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mercoledì 8 agosto 2018

da "Le attitudini terrestri" di Roberto Amato

©overtures #18
Una poesia da #70

È disponibile da qualche settimana il nuovo libro di Roberto Amato. Si intitola Le attitudini terrestri e lo pubblica Elliot (pp. 108, euro 15), in continuità col passato e in una delle collane di poesia rimaste più in vista, a dispetto di una gabbia grafica tra le più discutibili in circolazione. Per certi aspetti tale gabbia grafica è unica, nel senso che quasi nessun editore ricorre più a una foto dell'autore per la copertina di un libro. Tuttavia, se questo accade, un motivo ci sarà, fosse anche solamente una scorciatoia: in fondo la copertina diventa spesso un problema da risolvere e non sempre si comprende come possa essere un'opportunità per incominciare il percorso di un libro. Non credo sia un caso che questo binomio costituito da foto dell'autore e copertina si instauri proprio in una collana di poesia, quasi ad avallo di un'immagine sociale della poesia assai datata, se non addirittura sepolta, che conferisce un primato quasi sacerdotale alla figura - in questo caso al ritratto fotografico in bianco e nero - del poeta. Ma tant'è, il mondo è pieno di bei libri con brutte copertine e di belle copertine che aprono libri brutti. Questa puntata di "©overtures" rappresenta un momento per suggerire che, anziché piangere ogni due per tre sui destini particolari della poesia, sarebbe meglio capire che anche attraverso la progettazione di superfici grafiche dove si intraveda un qualche sforzo, che possa riverberare davvero un immaginario e le istanze di una proposta poetica, potrebbe passare una salute e un filtro migliore su questa forma storica che è la poesia. Guardando fuori dall'Italia qualcuno potrebbe obiettare che è altrettanto vero che la prestigiosa casa editrice Faber & Faber si limita a riportare gigantescamente in copertina nome dell'autore e titolo, circa come la penultima versione de "Lo Specchio" di Mondadori. Tuttavia non è un discorso di prestigio che ora interessa, bensì di immaginario, di progetto, di veicolazione all'interno di quelli che rimangono i vincoli della progettazione e della filiera editoriale.

Torniamo brevemente al libro Le attitudini terrestri, che ben altro sforzo di copertina meriterebbe. Segue Le cucine celesti e L'agenzia di viaggi (usciti per l'emiliana Diabasis), Il disegnatore di alberi (ricordato qui), L'acqua alta, Le città separate e Lo scrittore di saggi (tutti pubblicati per Elliot, anche con precedenti e migliori vesti grafiche). Il libro nuovo conferma la singolarità della proposta poetica dello scrittore nato a Viareggio 65 anni fa, il quale, in prose o in versi, sembra talvolta sganciare il cervello e il polso per accogliere immagini e ritmi che trasformano kafkianamente un quaderno in un libro. Accompagno questa segnalazione con un testo tratto dalla sezione intitolata "La casa stretta".




Confesso che ho pochissimi ricordi infantili.
Forse l'unico che mi piace (anche se un po' mi fa soffrire)
è quando la mattina (prima che il sole galleggiasse)
andavo sugli scogli col mio Sussidiario,
e mi piaceva saltellare da un argomento all'altro:
dall'aritmetica alla scoperta dell'America.
Guardavo il mare che mi sembrava troppo piccolo per contenere i continenti.
E diventavo sospettoso:
mio padre probabilmente non andava da nessuna parte,
e i vicini chiaroveggenti dicevano che si chiudeva in un bar
(appena sotto il livello del mare)
e lì perdeva cifre astronomiche a Scopone Scientifico.


(da Le attitudini terrestri di Roberto Amato, Elliot, 2018)

lunedì 5 febbraio 2018

"Ellissi" di Francesca Scotti

Questa recensione di Eloisa Morra al libro Ellissi di Francesca Scotti è già apparsa ne "L'indice dei libri del mese".


«Non crescere, è una trappola», così Peter Pan ammoniva Wendy; questo sembra essere il mantra di Erica e Vanessa, le due adolescenti protagoniste di Ellissi (Bompiani, 2017), ultima prova narrativa della scrittrice milanese Francesca Scotti. Amiche per la pelle, queste ragazze fisicamente diversissime un giunco dai capelli rossicci e lentiggini Erica, più piccola e bruna Vanessa sono unite dalla paura di crescere che le porta a stringere un patto: diventare libellule, rendere i loro corpi esili e flessuosi come quellanimale che «impiega quindici trasformazioni a diventare quel che è». La loro alleanza contro la crescita sembra inossidabile, almeno allinizio del romanzo: quando le vediamo fare i bagagli per Villa Flora, una clinica per disturbi alimentari, determinate a resistere alle cure e ad esercitare il controllo assoluto sui loro esili corpi dal cuore a goccia.

Già accennato in alcuni racconti della raccolta desordio Qualcosa di simile (Pequod 2011) e nel bel romanzo Il cuore inesperto (Elliott 2015), in Ellissi il tema del rapporto col cibo si fa in primo piano, oggettivando efficacemente levolversi dellamicizia tra le protagoniste (il magnum sciolto nellacqua calda, un dado di pan di Spagna apparso in sogno a Vanessa: Scotti è naturalmente portata a creare immagini che non si lasciano dimenticare per come sa dar loro corpo e concretezza). Amicizia che, come spesso capita nelladolescenza, non è immune da una certa dose di velenosità: Vanessa ed Erica si stringono in una simbiosi che anziché donar loro spazio vitale le porta a consumarsi e distruggersi, fisicamente e psichicamente, in una chiusura al mondo esterno che è anche un ostacolo al formarsi delle loro individualità. Come due fuochi di una ellisse, avranno bisogno di sovrapporsi per poi separarsi di nuovo, tornando ad essere ciascuna «uno».

Lincontro con il dottor Talevi e gli altri degenti della clinica in particolare Diego, il ragazzo dalle gambe a fenicottero che in modo diverso affascinerà entrambe, e si innamorerà di Erica muterà per sempre il loro rapporto, portandole finalmente a misurarsi con lesterno, con il peso della realtà: perché «tra due ali c’è un corpo», e non esiste leggerezza senza peso. Dallatmosfera equorea e cupa di Villa Flora, tratteggiata da Scotti con notevole sapienza narrativa, si passa ad un finale aperto ad altre consistenze e colori: la polpa della mela assaporata da Erica, tornata a casa dopo la guarigione, il rosso del ciclo che torna ad abitare un corpo sano. Colpisce come nonostante si trovi sovente a descrivere rapporti delicati la relazione morbosa tra Vanessa ed Erica rispecchia per certi aspetti quella che in Il cuore inesperto legava la diciottenne Anita al suo maestro di musica , e proprio per questo potenzialmente disturbanti, la scrittura di Scotti non perda mai delicatezza ed equilibrio né indugi in sentimentalismi (così in un altro bel libro il cui centro è il corpo, La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi). Scrittrice percettiva, Scotti lascia che a parlare sia lesattezza dei confini della sua realtà: più dei dialoghi contano i gesti, la musica (altro suo grande tema, torna in alcuni snodi centrali del romanzo), i dettagli che emergono con nitidezza dallacquario ovattato in cui vagano i degenti. Ed è nello stile teso e musicale, in grado di aprirsi con disinvoltura alla levità come a squarci perturbanti, che risiede forse la maggior riuscita dun romanzo sospeso tra Ogawa Yoko e il primo Parise.


Eloisa Morra

venerdì 9 giugno 2017

"The Lunatic" di Charles Simic

Effettivamente, nonostante l'attenzione che l'editoria nostrana ha dedicato costantemente a Charles Simic (da ultima la recente raccolta di scritti La vita delle immagini per Adelphi), mancava la traduzione di The Lunatic uscito nel 2015. La versione italiana, proposta senza interventi di traduzione del titolo originale, è messa a disposizione con testo a fronte da Elliot, per la cura di Paolo Febbraro e con le traduzioni di Damiano Abeni e Moira Egan (186 pagine al prezzo di 25 euro). Il poeta nato a Belgrado nel 1938, che a guerra finita trascorre cinque anni a Trieste prima di trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti per iniziare una lunga carriera non solo poetica, è uno di quelli che oggi metterebbe in crisi i convinti discorsi sulla tecnica poetica. In una dichiarazione ricordata anche dal curatore, Simic ha infatti affermato che "non c'è alcuna preparazione per la poesia", distogliendo così, almeno apparentemente, l'attenzione da un aspetto "tecnico" del fare poesia che almeno in Italia sembra aver ripreso piede nelle discussioni che s'adoperano e s'affannano a separare il grano dal loglio, i poeti veri dai presunti, quelli bravi da quelli meno bravi. Ma Simic è uno di quegli autori che ha troppa strada e mestiere alle spalle perché possiamo imbrogliarci a seguirlo troppo in questi ragionamenti pure un pochino depistanti, tra la provocazione e la frase ovvia disarmante. La sua molta poesia (ha scritto davvero tanto) si nutre di un realismo immaginifico addomesticato da sonnambulismo malinconico, di collage di fenomeni disparati e lontani che s'agglutinano improvvisamente nella sua gelatina cerebrale e quindi sonora. Paolo Febbraro così ha chiuso la sua nota di apertura intitolata "Poesia e combinazione":
Le poesie di Simic somigliano a un filosofo gioiosamente materialista che comincia a esprimersi suonando un sassofono jazz, inanellando mille note di scombinata compattezza. Nessuna metafisica ingombrante, nessuna saturazione: con la briosa malinconia di Simic possiamo e vogliamo convivere, respirando a pieni polmoni e facendo ampio esercizio di esperienza. Simic sta sveglio di notte, continuamente colto di sorpresa da milioni di cose già note, per moltiplicarsi e continuare a trovare sé stesso in quel gran rimescolio. Del resto, quando si fa sera, sono gli animali notturni a farci sapere che il mondo esiste ancora, nonostante tutto.
The Lunatic (ho letto in qualche sito che dovrebbe essere il suo trentaseiesimo libro di poesia) è una serie di componimenti abbastanza brevi scanditi sempre da titoli nei quali fanno capolino situazioni tipiche, luoghi e spesso animali. Quel che va detto è che il lavoro di traduzione a quattro mani ancora una volta è egregio e lo vorrei esemplificare con un breve testo, forse il più breve di tutti, che però la dice lunga anche sul mutamento acustico che subiamo nel passaggio da una lingua con molti monosillabi a una lingua notoriamente povera di parole monosillabiche. In As I Was Saying Simic scrive Simic:

That fat orange cat
Slipping in and out
Of the town jail
Whenever it pleases,
How about that?

In italiano la poesia diventa, in Come stavo dicendo, una rotonda cantilena di diverso tempo eppure consistente, persino fedele:

Quel gattone arancione
che sguscia dentro e fuori
dalla prigione comunale
come e quando vuole,
mica male eh?

Questo è un aspetto importante, fondamentale: sapere di potersi fidare di traduttori in grado di scelte coerenti e coraggiose dovrebbe essere in cima alla lista di ogni preoccupazione editoriale, prima ancora della scelta del nome del curatore. 

Simic, così come Matthew Sweeney, poeta irlandese da lui apprezzato e non tradotto in italiano, ha una predilezione per lo strano, lo strambo. Se in pubblicità esiste lo schema AIDA da applicare a uno spot (Attenzione - Interesse - Desiderio - Azione), Simic a volte pare applicare qualcosa di simile quando tratteggia una scena con pochi colpi, la circonda di curiosità e desiderio, facendo breccia sulla nostra azione, che resta, in ultima istanza, quella di leggere i suoi libri. Va da sé che questo schema può stancare e non appassionare chiunque, ma anche in questa nuova opera lui pare farcela nuovamente soprattutto ad attirare l'attenzione e a suscitare interesse. Penso a testi come "Un nuovo taglio di capelli", "Non dare un nome ai polli", "La medium" o "Questo paese non è male". Sempre Febbraro ha scritto che "sulle bancarelle improvvisate dei suoi versi Simic registra la presenza di quanto è stato scaricato di senso, depotenziato, e che pure reca le impronte digitali di una Storia minuscola, polverizzata, ma integralmente sentimentale".

Fa specie, sia detto in chiusura, leggere le presentazioni che i siti degli editori stranieri dedicano ancora ai poeti affermati. Anche nel caso di Simic non si contano le frasi di ridondanza legate alle citazioni dei premi, all'affermazione del poeta lungo tutta una carriera puntellata di successi, le sue abilità di deliziare con tocchi pittorici. Fuori dai nostri confini non è caduta in disuso nemmeno la dicitura "Poet laureate" che qui da noi ha avuto funerali precoci e solenni con Montale. Fa quasi impressione questo divario di considerazione. Allo stesso tempo io non so come prenderla e tutto ciò non mi pare degno di approfondimenti che vadano oltre questa mera constatazione di differente trattamento. Insomma, non ci elucubrerei troppo e non trarrei affrettate conclusioni sullo statuto o sul ruolo del poeta (portiere, ala, attaccante, quarterback?). Da noi, quando si pensa al poeta, c'è sempre più il rischio di pensare qualcosa di simile all'intellettuale così come lo cantava Gaber ("non credo più all'ingegno del popolo italiano / dove ogni intellettuale fa opinione / ma se lo guardi bene / è il solito coglione"). Parimenti esiste la liberazione di credere, sempre con qualche riga di Gaber, che "rispetto agli stranieri / noi ci crediamo meno / ma forse abbiam capito / che il mondo è un teatrino". A volte, non sempre (solo a volte, eh, sia chiaro) teatrino un po' lo è.

martedì 28 giugno 2016

"La mano mozza" di Blaise Cendrars in una traduzione après Caproni

Leggere una grande guerra #21

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Chi ha già letto questo libro di Blaise Cendrars è probabile lo abbia fatto nella traduzione di Giorgio Caproni. Centenario o meno, è positivo che il titolo, uno dei pilastri della narrativa uscita dalla Prima guerra mondiale, apparso in Francia solo nel 1946, sia stato riproposto da Elliot nel 2014 in una nuova traduzione di Raphael Branchesi (pp. 271, euro 19,50), al principio del quinquennio del centenario. Positivo anche il fatto ci si sia confrontati con una "traduzione d'autore" antecedente e con la continua creazione linguistica dello scrittore di La Chaux-de-Fonds, cantone di Neuchâtel. Assieme a Le feu di Henri Barbusse (lo trovate in ben tre edizioni: Kaos, Castelvecchi e Elliot) e a La peur di Gabriel Chevallier (Adelphi), La main coupée compone un trittico abbastanza "facile" da menzionare ogniqualvolta ci si propone di affrontare il versante della narrativa francese venuta dalle trincee. Ma sono ovviamente trittici di comodo, visto che dovremmo almeno ricordare Céline o Drieu La Rochelle e potremmo, con qualche distinguo, aggiungerci i Souvenirs de guerre di Alain (che vi segnalo fra l'altro disponibili in questo file per tutti). Senza dire nulla della trama (il libro di Cendrars riporta l'esperienza del fronte e ne restituisce un quadro che si è ampiamente impresso nei lettori), notavo più che altro la distanza tra gli eventi narrati e il momento di uscita del libro. Anche la principale opera italiana di narrativa sulla Prima guerra mondiale, Un anno sull'altipiano di Lussu, così diversa nei moventi e nello stile rispetto alla tessitura linguistica ardita di Cendrars, non esce affatto a ridosso del quadriennio di guerra, ma molti anni dopo, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Con Cendrars siamo addirittura oltre, nel 1946, quindi in un anno in cui le macerie della seconda guerra fumavano ancora in tutta Europa. Che anche quest'autore di origini svizzere abbia portato a termine dopo molti anni quella che è diventata un'opera di riferimento su un dato tema a me ha dato da pensare, sia nei termini dell'evoluzione di una materia nella scrittura di un autore e sia, dal punto di vista eminentemente storico, del come si siano sovrapposte le due guerre nella mente di chi le ha vissute entrambe nella prima metà del secolo scorso, il quale, a bene vedere, fu sostanzialmente mezzo secolo di guerre europee.

venerdì 4 marzo 2016

I volti nei "Cento e un ragionamenti" di Alain: i segni dell’attenzione uccidono l’attenzione e l’osservatore, nei suoi momenti migliori, sembra distratto

Quote #11

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.


Cento e un ragionamenti di Alain (Einaudi, pp. XLIV-248, a cura di Sergio Solmi, non più in commercio) riapparve nel 1975 nella collana NUE dopo la prima edizione risalente al 1960. L'autore, al secolo Émile-Auguste Chartier (1868 - 1951), aveva combattuto la Prima guerra mondiale da semplice caporale, nel 1917 era rimasto ferito e non aveva mancato di dare un contributo al dibattito con Mars ou la guerre jugée. Il genere sul quale si sarebbe poi più fortunatamente esercitato è quello speculativo-breve ben illuminato dai Propos o da quelli riproposti recentemente da Elliot, Propositi di felicità (sulla base di una traduzione di Anna Maria Rodari già uscita per Editori Riuniti). La carica dei Cento e un ragionamenti qui racchiusi non si esaurisce tra uno e l'altro pezzo (sempre brevi, sempre titolati, 2 o 3 pagine di media per ciascun capitolo), ma dispongono sul piano increspato della scrittura non tanto un sistema filosofico, bensì un metodo di pensiero solleticato continuamente dal reale e dall'accidentalità, come rilevava Solmi nella sua nota. Indeciso tra i suoi "Bachi da seta" e i "Volti", mi son lasciato prendere più dai secondi e dalle loro frantumanti osservazioni finali.
VOLTI


    C’è un tipo di espressione che salta agli occhi di tutti. Come certi chiacchieroni non possono trattenersi dal parlare, cosí ci sono occhi, nasi, bocche che non possono trattenersi dall’esprimere. Si vedono individui imperiosi, minacciosi, risoluti, malinconici o sprezzanti nell’atto stesso di comprare un giornale. Ho conosciuto un tale che rideva sempre. Sono tristi prerogative, che rendono stupidi. Compiango quelli che hanno l’aria intelligente; è una promessa che non si può mantenere. Accade in qualche modo che il viso pensi per il primo, e la conversazione reale non giunge mai ad accordarsi con le mute risposte. Suppongo che la timidezza derivi soprattutto dai messaggi che uno invia involontariamente davanti a sé, senza conoscerne nemmeno lui il significato. Così ogni volta che incontro qualcuno con un viso da spadaccino, dovuto a una combinazione di naso, sopracciglia e baffi, riconosco un timido, che per tal ragione può essere anche un violento; come un attore porta il costume, ma non sa la parte.
    Da queste piccole miserie deriva un’antica norma di educazione, secondo la quale bisogna esercitare il viso a non dir nulla involontariamente. Lo spirito moderatore deve ritirarsi dapprima sotto apparenze neutre, come sotto un riparo: senza tale precauzione resta schiavo delle apparenze, e sempre in ritardo di una battuta. Lo spirito, il sentimento, persino la bellezza dapprincipio devono esser tenuto nascosti, quasi in riserva. Il valore di un sorriso presuppone per cominciare che non si sorrida agli specchi e ai mobili. Nella Chartreuse c’è una giovane borghese, i cui occhi sembrano conversare con le cose che guardano: paragonate questa scioccherella alla divina Clelia, il cui bel viso non esprime all’inizio che un’indifferenza non infinta. Ma il più bel ritratto della nostra galleria letteraria è senza dubbio quello di Veronica, nel Curé de Village. Veronica, fanciulla meravigliosamente bella, dai lineamenti ispessiti e quasi mascherati dal vaiuolo, ritrova ogni volta la sua primitiva bellezza in virtù di un sentimento profondo. La vera potenza di una donna consisterebbe nell’esser bella quando lo voglia.
    Tutto questo si fa sentire nei risultati; cosí la vera civetteria deve sempre guardarsi bene dal piacere; il movimento che piú le si addice è un rifiuto di esser bella: come lo spirito implica sempre ci si rifiuti di comprendere troppo. In fondo, è un abbassare ciò che è naturale e un accrescer valore al libero consenso. Mi sembra quasi di scrivere i consigli di una madre alla propria figlia: ma in tutt’altro senso. Non penso soltanto all’effetto prodotto sullo spettatore: quello che m’importa è il ritorno dei segni che agisce cosí efficacemente su chi li invia. Anche la bellezza divien brutta quando si offre all’ammirazione: è facile trovare prove di quanto dico. La bellezza non riservata esprime subito una certa asprezza e inquietudine, e a volte una specie di stupidità aggressiva. Parimenti i segni dell’attenzione uccidono l’attenzione. L’osservatore, nei suoi momenti migliori, sembra distratto.

lunedì 1 febbraio 2016

L’arte del conversare secondo Montaigne e l'empatia secondo Facebook

Se foste costretti a scegliere, tra vista e udito cosa vi fareste togliere? Per il Montaigne de De l'art de conférer non ci sono dubbi: la vista. Leggendo questo capitolo dei Saggi, ora isolato e proposto da Elliot nella collana "Lampi" col titolo L'arte del conversare (pp. 48, euro 6,50, traduzione di Giulio Martone) emerge invece un interrogativo, banale e riduttivo ma proprio per questo "tarlante": per conversare oggi ci basta la vista? Credo che in pochi oggi risponderebbero come Montaigne alla domanda iniziale. Lo stesso telefono porta un nome che rischia di resistere come un fossile linguistico in un dispositivo che il più delle volte è solo visivo, nel quale l'audio è spesso relegato alla riproduzione di contenuti multimediali (a volte, soprattutto i giovani fanno una sorta di telefonata mandandosi messaggi vocali su Whatsapp, ma non è la stessa cosa di una telefonata, dal momento che non c'è interazione diretta e subentra sempre il concetto di latenza, come in una qualsiasi chat, mancando la compresenza in un medesimo tempo, quello della conversazione appunto). La conversazione che ha in mente Montaigne non è comunque quella che, fatte le debite proporzioni e adattamenti, potrebbe essere ridotta alla conversazione telefonica. Inoltre bisogna prestare sempre attenzione a non far dire a dei testi del passato quello che non dicono. Allo stesso tempo però dobbiamo rimanere aperti a quello che suggeriscono, indovinano o intuiscono, come se la loro luce partita secoli fa arrivasse oggi a illuminare determinate zone preponderanti della nostra vita, un po' come la luce ritardata delle stelle. Inoltre, non è nemmeno questo il posto dove aprire nuove discussioni sulle alterne vicende tra oralità e scrittura alla luce dei nuovi dispositivi di comunicazione che si sono imposti alle nostre attenzioni. Non è questa grande scoperta avvertire forte e chiaro come i Saggi di Montaigne sappiano vibrare a più latitudini - sono secoli che vibrano - e immagino che l'operazione di un editore che estrapola un testo ben preciso da quel fantastico corpus degli Essais sia quella di attualizzarne la forza. In realtà, uno scritto di Montaigne non ha alcun bisogno di essere attualizzato, tanto è grande la sua capacità di trasformarsi nelle varie epoche. Ed è questa trasformazione che caratterizza un vero classico del pensiero o della letteratura. Allora l'unico atto che attualizzi un testo è il più semplice di tutti: riproporlo, renderlo disponibile e finalmente leggerlo, per davvero, nella nostra circostanza. 

Il libro in questione, inteso come oggetto, nei paratesti non cede allora alla facile piega dell'attualizzazione, se non un pochino nella copertina concepita da Chiara Mammì, che strizza l'occhio appunto a una concezione "digitale" della conversazione odierna (tuttavia senza ricorrere alla "punteggiatura" delle emoji, ormai "linguaggio" parallelo, almeno nelle conversazioni dei più giovani). Ma mi pare una mossa azzeccata, più di certe tirate malriuscite che inseguono a tutti i costi la retorica della "grande attualità di un testo". Chi frequenta i cosiddetti "classici" sa poi che l'equivoco centenario sta lì, ovvero nel credere i classici come opere immutabili e date una volta per tutte. Non c'è nulla di più folle e nocivo in questa concezione e vulgata e qui andrebbe verificato l'assassinio (premeditato) che la scuola ha talvolta perpetrato sui classici e sul modo di proporli. Solamente i libri meno interessanti sono dati una volta per tutte e immutabili, i classici invece mutano, si spostano come fanno le onde. Che poi alcuni temi dei classici siano ricorrenti e immutati è un altro paio di maniche, anche se pure su questo aspetto inizio a nutrire dei dubbi.

Premesso ciò, che cosa dice Montaigne e che cosa può suggerire oggi questa lettura? Dal lato di ciò che Montaigne effettivamente scrive troviamo una riflessione aperta e godibile sulla conversazione, intesa come l'esercizio migliore per il nostro spirito, sulle libertà di cui è capace e sulle tirannie odiose a cui è sottoposta. La conversazione è ritenuta un vero sale della vita. Si legge appunto del gusto di praticarla, della ricerca della disputa e del contraddittorio e quindi dell'impossibilità di ridurre sempre la complessità del reale all'interno della conversazione. Sono temi antichi, che tuttavia Montaigne rivisita con la prosa che ha reso gli Essais l'opera che sono. Ma che cosa può suggerire, fra altre cose, questa lettura sul versante del raffronto con la nostra vita di ogni giorno? Ho ravvisato almeno tre spunti forti che, di riflesso, arrivavano durante la lettura di questo scritto di Montaigne e li propongo come esempi, non tanto di aspetti che il testo sviluppa ma come suggestioni che il testo innesca:

1. Il conformismo del pensiero è noioso e diffusissimo. Bella forza, dirà qualcuno. Un'ovvietà di affermazione. Però prendete anche il piccolo mondo delle lettere, di coloro che si interessano di libri e letturatura o filosofia. Quanto conformismo c'è in giro, quanti meccanismi di appiattimento di giudizio, o, meglio ancora, quante pigrizie e assopimenti della conversazione registriamo pur di andar d'accordo e non scomodare qualcuno che magari ha una briciola di potere? La cosa grave è che questo conformismo attecchisce in un mondicolo che spesso si atteggia a maestro di pensiero e anche tra coloro che si costruiscono un'immagine critica particolarmente polemica. Altra cosa grave è che questo conformismo perpetua delle forme di potere ridicolmente.
2. Le capacità e, prima ancora, la voglia di argomentare sono ridotte al minimo storico. Davanti a un "MI PIACE" e alla sua logica invasiva ormai consolidata c'è ben poco da argomentare. I sudatissimi dibattiti del management di Facebook sull'opportunità o meno di introdurre un pulsante "NON MI PIACE" possono far sorridere, ma la dicono lunga (lunghissima) su determinate logiche di pensiero-potere e tirannia/sudditanza che permeano le nostre preferenze e il modo di distribuirle. A oggi il pulsante "NON MI PIACE", che pure esiste in social network come YouTube, non è stato previsto e qualche motivo ci sarà (è più ingombrante, reclama un'argomentazione, una discussione, impone una logica binaria e oppositiva che per il momento si preferisce evitare). Al posto del NON MI PIACE arriverà allora una serie di emoji con le quali esprimere uno "stato d'animo", diverso dal MI PIACE. Secondo le parole di Zuckerberg, quello che desidera esprimere "la gente" è  infatti l'empatia, magari attraverso un filtro colorato o un logo creato subito dopo una tragedia trasmessa in mondovisione. Che dire? Mai un bottone aveva fatto tanto discutere, anche se "la stanza dei bottoni" è un'immagine antica che qualcosa in tutto questo c'entra.
3. Montaigne sembra quasi aver anticipato in alcuni passi di questo suo scritto la civiltà (inciviltà?) del commento. Il commento così come lo conosciamo è spesso la fiacca risposta lassista di una popolazione stanca di ragionare, argomentare e quindi conversare nel senso di Montaigne. Esistono naturalmente dei "commenti" che sono interessanti e costruttivi, ma quello che passa ormai è l'immagine di un commento-telecomando (quando non telecomandato) con cui fare zapping per distribuire il proprio esserci.

Il discorso non va limitato ai social o a Facebook in particolare. Quasi più nessuno può permettersi di fare davanti a questi il vecchio gioco degli apocalittici contro gli integrati. Questi mezzi fanno parte della realtà e della vita di moltissime persone (anche se non di tutte le persone) e sarebbe stupido disinteressarsi e non osservarli, tanto più che si pongono come mezzi di conversazione e interazione sociale. Non c'è alcun atteggiamento ostile da parte mia e alcune osservazioni che ho portato mi pare valgano anche al di fuori dei social. Come anticipato, si deve resistere alla tentazione di far dire a Montaigne quello che non ha detto, in pagine che fra l'altro scorrono in un fiume ben preciso, vale a dire quello dei contributi tradizionalmente dedicati alla conversazione, un fiume che da secoli si alimenta delle riflessioni di scrittori fondamentali. Allo stesso tempo mi è venuto da scrivere di quello che una lettura così ha inevitabilmente suggerito e smosso. Detto diversamente, questa segnalazione, oltre a soffermarsi sulla conversazione, sull'argomentazione, sul MI PIACE/NON MI PIACE, voleva essere un ulteriore argomento a sostegno di una data tesi: il vero classico è mobile, mutevole, ontologicamente instabile e si presta ad illuminare situazioni lontane anni luce da quelle in cui è stato concepito e scritto. E non c'è nulla di così fermo, riappacificante o pigro in un classico della letteratura, tanto meno nell'Oblomov di Gončarov, che è passato nell'immaginario come il classico della pigrizia e dell'accidia.

lunedì 28 dicembre 2015

La collana “Maestri” di Elliot edizioni. Un’intervista con Loretta Santini e Antonio Debenedetti

Librobreve intervista #65

Circa un anno fa approdava in libreria una nuova e notevole collana di saggistica di Elliot edizioni curata da Antonio Debenedetti. I libri di questa collana sono brevi e propongono un’idea forte di “saggistica” come genere letterario fra gli altri, un genere ritenuto indispensabile per avvicinare i nodi cruciali di un’epoca. Il nome scelto per tale raggruppamento di titoli è “Maestri” e alcuni volumi, come ad esempio il Sade di Apollinaire, hanno già trovato spazio in queste pagine nei mesi scorsi. Lo scorso ottobre ho approfondito il percorso svolto fin qui e indagato su alcuni sviluppi futuri in un’intervista telefonica con la direttrice editoriale di Elliot edizioni, Loretta Santini, e con il direttore della collana Antonio Debenedetti (e pure un simpatico cane, responsabile della collana a suo modo, che ha voluto dire la sua in modo stentoreo a metà del nostro colloquio). Il testo che segue è la trascrizione di quella chiacchierata.

LB: Vorrei partire dall’attualità della collana “Maestri” da lei curata, cioè dalle Lettere dal fronte di Renato Serra, uno degli ultimi titoli proposti. Quale il movente, centenari a parte?
AD: Perché Serra? Perché la collana parte con l’intento di recuperare la grande saggistica e Serra rientra pienamente in questo intento, anche con le sue lettere. I saggi rappresentano una nicchia e lo diventano sempre più, anche perché spesso sono inghiottiti da opere monumentali. Un esempio: La letteratura e le idee di Lionel Trilling, uno dei grandi maestri della critica americana del Novecento. Abbiamo voluto estrapolare un saggio da quel volume Einaudi di molti anni fa. Il suo Arte e nevrosi uscito per la collana “Maestri” tocca un tema di straordinaria attualità, anche per le giovani generazioni, ma non solo per queste. Noi lo abbiamo proposto in un’edizione per forza di cose piccola, molto economica. C’è una cosa che però mi piace sottolineare: la saggistica è un genere letterario come la poesia o il romanzo, è chiaro che è così, anche se ciò non pare un assunto di pubblico dominio. Quello che noi vorremmo evidenziare con il nostro operato è allora questo aspetto. La invito a riflettere su come sono stati saccheggiati i classici della narrativa che hanno fatto la fortuna di alcuni editori. Questo non è accaduto con la saggistica. Assieme a Loretta Santini abbiamo immaginato questa collana, fors’anche perché sono figlio di un critico, scrivo recensioni e mi occupo di critica. Ma posso anche dire che la recensione è diversa dal saggio. Le recensioni sono interventi critici, oggi spesso troppo vicini alla volontà degli editori, mentre i classici della saggistica sono dei grandi interventi che riguardano la cultura di una società e di un tempo. Ci sono dei grandi autori di saggi che stiamo inseguendo, Edmund Wilson è uno. I suoi libri e i suoi ritratti sono di una godibilità assoluta. Qual è dunque il tentativo della collana allora?  Prendiamo il nome: “Maestri” è un’idea di Loretta Santini, per dare subito al pubblico l’idea di cosa si parla. Fosse per me avrei scelto “I complici segreti”, perché tali sono da sempre i grandi libri. Tuttavia riconosco che era necessario dare una riconoscibilità immediata del progetto, all’interno delle logiche di una casa editrice di cultura e non “di cassetta”.
LS: Volevo aggiungere solo un appunto sul nome scelto, “Maestri”. L’esigenza era far conoscere questi personaggi del passato come “maestri” e mostrare, allo stesso tempo, come siano assenti oggi figure di quello spessore.

LB: Il nome “Maestri” presuppone un allievo dall’altra parte. Qual è allora la vostra idea di “allievo”?
LS: Per me è un’idea intergenerazionale. Dal punto di vista dei più giovani, io penso che debbano arrivare a capire la differenza di una grande scrittura applicata alla saggistica, una scrittura che spesso non si distingue dalla narrativa o dagli altri grandi generi di cui più spesso si parla.
AD: Per capire una cultura bisogna partire dalla saggistica. Lei esordisce citando Renato Serra, un intellettuale troppo presto strappato alla vita, e fa bene. Abbiamo voluto pubblicare le sue lettere per far emergere il suo risvolto umano, di artista sensibile. Ma presto pubblicheremo Pesci rossi di Emilio Cecchi (già in libreria, ndr). Lei sa che Cecchi è tra i padri della prosa d’arte. Oltre a essere un critico eccellente e fondamentale per la cultura italiana, Cecchi è pure uno scrittore elegantissimo, maestro del suo genere. Ecco, direi che con i primi volumi della collana volevamo far capire anche come vari molto al suo interno lo stile della saggistica, come si possa passare da quello della prosa d’arte di Cecchi, a quello delle folgoranti espressioni creative di Virginia Woolf: i suoi scrittori russi (L'anima russa. Dostoevskij, Cechov, Tolstoj, ndr) diventano un racconto di un racconto, escono dalla cornice saggistica e diventano personaggi della narrativa. La saggistica è un genere che quindi varia moltissimo al suo interno. Avrà una sorpresa quando uscirà il “nostro Collodi”, ma non aggiungo altro (il volume Pinocchio. Poli, Papini, Pancrazi, Montanelli è da poco in libreria, ndr). Da quel volume, inventato qui in casa editrice, però si potrà evincere meglio la nostra idea di saggistica e le diverse sfaccettature del saggio: saggio come racconto e ritratto dell’artista, come analisi stilistica, come analisi psicologica e come analisi di contenuti.

LB: C’è una pianificazione di medio-lungo termine delle uscite?
AD: I lavori avvengono tra me, Loretta e un terzo, spesso in mezzo: il cane. In realtà si tratta di costruire un dialogo e capire come comportarsi ad esempio con gli autori stranieri che pubblichiamo, che non sempre sono fuori diritti. In sostanza, quello che pubblicheremo nei prossimi sei mesi è chiaro nelle nostre teste, ma poi bisogna sempre fare i conti con quanto si riesce effettivamente a pubblicare. Questo accade perché parliamo di una collana che non raccoglie quello che si trova facilmente nei tavolini; è una collana che talvolta si alimenta di un gusto “tirannico” e che per tale motivo può trovarsi davanti dei muri o delle porte chiuse.

LB: L’ultima domanda è relativa al costrutto editoriale di collana. Tale costrutto mi pare regga ancora nel mondo dell’editoria. Elliot stessa è strutturata per collane. Ma tale costrutto regge davvero o vacilla? Presenta qualche difficoltà e scricchiolio o è ancora il costrutto principe per organizzare un catalogo editoriale?
LS: La domanda tocca una questione aperta. Già qui in casa editrice la vediamo in modi assai diversi. Per alcuni dei miei collaboratori la centralità di tale costrutto editoriale è messa in discussione. Io invece sostengo la necessità delle collane (per i contenuti, ma pure per la grafica), anche perché da lettrice questo è stato un modo per fidarmi, quando queste erano la rappresentazione del bagaglio di personaggi di grandissimo valore culturale. Quindi devo molto alle collane e se ho letto quello che ho letto è grazie alla presenza di un titolo in una data serie di titoli raggruppati sotto un comune denominatore all'interno di un catalogo di un editore. Per i cosiddetti lettori forti - che forse non frequentano nemmeno più le librerie tradizionali, ma si muovono diversamente per i loro acquisti - penso sia ancora viva la necessità di collana e la volontà di affezione a questa. Lo stesso progetto di “Maestri” insegna, pure da un punto di vista prettamente pratico e commerciale: se mando l’elenco delle novità a un agente particolarmente “riottoso”, non particolarmente motivato a promuovere un “piccolo libro” su cui rischia solo di perdere del tempo e non guadagnare molto, avere alle spalle l’elenco dei titoli già usciti mi aiuta. Anche questo è il senso della collana, qui da un punto di vista commerciale.
AD: Le collane hanno certamente un senso. Le mie generazioni si sono formate su certe collane, pensi ad esempio a “Lo Specchio” per la poesia, ma anche al “Il tornasole” di Niccolò Gallo e Vittorio Sereni, oppure pensi a “La Medusa” e ai titoli che quella collana permise di pubblicare durante il Fascismo, oppure a “I Gettoni” di Vittorini che hanno rimesso in moto la macchina della narrativa italiana nel dopoguerra. Ma ci sono anche altre collane a cui pensare, come “Il pesanervi” di Bompiani di cui stiamo recuperando un titolo, ma non per la collana “Maestri”. Le collane sono dunque fondamentali e, dirò di più, credo siano pure un vanto della nostra editoria. Quando Attilio Bertolucci dirigeva la collana di letteratura di Garzanti uscirono ad esempio Ivy Compton Burnett o Il moscardino di Pea. In Italia ci sono state collane e direttori di collane che hanno fatto epoca. Ricordiamo Il Gattopardo uscito per Feltrinelli sotto la direzione editoriale di Giorgio Bassani. Le collane allora sono un modo di far rivivere la rivista letteraria, con le sue scelte e il suo percorso culturale. Oggi è chiaro che le riviste stentano molto, ma le collane possono comunque diventare un punto di riferimento come lo erano le riviste. Lo spirito da cui nascevano le scelte, all’interno di una redazione di una rivista, si rifaceva alla memoria di titoli che poi venivano proposti e diventavano attuali. In una collana si va a cercare il libro che rappresenti qualcosa, una zona della cultura, illuminando così, a poco a poco, una sorta di diorama. Noi vorremmo che avvicinando questi libri si potessero riannodare certi punti fermi della cultura. Una battuta per concludere: fare cultura con pochi soldi ad alto livello, ecco, questo è l’obbiettivo primo e ultimo di questa collana “Maestri”.

mercoledì 28 ottobre 2015

Renato Serra tra le nuvole e la luna fresca

Leggere una grande guerra #17

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Non propriamente un libro sulla Grande Guerra è questo Tra le nuvole e la luna fresca che l'editore Nino Aragno dedica a Renato Serra (euro 12, a cura di Luigi Bonanate). Tuttavia si sa che la pallottola che colpì il direttore della Biblioteca Malatestiana in fronte, il 20 luglio di cent'anni fa sul monte Podgora, durante la Seconda battaglia dell'Isonzo, ha indissolubilmente legato il suo nome a quel conflitto per il quale aveva espresso il proprio peculiare favore. Se scorriamo l'indice del volume, capiamo comunque che si tratta anche di un libro utile per provare a leggere quella guerra. Vi troviamo l'approfondita prefazione di Bonanate, nella quale avviene anche una sommaria ricomposizione della vita del critico romagnolo, con qualche concessione ai dettagli (dal Serra sciupafemmine al patito del gioco d'azzardo), una ricognizione sulle opere e sulle tantissime lettere (Serra si muoveva poco da Cesena e la sua opera più affascinante resta forse l'epistolario), l'affastellarsi dei ricordi di amici e di Giuseppe De Robertis in particolare modo. Dopo la prefazione, il libro prende due strade. Una prima parte raggruppa le Lettere in pace e in guerra già pubblicate dallo stesso editore, il celebre Esame di coscienza di un letterato e il puntiforme Diario di trincea (6-20 luglio 1915); una seconda sezione è invece tutta dedicata a De Robertis, con gli scritti La realtà e la sua ombra, quella sorta di necrologio impossibile che fu Per la morte di Serra e infine Conversazione sulla vita e sulla morte. Una selezione di lettere di Serra è recentemente comparsa anche nella bella collana "Maestri" curata da Antonio Debenedetti per Elliot con il titolo Lettere dal fronte (pp. 96, euro 9,50, con una prefazione di Massimo Onofri). Su questa collana dovremmo prima o poi ritornare. Ma è bene tornare ogni tanto anche sul "mito Serra", dentro e fuori l'aria viziata e perniciosa del centenario. Ecco quindi due segnalazioni di libri, come due finestre aperte a salutare spiffero.

lunedì 5 gennaio 2015

Sade letto da Guillaume Apollinaire

Chi legge Sade oggi? La vicenda del "divin marchese" è abbastanza nota, perlomeno a grandi linee: ha prestato parole (e parole composte) al nostro dizionario, è entrato nell'immaginario, eppure per tutto l'Ottocento non se l'è filato sostanzialmente nessuno, ad eccezione di Baudelaire e Rimbaud in patria e Swinburne nell'Inghilterra vittoriana. D'accordo, non sono nomi da poco, ma non sono bastati a portare in primo piano la sua opera e così il vero risveglio d'interesse (e anche l'effettiva reperibilità delle opere) si è verificata soltanto nel Novecento, grazie allo sdoganamento via psicologia/psicoanalisi ma anche grazie a generazioni di scrittori che hanno finalmente letto le sue opere e ne hanno efficacemente scritto. Ricordo allora il capitolo che gli dedica Georges Bataille ne La Littérature et le Mal (che noi possiamo leggere nella traduzione di Zanzotto), Pierre Klossowski che scrisse Sade prossimo mio, ma anche Barthes o Blanchot. Non da ultimo il poeta Apollinaire autore di L'Œuvre du Marquis de Sade nel 1909 e di cui Elliot propone una edizione nella collana "Maestri" diretta da Antonio Debenedetti (Sade, pp. 96, euro 10, introduzione di Giuseppe Scaraffia e traduzione di Giovanna Rui).

L'anno che si è appena concluso è stato editorialmente abbastanza ricco, complici i duecento anni dalla morte del nostro autore, avvenuta nell'ospizio per malati mentali di Charenton e quindi ora non vi è che l'imbarazzo della scelta, visto che molte sono state le nuove traduzioni e le riproposizioni per avvicinarsi a un autore il cui nome si lega ai temi fondamentali della perversione, del male e del vizio/virtù. Apollinaire ci mostra per gradi come Donatien-Alphonse-François abbia dalla sua teorie, idee e stile senza pari, una sorta di "divina spregiudicatezza". In questa manciata di pagine Apollinaire, con un incredibile piglio d'ordine e senso d'urgenza, getta sull'arena una propria personalissima lettura dell'opera e della vicenda del marchese. Pur non essendo una biografia, lo scritto di Apollinaire è una passeggiata avventurosa attraverso quasi tutti gli anni di Sade, le vicende politiche e civili che lo coinvolsero, la prigionia, le lettere. Le pagine del poeta diventano monito contro tutte le strumentalizzazioni dell'opera sadiana sempre in agguato. Alla fine ci accorgiamo che il portato intellettuale di figure come quella di Sade è un detonatore attivo sulle crepe e sulle cerniere tra le epoche che spesso amiamo individuare e marcare. E ai nostri occhi, ma anche già a quelli di Apollinaire, Sade allora appare come una sorta di contraltare o specchio infranto della ragione dell'Illuminismo, un passo falso e necessario di un'intera epoca che forse credeva di non essere destinata a fare la conoscenza delle sabbie mobili del pensiero e della condizione umana e che invece in queste sabbie vi è precipitata, pesantemente, a piè pari.

domenica 27 luglio 2014

da "Il disegnatore di alberi" di Roberto Amato

Una poesia da #41


La poesia di Roberto Amato è davvero "un'onda d'aria fresca, frizzante, profumata" come ha scritto Manlio Cancogni nella nota finale a L'acqua alta. Si fa avvicinare e allo stesso tempo lascia un grande senso di enigma addosso. Ho voluto farne una lettura "in serie". I tre libri che ha pubblicato con Elliot, Il disegnatore di alberi (2009), L'acqua alta (2011) e Lo scrittore di saggi (2012) si trovano senza problemi. Così come i due libri usciti per Diabasis e intitolati L'agenzia di viaggi (2006) e Le cucine celesti (2003). Cucine e cucinare, cose che ritornano in quest'unico testo che ho scelto dal libro del 2009. Libro che si apre con un frammento di una lettera di Kafka a Milena ("Poche cose sono sicure, ma questa è una, che non vivremo mai insieme, in una casa comune, corpo accanto a corpo, alla stessa tavola, mai, nemmeno nella stessa città…"), Il disegnatore di alberi parte, arriva e sta tutto in queste parole del frammento, dopo aver attraversato un percorso di scrittura che convince sotto ogni aspetto.

Da quando il mondo è finito ti scrivo con più regolarità
(ogni giro di luna).

Dico finito ma esagero.
Ogni cosa è al suo posto.
Ma sono i posti
che non ci sono più
che sono incasellati in un termitaio:
un favo abbandonato dalle api.


probabilmente
esiste un Ordine Conclusivo.
(Voglio dire che il mondo non è stato ammassato a caso).

Ma noi non siamo interessati a queste cose.
Noi volevamo affittare un monolocale
per avere qualche rapporto intimo (non proprio sessuale):
ad esempio lavarci reciprocamente i capelli e pettinarci
e poi scegliere i nostri vestiti secondo una logica
che a me piacerebbe definire
stringente.

Poi volevamo costruire una libreria in cucina. Un vero ricettario
perché secondo me nella vita non si dovrebbe fare altro che cucinare
anche se poi non si mangia quasi niente.