Dobbiamo a Cristina Babino questa nuova tappa di avvicinamento all'opera del poeta americano John Taggart (Perry - Iowa, 1942). E dopo quanto appreso in questa bella e ricca intervista pubblicata mesi fa su Librobreve, ora possiamo contare sul volume intitolato Pastorali che l'editore marchigiano Vydia mette a disposizione dei lettori italiani (testo inglese a fronte, pp. 250, euro 15; nella stessa collana Dieci bozze di Rachel Blau DuPlessis tradotto da Renata Morresi). Diciamo subito una cosa: è bello, positivo, quando si instaura tra poeta e traduttore un rapporto che va oltre la mera conoscenza ai fini della traduzione. Cristina Babino conosce John Taggart, si sono incontrati, si scrivono per dubbi, per scambiare fotografie. Lei ha bisogno delle fotografie dei ponti coperti che resistono nella zona rurale dove Taggart attualmente vive con la famiglia, Newburg, nella Cumberland Valley (Pennsylvania). Lui manda a lei risposte su carta che passano sopra l'oceano e arrivano ancora intrise dell'odore di pipa. Si sono incontrati, hanno ascoltato assieme musica e lui le ha intimato di alzare il volume durante una canzone di Janis Joplin. Questo e altri aspetti che rinviano all'amicizia, non scontati, ci permettono di rivolgerci con più fiducia al lavoro di cura e traduzione. Lo stesso Taggart e poi la stessa curatrice mettono in guardia il lettore. Questa è poesia che andrebbe letta ad alta voce. E qui si potrebbe aprire una parentesi sterminata, che parte dalle origini orali della poesia (e pensiamo, in Italia, al lavoro di Ida Travi), passa per le sue derive tipografiche e il colpo di dadi di Mallarmé, si prolunga nella vita silenziosa della poesia del Novecento (Montale, ad esempio, è un poeta che si è letto/consumato quasi esclusivamente in silenzio, nel confronto tra scrittore/pagina/lettore? Ho questo dubbio: come cambia Montale letto ad alta voce?), fino ad arrivare ai tentativi odierni di riportare la poesia all'ascolto, anche nelle occasioni pubbliche, un passaggio importante, attraverso il quale potrebbe esser rivista la marginalità in cui è costretta (si è costretta?) la poesia d'oggi. Taggart è il poeta della fiducia nella parola, nel suo scrigno di suono. Ripetizioni sono all'ordine del giorno, ossessive. Il suo ruscello poetico sgorga dalle parti della poetica oggettivistica teorizzata Louis Zukofsky (nulla di suo tradotto in italiano) e George Oppen (qui trovate ancora Essere in tanti, pubblicato otto anni fa da ETS). Ma Taggart ovviamente non è racchiuso in queste poche disordinate mie note. Nello sviluppo della sua lirica, come ha modo di notare Cristina Babino, ci sono inserti plurimi, dalla passione per il jazz e John Coltrane o Sonny Rollins in particolare, all'eco di compositori come Steve Reich, fino alla pittura di Mark Rothko o a quella di certe solitudini e deserti urbani, lateralmente illuminati à la Caravaggio, di Edward Hopper. E come non capirlo. Aggiungerei - e forse potrebbe essere una interessante strada da seguire - i buoni risultati che potrebbe dare una lettura geopoetica di questa sua opera (e suppongo anche di altre sue opere, ma non ho letto tutto Taggart). Se Gregory Bateson scriveva dell'ecologia della mente, mi pare sia vero che l'opera di Taggart diventi ecologia della lingua inglese da lui adoperata.
Pastorali (Pastorelles, uscito giusto dieci anni fa nel 2004 per Flood Editions con una copertina così lontana da quella italiana) rimanda sin dal titolo ad una dimensione rurale che è quella del fazzoletto da lui abitato in Pennsylvania. Il poeta Robert Creeley (la meritoria Empiria pubblicò a suo tempo Stanze e pure per Mondadori uscì Per amore negli anni Setttanta; ci torneremo su quest'ultimo libro) ha scritto che Taggart è stato un campione dell'accumulo di patterns sonori
e di significato complessamente stratificati, che pure usa con
un'autorità discreta. Ha scritto inoltre che se la poesia ha un valore persistente è perché
riesce ad articolare, come in questo libro, tutto quello di cui una vita
arriva a prendersi cura. Cristina Babino ci ricorda inoltre e opportunamente che la
Pennsylvania di Taggart, figlio di pastore metodista, è "terra della cultura Amish (la cui lingua è detta non a caso
Pennsylvania Dutch), chiusa nelle sue granitiche consuetudini, nel suo
ricercato, intestardito isolamento". A tal proposito, vedete anche uno dei due testi che riporterò per gentile concessione.Pastorali è allora titolo bifronte perché guarda da un lato alla tradizione della poesia e dall'altro alla tradizione della musica che portano questa "etichetta". Le mutazioni di "Arcadia" sono un capitolo tutto da esplorare nella poesia mondiale del Novecento. Solo questa duplice apertura dice della complessità e della sintesi di cui è capace Taggart, sin dalla titolazione dell'opera. C'è un aspetto, infine, che mi preme riprendere prima di concludere e di lasciarvi in compagnia di due Pastorali, ovvero l'interdisciplinarietà della scrittura - sarebbe meglio scrivere della vita - di Taggart, un aspetto sottolineato anche dai decenni di lavoro all'interno dell'università americana. Forse "interdisciplinarietà" non è la parola migliore, è troppo accademica infatti. Taggart però è la riprova che gli innesti che provengono da una grande attenzione nei confronti delle altre arti lasciano il segno anche in poesia o, meglio, in ciò che la poesia restituisce della vita. La sua poesia è come una "sciarpa", dalla cui trama entra molto, fiato, aria, luce e sulla quale possiamo far passare persino la nostra voce imbolsita. Le poesie stesse "iniziano come epitaffi e hanno la possibilità di concludersi come vita", ha sostenuto egli stesso durante una recente conferenza. PASTORELLE 1 Glance to the right all that’s possible driving south on 641 what was the old stage coach route curve on 641 curve and descent hard on the horses weight bearing down on them glance perhaps all that was ever possible clearing through the trees at the curve wide field brown green brown where the farmer plowed where the farmer didn’t where he did
glance and glances over the years this is where my ashes are to be scattered driving south and west.
PASTORALE 1
Guardare sulla destra tutto ciò che è possibile guidando verso sud sulla 641 quella che fu la vecchia via delle carovane curva sulla 641 curva e discesa dura per i cavalli carico che pesa su di loro guardare forse tutto ciò che fu mai possibile radura tra gli alberi sulla curva grande campo marrone verde marrone dove il fattore ha arato dove il fattore non ha arato dove ha arato
guardare e sguardi attraverso gli anni qui è dove le mie ceneri verranno sparse
guidando verso sud e ovest.
PASTORELLE 8
Young woman Amish green dress black apron translucent white prayer bonnet strings of her bonnet trailing in the air
rollerskating down the road
by herself alone in the air and light of an ungloomy Sunday afternoon
herself and her skating shadow
the painter said
beauty is what we add to things
and I
chainsawing in the woods above the road say what could be added what other than giving this roaring machine a rest.
PASTORALE 8
Giovane donna Amish vestito verde grembiule nero translucida cuffia da preghiera bianca i lacci della cuffia si trascinano nell'aria
pattina lungo la strada
tutta sola nell'aria e nella luce di una chiara domenica pomeriggio
lei e la sua ombra che pattina
il pittore disse la bellezza è ciò che aggiungiamo alle cose
e io che taglio legna con la sega elettrica nei boschi sopra la strada dico ciò che si potrebbe aggiungere che altro se non spegnere questa macchina rombante.
Librobreve intervista #12 / Una poesia da #20 ---- L'intervista che segue è, ad esempio, uno dei motivi che mi fa tenere accesa la fiammella di un blog simile. Se aver creato questo spazio significa oggi lasciare spazio a una pluralità di esperienze e non a un narcisismo-da-social-network fine a se stesso allora sono contento. E sono quindi felice di ospitare Cristina Babino, marchigiana, residente in Francia ad Antibes. Qualcuno forse l'avrà incrociata per La donna d'oro, il suo libro del 2008 uscito da peQuod, laddove affrontava il percorso artistico di Tamara de Lempicka. Ora la ritroviamo in veste di traduttrice di un poeta misteriosamente mai "volto" in Italiano: John Taggart. Buona lettura dell'intervista e dell'assaggio di poesia riportato in fondo. Cristina Babino cura il blog La cugina Argia dove potrete trovare informazioni più diffuse sulle sue attività. ----
LB: Come nasce l'idea di tradurre Taggart e concretamente
come si sviluppa la collaborazione con le edizioni L'Arca Felice per la
plaquette che è uscita?
RISPOSTA: Avevo già tradotto, qualche anno fa, alcuni testi di John
Taggart, pubblicati poi sulla rivista Le
Voci della Luna. All’epoca le poesie
di John non erano mai state tradotte in italiano, e il mio voleva essere
proprio un modo per iniziare a colmare una notevole mancanza e contribuire a
introdurre la conoscenza della sua opera nel nostro Paese. La collaborazione con l’Arca Felice è nata attraverso una
comunicazione via mail in cui mi si informava della nascita, in seno a questo
editore, di una nuova collana di plaquette di arte-poesia curata da Mario Fresa
e chiamata Hermes (poeti tradotti da poeti).
Ho colto l’occasione e ho contattato Fresa per proporgli una breve suite dal
titolo Car Museum, estratta da uno
dei libri più recenti di John Taggart, Pastorelles,
uscito negli Stati Uniti nel 2004. Devo ringraziare Mario Fresa per la sua
lungimiranza e l’editore Arca Felice per
la grande apertura e disponibilità, dimostrandosi aperti a pubblicare - senza conoscermi personalmente e solo
attraverso la mia presentazione e il mio lavoro di traduzione - un autore che, nonostante sia uno dei più importanti e
influenti poeti americani viventi, è ancora praticamente sconosciuto in Italia.
Ne è nato un bellissimo oggetto d’arte, piccolo ma prezioso ed estremamente
curato, arricchito da una fotografia fuori testo di Jennifer Taggart, moglie di
John e grande fotografa. A tutt’oggi le mie traduzioni da Taggart restano le
uniche presenti in Italia. Cosa che continua a lasciarmi molto stupita, data la
mole, a livello sia di qualità che di quantità, della sua produzione poetica, ma anche critica e saggistica.
Pastorelles, 2004
LB: Quali sono le principali difficoltà e insidie di
traduzione di una poesia apparentemente semplice e limpida?
RISPOSTA: La poesia di Taggart può talvolta risultare ad una prima
lettura relativamente “semplice” e diretta, specie le sue opere più recenti; in
realtà la sua scrittura è tutt’altro che “facile” ed è stata profondamente
influenzata dall’opera e dal pensiero di poeti Oggettivisti quali Louis ZukofskY
e George Oppen, cui del resto Taggart ha dedicato in ambito accademico una
lunga serie di saggi critici. Tutto quello che in Taggart può sembrare oggi un
verseggio di fruizione tutto sommato immediata è in realtà frutto di un
percorso stilistico coraggioso ed eccentrico, oltre che di una lunga
meditazione teorica e di una progressiva statificazione di senso che può essere
scoperta e apprezzata in pieno soltanto lettura dopo lettura, tali e tanti sono
i rimandi – quando non le citazioni dirette - alla musica, alla letteratura,
all’arte visiva, solo per citare i campi in cui il poeta si muove con più
disinvoltura. Anche un testo come Car
Museum appare abbastanza chiaro e diretto (nonostante contenga anch’esso
delle citazioni nascoste): in effetti esso è tratto dal volume Pastorelles,
del 2004, che segna in un certo senso un’inversione di tendenza nella produzione
di Taggart, caratterizzata sino all’uscita di questa raccolta da un ricorso
prepotente e costante allo strumento della ripetizione e da un’attenzione quasi maniacale alla resa sonora della
parola scritta, alla sua intrinseca valenza “musicale”. Pastorelles è il risultato del tentativo di Taggart di uscire in qualche
modo dalla logica della ripetizione come cifra stilistica, quasi una “firma”
immediatamente riconoscibile, per tentare una nuova strada che non fosse quella
sicura e dominata con sicurezza fino a quel momento (una scelta che gli ha
valso anche critiche e resistenze). Per
questo la scrittura di Pastorelles può
essere percepita come maggiormente “familiare” all’orecchio di un lettore
rispetto alle sue opere precedenti, che non di rado posso risultare persino
ostiche e di lettura faticosa (penso ad esempio a certi suoi esiti degli Anni
Settanta). Pastorelles unisce questa
precisa volontà di rinnovamento poetico alla necessità di raccontare in versi
l’esperienza della vita nella campagna della Cumberland Valley, in
Pennsylvania, terra di Amish e di tradizioni antiche e radicatissime, dove da
diversi anni Taggart si è stabilito. La maggiore “familiarità ” dei testi riuniti
in questa raccolta mi ha spinto a sceglierli per avvicinarmi all’opera di traduzione
di un autore poco o per nulla conosciuto in Italia. Le difficoltà comunque mancano, proprio per la
qualità essenzialmente musicale della versificazione di Taggart:
difficilissimo, se non impossibile, riprodurre in una lingua altra la ricerca
di sonorità dell’originale, la sua attenzione all’indissolubilità del nodo
suono/senso, mantenendo però anche una salda fedeltà al significato delle
parole scelte. Un equilibrio ben
difficile da conservare, che costringe spesso a privilegiare un aspetto sull’altro,
cercando comunque il più possibile di non allontanarsi troppo dalle intenzioni
originarie dell’autore.
Steve Reich
LB: Potresti illustrare brevemente i legami di Taggart
con le altre arti, con particolare riferimento alla musica e alla pittura?
RISPOSTA: L’antologia ricapitolativa della sua opera , uscita
recentemente negli USA, s’intitola Is Music: in effetti la poesia di Taggart
non è semplicemente “musicale” o attenta alle sonorità, la poesia di Taggart è essa
stessa “musica”, come già disse George Oppen a questo proposito. Ogni sua
parola anzi, specie quando viene ripetuta - spesso fino all’ossessività nei
suoi testi più datati – viene scelta cercando di ricreare attraverso la
scrittura poetica certi andamenti del jazz - genere amatissimo e frequentato da
Taggart in ogni sua espressione - la ripetitività appunto legata
all’improvvisazione, o ancora le battute sincopate e frante del Rhythm and Blues. Non è un caso del
resto che in molti dei suoi libri un’avvertenza dell’autore indichi che il
lettore potrà godere maggiormente dei testi se letti a voce alta. L’importanza
fondante del suono, dell’oralità, la qualità perfino ri-creativa della lettura
operata sulla pagina scritta è uno delle componenti essenzali per comprendere e
apprezzare a fondo la poetica di Taggart. La ripetizione, nelle intenzioni
dichiarate di Taggart, è funzionale al lettore per penetrare in profondità nel
testo, obbligandolo a indugiare sulle singole parole, assaporandone le
peculiari sonorità, riscoprendone a ogni respiro la commistione profondissima tra suono e
significato. La lettura ad alta voce
coinvolge il lettore in modo molto più completo, lo rende maggiormente
partecipe dell’esperienza poetica rispetto alla semplice lettura silenziosa: se
la voce è qualcosa di interiore che esce da un luogo interno (il corpo) e che,
attraverso un mezzo esteriore (l’aria, lo spazio) entra in un’altra interiorità
(l’orecchio e la mente del ricevente), l’uso della ripetizione - che non è mai
un mero ripetere le stesse parole, ma piuttosto un procedimento progressivo di additive rhythm, rintracciabile anche nelle
composizioni di musicisti quali Philip Glass e Steve Reich, come anche
nell’opera dell’amatissimo jazzista John Coltrane - favorisce questo processo,
aiutando a cristallizzare nella mente i gangli di senso/suono costituiti dalle
parole sapientemente scelte dal poeta.
Se poi l’intera sua produzione è attraversata da
innumerevoli riferimenti trans-disciplinari (non a caso Taggart è stato a lungo direttore del Dipartimento di Studi
Interdisciplinari alla Shippenburg University), che spaziano dalla filosofia
alla botanica, dalla vita rurale al greco antico, dal cinema alla musica
classica, dai testi biblici (il padre di Taggart era un pastore protestante)
alla letteratura americana, è nelle arti visive – insieme all’imprescindibile
musica jazz – che Taggart trova spesso il terreno più fertile per la sua
ispirazione. Penso alla recente serie di testi ispirati agli Angeli di Kitaj, o alla sua lettura
critica della luce nelle tele di Edward Hopper, ma soprattutto all’opera di
Mark Rothko, profondamente amata da Taggart, tanto da aver passato un’intera
settimana all’interno della Rothko Chapel a Houston, Texas, per studiare le
quattordici grandi tele dell’artista lì custodite. Da questa intensa esperienza
di studio e meditazione è scaturita quello che è forse il testo più noto di
Taggart, The Rothko Chapel Poem
(pubblicato nella raccolta Loop del
1991). All’artista di origini russe Taggart aveva già dedicato Slow
Song for Mark Rothko (contenuto nel volume Peace on Earth del 1981). In entrambe le composizioni è evidente
come l’uso massiccio ma sempre controllato della ripetizione tenda a ricreare
attraverso la parola la stratificazione tipica delle tele di Rothko, la
sovrapposizione di più livelli di colore (tanto che in Rothko il concetto
stesso di astrazione viene superato, per diventare pittura “d’espressione”,
sfuggente a qualsiasi classificazione). Come la pittura a strati di Rothko
attrae l’occhio dell’osservatore e lo trascina nelle profondità più nascoste del
colore sulla tela, così la ripetizione è funzionale a Taggart per conseguire lo stesso risultato, traducendo per
mezzo della parola la medesima ricerca di coinvolgimento e com-partecipazione dell’altro
nel processo di comunicazione artistica e poetica.
Monsanto, Portogallo (foto dal blog di Cristina Babino)
LB: Hai potuto confrontarti direttamente con l'autore?
Serve sempre questo confronto o talvolta porta anche a dei nulla di fatto?
RISPOSTA: Ho conosciuto John Taggart nel 2007, in occasione
dell’International Meeting of Poets organizzato con cadenza triennale dal
Dipartimento di Studi Anglo-Americani dell’Università di Coimbra, in
Portogallo. Un’esperienza per me
fondamentale, che mi ha permesso di conoscere e confrontarmi con poeti
provenienti da ogni parte del mondo, più o meno affermati e con alle spalle
pubblicazioni più o meno numerose. E’ stato un incontro profondamente
arricchente per me, che mi ha permesso di consolidare la mia conoscenza del
panorama della poesia contemporanea internazionale e soprattutto di instaurare
rapporti di amicizia con alcuni dei poeti partecipanti, rapporti che nel tempo
si sono consolidati e hanno portato a diverse collaborazioni. In particolare,
per una questione di “affinità elettive” e sicuramente anche per una questione
di lingua, ho stretto rapporti con Jonathan Morley, uno dei maggiori poeti
inglesi della nuova generazione, e appunto con John Taggart. Insieme a John,
l’anno successivo, nel 2008, ho la fortuna di passare un mese intero di
contatto quotidiano, in occasione della nostra comune partecipazione a un programma
di Poets in Residence, organizzato sempre
dall’Università di Coimbra. Ad eccezione
della settimana passata a Coimbra per le nostre letture e seminari al
Dipartimento di Studi Anglo-Americani, per il resto del tempo abbiamo
alloggiato in una casa in pietra a due piani in uno sperduto e bellissimo paese del Portogallo profondo, Monsanto, al
confine con la Spagna. Era inverno e,
per quanto il posto fosse affascinante e unico, non si poteva fare altro se non
passeggiare in quello splendido paesaggio montano-rurale (tempo permettendo),
leggere o scrivere, e chiacchierare. John è un affabulatore piacevolissimo e
instancabile, una miniera di storie ed esperienze, quindi le nostre lunghe chiacchierate
sono state una delle cose che ricordo con più piacere di quella esperienza.
Direi che nel mio caso il rapporto diretto e l’amicizia
con l’autore siano stati fondamentali. Anzi, considerando proprio la complessità
della sua opera, se non avessi avuto modo di conoscere personalmente John e di avvicinarmi alla sua poesia di prima mano
non mi sarei probabilmente avventurata sul sentiero della traduzione. Che è sempre un terreno
accidentato, e nasconde insidie ad ogni verso, specie quando si tratta di una
poesia stratificata e complessa come la sua. Potermi confrontare direttamente
con l’autore mi permette però di fugare qualsiasi dubbio io abbia sui testi e
di soddisfare qualsiasi curiosità riguardo la sua produzione o la sua
biografia.
Rachel Blau DuPlessis
LB: Immagino che tu sia una sostenitrice di una
proposizione più massiccia e allargata dell'opera di Taggart. Se sì, per quali
motivi? Vedi degli spiragli editoriali significativi?
RISPOSTA: Senza dubbio. Per la rilevanza e la mole della
sua opera poetica - dagli Anni Settanta ad oggi ha pubblicato una quindicina
libri di poesia, oltre a una serie sterminata di saggi e contributi critici - per
l’impotanza della sua carriera accademica e per l’influenza che ha esercitato
ed esercita sulle ultime generazioni di poeti americani, in Italia Taggart
dovrebbe essere ospitato nelle collane di poesia contemporanea dei grandi
editori già da un pezzo. Purtroppo non è ancora così. Ma nel mio piccolo sto
facendo del mio meglio per far conoscere la sua poesia nel nostro Paese. L’interesse
che ha suscitato la pubblicazione di Car
Museum ha portato a una nuova collaborazione con la casa editrice Vydia di
Macerata. Grazie ad Alessandro Seri, che ne è il direttore editoriale e cura la
nuova collana di poesia Licenze – per
la quale è appena uscita, con l’ottima traduzione di Renata Morresi, il volume Dieci Bozze della poetessa americana
Rachel Blau DuPlessis (anche questa una prima assoluta in Italia) - abbiamo in programma per la fine di quest’anno
di pubblicare l’intera raccolta Pastorelles
in traduzione italiana con testo originale a fronte. Dopo il piccolo ma significativo “l’esperimento” riuscito
grazie ad Arca Felice, considero questa prossima pubblicazione con
Vydia un risultato veramente importante, che va finalmente a colmare, con la
prima traduzione integrale di un’opera di John Taggart, una grave lacuna nella
diffusione della poesia straniera contemporanea in Italia.
Il testo tratto da Car Museum qui di seguito riprodotto è stato pubblicato dalle Edizioni L'Arca
Felice nellaplaquettedi arte - poesia John Taggart,Car Museum, cura
e traduzione di Cristina Babino, all'interno della collana Hermes curata da
Mario Fresa, Salerno, 2012. (Mi scuso per la dimensione della font rimpicciolita con cui riporto i testi seguenti, ma tale espediente mi consente di garantire gli a capo, perlomeno in schermi di medie dimensioni. Le tecnologie fluide di visualizzazione odierne infatti decidono da sole gli a capo. L'alternativa era usare le barre per separare i versi. Un bel problema per il futuro della poesia a schermo: che Ungaretti avesse già previsto tutto?)
1
Queste sono le automobili Auburn e Cord e Duesenberg rare macchine di rara eleganza e questo è il ritorno a casa in Indiana raro inspiegabile museo già sala d’esposizione e fabbrica centrale su una strada di provincia come le strade dove sono cresciuto vagabondo fuggitivo e giovane gentiluomo ribelle dall’Indiana da città di provincia come questa città o da interruzioni o da piccole interruzioni nei campi monotonia dei campi non ricordavo quest’intollerabile monotonia.
2
Auburn 852 Speedster color mela candita la griglia a forma di scudo leggermente reclinata all’indietro non lo scudo di Achille reclinata all’indietro nella lunga linea pianeggiante del cofano tubi di scappamento cromati sporgono da ciascun lato del cofano spazio solo per due dietro la griglia il cofano i tubi di scappamento Cord 810 Beverly Sedan color uva fari nascosti in parafanghi curvati a s sporgenti dal corpo inclinato curvato aerodinamico voluttuosamente aerodinamico Duesenberg J Murphy Torpedo Decappottabile Coupé nera parte improvvisamente minima poppa improvvisamente appuntita torpediniera nera che lascia una minima percettibile scia nel mare dell’amore o strada di campagna quando scende la sera. 3 Senza memoria non c’è protezione dalla monotonia di tutti i campi innegabile imprevista insopportabile non più un bambino o ragazzo da un altrove che doveva andare altrove doveva e deve via dai campi inspiegabile in nessun capitolo tra i capitoli in carta lucida di arti e idee L’Indiana si può spiegare le automobili no forse l’eleganza non si può mai spiegare il bambino o ragazzo non poteva sapere di automobili non se ne trovavano per le strade allora forse la ribellione è l’inconsapevole ricerca dell’eleganza.
Mark Rothko, 1950
Chiudiamo con alcuni link, per chi volesse approfondire e fosse rimasto incuriosito da questo poeta il cui lavoro rimanda continuamente anche ai quadri, per me davvero struggenti, di Mark Rothko (ho finalmente deciso che l'aggettivo "struggente" nel mio vocabolario si può applicare solo alla sua pittura): - un link da dove si può vedere un'anteprima di Is Music, una delle principali raccolte ordinabili anche in Italia; - qui trovate invece un archivio di mp3 con poesie e altri materiali recitati dallo stesso Taggart; - e per concludere, come mi capita a volte, una segnalazione video di un Taggart che legge all'Università di Berkeley (a partire dalla mezz'ora circa, il video è molto lungo).