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martedì 15 novembre 2011

Maurizio Ceccato in "Non capisco un'acca"












Che l’Italia sappia esprimere delle eccellenze nella progettualità grafica e nell’illustrazione editoriale è fuori discussione (per l’illustrazione, ad esempio, vi rimando a Chiara Dattola nel blogroll qui a lato mentre per la riflessione teorica a Riccardo Falcinelli, art director di Minimum Fax, che ha pubblicato Guardare Pensare Progettare. Neuroscienze per il design). E non serve necessariamente risalire a Bruno Munari e Albe Steiner per sostenere questo, oppure, più indietro, pensare a nomi ancora più ingombranti e fondamentali dell'arte del "fare un libro", come Aldo Manuzio o l’incisore-tipografo Giambattista Bodoni del quale Taschen ha recentemente proposto un Manual of Typography da capogiro (già... ci voleva proprio l’editore di Colonia per proporre il manuale dell’engraver di Saluzzo; a proposito, curiosa la prossimità tra il verbo engrave e grave nella lingua inglese... si scava in entrambi i casi!). Vero altresì che, come in tantissimi altri ambiti, l’Italia è stata anche fertile terreno di conquista da parte di grandi personalità che venivano da fuori (i nomi di John Alcorn per Mondadori o Bob Noorda per Feltrinelli salgono rapidamente in cima alla lista). La storia del nostro paese e quella del design (editoriale incluso) sono universalmente note e non serve qui proseguire su questa scia. Recentemente è circolato il numero zero di Watt, la rivista fondata da Leonardo G. Luccone di Oblique Studio e Maurizio Ceccato di Ifix, un microcosmo di narrazione e vera esplosione grafica. Proprio Maurizio Ceccato, per anni art director di Fazi, è una delle personalità di spicco dell’attuale panorama.



Un inciso. Ricordo il sito in cui si presentava con “Maurizio Ceccato è morto”. Lo ritenni un colpo di genio. Non so se fosse quello che intendeva Ceccato, ma mi ha portato a riflettere sul come gestire tra qualche decennio la nostra uscita di scena da una vita che è sempre più in rete. Come farà notizia la morte in rete? Intendo anche e soprattutto la morte di persone non celebri. Sorgeranno forse delle pompe funebri virtuali che si preoccuperanno di ripulire la nostra imbarazzante carcassa internettiana? Se non ricordo male esistono già degli archivi “segreti” (in sostanza dei siti a pagamento) ai quali affidare “in custodia testamentare” eventuali login e password delle nostre identità digitali.


Non capisco un’acca (Hacca, pp. 96, euro 16) non è un libro di grafica editoriale o teoria del design (le tiene già in sé, ampiamente digerite), come la mia introduzione potrebbe lasciar intendere. Questo è un libro d’artista, un’aporia vivacissima fuoriuscita dal cervello di un controllatissimo anarchico della visione. Vi ricordate Palazzeschi? Ripensateci quando vi donate la lettura di queste quasi-filastrocche finalmente libere da “target” anagrafici o di genere (in editoria non è scontato, nei veri artisti invece è già una situazione più frequente!). Inutile aggiungere che la storia dell’inutile, muta lettera H è il filo che lega queste pagine zeppe di meraviglie… ed è anche il nome della casa editrice che pubblica il testo per la quale Ceccato ha già licenziato memorabili esemplari di recente grafica editoriale.


Se vi capiterà, avvicinatevi a questo libro come esplorazione estrema della forma-libro. Ne aveva già accennato anche Matteo Codignola di Adelphi in un’intervista qui pubblicata: il libro è una forma e come tale la possiamo ancora avvicinare. Aggiungo io che possiamo avvicinarla fiduciosi e prudenti, innovando e tramandando, scardinando fellinianamente e oniricamente le regole, per saggiarne ancora nuove possibilità. D’accordo, un libro d’artista rimane un libro d’artista, una cosa diversa dai libri di cui ho scritto fino a qui… ma comunque una delle forme del libro. L’Ariosto scriveva “Chi leva la H all'huomo non si conosce huomo, e chi la leva all'honore, non è degno di honore”. Davvero fa bene, ogni tanto, perdersi nelle storie affascinanti delle lettere (dell'alfabeto). Ecco un bel binomio ipotetico di avvicinamento, Ariosto e Ceccato! Lasciateli divertire!

martedì 28 giugno 2011

"Le Alpi nel mare". La Corsica di Sebald

I quattro pezzi di prosa raggruppati sotto la titletrack "Le Alpi nel mare" riguardano tutti la Corsica, visitata e amata da Sebald. Ritorna il camminare, l'errare, il girovagare. Tutti temi cari all'autore di Austerlitz, ad Adelphi (che in catalogo ha Chatwin) e alla collana Biblioteca Minima, di cui abbiamo già parlato in questi spazi intervistando Matteo Codignola, la quale in passato ha pubblicato un testo assontante come Il passeggiatore solitario di Robert Walser.

Adelphi ha deciso di estrapolare da un volume miscellaneo del 2003 le quattro prose che compongono questo breve libro e offrire loro un risalto particolare. Il volume più corposo a cui mi riferisco s'intitola Campo santo (proprio come una delle quattro prose dedicate alla Corsica) e contiene, tra gli altri, contributi critici di Sebald su Peter Handke, Günter Grass e Wolfgang Hildesheime, sul poeta Ernst Herbeck, su Vladimir Nabokov, sui diari di viaggio di Kafka e sul già menzionato Chatwin.

E così, in controprogrammazione con le orde del turismo di massa verso la terra natale di Napoleone, questo smilzo volumetto (pag. 73, euro 6) splendidamente tradotto da Ada Vigliani ci accompagna in un'altra Corsica, ricomposta dalla prosa del grande scrittore di origini bavaresi.

Potrete riassaporare tutto quello che avete già amato in questo scrittore, oppure scoprirlo per la prima volta: la sua prosa ricca e calibrata al contempo, il "passo" del suo racconto, l'abbraccio del suo sguardo, la presenza e il significato delle fotografie tra le pagine dei suoi libri. Eccolo nella "napoleonica" Ajaccio, sulle tracce del grande imperatore corso; a Piana, in un piccolo cimitero da dove Sebald parte in un appassionante ragionamento sul culto dei morti e sull'esisguo spazio che, nel junkspace extraeuropeo, resta per il loro ricordo (pensa soprattutto a megalopoli come Bombay, Lagos, Città del Messico); oppure, nella titletrack, alle prese con un esercizio di immaginazione della Corsica pre-antropizzazione. Un titolo-capolavoro "Le Alpi nel mare", questo va ricordato in chiusura. Una sintesi estremamente magnetica, densa e carica di sguardo, di passeggiate solitarie.

mercoledì 25 maggio 2011

Matteo Codignola di Adelphi

Librobreve intervista #3

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Da poco è uscito Mordecai (assieme a Mordecai e Noah Richler) per la collana Biblioteca Minima Adelphi. Già, Biblioteca minima: ecco un'altra collana che avevo in mente quando ho iniziato a pensare a questo blog. Matteo Codignola è una figura chiave per seguire le vicende di Adelphi, editore per il quale traduce e lavora (sua la fortunatissima traduzione de La versione di Barney). Ringrazio l'intervistato e Benedetta Senin per la collaborazione in questa terza intervista di Librobreve.
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LB: Editoria formato (davvero) tascabile. Necessità dell’editore e/o del lettore, trend passeggero? Qual è la vostra valutazione? Penso poi in particolar modo alla collana Biblioteca Minima di Adelphi: si tratta di un contenitore creato per testi brevi o di una risposta tangibile ad una nuova abitudine di leggere cose brevi?
RISPOSTA: L’editoria tenta spesso di dare ai lettori ciò che presuppone ai lettori manchi. In questo caso, mancava un contenitore per testi anche molto brevi – testi particolarmente adatti, certo, a quello che una pubblicità arcaica chiamava “il logorìo della vita moderna”, e all’evidente mutazione nelle abitudini di lettura. Per essere onesti, volumi di piccolo o anche piccolissimo formato sono sempre esistiti, dall’invenzione della stampa in poi. La nostra idea però era, e rimane, leggermente diversa: fornire ai lettori, spesso inventandolo, un vero e proprio libro, spingendoci ai limiti dell’editorialmente possibile. Per capire cosa intendo, basta guardare com’è fatto il primo numero della collana, Il nichilismo europeo di Nietzsche.

LB: “Piccola Biblioteca Adelphi” prima. Ora “Biblioteca minima”. La metafora della biblioteca, così ficcante per descrivere il modo di concepire l’editoria di catalogo di Adelphi, sembra essere continuamente accompagnata da aggettivi legati alla brevità nelle denominazioni delle collane. Sembra quasi un climax (discendente). C’è un progetto particolare oppure si tratta di situazioni che si sono semplicemente venute a creare?
RISPOSTA: Non siamo ossessionati dalla brevità, o dalla lunghezza, o da qualsiasi altra cosa. Semplicemente crediamo, dall’inizio, che un libro sia prima di tutto una forma. E che trasformare un testo o un insieme di testi in un libro sia una mossa molto meno ovvia e automatica di quel che comunemente si ritiene.

LB: In quel meccanismo che rischia di trasformare l’editore in un operatore al centro di due poli costituiti da distribuzione e ufficio stampa-promozione, quale importanza ricopre la mole di un libro nei meccanismi promozionali? Uno degli assunti da cui parte il blog Librobreve è la difficile visibilità di questi volumi, sia sulla stampa che in libreria. Lo condivide? Ho come l’impressione che nel peculiare caso di Adelphi la mole di un libro sia meno importante in questi meccanismi, che il libro Adelphi goda di buona visibilità in libreria a prescindere dalla sua mole. Mi sbaglio?
RISPOSTA: Sì, media e circuiti tradizionali sono indicibilmente conservatori, se è quello che intende. Per far capire che quei libri  avevano lo stesso peso, almeno per noi, dei loro simili più voluminosi, ci abbiamo messo anni. All’inizio i librai non sapevano dove metterli, e i giornalisti non ritenevano fosse il caso di parlarne – o meglio, facevano una proporzione elementare: testo breve, segnalazione brevissima. Non mi chieda un commento.

LB: Parliamo di e-book. Con il diffondersi dei devices di lettura elettronici, una volta che si sarà trovata una soluzione per il prezzo degli e-book, credete che la mole di un libro possa essere determinante per decidere se proporlo su carta o in formato elettronico? Se sì, in che senso?
RISPOSTA: Credo che l’editoria digitale sia ancora in una fase precedente l’inizio, almeno in Italia. Non ignoro le sue cifre all’estero, ma c’è un fatto, o cambia radicalmente – o diventa quello che nei suoi presupposti già è, qualcosa di parallelo ma non di analogo all’editoria su carta – o è destinata a perdere la partita. Propongo quindi di riparlarne più avanti, però la risposta è comunque no, la mole non è il problema. Al contrario, coi libri cui dedicate il vostro blog ci si potrebbe divertire parecchio, su un device.

LB: Parlando di libri brevi ci troviamo spesso a parlare di progetto grafico globalmente inteso (carta, copertine, aspetti tipografici). Quello della “confezione” di un libro è un aspetto sicuramente molto interessante e tra le altre cose è stato strategico negli ultimi decenni. Non credete però che con la diffusione del libro elettronico questa attenzione ai paratesti si perderà a favore del vero e proprio contenuto del libro, il quale potrebbe essere oggetto di esperimenti di “realtà aumentata” (da vedersi magari come una nuova vita per le “vecchie” note a piè di pagina)? (Sono consapevole di rivolgere una simile domanda ad un rappresentante di una casa editrice il cui progetto grafico di Enzo Mari è stato garanzia di un successo duraturo.)
RISPOSTA: Una piccola precisazione, ma importante per chi si occupa di queste cose. Enzo Mari ha progettato solo una collana di Adelphi, della quale sono usciti due numeri – ormai per collezionisti. E’ un grandissimo designer, ma poi la casa editrice è andata in un’altra direzione, ostinatamente autarchica. Per quanto riguarda la domanda, trovo che la miseria visiva, la rinuncia a tutto quello – dal carattere tipografico allo specchio di pagina alla copertina - che fa di un libro un libro, sia la ragione per cui gli attuali e-book sono, per non fare giri di parole, orrendi. Ripeto quello che ho detto poco fa, il libro è durato qualche centinaio di anni anche perché per qualche centinaio di anni ha cercato, e ha volte avuto, un suo appeal. Sarebbe lungimirante che il suo erede digitale si mettesse, il prima possibile, al passo.

Intervista a Matteo Codignola di Adelphi raccolta da Alberto Cellotto nel maggio 2011.