Pubblico di seguito la risposta di Matteo Campagnoli di Babel Festival ai dubbi che sollevavo nel post di ieri.
Gentile Alberto, la scelta di Londra è dovuta a diversi motivi strettamente legati alle tematiche del festival. In genere tendiamo ad invitare una lingua o una nazione che contiene in sé quella lingua, ma il bacino dell’inglese è troppo ampio per un simile approccio. Già nel 2008, con un’edizione intitolata “Gli inglesi Uniti d’America”, avevamo ristretto il campo invitando scrittori di lingua inglese di varia provenienza a patto che vivessero o lavorassero negli Stati Uniti (tra questi Derek Walcott, Ha Jin, Jamaica Kincaid, Amitav Gosh, quindi di origine caraibica, cinese, indiana, ecc.). Allora l’idea era di guardare all’inglese come alla nuova lingua imperiale e agli Stati Uniti come al luogo in cui confluiscono gli scrittori delle “provincie dell’impero”, così come un tempo gli scrittori latini confluivano verso Roma. Era, tra le altre cose, un modo di mettere alla prova un’affermazione di Iosif Brodskij, che usando la stessa metafora sosteneva che sono sempre gli scrittori delle “province” quelli che rivitalizzano la “lingua imperiale” quando il centro cede).
Quest’anno, a giugno, abbiamo organizzato la nostra prima edizione di Babel fuori dalla Svizzera, a Londra. Ci sembrava quindi naturale e proficuo creare un dialogo tra la nuova edizione londinese e quella consueta di Bellinzona. Ancora l’inglese, dunque. Ma questa questa volta a Londra, altro importante centro di attrazione per scrittori e esseri umani di tutto il mondo. E in questo caso, come allora, la traduzione è centrale. Lo è sia in senso stretto sia in senso lato. In senso stretto – la traduzione letteraria, per intenderci –, come nei casi opposti di Xiaolu Guo, che nata in Cina e di madrelingua cinese ora scrive in inglese (e a volte si auto-traduce in cinese), o di Ma Jian, che sebbene risieda a Londra da più di trent’anni l’inglese non ha mai voluto impararlo, e i cui romanzi sono tradotti dalla moglie e pubblicati come originali, perché lui in Cina è uno scrittore bandito. In senso lato in quanto qualsiasi persona trapiantata in un contesto straniero deve continuamente tradursi e tradurre il mondo che la circonda, con gli scambi, gli scontri, le messe in relazione, le ibridazioni personali, linguistiche, culturali che ne conseguono. Da qui gli inviti a Saleh e Sulaiman Addonia, per esempio, scrittori profughi di origine etiope-eritrea che scrivono in inglese, o a Annie Holmes che è andata ad ascoltare le storie dei profughi ammassati nella Giungla di Calais e dei francesi che lì vivono e lavorano. “Traduzione”, nel nome del nostro festival, è un concetto molto ampio che oltre a tutto questo comprende anche la traduzione tra generi: testi letterari messi in musica, traslati in arte figurativa, adattati per il cinema, e viceversa. Le nostre tematiche principali, in ogni edizione, sono sempre state queste.
Quando alla fine dello scorso anno abbiamo concepito l’edizione londinese di Babel e quella di Bellinzona dedicata a Londra, di Brexit non se ne parlava nemmeno. Non stiamo cavalcando l’attualità, siamo stati raggiunti dall’attualità, per puro caso, e non abbiamo voluto scansarla, perché pensiamo che la letteratura sia uno dei modi più efficaci di far presa sulla realtà. Compresa quella estremamente complessa delle persone “tradotte” o “auto-tradotte” nelle migrazioni o di chi per motivi politici o anche solo personali si è ritrovato a vivere lontano dal suo Paese di nascita.
Mi auguro di essere riuscito a chiarire i suoi dubbi, sebbene il tempo non sia dalla mia parte. Tra due giorni comincia il festival, e stiamo anche per lanciare una rivista. E questo, purtroppo, mi costringe a scrivere di fretta.
Matteo Campagnoli, Babel Festival.
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martedì 13 settembre 2016
lunedì 2 novembre 2015
"Egrette bianche" di Derek Walcott
Avvistamenti #2
Poche righe su libri che faremmo bene a tradurre o che stanno finalmente arrivando.
Chi ama la poesia di Derek Walcott può rallegrarsi. A brevissimo infatti sarà disponibile nella collana "Biblioteca Adelphi" Egrette bianche (pp. 189, traduzione di Matteo Campagnoli). Si tratta della traduzione della quattordicesima raccolta del poeta caraibico, Nobel per la letteratura nel 1992. Una curiosità: in copertina troverete Applicando l'esca all'amo, opera del 1984 dello stesso Walcott. In questa pagina si legge in anteprima la scheda del libro. Tempo fa ho tentato in un post una traduzione di una poesia contenuta nel libro grigio di cui sopra vedete la copertina (l'ultimo testo dell'opera, per la precisione). La ripropongo qui sotto, nell'attesa curiosa di leggere quella di un traduttore di rango come Campagnoli.
Questa pagina è una nuvola tra i cui bordi
sfilacciati appare a tratti un promontorio
di montagne che poi si nasconde ancora,
finché quello che affiora dall'azzurro adesso terso
è il mare solcato e, intera, l'isola che si chiama da sé, gli orli ocra,
le valli sprofondate nell'ombra e una spirale di strada
che unisce i villaggi dei pescatori, i bianchi e silenziosi flutti
dei frangenti lungo la costa, dove una linea di gabbiani sfreccia
verso il porto sempre più grande di una città senza rumore,
le sue strade diventano più vicine come lettere leggibili,
due navi da crociera, golette, un rimorchiatore, canoe ancestrali,
mentre una nuvola lenta copre la pagina che ritorna
bianca e il libro finisce.
This page is a cloud between whose fraying edges
a headland with mountains appears brokenly
then is hidden again until what emerges
from the now cloudless blue is the grooved sea
and the whole self-naming island, its ochre verges,
its shadow-plunged valleys and a coiled road
threading the fishing villages, the white, silent surges
of combers along the coast, where a line of gulls has arrowed
into the widening harbour of a town with no noise,
its streets growing closer like print you can read,
two cruise ships, schooners, a tug, ancestral canoes,
as a cloud slowly covers the page and it goes
white again and the book comes to a close.
Poche righe su libri che faremmo bene a tradurre o che stanno finalmente arrivando.
Questa pagina è una nuvola tra i cui bordi
sfilacciati appare a tratti un promontorio
di montagne che poi si nasconde ancora,
finché quello che affiora dall'azzurro adesso terso
è il mare solcato e, intera, l'isola che si chiama da sé, gli orli ocra,
le valli sprofondate nell'ombra e una spirale di strada
che unisce i villaggi dei pescatori, i bianchi e silenziosi flutti
dei frangenti lungo la costa, dove una linea di gabbiani sfreccia
verso il porto sempre più grande di una città senza rumore,
le sue strade diventano più vicine come lettere leggibili,
due navi da crociera, golette, un rimorchiatore, canoe ancestrali,
mentre una nuvola lenta copre la pagina che ritorna
bianca e il libro finisce.
This page is a cloud between whose fraying edges
a headland with mountains appears brokenly
then is hidden again until what emerges
from the now cloudless blue is the grooved sea
and the whole self-naming island, its ochre verges,
its shadow-plunged valleys and a coiled road
threading the fishing villages, the white, silent surges
of combers along the coast, where a line of gulls has arrowed
into the widening harbour of a town with no noise,
its streets growing closer like print you can read,
two cruise ships, schooners, a tug, ancestral canoes,
as a cloud slowly covers the page and it goes
white again and the book comes to a close.
On parle de:
Adelphi,
Avvistamenti,
Derek Walcott,
Egrette bianche,
Matteo Campagnoli,
White Egrets
lunedì 5 ottobre 2015
Conversazioni con Iosif Brodskij a cura di Cynthia L. Haven
Quote #8
"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.
Conversazioni (pp. 314, euro 20, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli) contiene interviste e conversazioni sulla poesia rilasciate con una certa regolarità da Iosif Brodskij. Esce in questi giorni nella Collana dei Casi di Adelphi (unica casa editrice esclusa nel recente passaggio a Mondadori della divisione libri di Rcs). Per chi segue la poesia penso si tratti di uno di quei libri che si attende con gioia. In un passaggio Brodskij ad esempio sancisce la stretta parentela tra poesia e saggistica, e se mi capita di riflettere in termini di "generi" sono sempre stato in accordo profondo con queste parole. Diverse sono le fonti e diversi sono anche gli intervistatori e ciò conferisce al volume una piacevole movimentazione. Non ho ancora terminato la lettura di tutte le interviste e va da sé che in alcuni momenti Brodskij ripeta dei contenuti che gli stanno particolarmente a cuore (la predilezione per Auden emerge in più punti). Finora ne ho lette una manciata, cioè cinque, comunque questo mi basta per estrapolare uno fra i tanti passi convincenti da offrire oggi. Da pagina 222, Iosif Brodskij: Il poeta e la poesia di Grace Cavalieri (conversazione del 1991):
G.C. Il punto centrale è che la poesia è l'unica cosa che conta.
I.B. Forse l'osservazione più importante di tutto il discorso è che la nostra specie ha a disposizione due o tre modalità cognitive: l'analisi, l'intuizione e quella a cui avevano accesso i profeti biblici, la rivelazione. La grande virtù della poesia è che nel processo creativo usi tutte e tre le modalità contemporaneamente, se ti va bene. Quantomeno ne usi due: l'analisi e l'intuizione - una sintesi. E il risultato netto può essere la rivelazione. Se gettiamo uno sguardo schematico sul mondo e sui vari popoli che lo abitano, vediamo che in Occidente al momento l'enfasi è sulla razionalità, sulla «ragione». La modalità cognitiva privilegiata è questa. Mentre in Oriente dominano la riflessività e l'intuizione. Il poeta, di suo, è l'esemplare più sano che possa esistere, perché è una fusione di queste due modalità.
(Qui un contributo dell'anno scorso dedicato a Brodskij e ad una sua poesia da Elegie romane.)
"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.
Conversazioni (pp. 314, euro 20, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli) contiene interviste e conversazioni sulla poesia rilasciate con una certa regolarità da Iosif Brodskij. Esce in questi giorni nella Collana dei Casi di Adelphi (unica casa editrice esclusa nel recente passaggio a Mondadori della divisione libri di Rcs). Per chi segue la poesia penso si tratti di uno di quei libri che si attende con gioia. In un passaggio Brodskij ad esempio sancisce la stretta parentela tra poesia e saggistica, e se mi capita di riflettere in termini di "generi" sono sempre stato in accordo profondo con queste parole. Diverse sono le fonti e diversi sono anche gli intervistatori e ciò conferisce al volume una piacevole movimentazione. Non ho ancora terminato la lettura di tutte le interviste e va da sé che in alcuni momenti Brodskij ripeta dei contenuti che gli stanno particolarmente a cuore (la predilezione per Auden emerge in più punti). Finora ne ho lette una manciata, cioè cinque, comunque questo mi basta per estrapolare uno fra i tanti passi convincenti da offrire oggi. Da pagina 222, Iosif Brodskij: Il poeta e la poesia di Grace Cavalieri (conversazione del 1991):
G.C. Il punto centrale è che la poesia è l'unica cosa che conta.
I.B. Forse l'osservazione più importante di tutto il discorso è che la nostra specie ha a disposizione due o tre modalità cognitive: l'analisi, l'intuizione e quella a cui avevano accesso i profeti biblici, la rivelazione. La grande virtù della poesia è che nel processo creativo usi tutte e tre le modalità contemporaneamente, se ti va bene. Quantomeno ne usi due: l'analisi e l'intuizione - una sintesi. E il risultato netto può essere la rivelazione. Se gettiamo uno sguardo schematico sul mondo e sui vari popoli che lo abitano, vediamo che in Occidente al momento l'enfasi è sulla razionalità, sulla «ragione». La modalità cognitiva privilegiata è questa. Mentre in Oriente dominano la riflessività e l'intuizione. Il poeta, di suo, è l'esemplare più sano che possa esistere, perché è una fusione di queste due modalità.
(Qui un contributo dell'anno scorso dedicato a Brodskij e ad una sua poesia da Elegie romane.)
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Iosif Brodskij,
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Quote,
Wystan Hugh Auden
martedì 2 luglio 2013
"Il passo dell'uomo" di Vanni Bianconi
"Qualsiasi anno di vita è un dottore / che si sbaglia sull'organo malato / ma in confidenza ti segnala dove / lo specialista è l'anno passato." Vanni Bianconi appartiene, senza vincoli di appartenenza, a quella bella orografia (idrografia?) di poeti ticinesi che in questo avvio di terzo millennio costituisce una delle più promettenti formazioni della poesia in lingua italiana. Dico "formazione" non nella sportiva accezione di équipe, ma in un senso più naturale, quasi geologico, di fenomeno che si manifesta allo sguardo. Bianconi vive tra Locarno e Londra. Sua è la cura del Babel Festival che si tiene ogni anno a settembre a Bellinzona. Normale, quando camminiamo da queste parti, pensare subito a Fabio Pusterla, che di questo nuovo libro di Bianconi intitolato Il passo dell'uomo (Casagrande, pp. 64, euro 12,50/CHF 16) firma, ancora una volta, una bella quarta di copertina (quarta di copertina d'autore: versione più discreta ma più incisiva delle tante prefazioni che popolano i libri di poesia in Italia?). Normale pensare anche a molti altri. Per rimanere ai più giovani si può sostare sull'ottimo lavoro di Fabiano Alborghetti, al già ospitato Yari Bernasconi e, scavalcando la generazione di Pusterla, risalire fino ad Alberto Nessi e al grande Giorgio Orelli, anch'egli ricordato su queste pagine tempo addietro. Ricorro a questi nomi per andare davvero a sommi capi, anzi, a somme cime e bacini, come le montagne e i laghi di quella regione. Non posso dimenticare poi di citare, almeno di passaggio, scoperte per me recenti come Matteo Campagnoli e Elena Jurissevich. Tra l'altro, quasi tutti questi autori transitano per la casa editrice Casagrande di Bellinzona, esempio tangibile di un'arte del fare libri ancora viva (strano che spesso siano gli svizzeri a ricordarci le nostre origini tipografiche, la cura nel far libri, l'amore per i caratteri).
Era necessaria questa premessa? Credo di sì, perché intendevo ribadire una convinzione personale: lì, in quel cantone fortunatamente trascurato dalla chiacchiera poetica della penisola, ormai relegata/delegata e finita in pasto alle riviste più glamour - può accadere, in fondo non credo di essere così bacchettone, ma temo possa diventare una sorta di regola e pericolosa abitudine -, continuano a succedere cose belle per la poesia in lingua italiana e per quella traduzione che positivamente alimenta il farsi della poesia (Bianconi stesso è traduttore, da Somerset Maughan, Faulkner e Auden). E ne Il passo dell'uomo abbiamo conferma di una grande architettura pubblica, uno spazio-libro camminabile, anche grazie ai piedi metrici di una scrittura versicolore. L'architettura e l'architettura di un libro poetico sono arti che si possono comprendere e praticare quando la poesia e il ritmo si raggiungono per davvero. Sono arti "tarde", se proviamo a parafrasare certi discorsi sullo stile di Theodor W. Adorno e Edward Said, nel senso che sono tra le ultime che impariamo a comprendere. Dovrete resistere dalla tentazione di afferrare subito questi testi, ma non perché vi siano tracce d'ermetismo o oscurità. La poesia di Bianconi si tende e distende verso il lettore senza apparenti problemi, eppure è un concentrato di forme minerali che rilascia un contenuto che da liquido si fa solido a poco a poco, come stalattite e stalagmite prossime a formare una colonna di senso, lentissima: un calcare verticale, ma anche un calcare di passi, nel solco in fondo petrarchesco che lo stesso titolo del libro prova a inseguire. Un tratto rimarchevole è l'avvenuto contatto corrusco, in un silenzio e buio di grotta, tra la tradizione anglosassone frequentata anche dal parlante Bianconi (si veda la presenza di Sylvia Plath nella bellissima Poesia della montagna) e quella svizzera, gli orelliani spiracoli che continuamente s'aprono tra gli anagrammi delle parole, tra le lettere che cadono e salgono, che ritornano nella distanza, in un respiro acquatico e sciacquio che potrebbe persino ricordare i suoni di un poeta così lontano come Biagio Marin, nel frastagliato profilo costiero delle rime che chiudono i versi. Nel passo breve di Bianconi c'è anche molto Caproni. Nella passeggiata di questo autore invece possiamo intravedere persino il cappello e la sciarpa invernali di Zanzotto dell'Ipersonetto: nella già citata Poesia della montagna, 14 "pseudosonetti sotto mentite spoglie", concatenati tra loro dalle ganasce di ultimo e primo verso e chiusi da una quindicesima Corona, restituiranno probabilmente il senso dei ragionamenti architetturali che ho provato a fare sin qui.
Significativa, anche se non soverchiante, è la presenza di alcuni testi in traduzione inglese. La domanda che però si insinua suona circa così: si tratta davvero di traduzione? Oppure si tratta di compresenza di due lingue che dicono quasi la stessa cosa? Il lettore potrà rispondere meglio di me a questa domanda. Credo si tratti comunque di un'esperienza inedita e nuova. Come in fondo è nuovo anche il silenzio, polveroso, di frana, che lascia questo libro nelle orecchie del lettore, che un po' ci trasforma tutti in "manzi incapaci di ridere". In Miserere l'annosa questione dell'io, di un io, in poesia e non solo, viene fronteggiata con un testo che potrebbe essere a lungo discusso e analizzato, sigillato da congiunzioni disgiuntive fratte dall'a capo che finiscono per travolgere la stessa parola "io":
Sto in piedi accanto a me
mi sto seduto accanto
sacco di rifiuti in bilico
80 litri, pieno, semiaperto.
Nella plastica sottile
il mio amalgama di organi
gusci cellophane lattine;
accanto a me con brio da coroner
io bisbiglio di bibite e uova;
se misurassi le parole
almeno l'umido nel petto
si farebbe inceneritore.
Non so chi sia l'impostore, io
o io. Siamo raccolti e separati.
Ogni tanto le parole
offrono rifiuti misurati.
Non credo di esagerare se scrivo che in questo "[...] dialogo, anche, aperto e franco con i propri maestri e con i compagni di strada, che l’autore chiama a fraterna raccolta dai due vastissimi territori culturali a lui noti e cari" (Pusterla) si può iniziare un viaggio non facile attraverso l'interrogativo legato al senso dello scrivere poesia nell'Occidente, o quantomeno nel palinsesto d'Occidente ("La poesia è una tecnica per preparare la tela", si legge in Previsione del tempo) che abbiamo ereditato e erediteremo, un po' come i funghi della Plath:
Overnight, very
Whitely, discreetly,
Very quietly
Our toes, our noses
Take hold on the loam,
Acquire the air.
Nobody sees us,
Stops us, betrays us;
The small grains make room.
Soft fists insist on
Heaving the needles,
The leafy bedding,
Even the paving.
Our hammers, our rams,
Earless and eyeless,
Perfectly voiceless,
Widen the crannies,
Shoulder through holes. We
Diet on water,
On crumbs of shadow,
Bland-mannered, asking
Little or nothing.
So many of us!
So many of us!
We are shelves, we are
Tables, we are meek,
We are edible,
Nudgers and shovers
In spite of ourselves.
Our kind multiplies:
We shall by morning
Inherit the earth.
Our foot's in the door.
(Sylvia Plath, Mushrooms)
Ho preferito chiudere così. Ho riportato per intero soltanto una poesia del libro, anche perché esiste un video molto bello della RSI disponibile a questo indirizzo web dal quale potrete ascoltare le poesie de Il passo dell'uomo direttamente dalla voce dell'autore: è meglio se lo guardate e ascoltate, anche per ripulirvi da questi appunti di lettura un po' sciocchi.
Era necessaria questa premessa? Credo di sì, perché intendevo ribadire una convinzione personale: lì, in quel cantone fortunatamente trascurato dalla chiacchiera poetica della penisola, ormai relegata/delegata e finita in pasto alle riviste più glamour - può accadere, in fondo non credo di essere così bacchettone, ma temo possa diventare una sorta di regola e pericolosa abitudine -, continuano a succedere cose belle per la poesia in lingua italiana e per quella traduzione che positivamente alimenta il farsi della poesia (Bianconi stesso è traduttore, da Somerset Maughan, Faulkner e Auden). E ne Il passo dell'uomo abbiamo conferma di una grande architettura pubblica, uno spazio-libro camminabile, anche grazie ai piedi metrici di una scrittura versicolore. L'architettura e l'architettura di un libro poetico sono arti che si possono comprendere e praticare quando la poesia e il ritmo si raggiungono per davvero. Sono arti "tarde", se proviamo a parafrasare certi discorsi sullo stile di Theodor W. Adorno e Edward Said, nel senso che sono tra le ultime che impariamo a comprendere. Dovrete resistere dalla tentazione di afferrare subito questi testi, ma non perché vi siano tracce d'ermetismo o oscurità. La poesia di Bianconi si tende e distende verso il lettore senza apparenti problemi, eppure è un concentrato di forme minerali che rilascia un contenuto che da liquido si fa solido a poco a poco, come stalattite e stalagmite prossime a formare una colonna di senso, lentissima: un calcare verticale, ma anche un calcare di passi, nel solco in fondo petrarchesco che lo stesso titolo del libro prova a inseguire. Un tratto rimarchevole è l'avvenuto contatto corrusco, in un silenzio e buio di grotta, tra la tradizione anglosassone frequentata anche dal parlante Bianconi (si veda la presenza di Sylvia Plath nella bellissima Poesia della montagna) e quella svizzera, gli orelliani spiracoli che continuamente s'aprono tra gli anagrammi delle parole, tra le lettere che cadono e salgono, che ritornano nella distanza, in un respiro acquatico e sciacquio che potrebbe persino ricordare i suoni di un poeta così lontano come Biagio Marin, nel frastagliato profilo costiero delle rime che chiudono i versi. Nel passo breve di Bianconi c'è anche molto Caproni. Nella passeggiata di questo autore invece possiamo intravedere persino il cappello e la sciarpa invernali di Zanzotto dell'Ipersonetto: nella già citata Poesia della montagna, 14 "pseudosonetti sotto mentite spoglie", concatenati tra loro dalle ganasce di ultimo e primo verso e chiusi da una quindicesima Corona, restituiranno probabilmente il senso dei ragionamenti architetturali che ho provato a fare sin qui.
Significativa, anche se non soverchiante, è la presenza di alcuni testi in traduzione inglese. La domanda che però si insinua suona circa così: si tratta davvero di traduzione? Oppure si tratta di compresenza di due lingue che dicono quasi la stessa cosa? Il lettore potrà rispondere meglio di me a questa domanda. Credo si tratti comunque di un'esperienza inedita e nuova. Come in fondo è nuovo anche il silenzio, polveroso, di frana, che lascia questo libro nelle orecchie del lettore, che un po' ci trasforma tutti in "manzi incapaci di ridere". In Miserere l'annosa questione dell'io, di un io, in poesia e non solo, viene fronteggiata con un testo che potrebbe essere a lungo discusso e analizzato, sigillato da congiunzioni disgiuntive fratte dall'a capo che finiscono per travolgere la stessa parola "io":
Sto in piedi accanto a me
mi sto seduto accanto
sacco di rifiuti in bilico
80 litri, pieno, semiaperto.
Nella plastica sottile
il mio amalgama di organi
gusci cellophane lattine;
accanto a me con brio da coroner
io bisbiglio di bibite e uova;
se misurassi le parole
almeno l'umido nel petto
si farebbe inceneritore.
Non so chi sia l'impostore, io
o io. Siamo raccolti e separati.
Ogni tanto le parole
offrono rifiuti misurati.
Non credo di esagerare se scrivo che in questo "[...] dialogo, anche, aperto e franco con i propri maestri e con i compagni di strada, che l’autore chiama a fraterna raccolta dai due vastissimi territori culturali a lui noti e cari" (Pusterla) si può iniziare un viaggio non facile attraverso l'interrogativo legato al senso dello scrivere poesia nell'Occidente, o quantomeno nel palinsesto d'Occidente ("La poesia è una tecnica per preparare la tela", si legge in Previsione del tempo) che abbiamo ereditato e erediteremo, un po' come i funghi della Plath:
Overnight, very
Whitely, discreetly,
Very quietly
Our toes, our noses
Take hold on the loam,
Acquire the air.
Nobody sees us,
Stops us, betrays us;
The small grains make room.
Soft fists insist on
Heaving the needles,
The leafy bedding,
Even the paving.
Our hammers, our rams,
Earless and eyeless,
Perfectly voiceless,
Widen the crannies,
Shoulder through holes. We
Diet on water,
On crumbs of shadow,
Bland-mannered, asking
Little or nothing.
So many of us!
So many of us!
We are shelves, we are
Tables, we are meek,
We are edible,
Nudgers and shovers
In spite of ourselves.
Our kind multiplies:
We shall by morning
Inherit the earth.
Our foot's in the door.
(Sylvia Plath, Mushrooms)
Ho preferito chiudere così. Ho riportato per intero soltanto una poesia del libro, anche perché esiste un video molto bello della RSI disponibile a questo indirizzo web dal quale potrete ascoltare le poesie de Il passo dell'uomo direttamente dalla voce dell'autore: è meglio se lo guardate e ascoltate, anche per ripulirvi da questi appunti di lettura un po' sciocchi.
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