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sabato 18 agosto 2018

"Una nuova sintassi per il mondo. L'opera letteraria di Emilio Tadini" nello studio di Giacomo Raccis

Qualche mese fa avevamo lasciato Giacomo Raccis alla curatela del ricco e utile volume Quando l'orologio si ferma... Scritti (1958-1970) pubblicato da Il Mulino e contenente articoli e contributi critici di Emilio Tadini divenuti difficilmente reperibili (qui la recensione). Il giovane studioso, nato a Padova 31 anni fa, ricercatore all'Università di Bergamo e tra gli animatori del sito "La Balena Bianca", dimostra con un nuovo libro ravvicinato su Tadini di proseguire in questa operazione di analisi e riconsiderazione dell'opera di una figura poliedrica del Novecento italiano. Tolti Mauro Bersani, Alberto Casadei, Clelia Martignoni, Anna Modena, Bruno Pischedda, Gianni Turchetta e pochi altri, leggendo il nuovo libro di Raccis si capisce presto quanto fievole e discontinua sia stata l'attenzione posata sull'opera di Tadini. L'impressione infatti è che soprattutto la sua opera letteraria non abbia mai goduto di una solida cittadinanza nell'universo della critica. Se volgiamo poi lo sguardo al versante editoriale, ci accorgeremo di come oggi molti suoi libri di prosa inizino a diventare difficilmente reperibili. Il ricordo di Emilio Tadini è insomma più legato al successo sul versante pittorico e al suo contributo nell'animazione della vita pubblica di Milano, dove per un periodo fu anche direttore dell'Accademia di belle arti di Brera. E nemmeno la critica attuale, come detto, pare molto interessata al suo lascito che è davvero multiforme (si pensi anche alle sue traduzioni da Shakespeare, Joyce, Stendhal, Artaud o a quel singolare testo teatrale del 1997 intitolato La deposizione). 

In un panorama del genere i lavori ravvicinati di Giacomo Raccis fanno eccezione ed è opportuno segnalare anche il nuovo studio pubblicato nei mesi scorsi da Quodlibet con il titolo Una nuova sintassi per il mondo. L'opera letteraria di Emilio Tadini (pp. 168, euro 19). L'agile libro riesce nel nient'affatto agile compito di restituire la complessità dell'opera tadiniana, il suo mai allineato contributo alla lettura della complessità del reale. Tadini si confrontò davvero con quasi tutti i gruppi e le "situazioni" intellettuali a lui contemporanee, mantenendo un'invidiabile autonomia di pensiero e prassi. Raccis compie un percorso tutto sommato breve e sintetico che sa cogliere gli echi interni del corpo d'opera dell'artista-scrittore, trattando la sua poliedricità come un favorevole ausilio e non come un ostacolo (ostacolo che spesso compare nei casi di quelle figure che non si sono "specializzate" in qualcosa). Poesia, critica, pittura, romanzo, teatro, traduzione sono tutte strade percorse da Tadini e contemplate dall'autore di questo saggio, tuttavia l'accento del volume in questione è finalmente posto sull'opera letteraria, ovvero su quanto più reclamava un'analisi dedicata, con selezionatissimi e puntuali innesti e rimandi all'opera pittorica. E anche la strutturazione del  percorso è cronologica e insegue i salienti di una scrittura in prosa che si contano sulle dita di una mano: Le armi l'amore del 1963, la "trilogia del giornalista miope" composta da L'opera del 1980, La lunga notte del 1987, La tempesta del 1993 e infine, postumo, Eccetera uscito nel 2002, libro nel quale Tadini orienta enigmaticamente e allegoricamente l'antenna parabolica della propria scrittura verso la fiaba, sola creazione mitica concessa all'uomo di oggi quale coscienza di liberazione da sistemi metafisici, ideologici e filosofici.

L'impalcatura cronologica adottata da Raccis diventa presto funzionale a una trattazione che raduna echi plurimi. Anche il saggio La distanza è chiaramente convocato in queste pagine, e resta centrale, se è vero che spesso la scrittura è invece un tentativo di riduzione di distanza. Non vi è un senso di divenire e evoluzione manifesta nell'opera letteraria di Emilio Tadini, semmai vi è un corpo tutto sommato contenuto di opere che lavora contro la storia e un pensiero storicista. L'approccio cronologico, in modo apparentemente paradossale, diventa una chiave per demolire la consequenzialità di visione, di linguaggio, di comprensione (detto diversamente: l'accumulo di tempo sul cervello?) che Tadini non abbraccia, prediligendo una stazione mobile della scrittura che di volta in volta si relazioni con le tante frecce che il prepotente ribollire del reale scocca. Questo accade anche quando il tema diventa prettamente "storico", come succede ad esempio ne La lunga notte, libro prominente nel variegato panorama di testi incentrati sull'Italia fascista e sulle figure che la calcarono. È la stessa frammentazione, talvolta anche linguistica, che Tadini mette in atto attraverso opere distribuite in un arco di tempo piuttosto lungo, che dialoga senza soluzione di continuità con le pressioni del presente, che trascina e compone la "nuova sintassi per il mondo", anche quando queste istanze e pressioni sembrano restringersi, isolarsi e concentrarsi in un solo nucleo, come ne La tempesta, in questo rinnovato dramma della follia consegnatoci dalla letteratura a noi più prossima, in questo regno protettivo inscenato dal Prospero tadiniano del Ventesimo secolo.

venerdì 2 marzo 2018

"Biologia della letteratura. Corpo, stile, storia" di Alberto Casadei

"Biologia della letteratura" che cosa significa? Letteralmente dovrebbe essere la scienza che studia gli esseri viventi e le leggi che li governano applicata a quella cosa che chiamiamo letteratura. Nell'espressione s'intuisce forse, ad un livello epidermico, che si va oltre una biologia della cellula e ci si avvicina a una biologia largamente intesa, che abbraccia le scienze cognitive e neuroscienze, le recenti acquisizioni attorno al dualismo corpo-mente e a quelle che riguardano il superamento della dicotomia natura-cultura. Ma capiamo di più così di questa espressione? Non è che sia l'ennesimo accostamento di termini per dar vita a qualche evanescente disciplina destinata a durare una stagione, magari anche lunga, o a una nuova fantasmagorica cattedra universitaria? No. Il titolo non scalda, ma va bene così, perché è il titolo di uno studio che promette uno sguardo rilevante e parimenti imposta un lavoro lungo e per larga parte, se non da incominciare, da consolidare. Per capirci meglio dobbiamo iniziare a spostarci sul sottotitolo: "Corpo, stile, storia". Questi sintagmi ci dicono invece dei tre termini con i quali Alberto Casadei si confronta lungo tutta la sua puntuta trattazione. Biologia della letteratura (Il Saggiatore, pp. 248, euro 23) porta dunque un titolo che è curiosamente piatto e ambiziosissimo. È normale che sia così, perché non è facile rendere conto di come l'ormai lunga storia delle scienze e delle scienze cognitive - con in testa certe ricerche di Gerald M. Edelman, Gregory Bateson e António R. Damásio, ma anche di Jean-Pierre Changeux assieme a Paul Ricoeur - possa fecondare gli attuali studi di letteratura e di altre espressioni artistiche, le ripetute analisi sul come arriviamo a elaborare nei testi miti, sempre nuove forme o quelle metafore di cui Susan Sontag diffidava, circa negli stessi anni in cui George Lakoff le metteva alla base dei meccanismi cognitivi nel suo celebre studio Metafora e vita quotidiana

Diciamo già che nel libro di Casadei lo sguardo sulla letteratura è prominente, anche se non esclusivo. Si potrebbe leggere in tandem con un altro recente titolo di Michele Cometa, che però si pone al lettore con tutt'altro spirito: Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria (Raffaello Cortina Editore, 2017). L'autore riprende in mano discorsi come quelli che volteggiano pericolosamente attorno a cosa sia "ispirazione" o cosa sia "classico", ragionamenti che da sempre camminano sopra terreni scivolosi. Inoltre - e qui si colloca la parte più innovativa di questo studio necessario  - torna a parlare della cosa più importante: lo stile, non a caso parola centrale del sottotitolo. Il punto di partenza vuole essere un dato assodato, vale a dire il necessario superamento del dualismo tra natura e cultura. Se ne parla da anni, ma la collosità di quel dualismo è dura a morire. La dimensione di vita (quindi anche "biologica") media odierna si trova inondata di stimoli e pulsioni che ci hanno catapultato in un mondo così diverso da quello di poco tempo fa, che con accelerazioni fino a l'altro giorno impensabili ha agito sul nostro cervello e sull'atto creativo. In questo studio, come si enuclea programmaticamente in sede di incipit:
si tenterà di inserire la creazione artistica, e in specie letteraria, nel continuum dei processi biologici, incarnati nell'insieme corpo-mente a partire dal quale si sviluppano le potenzialità e le propensioni umane.
Avrete notato la densità di parole-spia, ognuna fulcro di leve importanti ("creazione artistica", "continuum dei processi biologici", "insieme corpo-mente", "potenzialità" e "propensioni umane"). Per insistere sullo stile, come spiegherà qualche paragrafo dopo
L'inserimento dei processi artistici in un continuum biologico-storico-culturale consente di spiegare meglio la componente essenziale per il cambiamento di status di un oggetto (non solo testuale, e non solo verbale) da semplice entità d'uso a opera adeguata per un riuso nel tempo. Grazie allo stile, inteso appunto come un'elaborazione higher level a partire da forme riconoscibili, non ci si limita a indicare sottili discrimini fra ciò che è creazione e ciò che rimane nel campo della scoperta o dell'invenzione ma si toccano i fondamenti del rapporto dell'artista con il mondo. Lo aveva già intuito Giacomo Debenedetti: «Stile è [...] la scelta del dettaglio suggestivo in mezzo alla congerie amorfa e schiacciante del reale». Di fatto, la questione è semplice: «sia in filosofia sia in letteratura lo stile è sostanza» (George Steiner in La poesia del pensiero. Dall'ellenismo a Paul Celan).
Attenzione, ritmicità, capacità mimetica, metaforizzazione (blending) sono i quadranti dove il cursore di Casadei si muove con agio ed efficacia. L'autore non è nuovo a questi affondi, avendo alle spalle titoli come Poesia e ispirazione (Luca Sossella Editore, 2009) e Poetiche della creatività. Letteratura e scienze della mente (Bruno Mondadori, 2011). Lo stile torna continuamente al centro del triangolo (ora equilatero, ora isoscele, ora scaleno) tra storia, ambiente e biologia del soggetto. La tanto sbandierata interdisciplinarietà, qui così evidente sin dal titolo, è una conquista difficile e non un facile spot pubblicitario e accademico. Oggi l'interdisciplinarietà si contrabbanda con una facilità esagerata, forse di più proprio là dove è carente, e si rischia di giungere a conclusioni sin troppo eclettiche. Questo studio di Alberto Casadei gode di un avvicinamento built-in all'interdisciplinarietà, senza complessi di inferiorità o superiorità tra sfere del sapere, e si conclude ritraendo il corpo umano all'interno dello scenario dove si trova effettivamente, quel cloud rappresentato dal Web e dalle interazioni in rete. 
Un’arte che si pone il problema dell’arte (Blanchot); che si presenta come progetto di vita scritto ai margini del vivere (Celan); che trasforma ogni vincolo coercitivo per far coincidere parole e cose (Foucault); un’arte così caratterizzata non può non darsi come obiettivo fondamentale quello di proporre la co-fondazione di una humanitas che non sia solo la somma delle visioni del mondo attuali, come avevano gia intuito Jean-Pierre Changeux e Paul Ricoeur (1998). Si dovrà verificare quali stili saranno adatti a riproporre e rappresentare la condizione della nuova sfera-Cloud e delle sue interazioni con la corporeità e il pensiero. Ma d’altronde che cosa ha fatto l’arte, dalle sue prime manifestazioni a oggi, se non fondere propensioni biologico-cognitive ed elaborazioni stilistiche?
Inevitabile, giunti alla fine, interrogarsi sui nuovi stili che apriranno le porte a nuove forme di rielaborazione artistica da dentro questa nuvola, nuova metafora delle potenzialità cognitive umane, massa ora densa ora rarefatta. La cosa che pare certa è che non ci sia più uno stare sopra o sotto la nuvola, ma uno stare dentro soltanto.