sabato 12 agosto 2017

Soggetti "schermati": Federico Vercellone e "Il futuro dell'immagine"

Lo tsunami di immagini che continuamente inonda l'iconosfera, con le sue acque filtrate o non filtrate, trova negli schermi che teniamo in mano, in Instagram o in Snapchat, ennesimi e transeunti epifenomeni. Non si tratta di uno tsunami contemporaneo, di un maremoto iniziato ieri, sebbene una certa accelerazione e gigantismo dell'onda appaiano incontestabili e, come si può e deve dire in questo caso, sotto gli occhi di tutti. Ciò che ci colpisce è spesso l'iperproduzione d'immagini, ma andrebbe ricordato che tante epoche hanno conosciuto questa ipertrofia e produzione accentuata di immagini (furono iperproduzioni di immagini anche quelle del Medioevo, Rinascimento o delle civiltà cosiddette precolombiane, solo per citare alcune periodizzazioni note?). La tecnologia è forse la sola forma di universalità moderna e la produzione di immagini ha strettamente a che fare con la produzione di liquidi identitari. Non occorre aggiungere molto per finire in terreni che sono anche segnatamente politici e quindi, ancora, centrali nel nostro vivere. Interrogarsi allora sul futuro dell'immagine è interrogarsi sull'immagine e basta, senza troppe distinzioni tra passato-presente-futuro, e diventa un gesto filosofico che intende avvicinarsi all'ontologia dell'immagine stessa, senza mezzi termini. Il futuro dell'immagine (Il Mulino, pp. 152, euro 15), titolo di questo interessante saggio di Federico Vercellone, docente di Estetica all'Università di Torino, è quindi un titolo parzialmente depistante e dettato forse da qualche ansia sulla vendibilità del libro. In realtà mi pare questo un libro ben lontano dall'essere "instant" oppure saggio il cui valore sia destinato a scemare a causa dell'effimero interesse degli argomenti. Vercellone infatti, nella sua trattazione tutto sommato breve (breve considerando le miriadi di aperture del tema), riesce a porre l'immagine, sia questa un'ecografia d'ospedale o l'immagine diffusa da un gruppo terroristico, all'interno di un mutamento in atto e mai concluso che per sempre che coinvolge - ma sarebbe il caso di scrivere che "sconvolge" - i modi della trasmissione culturale. Sono temi noti, ma una delle diramazioni più feconde del libro riguarda il portato di omologazione (massificazione) che l'immagine in quanto dispositivo di riconoscimento ha trascinato con sé, in maniera del tutto accelerata dall'affermazione della camera obscura.

I modelli mimetici producono l'artificio e la finzione. Passando per queste considerazioni, presto si giunge a concepire l'immagine come plurima e plastica, sia essa letteraria, artistica, acustica o di altro genere. I mezzi dell'arte, la cui trattazione in uno studio del genere non poteva mancare, producono la finzione e non bisogna certo pensare, con un atto di tracotante hybris, che producano la realtà stessa. Vercellone ricorda infatti gli incubi di Mary Shelley, quando non riusciva a dormire pensando che il suo Frankenstein potesse, perdendo il corsivo che si applica ai titoli delle opere, diventare un Frankenstein "in tondo", cioè qualcosa di così prossimo a uno "statuto di realtà" e non di immagine soltanto. Chiaro è che per di qua passa buona parte del potere illusionistico dell'immagine e della capacità di mutare le nostre percezioni attraverso immaginari e immaginazione. Vercellone allora ricorda che il problema dell'immagine affonda diritto nell'inconscio e preconscio, e che le immagini, queste inquietanti e calamitanti "quasi-cose", vanno a smuovere, alimentandolo paurosamente, quell'immane fiume di fantasmi che scorre tra le epoche storiche e che inevitabilmente può andare a lambire la realtà che crediamo "conoscibile":

Il mondo percepito si presenta così come uno specchio fedele degli equilibri strategici del nostro io. Se abbiamo a che fare con un universo di immagini in grado di integrare tutti gli elementi della percezione sensibile, ecco che si produce in questo quadro uno sviamento che non riguarda più solo la percezione, ma addirittura l’identità di sé. E siccome l’io non vive senza un orientamento assiologico, quasi di conseguenza viene coinvolto anche l’universo morale. L’io che viene travolto dall'illusionismo, dalla trasformazione in immagine del mondo percepito perde ogni orientamento nel mondo e si addentra in una crisi nichilistica. In realtà a ben vedere, tutto questo dipende dallo statuto della realtà e della finzione e dal loro limite reciproco. Infrangere quest’ultimo comporta per l’identità soggettiva una minaccia e una sfida. (p. 42)
Sullo sfondo della trattazione, lo avrete già indovinato, si situa anche il consueto (eterno?) scontro tra parola e immagine. Uno dei meriti di questo lavoro è però anche quello di relativizzare la portata di questo presunto scontro. Si tratta forse di scontro se consideriamo i due dispositivi in questione come concorrenti nei modi della trasmissione culturale e si è allora da un pezzo abituati a dire che l'immagine lo ha ampiamente vinto. Tuttavia quello che suggerisce l'autore è che la partita vera non si giochi tanto lì (o solamente lì), bensì nella riconsiderazione del portato identitario e allo stesso tempo mistificatore dell'immagine, finanche, come si è già intuito dal passo sopra, all'impostazione di un discorso che riguardi l'etica dell'immagine (sia detto tra parentesi che, a più varie riprese, questo libro torna utilissimo anche per ridefinire la controversa questione del paesaggio, della quale ci siamo occupati qualche tempo fa parlando di un libro di Matteo Giancotti intitolato Paesaggi del trauma, una questione che per forza deve confrontarsi ripetutamente con il problema dell'immagine, fino all'angosciosa e iperreale "prospettiva simbolica" di un paesaggio digitale e digitalizzato). Quello che ci aspetta allora è un mondo dove le immagini funzionano come ambienti culturali e in quanto "ambienti" acquistano una dimensionalità che si deve continuamente confrontare con il soggetto schermato, cioè la debordante novità apparsa e consolidatasi negli ultimi due secoli. I soggetti schermati, senza troppi giri di parole, siamo noi, quasi per intero. In quest'ottica, un libro come Il futuro dell'immagine risulta d'aiuto per leggere i fenomeni che più caratterizzano e spaventano la nostra epoca, come il terrorismo, ad esempio, che in fondo non è così complesso da capire, se partiamo da una posizione come la seguente:
Il rischio di iconoclash generalizzato si fa sempre più potente ed è in parte già in corso: a distanze geografiche sostanzialmente nulle si sono andati insediando gruppi con identità diverse, scarsamente flessibili e poco in grado di realizzare un reciproco, profondo contatto dialettico le une con le altre in quanto esse non si formano e consolidano attraverso il logos discorsivo che media le differenze, ma attraverso l’identità più immediata dell’immagine. Il terrorismo, da questo punto di vista, è dentro di noi; non è un conflitto politico o di civiltà, bensì uno scontro simbolico tra identità embedded, impermeabili l’una nei confronti dell’altra, dunque scarsamente in grado di stabilire un contatto dialettico fecondo. Potremmo definirlo come un conflitto pubblico che nasce nel privato, in una sede domestica dominata dai media dell’immagine. Esso è provocato da questa nostra civiltà e dal suo scivoloso pluralismo che vive e agisce sullo stesso schermo, e che produce immagini del mondo cui i soggetti si attaccano famelicamente per bisogno indotto di ritrovare sé stessi metabolizzando i simboli che fondano l’autoriconoscimento di gruppi e comunità. (p. 98)
Come si può evincere da queste poche citazioni, Il futuro dell'immagine di Federico Vercellone è uno studio sobrio e circoscritto del tema principe dei nostri anni e riesce ad aprirsi ad una pluralità di suggestioni che non mancheranno di smuovere chi affronterà le sue pagine cesellate tra logos, riflessione estetica, arte, stilemi e iconoclasmi. Il problema ontologico dell'immagine ci riguarda tutti e ciò appare evidente, oserei dire persino a un livello di percepito medio ormai. Le stesse questioni poste dalla politica, dall'arte virtuale o dai nuovi media, da cui questa nota è partita, rivendicano una revisione attenta dello statuto dell'immagine nell'epoca attuale e nella strada che porta verso questo scopo il libro costituisce una soglia portante di riflessione. Tuttavia, come detto, lo studio di Vercellone si pone efficacemente in ascolto e osservazione partecipe di una molteplicità di altre istanze che premono e che vanno finalmente affrontate con il bagaglio dell'aggiornata riflessione estetica.




Il grande fagiolo riflettente di Chicago, Cloud Gate di Anish Kapoor. 
L'opera, assieme ad altre, è presa in considerazione nel libro di Vercellone, 
nel quale è ripresa anche in copertina.
(Fonte dell'immagine Flickr)

lunedì 7 agosto 2017

da "Verbale" di Michele Ranchetti

Una poesia da #68


Con questo post si chiude la miniserie di tre articoletti dedicati ai libri di poesia di Michele Ranchetti. I precedenti due, su La mente musicale (Garzanti) e su Poesie ultime e prime (Quodlibet, postumo), si possono ripescare facilmente cliccando qui. All'appello mancava soltanto il libro forse più noto di Ranchetti, vale a dire Verbale, pubblicato da Garzanti nel 2001 (pp. 146, euro 14,98) e vincitore del Premio Viareggio-Repaci. Il volume è composto di poesie scritte dopo quelle contenute ne La mente musicale. Anche in questo caso Ranchetti ci ricorda nella nota conclusiva che l'ordinazione cronologica delle poesie non pretende di offrire un itinerario. Scrive il poeta che le poesie "sono, come le altre, abbreviazioni di un percorso conoscitivo, fissato in punti di illuminazione e di ombra, dove anche le ombre, i punti morti di luce, si connettono l'un l'altro a formare momenti (frammenti) di chiarezza non trasmettibile, né convertibile in una forma diversa (filosofica, religiosa, estetica)." 

(In via eccezionale, per la chiusura di questa miniserie, ho scelto tre brevi testi e non due o uno soltanto.)





Fra me e te c’è qualcuno che guarda
che ascolta e grida, teme e gioisce.
Non sono io né te, ma di me è parte
ed a me corrisponde, come a te. È fra noi due
colui che colma l’assenza o la nega.

*

Non puoi misurare di nuovo
il più e il meno di affetto
di chi ti è contro, il suo essere
assente a te per diritto alla vita:
non è un giudizio, è una diversa
misura, e non puoi credere
di essere nel giusto: non lo è mai 
chi è solo.

Ho paura dei figli, del loro
giudizio senza tempo e ragioni, 
dell’ostile che in essi
regge la vita e le dà corso
nel vivere all’oscuro
degli affetti innocenti.

*

«È ancora morto?» chiede del cane
morto da mesi. Solo
un bambino può credere la morte
parte del tempo di fronte
al destino infinito mentre a noi
tra l’una e l’altra sorte
s’accende il divenire della morte.

giovedì 3 agosto 2017

da "Giacinta la rossa" di José Moreno Villa

Una poesia da #67


Si può trovare ancora in qualche circuito dell'usato (e nelle biblioteche, naturalmente) il libro Giacinta la rossa di José Moreno Villa (Malaga, 1887 - Città del Messico, 1955). Il volume fu pubblicato da Einaudi nella "Collezione di Poesia" (oggi detta "Bianca") nel 1972 nella traduzione dell'ispanista Vittorio Bodini. Mancato chimico a Friburgo, poi studente di storia dell'arte e abitante della Residencia de Estudiantes, dove fa gli incontri intellettuali più significativi, tra cui quelli con Rafael Alberti, Salvador Dalì e Federico García Lorca, Moreno Villa fu a suo modo "un eroe dei due mondi", tanto precoce e assidua fu la sua frequentazione col continente americano, sia negli Stati Uniti, sia nel Messico, dove si spense. 

Jacinta la pelirroja apparve in spagnolo nel 1929.




I cavalli non sono fatti per te


Né le briglie né le staffe.
Non sai né saprai montare mai quell’energia.
Rido come se tu volessi galoppare sulle nuvole
o guidare le onde del mare.
Giacinta, mostrami pure la vanità dei miei sforzi.
Ridi dell’impossibile maniera di montare,
ridi della mia scarsa destrezza
in rapporto al traguardo e al mezzo.
E poi, Giacinta, poi,
come veri sportivi,
ridiamo della scoperta.
Saremo più forti 
dopo aver misurato la nostra debolezza.


No se hicieron para ti los caballos


Ni las bridas ni los estribos.
No sabes ni sabrás montar esa fuerza.
Me río como si quisieras galopar sobre nubes
o guiar las olas del mar.
Jacinta, señálame tú mi empeño vano.
Ríe tú de la montura imposible,
ríe de mi desmaña
en relación con la meta y el móvil.
Y luego, Jacinta, luego,
como sanos deportistas,
riámonos del descubrimiento.
Seremos más fuertes
al medir nuestras debilidades.