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venerdì 30 giugno 2017

Lo Specchio Mondadori rilancia con discutibili richiami "vintage" alla propria storia

Covertures #15



Come già saprà chi presta qualche attenzione alle nuove uscite di poesia (uno zoccolo "tenero" di lettori?), la collana di poesia "Lo Specchio" di Mondadori è stata recentemente oggetto, dopo un periodo silenzioso, di un rilancio che ha previsto una nuova gabbia grafica, nuova carta, nuova impaginazione dei testi (nuova rispetto alle ultime impaginazioni della collana). I tre titoli che accompagnano questo rilancio sono
 I canti di Mihyar il damasceno di Adonis, Tutte le poesie (1969-2015) di Milo De Angelis e Ipotesi di felicità di Alberto Pellegatta (titolo che mi ha improvvisamente ricordato il Prove di libertà di Stefano Dal Bianco). Questo breve intervento non discute i contenuti dei tre libri, appartenenti ad autori rilevanti per motivi diversi, bensì il modo in cui questo tentativo di rilancio della collana si pone attraverso scelte che investono i paratesti editoriali e l'impaginazione della collana stessa. Se la grafica delle nuove copertine, per quel che mi riguarda e per quel che vale, ha superato positivamente il test della "prima vista" (sopra avete un teaser, un classico wall delle copertine delle prime uscite), quello che mi ha convinto assai meno è l'operazione tutta chiusa tra nostalgia della heritage (aziendale) e richiami vintage che ha accompagnato l'interno, dai paratesti all'impaginazione tipica della serie più fortunata de Lo Specchio (per capirsi: quell'impaginazione secondo cui una poesia di soli dieci versi poteva presentarne quattro nella pagina di destra e finire con gli altri sei versi nella successiva pagina pari di sinistra, con il titolo staccatissimo dal primo verso). Si tratta di un mood, come direbbe qualche arredatore abbronzato o qualche pubblicitario, senza dubbio ricercato. E il testo che accompagna l'apertura dei volumi e l'operazione-rilancio è tutto incentrato sulle passate glorie della collana di poesia mondadoriana e ricorda persino un frammento testuale che su questa collana compariva all'altezza degli anni Quaranta. Ecco un pezzo del nuovo testo di accompagnamento che si trova all'apertura dei volumi:
Negli anni ’40, sull’aletta de “Lo Specchio”, l’Editore scriveva: «Di qui si irradia il canto della nostra lirica, qui giungono le voci nuove della giovane poesia e si affiancano ai grandi nomi già noti in tutto il mondo continuando la gloriosa tradizione italiana attraverso i secoli e i tempi». 
Tutto questo accade come se, in piena epoca di adorazione del vintagealmeno per i frigoriferi, le auto e altri oggetti di design e consumo, anche la poesia potesse passare di lì per provare a tornare X (X sta per un aggettivo a piacere, ma lascio immaginare quali). 

Orsù, bene, Alfonso Berardinelli forse dovrà rivedere i suoi interventi sulle collane di poesia che chiudono. Berardinelli a parte, no, non mi pare così bene. Questo è quanto, per quel che riguarda la prima impressione. Ma io sono di parte, come del resto chiunque legga questo breve scritto e chiunque prenda in mano i libri di questa rinnovata collana poetica. Ripeto, qui si discute solo del modo di porsi attraverso strategie paratestuali e di impaginazione e non dei libri pubblicati; inoltre si vuole mettere in dubbio l'opportunità di rievocare quella storia editoriale e aziendale. Alla fine, l'impressione che ho avuto sfogliando un esemplare della nuova collana in libreria è uno sconsolato acronimo che usava spesso mio fratello allargando le braccia: NCSP (Non Ci Siamo Proprio). E anche questo è detto, per quel che vale. Non penso sia lontano il momento in cui il libro di poesia sarà solamente uno dei tanti oggetti di design. Ma allora, forse, tornerà a vendere?

sabato 6 settembre 2014

Tradurre Seamus Heaney. Un'intervista con Marco Sonzogni in occasione dell'uscita di "Morte di un naturalista"

Librobreve intervista #46

Morte di un naturalista, il libro con cui il poeta e premio Nobel Seamus Heaney esordì nel 1966, esce in questi giorni per Mondadori all'interno della collana Lo Specchio (pp. 128, euro 17). La traduzione è di Marco Sonzogni, poeta e traduttore che mi risponde da Wellington dove vive e lavora e che per l'occasione ho il piacere di ospitare nuovamente in questo spazio, in veste di intervistato, commentatore e artefice della scelta dei testi che qui proporremo. Parleremo di Heaney e di questo importante esordio, di traduzione, dei rapporti di Heaney con l'Italia. E siamo in grado di offrire ai lettori, per gentile concessione della casa editrice, un paio di testi da questo volume freschissimo di stampa. Oltre all'intervistato ringrazio anche per la proficua e reattiva collaborazione Federico Napoli della casa editrice Mondadori.

LB: Prima ancora che la tua fatica confluisca nel Meridiano di Mondadori con l’opera poetica di Seamus Heaney, il lettore italiano avrà la possibilità di leggere a breve la tua traduzione di "Morte di un naturalista", il libro d'esordio del 1966 del premio Nobel nordirlandese morto lo scorso agosto. Che libro è? Cosa resta di questo esordio nel Seamus Heaney che verrà e in che cosa Heaney si distanzierà decisamente nella scrittura successiva?
R: Morte di un naturalista è un libro – volendo ricorrere a un solo aggettivo – pre-potente. Mi spiego. Segnala l’ingresso nel mondo della poesia di un autore nuovo e già maturo con un libro che è potente in sé e predice e prepara la piena potenza che troverà espressione nelle raccolte successive. Un libro di eclatante (e quasi spaesante) trasparenza: un libro che rivela. In esso, infatti, il poeta si conosce e ci aiuta a conoscerlo. In questo senso ogni poesia è un tassello prezioso con cui cominciare a comporre il puzzle di una figura straordinaria. Morte di un naturalista decreta la nascita di un uomo e di un autore che dal paesaggio (umano, animale, vegetale) della natia campagna nordirlandese ha tratto valori e coordinate esistenziali (sociali, culturali, politiche, religiose) che lo accompagneranno sia dal punto di vista umano che artistico (per questo ho scelto ‘Un avanzamento delle conoscenze’ e ‘Le prime purghe’ come testi rappresentativi). Inizia con questo libro un viaggio che si è prematuramente interrotto un anno fa con una raccolta, uscita postuma, di traduzioni pascoliane: L’ultima passeggiata.  

LB: "C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d'antico: io vivo altrove, e sento / che sono intorno nate le viole." Heaney fu traduttore  di Giovanni Pascoli. In particolar modo ricordiamo la sua versione de "L'aquilone". Che cosa ricerca e cosa trova Heaney nel poeta di San Mauro?
R: Heaney ha trovato in Pascoli un compagno di campagna, se mi passi il gioco di parole – un’affinità umana prima ancora che poetica: un modo di vedere, di comprendere, di sentire le cose – e quindi un compagno di passeggiata. Quel ciclo di madrigali all’interno di Myricae è stato dunque un richiamo naturale e per questo poeticamente produttivo. Paolo Febbraro ed io ci siamo trovati a seguire lo sviluppo di questa raccolta, restando colpiti, appunto, dalla naturalezza con cui Pascoli era diventato Heaney: un incontro, quello tra Pascoli e Heaney, che illustra tutte le dimensioni della traduzione. 

LB: Tradusse anche altri poeti? E, al di là di questo, quali furono i poeti di cui Heaney scriveva spesso o i poeti dei quali magari ti parlava più spesso?
R: Heaney ha letto e tradotto Dante, e l’ombra lunga del sommo poeta avvolge tante poesie di Heaney, dagli anni ’70 fino alla fine. Heaney ha letto anche Leopardi e Montale, che non ha però tradotto – non nel senso letterale di traduzione. Alcune osservazioni, alcuni scarti epifanici per così dire, hanno, infatti, riflessi leopardiani (tanti poeti inglese e irlandesi del resto si sono confrontati in modo più o meno diretto con il poeta di Recanati); e le anguille che troviamo in Heaney sono anche di matrice montaliana, seppur mediate da quel poeta-traduttore tanto particolare quanto influente che è stato Robert Lowell.  

LB: Questa intervista appartiene a una serie che intendo dedicare ai traduttori. Tu vivi da tempo lontano dall'Italia. Che effetto ti fa tradurre e usare l'italiano, oltre che per ragioni quotidiane, per tradurre in poesia poeti che ami? Voglio dire, il fatto che tu viva lontano dall'Italia ha qualche riverbero sul modo in cui traduci e senti la lingua che usi?
R: Non ho mai preso per scontata la mia lingua madre. Quindi anche dopo più di vent’anni lontano dall’Italia, continuo, per così dire, a ri-scoprirla e ri-impararla, soprattutto attraverso la poesia – non solo le voci consacrate dalla tradizione ma anche quelle di oggi. L’esempio di altri traduttori (sono tanti quelli che si sono cimentati con la poesia e la prosa di Heaney) mi ispira e mi incoraggia sempre:  ci sono sempre tante cose da imparare e da migliorare. Ma i momenti più gratificanti sono stati quelli che ho vissuto attraverso la revisione. La generosità e la fiducia di Seamus Heaney, la sua incredibile pazienza e umiltà, mi hanno illuminato e guidato. E così la competenza e l’esperienza di Anna Ravano, che mi ha accompagnato oltre i miei limiti di traduttore. La traduzione richiede in primis umiltà – è, after all, un atto di servizio: tanto al testo originale quanto a chi a quel testo originale non ha accesso. 

LB: C’è un poeta che sogni di tradurre? E un romanziere?
R: Tradurre la poesia Seamus Heaney era un sogno che avevo dal momento in cui lessi una delle sue prime poesie dedicata ai trattori. Delle sue dodici fatiche – “twelve labours”, così Seamus si riferiva alle raccolte di poesia– in italiano mancano solo Wintering Out (1972) e Field Work (1979). Mi piacerebbe tradurre questi due libri. Ma il sogno si è avverato, e non voglio passare per ingordo o ingrato. Chamber Music di Joyce è un libro che mi ha sempre intrigato. E uno di questi giorni cercherò di tradurre gli haiku (Inchicore Haiku) dell’irlandese Michael Hartnett – persona e poeta di grande integrità e talento. Con così tanta poesia non avrei tempo per un romanzo: lasciamo allora la porta aperta a un’altra intervista.

An Advancement of Learning


I took the embankment path
(As always, deferring
The bridge). The river nosed past,
Pliable, oil-skinned, wearing

A transfer of gables and sky.
Hunched over the railing,
Well away from the road now, I
Considered the dirty-keeled swans.

Something slobbered curtly, close,
Smudging the silence: a rat
Slimed out of the water and
My throat sickened so quickly that

I turned down the path in cold sweat
But God, another was nimbling
Up the far bank, tracing its wet
Arcs on the stones. Incredibly then

I established a dreaded
Bridgehead. I turned to stare
With deliberate, thrilled care
At my hitherto snubbed rodent.

He clockworked aimlessly a while,
Stopped, back bunched and glistening,
Ears plastered down on his knobbled skull,
Insidiously listening.

The tapered tail that followed him,
The raindrop eye, the old snout:
One by one I took all in.
He trained on me. I stared him out

Forgetting how I used to panic
When his grey brothers scraped and fed
Behind the hen-coop in our yard,
On ceiling boards above my bed.

This terror, cold, wet-furred, small-clawed,
Retreated up a pipe for sewage.
I stared a minute after him.
Then I walked on and crossed the bridge.


Un avanzamento delle conoscenze


Presi il sentiero lungo l’argine
(come sempre, schivando
il ponte). Il fiume correva annusando,
flessuoso, impermeabile, coperto

da una decalcomania di facciate e di cielo.
Curvo sulla ringhiera,
ormai lontano dalla strada
osservai i cigni dalla chiglia sporca.

Qualcosa sciaguattò, brusco, vicino,
sbavando sul silenzio: un ratto
sgusciò viscido dall’acqua e
la nausea mi salì in gola così di colpo che

ripiegai lungo il sentiero sudando freddo
ma, Dio, un altro svelteggiava
su per l’argine opposto, tracciando i suoi archi
bagnati sui sassi. Incredibilmente allora

stabilii una temuta
testa di ponte. Mi girai a fissare
con meditata, fremente attenzione
il mio roditore fin lì snobbato.

Girò a vuoto su se stesso per un poco,
si fermò, rinsaccato e luccicante,
le orecchie appiattite sul cranio nocchiuto,
insidiosamente in ascolto.

La coda affusolata che lo seguiva,
gli occhi gocce di pioggia, il vecchio muso:
uno alla volta presi atto di tutto.
Mi puntò. Ressi la sfida e la vinsi

dimentico del panico che mi prendeva sempre
quando i suoi grigi fratelli grattavano e mangiavano
dietro al pollaio nel nostro cortile,
sulle assi del soffitto sopra il mio letto.

Quel terrore, freddo, il pelo bagnato, i piccoli artigli,
ripiegò su per un tubo delle fogne.
Stetti a guardarlo un altro istante.
Poi mi rimisi in cammino e attraversai il ponte.


The Early Purges


I was six when I first saw kittens drown.
Dan Taggart pitched them, ‘the scraggy wee shits’,
Into a bucket; a frail metal sound,

Soft paws scraping like mad. But their tiny din
Was soon soused. They were slung on the snout
Of the pump and the water pumped in.

‘Sure isn’t it better for them now?’ Dan said.
Like wet gloves they bobbed and shone till he sluiced
Them out on the dunghill, glossy and dead.

Suddenly frightened, for days I sadly hung
Round the yard, watching the three sogged remains
Turn mealy and crisp as old summer dung

Until I forgot them. But the fear came back
When Dan trapped big rats, snared rabbits, shot crows
Or, with a sickening tug, pulled old hens’ necks.

Still, living displaces false sentiments
And now, when shrill pups are prodded to drown,
I just shrug, ‘Bloody pups’. It makes sense:

‘Prevention of cruelty’ talk cuts ice in town
Where they consider death unnatural,
But on well-run farms pests have to be kept down.


Le prime purghe


Avevo sei anni la prima volta che vidi affogare dei gattini.
Dan Taggart li lanciò, “stronzetti tutt’ossa”,
dentro un secchio; un fragile suono metallico,

soffici zampe che graffiavano all’impazzata. Ma il loro minuscolo chiasso
fu presto affogato. Li appese al muso
della pompa e pompò l’acqua.

«È meglio così per loro, no?» disse.
Come guanti bagnati sobbalzarono lucenti finché lui li rovesciò,
acqua e tutto, sul letamaio, lustri e morti.

Di colpo impaurito, per giorni gironzolai triste
nel cortile, osservando i tre resti mollicci
diventare farinosi e croccanti come vecchio letame estivo

finché me li dimenticai. Ma la paura ritornava
quando Dan catturava grossi ratti, acchiappava conigli, sparava ai corvi
o, con uno strattone nauseante, tirava il collo alle galline vecchie.

Comunque, vivere rimuove i sentimentalismi
e adesso, quando striduli cuccioli sono spinti sott’acqua,
alzo solo le spalle, “Maledetti cuccioli”. Ha senso:

“Protezione degli animali” sono parole che fanno presa in città
dove la morte è ritenuta innaturale,
ma nelle fattorie ben gestite i parassiti vanno contenuti.


Per gentile concessione di:
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano

Tratto da “Morte di un naturalista” di Seamus Heaney – traduzione di Marco Sonzogni
© 2014 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
© Seamus Heaney, 1966, 1991

giovedì 19 giugno 2014

da "Le poverazze" di Marino Moretti

Una poesia da #39

Qualche giorno fa ho visitato la casa di Marino Moretti a Cesenatico con alcuni amici che scrivono, in occasione di una lettura. Durante la visita, guidati da Manuela Ricci, da anni alla guida della Casa fondazione intitolata allo scrittore, ragionavamo su come Moretti fosse oramai uscito dal "canone", compreso quello scolastico. Se non fosse per i versi sulla pioggia del famoso mercoledì a Cesena, davvero non si ricorderebbe più nessuno di lui. Il fatto che sia uscito un Meridiano e che per decenni del Novecento sia stato autore di punta della Mondadori non significa davvero nulla. Anzi. Talvolta i Meridiani sono - loro malgrado ovviamente - delle pietre tombali sulla memoria e sulla fruizione di un autore, soprattutto se rappresentano il solo libro che di un dato autore è dato disporre in commercio. Sono molti gli scrittori che stanno uscendo da una sorta di canone. Corrado Govoni è un altro, e lo ricordava anche Francesco Targhetta non molto tempo fa. Si parlava persino dell'uscita del Carducci, dato che potrebbe mettere in allarme qualcuno. Magari tra non molto non si studierà D'Annunzio. Sono cose che danno da pensare, anche perché, per converso, non pare che questo allegerimento del canone faccia spazio a nuovi nomi. "Canone" è una brutta parola, perché rimanda a quel principio di auctoritas e ipse dixit che non fa sempre bene alla scrittura e alla lettura. Tuttavia, anche se mi sta antipatica, capisco che talvolta è necessario richiamarla. Io comprendo le ragioni per cui - per fortuna - Giacomo Leopardi farà molta più fatica a uscire da una sorta di canone, e queste riguardano le vette (abissi?) di pensiero e forma raggiunte dallo scrittore recanatese. E posso anche capire che non in ogni scrittore è facilmente ravvisabile quell'intramontabilità che giustamente si accorda a Leopardi, a Dante o, per ragioni linguistiche, a Pietro Bembo. Tuttavia credo che chi scrive in primis debba farsi carico di leggere e dire perché certi autori debbano resistere dentro una sorta di canone. Ad esempio, parlando di Carducci, non possiamo smarrire del tutto quello che l'orecchio vive nella lettura e nell'ascolto della poesia carducciana. A dimenticarlo del tutto non facciamo necessariamente questo grande affare. E se proprio non troviamo più temi forti e magnetici in Carducci, troviamoci almeno quell'imprescinbilità fonica e metrica che va preservata. Poi, dal salvataggio di questa metrica, forse un giorno passeranno altre forme di recupero e salvataggio. La memoria di un poeta non può essere legata solo ai temi che ha trattato, alle formulette che si usano per parlarne. Deve per forza passare per i reticoli sonori che questo poeta ha saputo creare, attraverso le perforazioni e le percussioni foniche che ha impresso. In sostanza, quello che vorrei dire senza ambagi, è che oggi può esistere una nuova forma di canone che, dimentico dell'accademia ma non della scuola, può provare a emergere dal basso, dalla semplice lettura e rimagliatura di una rete di letture. Può provare, e non è detto che ci riesca o ci riesca sempre. Ma c'è questa eventualità. Anche gli sconvolgimenti dell'editoria non è detto che siano tutto un male, in questo panorama. E non è detto che il recupero di Moretti, come quello di Comisso o quello (forse un po' meno necessario perché mai del tutto uscito da un canone) di Palazzeschi debba per forza transitare soltanto per una rilettura omosessuale della loro opera. Non è tempo perso chiedersi cosa significhi essere gay o, peggio ancora, come si diventi gay? Non è forse più urgente interrogarsi su cosa siano siano le sessualità e su come si vivano e su come si vivessero un tempo e su come si vivranno domani?


Complice l'attesa di questa visita, ero andato a leggermi Le poverazze, la raccolta del 1973 che con altri libri pubblicati tra la fine degli anni Sessanta e il primo lustro dei Settanta segnava un ritorno alla poesia per Moretti, dopo un silenzio davvero lungo e forse unico tra i poeti italiani del Novecento. Una rapida scorsa alle date delle uscite dei suoi libri di poesia metterà infatti in risalto una pausa di pubblicazioni davvero straordinaria e una ripresa di scrittura poetica in vecchiaia che appare davvero fervida e febbrile. Affrontando questo "terzo tempo" o "tempo supplementare" della scrittura morettiana, viene la voglia di incrociare questi testi con un dato importante, rilevabile in una lettera indirizzata ad Antonio Baldini nel 1950, in cui il poeta di Cesenatico scrive: "La verità è che io non ero un poeta, ma un narratore". E considerazioni divise tra poesia e prosa non mancano proprio ne Le poverazze. La "poverazza" del titolo è una di quelle parole del linguaggio ittico che in Italia ha molte varianti. Curiosa un'occhiata al dizionario Treccani: "poveràccia (o peveràccia) s. f. [der. di pevere «pepe» raccostato paretimologicamente a povero] (pl. -ce). – Nome region. (diffuso, con parecchie varianti: poverazza, peverazza, povarazza, pevarazza, pavarazza, porrazza, porazza, ecc., nel Veneto, nelle Marche e negli Abruzzi) di varî molluschi lamellibranchi della famiglia veneridi". Il termine è davvero ricorrente nelle poesie, soprattutto in quelle del "Terzo quaderno" e "Quarto quaderno", le ultime e a mio avviso più belle sezioni di questa raccolta. I toni epigrammatici e parnassiani della sua ultima stazione poetica sono menzionati anche nel risvolto del volume che vedete illustrato dalla copertina qui sopra, dove un poeta come Dario Bellezza ricorda che "la testimonianza della morte è veramente violenta, e Moretti vi approda con tutta una sua serenità, una grazia di stile ch'egli vorrebbe, ed è, anche tolstoiana".



DOVE, DOVE

                                                                      18 luglio 1971

«Oggi è il giorno che sai, di compleanno.
È come se noi due fossimo nudi
senza peso di scarpe e di vestito.
Uomini non s'è più,
e non più l'uomo vestito o svestito
o ignudo fra gli ignudi.
Non sono io, non sei tu,
siamo e non siamo con o senza udito,
con ire o con virtù,
in attesa d'un tale che alzi un dito,
con sesso o senza sesso,
ermafroditi di marmo o di gesso...
Non son io, non sei tu,
né mortale-immortale,
e neppur più fratelli, né tribù.»
«Siamo, se ho ben capito...»
«Siamo tutti al Giudizio Universale.»

domenica 1 giugno 2014

da "L'osso, l'anima" di Bartolo Cattafi

Una poesia da #38

 


Bartolo Cattafi (1922 - 1979) era e ancora rimane per me un poeta assai poco approfondito. Credo sia necessario ammettere serenamente le proprie lacune anche quando si prova a seguire "abbastanza" di quello che avviene in poesia. Poi è vero che potrebbero emergere sempre tanti interrogativi, anche inquietanti, quali ad esempio: abbiamo letto bene Dante? Siamo sicuri che non sia il caso di rileggere Giuseppe Parini o Giuseppe Giochino Belli prima di avventurarsi con tanti contemporanei? E cosa abbiamo riletto, visto che la rilettura non è soltanto un "leggere di nuovo" ma un ripercorrere delle pagine mentre nel frattempo in noi è passata altra vita, altri luoghi, altri ritmi? Quanti poeti abbiamo riletto? Insomma, per farla breve, e senza tante paranoie, volevo semplicemente dire che io Bartolo Cattafi non l'avevo mai letto in un libro intero prima d'ora, solo qualche testo riportato in antologia. Poi si parla, ci si fida di quel che legge e consiglia un'altra persona e allora si inizia ad avvicinare un poeta. Partendo da un libro, da un titolo. E partendo anche da quel che si trova, visto che con Cattafi, editorialmente parlando, non siamo messi proprio bene. Leggendo L'osso, l'anima, di cui quest'anno ricorrono i cinquant'anni della pubblicazione avvenuta nel 1964, ho trovato dei testi che non mi capacito di come siano scomparsi dalla circolazione editoriale normale, compreso l'Oscar di Mondadori del 2001 curato da Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni. Libro che per l'oggi avrebbe dell'incredibile (oltre 300 pagine l'edizione mondadoriana de Lo Specchio da me letta, costava 1800 lire), L'osso, l'anima è un volume dove troverete come minimo una dozzina di testi memorabili. In un suo contributo su Cattafi, ora ripreso anche in La fisica del senso di Andrea Cortellessa, Luigi Baldacci, grande sostenitore cattafiano e critico di cui personalmente sento una feroce mancanza (penso ad esempio alle sue Trasferte e a Novecento passato remoto, letture e aperture di sguardi mai dimenticati di tanti anni fa), scrisse che "l'uomo si muove in uno spazio geometrico, scandito [...]: sente se stesso come qualcosa di prismatico, di cristallino, o tale è l'aria che gli vibra intorno; ama gli oggetti meccanici, dai profili perentori e taglienti; il suo occhio è tutto aderente alle superfici metalliche e lucide; non c'è più posto per i campi lunghi". La poesia che più mi ha colpito in questo libro è quella che ho scelto e riporto qui sotto e, per stavolta, è davvero una soltanto.




A NOI DUE



Come di colpo s'è ristretto il mondo

che sapore salato di metallo
stretto in bocca
e guardi il sole
a che punto del giro
da che parte
vorrai averlo alle spalle
tenterai
di tenermelo negli occhi
dove la prima botta
spazio alle spalle per saltare indietro
veniamo al dunque
a noi due
a bordo non è rimasto più nessuno
qui comincia e finisce il nostro mondo:
i nostri corpi
i noti sentimenti
le armi in dotazione
primo sangue secondo terzo quarto
i mille modi di mettere assieme
carne metallo anima unghie denti.

giovedì 24 aprile 2014

da "Proclama sul fascino" di Dario Bellezza

Una poesia da #36


Per qualche motivo Proclama sul fascino di Dario Bellezza (Mondadori, pp. 64, attualmente non disponibile) è un libro che non è mai andato in libreria. Intendo nella mia libreria. Da quasi vent'anni infatti è nel cassetto dei comodini, e non perché lo riprenda continuamente in mano. E allora tanto vale riprenderlo in mano con la scusa di Librobreve, magari per capire perché non mi decido mai a spostarlo sulla libreria. Il poeta romano, morto nel 1996 a 52 anni, dopo 9 anni di malattia, era stato legato a Pasolini, a Sandro Penna (e come si sente forte la lezione di Penna in questo libro), a Elsa Morante e Amelia Rosselli, con la quale aveva vissuto (la Rosselli morì a febbraio, Bellezza a marzo, entrambi sono sepolti nel cimitero acattolico di Roma, non lontani). Il traduttore di tutto Rimbaud per Garzanti, di Bataille (come Zanzotto, e se al trevigiano toccò Le Littérature et le Mal a lui toccò Histoire de l'œil), l'artefice della ripresa di Anna Maria Ortese grazie a una proficua collaborazione con la casa editrice catanese Pellicanolibri (un'esperienza editoriale di cui sarebbe bene riparlare), lascia in questo libro di pochissimo postumo, stampato nell'aprile 1996, quella poesia che andava sicuramente amata di più mentre era in vita.

La prima poesia qui sotto fu quella che mi colpì di più nel 1996 e che ricordo di aver imparato a memoria (non è lunga). La seconda è una di quelle che ora, a distanza di molti anni, non mi fa più  spostare questo libro azzurro e marrone dal comodino. Non è un libro voluminoso, è breve. Per chi vuole approfondire, e vista anche la non reperibilità, segnalo questo post ospitato nel sito "Poetarum Silva", di cui noto solo ora, mentre inserisco il link, la data assai recente. Non avevo letto questo ricco contributo a cura di Alessandra Trevisan quando ho deciso di dedicare queste righe a Proclama sul fascino e a Dario Bellezza e rimango un po' colpito da questa comunanza di intenti. A questa mia breve riproposizione ci sono arrivato per altre vie. Comunque a volte è meglio abbondare, anche a distanza di breve tempo, anziché dimenticare quasi del tutto, per tempi inspiegabilmente troppo lunghi.


Sei Dio forse
solo perché t'ho amato
e ora inguaribile
ritorno a te
bestemmia, insulto
emblema casto del Passato.
 

-

Il freddo e il caldo:
dove sono le differenze?
o del mare di Sicilia
dov'è il suo contrario
o il mio soma già vecchio
oltre le età ancora
da attraversare?

Dove tutto insonne
va verso la sua fine
se la fine è immota
non vuole movimento
né lo pretende.

giovedì 13 marzo 2014

da "Per amore" di Robert Creeley

Una poesia da #33

Robert Creeley (1926-2005)
Il suo nome si lega saldamente alla Black Mountain School e ai Black Mountain Poets. Robert Creeley, del resto, ne fu tra i più importanti esponenti, tanto che una cospicua antologia dei suoi testi, For Love (1962), apparve anche nella nostra lingua nel 1971, all'interno della collana Lo Specchio di Mondadori con il titolo Per Amore (traduzione di Perla Cacciaguerra, introduzione di Agostino Lombardo). Creeley, che fu scrittore di tante cose e pubblicò davvero un sacco di poesia, nacque ad Arlington in Massachusetts nel 1926. A diciott'anni guidava ambulanze in India e Birmania per l'American Field Service. Tornato in patria, passa per il New Hampshire, e poi si trasferisce in Europa, nel Sud francese e finisce a scrivere a Majorca. Ritornato negli USA continua a spostarsi e dare vita a una carriera proteiforme. La scuola dei Black Mountain Poets, legata all'omonimo college della zona montana della North Carolina e alla rivista "Black Mountain Review", fa spesso riferimento al suo nome, anche se in realtà ebbe in Charles Olson, a lungo fervido corrispondente di Creeley, il principale organizzatore (Olson scrisse nel 1950 il saggio di riferimento Projective Verse). Interrogarsi su queste pubblicazioni che qui riprendiamo, su Creeley e su queste tante scuole della poesia americana del Novecento è un modo per chiederci a che punto sta la nostra conoscenza di questa poesia. Non granché, mi pare. Ed è forse strano. In fondo, se togliamo Pound, Stevens, Carlos Williams, il grande fuoco della Beat Generation, Eliot (perché lo consideriamo più poeta inglese), Lowell e la Plath troviamo che tanti nomi della poesia americana restano quasi preclusi al lettore odierno: da Sandburg, Moore e Doolittle a tutta la poesia oggettivista della quale citare almeno Reznikoff, Rakosi, Zukofsky, Oppen e Lorine Niedecker, da Robert Duncan a tantissimi altri che dimentico: insomma, nonostante il Novecento sia stato un secolo di grande importazione americana e delle varie cross-fertilizations che quell'arte portò (il solo Black Mountain College lanciò artisti in tutti i campi), forse, anche a causa di alti dazi da pagare, la poesia americana del secolo scorso è giunta col contagocce fino a qui. Qualcosa sta cambiando o potrebbe cambiare. Pensiamo anche ad Elizabeth Bishop che inizia a essere proposta con frequenza. La cosa strana è che i "gruppi", che pure ci sono stati negli USA e che piacciono così tanto a noi (pensiamo soltanto a cosa non è uscito per il cinquantennale del Gruppo 63 l'anno scorso) fanno fatica a passare, magari con delle buone operazioni antologiche. Passano di più i singoli poeti. Che sia giusto così? Passati i gruppi, con i quali anche la letteratura prova a diventare brand, marchio di fabbrica, restano gli uomini e i poeti, i loro testi. Non il marchio di fabbrica del gruppo bensì la griffe del singolo? 













 
L'INSEGNA

Più quieta è la gente
più lento trascorre il tempo

finché esiste un uomo solitario
seduto nella figura del silenzio.

Poi grida a lui
Vieni qua idiota sta per spegnersi.

Un volto che non è un volto
ma i lineamenti, di un volto, impressi

sopra un volto finché il volto
è senza volto, risposte

di un essere inesistente
dove prima c'era un uomo.




THE SIGN BOARD


The quieter the people are
the slower the time passes

until there is a solitary man
sitting in the figure of silence.

Then scream at him,
come here you idiot it's going to go off.

A face that is no face
but the features, of a face, pasted

on a face until that face
is faceless, answers by

a being nothing there
where there was a man.


(Traduzione di Perla Cacciaguerra)

giovedì 30 gennaio 2014

da "Strade strade" di Peter Huchel (e in controluce qualche disaccordo tra Fortini e Sereni)

Una poesia da #29

Libro scomparso dalla circolazione, Strade strade (Chausseen, Chausseen del 1963) del poeta tedesco Peter Huchel (Berlino 1903 - Staufen 1981) uscì nella collana Lo Specchio di Mondadori nel 1970 per la cura di Ruth Leiser e Franco Fortini. Erano gli anni in cui Huchel si apprestava ad abbandonare la DDR, anche se, da quasi un decennio, era già defilato assieme a buona parte del suo impegno (ricordiamo, tra l'altro, la direzione dell'importante rivista "Sinn und Form"). La poesia che ho scelto non è tra quelle predilette da Fortini, che nella sua introduzione la inserisce in un gruppo di testi di "sinistro turismo militare" (cinque sono gli anni di guerra di Huchel, più un sesto di prigionia in Russia), di "immobilità magica" che a noi italiani fa sempre tornare alla mente tanta poesia degli anni Trenta del Novecento. Certe ibernazioni dello sguardo, cifra di una poesia che Fortini forse sente già passata, sono in effetti evidenti nel componimento che ho scelto. 

La lettura di quella prefazione di Fortini ci lascia tuttavia una sensazione strana: il suo discorso sembra farsi freddo e distaccato, forse imbarazzato, a tratti quasi supponente. Sicuramente schietto quando cassa senza esitazioni le poesie di Huchel che presentano un più diretto riferimento all'attualità. Solo nel finale Fortini si lascia andare un po', parlando delle composizioni più riuscite del libro. In realtà, a ben scavare, si può leggere in filigrana, ora come allora, un certo disaccordo tra la posizione di Fortini, il quale forse avverte già come "invecchiata" questa poesia, e la posizione d'altro segno di Vittorio Sereni, che dalla sua posizione di direttore editoriale fu il vero artefice di quest'edizione italiana delle poesie di Huchel (vedi anche L'invenzione del futuro. Breve storia letteraria della DDR a cura di Michele Sisto e pubblicato da Scheiwiller). Parlando del lavoro di traduzione, svolto assieme a Ruth Leiser, Fortini scrive infatti di un'impressione che "la poesia italiana, una parte di essa almeno, ai suoi anni giovanili, poco prima della Seconda Guerra, avesse già elaborati i nessi verbali, i colori per questo autore." Queste divergenze in controluce, lungi dall'essere ormai acqua passata, sono significative per scorgere il turbinio di due delle migliori menti della poesia di allora, a maggior ragione se siamo tutti più o meno persuasi che la scelta della poesia che si traduce e pubblica dica molto, quasi di più della poesia che si scrive e stampa in una data lingua. E anche questi dialoghi a distanza tra Fortini e Sereni echeggiano in tutto il loro immutato interesse 44 anni dopo, quando ne sentiamo forse più che mai la mancanza, l'autenticità, quella sorta di giusta rabbia.

VERONA

Cadde fra noi la pioggia della dimenticanza.
Nella fonte tramontano le monete.
Sul muro il gatto
ruota il capo nel silenzio.
Non ci riconosce più.
La luce fioca dell'amore
cala sulle sue pupille.

I congegni nella torre si scuotono
e batte troppo tardi l'ora.
La terra non ci fa dono
di tempo oltre la morte.
Cucite dentro il panno della notte
affondano le voci
irreperibili.

Dal davanzale volano due colombe.
Il ponte vigila il giuramento.
Questa pietra
nell'acqua dell'Adige vive
grande nel suo silenzio.
E nel centro delle cose
il lutto.


VERONA

Zwischen uns fiel der Regen des Vergessens.
Im Brunnen verdämmern die Münzen.
Auf der Mauer die Katze,
Sie dreht ihr Haupt ins Schweigen,
Erkennt uns nicht mehr.
Das schwache Licht der Liebe
Sinkt auf ihre Augensterne.

Es rasselt das Räderwerk im Turm
Und schlägt zu spät die Stunde an.
Die Erde schenkt uns keine Zeit
Über den Tod hinaus.
Ins Gewebe der Nacht genäht
Versinken die Stimmen
Unauffindbar.

Zwei Tauben fliegen vom Fenstersims.
Die Brücke behütet den Schwur.
Dieser Stein,
Im Wasser der Etsch,
Lebt groß in seiner Stille.
Und in der Mitte der Dinge
Die Trauer.

martedì 17 settembre 2013

Quelle copertine dello Specchio Mondadori così vicine a quelle di Faber and Faber

©overtures #2. Il pretesto per divagare tra copertine, grafica editoriale e storie di libri

Chi fa letture di poesia in Italia aveva un tempo più di qualche collana come riferimento. Per quel che concerne gli editori "maggiori", c'erano e ci sono ancora la "Bianca" di Einaudi (esempio qui accanto; curioso che il vero nome della collana non sia "Bianca") e Lo Specchio di Mondadori. Detto questo, non dimentichiamo Guanda e altri importanti editori di poesia come Garzanti, Scheiwiller o Crocetti. Ma i due "fari" erano bene o male quelli. Ora non importa se molti, moltissimi libri anche importanti sono usciti al di fuori di queste collane. La situazione è  mutata, queste collane hanno perso forse buona parte della loro funzione d'orientamento; viene da interrogarsi oggi sul peso e la capacità del web nell'orientare certi gusti, certe chiacchiere. In realtà è cambiata l'editoria e forse ha sintetizzato bene Giulio Mozzi scrivendo che nella corsa degli editori ai profitti facili e veloci sta - sembra paradossale ma così non è - una delle principali cause delle difficoltà strutturali ed economiche in cui versa l'intero settore (chiedo scusa se non ritrovo la fonte, ma credo comunque stia tutto nel suo blog Vibrisse). Certo, l'inerzia è grande e queste due collane fungono ancora da contenitori di autori e titoli importanti. Resistono in un panorama dove i grandi editori stanno abbandonando la poesia. Ma fortunatamente o sfortunatamente il loro ipse dixit vale meno. 

La storia grafica delle due collane è segnata da una sostanziale continuità nel caso di Einaudi e da una certa mobilità nelle vicende de Lo specchio Mondadori. Se per Einaudi la poesia in copertina ha tenuto banco, nel bianco, in tutti questi anni, nel caso di Mondadori si sono registrate delle oscillazioni. Fino a due anni fa Lo Specchio prevedeva una copertina dove l'immagine giocava un ruolo preponderante. Quell'esperimento durò un decennio circa. Mi pare fosse stato inaugurato dalle Sovrimpressioni di Andrea Zanzotto e si sia concluso - coincidenza vuole - con un libro di uno studioso di lunga data di Zanzotto, Gian Mario Villalta e il suo Vanità della mente (con una bellissima opera del pittore Claudio Guerra in copertina). Poi, con Catena umana di Heaney, Lo Specchio è virato e ritornato ad una sostanziale pulizia, come alle origini. (All'insegna della pulizia, lo Specchio di tanti anni fa prevedeva internamente la pubblicazione di una poesia, fosse anche di soli 10 versi, in due pagine, con un grande spazio bianco tra il titolo e il primo verso e con l'obbligo di voltare pagina anche per una manciata di versi: avete presente? Era curiosa quella scelta tipografica.) Da un punto di vista produttivo, non dover ricorrere ad un'immagine di copertina è un risparmio e una velocizzazione non da poco (il nuovo format prevede soltanto una foto in bianco e nero dell'autore in quarta di copertina). Credo sia anche a questa ragione che possiamo ascrivere un buon ritorno della grafica di copertina puramente "tipografica", senza ricorso alle immagini. Ottimi esempi sono le collane "incipit" e "i grandi pensatori" di Bollati Boringhieri, mentre in questo post illustravo il caso delle copertine "tipografiche" di Penguin. Non si pagano diritti per utilizzare foto particolari e non si diventa matti a cercare un'immagine adeguata che accontenti tutti. Si paga l'ideatore di un progetto grafico una tantum e si spera che i grafici, strada facendo, non tradiscano quel progetto grafico quando impagineranno i futuri volumi della collana (ad esempio con leggerezze di interlinea, di allineamento o di dimensione del carattere, distrazioni che fanno trasalire gli ideatori del progetto grafico complessivo: di questo tipo di coccoloni mi è capitato di parlare con la bravissima Annalisa Gatto di Studiofluo, autrice proprio del progetto grafico della collana "incipit"). L'ultima "gabbia" grafica del Lo Specchio assomiglia forse un po' troppo però a quella dei libri di poesia di Faber and Faber. Lo si vede abbastanza bene con il confronto dei recenti libri di Matthew Francis e di  Maurizio Cucchi, rispettivamente intitolati Muscovy e Malaspina. Anche la scelta del carattere tipografico, determinante con una simile impostazione, mi pare molto vicina.


Sotto, partendo da alcuni autori, ho costruito una piccola cronistoria grafica de Lo Specchio. Voi in quale specchio vi specchiereste? A riguardarle, trovo interessante la soluzione centrale, con il grande quadrato e il nome (anzi, il cognome) cubitale in alto e poi ripetuto per esteso più in basso, vicino al titolo: apogeo dell'epoca dei poeti-brand?

Ho divagato troppo. Parlare di copertine mi porta a questo. Non a caso ho intitolato questo spazio "©overtures #2. Il pretesto per divagare...". Sulla scia di questo, approfitto almeno per dare una notizia e collegarmi alle uscite de Lo Specchio. In questi giorni esce il nuovo libro di Mario Benedetti. S'intitola Tersa morte. Un bel giallo è stato scelto per la copertina, prima volta - mi pare - da quando c'è la nuova "gestione grafica" (il giallo puro era stato scelto per il postumo Yellow di Antonio Porta, ma nella precedente veste grafica). Del libro ha già scritto efficacemente Tommaso Di Dio qui, in un contributo intitolato Il teatro degli spettri; nell'anticipazione potete leggere pure qualche testo in anteprima. Per chi ha amato Umana gloria e Pitture nere su carta si tratta di un libro sicuramente atteso. L'autore lo presenterà domenica 22 settembre, in due diversi momenti, a Pordenonelegge.

Il tram a Milano in viale Monte Nero,
eri seduta a guardarlo come guardavi i treni.
Con la bicicletta senza i freni,
dopo il passo di Monte Croce
per andare a Attimis, a Forame,
è stata una fortuna non cadere, sfracellarsi.
Sapevo che c’eri, che eri vicino a guardare
mentre io pensavo, e ti trattenevo.
Come una foglia tra le foglie
eri sulla panchina. C’erano alberi e alberi,
e il tuo viso, il vestito del solito blu.
Madre, persona morta
in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.


Nella grotta del bosco Làndri


La frana di braci si alza sulle foglie di acero
e in basso la grappa con il tabacco da fiuto,
i cartocci delle pannocchie per le sporte da fare:
notte fatta di attimi, pareti che si scuotono,
pensieri che si divincolano e si addormentano.
E torna la domanda. Non saprai di essere morto,
non sarai, quel nulla che nella vita diciamo
non sarai, non ci sarai più, non saprai di te.
Perfetta assenza. Non distrarti, non eludere
la pura inconcepibile assenza, non distrarti.

(da Tersa morte di Mario Benedetti, Mondadori, 2013, in uscita in questi giorni)

mercoledì 24 aprile 2013

Stefano Dal Bianco fa e ha le "Prove di libertà"

Esiste una parola più facile e, al contempo, più erta di "libertà"? Se guardo alla mia vita, ho sempre provato un certo ritegno nel pronunciarla o scriverla, assieme agli aggettivi che presuppone o dai quali è presupposta. Poi ci si è messa anche la politica degli ultimi decenni, coi suoi plurali di libertà (per fortuna la parola non muta, al plurale!), e allora le sue quotazioni dentro la mia borsa sono crollate. Tuttavia ho sempre pensato che fosse un problema soltanto mio (o al massimo anche della politica), e che con questa parola siamo tutti prima o poi tenuti a fare i conti, attraverso percorsi unici. E la resa dei conti con questa parola ingombrante, ma che sta tutta nelle nostre mani, può essere innescata senza tanti preavvisi. Pensavo anche a questo leggendo Prove di libertà (Mondadori, Lo Specchio, euro 18), ultimo - anche se non recentissimo - libro di Stefano Dal Bianco. Raduno qui oggi le impressioni trascritte a singhiozzo negli ultimi tre mesi e parto dicendo che a diversi anni da Ritorno a Planaval avevo banalmente voglia di rileggerlo, così come i tanti che amarono quel libro del 2001. La nota conclusiva del libro recita laconicamente: “Questo libro è stato scritto fra il 2001 e il 2011”. Un punto da cui partire, almeno sul fronte della ricezione, sta proprio qui. Pochi libri hanno avuto un impatto significativo sui lettori come Ritorno a Planaval e credo di poter affermare con serenità che pochi libri di poesia fossero così attesi come questo nuovo che giunge con tutte le difficoltà del caso: un buon successo di pubblico e critica del primo, un periodo insolitamente lungo a separare i due libri (ma Dal Bianco è poeta "paziente" e tornerò su questo). I pareri che ho già riscontrato in giro sono assai mutevoli e, almeno per quel che ho sentito, generalmente abbastanza tiepidi. Non è mia intenzione (e capacità) riscaldare l'accoglienza di questo libro, ne scrivo appositamente a distanza di mesi dall'uscita, ma proverò a dire perché questo sia un libro bello e altrettanto – se non più – convincente del precedente. Dal Bianco ha avuto coraggio (si può dare una poesia senza coraggio?) e dopo undici anni non ha fatto come quei gruppi rock che trovano la formula del disco che piace e la ripetono per almeno un paio di album. Dentro l'accumulo da cui la poesia nasce e si trasforma - e che a sua volta trasforma in vera esperienza - si colloca pienamente anche questo libro, che appare lontano da Planaval (non potrebbe essere diversamente) e che per questo motivo farà forse fatica a bissarne il successo di pubblico e di critica.

Il lettore che avvicina per la prima volta la poesia di Dal Bianco e che magari si interessi della sua attività di critico (non meno interessante, anche quando, come in Tradire per amore, si perde e si ritrova nelle analisi metriche del primo Zanzotto), può rimanere quasi sbigottito dal rapportare questi passi semplici della sua scrittura con la poesia all'apparenza ostile di Andrea Zanzotto. Sarebbe stupido leggere un poeta come Dal Bianco pensando solo al critico di Zanzotto, autore così sideralmente lontano dalla poesia che affiora in Prove di libertà o Ritorno a Planaval eppure vero faro, stella polare, pure del Dal Bianco poeta di questi anni. (E comunque, sia detto per inciso, non c'è critico migliore, o semplicemente più utile, per avvicinare la poesia di Zanzotto, anche in vista di future generazioni di lettori di Zanzotto e affermo questo a partire dal lungo saggio introduttivo che Dal Bianco ha scritto per il recente Oscar Mondadori con tutte le poesie del poeta trevigiano.) Questi ragionamenti non servono tanto a ripararsi da possibili fraintendimenti, e di Zanzotto e di Dal Bianco, ma  a mostrare al lettore che lo vorrà capire come si possa oggi attraversare gli spazi semplici, elementari, della poesia di Zanzotto, per approdare a poesie proprie, che dicano della vita e della libertà, provata e dimostrata, esperimento-impegno da un lato e testimonianza-dimostrazione di verità dall'altro, sfaccettature di libertà tenute assieme da “prove”, prima parola del titolo del libro. Ecco perché sostengo che Dal Bianco in questo libro fa e ha, simultaneamente, le prove di libertà, in quello sforzo che sottende il passare in mezzo, dalle "anime costrette" della nostra vita alla "somma libertà del tutto".

Parlavo di mani, e allora proseguo in scia “digitale”, cercando l'indice del libro. Balza all'occhio e al nervo acustico la strutturazione di questo in sette sezioni, come le note musicali chiamate a cappello di ogni regione di questo libro. Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si, quasi come in un celebre mottetto di Montale. “Do” e “fa”, verbi, “re” (sezione dedicata al figlio) e “sol”, sostantivi, “mi” e “si” come particelle pronominali (anche se l'intera sezione Si, con l'aggiunta di un accento, potrebbe esser ascoltata come un'affermazione secca, senza possibilità di ricorso in appello) e poi l'articolazione (avverbio di luogo?) della sezione La. Queste le note, poste in scala ascendente, senza diesis o bemolle, pronte a collocarsi nel pentagramma del lettore, a scombinarsi e ricombinarsi in melodie e dissonanze, in componimenti dove sembra albeggiare una nuova forma di “classicismo” o di componimenti brevi dove la vita si scorda e si riaccorda nel giro di un istante, come in Via Garibaldi confuso, dove, non so ancora bene perché, ho colto quella postura e una topologia del poeta che poi ha intonato buona parte della lettura del libro:

“A metà di via Garibaldi una ragazza straniera mi ha chiesto dov'è via Milano e io mi sono concentrato e le ho detto sorridendo non lo so. E lei si è allontanata verso piazza Statuto, completamente fuori strada. Lo so, perché la via Milano so benissimo dov'è, ma in quel momento no, lo giuro, mi dispiace.”

Sintomatiche di una presa di distanza dal presente delle mode poetiche e del nuovo poetichese sono anche le epigrafi, che spesso ricorrono alla letteratura religiosa o mistica, araba e indiana, a Daumal e Gurdjieff, alla Bibbia e al Corano, dal “Come in cielo, così in terra” del Padre Nostro a Pistis Sophia, a Esiodo oppure, qui assai zanzottianamente, all'incarto della merendina Ciock. Dal Bianco, in un punto, gioca ungarettianamente con il proprio cognome e su questa rosa di venti colloca la ricerca, l'interrogazione (sull'interrogare cercate di fare subito vostra la sezione-poesia finale Essere umani) sul nominare e sull'essere. Questo accade nella poesia Come ti chiami:

A volte sembra che il tuo nome
e tutto ciò che credi d'essere scolori,
e lì nel centro della nullità paurosa
si distingua qualcosa
che tu sai essere te
ma non sai come chiamare
non sai mai come fermare
prima che torni ad essere dal bianco.

Scriveva Mengaldo nel risvolto di Planaval: "Questo poeta così notevole non assomiglia a nessun suo confratello d’oggi, anzitutto perché non ha alcuna fretta. La parsimonia e la concentrazione non sono in lui che la faccia operativa della serietà della sua introspezione." Sono parole da ripetere oggi, anche perché la mancanza di fretta è sempre più una dimensione utile alla poesia e alla critica, a quel che rimane della critica e a quella critica che prova persino a convivere con i goffi tentativi, più o meno riusciti, di promozione editoriale della poesia. Un poeta non può non essere paziente e questo va detto chiaro e alto, sopra tutti i toni e i livori che anche i blog letterari spesso contribuiscono a creare e ad accumulare. La poesia non può vivere in quelle stanze di sfogo, visto che lì non respira e lì non attira sguardi. Lo dico perché credo serva pazienza con questo nuovo libro di Dal Bianco, dove permangono poche di quelle prose che caratterizzavano l'andamento diaristico del fortunato esordio ne Lo Specchio Mondadori del 2001. Il lavoro fatto dall'autore su sé e sulla propria poesia è ampio e ragguardevole per una serie di ragioni: la riuscita di una lunga concentrazione che ha riguardato la voce, la capacità di dire in una lingua che ambisce a essere libera, che esca dalla gabbia della tradizione di cui è innamorata e che sappia tradurla e tradirla al contempo (Dalla gabbia, ricordiamo, il sottotitolo della sezione Do) e infine, dal punto di vista dei contenuti di questi testi (spesso strategicamente attardati su disagi, gioie, dolori), la svolta che è contenuta nell'ambivalenza del titolo stesso dell'opera: prove di libertà come tentativi di libertà ma anche, simultaneamente, come testimonianze, tracce, segni di una libertà che esiste, nonostante le puttanate in cui noi la cacciamo a nascondersi o attraverso le quali la sbanderiamo senza capire niente. “Chi non ha capito tutto non ha capito niente”, è una delle epigrafi da Gurdjieff. Se non capiamo quell'isola di libertà che portiamo, a maggior ragione non abbiamo capito niente. Nei testi che si susseguono, in questo libro rarefatto di suoni e così denso di vita, Stefano Dal Bianco, come il Zanzotto a lungo amato e studiato, ha tradito per amore ancora una volta, anche questa volta. Credo sia andata più o meno così, per questo il suo nuovo libro avrà lasciato molti perplessi (penso alle posizioni che non condivido di Matteo Marchesini, allargate in questo articolo anche ad altri autori come Mario Benedetti). Ora sta a noi scegliere cosa fare di questo suo nuovo sasso gettato sull'acqua, nell'acqua, ricordando – tornando ancora a Planaval – che “Noi dobbiamo stare con i sassi. / Sono una cosa del mondo. / E dobbiamo cercare di capirli. / È per questo che ho scritto una poesia che ha bisogno di un gesto e di un pensiero. / Adesso io starei qualche secondo in silenzio, pensando ai sassi.” Di tutte le epigrafi, che funzionano qui come vento di accompagnamento alla lettura, ho trovato particolarmente efficace quella della sezione Si, che costituisce poi una delle epigrafi più recenti citate da Dal Bianco, visto che appartiene a Jerzy Grotowski, il regista polacco del teatro povero. Qui ci viene offerta un'immagine, forse enigmatica, che ci può accompagnare nella rinnovata poesia di Stefano Dal Bianco: “Non è per il gusto di parlare che lavoro, ma per allargare l'isola di libertà che porto”. Ecco il lavoro, la libertà, l'isola di questo poeta, lo stesso che potete incontrare confuso in Via Garibaldi. Che cosa incontrerà l'allargarsi dell'isola? Non lo sappiamo, ma abbiamo pazienza.

Autolavaggio


Forse dovremmo bere molto.
Forse dovremmo respirare meglio.
Io morirò per qualche cosa di circolatorio.
Tu morirai per qualche cosa di cardiaco.
Tutto normale. Le tubature e la pompa.

Allora cibarsi con cognizione, 

respirare consapevolmente,
ogni giorno lavare la macchina
con quello che ci viene offerto, la materia,
la materia che raffina i Pneumatici.

Spazzare via ciò che non serve,

lasciarsi impressionare da vivande più sottili,
coltivare una pazienza attiva,
pregare: chiedere e aspettare.

Tutti i giorni lavare la macchina

senza pensare di sapere-già,
senza pensare di sapere-tutto.

Separare le cose dai significati, andare contro

a ciò che di meglio si è pensato,
perché qualcosa va perduto in noi
perché una nuova nota suoni.