martedì 21 agosto 2018

Una campionatura dalle nuove quattro uscite della collana Gialla di Pordenonelegge/Lietocolle

Una poesia da #71

Grazie alla collaborazione con gli autori, pubblico di seguito una poesia da ciascuna delle quattro nuove uscite della collana Gialla di Pordenonelegge/Lietocolle.

*


da Persona presente con passato imperfetto di Gian Maria Annovi


io non lo so se esistono le cose
che non sia un’invenzione
(la tua)
per obbligarmi ancora ad esistere:

lo vedo
nelle errate previsioni della meteo
e nelle imprecisioni dell’oroscopo

che quando ti guardo nella bocca

ti leggo inciso sopra i denti


Nota dell’autore 

Questa raccolta presenta testi che è ormai lecito considerare dispersi, quanto disperso è forse da tempo anche il loro autore. La persona che un tempo li aveva concepiti, infatti, seppur presente, oggi non esiste più. Il nucleo principale di Persona presente con passato imperfetto è un oggetto mutilo, che il pudore avrebbe forse preservato dallo sguardo altrui. Si tratta della raccolta intitolata Secondo persona, cui accennavo già nella nota di accompagnamento a Terza persona cortese, la serie che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto chiudere quel volume. Da quanto rimasto ho in seguito chirurgicamente estratto, con qualche inedita aggiunta, le poesie che compongono Kamikaze e altre persone. La storia che racconta Persona presente con passato imperfetto non può dunque che essere puramente testuale. Questo libro è un registro dalle pagine strappare di ciò che è stata e in buona misura non potrà più essere la mia poesia. In parte perché sono ormai altre le sollecitazioni cui mi sottopone il presente, ma anche perché quel libro fantasma si concludeva con il suicidio/omicidio pronominale di Terza persona cortese, alla cui definitiva perentorietà non mi sono più sottratto, salvo pochi episodi regressivi qui appunto documentati. Al corpo principale di quel libro fantasma ho aggiunto, senza punti di sutura, anche altre brevi serie poetiche che non hanno trovato spazio d’articolazione nel disegno di una nuova raccolta che attende faticosamente un futuro. Ringrazio Roberto Cescon per la dedizione e generosità che hanno portato alla pubblicazione di questo libro, e Gian Mario Villalta per averne interpretato le ragioni con acuta sensibilità. 


*


da Misura di Bernardo De Luca



Muoversi sposta l'orizzonte, c'è
altro oltre l'accumulo di questi

resti di cemento. Lei suggerisce
di spostarsi, tu preferisci rimanere

perché stare fermo t'illude di
proteggere quelli che dormono.

Sospetti che abbia ragione, che
il movimento sia il resto che rimane.


*


da In tutte le direzioni di Laura Di Corcia


Italiani a New York


Non capivamo le geometrie del mare.
Lo guardavamo in silenzio contando le onde
pregando per ogni navigante.

Arrivammo in una terra
che aveva dimenticato
l’odore delle arance.

Ma eravamo soli, soli contro un mondo
di colline e alberi scuri
appiccicati e muti contro i grattacieli di cristallo.

Come in sogno ci sciogliemmo in una terra nuova
dove le “t” diventavano “th”
le praterie erano più grandi del mare.

Rimpiangevamo le onde.
Il cielo dagli abbaini
sembrava porzionato.

L’amore era un lontano ricordo
fuori gli elementi continuavano a fondersi
noi eravamo pezzi che non combaciano.


*


da La terra originale di Eleonora Rimolo



Sul delta della tua mano dove il sole
è malato, fiorito cadavere, in punta di piedi
ti chiedo come perdutamente aggiungi
amore alla sottrazione, perché non inchiodi
la penna alla cornice mentre inghiottiti
dai dubbi pensiamo alla fatica come
condanna e la sfinge pretende una soluzione,
uno sforzo che mai si cheta
e ci divide, strappando dal tuo occhio
con morsi insaziati il vizio di brillare.


sabato 18 agosto 2018

"Una nuova sintassi per il mondo. L'opera letteraria di Emilio Tadini" nello studio di Giacomo Raccis

Qualche mese fa avevamo lasciato Giacomo Raccis alla curatela del ricco e utile volume Quando l'orologio si ferma... Scritti (1958-1970) pubblicato da Il Mulino e contenente articoli e contributi critici di Emilio Tadini divenuti difficilmente reperibili (qui la recensione). Il giovane studioso, nato a Padova 31 anni fa, ricercatore all'Università di Bergamo e tra gli animatori del sito "La Balena Bianca", dimostra con un nuovo libro ravvicinato su Tadini di proseguire in questa operazione di analisi e riconsiderazione dell'opera di una figura poliedrica del Novecento italiano. Tolti Mauro Bersani, Alberto Casadei, Clelia Martignoni, Anna Modena, Bruno Pischedda, Gianni Turchetta e pochi altri, leggendo il nuovo libro di Raccis si capisce presto quanto fievole e discontinua sia stata l'attenzione posata sull'opera di Tadini. L'impressione infatti è che soprattutto la sua opera letteraria non abbia mai goduto di una solida cittadinanza nell'universo della critica. Se volgiamo poi lo sguardo al versante editoriale, ci accorgeremo di come oggi molti suoi libri di prosa inizino a diventare difficilmente reperibili. Il ricordo di Emilio Tadini è insomma più legato al successo sul versante pittorico e al suo contributo nell'animazione della vita pubblica di Milano, dove per un periodo fu anche direttore dell'Accademia di belle arti di Brera. E nemmeno la critica attuale, come detto, pare molto interessata al suo lascito che è davvero multiforme (si pensi anche alle sue traduzioni da Shakespeare, Joyce, Stendhal, Artaud o a quel singolare testo teatrale del 1997 intitolato La deposizione). 

In un panorama del genere i lavori ravvicinati di Giacomo Raccis fanno eccezione ed è opportuno segnalare anche il nuovo studio pubblicato nei mesi scorsi da Quodlibet con il titolo Una nuova sintassi per il mondo. L'opera letteraria di Emilio Tadini (pp. 168, euro 19). L'agile libro riesce nel nient'affatto agile compito di restituire la complessità dell'opera tadiniana, il suo mai allineato contributo alla lettura della complessità del reale. Tadini si confrontò davvero con quasi tutti i gruppi e le "situazioni" intellettuali a lui contemporanee, mantenendo un'invidiabile autonomia di pensiero e prassi. Raccis compie un percorso tutto sommato breve e sintetico che sa cogliere gli echi interni del corpo d'opera dell'artista-scrittore, trattando la sua poliedricità come un favorevole ausilio e non come un ostacolo (ostacolo che spesso compare nei casi di quelle figure che non si sono "specializzate" in qualcosa). Poesia, critica, pittura, romanzo, teatro, traduzione sono tutte strade percorse da Tadini e contemplate dall'autore di questo saggio, tuttavia l'accento del volume in questione è finalmente posto sull'opera letteraria, ovvero su quanto più reclamava un'analisi dedicata, con selezionatissimi e puntuali innesti e rimandi all'opera pittorica. E anche la strutturazione del  percorso è cronologica e insegue i salienti di una scrittura in prosa che si contano sulle dita di una mano: Le armi l'amore del 1963, la "trilogia del giornalista miope" composta da L'opera del 1980, La lunga notte del 1987, La tempesta del 1993 e infine, postumo, Eccetera uscito nel 2002, libro nel quale Tadini orienta enigmaticamente e allegoricamente l'antenna parabolica della propria scrittura verso la fiaba, sola creazione mitica concessa all'uomo di oggi quale coscienza di liberazione da sistemi metafisici, ideologici e filosofici.

L'impalcatura cronologica adottata da Raccis diventa presto funzionale a una trattazione che raduna echi plurimi. Anche il saggio La distanza è chiaramente convocato in queste pagine, e resta centrale, se è vero che spesso la scrittura è invece un tentativo di riduzione di distanza. Non vi è un senso di divenire e evoluzione manifesta nell'opera letteraria di Emilio Tadini, semmai vi è un corpo tutto sommato contenuto di opere che lavora contro la storia e un pensiero storicista. L'approccio cronologico, in modo apparentemente paradossale, diventa una chiave per demolire la consequenzialità di visione, di linguaggio, di comprensione (detto diversamente: l'accumulo di tempo sul cervello?) che Tadini non abbraccia, prediligendo una stazione mobile della scrittura che di volta in volta si relazioni con le tante frecce che il prepotente ribollire del reale scocca. Questo accade anche quando il tema diventa prettamente "storico", come succede ad esempio ne La lunga notte, libro prominente nel variegato panorama di testi incentrati sull'Italia fascista e sulle figure che la calcarono. È la stessa frammentazione, talvolta anche linguistica, che Tadini mette in atto attraverso opere distribuite in un arco di tempo piuttosto lungo, che dialoga senza soluzione di continuità con le pressioni del presente, che trascina e compone la "nuova sintassi per il mondo", anche quando queste istanze e pressioni sembrano restringersi, isolarsi e concentrarsi in un solo nucleo, come ne La tempesta, in questo rinnovato dramma della follia consegnatoci dalla letteratura a noi più prossima, in questo regno protettivo inscenato dal Prospero tadiniano del Ventesimo secolo.

venerdì 17 agosto 2018

"Sette pagine", l'opuscolo di settepiani: il numero 0 e il numero 1 in preparazione

Riviste #9



Prende il nome dallo splendido racconto di Dino Buzzati lo studio editoriale settepiani, fondato a Perugia da Costanza Lindi e Elena Zuccaccia. Accanto a un insieme di servizi per editori, autori e aziende (si veda il sito qui), lo studio si è distinto negli ultimi tempi per il varo di una nuova rivista, un "opuscolo" come recita il sottotitolo del numero zero pubblicato qualche mese fa (piè di mosca edizioni, pp. 48 inclusa copertina, euro 8). 

In linea con il naming dello studio, l'opuscolo "Sette pagine", nelle parole delle curatrici, intende essere "una rivista a carattere antologico, quadrata e colorata, contenente testi degli autori che ci colpiscono nel panorama contemporaneo, uniti ad alcuni selezionati tra gli autori seguiti da settepiani, oltre a illustratori, progetti innovativi, eventi da segnalare."

Il numero zero contiene i racconti di Noemi de Lisi, Tommaso Maresca, Matteo Pascoletti e Carlo Sperduti. I quattro poeti scelti per inaugurare la rivista sono Dario Bertini, Angelica Buonaurio, Clery Celeste e Federica Guerra. C'è spazio per un saggio del progetto "Poetryon" di Barbara Pinchi e un'intervista sul primo anno di vita della libreria indipendente perugina Mannaggia - Libri da un altro mondo. Le illustrazioni del numero inaugurale sono di Maria Gabriella Gasparri.

Da qualche giorno è aperta la ricerca di autori (poeti e narratori) e illustratori per il numero 1 di "Sette pagine". Nel sito e nei canali social di settepiani potete trovare i dettagli per sottoporre i materiali, che si potranno inviare all'email info@settepiani.com. Il tema dell'opuscolo numero 1 sembra un chiaro omaggio a uno dei più bei dischi di Piero Ciampi: dentro e fuori.

giovedì 16 agosto 2018

"Il segno rosso del coraggio" di Stephen Crane tradotto da Luciano Bianciardi

La guerra civile americana, che imperversò tra il 1861 e il 1865, fece più di 600.000 morti. È un dato impressionante, sul quale non si ritorna mai a sufficienza. Ci sono i presupposti per dire che la "morte di massa", categoria che fu impiegata per la prima volta per la Prima guerra mondiale da Pierre Chaunu, ebbe un prodromo rilevante anche in quel conflitto. Ed è curioso che il libro più celebre su quel conflitto non sia stato scritto da chi ne ebbe esperienza diretta, ma da quello Stephen Crane che nacque a Newark nel 1871 e morì per le complicazioni della tisi in un sanatorio della Foresta Nera nel 1900. The Red Badge of Courage, uscito nel 1894, ebbe infatti da subito un impatto straordinario e un successo enorme. Chi di quella guerra aveva esperienze e lo lesse rimase impressionato: come poteva una persona nata sei anni dopo la fine del conflitto ricreare con grande rigore e vividezza la situazione fisica, psicologica e anche paesaggistica di un battaglione di soldati? come era possibile farlo seguendo prevalentemente il profilo del protagonista, "il giovane" (come lo chiama il narratore) "Henry Fleming" (come lo chiama qualche commilitone). Un'analisi dell'opera in odore di strutturalismo indugerebbe ancora sulla coppia antitetica data da coraggio e paura, l'asse su cui effettivamente scorre l'opera. Sappiamo, non sono più tempi buoni per lo strutturalismo, anche se non sarà tutto da buttare quello che ha portato. Comunque, per quanto il titolo parli di "coraggio", bisognerà dire che questo resta un grande libro, un classico, sulla paura di guerra, come potrebbe essere, nel caso della Prima guerra mondiale, la novella intitolata proprio La paura di Federico De Roberto (che curiosamente come Crane non fu combattente).

Il libro di Stephen Crane conta ormai diverse traduzioni in italiano, quasi tutte rese con lo stesso titolo (fa eccezione la prima di Bruno Fonzi del 1947: Rosso è l'emblema del coraggio). Vi si sono cimentati in molti insomma, da Giulio Bollati a Gaetano e Giacomo Prampolini, e tra questi si registra anche il caso di Luciano Bianciardi. Non stupisce trovare il nome dello scrittore grossetano tra i traduttori di Crane, considerato il suo interesse per l'Ottocento, per quel periodo storico, per Garibaldi. In questi mesi di ritorno bianciardiano (pensiamo al recente volumone Il cattivo profeta. Romanzi, racconti, saggi e diari pubblicato da Il Saggiatore), la casa editrice SE ripropone nella collana "Assonanze" la traduzione bianciardiana de Il segno rosso del coraggio apparsa per Mondadori nel 1966 e nel 1976 (pp. 160, euro 20, revisione di Luciana Bianciardi). Il libro, che in quanto classico non necessita di troppi cenni alla trama né rischia cedimenti in spoiler pesantemente sanzionati, può rappresentare una lettura diramata su più fronti: al di là dell'eccezionale testimonianza-senza-testimonianza che si trovò a rappresentare questo titolo di Crane, ci troviamo di fronte a uno dei casi di "realismo" di fine Ottocento che più fece discutere. Al centro vi è sia la questione psicologica, sia quella descrittiva e mimetica, come in tutto ciò che riporta a parlare di realismo. Discorsi di gloria, brandelli di eroismo, un'enorme paura, la vergogna e infine il coraggio sono gli stadi sui quali Crane ha dipinto le campate di questo moderno romanzo sulla solitudine di guerra. Immagino si sia già operato in tal senso, ma credo che un raffronto tra l'opera di Crane e la successiva fiumana di scrittura prodotta dalla Prima guerra mondiale possa portare a proficue osservazioni. E la traduzione di Bianciardi, nonostante il mezzo secolo abbondante sulle spalle, non è così invecchiata, anzi. Considerando la velocità alla quale sono invecchiate alcune traduzioni coeve di altri libri, magari anche di autori americani, verrebbe quasi da parlare di un prodigio bianciardiano.

lunedì 13 agosto 2018

Una poesia inedita di Igor De Marchi





"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare.



Una poesia inedita di Igor De Marchi (Vittorio Veneto, 1971) tratta dal progetto intitolato L'influenza spagnola.



DOPPIO


Il doppio usa la forza sulle parole
che ti colpiscono, te le lancia addosso
cercando per sé attenzione,
per formare un interesse. Essere una persona.

Tu lo vedi – e vedi alle sue spalle
un’invitante apertura palpitare nel buio,
l’attacco di uno spazio dov’è facile sentire
di volercisi ficcare
e sparire.
Lasciami stare dici, anch’io
sono fatto di parole
e per metà di sole cose mute.
Di sopravvivenze inconciliabili. Di simili morti.


domenica 12 agosto 2018

Nicola Attadio ripercorre la vita di Nellie Bly, a free American girl, in "Dove nasce il vento"

Intervallando brevi corsivi, dove lascia posto al punto di vista della protagonista, e ampi stralci di ricostruzione, Nicola Attadio ha scritto un libro sulla vita di Nellie Bly che si lascia leggere appassionatamente capitolo dopo capitolo e che può lanciare diversi interrogativi a seconda del punto di osservazione che scegliamo per valutarlo. Il libro ha una titolazione multipla quasi giornalistica, con sottotitolo e occhiello: Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly. A free American girl (Bompiani, pp. 204, euro 16). Elizabeth Cochrane, alias Nellie Bly, alias Mrs Seaman - quando deciderà, con una mossa apparentemente incoerente, di sposare un industriale di quarant'anni più vecchio - è stata una formidabile giornalista e reporter americana. Il suo lascito è noto e diverse pubblicazioni, disponibili anche in italiano, ne cementano la fama. Ma un libro simile a lei dedicato mancava e Attadio dimostra come il genere della biografia narrativa possa essere rivitalizzato a fronte di una seria conoscenza dei dati e di una rara accuratezza della scrittura. Con i suoi scritti, i suoi viaggi e persino con la sua capacità manageriale (olivettiana ante litteram), quando rilevò e diresse con orientamento filantropico l'industria del marito Seaman, Nellie Bly seppe marcare la vita pubblica americana e il giornalismo internazionale a cavallo tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento (si spense nel 1922 a New York, nacque a Burrell, Pennsylvania, nel 1864). Nicola Attadio, che ne aveva seguito le tracce già per il programma radiofonico "Vite che non sono la tua", la insegue chiaramente dagli albori di una carriera fulminante, quando giovanissima e sgrammaticata, si rivolge al giornale "Dispacht" dell'industriosa e industriale Pittsburgh con una lettera che tocca senza giri di parole e nascondimenti la condizione della donna. L'inferno per una donna è la dipendenza da un uomo, circa questa potrebbe essere la sintesi che segna tutta la sua vita, anche quando sposerà Seaman stupendo tutti e venendo meno (solo apparentemente) a questa sorta di motto ispiratore di un'esistenza. Firma quella prima lettera come "Lonely Orphan Girl" e questo appunto dice di un'infanzia travagliatissima, alla quale Attadio dedica i brevi, efficaci cenni iniziali dei primi capitoli.

Il nome d'arte di Nellie Bly si lega quindi da subito alla storia del giornalismo. I primi reportage per "Dispatch" di Pittsburgh segnano il passo di un nuovo modo di scrivere che strizza l'occhio al lettore mantenendo una perfetta aderenza all'inchiesta concordata con la redazione. Ma l'irrequietezza che muove Elizabeth è grande e Pittsburgh non può che starle stretta. Quel suo vento la porterà presto in Messico per cinque mesi in compagnia della fidata madre (fidata fino al colpo di scena finale, che prevede pure un tradimento materno). Da quel viaggio ricavò un reportage memorabile che non si sofferma solamente sulle "facili" aree metropolitane di quella nazione (relativamente facili da raggiungere), ma vorrà toccare anche l'interno, il misterioso interno messicano. Altro colpo del giornalismo di Nellie Bly, probabilmente il colpo della consacrazione, una volta trasferitasi nella più congeniale New York e assunta da Joseph Pulitzer a "New York World", è senza dubbio il reportage sul manicomio femminile dell'isola di Blackwell. Bly si finse pazza per poter trascorrere alcuni giorni in quella struttura e mostrarne le condizioni disumanizzanti (quel testo è stato proposto recentemente anche da Edizioni Clandestine con il titolo Dieci giorni in manicomio). Ma chiaramente non finisce qui. A quindici anni da Phileas Fogg e dal suo giro del mondo in 80 giorni, Pulitzer affida a Nellie un compito simile. Bly parte il 14 novembre 1889 da New York per farvi ritorno dopo 72 giorni, il 25 gennaio 1890, accolta trionfalmente e ormai consacrata come nome del giornalismo e della nuova America. Affrontata la breve indecisione sul leggero bagaglio, Bly porta a termine un viaggio sui diversi piroscafi dai nomi memorabili in rotta tra i continenti. Le tappe sono New York, Londra, Calais, Brindisi, Port Said, Ismailia, Suez, Aden, Colombo, Penang, Singapore, Hong Kong, Yokohama, San Francisco e infine di nuovo a New York. Ogni tappa uno sguardo, ogni tappa un suo ricordo nitido che il lettore può raccogliere.

È sempre il giornalismo a salvare Nellie Bly, questo il suo lavoro primario, la sua àncora quando il vento della fortuna non soffia. Quando deciderà di sposare Seaman e alla sua morte rileverà la gestione di un'industria importantissima, Mrs Seaman rivelerà doti gestionali mai viste prima e si preoccuperà della condizione dei lavoratori. Tuttavia, ad un certo punto, tradita anche dai collaboratori più stretti e da un clima finanziario non più favorevole, abbandonerà la gestione dell'industria di Seaman e partirà per l'Europa, soltanto quattro giorni dopo il 28 luglio 1914. In Europa e nella Mitteleuropa la conoscono bene. Da Vienna le è affidato un settore di guerra giornalisticamente meno coperto del fronte occidentale: la Galizia. Non che la guerra sul fronte francese sia più gentile e meno tragica di quella conosciuta e detta in poesia da Georg Trakl sul fronte galiziano, ma anche in questo caso i reportage di Nellie Bly faranno epoca e getteranno uno sguardo terso sulle condizioni di vita dei militari che uccidono più dei cannoni (anni fa l'editore Viella ha dedicato la pubblicazione Due fronti opposti. Diari di guerra 1914-1915 ai diversi casi delle corrispondenze di Edith Wharton e Nellie Bly). 

A Nicola Attadio va riconosciuto il merito di aver scritto un libro avvincente e utile su una figura chiave del giornalismo e contestualmente su un frangente determinante della storia mondiale. Ad un certo punto storia contemporanea e giornalismo iniziano a essere materie quasi inscindibili e questo libro potrebbe essere una riprova. Quando arriva in Giappone, a Yokohama, Bly ad esempio è conquistata da quella nazione, non solo nel palato e nella cucina, ma anche per quell'inedita forma di innovazione dall'alto innescata in quel paese, un modello unico di evoluzione, anzi, di rivoluzione. Lo sappiamo, è questo uno dei capitoli fondamentali della storia contemporanea. Ma davvero ogni passo della nostra reporter, in questa trama fitta di echi e battaglie, è ricco di rinvii a un'epoca che ha determinato il mondo apparentemente piatto e veloce che brulicanti calchiamo oggi, quasi un secolo dopo la morte di Elizabeth Cochrane.

sabato 11 agosto 2018

Poesie inedite di Federico Zuliani





"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare.



Testi di Federico Zuliani (Milano, 1983) dalla raccolta inedita Autopsiai (sezione X).



3.


da Cristina Campo

Fra 10.000 anni popoli studiosi affermeranno
certi, che io e te, per l'uno e per
l'altra, non siamo stati niente.

Sepolti a 20.000 miglia, divisi
negli indumenti, nei monili, negli
Dei tutelari con cui siamo stati inumati.

Più che la distanza però, è il tempo
che divide le coppie, che rende vani
i giuramenti presi; la morte è essere dimenticati

come antenati, non avere più nessuno che ci reclami a sé.
Presto, crescerà l'erba sulle tue guance, ma un giorno
sarà il tempo degli scaffali, e delle teche.

***

4.

Il mio Dio è oggi una fortezza espugnata.

***

5.

Per anni, senza saperlo, abbiamo
preso lezioni di lingua morta
dai cugini, dai commessi, dalle madri,

dai camerieri immersi in vecchie divise,
pure dalle camiciaie intente a fumare.
Ci siamo concentrati sui modi

sui nomi adatti alle varie occasioni
per poi scoprirci afoni nei commissariati,
al momento di cercare una macchina nuova

o quando in coda ci passano innanzi.
Dobbiamo affidarci così ad interpreti
- spie assuefatte alla delazione -

a cui lasciamo tradire i nostri pensieri
o adattarli, al bisogno degli altri, alle
regole, a noi ignote, delle loro grammatiche.

***

7.

Non ho avuto un padre che nelle torbiere
mi insegnasse ad usare la zappa e il badile.
Mio padre viaggiava ed io, per me,
ho scelto piuttosto la vita delle stanze, e dei libri.
Pensavo di fuggirgli, e non ho compreso,

al tempo, che stavo scegliendo d'essere lui.
Mi è toccato infatti l'esilio e, qui, i libri si perdono
si lasciano indietro, insieme agli amici,
e ai figli, nella divisa stirata delle scuole degli altri.
Oggi che sono fuggito ancora una volta

e che sono tornato alle stanze a giornata
non mi rimane nulla, esattamente, così come
non è rimasto nulla a lui, che ora sopravvive solo
nelle fotografie affisse sui cassettoni, nel ricordo
sbiadito dall'avvicendarsi dei giorni. 

Piuttosto, avremmo dovuto, io e lui, accettare
di portare il badile; affidarci, da subito, alla terra
nostra, e scura, senza aspettare, che ci venisse
a prendere dopo, quella che è propria degli altri,
e che ha già i suoi, a cui dar sepoltura.

giovedì 9 agosto 2018

Ritorna Michael Frayn con "Sweet Dreams", opera del 1973 equidistante da utopia e distopia

L'inizio è un uomo di trentasette anni fermo a un semaforo. Esita, non parte anche se è verde da un pezzo. Poi finalmente supera quella luce in mezzo al traffico e si trova davanti a delle indecisioni, a delle possibilità, a dei bivi che riguardano il suo rientro. Imbocca però una superstrada larghissima che lo porta verso una città enorme, la città di Dio, o meglio, il Paradiso. Tutto questo avviene in una calda sera di mezza estate mentre il cielo torna terso dopo una giornata piovosa. Questo Paradiso ha poco da spartire con l'immaginario più consueto di un aldilà. (Fermi tutti: non sarebbe bene chiedersi sempre quali immaginari ingaggia l'idea dell'aldilà per evitare di pensare che esista un aldilà monolitico del nostro immaginario collettivo?) Il Paradiso dove giunge il nostro protagonista è piuttosto un luogo abbastanza simile al mondo lasciato, con pub, hotel, ristoranti, brand famosi, notiziari e giornali pieni di notizie inizialmente incomprensibili. All'orizzonte si avvista anche qualche incendio. È un posto dove si potrà persino avere una piacevole conversazione con il padre morto molti anni prima, dove si possono vivere innamoramenti accavallati e dove si può incontrare lui. Lui chi? Dio, ovviamente, e alla fine di tutto si può trovarlo... "simpatico". Ma si può anche camminare per strada mangiando un fish and chips avvolto nel foglio di un giornale greco, si può girare con una guida Michelin del luogo, si può invecchiare/ringiovanire, volare, incontrare vecchi amici, inseguire opportunità professionali ambiziose (il mito della crescita individuale e professionale...), magari progettare a tavolino le Alpi in uno studio di design e, simultaneamente, un marchio di fabbrica per quest'ultime, che sarà inevitabilmente la piramide del Cervino. In questo stesso Paradiso, un gruppo di amici del protagonista lavora a un altro progetto non meno ambizioso, quello di creare l'uomo. Insomma, a grandi linee e a dolci sogni è circa questo lo scenario in cui è catapultato dopo poche righe il lettore di Sweet Dreams di Michael Frayn (Atlantide Edizioni, pp. 224, euro 24, traduzione di Enrico Bistazzoni). E in un luogo così, va da sé, viene subito da chiedersi se è bello, se è felice l'essere diversi in un posto completamente diverso pur nelle similitudini col nostro mondo.

Michael Frayn (Londra, 1933), noto al pubblico italiano principalmente per l'opera teatrale Copenhagen incentrata sull'incontro del 1941 tra i fisici Niels Bohr e Werner Heisenberg e il loro dibattito sull'utilizzo dell'energia nucleare a fini bellici (in Italia la pubblicò Sironi nel 2008), ha dato vita con questo breve libro a un'opera tanto cristallina quanto enigmatica. Il tutto è composto di brevi capitoli che alimentano un concetto di fondo che è efficace perché lavora proprio sulla possibilità e sulle possibilità stesse di un immaginario che riguardi l'aldilà, il Paradiso appunto, la città di Dio. Howard Baker, il protagonista, si trova subito a suo agio nel luogo dove la superstrada a dieci corsie lo ha condotto: quanto era problema sulla Terra diventa una possibilità nel Paradiso. Quello che sgorga da questa funambolica abilità del narratore di far coesistere ordinario e straordinario in un inedito infraordinario è un tono equidistante da qualsiasi tasto estremo della tastiera della narrativa contemporanea. Sweet Dreams risulta così equidistante da leggerezza e svagatezza, dal cinismo e dalla disperazione, dall'idealità e dalla prescrizione. Pur traguardando entrambi i versanti, a Frayn riesce così bene l'equidistanza dall'utopia e dalla distopia che da un po' va per la maggiore. In fondo, proprio nel confrontarsi con l'immaginario paradisiaco, Frayn ha mostrato insostenibilità e illogicità di qualsiasi Paradiso e specularmente di qualsiasi "città ideale". 

A lungo fuori catalogo anche presso le case editrici di lingua inglese per poi ritornarvi in scia di altri libri di successo dell'autore, il testo approda ora alla prima traduzione italiana, a 45 anni dall'uscita in lingua originale. La semplicità di avvicinamento alla scrittura e la trasparenza del concetto di cui s'è detto conferiscono alla prosa di Frayn un carattere vibrante e capace di soffermare l'occhio del lettore in più punti eccezionali del testo. Come notò Margaret Drabble su "New York Times" all'uscita del libro, Frayn ha scritto una satira sulle mode moderne, un racconto sull'invecchiare, unendo tutto con un'accuratezza dell'osservazione che è abbagliante. Una traduzione italiana che giunge inaspettata e sorprendente: il paradiso per gente normale come me e voi, gente perseguitata da indizi di felicità, scrive Frayn nella nota iniziale.

mercoledì 8 agosto 2018

da "Le attitudini terrestri" di Roberto Amato

©overtures #18
Una poesia da #70

È disponibile da qualche settimana il nuovo libro di Roberto Amato. Si intitola Le attitudini terrestri e lo pubblica Elliot (pp. 108, euro 15), in continuità col passato e in una delle collane di poesia rimaste più in vista, a dispetto di una gabbia grafica tra le più discutibili in circolazione. Per certi aspetti tale gabbia grafica è unica, nel senso che quasi nessun editore ricorre più a una foto dell'autore per la copertina di un libro. Tuttavia, se questo accade, un motivo ci sarà, fosse anche solamente una scorciatoia: in fondo la copertina diventa spesso un problema da risolvere e non sempre si comprende come possa essere un'opportunità per incominciare il percorso di un libro. Non credo sia un caso che questo binomio costituito da foto dell'autore e copertina si instauri proprio in una collana di poesia, quasi ad avallo di un'immagine sociale della poesia assai datata, se non addirittura sepolta, che conferisce un primato quasi sacerdotale alla figura - in questo caso al ritratto fotografico in bianco e nero - del poeta. Ma tant'è, il mondo è pieno di bei libri con brutte copertine e di belle copertine che aprono libri brutti. Questa puntata di "©overtures" rappresenta un momento per suggerire che, anziché piangere ogni due per tre sui destini particolari della poesia, sarebbe meglio capire che anche attraverso la progettazione di superfici grafiche dove si intraveda un qualche sforzo, che possa riverberare davvero un immaginario e le istanze di una proposta poetica, potrebbe passare una salute e un filtro migliore su questa forma storica che è la poesia. Guardando fuori dall'Italia qualcuno potrebbe obiettare che è altrettanto vero che la prestigiosa casa editrice Faber & Faber si limita a riportare gigantescamente in copertina nome dell'autore e titolo, circa come la penultima versione de "Lo Specchio" di Mondadori. Tuttavia non è un discorso di prestigio che ora interessa, bensì di immaginario, di progetto, di veicolazione all'interno di quelli che rimangono i vincoli della progettazione e della filiera editoriale.

Torniamo brevemente al libro Le attitudini terrestri, che ben altro sforzo di copertina meriterebbe. Segue Le cucine celesti e L'agenzia di viaggi (usciti per l'emiliana Diabasis), Il disegnatore di alberi (ricordato qui), L'acqua alta, Le città separate e Lo scrittore di saggi (tutti pubblicati per Elliot, anche con precedenti e migliori vesti grafiche). Il libro nuovo conferma la singolarità della proposta poetica dello scrittore nato a Viareggio 65 anni fa, il quale, in prose o in versi, sembra talvolta sganciare il cervello e il polso per accogliere immagini e ritmi che trasformano kafkianamente un quaderno in un libro. Accompagno questa segnalazione con un testo tratto dalla sezione intitolata "La casa stretta".




Confesso che ho pochissimi ricordi infantili.
Forse l'unico che mi piace (anche se un po' mi fa soffrire)
è quando la mattina (prima che il sole galleggiasse)
andavo sugli scogli col mio Sussidiario,
e mi piaceva saltellare da un argomento all'altro:
dall'aritmetica alla scoperta dell'America.
Guardavo il mare che mi sembrava troppo piccolo per contenere i continenti.
E diventavo sospettoso:
mio padre probabilmente non andava da nessuna parte,
e i vicini chiaroveggenti dicevano che si chiudeva in un bar
(appena sotto il livello del mare)
e lì perdeva cifre astronomiche a Scopone Scientifico.


(da Le attitudini terrestri di Roberto Amato, Elliot, 2018)

lunedì 6 agosto 2018

"Gli ultimi giorni di agosto" di Massimo Bocchiola nella lettura di Matteo Giancotti

Questa recensione di Matteo Giancotti a Gli ultimi giorni di agosto di Massimo Bocchiola (Il Saggiatore, pp. 147, euro 19) è apparsa su "La Lettura" del "Corriere della Sera".


Prima di tutto viene la scrittura, con la sua necessità di esattezza, precisione millimetrica, controllo: un esercizio serissimo che diventa stile attraverso la disciplina. Tutto questo, per un autore come Massimo Bocchiola, traduttore, poeta e saggista pavese, è una specie di religione. Poi ci sono le idee e le accensioni della memoria, che trovano posto sulla pagina solo se si mostrano compatibili con una scrittura siffatta, all’altezza della sua dignità. In ogni caso, in questa che è una scrittura saggistica, con cambi di passo narrativi, in linea con le proposte del Saggiatore, non si saprebbe dire se il nucleo fondante della materia sia quello autobiografico o culturale, a tal punto gli studi, le traduzioni, le varie esperienze di fruizione artistica fatte dall’autore si sono integrate nella sua vita.

Gli ultimi giorni di agosto è costruito come un fine intarsio di materiali di diversa natura: esperienze di lettura, frammenti della vita affettiva, autoanalisi, passi di traduzioni, tessere musicali, cinematografiche, calcistiche, che formano un intero dalla superficie perfettamente levigata. Forse una forma di ritegno (che ha a che fare con lo stile) non permette a Bocchiola di dire «io» più di un certo numero di volte; questo aspetto si combina con la convinzione (desunta dall’amato B.S. Johnson) che è falso e sbagliato ricomporre in una forma coerente («una storia») i diversi episodi della vita, e produce il risultato di una prosa antinarrativa, dove i frammenti autobiografici sono talmente irrelati e separati da sembrare appartenenti a vite e individui diversi.

Uno dei motivi più importanti del libro è appunto quello della dissociazione, nel soggetto, tra l’età del corpo e l’età della mente, che non coincidono quasi mai con l’età anagrafica. Questa verifica dell’identità che il soggetto compie su se stesso, sempre destinata a fallire, si impone come una necessità impellente negli ultimi giorni di agosto, quando un uomo sui sessant’anni, nella sua casa della Bassa Padana, cerca un modo per uscire dal fin troppo «stucchevole» parallelismo tra la fine dell’estate e l’inizio della sua vecchiaia. Non cederà a immagini così trite e romantiche, piuttosto si lascerà prendere dalla febbricola che sempre portano i ricordi e le aspirazioni talvolta cupe della psiche, che lo invitano a cedere a un desiderio di dissipazione, accarezzato fino al punto in cui comincia a diventare pericoloso, o appena un po’ più in là, nel punto in cui opportuni «antidoti» (cioè immagini solari, di pienezza vitale) riportano il protagonista verso zone meno oscure. Bellissime immagini lavorate con cura minuziosa, specialmente della Bassa Padana («navigata» in bicicletta lungo il reticolo enigmatico delle sue acque), affiorano dalle pagine a un ritmo quasi costante, ogni volta che l’autore consente all’emozione di infiltrarsi in una prosa di una compostezza algida, quasi ieratica. È un rito questa scrittura? Flirta con la morte mentre tenta di esorcizzarla.



Matteo Giancotti

venerdì 3 agosto 2018

"La notazione musicale. Scrittura e composizione tra il 900 e il 1900" nella ricostruzione di Manfred Hermann Schmid

"La notazione trasmette all'occhio ciò che riguarda l'orecchio": inizia con questa evidenza fondamentale e questa sintesi il libro di Manfred Hermann Schmid intitolato La notazione musicale. Scrittura e composizione tra il 900 e il 1900 pubblicato da Astrolabio (pp. 324, euro 34, con illustrazioni) e curato da Alessandro Cecchi per la collana "Adagio", una collezione di titoli che già ospita alcuni libri musicali rilevanti (si veda qui per farsi un'idea). Schmid, classe 1947, è stato ordinario di teoria musicale a Tübingen e ha dedicato diversi studi alla storia della musica, alla teoria degli strumenti musicali, alla teoria della notazione musicale e etnomusicologia. Queste diverse discipline sono chiaramente collegate, come sarà evidente a chi leggerà questo libro, che è il suo secondo proposto in italiano. Schmid è un rinomato esperto mozartiano e l'unico altro suo titolo disponibile nella nostra lingua è proprio Le opere teatrali di Mozart, proposto nel 2010 da Bollati Boringhieri. Come ben introduce la frase di incipit, questo saggio che abbraccia un millennio di notazione musicale cerca di sporgersi verso il lettore come un'ampia trattazione su un fenomeno peculiare del pensiero e della prassi della civiltà occidentale. Il volume è arricchito da numerosissime illustrazioni che accompagnano passo passo l'occhio in un millennio di evoluzioni della notazione, una peculiare forma di scrittura non paragonabile alla scrittura fonetica/letteraria, che ha influenzato la composizione musicale venendone a sua volta influenzata. Ogni vicenda della notazione musicale insomma affonda la propria ragion d'essere in un dato momento storico al quale si àncora. Il cruccio teorico di Schmid è quindi sia di natura storica, ovvero seguire origini e sviluppi della notazione e capirne le intersezioni con partiture, esecuzioni e processi creativi, sia, a un livello più profondo, di natura ontologica, ovvero inseguire e comprendere le specificità di questa scrittura rispetto ad altre scritture umane. E se se l'arco di tempo considerato arriva al millennio, è altrettanto chiaro l'indugiare dell'autore sui secoli medievali e rinascimentali, ovvero il momento in cui il problema della notazione musicale si è imposto e agitato con maggiore evidenza e necessità.

Baude Cordier, Belle, Bone, Sage
(Codice di Chantilly)
La musica si compone, la musica anche si scrive. Proporzioni, colori, alfabeti, ligature, misure e persino le qualità pittografiche della notazione musicale (si veda il caso di Wagner) trovano spazio in questa avvincente trattazione che riesce ad aprire riflessioni multiple. Ad esempio viene da pensare a chi con tanta sicumera vuole il testo poetico come partitura: è effettivamente così o ci sono altre distinzioni che vanno fatte? Ma questa è soltanto una delle divagazioni che concede questo studio su una materia che è soggetta a continue evoluzioni. La storia della notazione musicale s'intreccia anche con quella degli strumenti musicali che Schmid dimostra di conoscere approfonditamente. Inoltre c'è un capitolo altrettanto interessante che riguarda ciò che non può essere scritto, ovvero i limiti della notazione. E così seguiamo Boezio e Guido d'Arezzo, ma poi passiamo a Hector Berlioz della Symphonie fantastique il quale si inventa un nuovo segno per esprimere lo scivolamento delle note in un glissando, solitamente taciuto dalla scrittura "colta", dando vita a una soluzione contraddittoria. Mezzo secolo prima, per risolvere una situazione simile, Haydn aveva trovato una soluzione di maggiore consapevolezza e efficacia. Insomma, queste pagine sono una fonte ricca di informazioni e descrizioni riguardanti le diverse soluzioni attuate nell'arco di un millennio per declinare le funzioni prescrittive, illustrative ed esplicative della notazione musicale. In questi ragionamenti poi possiamo inserirci chiaramente la funzione della direzione d'orchestra e decine di altri rivoli di pensiero e prassi che toccano questo universo di segni, righi, altezze, tagli addizionali, punti, stanghette segnate su lavagne cancellabili, pergamene o carta. La vicenda storica della notazione è parte della vicenda musicale largamente intesa. Il volume rappresenta una lettura avvincente, anche per chi non scorre con gli occhi spartiti dalla mattina alla sera, in quel percorso che conduce a una maggiore consapevolezza di come si norma, si scrive e si descrive la musica che suoniamo o ascoltiamo, chiaramente con occhio e orecchio direzionati costantemente ai processi di composizione.