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giovedì 4 febbraio 2016

"Giorni e opere" di Stefan George

Quote #10

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.


Uscì nel 1903 Tage und Taten. Aufzeichnungen und Skizzen, unica opera in prosa del poeta tedesco Stefan George (1868 - 1933). Qualche mese fa il testo è stato finalmente proposto in italiano da SE per la cura di Giulio Schiavoni (pp. 118, euro 19, con apparato iconografico comprendente tavole di Cimabue, Quentin Metsys, Dierick Bouts, Arnold Böcklin, Max Klinger). Questo libro che inverte gli elementi del titolo dell'opera esiodea ha più di un motivo per imporsi alla nostra attenzione: la singolarità di essere l'unica opera in prosa di George, il collocarsi a metà del suo percorso, negli anni in cui il poeta smise, almeno per un po', uno stile di vita girovago per abitare più stabilmente a Monaco di Baviera, il periodo di avvicinamento all'efebo Maximin (che di lì a poco morì, a soli 18 anni). Insomma, è un libro che assomiglia da vicino a uno spartiacque, anche per la poesia - e quindi per il pensiero - che verrà. Si tratta di un insieme di annotazioni e abbozzi, così come recita il sottotitolo dell'originale, che consente a George una ripresa di possesso della materia vitale, eludendo provvisoriamente il percussivo problema della "forma", rimasto sempre inchiodato centralmente nella sua riflessione poetica.

Oggigiorno non è del tutto errato parlare della marginalità di questo poeta che tradusse Dante in tedesco, ma sarebbe un errore invece far coincidere questa marginalità con la marginalità più larga in cui vediamo riversare la poesia. George fu una figura di poeta controversa e di enorme influenza (si pensi al George-Kreis e a chi vi transitò), fu fondamentale nella formazione di Benjamin, Brecht, Buber, Rosenzweig e pure Zweig. Sappiamo che Heidegger si confrontò con lui nelle passeggiate sul linguaggio, ma la sua opera fu anche letta "da sinistra" da Adorno e Lukàcs; infine in qualche modo fu persino corteggiato dal Reich nascente, al quale rispose con un rifiuto e conseguente esilio nell'anno della sua morte. Cinque anni prima di morire, nel 1928, aveva pubblicato un libro che già dal titolo (Das neue Reich; "Il nuovo regno") auspicava un rinnovamento del "regno" che andava in una direzione totalmente opposta a quella del "terzo regno" e undici anni dopo la sua morte, nel 1944, i sodali fratelli von Stauffenberg furono protagonisti della resistenza e dell'attentato contro Hitler. Ora la riconsiderazione dell'opera di Stefan George va di pari passo con quella, altrettanto importante, dell'andamento essenziale da tenere per ripercorrere il ritmo di marcia dei primi decenni del secolo scorso, in prospettiva della conquista di uno studio meno evenemenziale della storia letteraria e della storia delle idee. Il passo che riporto di seguito fornisce un lampo sul senso di quest'unica opera di prosa finalmente disponibile italiano.


IL LAGO MORTO

Tutta la regione, su cui si estende un cielo basso e oscurato, è coperta di miseri sterpi tutti bruciacchiati, che per di più in vaste zone non crescon neppure. Alcune informi pietre nude disposte in tutti i possibili sensi accennano un viottolo che sembra non volere più finire. Poi tutt'a un tratto ecco spuntare, in mezzo a quel deserto, una collinetta piatta avvolta dalla nebbia e sul cui bordo sta un palo tutto disfatto che reca un cartello indicatore. Su quella collina deve trovarsi il lago morto, che sicuramente è nero e denso; e proprio di lì viene quell'odor di bruciato che s'avverte tutt'intorno. Uno dei miei piedi vorrebbe salire, ma l'altro è trattenuto, da un doloroso terrore, dallo spingersi oltre quel palo.


A questo link potete vedere una foto del 1924 dove George, come nella copertina del libro, è ritratto di profilo. Il poeta è in compagnia dei giovani fratelli Von Stauffenberg. Sempre allo stesso link potete ascoltare la registrazione di una lezione del prof. Adone Brandalise in cui si parla, fra gli altri, del nostro poeta.

giovedì 14 gennaio 2016

Da Via del Vento i pensieri sull'arte di Vallotton e due atti unici del giovane Brecht sinora inediti in italiano

Nell’ultimo mese mi sono arrivate due novità della casa editrice Via del Vento di Pistoia, la quale pubblica davvero solo libri brevi. Negli anni ha costruito un catalogo che si muove anche in molte zone lasciate nell'oscurità da altri editori e potreste capire meglio quello che vado dicendo con un giro nel sito Internet. Il risultato finale è il susseguirsi di titoli importanti, rari. I libri sono oggetti contenuti in peso/volume dove riesce anche – caso quasi unico nel panorama – il connubio tra editore e sponsor privati (nelle ultime pagine potete infatti trovare dei piedini pubblicitari di attività dell’area pistoiese).

Parto dal primo libro giunto. Si tratta di Vedo vivere, non vivo. Pensieri sull’arte del pittore e xilografo svizzero Felix Vallotton (pp. 40, euro 4, cura e traduzione di Marco Alessandrini). Formatosi nella Parigi degli anni Ottanta dell’Ottocento ad ammirare Dürer, Holbein, Rembrandt e a imparare da Degas, inizierà presto ad annotare le proprie riflessioni su Livre de raison. Oppositore (e così sia!) dell’impressionismo, orientò la propria produzione sulla bidimensionalità e ricercò spesso soggetti di vita quotidiana, nel segno di un’ammirazione crescente per il Doganiere Rousseau e Toulouse-Lautrec. L’ultimo decennio del secolo diciannovesimo lo vede impegnato nelle xilografie (anche a tema sociale), prima di un ritorno alla pittura “d’interno” e di nudo all’inizio del Novecento. Un esempio dei suoi pensieri? Eccolo: “Holbein ha dipinto la vita, per nulla debordante come in Rubens, misteriosa come in Rembrandt o splendida come in Raffaello: ha semplicemente dipinto la vita così com’è, quella di ogni giorno, seguendo le sorti della salute, dei buoni e cattivi momenti […] Tutti, uomini e donne, in Holbein appaiono in un primo tempo simpatici, e questo è il contributo dell’artista, della dolcezza del suo genio. Ma ecco che via via, con l’osservarli, si profilano i caratteri ed emergono gli animi: una dopo l’altra sorgono le diverse personalità, come gli individui nella folla; allora da ogni sguardo fuoriesce un raggio differente, tetro, violento o indifferente, tenero, crudele o sinistro.”

L’altro libro è un emblematico La Bibbia di Bertold Brecht (pp. 40, euro 4, traduzione di Giusy Alati Fusco, note e postfazione di Vincenzo Ruggiero Perrino). Intanto va detto che per il drammaturgo di Augusta (come di Augusta era Holbein), contrariamente a quanto si potrebbe credere, la Bibbia fu il libro più importante e duraturo. Io ho scritto “contrariamente a quanto si potrebbe credere” perché fu lo stesso Brecht in un’intervista a rispondere in tale modo sulla Bibbia, quasi stupito di quel che andava dicendo. Eppure va anche detto che è così, cioè che è proprio la Bibbia, con la sua gestualità incorporata nel testo, che ha stabilito un immaginario stabile e duraturo per quella che reputiamo essere la letteratura d’Occidente (come ricorda Vincenzo Ruggiero Perrino, in una nota del Diario Brecht scrive “Certe parole della Bibbia sono indistruttibili. Esse vanno da parte a parte. Si pongono come brividi sotto pelle, che passano lungo la schiena, come nell’amore”). Naturalmente mi rendo anche conto di dire un’ovvietà sulla Bibbia e sulla sua centralità, ma spesso ce ne dimentichiamo e comunque nel caso di Brecht poteva sembrare meno ovvio. Comunque fu proprio Brecht a rimarcare a più riprese questo legame, visibilissimo con questi due atti unici della gioventù qui finalmente radunati: i testi teatrali di “La Bibbia” e “Oratorio”. Il primo si sofferma su un frammento della guerra d’indipendenza dei Paesi Bassi contro le truppe cattoliche di Spagna nel Cinquecento e si pone con la forza di un testo che testimonia un passaggio fondamentale della vita e della formazione. Il secondo atto unico rappresenta l’enigmatico caso di un oratorio di cui non conosciamo la musica. Il protagonista agisce nel bel mezzo di una crisi spirituale radicale. Vincenzo Ruggiero Perrino, nella sua postfazione intitolata "Scenari biblici nel giovane Brecht", scrive di un testo perfettamente allineato con certi stilemi dei contemporanei espressionisti (si stima la stesura nell’estate del 1917) nel quale emerge un lacerante nichilismo e dove “prevalgono la condizione di esilio spirituale, la contrapposizione ad un dio freddo e ostile al mondo, le impurità del pensiero, e la concezione di una donna che è ostacolo e non compagna all’uomo”.

domenica 1 dicembre 2013

La collana Sillabario/TAG delle edizioni Et al., a partire dal Brecht di Rocco Ronchi

Storie di collane micro #10

Tien botta il costrutto editoriale di collana? Mi chiedo spesso se questo costrutto, questo espediente, questa prassi consolidata storicamente del raggruppare i libri in collane resista nel panorama tutt'altro che leggibile dell'editoria italiana. I dati che l'AIE ha fatto girare a ridosso della Frankfurter Buchmesse sono preoccupanti, solo per stare alle cifre. Se pensiamo che comprendono anche quel reparto di pseudocartoleria che popola le librerie, non c'è da stare allegri. Tutto in calo e, come giustamente nota Federico Novaro nel suo contributo per "L'indice dei libri del mese", chi ne fa le spese di questa situazione è il lettore, fantomaticamente inseguito dalle pseudostrategie degli editori e invece paradossalmente frustrato e frustato dalla sferza dell'inseguimento del mercato. Molti editori sono poco più che stampatori (e tiriamo pur dentro anche i grandi, che si rifiutano di fare un mestiere difficile, nobile e tremendo) e il "dato positivo" che Novaro estrapola è un'inquietante ascesa del numero di case editrici. In fondo basta poco per definirsi "casa editrice": un libro all'anno. Ma diverso è "fare editoria", consapevoli che quella della casa editrice è un'impresa in tutte le accezioni della parola "impresa".

“Questo è il più bel mestiere del mondo”, si legge nel sito della casa editrice Et al., abbreviazione di Et alii, espressione molto diffusa nelle bibliografie. A dichiararlo, riferendosi al proprio mestiere, è il direttore Sandro D'Alessandro. In effetti si percepisce, solo a stare nel sito, la voglia di fare editoria nel senso autentico del termine, rischioso, senza prendere in giro nessuno nella lunga filiera che fa passare di mano l'oggetto libro, quando resta fatto di carta (ma scusate, come fate a chiamare "libro" l'ebook? Si tratta di un'altra cosa, che in fondo merita un nome più rispettoso, che non parassiti all'ombra del libro di carta con una "e" davanti). Se poi i libri di questa giovane casa editrice vi sono capitati tra le mani credo che l'impressione di un lavoro condotto con scrupolo, criterio, passione e intuizione sia chiaro.

La buona percezione regge ulteriormente davanti alla microcollana TAG Sillabario curata da Federico Leoni. Sono stato adescato da un bel libercolo di Rocco Ronchi su Brecht. Come sempre, il mix di due autori frequentati in passato può produrre un certo cocktail dal sapore invitante. A dire il vero, se non fossi in periodo di limitata spending review anche per i libri, mi sarei preso subito anche il Dante. Il suono dell'invisibile di Carlo Sini, stavolta per il titolo, oltre che per il mix di autori (di Dante non serve dire, di Carlo Sini ricordo l'antologia di testi che si usava al biennio). Completano il poker di partenza della collana calato dalla casa editrice Wittgenstein. Lo stupore e il grido di Sergio Benvenuto e Descartes. Una teologia della tecnologia dello stesso Federico Leoni.

Il libro di Rocco Ronchi su Brecht è un testo che perlustra la funzione peculiare di cui il drammaturgo rivestì la totalità del suo teatro in uno dei momenti più tragici della storia mondiale. Così diventa possibile ripercorrere in modo condensato molte delle fondamentali speculazioni che lo scrittore di Augusta affidò agli Scritti teatrali pubblicati da Einaudi nella PBE, nella traduzione di Emilio Castellani e Roberto Fertonani. Ronchi pone dapprima Brecht in una linea di riflessione che coinvolge il Platone del X libro della Repubblica, quindi avanza in una fondamentale diade tra tra Brecht e materialismo storico (vi ritornerà anche nell'appendice, dove riprende uno scritto apparso su "il manifesto"), poi s'allarga a Wittgenstein e Bachtin, al celebre straniamento, nel capitolo intitolato appunto Verfremdungseffekt, per concludere con un capitolo che allaccia tecnica di recitazione e filosofia.

In chiusura vorrei riportare il testo - a mio avviso efficacissimo - che presenta il concept di questa collana curata da Federico Leoni. Per rispondere alla domanda che mi ponevo in apertura, direi che di fronte a un simile testo il costrutto di collana sembra ancora reggere egregiamente. Insomma, le idee sembrano chiare, quasi luminose. Non so se il costrutto di collana regga solo presso il fantomatico "lettore forte", una specie che più che in via di estinzione mi sembra sempre più in via di stancante definizione e ridefinizione. La domanda è: a chi giova definire il "lettore forte"?

"Ogni libro della collana presenta un grande autore un classico. Della filosofia, della letteratura, della storia dell’arte. Ma lo presenta in modo tutt’altro che classico. Ne parla per tentare un esperimento con la verità, come diceva Nietzsche. Un filosofo parla di uno scrittore, un narratore di uno storico dell’arte, uno psicanalista di uno scultore. Ciascuno racconta una sua passione segreta. Una sua ossessione. Non è tempo di storicizzare, di collocare autori e testi nel cielo bianco dell’eternità. E’ tempo di dichiarare amore e guerra. Non per un autore o un’opera, ma per il suo presente. E cioè per il nostro."