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giovedì 16 giugno 2016

"Piovono occhi morti": l'introduzione alla parte dedicata alla poesia straniera

Concludo la miniserie di post dedicata agli interventi letti in occasione di "Piovono occhi morti", la serata sulla poesia della Prima guerra mondiale dello scorso 9 giugno a Ca' dei Ricchi a Treviso. Quello che segue è il mio intervento, che precedeva una serie di letture in lingua straniera e traduzione da Georg Trakl, Peter Baum, Guillaume Apollinaire (al quale dobbiamo il titolo della serata), Pierre Reverdy, Siegfried Sassoon, Wilfred Owen, Ernest Hemingway, Anna Achmatova, Osip E. Mandel’štam, Miloš Crnjanski, Pastuškin (Andrei Budal), Jaroslav Kolman Cassius e, a chiusura, Giacomo Noventa.

Georg Trakl
Nella prima parte avete ascoltato alcune poesie di Giuseppe Ungaretti. In questo secondo tempo ascolterete poesie in lingua straniera e traduzione e alcune di queste sono le celeberrime poesie dei War Poets inglesi (Siegfried Sassoon e Wildred Owen). La poesia non fa quasi mai molto dibattere, tuttavia nel nostro paese di recente si è innescata una piccola discussione e polarizzazione attorno a questi due nuclei che potrebbero apparire emblematici: Ungaretti da un lato, i War Poets dall’altro. Sintetizzando si potrebbe dire che il succo del discorso, svoltosi anche nel sito di Wu Ming Foundation, era circa questo: laddove la poesia dei War Poets denuncia la propaganda bellica, la disumanizzazione e mostra una certa comprensibile e giusta empatia con il nemico, in Ungaretti il nemico semplicemente non c’è – Ungaretti “uomo di pena” è tutto rivolto al sé – rimane ineffabile. In Ungaretti scatta il lirismo, l’attaccamento alla vita nei momenti di massima disumanizzazione e ne esce un pianto paragonato a una pietra del Carso. 

A me questa discussione, prescindibile ma significativa, è parsa viziata, sterile e quindi inutile: la classica esca gettata nella rete, nei social network e nel dibattito per polarizzare, per semplificare, per arrivare poi a parlare dei legami di Ungaretti con il regime fascista. E poi si sa che i dualismi affascinano sempre, anche nel mondo dello sport ad esempio, dove sono creati ad arte dalla stampa per vendere di più. Insomma, rischiamo di farci male, anche perché in Italia con le macerie delle categorie di destra e sinistra da un bel po’ leggiamo persino il colore del latte. E dovremmo anche aprire una parentesi sul modo in cui il regime ha “impacchettato” la memoria della Prima guerra mondiale, e poi un’altra parentesi sulla quasi rimozione della Grande guerra in epoca post-resistenziale e repubblicana: insomma, ce n’è abbastanza per un saggio di 800 pagine senza nemmeno la garanzia di un qualche successo. Questo serva però per ribadire che necessariamente qualsiasi discorso parte e ritorna alla politica, perché troppo spesso ci dimentichiamo che qualsiasi guerra si dichiara per questioni dettate da un’agenda politica. Così fu anche per la Prima guerra mondiale, ovviamente, sebbene la lettura politica abbia da tempo lasciato la scena ad altre letture e tematizzazioni. Questo fatto è inspiegabile e inaccettabile e anche in questo quinquennio del centenario spesso la politica non si tocca, perché è scomodo riparlarne nell’Europa di oggi. Tornando a noi, non è vero che solo i War Poets (che fra l’altro ebbero pure incoraggiamenti alla scrittura da parte del governo di Londra) scrissero poesie per la collettività e di alto impatto culturale mentre Ungaretti le scrisse per sé. La guerra è primariamente una straordinaria esperienza collettiva e personale al contempo e rappresenta questo genere di esperienza ibrida per antonomasia e al massimo livello (in questo assomiglia molto alla poesia). La guerra è esperienza del compagno, del nemico e di molti gruppi, ma è anche un primo imprevedibile laboratorio di solitudine dell’uomo contemporaneo (lo percepiremo bene in alcune poesie che seguiranno). Questo schiacciamento di appartenenza e solitudine ha nella scrittura poetica una delle manifestazioni più nuove. Per chiudere questo passaggio aggiungerei che se una serata come questa saprà fornire qualche antidoto contro facili semplificazioni o “spezie” del dibattito, come curatori del programma potremmo essere soddisfatti. Più di tutto ci interessa offrirvi delle poesie scritte da chi la guerra l’ha vissuta realmente.

In questa seconda parte ascolteremo dunque alcune poesie in lingua straniera e in traduzione. La scelta multilinguistica potrà apparire bizzarra, visto che alcune sono lingue davvero poco conosciute qui. Di questo aspetto multilinguistico ne ha già accennato Marco Scarpa nel suo intervento, e dirò solo che la chiave multilinguistica ci è parsa uno dei pochi strumenti che avevamo a disposizione per restituire una spazialità alla lettura, proprio attraverso la variazione linguistica. Colgo lo spunto per soffermarmi sui concetti di spazio e tempo: questi gangli fondamentali della nostra vita cambieranno irrimediabilmente col conflitto, sia per la prima grande presa visione della vastità della guerra, contrapposta spesso all’esiguità degli spostamenti dei fronti, sia per quella progressiva familiarità con un tempo nuovo. Un esempio? Gli assalti e le uscite dalla trincea, precise al secondo, abitueranno ancor più alla sincronia e alla sincronizzazione, realtà (o forse irrealtà?) con la quale il mondo attuale fa sempre più i conti, fino ad arrivare a quella sincronia esagerata e irreale nonché alla mancanza di un senso del luogo nella quale ci hanno spinto i mezzi di comunicazione digitale (letti oggi i finali delle poesie di Ungaretti sembrano tag di georeferenziazione). Si tratta in realtà di un cambiamento nella percezione di tempo e spazio che trova impulso già alla fine del Diciannovesimo secolo e si completa proprio con la Prima guerra mondiale. Lo ha brillantemente mostrato Stephen Kern in un suo studio intitolato Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento. Il multilinguismo di questa serata è una questione di spazio quindi, di suono e di sostanza, ma anche una scelta scenica e di regia, per portarci altrove rimanendo fermi. 

Ascolteremo quindi poesie dal tedesco, francese, inglese, russo, serbo, sloveno, ceco e poi ci sarà un finale con una “lingua straniera” a sorpresa. Come sappiamo la guerra significò un’esplosione trasversale della scrittura, non solo poetica, narrativa o memorialistica (pensate ad esempio a un libro molto bello come il diario di Don Minzoni, cappellano militare lungo la linea del Piave). Le lettere e le cartoline costringeranno centinaia di migliaia di persone allo sforzo della scrittura ed è qui che ravvisiamo, nel caso del nostro paese, le prime manifestazioni di ciò che è stato studiato come “italiano popolare”. Questa sera abbiamo deciso di affrontare il versante poetico della scrittura che sgorgò abbondante dalle trincee o anche dai ripensamenti di quell’esperienza a guerra conclusa. Come è evidente c’è un portato di testimonianza eccezionale che proviene dalla letteratura mondiale di quegli anni, ma nei singoli testi c’è altresì un invito a tener alta la guardia contro le semplificazioni, a saper cogliere le differenze e le distinzioni che vanno necessariamente colte, per poter continuare a leggere un corpus di poesie che è ovviamente molto più ampio e sfaccettato di quanto possiamo offrire qui ora. Incominciamo con una poesia del poeta austriaco Georg Trakl intitolata Gródek, comune della Galizia, vicino al confine tra Polonia e Ucraina, tristemente noto come una delle prime carneficine del ’14. Di lì a poco, dopo aver assistito una novantina di feriti gravi, Trakl si suicidò all’ospedale di Cracovia, all’età di 27 anni. Overdose di cocaina. Ben prima della guerra, nel 1911, aveva scritto in Menschheit (“Umanità”) questi versi che leggiamo nella traduzione di Ida Porena:


Umanità schierata davanti a gole fiammeggianti,
un rullo di tamburo, buie fronti di guerrieri,
passi per la nebbia di sangue, stridio di ferro nero,
disperazione, notte in cervelli tetri.
Qui l’ombra di Eva, caccia e rosso oro.
Nube che luce trapassa, ultima cena.
Mite silenzio sta nel pane e vino
e in dodici si sono radunati.
Sotto gli ulivi a notte gridano nel sonno.
San Tommaso affonda la mano nella piaga.

Era appunto il 1911, in piena “belle époque”, e il suo sismografo era già più che ricettivo, in anticipo su tutto. Buon ascolto.

mercoledì 15 giugno 2016

"Piovono occhi morti": l'intervento di Matteo Giancotti

Di seguito l'intervento scritto e letto da Matteo Giancotti in occasione della serata dedicata alla poesia della Prima guerra mondiale dello scorso 9 giugno a Treviso intitolata "Piovono occhi morti". Questo testo precedeva la lettura di poesie di Piero Jahier, Camillo Sbarbaro, Clemente Rebora, Massimo Bontempelli, Ardengo Soffici, Sergio Solmi e Giuseppe Ungaretti. La selezione dei testi si è basata su un lavoro di riferimento per il tema quale è l'antologia curata da Andrea Cortellessa Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale (Bruno Mondadori, 1998).

Massimo Bontempelli
Quando scoppia la guerra, nell’estate del 1914, l’Italia si dichiara neutrale, ma gli intellettuali italiani non hanno intenzione di stare a guardare. Sentono che l’aria è satura di violenza e, coi loro scritti, agiscono da acceleratori della crisi. Non parliamo solo dei futuristi, che non vedevano l’ora di tirare qualche bomba, ma anche di persone più “civili” come Renato Serra e Piero Jahier. Per vari motivi, di natura diversa, psicologica o politica, molti sentono di non poter mancare l’appuntamento con un fatto epocale, con una occasione che non si ripresenterà mai più: il primo testo che leggeremo, di Piero Jahier, parla proprio dell’impossibilità di stare a guardare in un momento come quello.

C’è chi come Camillo Sbarbaro va in guerra pur di allontanarsi da casa, pur di interrompere per un po’ i circuiti ossessivi della vita cittadina: ufficio-osteria-bordello. A Sbarbaro la vita borghese sembrava un manicomio. Ma, una volta al fronte, la vita militare gli si rivela subito altrettanto folle. Pur di fuggire a quella specie di manicomio diffuso che è la zona di guerra, i soldati cercano di procurarsi una qualunque malattia: mutilazioni, otiti, ernie, ferite di ogni tipo. Di autolesionismo, e dello stupore di trovarsi al fronte, Sbarbaro parla in una delle poesie in prosa che chiamava Trucioli: istantanea memorabile, tanto realistica quanto visionaria, con la quale ci affacciamo alla guerra.  

Anche un poeta come Clemente Rebora, che non era certo un guerrafondaio, si trova, nel 1914, più vicino agli interventisti che ai neutralisti. Come uomo, è in crisi da sempre, ma in quel momento, anche per motivi sentimentali, la sua vita è arrivata a un punto di non ritorno; e se la vita è già una guerra, a quel punto tanto vale andare a «rompersi il capo» al fronte. Come altri, che erano stati interventisti, Rebora si accorge però immediatamente, una volta vestita l’uniforme, che la guerra vista da vicino è orrenda oltre ogni immaginazione. Rebora è capace di sentire con incredibile forza di penetrazione il dolore degli altri più che il suo. Una madre che si separa dal figlio in partenza per il fronte, con uno straziante addio alla stazione, in mezzo a tante chiacchiere indifferenti della gente che non conosce il dolore, dice molto di cosa la guerra produca nelle vite normali, fuori dalle speculazioni intellettuali. Col testo di Rebora, che si intitola In orario perfetto ed è ambientato in una stazione ferroviaria lontana dal fronte, entriamo a tutti gli effetti nel fenomeno emotivo della guerra.
Nel testo seguente, che è sempre di Rebora e si intitola Perdono?, vediamo in quale stato la violenza della guerra possa ridurre il corpo di un soldato; un soldato che è forse lo stesso da cui si separava quella donna alla stazione. Un soldato il cui corpo, un tempo, era stato quello di un bambino innocente che faceva pipì. In questa prosa lirica violentissima i veri temi dominanti sono l’innocenza perduta, e il legame creaturale tra figlio e madre.
Al fronte, assistere allo spettacolo quotidiano della mutilazione e della decomposizione rafforza in certe anime spietate il gusto di vivere e di sentirsi vivi; il gusto di sentirsi tutti i pezzi del corpo ancora attaccati addosso, come nella poesia Voluttà di Massimo Bontempelli. L’incredulità di sopravvivere, minuto dopo minuto, al disastro, ha fatto sì che ad alcuni i giorni di guerra sembrassero i più belli della vita. Per chi era portato ad assaporare il rischio, ogni istante al fronte, vissuto come se fosse l’ultimo, era di per sé una condizione euforizzante, miracolosa. Ogni istante di vita in più, per chi era cieco al dolore degli altri, poteva dare piccoli delirii di onnipotenza: è di questo che parla la poesia di Ardengo Soffici intitolata Sul Kobilek. Questa poesia parla di un’illusoria bellezza del momento, di un momento di fraternità cameratesca che ha la parvenza dell’eternità.
Prima che l’Italia entrasse in guerra, gli interventisti scalmanati, come Papini, pensavano che un bagno di sangue fosse necessario per rigenerare una civiltà stanca. Il loro ragionamento era semplice, oggi diremmo semplicistico, se non criminale, e prevedeva una regressione alla barbarie. Bisognava, secondo Papini e i futuristi, spargere la morte a manciate, per resuscitare la vita. I futuristi sono costretti a mostrare di pensarla così anche a guerra in corso. Sono un movimento compatto, rispondono tutti alle direttive del loro capo, Filippo Tommaso Marinetti, uno che la guerra la “glorifica” fin dal 1909. Una volta in guerra, i futuristi la guerra devono farsela piacere. Forse per questo c’è sempre qualcosa di artefatto e di forzato nelle poesie futuriste sulla guerra: il loro inno alla morte suscitatrice di vita non è mai troppo inquietante perché in fondo fa parte del programma.
Inquietanti sono piuttosto le poesie di Massimo Bontempelli, che non è un futurista della prima ora ma un classicista convertito al futurismo, oltretutto in età matura. Di Bontempelli leggiamo altri due testi, oltre a Voluttà, che abbiamo già letto. Una poesia si intitola Vita; e qui il titolo può sembrare paradossale ma purtroppo non lo è: Bontempelli vuole davvero dirci che le armi per lui sono vita, e che la morte serve a rinnovare la vita. In una parola, vuole dirci che la morte è vita. Ma perché dargli la parola, oggi?
Se cancelliamo la prospettiva aberrante di quelli che hanno ucciso con piacere, di quelli che hanno assaporato la voluttà del pericolo e della morte, rischiamo di non capire perché si sia potuto scatenare un enorme macello durato quasi cinque anni. Purtroppo non erano pochi, quelli che provavano il piacere perverso di uccidere. 
Un’altra poesia di Bontempelli è Armonia. Parla dell’ansia di cui si soffre sotto il bombardamento, e dello sforzo di autocontrollo necessario per resistere alla follia. Parla della distrazione che bisogna procurarsi, pensando intensamente a una cosa qualunque lontana dalla guerra, fosse anche il negozio del fiorista che sta all’angolo del corso. Bontempelli si costringe a pensare, mentre è in guerra, alla vita civile.
Nel testo che abbiamo preso da Sergio Solmi, intitolato Ricordi del 1918, succede invece il contrario. Qui la guerra è finita, la vita civile è ricominciata da tempo. Ma basta un niente, basta la traccia di un odore, perché il cervello ricrei, con una precisione impressionante, il ricordo della guerra. L’esperienza della guerra ha scavato solchi profondi nel cervello dei combattenti, tracce nascoste che continueranno a riattivarsi fino all’ultimo giorno della vita del reduce.
E così abbiamo cominciato a inoltrarci nel territorio incerto, senza date, della guerra dopo la guerra, della guerra che non finisce.
Per quelli che l’hanno fatta la guerra è stata un evento separatore. Ha separato, in molti casi per la prima e unica volta, i soldati dai luoghi d’origine e dalle loro famiglie. Ha separato, nella vita di ognuno, un prima da un poi. Di quelli che erano partiti, molti non sono tornati; alcuni tornano irreparabilmente menomati nel corpo; altri ancora tornano apparentemente integri ma in realtà con qualcosa di rotto dentro, con una frattura psichica che impedisce loro il ritorno al normale tempo di pace. Di questo parlano gli ultimi due testi di Clemente Rebora, che rappresenta uno dei casi più noti tra quelli dei molti soldati perduti nel calvario tra ospedali militari e manicomi, dove si tentava di “guarire”, con metodi rozzi e spesso inumani, le malattie psichiche causate dai traumi della guerra.
Anche se la guerra è lontana, o finita, le percezioni di questi reduci continuano a essere distorte, a essere percezioni “da prima linea”. Lo si avverte nettamente nella prosa lirica di Rebora intitolata Rintocco. Non ci si sente più al sicuro nemmeno in casa, lontani dalla guerra. La casa non è più accogliente, può trasformarsi da un momento all’altro in una spelonca, in una grotta, da cui riemerge l’incubo primitivo della trincea. Le luci zampillano disordinatamente, il tempo crolla, gli affetti sono irrecuperabili.
Non per caso un’altra poesia di Rebora si intitola Tempo. E’ il tempo della guerra, che si è come inceppato, si è esteso all’infinito; e l’equilibrio psichico del reduce è sempre sul punto di crollare. E’ questo l’uomo che si fa carico della vera memoria della guerra. Altri provano a rivivere, a dimenticare. Il poeta-testimone non guarisce dal trauma. Ha visto troppa morte, troppo orrore, e non si concede di dimenticare. Ha il dovere di ricordare. Dunque ha il dovere di non guarire.
Che dire infine di Ungaretti? La sua fama universale ha reso quasi impronunciabili le sue poesie più note. Quel suo fortunatissimo libro, intitolato Il Porto Sepolto, pubblicato a guerra in corso, nel 1916, è forse il primo fenomeno pop della letteratura italiana. Con pochi magri versi Ungaretti ha condensato l’atmosfera di un’intera epoca, ha dato una vera forma alla maturità delle avanguardie, ha trovato per la sua poesia una voce indimenticabile, di impressionante efficacia comunicativa. Dietro il fenomeno Ungaretti, c’è una straordinaria vicenda di ricerca interiore, uno scavo ininterrotto che collega il buco della trincea con le cavità del Carso e con una lunga serie di buie gallerie dell’anima.
Al fronte, Ungaretti coglie l’occasione della guerra per scavare in solitudine dentro se stesso. Ungaretti non dice no alla guerra, perché è troppo concentrato a dire di sì alla poesia: la sua.
Chi dice veramente no alla guerra è Sbarbaro, che arriva al punto di cancellare la guerra dal paesaggio, per fare emergere dal quadro dell’Altipiano di Asiago soltanto la sovrastante forza della natura.  Il “truciolo” 34 è l’ultimo testo della parte italiana.

martedì 14 giugno 2016

"Piovono occhi morti": l'intervento di Marco Scarpa

Inauguro una miniserie di tre post nella quale pubblicherò gli interventi che sono stati letti in occasione di "Piovono occhi morti", la serata dedicata alla poesia della Grande guerra dello scorso 9 giugno a Ca' dei Ricchi a Treviso. Incomincio con l'intervento introduttivo di Marco Scarpa. Seguirà l'intervento di Matteo Giancotti sui poeti italiani e quello con il quale ho introdotto la lettura dai poeti stranieri.

Ospedale da campo di Visco (Udine)
La prima guerra mondiale è passata alla storia come la Grande guerra e, di fatto, l’hanno anche ribattezzata la prima guerra mondiale industriale per l’utilizzo circa le nuove armi e le nuove tecnologie annesse. Potremmo innanzitutto rilevare che è una guerra svoltasi per lo più in Europa ma dalle conseguenze mondiali e tuttora in atto. Ci furono la caduta dell’impero Austroungarico e di quello Ottomano nonché i cambiamenti epocali in Russia con l’aprirsi al comunismo dopo l’impero zarista. Ci furono importanti cambiamenti nelle politiche coloniali ma soprattutto ci furono una quantità di morti che aiutano bene a definire questa guerra come un massacro senza senso. Dieci milioni di morti a causa della guerra che porta in dote pure la Spagnola, una epidemia che alcuni fonti dicono abbia fatto cinquanta milioni di morti. Queste sono alcune cifre. Numeri che sicuramente esplicitano l’idiozia del conflitto ma che non restituiscono il complesso di umanità dentro a quegli anni. Ci ha provato la letteratura a raccontare cosa sia stato quell’insieme di eventi e il portato psicofisico che ne è derivato.  Ma non è solo per questo che la letteratura ha un peso, non è solo il suo lascito a essere importante. Fondamentale è anche ricordare come a fomentare lo scoppio del conflitto non fossero solo cause politiche e economiche ma pure la volontà di una parte degli intellettuali e letterati che vedevano nella guerra una occasione da non perdere assolutamente. Si può dire insomma che la cultura ha avuto un ruolo emblematico nello sviluppo di un clima già instabile, spingendo grazie alle avanguardie artistiche (Futurismo in primis) e grazie alle riviste a ai giornali dell’epoca, verso un senso alto della guerra, una giustizia delle stragi, connaturata a una certa bellezza della violenza.

Noi oggi vogliamo focalizzarci soprattutto sulla poesia e vorrei citare Saba che scrisse come la guerra creò due tipologie di personaggi: i poeti che fecero la guerra come soldati e i soldati che la guerra fece poeti. I primi sono soprattutto intellettuali che, chi con la foga bellica, chi con la speranza di una esperienza esaltante, chi nella stupefatta follia, si sono addentrati nel conflitto come ad esempio Marinetti, Ungaretti, Rebora, Sbarbaro e i secondi, meno noti dei primi, magari non inseriti in correnti letterarie come ad esempio Giulio Barni.

Questo per quanto riguarda gli italiani ma il panorama europeo accomunava gli animi, per lo meno all’inizio. Si andava al fronte spinti dagli stati secondo i quali si sarebbe tornati presto vincitori e la guerra non sarebbe durata a lungo. Alcuni stati, come l’Inghilterra, contribuivano a fomentare la scrittura di guerra e così abbiamo notizia di circa 2225 soldati poeti inglesi che hanno preso parte al conflitto. Ma non solo. Pure Francia e Germania hanno moltissimi esempi di scrittori soldati. Noi abbiamo voluto scegliere poesie dalla maggior parte degli stati coinvolti di cui ci fosse arrivata memoria letteraria, non parametrando la quantità di testi scelta rispetto a quelli a disposizione. E abbiamo scelto di farli leggere in lingua originale e poi in traduzione per farvi sentire il reale suono e ritmo di quei versi dandovi poi anche il significato. Ma perché la poesia?

La poesia, come vedrete, oltre al valore artistico e letterario, riesce a restituire vividamente i momenti di quegli anni, con immagini memorabili, istantanee crude, storie immerse in pochi fotogrammi. Non tenta la narrazione ma scarnifica, a volte maggiormente della prosa, quel delirio, quella follia, quel dolore, quelle ripercussioni. Oltre a ciò fornisce una moltitudine di punti di vista in quanto, come prima accennato, i modi di vedere e interpretare la guerra erano molto differenti. I poeti erano ottimi cronisti di guerra ante litteram. Hanno raccontato il fronte, le trincee, gli ospedali e spesso con precisione puntualizzando luoghi e date dei loro scritti. E grazie anche a queste attenzioni questi testi sono memoria collettiva al di là dei loro versi emblematici. Le connotazioni, alcune le sentirete, sono poi le più varie. Chi scrive di una guerra necessaria per andare oltre la stanca Europa, chi sottolinea lo spirito di aggregazione dei commilitoni o di identità personale, chi giudica quel gran bailamme come una enorme festa, chi ne estrapola la follia, le responsabilità, chi elabora i lutti personali o di un popolo, chi si focalizza sul dolore degli attimi e chi elabora il lascito emotivo/psicologico che accompagna i reduci al termine del conflitto.

Potremmo evincere di trovarci di fronte a un insieme di voci che erano spinti alla guerra da diversi fattori e stimoli ma che erano accomunati da una insoddisfazione e/o da una ribellione verso quegli anni. E molte di queste voci, una volta al fronte, hanno poi compreso con più realismo lo strazio e la demenza del conflitto denunciando il mito di una guerra da molti all’inizio celebrata e da molti stimata come nobile e giusta.
Dunque la letteratura e dunque la poesia. E la sua rilevanza. Non (solo) la sua bellezza ma pure la sua efficacia nel fornire una visione ampia di una massa di eventi e di sguardi disparati. Oggi, come ieri, fondamentali come monito e memoria.

Fonti:

Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale, a cura di Andrea Cortellessa (Bruno Mondadori, 1998)

La guerra d'Europa 1914-1918 raccontata dai poeti, a cura di Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri (Nottetempo, 2014)