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mercoledì 31 agosto 2016

Il volume di "Riga" dedicato a Goffredo Parise (e un frammento inedito sull'Arizona)

Riviste #8


Da pochi giorni è in libreria il trentaseiesimo volume della rivista "Riga" dedicato a Goffredo Parise (Marcos y Marcos, pp. 544, euro 28, a cura di Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa). La pubblicazione coincide con il trentennale della morte dello scrittore, avvenuta il 31 agosto 1986 all'ospedale di Treviso. I motivi per avvicinarci al fascicolo sono numerosi. Questo contiene infatti, oltre a una prima serie di scritti originali di autori contemporanei (Andrea Bajani, Giuseppe Montesano e Vitaliano Trevisan), una sezione di narrazioni inedite, una di "Luoghi scritti e reportage", ampi stralci di diari e carteggi (particolarmente significativo quello con Italo Calvino, per le questioni editoriali emergenti ma non solo) e raduna due sezioni di testi critici, già editi altrove ma anche inediti, progettati appositamente per questa pubblicazione. Le pagine sono intervallate da un apparato iconografico di foto e dalla "Galleria" di Giosetta Fioroni che chiude il volume. Nelle due sezioni di inediti parisiani spicca sicuramente la pubblicazione del romanzo inedito del 1977 intitolato La politica (trotto leggero). Dalla sezione dei "Luoghi scritti e reportage", per concessione gentile dei curatori, pubblico uno dei "Due frammenti inediti sull'America (1961)". Il primo è dedicato a New York mentre il secondo, che trovate di seguito, all'Arizona. Dopo il frammento trovate la breve nota di Dario Borso.



Arizona  
di Goffredo Parise

(testo tratto da "Riga 36. Goffredo Parise", Marcos y Marcos, 2016)


Sulla grande autostrada che attraversa il deserto dell’Arizona, a 400 miglia da Albuquerque nel Nuovo Messico e a 300 da Las Vegas in Nevada, improvvisamente, la rossa Chevrolet, ippogrifo del nuovo mondo, si ferma. Non c’è benzina, per la terza volta da che si è iniziato questo viaggio, e sempre per colpa mia, per mia pigrizia. La prima volta l’alato carro si fermò davanti a un distributore, la seconda a poche miglia da una città e un camionista ci regalò una tanica, la terza, questa, ci sor­prende nel mezzo di un deserto. Ai due lati dell’autostrada, giallo deserto di pietra, cactus, fallica protuberanza di un terreno senza speranze, e ai due lati all’orizzonte fino a congiungersi davanti ai nostri occhi, immenso anfiteatro, i profili delle montagne da cui sale la notte. Non c’è nulla da fare. Non passa nessuno. Ci mettiamo sulla strada, aspettiamo, mezz’ora, un’ora; si avvicina un enorme camion da trasporti, transatlantico viag­giante su terra, con comignolo. Si arresta. Il mio compagno di viaggio, che conosce l’inglese molto meglio di me, sale con loro per fare qualcosa, per muoversi dall'immobilità, per accennare a un moto verso luogo che in questo caso significa trecento miglia prima di giungere ad una pompa di benzina. Attivo, e storico, di temperamento, egli decide appunto di costruirsi l’avvenire con le proprie mani. Un poco meno storico, io decido di rimanere ad attendere. Chi? Che cosa? Nulla, so bene che attendere nel cuore dell’Arizona non può avere che un significato, attendere che corvi aquile e sciacalli degustino me e l’ippogrifo Chevrolet, ma così ho deciso; di seguire la mia apparente antisto­ria, cioè la pigrizia, il non desiderio d’azione in un mondo (anche nell’Arizona) volto all’azione nell’azione.
  Vedo l’enorme transatlantico nerastro fumare via come un gio­cattolo nella retta matematica della strada, e scomparire, lui, i viventi e la storia medesima.
   E resto così solo, nel cuore di que­sto deserto. Fumo qualche sigaretta nell’auto, poi scendo a fare quattro passi. Intanto il sole, sceso oltre le lontane annebbiate montagne, ha portato con sé gli ultimi bagliori di luce. E la notte scende rapidamente sull’infinita distesa di uno dei più bei paesaggi del mondo, il deserto. Con la notte salgono le stelle e la luna. Continuo a camminare tra i sassi, ascoltando i mille fruscii di animali che conosco, il fruscio delle biscie, di certi topolini che appena scorgo correre e nascondersi in certe buche dopo avermi osservato a lungo con un minuscolo bagliore d’occhi rossastri da dietro le spine di un cactus: altri versi, suoni infiniti di una natura che non conosco. Seguito il cammino. Guardo dietro di me in direzione della strada dove ho lasciato l’auto con i fari accesi. Sono lontani, molto di più di quanto non pensassi. E allora, quando il senso delle distanze reali, ogget­tive e non quelle interiori, che pur sono immense prende i suoi aspetti prospettici, allora mi vien voglia di continuare a camminare nel deserto, in direzione delle montagne. Cammino per qualche ora senza accorger­mene. Solo, dopo questo tempo, quando volgo lo sguardo in direzione dell’autostrada, nord-est a giudicare dalle stelle, non vedo più i fari della Chevrolet. E inizia così, una edificante sensazione di solitudine assoluta, cioè di intensa riflessione, di dolore delle cose del mondo.
   La luna illumina davanti a me la distesa di sassi e di cactus che proiet­tano una lunga ombra trasversale. Un poco più in là strane ombre, per­forate dai raggi lunari, enormi crani, teschi che formano una collinetta. Mi avvicino a passo svelto. A mano a mano che le distanze si accorciano riconosco in quelle ombre carcasse di automobili, di autocarri, di pullmans. Abbandonate da anni e trasportate fin là chissà come. È una sorta di città defunta, a seconda delle dimensioni delle carrozzerie, può apparire all’occhio fantastico, non storico, non realistico, una defunta città futura. Mi aggiro tra le carrozzerie, in questo dedalo vastissimo, in questo gigan­tesco incidente automobilistico, tra le lamiere contorte, i vetri rotti, i sedili sfondati dell’inutile. Così osservando mi accorgo di non essere solo. Un gatto selvatico balza fuori da una finestra di pullman curvo, col pelo ritto, urlando. Subito seguito da una folla di gatti in fuga che corrono a nascon­dersi nelle forre, negli anfratti, nei buchi di quella montagna di lamiere contorte. Per qualche istante ancora silenzio, poi un miagolio diffuso, che sale dall’oscurità dei cofani, delle carrozzerie, dalla iuta delle imbottiture. Poi altre fughe, poi silenzio. Mi allontano.
   Sono stanco e mi siedo. Non posso sdraiarmi perché il terreno è cosparso di sassi aguzzi, appuntiti e nemmeno un filo d’erba: secchi e infidi cespugli bruciati nascondono nell’erba la puntura mortale, dell’insetto mortale, che è lì; per me, creato apposta per me, per finire, per rendere una buona volta concluse nello stabile equilibrio le antinomie, i dubbi, i tentennamenti, i punti oscuri dell’essere mio. Mi alzo, cammino ancora in direzione della Chevrolet, che non vedo.

 
Nota 
di Dario Borso


Durante il suo primo viaggio negli Stati Uniti, svoltosi tra il 20 marzo e il 25 aprile 1961, Goffredo Parise scrisse un mazzetto di lettere all’amico Vittorio Bonicelli, allora in forze come sceneggiatore presso la casa di produzione cinematografica Dino De Laurentiis. Scopo non secondario delle lettere, che sarebbero uscite postume trent’anni dopo per la Mondadori nella raccolta Odore d’America, era di suggerire spunti per un film americano di cui non si fece nulla. Parise coltivò invece l’idea di farne un libro di viaggio a sé, come testimoniano due frammenti conservati all’Archivio Parise di Ponte di Piave, che rielaborano due lettere, rispettivamente da NY del 20 marzo e da Las Vegas del 12 aprile: il primo segue abbastanza fedelmente l’originale, inserendo però all’inizio un episodio nuovo di zecca che riporto qui sopra; il secondo riguarda lo stesso episodio della lettera, variandone però radicalmente gli ingredienti, e perciò lo riporto per intero.
   Quanto alla data del rifacimento, posso avanzare solo un’ipotesi: poco dopo il rientro in Italia, basandomi su due elementi: Suor Bertilla Boscardin di Brendola (VI), cui s’accenna nel primo frammento, fu santificata l’11 maggio 1961 con gran risalto locale, e il momento topico dell’episodio nuovo lì inserito ricorda platealmente l’ultimo capitoletto degli Americani a Vicenza, scritto da Parise pochi anni prima.

mercoledì 20 luglio 2011

I sentimenti sovversivi di Roberto Ferrucci

Uscito prima in edizione bilingue per la collana francese "Meet les bilingues" diretta Patrick Deville, viene ora scorporato in un'edizione tutta italiana (Isbn Edizioni, pp. 144, euro 17) il romanzo che Roberto Ferrucci dedica al suo soggiorno nella Loira Atlantica, a Saint-Nazaire, al decimo piano del "Building", in un appartamento messo a disposizione dalla fondazione francese per gli scrittori periodicamente invitati a un soggiorno di sei settimane con borsa settimanale. Il libro rientrebbe dunque nell'insieme dei molti romanzi che parlano di scrittori e di scrittura. Nel tempo ho sviluppato un'avversione per questo crescente genere editoriale che vanta anche illustri esponenti (fate un esperimento soffermandovi a leggere una dozzina di quarte di copertina in libreria o su un sito di commercio elettronico, c'è un'alta probabilità che almeno un paio vi annuncino la storia di uno scrittore, in crisi, in amore, in trance creativa, alle prese con una storia che ha per protagonista un altro ennesimo scrittore). Per me questo genere è spesso un criterio di scarto nell'abbondante offerta, visto che tollero male l'idea di un'autereferenzialità della scrittura tipica della peggiore televisione. Ma con Ferrucci sapevo di non correre questo rischio, fortunatamente la quarta di copertina parlava d'altro e Ferrucci non è certo adagiato sull'autoreferenzialità. Nella narrazione Ferrucci compie un'operazione pirandelliana di abbattimento della quarta parete, gioca apertamente con il proprio "pubblico", lo fa entrare nella scrittura senza finzione alcuna, con lui si perde il confine tra fiction e no fiction, in vista di una prosa-documentario che non ha molti praticanti. Avevo letto un libro di Jean-Philippe Toussaint, scrittore che Ferrucci ha più volte tradotto, Mes Bureaux. Luoghi dove scrivo. Partivo preparato forse. Ferrucci ha scritto anch'egli un romanzo sui luoghi dove ha scritto, sulla sua città, Venezia, e, indirettamente, un romanzo sul paese di provenienza amato e provvisoriamente abbandonato (l'Italia volgare, rancorosa e anestetizzata degli ultimi decenni, presenza tanto più forte e centrale in absentia).

Dentro la scrittura di Ferrucci entrano tutte queste cose ed entra davvero di tutto. Uno potrebbe pensare che se esistesse una legge per il product placement anche nella narrativa Ferrucci abbia sottoscritto un contratto con la Apple, tante sono le volte in cui cita i prodotti dell'azienda di Cupertino, ma in realtà si tratta davvero di un modo nuovo (e ben venga) di recepire il nostro rapporto quotidiano con la tecnologia e consegnarlo alla scrittura. E si badi bene, tecnologia che serve anche alla scrittura. Entrano le riflessioni amare sull'Italia, la vita del soggiorno francese, né fuga né catarsi bensì necessità fisiologica di un altrove, le vicende di Venezia (quelle sulla città lagunare e sulle idiozie che la circondano, da tutte le parti politiche, sono tra le pagine più belle).

Sentimenti sovversivi è un libro che nasce altrove, che porta altrove e riprecipita continuamente nella realtà italiana degli ultimi anni. Ferrucci ama troppo l'Italia per non tornarci all'interno della bolla fragile della scrittura. Sarà interessante leggere nuovamente queste pagine tra qualche anno. L'autore porta alla ribalta una questione generazionale, che passa più rapidamente in primo piano quando si fa più scottante la ripresa di una vera "questione morale". Lo fa tuttavia da una posizione di disagio individuale. Marco Lodoli, riferendosi al precedente romanzo di Ferrucci, Cosa cambia, ha scritto: "Se la letteratura a Roma prende spesso una piega creaturale e lirica, e a Milano una sperimentale e antropologica, nel Veneto sembra affermarsi la linea soggettiva-sociale, ovverosia una predisposizione al racconto della modernità vista alla luce di un disagio individuale: e penso a Trevisan, a Mozzi, a Bugaro. E penso anche a Roberto Ferrucci [...]." Credo che Lodoli abbia colto nel segno (due nomi per Roma e Milano? Rispettivamente Maria Grazia Calandrone e Giorgio Falco). Non è affatto mia intenzione ipotizzare una "linea" veneto-friulana nella narrativa attuale, ma se non altro segnalare la reattività che molti scrittori di questi posti dimostrano, il tentativo di predisporsi a un cambiamento e a un adattamento del vivere in questa parte d'Europa e in questo frangente di secolo, all'interno di una nazione dove persino i sentimenti più normali del cittadino sono additati come sovversivi.