Poi le frecce, le linee gialle
sull’asfalto, le macchie d’olio già
continenti in assetto di guerra,
un pettine sulle strisce pedonali
cancellate quel tanto che basta:
segnaletiche provvisorie che c’erano
e ci sono ancora.
On parle de:
Alberto Cellotto,
Diana Battaggia,
Gian Mario Villalta,
Ivan De Menis,
La Vita Felice,
Pertiche
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