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giovedì 26 ottobre 2017

"Ida o il delirio" di Hélène Bessette o reificazione del corpo (morto)

Se in tante case editrici italiane arrivasse oggi un dattiloscritto concepito similmente a questo Ida o il delirio di Hélène Bessette (Nonostante, pp. 184, euro 17, traduzione di Silvia Marzocchi, postfazione di Annalisa Lombardi), credo che ci sarebbero poche possibilità di vederlo passare ai playoff. Di certo se aleggiasse un pregiudizio positivo sull'autore, ingrediente importante e tuttora ingranaggio fondamentale della macchina editoriale, regno primario di un certo pregiudizio, allora potrebbe verificarsi una qualche possibilità di lettura e, infine, di pubblicazione di un testo del genere. Resta il fatto che si tratta di uno di quegli scritti che mettono giustamente in crisi le nostre certezze e abitudini talvolta malsane di lettori nonché quelle degli editori, i quali restano sicuramente interessati alle opere degli autori, ma continuano a usare il filtro autoriale in modo preponderante. Ho cercato di usare la parola "pregiudizio" senza le usuali connotazioni negative, perché non avrebbe senso trascinare quelle connotazioni nell'ambito editoriale, dove il pregiudizio ha un valore di risparmio di tempo e economia/ecologia della scelte. È un libro di prosa questo Ida o il delirio, ma potrebbe essere immaginato come un testo per il teatro a più voci, potrebbe essere addirittura descritto come un continuo intervallarsi di prosa e poesia, tanto sono frammentati gli enunciati, così da assomigliare, persino tipograficamente, alla configurazione di certe nostre chat. In realtà, se ripercorriamo le vicende teoriche che riguardarono la sua autrice, si dovrebbe parlare di "romanzo poetico". Al centro della scena (scena del discorso e non dell'azione) vi è Ida, che è però appena morta. Il personaggio principale è quindi protagonista di una assenza, evocato da un profluvio di voci che ricordano petulanti com'era prima della morte causata da un camion che l'ha travolta, scaraventandola a otto nove metri di distanza, mentre annaffiava i fiori a tarda sera, come le piaceva fare. Si verifica quindi la situazione di un personaggio-fantasma morto da poco, che non riesce da solo a muovere e intrecciare una vera e propria trama, ma che semmai innesca uno stordente e assurdo - in termini logici e terminologici - "monologo a più voci", il quale però non riesce a essere prensile sul "noumeno-Ida". Ed è per questo che Ida o il delirio non presenta una vera trama, altro motivo per cui forse sarebbe poco appetibile a editori in cerca di trame che sostengano libri che si leggono "tutti d'un fiato". Quella "o" del titolo, così in linea con una certa tradizione segnatamente francese (Candide, ou l'Optimisme di Voltaire, Justine ou les Malheurs de la vertu di Sade o Corinne ou l'Italie di Madame de Staël) svolge più una funzione congiuntiva che disgiuntiva, come ricorda con il Genette di Soglie Annalisa Lombardi nella sua mirabile postfazione.

Ida è la domestica dei Bessons, "un uccello notturno" dai piedi grandi che era solita contemplare in continuazione. Sulla scena arriva allora, necessariamente, il silenzio della domestica appena deceduta, annacquato dalle chiacchiere di chi, sopravvissuto, la ricorda. È come se la domestica venisse investita due volte, prima dal camion e poi dalle voci che si attivano dopo la sua morte e che tuttavia non riescono ad acciuffare un bel niente. Un corpo reificato come quello di Ida - la stessa reificazione su cui, più di quanto crediamo, si fonda la trama delle nostre esistenze - è reificato allora persino da cadavere. Sempre Annalisa Lombardi, cercando i modelli attivi in quest'opera, rimanda al Faulkner di Mentre morivo, notando però come in quel caso, attorno alla bara, si stringa una serie di monologhi. L'opera mette in scena le voci, il fiato, il ricordo post-mortem in un profluvio discorsivo che s'avvicina via via all'assurdo, all'inautentico becero del linguaggio, all'abisso delle domande lasciate sospese dalla sua morte, quelle normali che tutti si porrebbero: hanno voluto ucciderla? Si è suicidata? Si è trattato di un semplice incidente? Più che rinverdire certi discorsi sulla letteratura dedicata agli "ultimi" dal "cuore semplice", più che rifarsi alla critica della classe sociale che disponeva del lavoro di Ida (critica che comunque fa parte dell'opera) e più che sdilinquirsi in ragionamenti che riguardino nuove tragiche eroine dell'assenza, Ida o il delirio diventa un discorso di vivi che tastano con certezza l'illusione molle del proprio linguaggio quando riferito all'identità personale, alla storia, diventa una pacchiana fissazione del personaggio eseguita dai sopravvissuti, diversa dalla fissazione che aveva Ida per i propri grandi piedi.


Se oggi leggiamo i libri di Hélène Bessette in italiano è grazie alla casa editrice Nonostante, che fra l'altro sta sostanzialmente riproponendo, quasi in solitudine, una larga parte della letteratura francese uscita dai cataloghi degli editori considerati maggiori (Alain Robbe-Grillet, Marguerite Duras che di Bessette fu tra le più grandi ammiratrici, Nathalie Sarraute, Claude Simon, Jean Cayrol). Si tratta del secondo libro di Bessette tradotto in italiano, dopo l'epistolare vicenda de La rottura, pubblicato lo scorso anno, sempre nella traduzione di Silvia Marzocchi (anche quel libro è intelaiato attorno a un'assenza). Ida ou le délire apparve nel 1973 da Gallimard e fu in realtà l'ultimo di una serie di titoli che l'editore francese riservò a Hélène Bessette, dopo due decenni di collaborazioni iniziate nel 1953. Ora la sua opera in Francia è stata ripresa dall'editore Léo Scheer. L'autrice, che aveva fondato la Gang du Roman Poétique (G.R.P.) a Parigi nel 1956 e che per forza di cose non poteva essere estranea al gran daffare che suscitò la discussione sul romanzo, primariamente in Francia, ci offre così una bella sponda su cui riflettere e far rimbalzare la pallina impazzita del romanzo, restando all'interno della cornice borghese che ha partorito e forse ibernato il romanzo stesso. Al fondo resta in Ida o il delirio il senso di un'opera sull'uomo, sul non sapere nulla di Ida, del suo problema. E quello che colpisce è l'allestimento di voci che Bessette impagina, il ritmo stranito che compongono, pur nella loro risibile sicumera e vanità, persino il pessimismo gnoseologico attorno alla narrazione e al personaggio. Resta la vacuità discorsiva che la morte genera, resta un calco di calcoli affannati e l'impronta. Nella nota già ricordata, Annalisa Lombardi riporta in epigrafe un passo da La riva delle Sirti di Julien Gracq (da poco riproposto da L'orma editore): "Come se le parole, tutte le parole di una giornata, disegnassero ostinatamente una impronta: l'impronta di un qualche cosa; ma un'impronta che resta sempre vuota." Ida è quindi un personaggio-impronta, che resta vuota e riempita solo da un flatus vocis che non crea nulla e celebra la propria inanità sull'altare di un delirio, di ciò che etimologicamente esce dal solco.

venerdì 29 settembre 2017

"Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche" di Maria Anna Mariani

Persone giovani di tutto il mondo terminano gli studi universitari e, se motivate a rimanere nell’ambito accademico e della ricerca, spesso partono. Destinazioni? Molteplici. Vanno dove ci sono posizioni vacanti, affini ai loro curricula e alle loro ambizioni, giungono in contesti in cui convergono persone da più parti del mondo, più o meno giovani, sole o accompagnate, atterrando in appartamenti o dormitori più o meno rumorosi. Che cosa c’è in questi posti? C’è uno stipendio, innanzitutto. C’è anche la possibilità di inseguire un’ambizione o la prospettiva di carriera del tenure track. Può esserci la fuga da un horror vacui, lavorativo o più estesamente esistenziale, che si fa via via scorticante, così come scortica l’irrequietezza quando diventa il sale (o soltanto il cloro senza il sodio) di un’esistenza. Può esserci persino il tentativo di ridare un senso a parole forse sfibrate come ‘avventura’. Sono situazioni in cui può regnare o perpetuarsi la destrezza nell’arte di distanziarsi e “trasformare in un lampo una persona da essenziale a superflua”. Non c’è alcuna intenzione di giudizio racchiusa in queste considerazioni preliminari che riguardano esili lavorativi, eremitaggi, vagabondaggi o spaesamenti volontari, né da parte di chi ha scritto il libro di cui si parla oggi e tanto meno da parte di chi prova a darne notizia qui. La condizione dello sradicamento è del resto così nota e spesso foriera di esiti mirabili (pensiamo solo a Emanuel Carnevali, alla sua poesia come "grido del primo giorno di conoscenza, ch'io smarrii attraverso tanti giorni di dissipazione"). Spesso il primo impatto, se non si finisce in un paese anglofono del quale crediamo di conoscere la lingua, è proprio di natura linguistica, all’interno di contesti internazionali che somigliano da vicino a passerelle dove sfila ciò che resta delle marche-nazioni (quello delle nazioni come brand, al di là degli stereotipi, è un tema persistente). È possibile allora che si sviluppi nel nuovo arrivato un fastidio profondo per quella parlata disidratata che s’àgita ed è agìta in simili situazioni, per le interiezioni fatte con lo stampo che puntellano discorsi pieni di sorrisi di disagio e di wow. Un nuovo lavoro inizia e con questo principiano nuove abitudini, diversi ritmi s’accalcano, nuove facce, climi e odori appaiono, in uno spazio dove si radunano stipendiati che provengono da storie diverse e spesso lontanissime tra loro. In uno scenario del genere siamo catapultati all’inizio del bel libro di Maria Anna Mariani, uno scritto caratterizzato da una nota dolente e divertente al contempo, incuneato tra il reportage brillante e la cocente testimonianza-confessione, dov’è la lingua, innanzitutto, a mostrare un tono persuasivo, se paragonata a tanta paccottiglia linguistica cascante del Romanzificio Italia S.r.l. (o, se preferite, S.n.c.). Solo che stavolta la destinazione non è Berlino o New York, bensì una più esotica e insolita Corea del Sud, o Repubblica di Corea, tornata negli ultimi tempi alla ribalta per lo stato con cui confina a nord, ma anche grazie a Samsung, la principale concorrente “simbolica” di Apple, che proprio nei giorni scorsi, durante l’arresto del suo vicepresidente, si apprestava a un altrettanto simbolico sorpasso dell’azienda americana. E non siamo nemmeno a Seul, bensì in un’università prestigiosa che dalla capitale sudcoreana dista circa due ore di pullman.

Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche (Exòrma, pp. 168, euro 14,90) è insomma un libro lontano e fortunatamente lontano anche dal precariato. Sia chiaro che nessuno vuole sostenere che il problema del precariato sia risolto o che non vada più nominato. Il problema semmai è proprio come lo analizziamo e ce lo raccontiamo, magari con l’intento di farci un affare. Se si vuole fare un dispetto al movente intimo di questo libro sarà sufficiente provare a veicolarlo sui solchi del precariato. Questo è invece un libro sul nostro tempo e i suoi fusi orari, sulle sue inaggirabili aporie e inquietudini, sugli uomini che si incontrano e agiscono, su quelli che restano lontanissimi, è una testimonianza cucita attorno a un’appercezione divenuta così nitida forse durante l’isolamento. Dal punto di vista editoriale, attorno al tema del precariato è spesso uscito il peggio del peggio, quasi a conferma cortocircuitale che una certa porzione di editoria è fatta e fruita principalmente da persone che in quel precariato piantano i piedi. Il libro di Maria Anna Mariani sfiora soltanto quel filone editoriale, e lo sfiora nella considerazione, in fondo trascurabile e comunque non essenziale, che la protagonista spoletina non rappresenta un caso di coincidenza tra luogo o nazione d’origine e luogo e nazione di lavoro. Poi, pensiamoci: in fin dei conti la nostra protagonista in Corea del Sud ci è andata per lavorare e a lavorare continua ancora (adesso è alla University of Chicago e, dal punto di vista della ricerca, l'invito è anche quello di leggere lo studio intitolato Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi uscito nel 2012 per Carocci). Un’immagine ricorrente è proprio quella della “Babele stipendiata” e stipendio significa appunto un lavoro che c’è. Non sarebbe allora utile rinnovare periodicamente la domanda: di che cosa parliamo quando parliamo di precariato? L’accento è sui luoghi o sulle forme contrattuali? Sul restare o sul partire? E su quale diritto al/del lavoro? E come muta questo tema, negli anni e da caso a caso?

Serialità dell'abitare, serialità dell'esistere
Ma abbandonando le temibili divagazioni editoriali, si può anticipare che questo libro è costituito da brevi e smaglianti capitoli e da una calibrata selezione di foto in bianco e nero dell’autrice e di Irene Mariani (a lato potete vederne un paio). Si apre con il racconto del primo impatto con la nazione asiatica, con il suo paesaggio, urbano e non. Ecco allora la spesa al supermercato (“Salvarsi, mangiare, coprirsi, lavarsi e lavare. Cos’altro importa?”), le parole mimate quando ancora è lontana una minima padronanza del coreano, le lezioni con gli studenti “passivi e macchinici” e le domeniche libere, magari riempite con una gita fuori porta. In queste gite seguiamo la nostra testimone tra gli sciamani, oppure nella zona al confine con la Corea del Nord, paradiso naturale e inquietante area dove s’applica al turista un rigido protocollo, oppure in una gita a Mokpo, la città più povera e “brutta” del paese, colta nei giorni del viaggio di Papa Francesco in Corea del Sud, dove c’è una cospicua comunità cattolica. V’è spazio anche per un inedito e tutto sommato distaccato ritratto dell’intasatore degli scaffali di filosofia delle librerie, in tournée nelle università coreane. Avete indovinato? Sì, lui, Slavoj Žižek e il capitolo a lui dedicato, “Cosa vuol dire madre”, non mancherà di colpire per i diversi piani che allestisce e interseca tra descrizione e pensieri. E poi c’è qualcosa di nuovo quasi a ogni capitolo, in una variazione continua di temi e toni. Eppure tutto è legato con un unico nastro e assomiglia a una strana corrispondenza, una condivisione che pare lontanissima da quella istantanea tipica dei social e delle chat con le loro esche a buon mercato (ad un certo punto l’autrice confesserà, con un anacronismo che quasi fa girare a vuoto la mente, di usare ancora una lista di indirizzi email formata dagli strati geologici della propria “vita precedente” e oramai mezza inservibile). Potremmo quindi ipotizzare che Dalla Corea del Sud sia una sorta di strano libro epistolare, dove però non emergono destinatari delle singole lettere-paragrafi, un testo che va incontro a una progressiva rastremazione verso l’impersonale, che s’accentua con il passare degli anni coreani o magari quando, nel bel mezzo di una sindrome premestruale, si teme di diventare una “Creatura Spam” per amici abissalmente lontani (in questi casi la soluzione è una: uscire di casa). I destinatari di queste quasi-lettere sono anche in quella mailing list ormai inservibile, deposito della polvere del tempo su piani di scrittura e rispecchiamento trattenuti durante il lungo periodo dell’espatrio. E sicuramente il legame con la lingua italiana, che la protagonista in Corea insegna, ha un determinato ruolo nello sviluppo di questa scrittura, poiché qui ci imbattiamo anche in riflessioni e acquisizioni che toccano la natura delle stesse lingue: se l’italiano resta lingua del tempo, l’autrice scoprirà, anche grazie a dei fraintendimenti, che il coreano è segnatamente lingua spaziale. Mi è parsa subito una scoperta interessante.

Quanto striato è il cielo
Ecco allora lampeggiare le solite domande: perché si scrive? Per chi si scrive? In questo libro la scrittura ha inizialmente una vocazione di adattamento e testimonianza di come si vive la solitudine di certi lavori, “testimonianza sorda” perlopiù, precisa l’autrice (la sordità è il motivo per cui permanenza in Corea e scrittura non possono durare). In effetti è questo un libro molto visivo che apre all’udito soprattutto nei rumori, compresi i rumori guarda caso “invisibili” che salgono dal riscaldamento a pavimento o dai tubi di scarico delle lavatrici nel dormitorio. Ci sono come sempre diverse ragioni che possono portarci a una lettura come questa. Se dal punto di vista editoriale e commerciale fa gioco mostrare il lato esotico e persino divertente di quattro anni trascorsi in un paese lontano dal nostro vissuto medio, ad uno sguardo più ravvicinato Dalla Corea del Sud di Maria Anna Mariani è un’immersione nelle relazioni, nelle loro continuità e interruzioni. Ci parla di come si resta in contatto o ci si perde, di come si viaggia, si parte e magari si ritorna, di come si può arrivare a giustificare il susseguirsi delle proprie scelte e l’orografia del proprio transito esistenziale. È infine una dimostrazione di come si può sorvolare, persino sull’amore, l’ellissi più bianca. Il testo, che racchiude anche passaggi molto divertenti, si presenta a chi legge con le sembianze della confessione senza sconti, forma letteraria nota, densa di implicazioni, eppure poco battuta, e di sicuro non in toni così intransigenti:

“È di questa solitudine di espatriata che vorrei parlare mentre fuori piove, di questo esilio feticizzato, che ha portato a ingigantire l’anaffettività, l’adattabilità e l’intransigenza. Li vedo accentuati adesso, questi tratti del mio carattere, dopo averli isolati attraverso un bilancio che si è reso necessario, ora che sto per lasciare questo luogo e spostarmi verso un altrove, posizionato esattamente all’altra estremità: Chicago.”

Poco prima si era letto:

“L’estraneità è diventata una condizione familiare. Sentirsi esotici può farsi abitudine? Sì, e non è un paradosso perché è comodo vivere con lineamenti eccentrici e giustificare la propria inettitudine con l’alibi dello straniero piombato dentro un’atmosfera aliena. Lo spaesamento è diventato esonero, un esonero permanente, da tutto quanto credo.”

L’esilio feticizzato che si fa esonero permanente da tutto: raramente capita di leggere pagine così affilate e riflettenti in uno scritto che si può ricondurre all’alveo dell’autobiografia, parola da sempre mal digerita in Italia, dove persino nelle quarte di copertina di case editrici rispettabili, anziché usarla, si preferisce parare in formule ampollose e assurde come “romanzo di una vita” (ci rendiamo conto della sciocchezza di questa formula, vero?). La vita o si vive o si scrive, sosteneva già Pirandello. La realtà è oggi un po’ diversa: la scriviamo un po’ tutti la vita e non sappiamo se questo implichi che la viviamo tutti un po’ di meno. Non c’è scrittura che al fondo non sia auto-bio-grafia (finanche un libro di fantascienza o un fumetto). Resta allora l’interrogazione sulle forme in cui ce la raccontiamo questa vita e su cosa facciamo, più precisamente, in questo pianeta (non sarà un caso che il nome di Anne Carson, autrice dell’Antropologia dell’acqua, faccia capolino nel testo, verso la fine). L’autrice si è messa in gioco stando però distante da qualsiasi gioco e il coraggio appare sempre più come l’ingrediente primario, per quanto raro, di un libro che valga la pena consigliare. Qui il mutamento è preso di petto e, anche se le pagine trattano un percorso di vita quasi potesse sembrare casuale, non c’è spazio né tempo per il caso, se è vero che “Tutto cambia a un certo punto, per una spinta sorridente o perversa, molto spesso suscitata – perché il caso siamo noi che lo fecondiamo – ma che comunque sconvolge, sconquassa. Fino a che la vita non si riassesta.” C’è qua, più chiara e scottante, la confessione di chi desidera continuare a imparare, di chi preferisce “la terra franata alla palude e al movimento che si ripete”.

martedì 28 febbraio 2017

Il ralenti dei "Tropismi" di Nathalie Sarraute

Marguerite Duras, Jean Cayrol, Claude Simon, Alain Robbe-Grillet, la recente proposta del romanzo-epistolario di Hélène Bessette La rottura, i racconti bellici di Blaise Cendrars e Nathalie Sarraute: la casa editrice Nonostante prosegue con costanza un percorso di riappropriazione di determinati libri importanti della letteratura di Francia (certo, non da sola, è in compagnia di altri editori, come ad esempio L'Orma). Curiosa anche dal punto di vista del bel progetto grafico è questa casa editrice, una delle poche a non nominarsi in copertina, se non con una parte del proprio emblema, risolto a sinistra con la finitura della liscia vernice UV sul bianco, grigio e blu che sono i colori che la contraddistinguono. E di Nathalie Sarraute Nonostante Edizioni è già al terzo titolo, che accompagna i volumi Ritratto d'ignoto e i saggi sul romanzi de L'eta del sospetto, di cui ho già dato notizia qui. (Pensandoci è curioso che questa realtà editoriale sia collocata a Trieste e non prossima al confine francese, e chissà che questa posizione serva tra qualche tempo ad avvicinare meglio scritture provenienti da altri punti cardinali.) Tropismi (pp. 115, euro 15, nella traduzione revisionata di Oreste Del Buono, postfazione di Arnaud Rykner) uscì in prima battuta nel 1939 per l'editore Robert Denoël dopo i rifiuti di Gallimard e Grasset. Nathalie Sarraute aveva iniziato a scrivere le brevissime prose che lo compongono nel 1932. Assai fredda fu l'accoglienza, con poche eccezioni, e tra queste si ricordino almeno Max Jacob e Jean-Paul Sartre, che poi firmò la prefazione a Portrait d'un inconnu nel 1948. L'opera ebbe una nuova edizione aumentata a 24 prose per Les Éditions de Minuit diciott'anni più tardi, nel 1957, quando tutti di discorsi possibili sul Nouveau roman e sulla centralità di queste pagine di Sarraute nella definizione di questo movimento erano già più maturi, calati in una sfera di possibilità e nel gioco letterario dei precursori.

Che cosa sono i "tropismi" del titolo? Si tratta di un prestito dal linguaggio scientifico e in questo Sarraute sembra inaugurare o quantomeno assecondare una lunga scia di prestiti scientifici nella letteratura del Novecento. In linea generale la biologia chiama così un "movimento orientato di un organismo, animale o vegetale, o di una sua parte, determinato dall'azione di uno stimolo esterno (luce, temperatura, umidità, gravità, fattori chimici, ecc.)". Il più noto tropismo è senza dubbio quello del girasole. Trasferendoci all'uomo, il tropismo che indaga Sarraute è una sorta di carotaggio della vita della psiche attraverso gesti, dialoghi contenutissimi, scene minimali. Nelle parole dell'autrice questi sono movimenti indefinibili che scivolano molto rapidamente verso i limiti della nostra coscienza e sono fonte delle nostre azioni, delle nostre parole, dei sentimenti che manifestiamo e crediamo possibile definire. In questi frammenti dove il ralenti testuale si tiene a larga distanza dal flusso di coscienza, pur condividendone certe prerogative, Sarraute coglie dei personaggi anonimi all'interno di un sistema e li descrive in un frangente di scissione interiore o soffocato terrore, tra l'impossibilità di affermazione e il desiderio di distinzione. Intendo qui l'accezione fisica della parola "sistema", quindi qualcosa di osservabile nel tempo. Ma proprio come nella fisica, il rischio, corso con coraggio, è quello che la conoscenza della realtà si riduca via via alla conoscenza della conoscenza o, per meglio dire, alla conoscenza dei metodi con cui cerchiamo di conoscere la realtà e si risolva con una sovrapposizione con l'oggetto stesso a cui è rivolta l'indagine conoscitiva, che in questo caso è di natura testuale e letteraria (sovrapposizione che non è necessariamente sinonimo di verità o conoscenza). E inoltre lo stato di perturbamento introdotto dall'osservatore-scrittore non è più - se mai lo è stato - indifferente nel tentativo di descrizione del sistema. Penso risieda qui una buona parte della consapevolezza teorica che ha trovato nella speculazione francese del Novecento, teorica e anche pratica, certi casi tra i più significativi dello scorso secolo. Accadeva questo quando altrove, in Europa e nel mondo, teneva banco, fra altri aspetti, una concezione di testo letterario come testimonianza. I personaggi di Tropismi non sono rappresentativi di qualcosa e portatori di istanze particolari, non sono emblematici, non possono nemmeno testimoniare qualcosa essendo senza nome; insomma oggi non sarebbero quei personaggi che fanno gola agli uffici stampa delle case editrici per ricamarci sopra un comunicato di lancio interessante. Sono semmai dei punti di partenza, attorno ai quali formulare un'ipotesi (che poi per simili ipotesi la fabbrica della narrativa contemporanea non abbia più tempo né spazio è un altro paio di maniche). Un libro da riprendere in mano, nell'epoca del fastidio e dei nuovi tropismi che avvengono nel parterre dei social media.

mercoledì 29 aprile 2015

"Il tram" di Claude Simon per Nonostante Edizioni

La casa editrice Nonostante Edizioni ha inaugurato il 2015 con due pubblicazioni importanti, proseguendo nella costruzione di un catalogo davvero "ragionato". Questa la notizia, o quantomeno una notizia per chi cerca curiosamente fra le novità librarie. E non è poco. Assieme a Testi segreti di Marguerite Duras è apparsa nelle librerie anche la traduzione di Le tramway di Claude Simon, ultimo libro pubblicato nel 2001, quattro anni prima della morte. Il tram (pp. 137, euro 17, traduzione di Stefania Ricciardi e postfazione di Patrick Longuet) segue nel catalogo della casa editrice triestina la traduzione di Bruno Fonzi de L'Herbe, altro testo simoniano. Oggi, sebbene proprio il revival dei francesi abbia dato qualche goccia di ossigeno alle librerie, non si trova granché di Simon e a ben pensare è strano imbattersi nel caso di un (tutto sommato) recente premio Nobel (1985) così poco presente nelle librerie italiane. I suoi titoli più famosi sono pressoché scomparsi. La sue curve sintattiche, la scrittura sovraccaricata, eccedente, la predilezione per l'accumulo, l'assenza di pause o ellissi di respirazione non hanno forse facilitato l'incontro e la frequentazione duratura di alcuni autori francesi da parte del pubblico dei lettori. (Il caso di Carrère invece pare aver riacceso l'amore transalpino e i recenti e assai ravvicinati Nobel a Le Clézio e a Modiano forse non sono nemmeno del tutto casuali.) Del resto, si sa, il romanzo in Francia è una cosa seria, forse anche più seriale che altrove, cementata commercialmente, anche qui più che altrove e non certo da oggi e si sa anche che lì più che altrove scrivere non è stato disgiunto da una riflessione estesa e profonda sul come raccontare, costi quel che costi.

Il récit lungo di queste pagine sfugge a una definizione di "romanzo", così come la potremmo dare col senso comune. Qui Simon fa scivolare dettagli di realtà e immaginazione, gli uni sopra gli altri e viceversa, in continuazione, saccheggiando a piene mani nella propria infanzia, in quel tram che da bambino prendeva alla scuola di Perpignan: siamo vicini al mare o in una casa di campagna o in una città che sta mutando velocemente il suo volto o in un campo da tennis. Siamo anche in ospedale. Troppo facile forse rinvenire nel tram una metafora di un viaggio breve e terminale e di un'esistenza che Simon ripercorre quasi in extremis, in uno smontaggio e rimontaggio della vita secondo un principio di separazioni, accostamenti, sovrimpressioni. Piuttosto è quest'infanzia a cui si rifà chiaramente Simon la grande protagonista, signora corteggiata da tutta una grande stagione della narrativa, segnatamente francese ma non solo; di qui riusciamo anche a collocare meglio l'esodo simoniano in quest'opera tarda. Certe manifestazioni del soggetto - insomma, quel che a livello narrativo poteva insistere su un solco ancora confessionale agostiniano-rousseauiano e che aveva iniziato a vacillare già sotto i colpi del Nouveau Roman - cadono, precipitano. In Francia, e proprio con riferimento all'infanzia, questo significò molte e diverse strade e ai lati di queste strade si incontrano alcune fra le opere più note di Nathalie Sarraute, Annie Ernaux o della Duras che la stessa casa editrice Nonostante sta riproponendo. E naturalmente s'incontra Simon e quest'ultima opera in particolar modo.

Scrivere in Francia non è come scrivere in altri paesi, questo ormai è chiaro. La riflessione teorica sulla fiction lì ha sfondato la pancia della scrittura più che altrove e certe opere oggi non esisterebbero nemmeno senza la presenza di sociologi influenti, a tutto campo, come Pierre Bourdieu. Il fatto è che ancora una volta non possiamo fare a meno del pensiero francese sul romanzo per ritracciarne un significato in queste ore e ci serve quel pensiero più di certa filosofia espressa oltralpe nello scorso secolo. Ci serve per provare a rispondere a domande semplici e disarmanti sul come possiamo continuare a raccontare la vita, su come possiamo tenere separati e riunire i frammenti e i cocci di cui è fatta e con i quali ci tagliamo e soprattutto su come qualsiasi processo di mimesi sia governato, direi anche telecomandato, da una postura dinanzi al morire. Ed è così anche il tram stordente di Simon mentre lui trasogna dal suo letto d'ospedale, in un deliquio di percezioni che si sfanno e si radunano nel pensiero, per diventare scorie del ricordo, attrito fra personaggi depotenziati che però, quasi platonicamente, portano a compimento un'idea di sé. E il paradosso neanche tanto paradosso è che quell'idea di personaggio cacciato dalla scena nella narrativa francese del dopoguerra, a favore di un certo sguardo sulle cose, rientri sorprendentemente dalla porta sul retro o da un finestrino, ritorni insomma indietro, come un boomerang. Del resto non è mistero che i paradossi siano istruttivi.