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sabato 3 giugno 2017

"Odiare la poesia" di Ben Lerner convince solo per un po'

I lettori di poesia, che poi in Italia si dice essere gruppo coincidente con i praticanti di questo diporto, dovrebbero conoscere bene quel sentimento di fastidio prepotente che a volte sale leggendo versi (altrui, ma forse anche i propri talvolta). Il fastidio, del resto, per poesia o non-poesia, credo sia una grande tematica del nostro presente, apparentemente invece così innaffiato di empatia. L'autore del libro di oggi alla parola "fastidio" preferirebbe di certo "disprezzo", sulla scia dei versi di Marianne Moore con cui apre questo pamphlettino. Credo che ai lettori di poesia, agli scrittori di poesia e persino a certi docenti di lettere, sia ben chiaro quella sorta si sentimento totalizzante e persino totalitario di amore e odio (che non è il catulliano odi et amo) nei confronti di un testo poetico che si apre sotto ai nostri occhi. Come anticipato, potremmo chiamare ciò una sorta di fastidio latente per la poesia, alimentato all'interno dei nostri confini nazionali ma anche all'estero da puntualissimi articoli dei critici un tempo più quotati sulla sua cancrena, agonia, morte sopraggiunta ecc. (Berardinelli, solo per fare il nome di un critico italiano particolarmente attivo in questa pratica che non riesco a trovare interessante). Tra l'altro questi discorsi, fa notare verso la fine del saggio il nostro autore di oggi, riagguantano ogni volta una concezione utopica e idealistica della poesia della quale non sappiamo bene se ci siamo liberati o se comunque vorremmo liberarci. Ad ogni modo - questo è bene saperlo - questo fastidio per la poesia esiste e non è certo solamente un fatto italiano. Sulla falsariga di ragionamenti del genere, ma anche perché si tratta di un autore su cui punta per altri titoli, Sellerio manda in libreria la traduzione di The Hatred of Poetry del giovane e quotato Ben Lerner (Topeka, 1979), traducendo il titolo originale con Odiare la poesia (pp. 88, euro 12, traduzione di Martina Testa). Curiosa è questa traduzione del titolo originale, assai libera e forse più efficace dal punto di vista promozionale, anche se non del tutto corrispondente al movente intimo di queste poche pagine scritte dal nostro poeta e narratore docente di letteratura inglese al Brooklyn College (specifico la docenza perché anche il tema poeti-professori è ripreso in qualche pagina di Odiare la poesia).

Ogni volta che il discorso sulla poesia si sposta e diviene discorso generico sull'ambiente poetico, i suoi frequentatori, i suoi vizi e le poche virtù (ma stanno sguinzagliando da ogni dove la "poesia onesta" a salvarci e possiamo dormire sonni tranquilli), le analisi tendono a diventare sociologizzanti, votate alla considerazione di un dato quantitativo soverchiante (scrivono in tanti, tantissimi, troppi?), schiacciate perlopiù dall'agghiacciante prospettiva del narcisismo totalitario che sta congelando ogni possibile interesse per la poesia (mi può interessare il narcisismo come tema, non le manifestazioni individuali e gli epifenomeni del narcisismo). Ben Lerner non vive in Italia, ma alla fine gli episodi di cui racconta potrebbero benissimo essere presi da ogni parte del mondo dove si scrive in versi e pare quasi che il suo saggio nasca per trovare una risposta a un disagio che lo riguarda da vicino e ci riguarda un po' tutti quando indugiamo in conversazioni poetiche. E il ricorso all'odio per la titolazione ben si attanaglia ai tempi moderni, alle polarizzazioni sociali tra fan base e hater. Il suo breve libro è più convincente nell'attacco, poi sempre meno, fino a un finale che mi è parso tutto sommato sfocato e dispersivo. Di questo libro possiamo salvare il movente, il punto di partenza, e per questo val la pena darne notizia, ma meno persuasivo è parso il tono via via che l'autore si è avvicinato alla fine. Jeff Gordimier, recensendo il volume su "The New York Times", ha scritto che potrebbe a un certo punto risultare che il pamphlet rappresenti una versione contemporanea del dibattito scolastico medievale su quanti angeli potessero ballare su una capocchia di uno spillo. Quella recensione comunque sembra voglia mantenere il piede in molte scarpe. Come detto c'è qualcosa di interessante nell'analizzare quel punto di partenza che accomuna tanti lettori e scrittori di poesia e la disamina del nostro autore, ma siamo lontani dal capire se esiste una sorta di soluzione per quel fastidio-disprezzo, se ha senso cercarla e prima ancora se ha senso parlarne di questo odio o se tanto vale lasciarlo così, senza porsi troppi problemi e domande. Ecco, semmai il libro è un utile stimolo per andare a riprendere in mano la questione dei poeti in Platone, quello sì. Tutto sommato non è poco, come quando, in un passaggio dei più convincenti e carichi di conseguenze, Lerner scrive che l'odio per la poesia "è connaturato a questa forma d'arte, perché è compito del poeta e del lettore di poesia usare il calore di tale odio per disperdere come nebbia il reale, rivelando il virtuale".

(La poesia di Marianne Moore di cui si parla all'inizio e da cui prende avvio il libro di Lerner è questa.)

mercoledì 18 gennaio 2017

"Il personaggio uomo" di Giacomo Debenedetti ritorna per Il Saggiatore

Sarà pure una stravaganza incominciare con quest'annotazione, ma trovo assai curiosa l'assenza del trattino nel titolo del noto volume di Giacomo Debenedetti Il personaggio uomo, riproposto in questi giorni da Il Saggiatore nella collana "Le Silerchie" nel cinquantennale della morte del critico (pp. 171, euro 17, prefazione di Raffaele Manica). In quel trattino tra "personaggio" e "uomo", che sempre c'è nel testo del saggio di Debenedetti ma che manca nelle copertine che hanno vestito quest'opera, si annida una parte dell'interesse per questo libro e per la formula critica divenuta ormai celebre e dalla quale è stato ricavato il titolo. Un trattino infatti lega due parole in una stessa isoipsa, mentre l'assenza di trattino pone la parola "uomo" in una funzione piena di apposizione, la quale, almeno per come la percepisco, ha una sfumatura e altezza diversa. C'è da notare poi che Debenedetti, prima di stabilizzare la fortuna di questa sua formula nel saggio del 1965, la usava in altre forme, come ad esempio nel saggio su Federigo Tozzi qui contenuto, dove scrive "personaggio «uomo»" ricorrendo alle virgolette basse (accade nel saggio intitolato "Con gli occhi chiusi" che è del 1963). Insomma, quella del personaggio uomo era un'intuizione critica "ondulatoria" che stava nell'aria che Debenedetti respirava.

La riproposta di questo libro che uscì postumo nel 1970 si può inquadrare nel legame che Debenedetti ebbe con la casa editrice Il Saggiatore, di cui è stato direttore editoriale. Nell'introduzione apprendiamo che il presente volume chiude il nuovo ciclo de "Le Silerchie" e anche questa scelta trova una giustificazione solida: se pensiamo a un libro come Preludi. Le note editoriali alla «Biblioteca delle Silerchie» scritte e non firmate da Debenedetti (Sellerio), possiamo ritornare su questa peculiarissima collana che il critico disegnò come un unicum e possiamo rispolverare un campione degli "inviti alla lettura" dei libri che componevano la collana. La "Biblioteca delle Silerchie" era contraddistinta da un'eterogeneità di campi e probabilmente da quella stessa mancanza o "felice sfiducia" nel metodo di cui parla anche il saggio "Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo".

Come è noto, lo scritto "Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo", collocato in apertura del volume, non è uno scritto di sola critica letteraria e fu pronunciato nel 1965 in una tavola rotonda della Mostra del cinema di Venezia. Il cono di luce è già proiettato e circoscritto nel suo incipit:

Chiamo personaggio-uomo quell’alter-ego, nemico o vicario, che in decine di migliaia di esemplari tutti diversi tra loro, ci viene incontro dai romanzi e adesso anche dai film. Si dice che la sua professione sia quella di risponderci, ma molto più spesso siamo noi i citati a rispondergli. Se gli chiediamo di farsi conoscere, come capita con i poliziotti in borghese, gira il risvolto della giubba, esibisce la placca dove sta scritta la più capitale delle sue funzioni, che è insieme il suo motto araldico: si tratta anche di te. Allora non c’è più scampo, bisogna lasciare che si intrometta. Ma non ha solo questa virtù di mediatore, che spesso rende «più praticabile la vita». L’evoluzione della sua specie porge anche il filo rosso per seguire la storia, non solo della narrativa, ma di tutta la letteratura e forse delle altre arti. Attualmente in quella evoluzione deve essere successo un salto qualitativo: ne è prova la decadenza della critica che vorrei definire osmotica, la quale penetrava il personaggio, e ne era penetrata, sia pure con il rischio di contrabbandare una vischiosità, un intrico di filamenti organici, una indiscreta e madida abbondanza di flussi; ma alla fine arrivava sia a comprendere quel personaggio che a spiegarlo.
Per tutto il saggio, il richiamo alla fisica delle particelle è costante ed è come se il critico non volesse perdere il treno di quanto quell'universo di scoperte aveva dischiuso e messo a disposizione dei critici volenterosi di mutuarne intelligentemente un segnale. In un punto si legge che "la nostra tesi è che oggi la narrativa e la scienza sembrano trasmettere, con due codici diversi, lo stesso tipo di informazioni su ciò che maggiormente interessa la natura dell’uomo e del mondo", mentre in un altro ancora Debenedetti parla addirittura di "personaggio-particella". Ho parlato di segnale e non di metodo, proprio perché la grande novità di Debenedetti fu quella di essere un critico senza metodo. Mi riferisco all'assenza di un "metodo metodologico" o alla sfiducia in un metodo dominante. Non è esagerato affermare che ogni opera dell'ingegno, se tale, pone le condizioni di esistenza dei metodi con i quali avvicinarla. Lo scritto di Debenedetti sul personaggio-uomo è centrale perché ogni dibattito sulla letteratura è da sempre segnato dal personaggio, dai personaggi, dagli antipersonaggi o dagli antagonisti. Insomma, non si dà vero dibattito sul romanzo senza far riferimento a questo costrutto del personaggio che Debenedetti contribuì più di altri a scandagliare. Intuì l'affiorare, da più schermi, del nuovo personaggio-uomo di cui - sarà bene ricordarlo, spostando l'attenzione sul titolo - ne fa una "commemorazione provvisoria".

Il volume non è da far coincidere soltanto con il celebre intervento sul quale anche qui ci siamo dilungati, ma contiene i saggi "Un punto d’intesa nel romanzo moderno?", "Il personaggio‑uomo nell’arte moderna", un altro fondamentale contributo sul Tozzi "moderno" e il suo romanzo Con gli occhi chiusi (la categoria di "moderno" applicata a Tozzi viene da Luigi Baldacci ed è successiva, ma Debenedetti fu senza dubbio precursore), "Puccini e la «melodia stanca»", "Il tarlo in valuta oro" dove ammirazione e distanza da Emilio Cecchi emergono nitide, e il conclusivo "Vittorini a Cracovia". Assieme a Il romanzo del Novecento (Garzanti), lezioni universitarie trascritte in quel volume per cui Eugenio Montale scrisse l'introduzione, questo suo libro, per molti versi "nato orale", fa coppia nella bibliografia imprescindibile sul romanzo del secolo scorso, in attesa di capire cosa ne sarà di questo sempre sconosciuto genere negli anni a venire (oggi potremmo aggiornare la bibliografia anche con Teoria del romanzo di Guido Mazzoni uscito per Il Mulino). Il libro è soprattutto un punto di partenza per l'acquisizione di nuovi punti di osservazione sul significato del personaggio nelle arti. Anche in queste pagine si può osservare Debenedetti farsi "complice" (la definizione è di Pasolini) degli autori che di volta in volta analizza, e sia che si parta da Proust, Joyce, Pasternak, Tozzi, Pirandello o Moravia, ogni affondo porta a compimento una riflessione dalla quale ha senso una ripartenza del pensiero. (Un tema di approfondimento potrebbe essere il confronto tra il lascito critico di Debenedetti e la di poco precedente riflessione francese attorno al "nouveau roman" alla quale anche lui, assai spesso, si rifà con interesse e senza ammaliamenti.)

sabato 20 settembre 2014

Tradurre in italiano Yves Bonnefoy a altri francesi. Intervista a Fabio Scotto

Librobreve intervista #47

Fabio Scotto
Ariosto e Shakespeare. Li avevate mai accostati? Sia che la risposta sia affermativa, sia che sia negativa potete ora contare su un recente libro del poeta francese Yves Bonnefoy proposto da Sellerio e curato dal professor Fabio Scotto. Si intitola Orlando furioso guarito. Dall'Ariosto a Shakespeare (pp. 112, euro 14). Di questo libro e di molto altro abbiamo parlato con il curatore nell'intervista che segue. Ricordo che Fabio Scotto è il principale traduttore del corpus poetico di Yves Bonnefoy. Per una lista completa delle sue principali pubblicazioni rinvio a questa pagina dell'Università di Bergamo dove insegna letteratura francese.

LB: Sellerio ha da poco mandato in libreria Orlando furioso guarito. Dall'Ariosto a Shakespeare. Ci racconta brevemente quest'ultimo libro di Bonnefoy uscito in Italia?
R:In questo saggio a mia cura Yves Bonnefoy affronta attraverso Ariosto e Shakespeare il problema dell’idealizzazione amorosa, intesa come quel processo di natura concettuale che sostituisce all’altro un’idea nella quale l’amato o l’amata non si riconosce, cosicché l’amore è reso impossibile dall’astrazione che impedisce di individuare realmente l’essere nel mondo in quanto «presenza». Nell’Orlando furioso, il protagonista Orlando insegue ovunque la bella Angelica e, non appena la scorge con Medoro, è preda del furore, quando invece la figlia dell’imperatore cinese nell’idillio con il moro rivela la possibilità reale di un amore passionale fondato sulla compassione e sull’agape, ovvero la capacità di darsi generosamente all’altro senza nulla chiedere in cambio che Bonnefoy è solito contrapporre alla pulsionalità possessiva e reificante dell’eros. L’ipotesi di fondo è che Shakespeare abbia, dopo avere letto la versione inglese del poema ariostesco, preso spunto da esso per il personaggio omonimo di Come vi piace, che una figura femminile, travestita da uomo, può quindi indurre a una riflessione sul proprio sentimento al fine di guarirlo dall’idealizzazione della quale sarebbe vittima. È così che anche in Macbeth il protagonista, vittima a sua volta di un senso di esclusione dalla «catena dell’essere», è votato a un destino tragico profetizzato da presenze fantasmatiche che nessuno bramosia di potere può riscattare.

Yves Bonnefoy
LB: La poesia di Bonnefoy in italiano passa quasi sempre per le sue traduzioni (ricordiamo, oltre ai volumi usciti per Lo Specchio, anche la curatela del Meridiano). Poniamo di avere davanti un lettore di poesia digiuno di Bonnefoy. Per quali motivi ne consiglierebbe la lettura? E da quali opere consiglierebbe di partire?
R:Ho ormai dal 1999 un intenso sodalizio con Bonnefoy che è innanzitutto frutto di amicizia e reciproca stima umana e intellettuale basata su una autentica condivisione di valori e sull’amore per la poesia come ragione di vita. Consiglierei a un lettore di leggere Bonnefoy proprio perché è un poeta che da sempre colloca la poesia nell’àmbito dell’esistenza, del quotidiano, per cercarvi le ragioni fondamentali dell’essere al mondo e di una felicità possibile, la gioia, che è sempre frutto di relazione e di condivisione, nel tempo della finitudine che ci è dato. Partirei da Movimento e immobilità di Douve (Einaudi, 1969), libro a suo modo fondativo di una poetica, certo uno dei più alti del secolo, per poi passare, attraverso Nell’inganno della soglia (Einaudi, 1990), libro poematico della rinascita attraverso l’amore e l’infanzia, alle raccolte più recenti, da Le assi curve a L’ora presente (Mondadori, 2007, 2013), tranne l’ultimo tutti disponibili nel Meridiano a mia cura L’opera poetica (Mondadori, 2010). Ma riterrei necessario leggere anche le prose de L’entroterra (Donzelli, 2004), così incentrate sul rapporto con l’Italia, e le sue interviste sulla poesia, non ancora tradotte integralmente in italiano, Entretienssur la poésie (1972-1990) (Mercure de France 1990), e L’Inachevable. Entretienssur la poésie 1990-2010 (Albin Michel, Le Livre de poche,2010), che danno la misura di una profondità di rapporto fra pensiero e prassi poetica che mi pare oggettivamente non abbia eguali nell’odierno panorama poetico.

LB: Poesia in Francia e poesia in un paese vicino come l'Italia: da quello che ha potuto conoscere e percepire lei, se la "passano" all'incirca allo stesso modo?
R:La poesia vive un momento difficile in entrambi i Paesi, mi pare, almeno per visibilità pubblica e consenso sociale e di critica, ma questo non fa che renderla più che mai necessaria - parlo anche da autore di poesia nelle due lingue -, proprio perché l’isolamento di cui vive denuncia e rende palese la sua irriducibilità alle logiche commerciali e “spettacolari” oggi tanto in voga nel mondo dei media.
Direi che in Francia la poesia ha spazi di sopravvivenza forse maggiori, dovuti all’esistenza di un’edizione assistita finanziata dallo stato qui da noi inesistente, benché anch’essa sempre più ridotta e minacciata dalla crisi economica internazionale.

LB: Nel 2011 curò quel bel volume intitolato Nuovi poeti francesi per Einaudi. Ricordo di avervi trovato autori che mi fecero una forte impressione. La poesia francese contemporanea tuttavia non mi pare conosca una buona stagione di traduzioni in italiano. Concorda? E se sì, potrebbe indicare tre nomi (meglio ancora tre titoli di libri) dai quali iniziare?
R:Probabilmente vale per la poesia francese un po’ quanto vale anche, salvo rare eccezioni, per il romanzo francese contemporaneo: l’editoria italiana, dopo la stagione del Nouveau Roman che ha privato il romanzo dei suoi requisiti ritenuti fondamentali dal mondo commerciale come la trama, il personaggio, una contestualizzazione spazio-temporale riconoscibile, guarda con diffidenza alla letteratura d’oltralpe, ritenuta difficile, poco vendibile. Per questo poeti anche molto noti e influenti in Francia come Michel Deguy o Jacques Roubaud, per fare qualche nome senza pretese di esaustività, sono ancora poco tradotti, mentre maggiormente lo sono autori come Yves Bonnefoy, Philippe Jaccottet e Bernard Noël. Quanto alle nuove generazioni, c’è in atto un lavoro apprezzabile presso piccole case editrici però poco visibili e su taluni blogs, il che ha reso tanto più opportuno e necessario, credo, il volume a mia cura Nuovi poeti francesi, che cerca di dare qualche linea di lettura critica e di fare proposte sulla ricerca in corso, certo variegata e complessa, non più facilmente etichettabile a priori.
Nel catalogo italiano, consiglierei senz’altro, oltre a Bonnefoy, Estratti del corpo (Mondadori) e La Caduta dei tempi (Guanda, 1997) di Bernard Noël, Il barbagianni. L’ignorante (Einaudi, 1992) di Philippe Jaccottet, e Guy Goffette e Jean-Baptiste Para, credo usciti da Kolibris, naturalmente senza dimenticare Henri Michaux e Antonin Artaud, ancora così attuali e presenti da Quodlibet (Viaggio in Gran Garabagna, 2010) e Adelphi (Passaggi, 2012) l’uno, ed Einaudi e Stampa Alternativa l’altro. Dò inoltre un panorama ampio e credo rappresentativo del Novecento francese fino ai nostri giorni nel mio recente saggio La voce spezzata. Il frammento poetico nella modernità francese (Donzelli, 2012).

LB: Ha avuto modo di effettuare dei raffronti tra la recente poesia francese e quella italiana contemporanea? Se sì, quali le sembrano le direttive di sviluppo più marcatamente differenti o i punti di contatto più sorprendenti?
R: Sul piano della qualità della ricerca, esistono talune analogie e qualche differenza, ad esempio più presente da noi mi pare una poesia della dicibilità e del rapporto con la musicalità della lingua, con esiti significativi anche nell’àmbito dialettale, mentre in Francia è ancora molto avvertibile in vari settori una poesia fortemente concettualizzata, di pensiero, filosofica e incentrata sul lavoro del significante, ma formalmente più libera di spaziare dal verso alla prosa poetica, che da noi è troppo spesso guardata con diffidenza, credo a torto. È il “magma” cui alludeva Mario Luzi (non a caso estimatore di Michaux e amico di Bonnefoy), che accomuna la condizione attuale dell’uomo nel nostro tempo e la sua poesia.

giovedì 18 settembre 2014

Piero Calamandrei per la scuola

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #22
Quote #5

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.

Ora che il pachiderma della scuola ha ripreso a muoversi dopo il letargo estivo, potremmo tornare a leggere quanto sosteneva Piero Calamandrei nei discorsi che Sellerio ha raccolto in un volume del 2008 intitolato Per la scuola (pp. 144, introduzione di Tullio De Mauro, nota storico-bibliografica di Silvia Calamandrei, euro 10, libro ancora in commercio). Sono discorsi che oggi, se correttamente interpretati e applicati, potrebbero portare alla metamorfosi del suddetto pachiderma in una gazzella più pronta e agile. Non sto criticando chi fa al meglio ogni giorno il proprio lavoro negli ambienti scolastici e non sto nemmeno sostenendo che questa metamorfosi sia facile. A giudicare dall'assassinio collettivo premeditato che si è accanito sul corpo della scuola pubblica, a più riprese e da più parti politiche e sociali (famiglie in testa), oggi forse si starebbe prima a parlare di accanimento sul cadavere della scuola. Tuttavia serve un atto di fede generoso e disperato e credere fermamente che il cadavere sia invece un corpo intorpidito per il lungo freddo. E se poi è impossibile credere genericamente nella scuola come entità astratta, come a volte sembrano fare certi politici che si ricordano della scuola solo in situazioni protocollari, si può e si dovrebbe provare a credere in chi la scuola la fa, ovvero nelle persone che chiedono giustamente di essere messe nella condizione di lavorare. La prosa di Calamandrei, in più situazioni, e non solo quando affronta il tema della scuola, ha un effetto simile a quello che le chiacchierate con Piero Sraffa producevano su Wittgenstein: ci si sente come un albero al quale sono stati potati i vecchi rami. Quelle di Piero Calamandrei sono riflessioni dense di conseguenze, a maggior ragione alla luce dell'odierna corsa alla "scuola paritaria" alternativa alla scuola pubblica. Questa corsa rischia di trasformare in tante "scuole personali" tutti i neopartiti, le lobbies e le sette che senza sosta si affacciano all'orizzonte, persino quelle che poggiano la propria giustificazione e ragion d'essere su questioni passeggere e prosaiche come uno stile di vita e di consumo, spesso dimenticando che sono solo l'altra faccia della fuffa marchettara. Estremizzando volutamente per giungere al dunque, ma in fondo neanche troppo, mi auguro che non arriveremo un giorno a contare scuole per carnivori, per vegetariani, per vegani, per consumatori del biologico (pardon, biodinamico).

"Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l'arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l'arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! [...]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito [...]."

Dal discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma il giorno 11 febbraio 1950. Il discorso completo si può leggere anche qui.

mercoledì 15 maggio 2013

"Un romanzetto lumpen" di Roberto Bolaño e "Il futuro", il film di Alicia Scherson

A luglio saranno trascorsi dieci anni dalla morte di Roberto Bolaño, avvenuta in un ospedale di Barcellona, mentre era in attesa di un trapianto di fegato. E in via neanche troppo ufficiosa ci si appresta a ricordare l'autore cileno scomparso a soli cinquant'anni e approdato in Italia dapprima grazie alle cadenzate proposte di Sellerio e ora saldamente fatto proprio da Adelphi. Il nuovo libro proposto da quest'ultimo editore non ha nulla a che fare con la mole dell'incompiuto 2666. Si tratta di un romanzo breve (pp. 119, euro 14, traduzione bella e convincente di Ilide Carmignani) dal titolo quasi dimesso di Un romanzetto lumpen (Una novelita lumpen nell'originale). Come recita la bandella che l'editore ha deciso di accostare al romanzo, stratagemma ricorrente quando si è in odore di prime cinematografiche, da questo libro è tratto il film Il futuro della regista cilena Alice Scherson, nelle sale italiane dal prossimo mese di giugno. "Futuro" è in effetti parola-chiave di questo breve romanzo e sicuramente non era pensabile di intitolare un film partendo dal titolo del libro o attorno alla parola "lumpen", che rimanda agli stracci, ai cenci, al "lumpenproletariat" di Carlo Marx. In italiano, e nello scenario di Roma in particolare dove il libro è ambientato, potremmo anche parlare di "populino".

Un romanzetto lumpen, come sottolinea quell'aggettivo ricercato lasciato non tradotto nel titolo, è in sostanza una storia di ambientazione proletaria, da borgata romana, anche se tutto sembra andare oltre le pastoie che inchiodano talvolta le storie nei tempi in cui sono ambientate. Bianca, l'io narrante e protagonista di queste pagine, e suo fratello rimangono orfani dopo l'incidente stradale dei genitori avvenuto in un'orribile strada del Sud. Da quel momento la loro vita nell'appartamento romano prende una piega che scivolerà verso la delinquenza (l'incipit del romanzo è però: "Ora sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente."). Le giornate slittano in una routine snervata fatta di lavoro, come lavateste lei e come factotum di palestra nel caso del fratello. Si guarda molta tv (e i videonoleggi hanno una parte da leone nel romanzo!). Nell'appartamento si insediano presto due amici del fratello, il "libico" e il "bolognese". Non sono ladri, a quanto pare, sono maniaci della pulizia, a turno entrano di notte in camera di Bianca per fare sesso. La situazione economica peggiora nel giro di poco tempo. Ad un certo punto si decide che Bianca deve entrare nella casa di Maciste, un ex campione di culturismo e ex Mister Universo, ora cieco. Deve allietarlo e ha al contempo una missione ben precisa: scovare la cassaforte di Maciste. Si applica con dedizione al compito, negli intervalli tra il sesso e una doccia, ma senza trovarla. Eppure, proprio nelle stanze di Maciste sembra baluginare l'esile sfregare di fiammifero di una storia d'amore, chiusa schiacciata e compressa dallo squallore delle scene che precedono e seguono gli incontri tra Bianca e Maciste.


Il romanzo, o romanzetto, fu pubblicato nel 2002 quando Bolaño era ancora in vita. Gli scrittori della scuderia dell'editore erano stati inviati in varie capitali europee. A scrivere. Il nostro scelse Roma, e qui vi ambientò la sua storia "lumpen", che a noi potrebbe apparire latamente pasoliniana. Nel 2005 Sellerio lo fece tradurre a Angelo Morino e lo pubblicò con un titolo significativamente diverso e per certi aspetti difficilmente spiegabile: Un romanzetto canaglia. Ora, dopo due edizioni italiane nell'arco di un decennio, ecco che arriva il cinema con il film della connazionale di Bolaño, Alicia Scherson, a marcare il decennale della scomparsa. Per l'epigrafe Bolaño scelse Antonin Artaud: "Tutta la scrittura è porcheria. Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono porci. Tutta la razza dei letterati è porca, specialmente di questi tempi." Come varierebbe quest'epigrafe di fronte a una scrittura doppia, che oggi sembra guardare come Giano bifronte sia alla letteratura che al cinema? Che avesse davvero ragione Antonin Artaud che toute écriture est de la cochonnerie? Questo romanzetto assai breve quasi implora tutta la vostra porca attenzione, soprattutto se vi capita di pensare al futuro, come la protagonista Bianca:

"[...] In fondo io pensavo sempre al futuro. Ci pensavo talmente tanto che il presente era entrato a far parte del futuro, la parte più strana. Andare a trovare Maciste era pensare al futuro, sudare, chiudermi in stanze dove il buio era assoluto, era pensare al futuro. Un futuro che assomigliava a una stanza qualunque della casa di Maciste, ma più luminosa e con i mobili protetti da lenzuola vecchie o coperte, come se i padroni di casa (una casa che era nel futuro) fossero partiti e non volessero far accumulare la polvere sulle loro cose. Ecco qual era il mio futuro ed era così che ci pensavo, se quello si può chiamare pensare (se quello si può chiamare futuro)."