Recensire, strana attività in bilico. Ancora necessaria? Credo di sì. Di qui a dire cosa sarà del recensire il passo è tutt'altro che agevole. La recensione è un testo strumentale e non è soltanto pubblicità per un libro o un'altra opera d'intelletto (per quanto sia talvolta anche pubblicità). È un'attività che deposita una prima ricezione e anche inevitabilmente una prima polvere e crosta interpretativa su un'opera, sul suo percorso che - nel caso dei libri - resta per fortuna incalcolabile. Gore Vidal scrisse che "affermare che il destino dei libri è incalcolabile è esagerare con l'understatement" e in linea di massima possiamo essere d'accordo. Anche quando si prova in molti modi a confezionare, prevedere e accompagnare il destino di un libro, questo resta tutto sommato incalcolabile. Il successo fulmineo non è garanzia di long-seller e un iniziale fiasco può diventare alla lunga un libro diffusamente letto. Cose note. Ma tralasciamo gli estremi e torniamo a quella peculiare pubblicità che è la recensione. Oggi lo stato del recensire non è del tutto inquadrabile e pertanto sfugge. Tra l'altro, quanto vengono pagate le recensioni, se vengono ancora pagate? Suppongo qualche decina o centinaia di euro, nel migliore dei casi, se non si è dei Claudio Magris. Sussistono spazi di approfondimento e analisi efficaci, attraenti, ma viene passata per recensione anche un'attività stanca e stancante di scrittura che spesso insegue, più che un'opera, un determinato profilo autoriale considerato il cavallo su cui puntare in quel frangente. Recensire è diventata un'attività nella quale raramente fanno apparizione coraggio, capacità di visione del diamante-opera nelle sue sfaccettature, rischio e altri requisiti necessari all'elogio ancor prima che alla stroncatura. Inoltre c'è da dire che si sta disquisendo senza considerare lo slittamento semantico in atto, per cui "recensione" è sostanzialmente un commento successivo a un acquisto lasciato su una piattaforma di ecommerce che diventa determinante per i futuri acquisti di quel bene o servizio. Se le cose stanno circa così, qualcosa ci stiamo perdendo e continueremo a perdere di un certo modo di scrivere attorno a libri, mostre d'arte o film, un usus scribendi che non è strettamente critica letteraria, critica d'arte o cinematografica. Di certo lo sguardo non deve essere rivolto solo al passato, perché restano nuove vie da sperimentare (ad esempio le videorecensioni, con qualche simpatica deriva a mo' di televendita, non distante da certe presentazioni librarie). Tuttavia non c'è molto da stupirsi se una certa cura e passione nel recensire è venuta meno: se la nostra giornata è dispersa in mille rivoli di post, commenti, controcommenti, quali risorse attentive restano alla recensione, per chi vuole scriverla e chi vuole leggerla? Non vi è critica in queste considerazioni, semmai la necessità di prendere coscienza di un cambiamento, anche nella capacità di concentrazione largamente intesa. E ancor più a fondo, che risorse restano per la coabitazione con le opere di ingegno, siano queste libri o altro, in questo paradigma di accelerazione e di autopromozione costante e infinita? Difficile dirlo.
Eppure leggere, ci ricorda uno scritto su Pavese del libro di oggi, è un "modo come gli altri di fare la storia, di esistere, di prendere partito" e "una pagina, letta o scritta, è innanzitutto un gesto, compiuto da una creatura reale, in un luogo e un tempo realmente accaduti". E per arrivare a leggere si può passare prima per una recensione. Per farsi un'idea di cosa abbia voluto dire la pratica del recensire nel caso limite di un autore eccezionale della nostra storia letteraria, possiamo sfogliare, leggere o piluccare da questo corposo volume che Aragno ha pubblicato con il titolo Non sparate sul recensore (a cura e con una prefazione di Lietta Manganelli e Michele Farina, euro 35). Sono qui raccolte le recensioni scritte da Giorgio Manganelli in quasi mezzo secolo, dagli anni Quaranta agli anni Novanta. Il volume porta in salvo scritti anche molto brevi e divenuti difficilmente consultabili. A volte queste note di lettura assomigliano a delle schede sintetiche e in questo si potrebbero accostare a quanto è già apparso su Estrosità rigorose di un consulente editoriale pubblicato da Adelphi e del quale s'è scritto qui (tra parentesi: per i fan del Manga, ho trovato davvero bello il breve reportage di viaggio intitolato Africa uscito da poco, sempre per Adelphi). E come nel caso di Giuseppe Berto e Soprappensieri. Tutti gli articoli 1962-1971 o di Luigi Sampietro e La passione della letteratura va riconosciuto il merito dell'editore Aragno di aver raccolto in un corpo unico ciò che era davvero disseminato e difficilmente reperibile. Lietta Manganelli ci ricorda che il merito va riconosciuto inoltre a Michele Farina, giovane studioso che, armato di fotocamera digitale e grande pazienza, è andato a scartabellare scritti che ormai diventavano inaccessibili anche nelle più fornite biblioteche della penisola.
Manganelli, nato a Milano da genitori emiliani, inizia presto a collaborare con "La Gazzetta di Parma", giornale che in un certo senso inventa la pagina culturale del dopoguerra italiano, come rammenta la figlia dello scrittore nella sua nota introduttiva. La preoccupazione per il conto economico è chiaramente centrale nella sua poderosa attività recensoria e del resto, sempre in quelle pagine su Pavese, ci ricorda che la letteratura "non è meno reale (e neppure di più) dell'economia". Procurarsi i libri nel dopoguerra è quasi un'avventura e soltanto più tardi, con il boom economico, le case editrici diventeranno più generose e elargiranno copie gratuite per la stampa con maggiore facilità. Il libro di Aragno diventa una cavalcata, suddivisa per annate, delle collaborazioni di Manganelli per riviste quali "La Giostra" (una rivista studentesca del liceo Beccaria di Milano), "Il Ragguaglio Librario" (una parte cospicua del volume), "Paragone", "Letterature Moderne", "Aut Aut", "Il Mulino", "Il Gatto Selvatico", "Tempo presente", "Il Punto", "L'Europa Letteraria", "L'illustrazione Italiana" (altra cospicua collaborazione), "Il verri", "Il Menabò", "Quindici", "Il Caffè", "Mondo Operaio", "Libri Nuovi", "Alfabeta", "Il Piacere", "Kos", "Il Moderno", "Nuovi Argomenti" e "Italia Oggi".
Con Mario Praz, Manganelli è stato uno dei grandi traghettatori della letteratura inglese e anglo-americana del dopoguerra e notevole è anche il suo spoglio periodico delle riviste britanniche qui riassunto. In questi contributi recensori, diversi per ampiezza, approfondimento, scrittura, portata e sguardo, possiamo estrarre nuovi punti di partenza per tornare a fissare la traiettoria di scrittori più o meno noti, dall'amato Poe di cui fu traduttore, a Orwell, a scrittori meno conosciuti, che Manganelli ci porge con il gusto tipico del recensore che racconta di una scoperta (si veda lo scritto su Werner Bergengruen). Singolare l'attenzione prestata a John Dos Passos, un autore tradotto in modo discontinuo e incompleto in italiano (pare non abbia mai venduto bene nel nostro paese, così si dice tra gli addetti ai lavori, e in questo frangente del Centenario della Grande Guerra nessuno ha pensato di ritradurre Three Soldiers). Nuovo è anche il suo punto di vista su Pavese e fulminanti le due paginette su Tozzi, in cui invita a strapparlo dalla Toscana e da Siena e valutarlo per quel che è, fuori da inconcludenti e pericolosi discorsi di autobiografismo e psicologismo. Federigo Tozzi è uno scrittore che evoca fantasmi e evocare fantasmi è quello che fa da sempre la letteratura, in questo strettamente imparentata con la negromanzia e la cattura di ombre. Insomma, come lasciato intuire in apertura, questo libro, tratteggiando una precisa idea di letteratura senza ricorrere a un sistema, documenta un'attività che ci spinge realmente a interrogarci sul senso del recensire oggi. Non c'è necessariamente una risposta a un simile interrogativo che Manganelli ci lancia con questo volume confezionato dalla figlia Lietta e da Michele Farina, anzi. Anche il silenzio (o il non recensire più) è contemplato come possibile risposta.
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giovedì 13 settembre 2018
lunedì 5 giugno 2017
"Nuova enciclopedia" di Alberto Savinio: fine supremo della cultura è l'ignoranza
Quote #16
"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.
"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.
Nuova enciclopedia di Alberto Savinio è da poco disponibile anche in edizione tascabile e economica (pp. 401, euro 15, la precedente edizione, ritratta accanto, era del 1971 e costa 10 euro di più). Si tratta di un libro adatto, com'era il Cynar, a combattere il "logorio della vita moderna". Lo dico sia nel senso della consultazione per voci che si incunea bene nei vari interstizi di una giornata, sia nel senso di liberazione che la lettura di alcune di queste voci procura. Riferendosi a quest'opera "enciclopedica" saviniana nata dal personale scontento per le enciclopedie esistenti ed entrata in gestazione già negli anni Quaranta, Giorgio Manganelli ha scritto così: "Il suo universo è discontinuo, senza approdi, soprattutto senza destinazione. Non si troverà mai il cosmo, non si indagherà mai il significato. Non esiste profondità, ma solo una infinita serie di superfici. Il mondo è una liscia pelle che nasconde altre pelli lisce: all'infinito." Si tratta di una delle possibili fantasie di avvicinamento a queste pagine. Ma ogni voce, che sia "CUPOLA", "DOLCI", "DRAMMA" o "FUCILE", è destinata a depositare qualche scoria nella testa di chi legge. In "DRAMMA" per esempio c'è un passaggio sulla percezione del tempo che definire profetico è dir poco, e si ricordi il periodo di scrittura di questa enciclopedia. Scrive Savinio: "Vi siete domandati perché la vita oggi è tanto rapida, tanto fluida, tanto scorrente? Vi siete domandati perché oggi il tempo passa più presto?... Già ho dato più sopra la risposta: perché oggi la vita è tutta orizzontale e il tempo non trova intoppi al suo cammino". E naturalmente questa felice impostazione per lemmi, sostanziosi o apparentemente frivoli, cuce un libro destinato a persistere nel ricordo di chi lo vorrà leggere. C'è anche quest'aspetto di memorabilità di una lettura sul quale capita raramente di confrontarsi, ma che ogni tanto varrebbe la pena di stanare. Non ho ancora terminato di leggere questo tomo considerevole che tuttavia si presta, come detto, a una lettura frammentaria come la mia e com'è la lettura di qualsiasi enciclopedia. Questa che segue su "CULTURA" è una delle molte voci che mi sono segnato.
CULTURA. La cultura ha principalmente lo scopo di far conoscere molte cose. Più cose si conoscono, meno importanza si dà a ciascuna cosa: meno fede, meno fede assoluta. Conoscere molte cose significa giudicarle più liberamente e dunque meglio. Meno cose si conoscono, più si crede che soltanto quelle esistono, soltanto quelle contano, soltanto quelle hanno importanza. Si arriva così al fanatismo, ossia a conoscere una sola cosa e dunque a credere, ad avere fede soltanto in quella. Cfr. i tedeschi che sono portati alla specializzazione. Anche il fanatismo è una specializzazione. Conclusione: poiché fine della cultura è di far conoscere il maggiore numero di cose, e poiché conoscere una cosa significa distruggerla, fine supremo della cultura è l'ignoranza. Mi si passi questa dichiarazione di orgoglio: io già intravedo questo supremo stato di cultura - questo supremo stato di ignoranza. Già intravedo questa calma suprema, questo sguardo estremamente sapiente che spazia su un mondo di cose conosciute - di cose distrutte. Questo cimitero di cose. Questa pace ultima. In fondo questa mia ‘meta’ si confonde col principio stesso della vita cristiana, che è ignorare; e la supera anzi, perché la meta mia ignora anche Dio. Io non so dire veramente se ignoro Dio perché la mia conoscenza lo ha ‘traversato’, o perché non lo ho mai conosciuto. Resta a sapere se Dio è cosa ‘da conoscere'.
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domenica 29 maggio 2016
"Estrosità rigorose di un consulente editoriale" di Giorgio Manganelli
Mi sbaglierò, ma credo che libri come questo di Giorgio
Manganelli appena pubblicato da Adelphi funzioneranno come serbatoio di idee e innesti
per le articolazioni future dell’albero del catalogo di Adelphi. Estrosità rigorose di un consulente
editoriale (pp. 340, euro 15, a cura di Salvatore Silvano Nigro) raduna
infatti un considerevole numero di risvolti, lettere editoriali, proposte ma
soprattutto sintetici, precisi e tagliatissimi pareri e schede di lettura su
opere esaminate con perizia e acume e quindi vagliate per conto di Garzanti e Einaudi,
in ottica di eventuali traduzioni. La maggior parte dei materiali è inedita e si
concentra nel decennio dei Sessanta (Hilarotragoedia
esce nel 1964 e anche le date, comprese quelle che hanno battezzato gruppi, vanno
quantomeno pensate, per avere il polso del momento di vita in cui Manganelli fa anche questo lavoro). Tuttavia, i materiali del volume, per la maggior parte messi
a disposizione dagli archivi delle case editrici, arrivano a ridosso della
morte dell’autore con alcune lettere del 1990.
Il libro è diviso in sei parti. Nella prima il centro dell’attenzione
è sul costrutto di collana, sulla sua progettazione, vestizione e sulla
rilevanza di quarte di copertina, risvolti e note critiche. Nella seconda
potrete leggere alcune lettere, mentre nella terza vi addentrerete nella parte
più interessante del libro: le schede contenenti i pareri di
lettura. Sono testi di lunghezza simile, che tratteggiano il libro letto, lo
contestualizzano e si chiudono con un pensiero sulla fattibilità editoriale.
Non di rado le chiuse, laddove Manganelli deve propendere per un sì o per un
no, sono la parte più memorabile fra tutte (“Lettura ferroviaria, da treni
accelerati, novembrini. No.”,
così decide di By the Waters of
Whitechapel di Bernard Kops). Il registro si mantiene tra il
colloquiale e il tecnico, dando forma a dei pareri che si manifestano a noi con
quella brillantezza e coraggio del giudizio precoce, in cui una lettura
individuale e isolata è consapevole di poter essere l’impulso per un acquisto
di diritti di un libro da tradurre e collocare dentro un catalogo (parlando di
un libro di racconti di Donald Windham, The
Warm Country, Manganelli chiude con un dubbio che si potrebbe rivolgere pari pari a molte case editrici oggi: “Mi pare da tradurre (ignoro, tuttavia, quale sia l’opinione
editoriale sui libri di racconti.”) C’è un aspetto da sottolineare ed è importante:
le schede editoriali che stroncano non sono meno interessanti di quelle che
caldeggiano la traduzione di un libro, perché motivano il no in un modo per noi del tutto istruttivo. Anche la quarta parte contiene una ricca serie di pareri di
lettura, oltre a dei pensieri sul tradurre. Il Commento invece suggella i materiali dispiegati in sequenza
contestualizzando fatti, luoghi e persone in quello che diventa, alla fine, un
efficace compendio di storia dell’editoria italiana.
Nella sesta parte del volume Salvatore Silvano Nigro, sotto un’epigrafe
manganelliana presa da un verbale di riunione Einaudi del 1966 (“Ho un buon
tonnellaggio di carta”), unisce in una nota i momenti principali del percorso consulenziale
che ha coinvolto l'autore sin dal periodo dei primi anni Sessanta, quand'era docente di inglese in un istituto tecnico femminile popolato da “quelle donne
ansiose di farsi segretarie d’azienda”, e ricorda anche i suoi principali contatti
presso le case editrici (leggendo questa nota ho pensato che sarebbe giunto il
momento di valutare con maggiore attenzione e consapevolezza l’azione
canonizzante di Pietro Citati nella letteratura e editoria italiana del
Ventesimo secolo). Ma al di là di questo inciso, per definizione secondario, il
materiale qui raccolto, unito alla nota di Salvatore Silvano Nigro e persino all’utile
e indispensabile indice dei nomi e delle opere predisposto dai curatori, fanno
di Estrosità rigorose di un consulente
editoriale un’opera che non mancherà di attrarre i lettori di Manga, i
curiosi di quel che accadeva nell’editoria di allora e magari anche chi cerca
qualche opera sfuggita a una traduzione italiana. Ce ne sono parecchie e alcune
le troviamo qui caldeggiate da Manganelli. Le poche righe di una sua scheda
basterebbero a favorire una ricerca o una lettura dell’opera di cui egli
consiglia l’acquisto dei diritti di traduzione. Per questo motivo il mio intervento
inizia con quel pensiero sulla possibilità, non tanto remota, che un libro
simile si trasformi nell’anticamera di alcuni sviluppi del catalogo della casa
editrice che sta via via pubblicando tutte le opere di Manganelli, consulente
editoriale estroso e rigoroso che agisce ancora dal suo ufficio d’oltretomba.
venerdì 24 gennaio 2014
"Segreti e no" di Claudio Magris: la custodia del segreto tra potere e diritto all'opacità individuale
64 pagine stampate in corpo molto grande (un aspetto tipografico che mi ha fatto venire in mente i tasti di quei cellulari destinati agli anziani o comunque alle persone ipovedenti) al prezzo un po' alto di 7 euro: così si presenta Segreti e no, il nuovo libro brevissimo di Claudio Magris. Scavalcato questo ostacolo del prezzo un po' antipatico, va detto che Segreti e no è un testo assolutamente da leggere, e sta bene dirlo subito prima di iniziare a parlarne. Non solo perché capita spesso che ogni cosa della produzione dello scrittore triestino s'addentelli su fondamentali muri della Storia, ma anche perché questo intervento - che non ho ben capito se nasce in inglese, visto che nel colophon è menzionato un "The secret" del quale questo breve testo dovrebbe essere la traduzione - prende di petto una sola parola quasi scomparsa dal nostro mondo, forse a causa di un pudore sbagliato o di un pudore andato a male. Chissà perché. Al di là dei bambini e dell'infanzia, dove la parola "segreto" ha ancora qualche guizzo di vitalità, legato magari a una frequente, stereotipata gestualità di mani e orecchie, sembra che il segreto sia scomparso dalla faccia dalla terra, anche se sentiamo ancora parlare di "segreto di stato", "agenti segreti", "segreto bancario" o di altri segreti legati alle faccende della politica e del potere. Se non è scomparso del tutto, il segreto è sicuramente protagonista di un processo lungo di banalizzazione. Eppure mai come ora, in tempi di massima vetrinizzazione sociale, è opportuno tornare a scrivere e a parlare del segreto.
Il merito di questo intervento di Magris è anche quello di riportare il segreto alla sua centralità nella vita di ognuno. L'autore, un romanziere, che più aiuta Magris in questo è senz'altro Javier Marías di Un cuore così bianco e Domani nella battaglia pensa a me. Non dimentichiamo che per i suoi romanzi Marías andò a studiarsi un libro introvabile di Comisso intitolato Agenti segreti di Venezia 1705 - 1797. L'indimenticato Torquato Accetto della "dissimulazione onesta", largamente amato anche da Giorgio Manganelli, offre a Magris lo spunto per il finale dello scritto. Non può essere che il segreto sia scivolato nell'oblio e nel buio, a maggior ragione in questa epoca contraddistinta da un nuovo ambiguo "potere internettiano", chiuso tra trasparenza e segreto, ed è in fondo normale che si debba tornare a parlare di segreto oltre certe pedestri e incerte discussioni sulla privacy (chi leggerà queste pagine di Magris noterà che Internet è solo uno dei tanti rimandi o echi possibili sullo sfondo di questo ragionamento, anche se probabilmente è l'eco che a un editore d'oggi fa più gola isolare e illuminare).
Il dramma del segreto è la sua traslazione sull'asse del discorso, essersi spostato nella nostra epoca in posizione aggettivale, laddove ne facciamo ancora largo impiego; è come ci fossimo stancati di vederlo e sentirlo come un sostantivo. Mi pare dica anche questa cosa qui il ragionamento di Magris. E quando nel secolo scorso è prevalso il suo utilizzo sostantivale, spesso eravamo in tempi bui, sdrucciolevoli, nell'imbuto e nel tormento dei totalitarismi o di certo esoterismo poco raccomandabile. Di sicuro "segreto" è un sostantivo ingombrante e pesante, com'è giusto che sia. L'etimo di segreto rimanda al verbo "secernere", di cui il participio passato è "secreto". Un verbo strano che rinvia al nostro sistema endocrino e a ciò che emette, anche se nella lingua latina diceva di ciò che è separato e vagliato e, in fondo, di una sorta di libertà che nasce nella separazione. Agli albori della nostra letteratura un poeta fondamentale per la lirica europea, Petrarca, scrisse una prosa in latino che si intitola Secretum. Ma perché a uno dei più intelligenti scrittori dell'Italia attuale interessa così tanto il segreto? La risposta più chiara a questa semplice domanda sta nelle pagine dove Magris riprende il diritto all'opacità rivendicato da Édouard Glissant, il diritto di non essere passato da parte a parte "dai raggi X di alcuna conoscenza globale", in "umanissima difesa della propria libertà". Svelare un segreto significa deformarlo, come in una sorta di principio di Heisenberg per cui l'osservazione di un fenomeno significa già la sua alterazione. Detto con le parole di Javier Marías "[...] La verità non riluce, come si dice, perché l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini, quella celata e non controllata. Forse per questo si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato."
C'è una poesia di Montale la cui seconda parte mi è sempre rimasta impressa, in particolare per l'utilizzo che Montale fa di due parole: "schermo" e "segreto". Avrete già capito a quale poesia intendo rimandare. Mi è tornata subito in mente leggendo queste importanti pagine di Magris, consegnate al suo ennesimo imperdibile libro.
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
(Oggi trovo inquietante quella quasi rima tra "vetro" e "segreto", tra la trasparenza del vetro-schermo e l'opacità del segreto.)
Il merito di questo intervento di Magris è anche quello di riportare il segreto alla sua centralità nella vita di ognuno. L'autore, un romanziere, che più aiuta Magris in questo è senz'altro Javier Marías di Un cuore così bianco e Domani nella battaglia pensa a me. Non dimentichiamo che per i suoi romanzi Marías andò a studiarsi un libro introvabile di Comisso intitolato Agenti segreti di Venezia 1705 - 1797. L'indimenticato Torquato Accetto della "dissimulazione onesta", largamente amato anche da Giorgio Manganelli, offre a Magris lo spunto per il finale dello scritto. Non può essere che il segreto sia scivolato nell'oblio e nel buio, a maggior ragione in questa epoca contraddistinta da un nuovo ambiguo "potere internettiano", chiuso tra trasparenza e segreto, ed è in fondo normale che si debba tornare a parlare di segreto oltre certe pedestri e incerte discussioni sulla privacy (chi leggerà queste pagine di Magris noterà che Internet è solo uno dei tanti rimandi o echi possibili sullo sfondo di questo ragionamento, anche se probabilmente è l'eco che a un editore d'oggi fa più gola isolare e illuminare).
Il dramma del segreto è la sua traslazione sull'asse del discorso, essersi spostato nella nostra epoca in posizione aggettivale, laddove ne facciamo ancora largo impiego; è come ci fossimo stancati di vederlo e sentirlo come un sostantivo. Mi pare dica anche questa cosa qui il ragionamento di Magris. E quando nel secolo scorso è prevalso il suo utilizzo sostantivale, spesso eravamo in tempi bui, sdrucciolevoli, nell'imbuto e nel tormento dei totalitarismi o di certo esoterismo poco raccomandabile. Di sicuro "segreto" è un sostantivo ingombrante e pesante, com'è giusto che sia. L'etimo di segreto rimanda al verbo "secernere", di cui il participio passato è "secreto". Un verbo strano che rinvia al nostro sistema endocrino e a ciò che emette, anche se nella lingua latina diceva di ciò che è separato e vagliato e, in fondo, di una sorta di libertà che nasce nella separazione. Agli albori della nostra letteratura un poeta fondamentale per la lirica europea, Petrarca, scrisse una prosa in latino che si intitola Secretum. Ma perché a uno dei più intelligenti scrittori dell'Italia attuale interessa così tanto il segreto? La risposta più chiara a questa semplice domanda sta nelle pagine dove Magris riprende il diritto all'opacità rivendicato da Édouard Glissant, il diritto di non essere passato da parte a parte "dai raggi X di alcuna conoscenza globale", in "umanissima difesa della propria libertà". Svelare un segreto significa deformarlo, come in una sorta di principio di Heisenberg per cui l'osservazione di un fenomeno significa già la sua alterazione. Detto con le parole di Javier Marías "[...] La verità non riluce, come si dice, perché l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini, quella celata e non controllata. Forse per questo si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato."
C'è una poesia di Montale la cui seconda parte mi è sempre rimasta impressa, in particolare per l'utilizzo che Montale fa di due parole: "schermo" e "segreto". Avrete già capito a quale poesia intendo rimandare. Mi è tornata subito in mente leggendo queste importanti pagine di Magris, consegnate al suo ennesimo imperdibile libro.
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
(Oggi trovo inquietante quella quasi rima tra "vetro" e "segreto", tra la trasparenza del vetro-schermo e l'opacità del segreto.)
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