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mercoledì 27 luglio 2016

"Addii, fischi nel buio, cenni" di Silvio Perrella: trent'anni di scritti critici in un volume di Neri Pozza

Ha il pregio della semplicità della scansione temporale Addii, fischi nel buio, cenni (pp. 384, euro 18), volume di Neri Pozza dal titolo ternario e montaliano che raccoglie tre decenni di contributi critici di Silvio Perrella, molti dei quali scritti per il quotidiano partenopeo "Il Mattino". Per chi legava il suo nome principalmente a Calvino, La Capria e Parise, autori ai quali ha dedicato monografie e curatele significative, è questa l'occasione di verificare la gittata e la larghezza dello sguardo sul panorama della letteratura italiana del Novecento. Di certo calviniano suona il sottotitolo del volume, che non compare in copertina ma solamente in frontespizio: La generazione dei nostri antenati. E a un giovane Parise, autore che con l'editore Neri Pozza esordì (Il ragazzo morto e le comete, 1951) è dedicata la copertina. Ma non è solamente Parise il protagonista di queste pagine, che interesseranno sicuramente, ad esempio, chi cerca contributi distanziati nel tempo su Cesare Garboli o Anna Maria Ortese (qui rappresentata dagli scritti di viaggio de La lente scura e da L'infanta sepolta). E cito questi solo per far due nomi. In questi ultimi due casi Perrella sa porsi con larghi motivi di interesse e di novità di sguardo davanti ai propri lettori, siano essi già acquisiti o nuovi.

Emblematicamente però il volume si conclude con una rilettura de I sommersi e i salvati di Primo Levi e crea un'arcata di ponte tra il romanzo che per Perrella apre il secolo Ventesimo, La coscienza di Zeno (1923), e l'opera dello scrittore torinese. Restando in Piemonte "la descrizione di una foto" di Fenoglio non mancherà di colpire i tanti amanti della scrittura e dello stile fenogliano. Questo brano con me è riuscito in quello che un buon contributo critico dovrebbe quasi sempre riuscire a fare: condurre a una lettura o rilettura, così è stato con il Fenoglio di Un giorno di fuoco. Racconti del parentado, con quella doppietta indimenticabile dedicata alle spose, una "bambina" e l'altra "bagnata". Letture fradicie, come spesso accade in Fenoglio, scrittore che fa piovere spesso nei suoi libri. Ma non mancano contributi dedicati a scrittori meno frequentati e i cui nomi rimpallano più di rado negli scritti giornalistici sulla letteratura, spesso colpevolmente: Carmelo Samonà, Nicola Chiaromonte, Enzo Striano, il Ricordo di Anna Paola Spadoni di Giuseppe Mazzaglia, Luigi Compagnone.

Volendo seguire la struttura e l'indice e scoperchiando il volume, anticipiamo che il lettore troverà scritti brevi ma anche più articolati e lunghi su Lalla Romano (Nei mari estremi), incursioni sugli autori più assiduamente studiati (La Capria, Calvino e Parise), una circumnavigazione del mistero di Silvio D'Arzo (visto anche in una sorta di trio o "linea" emiliana con Arturo Loria e Antonio Delfini), i due Rea (Domenico e Ermanno), su altri siciliani come Sciascia, sui poeti Caproni, Sereni, Montale o Fortini. Ma a mio avviso importante, in questa raccolta di una cinquantina di scritti, è quello dedicato a Mario Pomilio e a Una lapide in via del Babuino, alla napoletanità lucente di Pomilio, laddove "il nocciolo saggistico di Pomilio viene portato a incandescenza e fuso in una narrazione di viva intelligenza emotiva", ma anche a quella "terza persona di uno scrittore che forse non scrive più".

Più che un livre de chevet, questo genere di raccolte corpose di contributi critici col sottoscritto funzionano come "livre du bidet", e non certo in senso dispregiativo o ironico, anzi: essendo infatti composte da saggi brevi e tutti autonomi, leggibili singolarmente, si prestano alla lettura frammentata negli interstizi di una giornata, prassi contro cui un romanzo, ad esempio, chiamerebbe vendetta. Di certo il montaggio di questi tre decenni di letture critiche incomincia a offrire una chiara autonomia e portata e questo libro lo dimostra. Sarebbe ingiusto chiudere senza riconoscere a Silvio Perrella questa attenzione e questo merito oramai trentennali. Finita l'epoca dei Luigi Baldacci, di alcuni sguardi di Pier Vincenzo Mengaldo, dei Giacomo Debenedetti, dei Franco Fortini e dei non pochi scrittori-critici (penso a Cases, Magris, Pasolini, Zanzotto tra molti altri) iniziano a scarseggiare questi utili coni di luce su porzioni delimitate di storia letteraria. Non è una questione di canone, bensì, più semplicemente, di letture e scritture. In questo spazio Perrella ha collocato una lanterna che fa di tutto per non ridursi mai a lanternino.

lunedì 21 marzo 2016

La scrittura della violenza e i sentimenti elementari. Un'intervista a Lucia Rodler sull'opera di Goffredo Parise a trent'anni dalla morte

Librobreve intervista #66


Goffredo Parise (Vicenza, 1929 - Treviso, 1986)
Il 31 agosto di quest'anno sarà trascorso un trentennio dalla morte di Goffredo Parise, avvenuta a 57 anni non ancora compiuti all'ospedale di Treviso, dopo una lunga serie di sofferenze cardiache e dialisi. Sono già diverse le iniziative e le pubblicazioni che si immaginano per questo anniversario. In anticipo, già lo scorso anno Adelphi aveva mandato in libreria «Se mi vede Cecchi, sono fritto». Corrispondenza e scritti 1962-1973, ovvero il carteggio con Gadda curato da Domenico Scarpa. S'annuncia anche un numero monografico della rivista "Riga", curato da Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa. Oggi vogliamo dedicare attenzione al recente studio di Lucia Rodler, docente allo IULM di Milano. Si intitola Goffredo Parise, i sentimenti elementari e l'ha pubblicato Carocci nelle ultime settimane (pp. 224, euro 17).


LB: Come si dice ai colloqui di lavoro, "le faccio una domanda cattiva". Io vorrei partire in medias res, anzi, vorrei partire postumo, cioè dal romanzo L'odore del sangue. Quando lessi il libro lo trovai una delle opere più radicali e coraggiose di Goffredo Parise, quasi come il suo esordio (anche se per motivi ovviamente diversi). Ad un livello critico è invece questa l'opera che più ha diviso, anche in seguito al film che ne ha ricavato Mario Martone. Qual è il suo punto di vista sul dibattito che riguarda il "libro postumo"?
R: Sono contenta che mi faccia questa domanda perché ammetto di essermi avvicinata a L’odore del sangue con numerosi pregiudizi, suggeriti da una certa critica al libro e alla versione cinematografica (che non mi è piaciuta anzitutto perché altera l’equilibrio particolarissimo tra dialoghi e fantasie del romanzo). Ma subito mi ha conquistato il racconto senza censure della violenza delle parole dell’intimità (quelle di Filippo e Silvia, marito e moglie cinquantenni che si raccontano i rispettivi tradimenti) sullo sfondo della violenza sociale e politica degli anni di piombo, cioè gli anni Settanta. Perciò mi trovo del tutto d’accordo con quella critica (da Cesare Garboli ad Arturo Mazzarella) che ha parlato di un romanzo in qualche modo necessario che produce un turbamento complesso, verbale, sensuale, relazionale.


LB: Ritorno ora doverosamente al suo libro da poco edito da Carocci che è un'utile monografia su tutta l'opera dello scrittore del "Veneto barbaro di muschi e nebbie" che girò tutti i continenti. Quasi ogni lato del "poligono-Parise" è affrontato nel suo contributo. Se però domani dovesse approfondire uno di questi lati della sua attività di scrittore cosa sceglierebbe? E soprattutto, al di là dell'approccio generale, quale luce specifica ha cercato di gettare sull'opera e quali incendi ha tentato di appiccare, magari sugli aspetti più controversi?
R: Non amo appiccare incendi e preferisco cercare di comprendere la complessità di uno scrittore, senza necessariamente fare riferimento agli aspetti controversi. Perciò nel testo ho sottolineato ciò che mi ha più colpito, e cioè la ricerca costante e pertinace del nucleo di violenza nascosto dietro ogni spazio, ogni circostanza, ogni individuo, ogni popolo, ogni oggetto, ogni azione, ogni evento. E da questo punto di vista approfondirei il romanzo Il fidanzamento e la raccolta di racconti brevi contenuta nel Crematorio di Vienna. Sono due testi che concentrano in modo splendido la capacità che Parise ha dimostrato nel descrivere la violenza sia privata, familiare, sia pubblica, lavorativa.


La casa in golena del Piave, a Salgareda
LB: Il titolo del suo libro è un omaggio ai Sillabari. Rappresentano davvero il culmine della sua scrittura, a suo avviso? Esistono dei sentimenti, altrettanto elementari, coi quali andrebbero "aggiornati" i Sillabari oggi, quasi mezzo secolo più tardi?
R: Il titolo del volume non è una invenzione dell'editore o mia, ma una citazione. In almeno due circostanze infatti Goffredo Parise afferma di essersi occupato dei sentimenti elementari della vita umana. E non fa riferimento solo ai Sillabari dove, peraltro, accanto ai sentimenti, ci sono le emozioni, le sensazioni, le passioni, insomma le varie forme del divenire umano. E per questo, forse, i Sillabari sono racconti senza tempo, che commuovono e fanno pensare. Sono brevi, spesso hanno un finale inaspettato che non offre una soluzione, ma solleva dubbi e interrogativi sui rapporti umani. Da questo punto di vista rappresentano una prova eccezionale della scrittura parisiana e non vanno aggiornati perché si rinnovano ogni volta che un lettore li rilegge e prosegue dentro di sé la riflessione, ricordandone qualcuno e non qualche altro, raccontandone qualcuno e non qualche altro.


Prima edizione
LB: Spesso vediamo nei Sillabari il libro della fama e della notorietà, eppure non bisogna dimenticare che Parise fu un autore di successo già da subito. Quello che fa impressione oggi è come ricordiamo i primi titoli (Il ragazzo morto e le comete, La grande vacanza, Il prete bello). Sono davvero titoli fondamentali di un'epoca del nostro paese, naturalmente assieme ad altri titoli di altri autori. Sembra davvero un altro mondo quello. Oggi faticheremmo a citare dieci titoli che rimarranno nell'immaginario (almeno quello letterario o delle persone "che leggono") tra quelli usciti negli ultimi 15 o 20 anni. Non crede che sia cambiato qualcosa in quello che potremmo chiamare, magari volgarmente, la "filiera produttiva" del romanzo? (Non mi riferisco necessariamente all'editoria e non è questa una domanda di editoria soltanto).
R: Non sono d'accordo sul fatto che oggi non potremmo fare un elenco di autori, di romanzieri in particolare, che possano rimanere nell'immaginario. Senza dubbio molte cose sono cambiate, soprattutto nei lettori che si costruiscono un canone individuale, scegliendo testi di scrittori stranieri, italiani, migranti, leggendo opere nella lingua originale, insomma avendo a disposizione molte più opzioni di un tempo. E questa è una fortuna, a mio avviso. Significa che le biblioteche personali sono inclusive, che non esiste più l'idea di un canone unico e indiscutibile. Il problema è piuttosto che i lettori sono ancora troppo pochi, almeno in Italia.


In Vietnam
LB: Da un punto di vista stilistico, uno degli aspetti meno studiati di Goffredo Parise è forse il reportage, genere che tuttavia ha contribuito alla notorietà dello scrittore. Quali aspetti stilistici citerebbe come aspetti fondamentali introdotti dal Parise giornalista di guerra?
R: Trovo che la scelta di intervistare la gente del posto e riferirne le voci sia l'aspetto più interessante della scrittura del Parise reporter perché risponde all'esigenza di evitare i luoghi comuni, gli stereotipi, i pregiudizi che ogni individuo si fa su un popolo altro da sé. E questo riguarda il coraggioso reporter della guerra del Vietnam che unisce al diario, toccante, della sua trasferta presso l'esercito americano, una straordinaria intervista al comandante supremo delle forze americane William Childs Westmoreland che espone il suo punto di vista sul conflitto. E lo stesso metodo si ritrova anche nel reporter che racconta la Cina, il Biafra, il Laos e il Cile.

LB: Una deviazione ora: una riabilitazione o riavvicinamento a Parise potrebbe comportare, quasi come un automatismo, una parallela "riabilitazione" o un tentativo di riproposta dell'opera Giovanni Comisso, che fu a tutti gli effetti un maestro per Parise. A ben vedere però, nonostante il Meridiano, sembra che le cose per Comisso non stiano proprio così...
R: Al proposito conviene forse interrogare gli studiosi di Comisso. Mi permetto solo di dire che gli automatismi non riguardano la critica letteraria.



Il cuore di Giosetta Fioroni
LB: Questa sua ultima puntualizzazione sugli automatismi che non devono riguardare la critica letteraria è molto interessante perché mi sembra densa di conseguenze, a maggior ragione se pensiamo che certi automatismi (o certe associazioni) governano talvolta le mosse della critica, soprattutto ad un livello di "nomi", più o meno consciamente. Ma fermiamoci. Un'ultima domanda: leggere Parise, soprattutto agli albori, assomiglia al perdersi dentro un quadro di Chagall. Per chiudere le vorrei chiedere però di un'opera (quadro, foto, scultura) che per lei ha senso ricordare parlando di Parise. Faccio insomma una "domanda cattiva" anche in chiusura e non vale la "Mademoiselle Pogany" di Constantin Brâncuşi di cui la casa di Ponte di Piave dello scrittore conserva una copia in giardino. Grazie.
R: A dire il vero non c'è cattiveria nella sua domanda. Senza dubbio ricorderei un'opera di Giosetta Fioroni, la compagna di Parise che è una pittrice e un'artista che Goffredo Parise ricorda anche in uno splendido articolo del 1965 sulla Pop-art italiana, raccolto nella silloge Artisti. E sceglierei il cuore rosso rappresentato sulla copertina del primo Sillabario nell'edizione Einaudi del 1972 (foto a lato: smalto rosso con foglie piume e sassi, sempre del 1972, ndr) perché rappresenta in un modo discreto, allusivo, denso, uno dei sentimenti elementari più importanti per un autore che ha analizzato la violenza tra gli individui.

venerdì 17 luglio 2015

Tradurre in italiano Jonathan Franzen, Arthur Bradford, Don DeLillo, Jonathan Galassi e altri. Intervista a Silvia Pareschi

Librobreve intervista #58

Di seguito trovate una nuova intervista a chi di mestiere traduce. Questa è la volta di Silvia Pareschi, un nome sicuramente noto a chi è solito cercare il nome del traduttore sotto il titolo e l'autore di un'opera tradotta. Come lei ricorda, il suo fu un esordio fortunato e col botto: Le correzioni di Jonathan Franzen. Attraverso una sua risposta riusciamo anche a gettare uno sguardo negli Stati Uniti e intravediamo cosa si sta muovendo attorno alle traduzioni di scrittori italiani. La mappatura di quanto si traduce all'estero potrebbe essere un esercizio interessante e nemmeno troppo difficile da portare a termine, visto che i dati sono più o meno noti. Eppure se ne parla sempre poco, mi pare. Certo, sappiamo che Camilleri è tradotto un po' ovunque, ma ci potrebbe interessare sapere se qualcuno sta ripensando a una nuova traduzione integrale da Leopardi o da Primo Levi. Sono alcune delle notizie che apprendiamo leggendo questa intervista che si chiude con una splendida citazione da Cesare Garboli. Buona lettura.


LB: Qual è stato il primo libro che ha tradotto e che anno era? Si ricorda cosa provava all'idea della prima vera traduzione? Era qualcosa di simile a un'emozione oppure no?
R: Il mio è stato un esordio molto fortunato: il primo libro che ho tradotto è stato Le correzioni di Jonathan Franzen. Era il 1999, stavo frequentando una scuola di scrittura creativa e durante un seminario di traduzione venni notata dalla docente, Anna Nadotti la quale fece il mio nome a Marisa Caramella, che all’epoca lavorava come editor all’Einaudi. Ricordo benissimo l’emozione che provai il giorno in cui Marisa mi telefonò e mi disse che voleva “parlare di traduzione”. Fu una cosa del tutto inaspettata, ma anche nel mio totale sbalordimento capii che quel momento avrebbe potuto cambiarmi la vita. Dopo una prova mi venne affidato il mio primo lavoro, Il guardiano del frutteto, di Cormac McCarthy. Avevo cominciato a tradurlo da qualche settimana quando ricevetti un’altra telefonata: era arrivato un nuovo libro che bisognava tradurre subito, The Corrections. Lo tradussi sotto la supervisione di Marisa, e quella fu per me un’esperienza inestimabile. Dopo Le correzioni, pubblicato nel 2001, uscìIl guardiano del frutteto. Poi vennero Dogwalker di Arthur Bradford e Cosmopolis di Don DeLillo. 

LB: E qual è l'ultimo libro tradotto uscito in libreria?
R: La musa, (Guanda), un romanzo sul mondo dell’editoria americana scritto da Jonathan Galassi, il grande editor della casa editrice Farrar Straus & Giroux. Ora sto traducendo l’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, Purity.


LB: Quali sono le situazioni che maggiormente la divertono nel suo lavoro?
R: Incontrare gli autori e discutere con loro. È sempre affascinante dare una voce e un corpo alle persone di cui ho tradotto le parole. In genere ricevo una conferma di ciò che avevo immaginato pensando a loro, e riesco a instaurare buoni rapporti, a volte anche di amicizia, con i “miei” scrittori. 


LB: E le situazioni più pericolose perché la annoiano o magari la sconfortano?
R: Le scadenze troppo strette, che mi costringono a correre e mi fanno perdere gran parte del piacere di lavorare.


Ann Goldstein
LB: Vive oltreoceano, negli Stati Uniti, e le chiedo di invertire per un attimo la visuale linguistica: potrebbe nominare alcuni traduttori che si stanno spendendo bene per tradurre la letteratura italiana contemporanea negli Stati Uniti?
R: Il mio lavoro da freelance per fortuna mi permette di alternare alcuni mesi oltreoceano con altri in Italia, così non rischio di compromettere il mio italiano e nello stesso tempo posso trascorrere lunghi periodi di immersione nella lingua e nella cultura da cui traduco.
Fra i traduttori, anzi, le traduttrici americane che traducono letteratura italiana ricordo Frederika Randall, che ha tradotto Guido Morselli, Luigi Meneghello, Ippolito Nievo e Helena Janeczek; Anne Milano Appel, che ha tradotto Paolo Giordano, Roberto Saviano, Claudio Magris, Goliarda Sapienza; Ann Goldstein, che sta curando l’edizione integrale delle opere di Primo Levi, e che ha tradotto tra gli altri Ferrante, Leopardi e Pasolini.


LB: Tiene un blog molto interessante. Da cosa è nata l'idea di curare questo spazio e di alimentarlo? A cosa le "serve"?
R: L'idea di aprire un blog mi è venuta poco dopo aver cominciato la mia vita da pendolare intercontinentale fra gli Usa e l'Italia. Spesso mi veniva voglia di raccontare le mie osservazioni da "emigrante" in un paese che conosco piuttosto a fondo – sia per letture che per esperienze – e in una città interessante come San Francisco. Così ho pensato di metterle su un blog, aggiungendoci anche altre cose che mi interessano: traduzione, letteratura, musica, viaggi, varie ed eventuali. Mi serve come allenamento alla scrittura, per scrivere qualcosa di mio dopo aver passato tutta la giornata a tradurre parole altrui. 


LB: Suggerisce mai degli autori da tradurre o più spesso sono le case editrici a contattarla per traduzioni di libri già acquistati?
R: No, nel mio caso è sempre la casa editrice che mi contatta per propormi una traduzione.


LB: Magari i sogni non bisognerebbe mai raccontarli, però le chiedo se le va di parlare di un libro che vorrebbe molto tradurre (o anche ritradurre)?
R: Mi piacerebbe ritradurre Ragtime, perché adoro come scrive Doctorow e perché si tratterebbe di una vera e propria sfida, tanto la lingua di quel capolavoro è intrisa delle sonorità e dei ritmi del jazz.


Cesare Garboli
LB: Per finire le chiedo se c'è una frase o un pensiero sulla traduzione letteraria che secondo lei sintetizza la sua visione di questo lavoro assai peculiare. Grazie.
R: Mi piace molto questo brano di Cesare Garboli: “Tradurre è essere attori. Stessa attitudine, stessa condizione dello spirito che porta, istituzionalmente, a recitare, a fare teatro, a respirare carnalmente la vita di un altro. E come avviene nello spettacolo, ci sono i traduttori dilettanti, i professionisti, le compagnie di giro, gli stabili [...]. C'è il traduttore raffinato il volgare, il solista e il generico. E c'è, infine, il traduttore di genio: il grande attore. È l'attore che ha capito che basta, per essere grandi attori, credere ciecamente alle proprie battute, non c'è bisogno d'altro. Un attore porta già in sé, impressa nelle rughe del volto, fra le pieghe di una vocazione mostruosa, tutta la maschera del teatro, ogni tragedia e ogni commedia. Non ha bisogno d'altro. Sa come agire, come lavorare. Sa cosa gli spetta, nel gioco del mondo. Comincia a truccarsi. Può, come è lecito in teatro, fare di tutto. Può giocare, irridere, travestirsi. È solo, è libero. Ed eccolo in scena. Ha scelto, chissà perché di creare, di inventare, fare esistere una cosa che già c'è, già esiste, già è stata scritta. Di farla esistere come è stata scritta, e come mai nessuno aveva pensato che fosse, prima di lui che la recita.”

mercoledì 3 settembre 2014

La critica impossibile. Conversazioni con Cesare Garboli

Di Mario Soldati, dell'amatissimo Molière, di Goffredo Parise e del coraggio espressivo del suo romanzo terminale e turbativo L'odore del sangue, ma anche di Vittorio Sereni o Ennio Flaiano (autore amato e studiato, ma di cui sottolinea gli effetti non sempre positivi dell'ambiente redazionale de "Il Mondo"), del disaccordo con la stimatissima Natalia Ginzburg sulla questione israelo-palestinese e su quello che scrive dopo  la strage delle Olimpiadi di Monaco del 1972 e di molti altri autori e temi possiamo leggere in questo volume che le Edizioni Medusa hanno proposto da poco, quasi in concomitanza con il decennale della morte di uno dei nostri più grandi critici. La critica impossibile. Conversazioni con Cesare Garboli (pp.  96, euro 13, curato da Silvia Lutzoni e arricchito dagli scritti di Massimo Onofri e Marco Vallora) raccoglie una serie preziosa di contributi, conversazioni e soprattutto interviste del critico nato in Versilia, regione in cui tornò dopo una lunga parentesi romana, per dedicarsi principalmente al suo Dom Juan e a Pascoli.

Quante pennellate feroci può contenere un libro del genere! Ad esempio, in uno degli scritti qui raccolti, Garboli punta il dito quasi con naturalezza e normalità, senza sterile livore, su un aspetto del quale raramente prendiamo vera coscienza ovvero che gli intellettuali, presunti maestri di pensiero, quasi mai "pensano con la propria testa". In effetti quello che si registra è così, o perché sono intellettuali asserviti al potere o perché sono troppo legati a certe dinamiche di pensiero consolidate e non fluenti. Sono questi passaggi, calati quasi alla maniera di un inciso innocuo, che trasformano qualsiasi lettura di Garboli in una potente radunata del pensiero e dei pensieri, uno sfrondare l'inessenziale, un diffondersi di profumi d'intuizione che travalicano epoche, autori, periodizzazioni. Penso anche all'intervista in cui riflette sul Romanticismo, partendo da Kant. E non potrebbe essere diversamente. 

Leggendo Garboli torna il dubbio (certezza?) che nel secolo scorso abbiamo avuto dei saggisti straordinari e che troppo spesso releghiamo la forma-saggio a un'arte minore (qui ci gioverebbe ricordare il "semplice" titolo dell'opera più nota di Montaigne). Non dovrebbe essere così, non può essere così, eppure mi pare che il percepito raramente illumini con la giusta luce quel che si muove nei territori della critica. E sicuramente scrisse molto, ma allo stesso tempo ritroviamo quella lucidità di chi sa scrivere anche per l'occasione, non sistematicamente, quella libertà di movimento che pochi pensatori e critici hanno dimostrato, spesso anchilosati a causa di un legame parassitario con un autore, un'opera o un'epoca. Si badi, la conoscenza e lo studio necessitano sempre di una qualche forma di parassitismo che però, se incontrollata, è soggetta al rischio di diventare dilagante e patologica. Garboli spazia e scrive forse soltanto quando serve. In fondo, a ben pensare, tanto di quello che abbiamo tradotto nel Novecento passa per Bobi Bazlen, ma cosa abbiamo di effettivamente scritto e pubblicato di Bazlen? Pochissimo. E in un ambito per me spesso fuori visuale come quello accademico penso a un docente come Adone Brandalise - e non solo perché ho avuto la fortuna di ascoltarlo -, di cui troverete pochissime pubblicazioni ma del quale, proprio in questi ultimi tempi, un gruppo di affezionati studenti sta proponendo le sbobinature delle registrazioni delle lezioni di teoria della letteratura tenute all'università di Padova (le trovate qui, e la sua analisi del Chisciotte è formidabile). Tutto questo si riversa necessariamente sul rapporto che Garboli ha coi libri, con il celebre "corpo a corpo" che con questi intraprende (e ricordato anche in questo volume), su un'avversione marcata alle pieghe prese dall'editoria.

Fu una vita straripante la sua, ossimoricamente dentro i ranghi dell'anarchia, che talvolta ebbe contatti da lui stesso definiti "casuali" con quasi ogni forma espressiva: poesia, narrativa, saggistica storica, la musica del quasi conterraneo Giacomo Puccini, cinema, senza dimenticare naturalmente quel teatro che resta il fuoco centrale, grimaldello privilegiato di conoscenza. A quarant'anni esatti dalla prima del suo Dom Juan di Molière e a dieci dalla morte ci troviamo tra le mani un utile volume per riaprire la porta della sua casa, il capitolo non certo risolto di Garboli e l'Italia, un viatico non trascurabile attraverso la sua pianura proibita.