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martedì 21 agosto 2018

Una campionatura dalle nuove quattro uscite della collana Gialla di Pordenonelegge/Lietocolle

Una poesia da #71

Grazie alla collaborazione con gli autori, pubblico di seguito una poesia da ciascuna delle quattro nuove uscite della collana Gialla di Pordenonelegge/Lietocolle.

*


da Persona presente con passato imperfetto di Gian Maria Annovi


io non lo so se esistono le cose
che non sia un’invenzione
(la tua)
per obbligarmi ancora ad esistere:

lo vedo
nelle errate previsioni della meteo
e nelle imprecisioni dell’oroscopo

che quando ti guardo nella bocca

ti leggo inciso sopra i denti


Nota dell’autore 

Questa raccolta presenta testi che è ormai lecito considerare dispersi, quanto disperso è forse da tempo anche il loro autore. La persona che un tempo li aveva concepiti, infatti, seppur presente, oggi non esiste più. Il nucleo principale di Persona presente con passato imperfetto è un oggetto mutilo, che il pudore avrebbe forse preservato dallo sguardo altrui. Si tratta della raccolta intitolata Secondo persona, cui accennavo già nella nota di accompagnamento a Terza persona cortese, la serie che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto chiudere quel volume. Da quanto rimasto ho in seguito chirurgicamente estratto, con qualche inedita aggiunta, le poesie che compongono Kamikaze e altre persone. La storia che racconta Persona presente con passato imperfetto non può dunque che essere puramente testuale. Questo libro è un registro dalle pagine strappare di ciò che è stata e in buona misura non potrà più essere la mia poesia. In parte perché sono ormai altre le sollecitazioni cui mi sottopone il presente, ma anche perché quel libro fantasma si concludeva con il suicidio/omicidio pronominale di Terza persona cortese, alla cui definitiva perentorietà non mi sono più sottratto, salvo pochi episodi regressivi qui appunto documentati. Al corpo principale di quel libro fantasma ho aggiunto, senza punti di sutura, anche altre brevi serie poetiche che non hanno trovato spazio d’articolazione nel disegno di una nuova raccolta che attende faticosamente un futuro. Ringrazio Roberto Cescon per la dedizione e generosità che hanno portato alla pubblicazione di questo libro, e Gian Mario Villalta per averne interpretato le ragioni con acuta sensibilità. 


*


da Misura di Bernardo De Luca



Muoversi sposta l'orizzonte, c'è
altro oltre l'accumulo di questi

resti di cemento. Lei suggerisce
di spostarsi, tu preferisci rimanere

perché stare fermo t'illude di
proteggere quelli che dormono.

Sospetti che abbia ragione, che
il movimento sia il resto che rimane.


*


da In tutte le direzioni di Laura Di Corcia


Italiani a New York


Non capivamo le geometrie del mare.
Lo guardavamo in silenzio contando le onde
pregando per ogni navigante.

Arrivammo in una terra
che aveva dimenticato
l’odore delle arance.

Ma eravamo soli, soli contro un mondo
di colline e alberi scuri
appiccicati e muti contro i grattacieli di cristallo.

Come in sogno ci sciogliemmo in una terra nuova
dove le “t” diventavano “th”
le praterie erano più grandi del mare.

Rimpiangevamo le onde.
Il cielo dagli abbaini
sembrava porzionato.

L’amore era un lontano ricordo
fuori gli elementi continuavano a fondersi
noi eravamo pezzi che non combaciano.


*


da La terra originale di Eleonora Rimolo



Sul delta della tua mano dove il sole
è malato, fiorito cadavere, in punta di piedi
ti chiedo come perdutamente aggiungi
amore alla sottrazione, perché non inchiodi
la penna alla cornice mentre inghiottiti
dai dubbi pensiamo alla fatica come
condanna e la sfinge pretende una soluzione,
uno sforzo che mai si cheta
e ci divide, strappando dal tuo occhio
con morsi insaziati il vizio di brillare.


giovedì 9 novembre 2017

"Gli scomparsi. Storie da Chi l'ha visto?" di Maria Grazia Calandrone. Una nota di Luca Pasello

Anche quest'anno si pubblicano in sequenza le note di lettura relative a sillogi e libri finalisti del Premio letterario "Anna Osti" di Costa di Rovigo. Ringrazio la giuria del premio per la collaborazione. Il libro di Maria Grazia Calandrone Gli scomparsi. Storie da Chi l'ha visto? è una delle due segnalazioni con menzione d'onore.


Piove fitto e leggero; docilmente | macera e divaga | il mondo in questa gabbia atrocissima | sul blu spartano delle serrande – sull’ordine | cartesiano delle autostrade | sferraglianti e luttuose.
È questione cruciale, a nostro avviso, se una così felice mano necessiti, per fare della scrittura opera e di questa senso e pensiero, di apporti tanto prepotentemente dichiarati, dal paratesto all’occasione per quanto sanguinante, questa, di dolorosa memoria personale.
Sul trattamento da riservare all’occasione Novecento dixit, definitivamente; ne deriva che ogni novitas è problematica, almeno quanto irrisolto, qui, lo spiattellamento di un medium di massa, in pieno titolo e poi nelle note e inevitabilmente, di riflesso, sin dentro i testi, così (pre)potente da trasvalutare anche la più sofferta materia.
Doloroso è, per chi legge, registrare lo iato che allontana la materia/espressione da un’operazione editoriale forse opinabile, lasciandole scollate: se la scrittura, come crediamo, è scavo nel vivo di qualcosa e lavoro sui codici, la si dovrebbe preservare con maggiore cura dalla mano di Mida dei mezzi pop e delle loro finalità cosmetiche e sedative (ideologicamente tali!).
La Giuria del Premio Anna Osti apprezza ed elogia la penna di Maria Grazia Calandrone segnalandone il libro, la cui problematicità lo dice meritevole di lettura e riflessione.

Luca Pasello


I muschi pavimentano le primavere

Era buio, quella sera – un buio
molto lento e tranquillo – dal quale apparve
la vecchia con lo scialle e la lunga gonna
nera. Disse se vuoi salvare
la tua bambina, lasciala digiuna
tutto il giorno, e la notte le devi
solamente parlare
della grande distanza del paradiso.

Di lei mi resta
il lapsus sulla lingua tra figlia e vita mia. 

mercoledì 11 ottobre 2017

Due libri di poesia polacca: "Il lettore di impronte digitali" di Ewa Lipska e "Libro dei poveri" di Jarosław Mikołajewski

Non è una mossa corretta raggruppare e parlare contemporaneamente di due libri solo perché costituiscono esempi recenti di traduzioni di poesia polacca in italiano. La scorrettezza è però annunciata a monte e il lettore mezzo avvisato. Diciamo che per comodità si raggruppano qui traduzioni recenti di due poeti ritenuti tra i più rappresentativi di quel paese. Ha senso allora parlare di poesia polacca? Non vi è il rischio di perpetuare quello che avviene già pericolosamente altrove, cioè insistere su certi immaginari di marche-nazioni? Con la poesia, in linea generale, si può fare un'eccezione e tale eccezione, a ben vedere, si è sempre fatta. Le antologie sono compilate spesso secondo criteri di lingua (o dialetti) e il legame indissolubile tra poesia e una data lingua ci consente di compiere simili operazioni con maggiore consapevolezza: comanda la lingua, la lingua è già un criterio. Certo, tentare dei percorsi di lettura seguendo vie nazionali è complesso e difficile e lo dimostra anche un recente studio di Paolo Giovannetti, ristretto addirittura ai soli anni Duemila della poesia italiana, sul quale si tornerà prossimamente. Certe linee di forza lì individuate valgono quasi sicuramente anche per altre poesie di altre lingue, ma va sempre considerata l'aporia insolubile di qualsiasi mappatura che segua determinati criteri linguistici e estetici (e il libro di Giovannetti pare più interessante laddove insegue la specificità della poesia di dove mutua da altri contesti certi costrutti per applicarli alla poesia). Parimenti, va detto, un tentativo di analisi e ricerca di un percorso di lettura va fatto e soprattutto resta centrale, nonostante tutto quel che si dice, l'operare attorno al costrutto di "libro".

Tornando ai libri di oggi allora, per il paese che ha dato i natali a una delle scrittrici di poesia più lette degli ultimi anni, ha senso interrogarsi su un effetto-Szymborska? Di certo, se di effetto si tratta, è un traino benefico, una scia lunga, di cui può forse beneficiare il "percepito" della poesia polacca a livello internazionale. E non è certo una "scuola". Più interessante sarebbe provare a capire se questo percepito è granitico, diffuso, se presenta tratti consolidati che ritornano similmente in più libri dei poeti polacchi contemporanei. Una delle caratteristiche del primo libro, Il lettore di impronte di digitali di Ewa Lipska (Donzelli, pp. 96, euro 15, traduzione di Marina Ciccarini), è la frontalità con cui si pone in mezzo a taluni temi ritenuti caldi nel nostro presente: la virtualità, il mondo "schermato", la progressiva rovina di ciò che è deputato a essere prensile (i nostri arti, persino il nostro sguardo e la risorsa scarsa per antonomasia, cioè l'attenzione). Questo è curiosamente in cortocircuito con il titolo che ci riporta a un fattore identitario come le (una volta) uniche, irripetibili impronte digitali, linee curve destinate a fare il loro ingresso sempre più prepotente nella virtualità, non fosse altro per motivi di sicurezza e controllo (per inciso: quanto è singolare che la notizia sulla non unicità delle impronte digitali esca proprio ora? E quanto cambia con la crescita esponenziale dei dati passibili di analisi e la possibilità di analizzarli davvero?). 

Prendiamo un testo di Ewa Lipska a mo' di carotaggio e cerchiamo di comprendere almeno alcuni dei motivi di interesse. Ecco la poesia che presta il titolo al volume:

Poggiamo un dito
sul lettore di impronte digitali
e iniziamo ad amarci.

I nostri file virtuali di corpi
in album
blog
in taccuini di conoscenti.
Nuovi eventi.
Nuovi mi piace.

Piacciamo alla Coca-Cola
a Ronaldo e al Papa.

Siamo già 
nei contatti 
e nelle notifiche.

Il nostro letto
nel diario.
Toccami
e tieni premuto.

Ci baciamo 
con miliardi di bocche.

L'autrice, che è nata a Cracovia nel 1945, si confronta con un contesto che curiosamente quasi rifuggono le generazioni di nativi digitali che scrivono versi. Sembra quasi affermi "qualcuno dovrà pur farlo, prima o poi". Conta sempre lo svolgimento, più che il tema, e nello svolgimento la poesia si mostra annodata sul noi. A volte sarebbe interessante seguire il percorso della poesia, più che per mappature, per pure considerazioni attorno ai pronomi personali e di lì tentare qualche indagine, anche statistica. La poesia di Lipska balzella tra i pronomi e le situazioni ed è spesso poesia di circostanza, nel senso orteghiano del termine (questo va specificato perché nell'uso comune "circostanza" ha assunto quasi esclusivamente le connotazioni più logore). In "Innamoramento", poesia che pare scritta su un drone, prendiamo parte ad una scena tratteggiata con pochissime linee persistenti e nella quale si incista la riflessione ancor più essenziale della terza strofa, con l'efficacissima similitudine del cane:

Questi due
sotto la tenera narcosi del cielo.

In viaggio attraverso leggende

omelie e aneddoti.
Finalmente addormentati
nel manto nero dell'hotel 
sul quale si dilungano
i media scandalistici.

Risvegliarli dall'amore

è ciò che desidera un lampo fragoroso.
E la vita gelosa in lutto
si aggira intorno alla reception come un cane.

Ma questi due
sotto la tenera narcosi del cielo.
Felici per sempre.
Della morte sputano

soltanto il nòcciolo.


Un altro libro recente e molto bello, esemplare della poesia polacca che si può leggere oggi in traduzione, è Libro dei poveri di Jarosław Mikołajewski (LietoColle/Pordenonelegge, pp. 148, euro 13, traduzione di Silvano De Fanti, postfazione di Marcello Piacentini). In questo caso l'autore conosce molto bene la lingua in cui è tradotto, dal momento che è noto anche per la sua straordinaria attività di traduttore dall'italiano. Chi legge Collodi, Dante, Leopardi, Michelangelo, Montale, Petrarca, Luzi, Pasolini, Pavese, Penna o Ungaretti in polacco è molto probabile che si sia imbattuto in una sua versione e una nuova traduzione della Divina Commedia è attesa a breve. Il falsopiano su cui si muove Mikołajewski è analogo a quello che abbiamo riscontrato in Lipska e che troviamo sicuramente anche in tanti componimenti di Szymborska: riflessività, asperità perlopiù concettuali, insomma una poesia di pensiero sveglio, alacre e imprevedibile che però si muove per gradi, verso conclusioni sorprendenti che ora assumono la forza stupefacente e vibrante dell'aforisma, ora prendono la strada di una strampalata ma sempre riuscita coreografia poetica: la lingua e le immagini danzano a comporre poesie di pensiero. Nella sua nota finale intitolata "La poesia di Mikołajewski: la forma antica di una preghiera nuova", Marcello Piacentini, partendo dal "falso problema" dell'origine, osserva che
Gli inizi talora sono un fiasco, e neanche è detto che l'uomo non sia un mal riuscito esperimento, degli inizi appunto. Il soggetto lirico della poesia di Mikołajewski guarda piuttosto alla terrenità della creazione, di qualsiasi creazione "il cigno che è creatore / non meno di colui / a cui pensiamo come a un inizio" (lapsus). L'opportunità più grande sta proprio in un banale lapsus che attiva una penetrante, chiara metafora: la gelata immobilizza ogni cosa vivente, la mareggiata è la forza, scatenata certo, ma d'una natura vitale che dà la vita, così come la toglie.
Soprattutto in avvio il libro di Mikołajewski accompagna in riflessioni che affondano nella trama dei nostri dubbi o certezze, nelle nostre persuasioni, nel modo in cui ci piace tracciare la nostra epopea o persino la nostra "autoagiografia", stracciandolo improvvisamente come un foglio. Si prenda ad esempio questa poesia "nn":

non tanto all'improvviso 
quanto inaspettatamente 
seppe che di lì a poco
sarebbe scomparso dalla faccia 
della terra

ci furono le procedure
la discrezione
e il tono in cui
i catechisti insegnano 
a dire no ai testimoni di jehova

gentile e deciso

prima provò rimpianto

tanti scritti incompiuti
tanti non iniziati
interminabili

dopo un breve momento
pensò che il non finito 
è tutto

lui stesso e il mondo 
intero
fino a che la scomparsa
non concluderà l'opera
e dopo

e dopo ci sarà
un mondo altro
anch'esso con qualcosa
o qualcun altro 
d'incompiuto

con un'altra e altrui
scomparsa

trovò la sua consolazione
e non provò nessun piacere
pensando che scompaiono
anche gli altri

no

era una sensazione 
di tipo solidale

Oltre a un efficace esemplare dell'andamento componitivo di Mikołajewski (per il resto, dobbiamo ricordare che siamo pur sempre nell'ambito di una traduzione, condotta comunque da uno dei nostri massimi esperti), questo testo tocca dei punti essenziali e comuni a qualsiasi parabola esistenziale: l'incompletezza, l'incompiutezza, il desiderio, il non-finito. Ed è singolare che un testo così arrivi dal traduttore polacco di Michelangelo, di cui troppo spesso e ingiustamente dimentichiamo i versi a favore degli altri lati del genio (a proposito di genii, va menzionato il finale di "lettere a un'amica" dove il poeta chiude "in ogni momento di genii ne nasce / un milione / e non muore nessuno / perché la morte non esiste"). Il testo di "nn" costituisce un mirabile esempio di rottura d'equilibrio e di un conseguente sviluppo di situazioni, fino all'illuminazione centrale, fino a quando si arriva a pensare che "il non finito / è tutto". Ecco, considerando sempre, per forza di cose, quello che è la traduzione di queste poesie, sia nel caso di Lipska che di Mikołajewski va detto di una certa facilità di avvicinare il lettore, di condurlo in scene e riflessioni, in scansioni strofiche che hanno pesi specifici diversificati. Sono poesie che condensano secoli di riflessione filosofica sull'identità, la tecnica, la teologia (nella inequivocabile e brevissima "errore teologico" si legge "non dio è amore / ma amore / è dio amen"). Questo accade anche in Szymborska, è chiaro. C'è allora qualcosa che ci portiamo a casa, forse, quando iniziamo a leggere "poesia polacca": la sensazione che proprio l'esperienza di lettura della poesia non possa incagliarsi in un Triangolo delle Bermude che abbia come vertici la sola quotidianità, la muscolarità esibita o la pura aderenza a una tensione superficiale. E la peculiarità conversativa di certa poesia polacca che abbiamo potuto leggere in traduzione si risolve a volte in "una non conversazione" strampalata, stralunata e così inafferrabile come questa:

la mia maturazione verso dio
si rivelò un suo
avvicinarsi a me

ci incontrammo al crocevia
alla fermata sulla superstrada

che a quanto pare è al mezzo del cammino

lo riconobbi nella sua nevrosi
da stress creativo

nel caffè non volle 
entrare

mi spiegò che era 
un personaggio pubblico
che non avrebbe lasciato il triangolo al guardaroba
e che sulla barba
gli sarebbero rimaste le briciole della torta di mele
che sull'istante acquistano
significati metafisici

proposi il parco łazienki
scendemmo lungo via agrykola
tacemmo per l'intera passeggiata 
in maniera indelicata
per il primo e unico
appuntamento in cui
in ritardo di un'eternità
scoprivamo le differenze dello stato 
di sensibilità

del rapporto verso gli scoiattoli
e le carpe

ma ormai non si può scappare
si può soltanto rompere

non si può negare che in origine
fossimo interessati
l'uno all'altro


sabato 23 novembre 2013

La poesia di Alessandra Frison: "Le ore della dispersione" e "la dispersione del dolore tra le foglie"

Se noi pensiamo alla "dispersione", ci viene in mente forse per prima cosa una dispersione di calore, come quella che combattiamo mettendoci un berretto d'inverno o comprendoci le estremità del corpo, da dove la dispersione è maggiore. Oppure, almeno a me, viene in mente quando si dice o scrive di una folla "dispersa", magari coi lacrimogeni, una situazione che fa quasi il verso alla folla "sommersa" di Fabio Pusterla (i primi tre versi di questo libro di cui vi parlerò dicono: "Tutta una foresta d'uomini / consunta, braccia all'aria / confessa la terra."). Questi tre versi lasciano intravedere già abbastanza de Le ore della dispersione, primo libro di poesia di Alessandra Frison (Verona, 1985) pubblicato da Lietocolle (pp. 54, euro 13). Vi troviamo un avvio quasi dantesco, la posticipazione-ritardo dell'aggettivo al secondo verso, l'uso transitivo (e non cattolicamente riflessivo) di un verbo come "confessare". Ad un'analisi statistica poi (e la dispersione è pure un indice statistico), il "libriccino da collezione" (così è solito riferirsi ai propri libri l'editore) presenta alcune significative ricorrenze della parola che occupa tanta parte del titolo, nelle sue più varie forme (i corsivi seguenti sono miei): da "Gli occhi mi invecchiano il cielo / così pare il tempo / una solita pioggia / anzi la tempesta spessa dell’indugio / disteso ogni vertice di strada / pezzo per pezzo chi si scorda / quel cambio che ha visto dispersi i conforti?" a "Non vi saprei dire nulla di me. / Anni che passano senza ricordi / piccoli gesti tra le mani / vuoti che stentano a dire come di noi / saranno dispersi anche i minimi segni.", dall'attacco della poesia intitolata Passaggio "Il tempio rimane distrutto. / Nell'ora della dispersione i canali sommessi / descrivono occhi o traiettorie da muro a muro." ad un altrettanto benedettiano attacco nella poesia conclusiva intitolata Dispersione e che ha senso riportare per intero, nella sua verticalità:

Il cielo che resta è poco.
Gli idioti continuano a guardare
i segni della processione.
Le mani si fanno fitte, qualche lacrima
resta sospesa poi cade
lascia poco di sé.
I giorni che ci dicevano in molti
come campane a festa
come sera in un porto di luce
sono così ciechi per noi.
Non è la fine che spaventa
ma il segno anonimo su uno schermo
su una pagina bianca
sulle cose che saranno poi.


Il tempo - lo vediamo già chiaramente nel titolo - è parcellizzato, frammentato. L'unità di misura scelta è una cunninghamiana ora, anche se plurimi e ramificati sono i riferimenti temporali di questo libro d'esordio che per me s'attesta tra quelli da ricordare, da mettere da parte, se vogliamo accettare di ragionare con la logica delle annate, degli annuari o delle stagioni della poesia. Più di tutto, ora, anche in questo spazio, mi interessa ragionare con la logica di una buona divulgazione/informazione di cose che accadono attorno alla poesia, provare a dire perché un libro presenta guizzi del respiro, come quelli di un pesce che salta fuori dall'acqua. Ad esempio avviene qualcosa di simile a questi guizzi quando Alessandra Frison innesca un'interessante spola tra passato e "prolessi", un accadimento assai raro nella poesia - quantunque studiato in lungo e in largo nella narrativa - eppure molto efficace, e pure nuovo, come mi pare accada nella poesia seguente:


Una volta usavano le candele
per far dire alla gente,
si parlava di tortura altro è qui,
ci sigilla la festa
dovrai salutare chi non ti può
e non ti domanda
quando l’autunno sfianca l’aria della sera,
quando manchi per anni
e ti sembrano cose da poco le mani sulla finestra,
i disegni sul freddo del vetro,
anche la neve, figure
di un andamento continuo.
Domani sul tram ci saranno tutti
e per passare oltre
non avrò motivo di chiedere scusa.


Ho preferito riportare fin qui almeno un paio di testi perché danno la misura di un libro d'esordio di cui è facile dire, semplicemente: ci siamo, secondo me. Ci siamo perché c'è la materia da cui partire, ci siamo perché queste poesie della dispersione non si disperdono e ci siamo noi, infine, noi-anonimi-noi: la quotidianità, domestica e cittadina, il non-sapere della parola, la steady-cam del verso nei molti luoghi di questi passi, passeggiate, corse (spesso anche apertamente nominati, come Castel San Pietro, Bologna, Verona, Milano, Milano Centrale, Naviglio Grande). Rispetto ad altri bei libri d'esordio degli ultimi anni, Le ore della dispersione è forse meno compatto, meno monolitico nella scelta dei temi. Ma appare tutt'altro che dispersivo. Ne guadagna in freschezza e ho come l'impressione che ne guadagnerà l'autrice una migliore elasticità di scrittura futura. E non riesco affatto a inquadrare questa apparente minor compattezza come un aspetto negativo dell'opera, anzi, tutt'al più come spia positiva che lascia luce sulla scena, sulle molteplici scene che fanno e rarefanno questo libro. Risalgono i diversi piani-sequenza di realtà che stanno a cuore a quest'autrice, che rivitalizza così nella scrittura una consolidatissima tradizione, nientemeno che quella del flâneur, passeggiando e girando per le strade e magari entrando improvvisamente dal medico o nei mezzi di trasporto pubblici.


Lascio da parte i commenti da marciapiede
alle luci stente sbranate di marzo
non spetta giudizio e una fiera d’anime,
il controcanto del viaggio, mi ingombra l’aria
come singhiozzi di morte alla catena.
Quasi sempre la parte in vista di noi
è un lascito magro alla curva di un bancone,
raccolti su un tavolo, quando i minuti
muti senza sonno sospesi
non si possono dire e puoi passare la sera
a farti notare per quello che porti
o difendere un vizio senza discorsi,
così, non spartire niente di te.
Vedi quanto manca a saperci conclusi.


Il dentro/fuori dell'occhio, il fuori/dentro dei sensi, uniti ai riflessi d'acqua piovana che si flettono nelle superfici e negli orli della sua scrittura la fanno affacciare, come da "incerta finestra", sui muri spessi dove rimbalza la nostra percezione accumulata del quotidiano, lì nelle pozzanghere dove annega la nostra alienazione d'insetti brulicanti, o lì dove avviene la nostra dispersione del dolore tra le foglie. La dispersione, qui senza altre qualifiche, ci pare allora un'ulteriore incerta parola-finestra, persino un'illuminazione dalla quale partire a considerare il nostro tempo, le nostre ore, le stagioni tutte, anche quando/anche se sono buie, non lontane, persino fonicamente, dalla disperazione.

La pioggia svuota ogni sospetto di vita
dalle lenzuola tirate fino al limite
non ti fa vedere
il carico delle ore la mattina
presto tutti sono svegli
già alla loro corda
e ti dovresti impegnare fino a quel punto
fino ad asciugare il sonno
molle e refrattario termine di
chi esiste l’indispensabile
in tempo appena per sfollarsi di casa
così mi dico,
dopo una giornata che squadra
i centesimi di ogni dignità,
dopo l’onda scarica
meccanica disillusa dei semafori alla stazione
tra il medioevo delle strade, sono
la più incerta finestra del mondo.

martedì 6 agosto 2013

Fabiano Alborghetti e "L’opposta riva" dieci anni dopo

Librobreve intervista #18


Di Fabiano Alborghetti ho già scritto brevemente, dando notizia di un bel ciclo di letture che si teneva al Parco Basaglia a Gorizia. Ora c'è l'opportunità di andare più dentro il suo lavoro. L'occasione è la recente pubblicazione de L'opposta Riva (dieci anni dopo) (La Vita Felice, pp. 97, euro 14), raro esempio di riscrittura di un libro già apparso con il medesimo titolo per Lietocolle nel 2006. Alborghetti è nato a Milano nel 1970 e da anni risiede nel Ticino. La sua è una poesia non facile, e non tanto nel senso della scrittura/lettura, dell'intrico lessicale-sintattico-metrico, bensì non facile per i temi che avvicina, così lontani dalla rassicurante patina "glamour" che sembra aver ricoperto tanta poesia in lingua italiana. Ecco, io credo che la scrittura e l'apertura di Alborghetti al mondo costituisca anche una sorta di antidoto a tante chiacchiere alle quali abbiamo assistito con le braccia penzolanti, increduli. Qui, in queste pagine, ritornano la vita e il suo dramma al centro. Un motivo in più inoltre per guardare con la massima attenzione a quanto accade nella Svizzera di lingua italiana, regione in grado di offrire uno spettro di letture poetiche davvero ampio e mosso.


Il libro uscito
per La Vita Felice
LB: Borges sosteneva che un testo definitivo è il risultato e frutto della stanchezza o della religione. Nel tuo caso ci troviamo davanti ad una non frequente o comunque non comune operazione di riscrittura di un importante libro di poesie caduto quasi come un seme lungo la traccia del tuo percorso. A distanza di dieci anni, cosa scatta nel cervello di che si cimenta a riscrivere un libro? Eri "stanco" dopo la prima stesura de L'opposta riva e, se sì, in quale accezione dell’aggettivo?
RISPOSTA: non stanco del libro o di una stesura, non in questa direzione. Stanco della noncuranza, piuttosto. Stanco dei proclami dati da punti di vista disinformati, raffazzonati, cialtroni. La riscrittura è stato un atto arrabbiato, e consapevole di quanto nulla sia cambiato dall’arrivo in Italia dei primi immigrati. Era il 1991 e il mercantile “Vlora” attraccò al porto di Brindisi sbarcando oltre 20.000 albanesi in fuga da un paese al collasso economico e dal regime totalitario di Hoxha. Fu una cosa mai vista: le persone a grappolo sulla nave, come api aggrappate ad un ramo che fischiavano e e salutavano i pochi italiani che a quell'ora erano in porto, i pochi poliziotti, qualche vigile del fuoco, qualche finanziere, pochi operatori televisivi o giornalisti. Quel momento segnò una svolta epocale per l’immigrazione: ne seguirono moltissimi altri dall’Albania, lentamente raggiunti dal resto del mondo in fuga. Quando ho iniziato a vivere con i sans-papiers era il 2001 e le istituzioni ancora brancolavano in cerca di soluzioni ed erano passati dieci anni. Nel 2011 quando ho iniziato a riscrivere il libro, nulla era cambiato, ancora: L’Italia continuava (e continua) ad altalenare tra proclami e situazioni inadatte o imbarazzanti, al limite dell’incivile ed inumano. In questi vent’anni, sono stati decine di migliaia gli arrivi quanto le morti in mare. Perché ho voluto riscrivere il libro? Per cercare di ridare loro una voce, cercare una forma di giustizia, seppur minima. Le cronache ad oggi ancora riportano di arrivi e morti ma non sono più una notizia. Sono l’indignazione dei dieci minuti guardando un telegiornale, una pietà senza spessore né empatia. Sono una pagina di giornale che non si legge. Non hanno volto, né nome, né storia ai nostri occhi. Questo è scattato. Per questo li ho rivissuti, riscritti. 

La precedente edizione
Lietocolle
LB: Ci puoi raccontare come è avvenuta la riscrittura? Intendo da un punto di vista quasi artigianale. Partivi dall'originale sempre e riscrivevi passo-passo oppure la riscrittura avveniva secondo altre dinamiche?
RISPOSTA: ho ripreso i vecchi appunti, i centinaia di quaderni. Ho ricercato le storie, richiamato le loro voci. Soprattutto ho ricercato tutti i loro nomi perché li stavo dimenticando. Li stavo negando una seconda volta. Ho iniziato dalla prima poesia proseguendo sino all’ultima, riscrivendone ogni singola parola. Riscrivendo ho cercando di renderle ancora più chiare, lasciandone alcune intatte perché erano voci ancora chiarissime a distanza di così tanti anni: un grido che non andava soffocato né snaturato. Ho portato quella che era la mia lingua nel 2006 ad oggi, una lingua che è mutata in qualche modo, cercando però di rispettare il tono originario. Un equilibrio. Una questione di calibrature. È stato un lavoro complesso, che ha richiesto quasi due anni col sostegno del direttore editoriale de La Vita Felice, Diana Battaggia, che è stato punto di scambio, scontro, confronto, illuminazione e infine, successo. Riscritture su riscritture si sono susseguite, rincorse. Anche se apparentemente i testi attuali sembrano ricalcare quelli passati la realtà è fatta di ripensamenti dell’intera opera e di ricreazione da zero. 

LB: C’è anche una ricerca metrica quasi lampante. Le terzine, in numero variabile; sempre un verso da solo a concludere i singoli testi. Quali pensieri hai fatto, orientandoti su questi schemi?
RISPOSTA: l’uso della terzina e di un verso, spesso epigrammatico, in chiusura, è la forma nella quale più mi riconosco. Una forma chiusa, se vogliamo, ma per me vastissima. Così fu scritto - ed ho riscritto - L’opposta riva, così sono Registro dei fragili e Supernova. In questa stessa forma sono tutti i testi apparsi su riviste o quelli commissionati per specifici eventi quali mostre d’arte o interventi dedicati. È la mia forma naturale, la giusta casa per le parole. 

LB: Qual è stata la difficoltà maggiore nel tornare ad affrontare il tema tragico di questo libro, ora divenuto duplice, quale il passaggio più difficile da affrontare per tornare a scrivere di quei tre anni vissuti coi clandestini, con gli illegali o i sans-papiers?
RISPOSTA: la mia fragilità. La mia incompiutezza, l’inesperienza folle che mi vide vivere per tre anni una doppia vita per capire come vivono i clandestini, i sans-papier; il timore di non avere una giusta voce -anche a distanza di dieci anni- capace di rimandare non la mia, ma loro devastante esperienza, fuga, resistenza, sopravvivenza. Il mio essere disarmato, l’essere parte di un popolo colpevole di rifiuto e razzismo ignorante. Dopo tre anni ad un certo punto non ressi più. Mi allontanai, sovrastato da troppa vita, mancanza di vita, mancanza di giustizia. Ancor’oggi mi sento colpevole per questo. Io avevo potuto tornare alla normalità, alla mia vita, a una sicurezza non solo domestica ma di appartenenza alla nazione. Potevo interrompere “la finzione” del vivere con loro. Tornavo ad essere “legale” e al contempo non avevo mai smesso d’esserlo. Ho dovuto farci i conti, negli anni a seguire e poi daccapo riscrivendo tutti i testi. Riscrivendoli e vivendo “al sicuro”. Poi ho dovuto combattere la dimenticanza, il fatto che molto avevo perduto o forse rimosso. I loro nomi, soprattutto, che nell’edizione del 2006 avevo volutamente escluso (come anche i luoghi) per avere l’assieme di una storia globale e non una lente d’ingrandimento su una singola vicenda. Ora li ho recuperati, richiamati quasi tutti. L’indice del libro è un libro di nomi e luoghi. Una forma di parziale giustizia, spero. Queste le maggiori difficoltà ma ce ne sono ancora, substrati innominabili e molto personali. Cicatrici. 

LB: Nei dieci anni che stanno tra la prima versione e questa, come è mutata in te la materia trattata, il ricordo di quell'esperienza raccontata, di quelle persone e di quelle voci-volti che raduni in un indice che ho letto non certo tutto d’un fiato bensì con il fiato rotto?
RISPOSTA: è mutata non tanto la materia trattata, ma la mia coscienza. Forse, nell’ora che mi vede adesso, distante di dieci anni dal primo giorno di convivenza, riesco ad essere più distaccato e lucido e pertanto più partecipe, immerso e a fuoco. Una distanza che avvicina, anche se suona come un paradosso. Ho forse più esperienza come persona ed è qualcosa che adesso posso mettere al lavoro non per me, ma per far comprendere l’enormità di questo infame male. Di conseguenza, la materia trattata acquista un peso diverso, ed è diverso il modo di presentarla. Forse ho guadagnato delle armi strada facendo, armi non belliche ma morali.

Thierry Gillyboeuf 
LB: I tuoi libri sono spesso tradotti (penso al Registro dei fragili, ad esempio, che a breve uscirà pure in inglese per la cura di Marco Sonzogni). Anche questo libro sarà proposto in altre lingue?
RISPOSTA: Registro dei fragili ha visto estratti tradotti in nove lingue e traduzioni complete in francese (per le Edizioni d’en bas di Losanna con traduzione mirabile di Thierry Gillyboeuf) ed in inglese, come tu annoti. Per L’opposta riva è prevista una edizione francese ancora grazie alla traduzione di Thierry e ci stiamo già lavorando. Altre sono in fase di discussione per almeno cinque lingue. Le traduzioni sono però processi lunghi, sono processi di pazienza e lavoro. Il tema è d’attualità ovunque, sono pochi i paesi illesi: quelli che la migrazione vivono per accoglienza ed altri per esodo. È un libro che troverà spazio nell’attenzione di chi vorrà ascoltare. 

LB: “La distanza è direzione, il respiro è un fiato fatto passo…”. Scegli tu ora, per favore, i due testi da riportare a chiusura dell’intervista per i lettori del blog? Grazie.
RISPOSTA: la prima poesia è per ricordare quanto possa pesare il nostro rifiuto. La seconda è per farci riflettere su qualcosa che raramente è considerato, e per avere un lieto fine. I miracoli non accadono da soli, vengono fatti accadere. Per azione e volontà. 


*

Altri i fatti e forse abituerò.
Assomiglio al vicino, ne ho la forma: 
ho le medesime stanze da abitare a un altro piano

e in similitudine che importa l’origine nella somiglianza?
Resta uguale la sveglia la rata la maternità.
Soltanto la ricorrenza ci distingue 

ma oltre il Dio restano uguali gli affetti. 
Ci albergano dentro dove è pari il senso, il sangue. 
Solo gli occhi hanno differenze:

all’uguale altezza i miei abbassano, al tuo non vedere.


*

Il primo impegno al tempo nuovo mi indicava, il foglio 
tra le mani su cui rideva in girotondi. La busta paga
dà la prova che il pane che si mangia è guadagnato mi diceva

nessun sospetto ora, che si vive alle spalle di qualcuno…

sabato 29 giugno 2013

da "L'obbedienza" di Nicoletta Bidoia

Una poesia da #22


Nicoletta Bidoia si diverte in una maniera autentica a costruire teatrini in carta e collage. Potete andare su Youtube per vedere come il divertimento si trasformi in questo suo gesto creativo, quasi misterioso e ampio, in punta di piedi. Negli ultimi tempi mi ha detto più di una volta di aver tralasciato la poesia, verso la quale era continuamente insoddisfatta e, quasi a compensazione, sottolineava sempre di aver abbracciato quest'altra attività legata ai teatrini e ai collage. (Mi tornava in mente Montale che dipingeva coi resti del caffè.) A leggere le ultime poesie che ha scritto, dopo molto tempo, ho pensato che non abbia affatto smesso di scrivere, pensare e occuparsi anche di poesia. Forse ha soltanto tralasciato l'altro gesto, quello di riversare la poesia su carta, o su altri schermi, come  ad esempio quello che avete davanti. Non pubblico però questi inediti, ma ripesco dal suo libro più bello intitolato L'obbedienza uscito per Lietocolle nel 2008 (pp. 94, euro 13, con una nota di Isabella Panfido). Quel libro seguiva altri due, usciti sempre per lo stesso editore, intitolati Alla fontana che dà albe (2002) e Verso il tuo nome (2005, prefato da Alda Merini). Data la brevità dei testi scelti e di buona parte dei testi di questo libro, ho deciso di pubblicarne più d'uno. Anche perché non posso non pescare dalla sezione d'apertura intitolata La mappa che vale da sola la ricerca di questo "libriccino". Il distico caproniano "bruciata ogni ormai inattendibile / mappa, nessuna via regia" sta in posizione d'epigrafe di questo segmento del volume che prende lo spunto dalla notizia di una pattuglia di alpini svizzeri sorpresi da una bufera di neve sulle Alpi, dati per dispersi e poi tornati al campo grazie ad una mappa che si rivelò essere... (lo scoprite tra qualche riga). Dall'altro lato non posso fare a meno di riscoprire alcuni testi molto brevi che possiedono però un'escursione termica elevata. Rilevare questa escursione termica a distanza di cinque anni dalla prima lettura di questo libro è qualcosa di insolito, come certi mutamenti che si avvertono sulla superficie del proprio corpo, non in tutte le età della vita a dire il vero. In mezzo, in mezzo a questi cinque anni dalla prima lettura alla rilettura (e in genere dalle prime letture alle riletture) che cosa c'è? Cosa passa? Cosa cambia?

(Per concludere, ricordo anche questo link della trasmissione "Fahrenheit" di Radio3.)













ah! sans que rien ne me soutienne ni me guide
que la puissance de l’erreur
Philippe Jaccottet*


Il nostro andare è uguale
a chi non sa vedere, a chi
ogni giorno si separa e chiama
e di domande sfinisce l’eco
e aspetta.

               Ma so di alpini
che, perduti in guerra,
ritorno fecero con una mappa
e i nodi sciolsero su quella carta
che solo dopo si scoprì sbagliata.

Non di Alpi lei parlava
ma di Pirenei.

-

Smarrirsi venne prima, 

già nelle pianure della nebbia. 
Queste sono zone dove si crede soprattutto 
alla verità dei corpi, al loro segnale fermo 
tra le idee. Le voci, quando c’è bruma, 
restano cenni di esistenza, 
promesse di vicinanza tutte da provare. 
Si va piano, specialmente la notte 
e ogni passo che si salva 
rassicura il passo dopo. 
Per timide prove si procede 
in cerca di una qualche trasparenza, 
di uno slargo, di aria
che non offuschi l’aria.

-

La risposta è dire freddo
se si trema e chiara
se c'è luce: accordare
la realtà con le parole,
saperlo ancora fare.

E dopo, ma solo dopo
aver tradotto bene il cuore,
morire di neve
o viverne il bagliore.

*: “ah! senza che nulla mi sostenga né mi guidi / tranne la potenza dell’errore”
Philippe Jaccottet