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mercoledì 13 giugno 2018

Lo spettacolo "Tigre contro Grammofono vs Ophelia Borghesan" alla Libreria Zabarella di Padova Mercoledì 20 giugno

Ophelia Borghesan è una poetessa-tamagotchi, ma la realtà simulata dai suoi testi è in fondo la nostra: ci sorprende nell’atto di preoccuparci per la prova costume, soffrire per una doppia spunta su Whatsapp, guardare "Uomini e Donne" o controllare una notifica in mezzo alle strisce pedonali. Le sue brevi poesie, come istantanee di vita quotidiana, inquadrano anche alcuni dei temi centrali della contemporaneità, senza dare giudizi né soluzioni: l’immigrazione, la guerra, la figura della donna. 
Ophelia Borghesan, il cui archivio poetico è posseduto da Luca Rizzatello, è apparsa già su queste pagine, diverso tempo fa, a più riprese (qui per comodità sono raggruppati tutti i post che la riguardano, e uno di questi prevede la possibilità di scaricare gratuitamente l'ebook Caino e Gretel). Su Instagram potete leggere quasi quotidianamente le sestine alla prima persona plurale di Canile. Ophelia Borghesan approda ora alla Libreria Zabarella di Padova con "Tigre contro Grammofono vs Ophelia Borghesan", un doppio/triplo spettacolo in versi per voce e vocal reader, musica elettronica, emoji, video-grafica e visuals della durata di 30 minuti. Il video che accompagna la lettura riprende l’iconografia del kitsch che si associa alla poesia: tramonti, gabbiani, glicini... e una immancabile esasperazione dell’estetica dei cuccioli.



Spettacolo 
Tigre contro Grammofono VS Ophelia Borghesan
TCGVSOB è un doppio/triplo spettacolo in versi per voce e vocal reader, musica elettronica, emoji, video-grafica e visuals della durata di 30 minuti

TCGVSOB è la poesia come non l’avete mai vista
Progetto di Luca Rizzatello e Angela Grasso
Una produzione Zoopalco
Ingresso libero
Lo spettacolo si svolgerà nel giardino
Durante la serata sarà allestito un buffet a offerta libera

DOVE?
Libreria Zabarella, via Zabarella 80, Padova (PD)

QUANDO?
Mercoledì 20 giugno, alle 21:00

CONTATTI:
libreriazabarella@gmail.com


sabato 23 dicembre 2017

"Glitchine" di Luca Rizzatello, capitolo 3. A TomTom Heart Mother


Glitchine è la copertina vincitrice del contest VIVERE SENZA POESIA - FASE 2: UN LIBRO SI AGGIUDICA DALLA COPERTINA, organizzato da Luca Rizzatello nel luglio scorso:

Dopo 103 copertine, è tempo di scrivere almeno un libro. Ma quale? Ho pensato di aprire le votazioni, e di scrivere il libro che riceverà più voti. Direi di fare così: se vuoi, scrivi nei commenti qui sotto il titolo della copertina che preferisci, e tra una settimana (quindi mercoledì 26 luglio 2017) si vedranno i risultati. In caso di risultati a pari merito, si andrà al ballottaggio. Il libro verrà pubblicato a puntate su Librobreve. 


In quinta elementare, mentre mi spendevo nell’imitazione di Vittorio Sgarbi per la festa di fine anno nel giardino dell’istituto – sebbene nel capitolo due avessi ammesso di essermi evoluto dallo stadio bagaglino a quello di apprendista stand-up comedian, ci ero ricaduto; dopo accurate valutazioni, decisi che non era il miglior momento storico per salire sul palco con un dolcevita nero e dire a un pubblico di sei-diecenni + parenti ho una battuta in Serbo per voi –, Lorena Leonor Gallo stava tagliando con un coltello da cucina il pene del marito John Wayne Bobbitt; se l’episodio fosse accaduto con qualche giorno di anticipo, sono certo che anche i coniugi Bobbitt avrebbero meritato un posto nella recita scolastica insieme al succitato Sgarbi, a Bruno Vespa, a Chelsea Clinton e a uno sceicco del quale ho un ricordo piuttosto vago. 
In un articolo su Linkedin del 2015 Donald Norman ci dice che se gli incidenti automobilistici fossero percepiti come una malattia che uccide ogni anno un milione di persone e ne rende invalide dai 20 ai 50 milioni, verrebbero presi provvedimenti per controllare l’epidemia, così la sua proposta è di velocizzare il processo di automazione dei veicoli, essendo ormai troppe le distrazioni per gli automobilisti. 
Durante la benedizione della casa, il parroco di CdR mi chiese se avessi mai pensato di entrare in seminario, perché secondo lui ero portato. Io lì per lì non dissi niente, ricordandomi di quando un padre salesiano mi raccontò una storia edificante che vedeva come protagonisti la madre di un giovane e un prete; il quale, in un colloquio con la donna, la invitava a mandare il figlio in seminario. Non ricordo se fosse volontà del giovane entrare in seminario e il prete stesse intercedendo per lui, oppure se il prete stesse facendo di testa sua, fatto sta che la risposta della madre fu una cosa come piuttosto morto. La storia finisce proprio come stai pensando. 
Se incrocio questi due pensieri, ne emerge un terzo, che mi vede alla fermata del 38 in via Saffi a Bologna, per andare a lavorare in libreria. Sulla facciata della chiesa di fronte era appeso uno striscione recante la scritta fate quello che vi dirà. Questa frase la dice Maria alle maestranze, nel Vangelo di Giovanni, perché è andata a un matrimonio, e siccome hanno finito il vino, va da Gesù, pure lui invitato, per spiegarli l’inconveniente; Gesù lì per lì prende le distanze, la chiama addirittura donna – a chi non è successo che tua madre da Sisley insista oltremisura per comprarti quella camicia ocra – ma poi il miracolo lo fa, e quello è il suo primo miracolo eccetera, proprio come quando sei mesi dopo l’ocra torna di moda e tutti ti fanno i complimenti, e tua madre non la ringrazi. 
Qualche giorno dopo sarei partito per il campo estivo a Sappada, consapevole che l’angelo della morte mi avrebbe potuto stanare anche lì. Alcune proiezioni: il volo della corriera dal viadotto, il morso di vipera durante l’escursione, l’albergo in fiamme; invece no. Al posto dello Sterminatore, l’autunno mi portò la cassettina duplicata di Hit Mania Dance, e l’ansia per la prima media.


(Qui tutti i capitoli di Glitchine.)

lunedì 20 novembre 2017

"Glitchine" di Luca Rizzatello, capitolo 2. Non sei né giovane né vecchio


Glitchine è la copertina vincitrice del contest VIVERE SENZA POESIA - FASE 2: UN LIBRO SI AGGIUDICA DALLA COPERTINA, organizzato da Luca Rizzatello nel luglio scorso:

Dopo 103 copertine, è tempo di scrivere almeno un libro. Ma quale? Ho pensato di aprire le votazioni, e di scrivere il libro che riceverà più voti. Direi di fare così: se vuoi, scrivi nei commenti qui sotto il titolo della copertina che preferisci, e tra una settimana (quindi mercoledì 26 luglio 2017) si vedranno i risultati. In caso di risultati a pari merito, si andrà al ballottaggio. Il libro verrà pubblicato a puntate su Librobreve. 


In terza elementare l’anno scolastico venne inaugurato con uno spettacolo di magia nell’atrio dell’istituto. Dopo mezz’ora di giochi di prestigio destinati all’oblio, per un colpo della sorte il mago pronunciò la sua formula magica proprio mentre la plafoniera neon appesa a sei metri d’altezza andava a impattare contro la testa del mio compagno di classe Alex. Tornato a casa, raccontai l’aneddoto, e furono scoppi di risa; così quello fu il giorno in cui appresi l’ironia, e che per strappare un applauso non sarebbe più servito ingobbirsi con gli occhiali sul naso a guisa di andreotti, evolvendomi dallo stadio bagaglino a quello di apprendista stand-up comedian. Poi a Natale ricevetti il kit de Il Piccolo Mago, e grande fu la mia delusione nello scoprire che nessun trucco prevedeva l’uso di colombe o di conigli, ma che in compenso nel manuale veniva molto sponsorizzata l’illusione ottica grazie alla quale muovendo la bacchetta magica in un certo modo, essa sembrava perdere la propria rigidità. 
Restando in argomento, stamattina alla radio ho sentito lo spot di un sito di scommesse, il cui claim, a spanne, diceva così: ti è mai capitato di desiderare qualcosa e che poi accadesse? 
Ma la cosa che mi è rimasta da quel giorno – oltre al passepartout dell’ironia, che detesto con tutto il mio cuore, e sul quale tornerò a tempo debito – è l’ossessione per l’escapologo Harry Houdini. Cose da sapere per fare un figurone al primo appuntamento: nato come Ehrich Weisz, a quattro anni emigrato in America come Erik Weiss, figlio di un rabbino, sposato con la sua prima e unica assistente (qui enfatizzare, smettendo per un attimo di giocare con il tovagliolo), il numero più celebre è la tortura cinese dell’acqua, smascheratore di sedute spiritiche e massone (qui evitare di dirle entrambe), morto di peritonite. Adrien Brody, l’attore che lo ha interpretato nella miniserie Houdini, è nato il mio stesso giorno, ma dieci anni prima di me; invece Miriam Leone, attrice e Miss Italia, è nata dodici anni dopo Adrien Brody. 
Se è vero che esiste almeno un modo per scappare da una cassaforte in fiamme, da una teca coi piranha, da un barile in fondo all’Hudson, questo non vale per il Santo Rosario di maggio. Ogni anno, il giorno della festa dei lavoratori, alle ore 7:30, ci veniva consegnata una tessera ciclostilata, intonsa, recante le nostre generalità. La suora preposta all’accoglienza avrebbe quindi spiegato alle matricole di prima elementare che se avessero preso parte alla recita del Santo Rosario tutti i giorni del mese, ovvero se avessero riempito di timbri la tessera, la gita a Gardaland di settembre sarebbe stata gratis. Quello che però non veniva mai reso esplicito era che da copione la partenza dal parco divertimento sarebbe stata anticipata di qualche ora, per poter visitare la Rassegna del Presepio nell’Arte e nella Tradizione all’Arena di Verona. 
Il 16 ottobre 2002, oltre ai festeggiamenti per i cento anni dal primo utilizzo della comparazione delle impronte digitali da parte dell’investigatore francese Alphonse Bertillon, Giovanni Paolo II pubblicò la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae; oltre a rilanciare la formula di preghiera del Rosario, introdusse, accanto ai tradizionali misteri Gaudiosi, Dolorosi e Gloriosi, quelli Luminosi: 1. il Battesimo al Giordano, 2. l’auto-rivelazione alle nozze di Cana, 3. l’annuncio del Regno di Dio con l’invito alla conversione, 4. la Trasfigurazione e, infine, 5. l’istituzione dell’Eucaristia.



(Qui tutti i capitoli di Glitchine.)

venerdì 13 ottobre 2017

"Glitchine" di Luca Rizzatello, capitolo 1. Tutte le torture


Glitchine è la copertina vincitrice del contest VIVERE SENZA POESIA - FASE 2: UN LIBRO SI AGGIUDICA DALLA COPERTINA, organizzato da Luca Rizzatello nel luglio scorso:


Dopo 103 copertine, è tempo di scrivere almeno un libro. Ma quale? Ho pensato di aprire le votazioni, e di scrivere il libro che riceverà più voti. Direi di fare così: se vuoi, scrivi nei commenti qui sotto il titolo della copertina che preferisci, e tra una settimana (quindi mercoledì 26 luglio 2017) si vedranno i risultati. In caso di risultati a pari merito, si andrà al ballottaggio. Il libro verrà pubblicato a puntate su Librobreve. 


Promessa mantenuta, e questo è il primo capitolo. 



Glitchine

Capitolo 1. Tutte le torture

Il mio primo ricordo, certamente confezionato, mi vede vestito da Pierrot, solitario su una panchina nel giardino della scuola materna. Sul prato i coriandoli e suor Lisetta, fuori fuoco. Invece le stelle filanti spray approdarono a Costa di Rovigo svariati anni dopo, concedendoci l’euforia che ci sovviene quando si scopre qualcosa che garantisce dei vantaggi senza sacrifici in cambio: fottere il tribunale del Super Io, e fottere pure lo scendere e 'l salir per l'altrui scale, una volta per tutte. Ebbene, da allora soltanto due cose sono state in grado di rinnovare in me questa condizione: lo Sfornatutto De Longhi, che si pulisce da solo, e la bicicletta elettrica. La poltroncina montascale, pur avendo, ahinoi, le carte in regola – in regola al punto di blastare quel Paradiso XVII, 60 –, esce sconfitta sul filo di lana, costretta a pagare pegno coi gettoni della vecchiaia, o della disabilità, o di entrambe.
Alla scuola materna i mattini erano dedicati al punteruolo, con lo scopo di trarre dai cartoncini colorati dei soggetti a tema stagionale: in primavera la rondine, in estate il cocomero, in autunno la castagna, in inverno Gesù Bambino; zero compagni di classe guerci alle elementari, ecco l’evidenza del miracolo. Il primo pomeriggio invece trascorreva sulle brandine, cadenzato dai tonfi di mele sbucciate nel secchio per la merenda. Nessun corso di inglese, nessuna attività riconducibile all’universo polimorfo della baby dance, hanno mai turbato la nostra infanzia; di converso, sono piuttosto certo che i corsi di capoeira o di parkour durante l’occupazione scolastica, derivino da una mancata elaborazione del trauma della baby dance.
Per restare a casa con E.T., Elliott finge di avere la febbre riscaldando il termometro con la lampada; sua madre, che i figli chiamano variamente mamma o Mary, gli crede. Dodici ore prima Elliott aveva detto a Mamma Mary di aver visto E.T., ma MM non gli aveva creduto. Ventiquattro ore dopo MM per fare addormentare Gertie le leggerà un passo di Peter e Wendy, quello in cui Peter ci chiede se crediamo alle fate, così che Campanellino possa tornare in vita. Sul finire degli anni ’90 avrei scoperto, a distanza di qualche giorno, che Gertie era stata interpretata da Drew Barrymore, e che Jamie Lawson non era stato interpretato da Billy Corgan.
La ponderazione di costi e benefici di un handicap, perfezionata per secoli nelle sale d’attesa dei medici di base, si muove nell’intervallo che separa la pigrizia dall’invalidità di guerra. Così, se da più di sei mesi hai disturbi della memoria e della concentrazione, faringite, dolori delle ghiandole linfonodali cervicali e ascellari, dolori muscolari e delle articolazioni senza infiammazione o rigonfiamento delle stesse e cefalea, allora potresti soffrire di Sindrome da stanchezza cronica; la definizione risale al 1994, ma siccome in molti la considerano ancora un disturbo piscologico, diciamo pure una fisima, è stata rinominata Malattia da intolleranza sistemica allo sforzo.
Talvolta alla scuola materna la vita vera squarciava il crystal ball di un’infanzia paradisiaca portandoci delle epifanie, ben presto percepite come routinarie; ecco le isole di segatura per assorbire i vomiti, il sodale sdraiato sul pavimento per fermare il sangue dal naso, la pastiglia di fluoro, il gatto con il topo in bocca, le polpette occultate nelle tasche del grembiule.
Secondo la comunità scientifica del Regno Unito, lo squirting consiste in una emissione di urina, e dal momento che l’Obscene Publications Act vieta l’urofilia, diventa complicato girare scene in cui sia contemplata questa pratica.
Se avessi cominciato il libro con questa foto


avrei potuto affermare senza tema di smentita che il mio primo ricordo mi vede vestito da Zorro, a incrociare la spada con il Principe Nicola Cavallaro, insieme al quale svariati anni dopo avrei fondato Prufrock spa, e giù di risvolti allegorici. Ma non lo ricordo.

[continua - qui il sito di VIVERE SENZA POESIA]

giovedì 3 novembre 2016

L'e-book di "Domatori di organi" di Luca Rizzatello: i ritratti di Silvio D'Arzo, Scipione, Michelangelo e Ada Lovelace

Nei mesi scorsi su queste pagine è comparsa a più riprese la rubrica "Domatori di organi" di Luca Rizzatello. In quattro post distinti si proponevano dei "ritratti di non poeti, che lo sono". Altre puntate sono in lavorazione, ma a livello intermedio arriva ora questo breve e-book disponibile gratuitamente per il download in *.pdf cliccando sull'immagine sottostante. Qui si sono radunati e impaginati, assieme ai ricchi apparati di note, i ritratti di Silvio D'Arzo, Scipione, Michelangelo e Ada Lovelace. Buona lettura.

Domatori di organi - Luca Rizzatello - ebook

 [per scaricare l'e-book cliccare sull'immagine ]

giovedì 23 giugno 2016

"faria" di Giusi Montali e Luca Rizzatello: più di un autore, ma meno di due

Al di là del titolo e dell'illustrazione, una gabbia capovolta e un uccello distante, la copertina di faria (volume curato da Maria Luisa Vezzali per Dot.com Press, pp. 76, euro 10, con una nota/depistaggio di Sergio Rotino) è curiosa per un altro motivo. Capiamo subito da questa di avere davanti un libro scritto "a quattro mani" - come si diceva anche quando si scriveva con una mano sola a penna, oggi l'espressione è forse più corretta - da Giusi Montali e Luca Rizzatello. Qua viene aggredito con un colpo il cardine dell'autorialità unica, univoca della poesia, una picconata (indiretta, o forse neanche tanto) al narcisismo che devasta qualsiasi discussione sulla poesia. La cosa strana è che il mito di Narciso sembra però giocato nella grafica, dal momento che i nomi dei due autori sembrano rispecchiarsi in una superficie d'acqua rispetto a un asse che corre sotto di loro, solamente che il risultato sotto quest'asse non è il nome riflesso bensì il nome dell'altro autore. Sono molte e notevoli le implicazioni che questa inusuale scelta autoriale porge a noi lettori di un libro di poesia siffatto. Ma che cosa accade in faria? Ce lo dice, meglio di qualsiasi altro discorso, la nota iniziale: "ci sono 56 testi, divisi in due sezioni di 28 testi ciascuna, a loro volta costituite da 14 testi fonte e 14 riscritture; la struttura rimanda al dispositivo della Vita Nova, in cui si alternano poesie e commenti; ma dove là i commenti presentano le ragionate cagioni, qui producono le ipotetiche conseguenze. Nella sezione L’agiografia umana i testi fonte sono di Luca Rizzatello, nella sezione Il signor kleck i testi fonte sono di Giusi Montali. La prima regola di faria è: c’è più di un autore, ma meno di due. La seconda regola di faria è: fare letteratura di evasione, ma in senso escapologico." La nota dice anche altre cose molto interessanti, ma per ora mi fermo qui, perché nel suo tono descrittivo in realtà pone più di qualche picchetto per le capanne sudatorie dei nostri ragionamenti. Scrivere note sensate in un libro di poesia non è un'attività facile - non credo sia nemmeno particolarmente gratificante - ma a volte all'autore/agli autori questo gesto riesce bene.

"Più di un autore, ma meno di due", appunto. Questo potrebbe essere destabilizzante per chi ha una certa abitudine a leggere poesia filtrandola sempre e comunque a partire dal nome dell'autore e dalla tirannia che questo esercita sul percepito, sulle aspettative, sulle delusioni ecc. Nel caso di faria sapere e non sapere così bene chi ha scritto cosa potrebbe insomma essere un'azione di disturbo alle nostre certezze in merito a teorie delle percezione e ricezione del testo letterario. Argomenti non più tanto di moda, si sa, ma pur sempre centrali se quello che ci interessa è la scrittura e non il côté-cotechino che attorno alla sedicente letteratura e paraletteratura s'affetta. Voglio dire che se qualcosa accade allora accade dentro la scrittura, in un libro pensato e progettato e non altrove, come troppo spesso verifichiamo. Da questo punto di vista, cioè quello di una virtù anonima della scrittura, faria è un congegno di critica dei meccanismi più incancreniti mediante i quali il tapis roulant delle patrie lettere pensa di muoversi. In realtà, e lo verifichiamo sempre più spesso, c'è ben poco movimento e avviene tutto per una malsana e per tanti versi inspiegabile cooptazione intragenerazionale che continua a tenere banco. Cui prodest? è la domanda da fare, soprattutto a chi è più giovane e si avvale di questa cooptazione.

La prima parte del volume, L'agiografia umana, riporta tutti titoli in inglese e si palesa come "affresco contemporaneo che oltrepassa ogni senso nazionale e nel quale la realtà studiata si apre all’immaginazione che permette, più di qualsiasi altro strumento, di indagarne gli aspetti anche meno evidenti e rivelarne le storture". Dispone via via sonetti di versificazione più breve a sinistra e di versificazione lunga a destra. Si registra un forte squarcio d'apertura, nelle immagini e nell'attingere a cespiti inediti (la Nigeria e Osaka possono fare capolino in un passo breve). Se usignoli stanno con tralicci di cementifici, vetri strisciati di littorine, sfrigolanti neon d'Autogrill, le radici dei limoni biancheggianti vivono con "fantasmi anoressici sulle stampe/ delle case da tè di osaka" negli "specchi di pagina" che messi insieme formano questo libro. A destra, il testo s'allunga e prende altre forme, direzioni, riparte da capovolte motivazioni, talvolta ricorrendo a determinati lessemi che si ripresentano, talvolta apportando una riscrittura pressoché totale. Ma è corretto dire che a destra troviamo una riscrittura dei testi fonte disposti a sinistra? Non penso che "riscrittura" sia la definizione più aderente a quel che accade. Vediamo un esempio di questo "specchio di pagina" nel testo intitlato "Dark roomances":

In nigeria i farmaci si fanno mescolando
l’acqua con i fiori e con la polvere di gesso
dentro i catini incrostati negli scantinati
le smorfie delle maschere rituali restano

l’unica cura contro il ceppo virale più
ostinato mentre fuori gli arbusti non si
possono nascondere tra i morsi della polvere
gli animali sono sbiancati per il sudore

nel dopopranzo non si muovono ma non stanno
mai fermi tremolano in preda ai vapori della
digestione nel silenzio infranto solo dai

kalashnikov nell’acqua dei catini si specchiano
il morso e le cinghie di cuoio dell’esorcista
il cigno ha il piumaggio bianco ma la carne nera.

-

in india ogni tre anni si è liberi dal ciclo terrestre:
né vita, né morte, l’elisir cade da un catino conteso
ai quattro angoli del paese le gocce svelano il regno
del sole, alla confluenza dei fiumi la purificazione

si trasmette per generazioni, mentre il sadhu si salva
individualmente e fa ritorno al cosmo, shiva fuma
con lui hashish e si ritrova sull’eminenza tanar delle
discrezioni: hegel ha torto, così preferisce la coincidenza

di pensiero e modus vivendi, si scopre gimnosofista
eremita del corpo nell’ascesi del silenzio, nell’imbuto
del bacino le voci percorrono il corpo mesmerizzato:

anche i topi sono sacri, nell’inconscio si ingravida
il ramo d’oro, i bambini e i cantastorie si sottraggono
alla morte e proseguono lesti un altro giro di vita

Mi sembra che questo testo sia in grado di reggere la complessità terribile dell'esemplificazione e di rendere l'idea di come funziona questo marchingegno di faria. Ma funziona? Non nel senso del verbo "funzionare" con cui si parla orribilmente della poesia in giro, ovvero riferendosi a quel "test sul testo" all'applausometro del pubblico nelle pubbliche letture. Non in quel senso funziona faria, per fortuna. Funziona semmai con diversa accezione del verbo, meno da playlist radiofonica insomma. Funziona nei moventi e negli esiti, funziona proprio lì dove accade, cioè nella scrittura, e persino in una ritrovata mimesi del mondo. Ritornando alla preziosa nota e alla parte in cui introduce la seconda sezione intitolata Il signor kleck, leggiamo che questa sezione sarà "la narrazione di un tentativo di analisi della realtà da parte di un soggetto e al contempo uno studio che un altro soggetto fa sul primo; è un monologo, ma anche un dialogo; è il tentativo di descrivere una serie di immagini talmente «informali» da modificarsi continuamente. Entrambe le sezioni intendono evadere da ogni preconcetto poetico e da ogni conformismo e in ciò siamo debitori all’abate Faria che ci ha ben istruito."


Quest'altro frammento riportato introduce allora altri due aspetti essenziali: la seconda sezione del libro, sulla quale presto arriveremo, e il personaggio da Il conte di Montecristo che presta il proprio nome al titolo del libro, quell'abate Faria impegnato nella fuga dalla sua cella nel castello d'If (ma nel dialetto, almeno in quello di Rizzatello, o nella lingua di Cecco Angiolieri, "faria" è anche il condizionale "farei-farebbe"). Di qui il richiamo alla volontà di fare letteratura d'evasione, ma in senso "escapologico" come chiude la già citata nota, in un'accezione magico-illusionista quindi. L'annosa questione della "letteratura d'evasione" è così risolta, in senso letterale, all'interno dello stesso circuito che ha creato, ricorrendo a un famoso personaggio che cercò la propria evasione (ecco allora che potremmo ritornare per un attimo alla copertina). Nella seconda sezione, laddove i testi fonte sono di Giusi Montali, è la centralità del verbo "vedere" a colpire, spesso nell'accezione "vedi" ma anche "vedilo", "vedila". Troveremo anche qui parole da linguaggi specialistici e settoriali, come quello medico o scientifico, ma anche di un rinnovato repertorio crepuscolare (una piccola campionatura potrebbe annoverare "diencefalo", "poltergeist", "linea di Kármán", "fibromi", "eritema", "aritmia", "narghilè", "entalpia", "verminazioni", "epistassi", "iperacusia"). Ecco quanto accade, sempre a esempio, nel componimento e nello "specchio di pagina" intitolato "prima tavola":


il sonno è una costellazione di dimenticanza
che nel vuoto ripete il codice in dotazione
attraverso lo spazio conosciuto e oscuro e
il tempo dilatato: si ampliano le arterie per
contenere l’aria attraversata, i piedi nella terra
la testa spinta in questo buco: nell’orizzonte
degli eventi la strada è un ago che perfora
dentro un nero che ingoia, verme di buio

-

sul visore c’è scritto manichino
perché non si confonda con gagarin
vedi la foto sul mar nero vedi
il francobollo eppure l’equipaggio
è quello di riserva oltre la linea
di kármán ecco la stazione in fiamme
il rientro il difetto nella valvola
dell’aria poi l’esposizione al vuoto

Le immagini "talmente informali" di cui è fatta questa seconda sezione, i moltissimi elementi inconsueti (anche geografici) che fanno questa sezione e l'intero libro spostano con una scossa il terreno su cui cammina la lettura e travolgono quell'immaginario poetico che ormai potremmo definire "medio" a favore di un progetto di scrittura che si apre, soprattutto in senso spaziale, a un flusso di percezioni divaricanti. Ed è forte la componente progettuale del libro - lo avete letto anche dalla nota - che fissa il perimetro della cella del possibile e i tunnel della fuga del nostro abate. La parte più interessante della bella nota di Sergio Rotino è dove precisa che "nello scrivere le poesie doppie, duali, bine, che compongono il progetto di questo libro, così come nel leggerle, ci troviamo sì per le scale di Escher, ma restando sempre in un sistema cartesiano di inizio-fine. Chi scrive (forse più di un autore, forse meno di due autori) vuole cioè cancellare preconcetti poetici e varie forme di conformismo poetico, affidando al lettore la propria fuga. Ma così facendo usa la carta, l’inchiostro, il libro e il verso. Quindi chi legge diviene momentaneo testimone dell’atto. Ne diviene anche complice spostando in avanti il limite con il proprio cercare nuovi paradigmi. [...]". Insomma, finalmente un "libro di poesia" e non solo un "quaderno di scritture", per provare a riassumere.

domenica 10 aprile 2016

"Nella notte cosmica" di Roberta Durante. Una nota di lettura a cura di Luca Rizzatello

Pubblico di seguito una nota di lettura scritta da Luca Rizzatello sull'ultimo libro di poesia di Roberta Durante intitolato Nella notte cosmica uscito qualche settimana fa per Luca Sossella Editore.


Cyrano de Bergerac, The Other World: History of the States and Empires of the Moon, 1657

Io sono nero di amore
né fanciullo né usignolo
tutto intero come un fiore,
desidero senza desiderio.

Mi sono alzato tra le viole,
mentre albeggiava,

cantando un canto dimenticato
nella notte uguale.
Mi sono detto: «Narciso!»,
e uno spirito col mio viso
oscurava l’erba
al chiarore dei suoi ricci.
1

La prima poesia di Nella notte cosmica, di Roberta Durante (Luca Sossella Editore, 2016) esordisce in medias res, ma questo lo si capirà soltanto alla fine; che poi è l’inizio; forse. Ciascuna poesia del libro, tripartito in TerraLuna e Cielo, va intesa come una tappa di un viaggio che, va ribadito, non prevede una vera partenza, e non prevede un vero arrivo. È proprio il rapporto tra il vero e il finto (più che tra il vero e il falso) uno degli oggetti di analisi di uno sviluppo narrativo che si risolve, a un grado zero, in un dialogo (in effetti sui generisma qui nessuno aveva detto niente a nessuno/ il nostro era stato soltanto un gioco di sguardi, p. 602) tra chi ci racconta la storia – che chiamerò S – e la luna.
Un fremito percorse l’assemblea: Barbicane, cavatosi il cappello dal capo con rapido gesto, continuò il suo discorso con voce pacata:
«Non v’ha alcuno tra voi, onorevoli colleghi, che non abbia veduto la luna, e tanto meno che non ne abbia udito parlare. Non vi sorprenda se qui vengo a intrattenervi dell’astro della notte; forse ci è riserbato di essere il Colombo di questo mondo sconosciuto. Comprendetemi, secondatemi con tutte le vostre forze, io vi guiderò alla sua conquista, ed il suo nome si unirà a quelli dei trentasei stati che costituiscono il gran paese dell’Unione.
— Viva la luna! esclamò il Gun-Club ad una voce.
— Si è molto studiato la luna, riprese Barbicane! la sua massa, la sua densità, il suo peso, il suo volume, la sua costituzione, i suoi movimenti, la sua distanza, la sua parte nel mondo solare sono perfettamente determinati; si sono fatte carte selenografiche con una perfezione che pareggia, se pure non la supera, quella delle carte terrestri; la fotografia ha dato prove d’incomparabile bellezza del nostro satellite. In una parola, si conosce della luna tutto ciò che le scienze esatte, l’astronomia, la geologia, l’ottica possono apprenderci; ma fino ad oggi non è mai stata stabilita alcuna diretta comunicazione con essa.»3
Quindi: il viaggio di S origina da un desiderio, esaudito dalla luna; e le metamorfosi che seguiranno, necessitate per lo più da contingenze ambientali, saranno esse stesse delle estensioni del desiderio di metamorfosi, ponendo la questione di cosa sia in funziona di cosa:

soltanto lei sapeva come mi sentivo:
già carica di nulla
con tutto l’entusiasmo
di chi sospende in gioco l’incredulità
un teatro già vivo e già morto
una storia senza storia
un carnevale con tutte le mie facce4
(p. 12)

In contrasto con la finta umiltà del pellegrino Dante (che non è né Enëa  Paulo eccetera), S smania all’idea del viaggio (convinta ormai com’ero/ che senza gravità sarebbe stata tutta un’altra cosa, p. 23), nonostante gli avvertimenti della luna (che tu non creda – continuò/ che farti un giro senza gravità ti renda più leggera”, p. 15), che a questo punto visualizzo come un mash-up tra Virgilio e il Grillo Parlante5. Ancora: se il pellegrino Dante si deve mettere in viaggio per non farsi sbranare dalla lupa (che in altri termini significa che non ha scelta), S si trova a dover gestire un numero imponderabile di possibilità (mi volle più indecisa ancora e ancora senza scelta, p. 22).
Passarono le ore. Dorothy si sentiva tranquilla ma anche molto sola; il vento continuava ad ululare così forte che quasi l'assordava. In principio aveva temuto che la casa ripiombasse a terra, seppellendola tra le macerie, poi, visto che il tempo trascorreva senza che accadesse niente, decise che non era il caso di preoccuparsi ma di aspettare con calma gli eventi. Strisciò sul pavimento oscillante fino al suo letto, ci si arrampicò e si sdraiò, subito imitata da Toto6.
Nella sezione Cielo, che ha la funzione di raccordo – narrativo e teorico –, vengono descritte le procedure con cui avviene il distacco, non senza ripensamenti (mi fecero passare oltre la voglia/ la forma che pensavo fosse la vera materia/ che non fosse il caso pensai/ di ritornare piedi a terra a vivermi la vita in gravità/ continuando a temere non me/ ma le cose che erano tutte sparite?, p. 49). Sulle cangianti modalità del viaggio non dirò nulla, per non rovinare la sorpresa al lettore; dirò che l’individuazione di S si esprime in forma radicalmente creativa (in una lotta più lunga della vita/ contro l’identità già fatta e finita, p. 78), e prende le mosse dall’eventualità del non ritorno (attenta a non aprirmi a non disperdermi/ a perdere di nuovo tutta me in un attimo, p. 55)7.
Così, nella sezione Luna, scompare la luna, e compare il mirto (che, per mantenere in piedi l’analogia, potrebbe ricoprire il ruolo di Beatrice/Fata dai capelli turchini8). Quello che è accade, avendolo già visto, non so né posso ridirlo.
Ma allora, quando nomino l’oblio, riconoscendo contemporaneamente ciò che nomino, lo riconoscerei, se non lo ricordassi? Non parlo del semplice suono di questa parola, ma della cosa che indica, dimenticata la quale, non varrei certamente a riconoscere cosa vale quel suono. Dunque, quando ricordo la memoria, proprio la memoria è in sé presente a sé stessa; allorché invece ricordo l’oblio, sono presenti e la memoria e l’oblio: la memoria, con cui ricordo; l’oblio, che ricordo. […] Così abbiamo presente, per non dimenticare, ciò che con la sua presenza ci fa dimenticare. Dovremo quindi intendere che non si trova nella memoria proprio l’oblio in sé, quando lo ricordiamo, bensì la sua immagine, poiché la presenza diretta dell’oblio ci farebbe non già ricordare, ma obliare? Chi potrà mai indagare questo fatto? chi comprendere come stanno le cose? […] Supererò anche la memoria, ma per trovarti dove, o vero bene, o sicura dolcezza, per trovarti dove? Trovarti fuori della mia memoria, significa averti scordato. Ma neppure potrei trovarti, se non avessi ricordo di te9.

Note

1 Pier Paolo Pasolini, Danza di Narciso, in La meglio gioventù, Sansoni, 1954
2 analogamente [contiene spoiler]: il mirto mi guardava senza gli occhi, p. 83
3 Jules Verne, Dalla Terra alla Luna, 1865, capitolo II
4 nella poesia successiva, coerentemente, si legge: pensavo per esempio/ al bruco quello perfetto che sarei stata;
[…] e poi cambiare rotta con il volo/ farfalla se decido quando voglio; nella quarta dimensione che è il libro
Club dei visionari (Di Felice Edizioni, 2014), di Roberta Durante, alla poesia 27 si legge: sarei stata un bruco
perfetto […] mi attaccavo alle pareti/ per risalire pian piano a ritroso
5 una metamorfosi che disattende le speranze di leggerezza, a vantaggio della gravità, mi fa pensare anche a 
Apuleio, Metamorfosi, XXIV: dopo avermi ripetuto più volte tali assicurazioni, entrò tutta emozionata in quella stanzetta e prese dallo scrigno il vasetto. Come io l'ebbi fra le mani me lo strinsi al petto e cominciai a baciarlo pregando che mi facesse fare voli felici, poi, liberatomi in fretta di tutti i vestiti, immersi avidamente le dita nel barattolo e preso un bel po' di unguento me lo spalmai su tutto il corpo. Poi, agitando le braccia su e giù mi misi a fare l'uccello, ma niente: penne non ne spuntavano e nemmeno piume; piuttosto i peli cominciarono a diventare ispidi come setole, la pelle, delicata com'era, a farsi dura come il cuoio, alle estremità degli arti le dita si confusero, riunendosi in una sola unghia e in fondo alla colonna vertebrale spuntò una gran coda.
6 Frank L. Baum, Il mago di Oz, 1900, capitolo I
7 sul tema dell’indicibilità dell’esperienza, si confronti sul finire continuo dell’infinito mio/ al limite della mia luce (p. 40) con nel ciel che più de la sua luce prende/ fu’ io, e vidi cose che ridire/ né sa né può chi di là sù discende, Paradiso, I, vv. 4-6
8 che come tale fa sia tremare che piangere, p. 74
9 Agostino d’Ippona, Le confessioni, X, 16

mercoledì 16 marzo 2016

Il grande nulla e il sogno della griffe (pasquinata)

Pubblico di seguito l'intervento che ho scritto per il sito Diaforia.org. Questo testo è già comparso all'interno della serie di contributi sull'editoria di poesia raggruppati nel format "una modesta proposta". Sul sito Diaforia.org sono sinora usciti sul tema i contributi di Luca Rizzatello, Ermanno Moretti e Gualberto Alvino. Ringrazio Daniele Poletti per l'impulso e per l'ospitalità.

Mi è stato chiesto di contribuire a questa serie di interventi sul tema solitamente scivoloso, vischioso e persino viscido che sta sotto l’etichetta “editoria di poesia”. Sarò breve davvero. Difficile sostenere una tesi precisa in poche battute, ma è quello che vorrei fare, anche se mi è chiaro che un “testo argomentativo”, così come si prova a insegnarlo a scuola sin dalle medie, non è ciò che più piace o ciò che si legge più volentieri in rete. Negli spazi del web è più facile infatti sfrizzolare il velopendulo, puntare alla pancia e scivolare nella polemica-commento infinita, nella capziosità acchiappalike con la quale i social (ma anche gli strumenti di comunicazione comprati dai social, come Whatsapp ad esempio) ci hanno oramai intossicato. Proverò allora a ricorrere a un parallelismo e a descrivere la situazione così come la percepisco, di modo che possa alla fine emergere una tesi, un nuovo punto di partenza, quindi qualcosa di contestabile e attaccabile, finanche condivisibile (parolina magica: condividere!).

Parecchi anni fa, non ricordo bene quando, uscì uno studio specialistico sul modo in cui le case di moda gestivano la propria comunicazione pubblicitaria. Il titolo, se ben ricordo, era “Il grande nulla”. In sostanza si sosteneva quello che è tuttora sotto gli occhi di tutti, cioè che nella comunicazione pubblicitaria le case di moda non comunicavano proprio un bel niente (nessun posizionamento, nessuna idea del mercato o di prodotto, nessun beneficio funzionale o psicologico, nessuna presa di posizione o uno stare sul campo, talvolta nemmeno un’idea precisa di stile, il che per la moda poteva risultare persino imbarazzante). Comunicavano soltanto la griffe, ovvero un logo appoggiato sopra uno scatto fotografico pescato tra quelli delle ultime collezioni che si volevano pubblicizzare. In ambito pubblicitario questa piega si è poi allargata. Pensate all’arredamento o anche ai manufatti dell’architettura e delle archistar, designer inclusi: vale solo il brand, pardon, la griffe, che è diversa e ancora più irrazionale ed “emozionale” del brand. Si passa quasi ai campi della “fede”. In questo contesto, da un punto di vista di tecnica della comunicazione pubblicitaria, uno spot come quello del pennello Cinghiale aveva stile da insegnare a pacchi ai pubblicitari e agli stilisti delle più rinomate case di moda ed era nato dalla mente di copywriter che conoscevano ancora il valore della posizione dell’aggettivo rispetto al sostantivo. In questo nuovo contesto invece i copywriter e la parte verbale dell’annuncio vengono meno.

Ulteriore premessa nonché risposta a confutazioni che intravedo già sorgere: qualcuno vorrà rilevare che questo mio è un approccio troppo tecnico ad un tema così semi-esistenziale ed esistenzialista. Eppure stiamo parlando di “editoria di poesia”, quindi di attività legata al lucro, per quanto marginale e per quanto di marginalità bassa. Una domanda: qual è il lucro dell’editoria di poesia? Tale approccio tecnico insomma non è del tutto peregrino. Inoltre le dinamiche di brand sono note alle nostre case editrici, che non disdegnano un certo modo di cavalcare l’onda, o, come si dice in gergo “keep the hype up”, aiutate da stuoli di recensori annoiati e addomesticati, blogger o autori che si fanno portatori (sani?) del virus in rete, giovani critici intervistati che ruminano solo le novità editoriali statisticamente più citate dai blog “mainstream”. Il grande nulla intravisto nella comunicazione pubblicitaria delle case di moda anni fa è del tutto analogo al grande nulla dal quale rischia di essere sempre travolta l’editoria di poesia. Cambia solo il giro di soldi, e non di poco, anche se sussiste una certa idea di lucro. D’accordo, vi sono eccezioni a questa situazione desolante, ma ad un livello quantitativo apprezzabile non rilevo nessuna linea precisa, nessuna idea di poesia riconoscibile e quindi anche, finalmente, contestabile e attaccabile (sussistono gli attacchi ad personam tipici dei social, belli schermati… da dietro lo schermo). Non sto parlando di mancanza di un’identità di gruppo - e mai mi hanno troppo interessato i gruppi letterari - bensì della mancanza di un sacrosanto e basilare interesse per la scrittura poetica alla quale l’editoria di poesia deve rivolgere una vera attenzione. Quasi ovunque prevale l’idea e il sogno (scorciatoia) di diventare griffe poetica, magari con il ricorso a sistemi altri rispetto a quelli della selezione e della “qualità” del testo, del dibattimento e del rischio d’impresa (fuori e dentro metafora). L’autore e la sua immagine prevalgono sull’opera mentre l’editore, se ha la griffe per anzianità (pardon, per heritage) o se è riuscito a costruirla col tempo, può arrivare a prevalere su tutto. Proprio di recente un editore come Marcos y Marcos ha introdotto una “sfilata letteraria” per presentare le novità della “collezione primavera estate 2016”, curioso episodio che sembra dimostrare questa pulsione delle case editrici a farsi griffe e a mimare gli strumenti utilizzati nel campo della moda. 

Quel grande nulla intravisto nelle campagne pubblicitarie delle case di moda (banalmente: scatto fotografico + logo e morta lì; selfie?) è più vicino di quello che pensiamo al grande nulla dell’editoria di poesia contemporanea. Siamo intossicati e abbagliati dalla griffe, autoriale o editoriale che sia. Il problema della gran quantità di libri di poesia che si pubblica/stampa è un falso problema se la carta la riciclano davvero e se esisteranno editori capaci di fare “seriamente” gli editori e quindi capaci di conversare, costruire un dialogo con gli autori, filtrare senza necessariamente flirtare, proporre un’illuminazione di un lato del diamante della scrittura poetica all’altezza dell’anno duemilasedici. Il diamante è lo stesso ma più editori possono contribuire a illuminarne un lato di volta in volta diverso. Il problema più volte sollevato che in troppi scrivono poesia e troppo pochi ne leggono è un ulteriore falso problema. Chi se ne frega, non possiamo bruciare la vita a rincorrere questi falsi problemi. Le problematiche reali su cui invito a riflettere sono allora queste tre: 1) il divismo e la costruzione autoriale ritenuta purtroppo primaria delle case editrici, dagli uffici stampa e da certi autori che hanno sempre saputo come perseguire determinate strategie di personal branding; 2) lo scadere dell’interesse per l’opera, per il pensiero e il progetto che la sottende e 3) l’editore che troppo spesso e troppo presto sogna di diventare griffe ovvero una sorta di Re Mida. Secondo il dizionario la griffe è “firma, marchio o etichetta di un artista, di uno stilista o di una azienda, specialmente su capi o accessori d’abbigliamento”. Ecco, non trascurerei il finale della definizione che ho messo in corsivo: capi o accessori. Di questo passo rischiamo di diventare tutti capi (capoccia) e accessori (aggettivo), intercambiabili. Non mi sembra un grande affare, ma se va bene a voi, buona camicia a tutti.

sabato 20 febbraio 2016

Domatori di organi_Ada Lovelace

di Luca Rizzatello



that portion of the material forces of the world entitled the body of A.A.L.


Il 24 gennaio 2015 sul blog Raspberry PI AI è stato pubblicato un post dal titolo Turing Test: Passed, using computer-generated poetry; viene spiegato che questa IA può creare una poesia indistinguibile da quella dei poeti reali. Il vero Test di Turing di questa IA consisteva nel venire accettata da una rivista letteraria. La rivista in questione è The Archive, pubblicata dalla Duke University (Durham NC). Viene anche spiegato che è stato utilizzato un generatore di poesia che usa una grammatica libera dal contesto (Context-free grammar), servendosi della notazione di Backus-Naur Form; inoltre, si possono leggere dei testi1.
Ada Lovelace è nata nel 1815, ed è morta nel 1852. Stando a Wikipedia, nel 1842 Charles Babbage fu invitato a tenere un seminario sulla sua macchina analitica al secondo Congresso degli scienziati italiani, che si teneva presso l'Università di Torino. Luigi Menabrea, giovane ingegnere italiano e futuro primo ministro del Regno d'Italia, si dedicò successivamente a una descrizione del progetto di Babbage, che pubblicò col titolo Notions sur la machine analytique de Charles Babbage nell'ottobre del 1842 alla Bibliothèque Universelle di Ginevra. Babbage chiese ad Ada Lovelace di tradurre in inglese il saggio di Menabrea e di aggiungere eventuali note. Durante un periodo di nove mesi, tra il 1842 e il 1843, Ada si occupò di tradurre e commentare tale materiale, che di seguito fu pubblicato su The Ladies Diary e Scientific Memoirs di Taylor sotto le iniziali A.A.L.. Il suo lavoro fu talmente accurato che il testo di Menabrea si ampliò, dalle venti pagine originali, a circa cinquanta in virtù delle note aggiunte dalla curatrice2. Per gli amanti delle citazioni da usare nei post, ecco due mai-più-senza tratti dal repertorio di AL: 1. Possiamo affermare in maniera del tutto appropriata che la Macchina Analitica tesse motivi algebrici, proprio come il telaio Jacquard tesse fiori e foglie3, e 2. Non sono mai veramente appagata da quello che comprendo; perché, per comprendere come mi è consentito, la mia comprensione può essere solo una frazione infinitesimale di quello che voglio capire circa le tante connessioni e relazioni che mi vengono in mente, come la materia in questione sia stata la prima a essere considerata o raggiunta, ecc. ecc. Maria Luisa Ardizzone ha scritto che considerarla come parte della storia intellettuale d’occidente, che la poesia stessa contribuisce a edificare, rientra nella riflessione da cui si avvia questo lavoro, che perciò ripensa l’opera di Cavalcanti come linguaggio che si costruisce a specchio di un dibattito di idee europee, non in quanto trasferisce contenuti già assestati in versi, ma perché fa della poesia lo spazio linguistico nuovo ove discutere e partecipare al discorso intellettuale del tempo. Tale dibattito noi non lo consideriamo solo scritto in prosa, ma anche in versi, non solo in latino, ma anche in volgare. Il concetto moderno di campo come luogo dinamico di interazioni di forze è quello che meglio può darci un’idea di come questa poesia organizzi un territorio inedito. […] Nuovo era il trapianto nel volgare di questi contenuti e della loro terminologia filosofico-scientifica, così che la poesia finiva anche per collaborare alla formazione linguistica di una società che si apriva a modelli nuovi di saperi4-4bis. Di AL ci è rimasto un sonetto, peraltro scolpito sulla sua lapide, intitolato The Rainbow:

Bow down in hope, in thanks, all ye who mourn;-
where'in that peerless arche of radiant hues
surpassing early tints,-the storm subdues!
Of nature's strife and tears 'tis heaven-born,
To soothe the sad, the sinning and the forlorn;-
A lovely loving token; to inspire;
The hope, the faith, that Power divine endures
With latent good, the woes by which we're torn.
'Tis like a sweet repentance of the skies,
To beckon all by sense of sin opprest,-
Revealing harmony from sins and sighs;
A pledge that deep implanted in the breast
A hidden light may burn that never dies
And bursts through storms in purest hues exprest


In questa poesia tutt’altro che memorabile, ci sono almeno due spie linguistiche degne di nota; la prima è radiant hues (tinte radiose). In una lettera a Michael Faraday, AL scrive

Caro Signor Faraday,
il suo paragonarsi a una tartaruga mi ha stuzzicato enormemente. Ha provocato il mio divertimento.
Sono anche colpita dalla potente verità della designazione che ha dato alla natura della mia mente:
“elasticità dell’intelletto”.
È davvero l’esatta verità, felicemente espressa a parole.
Mi ha fatto pensare a un assurdo, ma non privo di grazia, quadro allegorico, ovvero
di una quieta misurata e meticolosa tartaruga, con una bella fata che gli saltella intorno in un migliaio di tinte radiose e variabili; la tartaruga grida, “Fata, fata, non sono come te, non posso assumere a volontà migliaia di forme aeree ed espandermi sopra la superficie dell’universo. Fata, fata, abbi pietà di me, e ricordati che non sono altro che una tartaruga”. 
Cosa risponde la fata gentile e premurosa? Un po’ come segue:
“Cara tartaruga, sarò per te di un colore semplice e sobrio. Posso assumere qualunque forma io voglia. Sarò un bellissimo fantasma, raggiante di colori e di eloquenza, se me lo ordinerai.
Ma adesso sarò un piccolo uccellino marrone silenzioso al tuo fianco, e gentilmente insegnami come conoscerti e aiutarti. Ma la mia bacchetta magica è tua se lo desideri, e la consegnerò nelle tue mani per il tuo scopo.”
Un mio amico mi chiama sempre “La fata”. Questo è ciò che mi suggerì un paragone davvero lusinghiero, che forse devo avere fatto nascere io.
Mio Dio, mio marito mi chiama sempre L’uccellino5. Nella sua testa la sensazione di somiglianza è così forte che io credo veramente lui mi veda quasi nelle sembianze di quella adorabile specie tra le creature di Dio. 
Un medico illustre mi disse che ero come una cavalla araba, per costituzione fisica e indole.
Oh cielo! Non ho voce in capitolo per intrattenerla con questo egotismo. Ma davvero, la sua nota ha aperto la vena; le specie allegoriche della mia mente; e fatico a fermarmi.
Un altro amico mi chiama “lo spiritello”. Non so come mai, ma nessuno mi chiama o pensa a me come a una semplice mortale!
Non è una fata matematica un composto molto curioso? Comunque è così; e è il segreto. Ho in me entrambe le polarità nord e sud; e madre Natura ha prodotto una stravaganza, e per una volta ha unito armoniosamente in un individuo facoltà che solitamente non coesistono.
L’Analisi più profonda, con una sfolgorante immaginazione che lavora sulla superficie di queste gravi e insondabili profondità. L’analisi serve a richiamare i saltelli della mia immaginazione per dargli ordine e confinarli nella soggezione alla verità e alla logica6.

Nella lettera, radiant & varying hues (tinte radiose e variabili) sono emanazioni della rappresentazione allegorica della fata; ma questa condizione – o meglio, configurazione – non è che una delle facce del prisma. Se in prima istanza emerge la configurazione imposta da terzi nelle figure dell’uccellino e della cavalla araba, lo scarto si ha al momento dell’autodefinizione, in specie che non appartengono alle creature di Dio, e che fanno di lei una freak (si noti: di madre Natura, non di Dio), in grado di armonizzare elementi abitualmente inconciliabili7. E questa è la seconda spia linguistica: Revealing harmony from sins and sighs.
Nella nota A si legge che la Macchina Analitica può aggiungere, sottrarre, moltiplicare o dividere con facilità, ed esegue ciascuna di queste quattro operazioni in modo diretto, senza l’ausilio di alcuna delle altre tre; inoltre: sarebbe opportuno spiegare, che con la parola operazione, intendiamo ogni processo che modifica la relazione reciproca tra due o più cose, di qualsiasi tipo possa essere questa relazione. Questa è la definizione più generale, e includerebbe tutti i soggetti dell’universo. Il nodo risiederebbe nelle possibilità di cambiamento prodotte dalla messa in relazione e dalle operazioni tra cose, attraverso un codice/una macchina sufficientemente potente8. Proseguendo nel ragionamento, il meccanismo operativo può essere messo in azione indipendentemente da quale sia l’oggetto su cui si operi. Ancora, si può agire su altre cose oltre al numero. […] Supponendo che, per esempio, la relazione fondamentale tra i suoni nella scienza dell’armonia e della composizione musicale fosse suscettibile di tale espressione e adattamenti, la macchina potrebbe comporre pezzi musicali elaborati e scientifici, di ogni grado di complessità o entità9. E andando oltre, l’immaginazione è la Facoltà della Scoperta, preminentemente. È ciò con cui penetriamo i mondi invisibili attorno a noi, i mondi della Scienza. È con ciò che sentiamo e scopriamo cosa è, il reale che non vediamo, che esiste ma non per i nostri sensi. Le cose che abbiamo imparato camminando sulla soglia di mondi sconosciuti, mediante quelle che vengono comunemente definite le scienze esatte, potrebbero con le bianche ali fatate dell’Immaginazione sperare di levarsi in volo più lontano nell’inesplorato in cui viviamo10.  Ancora una volta, scienze esatte e ali fatate coesistono. In una lettera del 1844, indirizzata all’amico Woronzow Grieg, AL fa riferimento a un futuro lavoro (che però non vedrà mai la luce) intitolato Calculus of the Nervous System11, in cui avrebbe voluto sviluppare un modello matematico che spiegasse come i segnali nervosi provocassero pensieri ed emozioni nel cervello. Steven Pinker ha scritto che qui sta il problema. I parser12 dei calcolatori sono troppo meticolosi. Essi trovano ambiguità che sono certamente legittime, dal punto di vista della grammatica della lingua, ma che nessuna persona sana troverebbe. Uno dei primi parser di calcolatore, messo a punto a Harvard negli anni Sessanta, fornì un esempio famoso. L’enunciato time flies like an arrow [il tempo vola come una freccia] è sicuramente non ambiguo (ignorando la differenza tra i significati letterali e metaforici, che non ha nulla a che fare con la sintassi). Ma, con sorpresa dei programmatori, l’acuto calcolatore scoprì che aveva cinque alberi13 differenti:

Il tempo procede veloce come una freccia. (il significato inteso)
Misurate la velocità [to time: prendere il tempo] delle mosche [flies] allo stesso modo in cui [like] misurate la velocità di una freccia.
Misurate la velocità delle mosche allo stesso modo in cui una freccia misura la velocità delle mosche.
Misurate la velocità delle mosche che assomigliano a una freccia.
Le mosche di un tipo particolare, le time-flies, amano [like] una freccia.14

Note

3 Sketch of the Analytical Engine invented by Charles Babbage by L. F. Menabrea, With notes upon the Memoir by the Translator Ada Augusta, Countess of Lovelace, nota A. Questa traduzione e le seguenti sono mie
4 Maria Luisa Ardizzone, Guido Cavalcanti. L’altro Medioevo, Edizioni Cadmo, 2006, pp. 9-10
5 Il Dizionario Collins presenta, come variante gergale, la definizione bambola B
6 lettera di Ada Lovelace a Michael Faraday del 10 novembre 1844
7 In accordo con il marito e con l’illustre medico, l’etologo cognitivo interpreta la figura della danza descritta da un’ape al ritorno da una spedizione fortunata di ricerca del cibo come qualcosa che denota la distanza lineare e la distanza angolare della fonte di cibo dall’alveare. Dunque per l’etologo cognitivo la danza di un’ape è una rappresentazione: essa “sta per”, “si riferisce a”, “denota” qualcos’altro. Del resto, siamo abituati ad attribuire la stessa funzione a numerosi altri oggetti: a un’espressione linguistica, a un cartello stradale, a un modello in scala; o ad altri eventi, come un gesto. La sintassi delle locuzioni “sta per”, “si riferisce a”, “denota” induce a pensare a relazioni compiutamente esprimibili mediante predicati a due posti: “x sta per y”, “x si riferisce a y”, “x denota y”. Ma questa struttura sintattica è ingannevole: solo in virtù di un atto interpretativo, condotto da una qualche entità, si asserisce che un evento (come una danza o un gesto) o un oggetto (come un dipinto o un’espressione linguistica) si riferiscono a qualcos’altro. Quando si afferma “x si riferisce a y” si sottende “per z”, dove il ruolo di z è usualmente svolto da uno o più esseri umani. […] Nelle situazioni più comuni possiamo asserire “x si riferisce a y” senza specificare “per z”, proprio perché in tali circostanze z è usata come una variabile che assume come valore solo un determinato essere umano o un gruppo di esseri umani. Quali valori può assumere z nel caso della danza delle api?A (Guglielmo Tamburrini, I matematici e le macchine intelligenti, Bruno Mondadori, 2002, pp. 29-30)
8 In una nota del 1843, AL ha scritto che un linguaggio nuovo, immenso e potente è stato sviluppato per gli scopi futuri dell’analisi, con il quale poter esercitare le sue verità così che possa diventare di più veloce e precisa applicazione pratica per gli obiettivi dell’umanità di ciò che i mezzi finora in nostro possesso hanno reso possibile. Perciò non solo il mentale e il materiale, ma il teorico e il pratico nel mondo matematico, hanno dato origine a una connessione più intima ed efficace C
9 Nota A
10 da una nota di AL del 1841
14 Steven Pinker, L’istinto del linguaggio, Oscar Mondadori, 2013, p. 200

Note 2

A una risposta possibile è questa: E ancora; appena il sole d’oro ha sconfitto l’inverno, l’ha ricacciato/ sotto e aperto alla chiara luce il cielo,/ eccole subito andare per balze per boschi/ e mietere i fiori purpurei e dissetarsi sopra le acque/ che corrono, in volo: allora, colme di non so quale dolcezza,/ si danno alla loro discendenza e ai nidi; allora con arte modellano/ le cere fresche e cesellano masse tenaci di miele (vv. 51-57); inoltre: Da questi segni e guidati da questi esempi, taluni/ hanno detto le api possiedono un elemento della divina mente/ e respiro celeste (vv. 219-221)*
B La musicista era una damigella meccanica apprezzata, oltre per la capacità di suonare il pianoforte, per la grazia e la leggiadria che i suoi costruttori, Pierre Jaquet-Droz (1721-1790) e il figlio Henry-Louis (1752-1791) avevano saputo darle. Viene corteggiata da Luigi XV, Luigi XVI e re Giorgio III d’Inghilterra. Intorno alla metà del Settecento il fascino della damigella meccanica era dovuto ad un congegno che aveva il compito di far muovere gli occhi e di far girare con civetteria la testa e il busto per indurre chi la guardasse in una sorta di incantamento erotico. Sempre lo stesso congegno faceva abbassare e alzare ritmicamente il seno, secondo il ritmo di respirazione. Alla fine di ciascuna delle cinque arie che sapeva suonare, la damigella compiva una pudica reverenza con il movimento degli occhi per accogliere gli immancabili applausi. Nel racconto Olimpia, nella sua prima apparizione al giovane Nathanael, suona il pianoforte con la stessa grazia dell’automa dei Jaquet-Droz. […] Clara, la fidanzata di Nathanael, viene rappresentata come una figura angelica dagli occhi luminosi. Nathanael, in uno dei suoi momenti difficili, si confida con lei, tentando di raccontarle la sua inquietudine attraverso la lettura di alcuni componimenti poetici. Di fronte alla impassibilità emotiva di Clara la rimprovera gridandole: «Maledetto automa senza vita» (Michela Mancini, Vedere il progresso. Mostri, bambole e alieni nel romanzo illustrato dell’ottocento, :duepunti edizioni, 2012, pp. 67-68)
C Ci recammo quindi alla scuola di lingue, dove tre professori si consultavano circa il modo di migliorare l’idioma del paese. Venne proposto dapprima d’abbreviare il discorso col ridurre i polisillabi in monosillabi e col sopprimere verbi e participi. In realtà, tutte le cose immaginabili che altro non sono se non nomi? In secondo luogo si propose di abolire qualsiasi parola per il vantaggio evidente che da tale abolizione sarebbe derivata alla salute e alla brevità. Infatti, ogni parola che si pronunzia è in certo modo un logorio dei nostri polmoni e contribuisce ad accorciare la vita. Considerando che le parole sono soltanto nomi che designano cose converrebbe agli uomini di portare addosso tutte quelle cose necessarie ad esprimere i particolari negozi intorno a cui si propongono di parlare. […] C’è solo un inconveniente ed è che, se i negozi da trattare sono molti e di diversa specie, si è obbligati a portare addosso un sacco enorme di oggetti, a meno che si possa disporre d’uno o di due robusti servi accompagnatori che facciano da facchini. […] I proponenti di questa invenzione segnalavano un altro grande vantaggio: che cioè essa sarebbe valsa come lingua universale di tutte le nazioni civili, le quali generalmente adoperano suppellettili ed utensili della stessa specie, o che molto si somigliano. In tal modo gli ambasciatori avrebbero potuto trattare coi principi e ministri stranieri, pure ignorando del tutto le lingue di questi ultimi. (Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Mondadori, 1960)

Note 3