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lunedì 1 giugno 2015

Tradurre in italiano Aleksandar Hemon, Emmanuel Carrère, Cormac McCarthy, Noëlle Revaz e altri. Intervista a Maurizia Balmelli

Librobreve intervista #57

Prosegue la serie di interviste incentrate sulla traduzione letteraria e altre ne verranno. Mi rendo conto che queste interviste, messe in sequenza, compongono una sorta di gineceo, vista la maggioranza di donne intervenute. Tutto ciò non è intenzionale e sto correndo ai ripari con appositi contrappesi e "quote azzurre". Non oggi però, perché vi accingete a leggere le risposte di Maurizia Balmelli (a lato ritratta da Chiara Tiraboschi), la quale fece la sua prima comparsa su queste pagine diversi anni fa, in occasione di un post dedicato a Ágota Kristóf. Nelle risposte che seguono ci illustra gli ultimi lavori portati a termine, soffermandosi su alcuni autori in particolar modo. Non è difficile che vi siate imbattuti in un'opera da lei tradotta. Si parla anche di traduzioni dal francese e dall'inglese e una domanda parte proprio da qui, e poi di piacere, in senso lato ma anche in senso stretto. Vi auguro quindi una piacevole lettura.

Miriam Toews
LB: Le ultime battaglie di cui sei "reduce": quali sono, cosa ti lasciano? Ci sta parlare di "battaglia", naturalmente in senso metaforico, per una traduzione, poi?
R: Il gesto della traduzione viene spesso descritto come un “corpo a corpo” con la lingua, descrizione che sottoscrivo. Ma delle “battaglie” da cui sono “reduce” stavolta mi piacerebbe parlare in termini emotivi. Per una serie di circostanze, negli scorsi mesi mi sono ritrovata a tradurre con tempi serratissimi due romanzi molto impegnativi e profondamente diversi tra loro: I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews (Marcos y Marcos) e La zona d'interesse di Martin Amis (in uscita per Einaudi a settembre). Il primo racconta un rapporto appassionato tra due sorelle, Elf, disperatamente determinata a morire e Yoli (la voce narrante) disperatamente determinata a salvare Elf; il secondo è costruito come una specie di mémoire a tre voci dai toni farseschi sulla vita dentro e fuori Auschwitz. Ecco: convivere per mesi e mesi con personaggi così estremi, costruire l’empatia necessaria a prestare le mie parole a una donna che cerca le proprie per riuscire a salvare la sorella, a un criminale nazista tossico e con il complesso della bassa statura o a un prigioniero ebreo costretto a uccidere i propri figli ha rappresentato un vero e proprio tour de force emotivo. Mi piacerebbe che tra le difficoltà della traduzione letteraria non si dimenticasse mai questa: lo sforzo, ogni volta, non solo di fare propria una lingua, ma anche di entrare in risonanza con un materiale narrativo – spesso incandescente – che scaturisce dal vissuto e dalle motivazioni profonde di un altro, lo scrittore.

LB: Hai cinque secondi per pensare un titolo. Vorrei sapere la traduzione - e quindi l'opera - che più ha inciso su di te, da tutti i fronti (lettrice, traduttrice, donna). Se esiste, naturalmente.
R: Molto difficile rispondere, perché la lettrice e la traduttrice in me non coincidono. O meglio, ciò che affascina la traduttrice non per forza corrisponde ai gusti della lettrice. Detto ciò, un’opera che mi ha fatto godere –si è trattato proprio di piacere dei sensi– sia come traduttrice sia come lettrice esiste, ed è Amore e ostacoli di Aleksandar Hemon (Einaudi); godimento perché ero a mio agio nella sua lingua, completamente a mio agio, come in una felpa che puoi anche permetterti di stiracchiare, di deformare, tanto è quasi una seconda pelle: ti senti talmente in sintonia col testo da concederti perfino degli allontanamenti, delle involate, delle pennellate più decise in alcuni punti… quella stessa libertà che vivi quando sei in intimità con qualcuno, e che procura piacere. A oggi ho tradotto una cinquantina di opere, ma Amore e ostacoli è forse quella con cui, e per la prima volta, ho provato un piacere profondo e costante. Azzarderei che, se da un lato ha sicuramente inciso la ormai approfondita conoscenza dell’autore, parte del merito va al fatto che questo è un libro in cui il piacere, la gioia del narrare sono tangibili. E mi hanno contagiata. Infine mi sento di dire che con questo libro ho davvero capito dall’interno il senso e l’importanza di seguire un autore nel tempo: accade che, per quanto sorprendente possa sembrare, approdi a un livello superiore in cui non traduci più il testo, ma l’autore – i suoi mood, i suoi tic, il suo respiro… fino alle sue intenzioni. Qualcuno ha definito questa mia traduzione “divertita”; ecco, questo è quanto sta dietro a quel percepibile “divertimento”.

LB: Hai lavorato con le principali case editrici italiane. Al di là di norme redazionali differenti, ci sono differenze sostanziali nel modo di operare che ti va di illustrare?
R: Alcune pagano meglio, altre peggio. Alcune sono puntuali, altre meno. A parte questo, la differenza sostanziale, per me traduttrice, sta nella presenza o meno di un interlocutore. E per interlocutore intendo un professionista “informato dei fatti”. I fatti, in questo caso, sono in prima istanza l’autore e secondariamente il traduttore. Sembra grottesco, lo so, ma non è automatico che la persona che si occuperà di rivedere una traduzione abbia colto appieno l’identità letteraria dell’autore in questione; allo stesso modo, più l’editor conosce il traduttore (intendo il suo lavoro, ovviamente) più saprà seguirne i ragionamenti e comprenderne le scelte, mettendone in valore e affinandone il lavoro con rispetto. Ciò non significa che un bravo editor non possa intervenire in maniera pertinente su un testo a prescindere dai suddetti elementi, ma stando alla mia esperienza, un dialogo nel tempo tra un editor e un traduttore porta i suoi frutti, esattamente come la frequentazione approfondita di cui parlavo a proposito di Hemon.

Emmanuel Carrère
LB: Ti sei occupata di autori che riscontrano anche un successo di pubblico (penso a Carrère, ad esempio, o Amis e McCarthy). Ora, da un punto di vista tariffario, è così scontato ormai che si paghi a cartella (a prescindere dalla tariffa che uno riesce a contrattare) o credi che si dovrebbe riaprire una parentesi sulla possibilità di un pagamento del traduttore legato all'andamento delle vendite? Insomma, uno può essere Carrère ma se la traduzione non è buona non è buona e se è vera la storiella che vuole il traduttore come co-autore di un'opera allora...
R: Sfondi una porta aperta. Certo che bisognerebbe lottare per un compenso legato all’andamento delle vendite… Si chiamano royalties e, tendenzialmente, nell’Europa civile sono contemplate. Certo, sarebbe una battaglia più che valida: sostanziale. Perché è l’unico modo di affermare uno status finora ambiguo – che è uno status parzialmente autoriale. Sono spiacente, ma chi insiste nel dire che questo mestiere è ausiliario, puramente artigianale, non si rende conto del grado di consapevolezza e di responsabilità con cui noi usiamo lo stesso strumento dei nostri autori: la lingua. Del resto, l’editing di un testo originale non è dissimile, in fase avanzata, da un buon lavoro di editing su una traduzione.

LB: Ti sei occupata a lungo di Aleksandar Hemon e la frequentazione non è ancora conclusa. Non ho ancora letto nulla di Hemon. Da quale libro mi consigli di iniziare? Perché?
R: Sembrerò un’invasata, ma ovviamente ti consiglio Amore e ostacoli. Perché è una scrittura privata e politica a un tempo, perché ha uno humour e una faccia tosta irresistibili, perché sintetizza l’urgenza della testimonianza e il sublime piacere della narrazione.

LB: Dal francese e dall'inglese. Preferenze? Esiste qualcosa di simile a un "piacere" che magari è più intenso in un caso o nell'altro?
R: “Piacere” è un termine ricorrente, in quest’intervista… e mi fa piacere! Dunque. Tradurre dall’inglese costringe ad andare lontano. E a me piace andare lontano – in senso stretto come in senso lato. Per sua natura, l’inglese mi costringe ad allontanarmi da strutture linguistiche e mentali che non mi appartengono nel modo più assoluto. Ed essendo la mia seconda lingua straniera, comporta davvero una continua scoperta ed estensione della conoscenza; è un viaggio di conquista, ogni volta. Non che con il francese io viaggi col pilota automatico: la vicinanza tra il francese e l’italiano, si sa, è insidiosissima; tanto che, quando si tratta di queste due lingue, a prima vista non è affatto scontato riconoscere una cattiva traduzione. Eppure. Mi è capitato di rivedere traduzioni che si sono rivelate un vero e proprio incubo, nella misura in cui il traduttore aveva sistematicamente evitato di percorrere quell’ultimo tratto di strada che conduce una traduzione allo status di “testo autonomo” – e che nel caso di una traduzione dal francese è apparentemente molto breve. Quel tratto di strada che fa si che un lettore italofono possa trarre piacere dalla lettura come il lettore dell’originale, adagiarsi nella lingua in cui legge. Spesso si sente dire “ho mollato quel libro, non so, trovavo la lettura faticosa”; ecco: quando una traduzione non è scorretta, ma reca in sé l’impronta insistente e non risolta della lingua originale, il lettore è costretto a una fatica minima che via via si accumula, e che anziché aprirgli l’accesso all’opera lo allontana fino a fargliela abbandonare. Un bel crimine contro l’umanità, non ti pare?

Martin Amis
LB: Quali sono le situazioni del testo che ti mettono più in crisi?
R: Come continuamente si dice, la traduzione, tra tante cose, è arte del compromesso: il passaggio da un sistema linguistico a un altro – su un piano oggettivo – e dalla lingua di un dato scrittore alla lingua di un dato traduttore – su un piano soggettivo – comporta inevitabilmente una serie di slittamenti, di accomodamenti, di approssimazioni, di perdite nonché una produzione di nuovo e inaspettato senso. Ma quando il traduttore ha a che fare con uno scrittore peraltro sublime come Martin Amis, che gioca costantemente a destabilizzare il lettore, facendo dell’ambiguità linguistica – anzi lessicale, semantica – una cifra stilistica ed espressiva imprescindibile, le gatte da pelare aumentano esponenzialmente. La lingua è sempre un terreno insidioso, sempre mobile e solo in parte permanente. Ma tradurre Martin Amis per me significa interrogare ossessivamente ogni parola, temere una trappola sotto ogni scelta lessicale. Per un breve periodo ho lavorato parallelamente su Amis e Toews, e ogni volta tornavo con sollievo a I miei piccoli dispiaceri come a un territorio amico: la lingua della Toews insegue la trasparenza, l’immediatezza, mettendoti semmai di fronte alle difficoltà del discorso diretto, del dialogo mimetico, ma hai la rassicurante sensazione che ti venga restituita un po’ di terra sotto i piedi.

Noëlle Revaz
LB: Durante la recente manifestazione Chiasso Letteraria hai presentato un'autrice che hai anche tradotto, Noëlle Revaz. Ti congedi con una sua citazione? Grazie.
R: È buffo che me lo chiedi, perché dei tanti che ho tradotto, trovo che i romanzi di Noëlle siano tra quelli che più si sottraggono alla possibilità di citazione. Cuore di bestia (Keller editore) soprattutto è un tale impasto linguistico che a volerne illuminare un frammento si rischia davvero di ottenere soltanto un’impressione di caotica opacità. Però posso citare l’autrice, che da qualche parte ha detto “Quando scrivo, cerco di abbracciare quanti più possibili mi riesce”; una dichiarazione di intenti che spero suggerisca il senso di vertigine del traduttore che la traduce.
E grazie a te.

sabato 23 maggio 2015

Tradurre in italiano Don DeLillo, Nick Laird, James Graham Ballard e molti altri. Intervista a Federica Aceto

Librobreve intervista #56

Chi di voi non ha mai captato e registrato il suo nome potrà far un salto qui e, con un colpo d'occhio assai rapido, scorrere la lista di libri che Federica Aceto ha tradotto in italiano. Sono molti e scommetto che qualcuno l'avete letto. Tra questi poi ritroverete titoli famosi di Don DeLillo, Ali Smith, Nick Laird, James Graham Ballard, Martin Amis o Alison Louise Kennedy. Di recente il nome di Federica Aceto si è sentito anche in seguito alle discussioni che hanno scoperchiato le situazioni di insolvenza di una parte dell'editoria nazionale. Ma qui Federica Aceto ha accettato di rispondere ad alcune domande sulla traduzione, sui miti già sfatati e quelli ancora da sfatare, su alcuni libri tradotti. Certo, non manca la domanda cosiddetta d'attualità. Il legame tra traduttori e case editrici in fondo è importante, così come quello tra case editrici e altre persone che orbitano attorno a queste con il proprio lavoro. Buona lettura.

LB: Vorrei iniziare con lo sfatare dei luoghi comuni o baggianate che si leggono sulla traduzione letteraria; da quel che ho letto nel tuo blog mi pare che tu abbia il carattere giusto per accogliere una simile richiesta. Ne potresti scegliere due?
R: Luoghi comuni e baggianate se ne sentono e se ne leggono su qualsiasi professione. Siamo sempre bravissimi a fare i lavori degli altri e siamo tutti CT della Nazionale. Ma forse è anche un po’ responsabilità di ognuno di noi far conoscere agli altri il nostro lavoro e sfatare alcune credenze sbagliate. C’è chi crede che siamo dipendenti di una casa editrice, o che basti conoscere discretamente una lingua straniera per poter tradurre un libro. Se poi intendi le baggianate che noi stessi perpetuiamo, ce ne sono tante, ma quella che mi sento di sfatare ora è quella della solitudine del traduttore: sì, lavoriamo da soli davanti a un computer, ma c’è anche molta solidarietà. Le invidie, le meschinità, l’incapacità di lavorare insieme per il bene comune ci sono come in tutti i settori, ma c’è anche molto senso etico, consapevolezza, maturità.
Poi si potrebbe parlare dei concetti di invisibilità e fedeltà, ma quelli sono miti sfatati già da tempo, ormai.

LB: Ora vorrei proseguire chiedendoti un paio di cose che raramente si ha il coraggio di ammettere, almeno fra traduttori, quelle cose inconfessabili che però più o meno tutti sanno.
Ognuno ha i suoi piccoli segreti: accettare tariffe basse per paura di uscire dal giro, lavori fatti male e in fretta, pesanti ritardi nella consegna, autolesionistica complicità con gli editori nella ripartizione dei finanziamenti alle traduzioni. E, di nuovo, l’assenza di un confronto non fa che ingrandire queste “colpe” facendoci sentire ancora più soli: è importante sentirsi liberi di parlare apertamente anche dei propri errori. Tutti ne facciamo. Tutti possiamo migliorare e prendere coscienza.

LB: Un libro tradotto che più ha lasciato il segno, anche e soprattutto come lettrice?
R: Ce ne sono due che ho amato moltissimo. Uno è Magic Kingdom, di Stanley Elkin, uscito per minimum fax nel 2005. E l’altro deve ancora uscire, per Bollati Boringhieri; si tratta di A Manual for Cleaning Women, di Lucia Berlin. Sono due libri molto diversi per tematiche, lingua e struttura, ma pieni di una sincerità disarmante, di quelle cose che quando le leggi continui a fare di sì con la testa da solo.

LB: Non ho mai fatto questa precisa domanda ad altri traduttori qui intervistati. Qual è stata la tua formazione? Cosa toglieresti e cosa aggiungeresti?
R: La formazione è un processo continuo e si fa sul campo: tradurre libri è un lavoro che si impara facendolo. La teoria serve a preparare meglio il terreno, ma alla fine ci vuole soprattutto tanta pratica vera. Per quanto mi riguarda, momenti chiave della mia formazione sono stati il fatto di vivere tanti anni in un paese dove si parla la lingua dalla quale traduco, l’esperienza, seppure brevissima (uno stage di tre mesi) nella redazione di minimum fax, e il confronto continuo con altri traduttori.

LB: Sempre nel tuo bel blog (raggiungibile qui), dove chiunque può farsi un'idea di quante e quali opere tu abbia tradotto, affronti davvero le tante sfaccettature di questo mestiere. Che cosa ti ha portato a creare questo spazio? È stato utile e, se sì, in qual modo?
R: Ho aperto questo blog un anno fa soprattutto per il bisogno di rallentare e articolare meglio certi ragionamenti che faccio tra me e me quando lavoro. Lavorando da soli, con tempi di consegna incalzanti, non abbiamo spesso modo di riflettere con calma, di mettere in parole certi meccanismi e ragionamenti che ci sono dietro le nostre scelte. Il blog è nato quindi soprattutto per un bisogno di chiarire meglio a me stessa certe cose e anche per confrontarmi con i miei colleghi o chiunque sia interessato alla traduzione. Ogni volta che pubblico un post infatti, ho sempre dei riscontri interessanti, anche se purtroppo avvengono più su Facebook che nella sezione dei commenti del blog, dove avrebbero una vita meno effimera. Ma non mi lamento, sono spunti comunque molto utili che mi arricchiscono.

LB: Su Twitter (e immagino anche su Facebook) è partito finalmente un tamtam per provare a portare alla ribalta il problema degli editori che non pagano. Si è letto un po' di tutto. Cosa vorresti aggiungere qui, avendo un po' più spazio di quello che ti consente un tweet o un altro breve post su un social network?
R: Questo genere di proteste pubbliche e pacifiche si rende necessario quando qualsiasi altro tentativo di comunicazione con il debitore (solleciti privati, ingiunzioni di pagamenti da parte del tribunale) fallisce. Non è solo una questione di soldi, ma anche di comunicazione. Se abbiamo parlato pubblicamente (e come abbiamo detto più volte non siamo stati i primi e di proteste pubbliche contro case editrici insolventi ce ne sono state diverse nel corso degli ultimi mesi) non è per desiderio di protagonismo o per mettere qualcuno alla gogna. Chi crede che sia così è libero di farlo, ma ragionare in questi termini è sterile e superficiale, è pura dietrologia. I fatti sono altri. I fatti sono i compensi non ricevuti, le e-mail e le ingiunzioni di pagamento ignorate, i finanziamenti alle traduzioni che non vengono usati per pagare i traduttori. I fatti sono la convinzione che il lavoro si possa pagare in visibilità. E tra i fatti c’è anche che nel nostro paese si legge poco, si comprano pochi libri e le politiche le campagne per promuovere la lettura sono deboli e fallimentari. C’è bisogno di nuove idee per affrontare questa crisi che non è solo economica, ma strutturale, è soprattutto una crisi di idee.

LB: Vorrei finire in bellezza. C'è un passaggio, un aforisma, un breve testo che secondo te meglio di altro dice di questo mestiere "vagolante" tra le lingue? Grazie.
R: Uno di Borges: l’originale è infedele alla traduzione.
Grazie a te.