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giovedì 27 settembre 2018

Una presentazione di "Abbiamo fatto una gran perdita" nell'ambito di CartaCarbone Festival a Treviso

SPOT POST


Una presentazione del libro Abbiamo fatto una gran perdita si terrà nell'ambito del festival CartaCarbone a Treviso.

Giovedì 11 ottobre 2018, ore 19:00

TRA - Treviso Ricerca Arte
Ca' dei Ricchi, Via Barberia 25, Treviso

Evento 13 di CartaCarbone - ABBIAMO FATTO UNA GRAN PERDITA

Introduce Francesco Targhetta


Qui il minisito dedicato al libro.

Qui il programma completo del festival e altre informazioni.

https://www.facebook.com/events/331887870896511/


SPOT POST - STOP

mercoledì 18 aprile 2018

"Le vite potenziali" di Francesco Targhetta (o dell'infinito debutto)

Nel 1892 Italo Svevo dava alle stampe per l'editore triestino Vram un libro dal titolo semplice quanto disarmante: Una vita. Non ce ne accorgiamo mai a sufficienza, ma questa che viviamo è appunto una vita e potrebbe essere (verosimilmente?) la sola che abbiamo avuto e avremo. Il primo lavoro in prosa del poeta nonché cultore e curatore di poeti crepuscolari Francesco Targhetta si intitola invece Le vite potenziali (Mondadori, pp. 252, euro 19). Al di là dell'imbeccata sveviana, che potrebbe tornare utile ma che lasceremo parzialmente in ombra, questo pensiero serviva per parlare di una titolazione bifronte che allude sia alle vite possibili a cui potrebbe aspirare una singola persona, sia alle vite potenziali di un gruppo di persone riprese in un dato contesto storico, secondo una comunanza di spazio e tempo o per meglio dire di lavoro (il lavoro come spazio-tempo, anche). Nelle pagine de Le vite potenziali leggiamo di un manipolo di programmatori itineranti e gravitanti attorno a un'azienda informatica di Marghera, luogo-membrana e ectoplasma urbano-industriale di cui proprio nel 2017 si è ricordato il centenario (da rileggere, anche per capire Marghera - e da rileggere senza forse - è lo scritto Venezia, forse di Andrea Zanzotto). Non occorre aver studiato filosofia per intuire che l'altra metà del "potenziale" evocata dal titolo riguarda l'atto, parola che fa pericolosamente rima con fatto: una domanda che potrebbe porsi il lettore a libro ultimato è allora la seguente: come si era "in potenza" quello che siamo diventati poi, in "atto"? O se vogliamo, più circostanziatamente, come erano in potenza i protagonisti di questo libro prima di essere come li vediamo e ascoltiamo dialogare tra le pagine? La domanda è rivolta a noi, ma chiaramente è da intendersi calata nella scelta dei contenuti e dei personaggi che muove questo testo, il quale indugia su un loro presente comune ma non dimentica di affondare a più riprese nei loro passati, incistati in quel momento in cui il mondo ha imposto accelerazioni impressionanti a tutto e tutti, mettendo drammaticamente in crisi anche le capacità di scelta, azione e reazione dell'uomo. Anche attorno a questi nuclei di riflessioni credo si potrà parlare del libro di Francesco Targhetta tra qualche tempo.

Passando alla storia potremmo rilevare questo: se una delle critiche più facili e immediate che viene spesso mossa al battaglione dei poeti che provano la strada della prosa e del romanzo è quella di parlare di sé stessi, su questo specifico rischio Targhetta è stato molto accorto, persino furbo, oppure callido verrebbe da dire usando una parola dal sapore dell'epica letta in classe. Ci parla di una realtà che non è la sua (per chi non lo conosce - e non è il mio caso - lo possiamo comunque apprendere dalle varie note biografiche: è insegnante) e per giunta plasma la propria vicenda senza flettere verso un vero protagonista, ma lasciando singolarmente a una triangolazione di co-protagonisti l'incombenza di muovere la propria trama e la propria narrazione verso un finale, potenziale anche quello. Si tratta dunque di una scrittura che si pone con un piglio esplorativo e sperimentale, etnometodologico, di osservazione partecipante, ma nella quale assai spesso fiora una temperatura linguistica e un'auscultazione lessicale che è propria della poesia. E se con il precedente romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012) Targhetta aveva prestato la penna al tema caldo del precariato, ora si cimenta con un romanzo pienamente incentrato sulla sfera della quotidianità operativa di un'azienda (di un intero settore, a ben vedere) tralasciando quel tema, così facile e lesto a trasformarsi in pericolosa etichetta. In questo caso il lavoro non manca e non traballa forte, e la lente si adagia sostanzialmente sul mondo dei nerd informatici che, senza essere protagonisti del mondo, pare abbiano comunque pian piano mutato questo mondo in cui quotidianamente ci muoviamo, acquistiamo, ci informiamo, cerchiamo appunto di espandere le nostre potenzialità all'infinito, in un'illusione di vita multipla che si gonfia velocemente come una bolla di sapone.

Per i motivi detti sopra, inclusa l'auscultazione massima, accade che in un libro così progettato la prosa messa in pagina sia spesso uno slalom tra corsivi che marcano il linguaggio specialistico, o il gergo che caratterizza la parlata aziendale o la scrittura dei contratti (con l'ironia ad esempio sul linguaggio giuridico del "foro di competenza" o su quello pubblicitario con "il Clementoni dei miei coglioni"). Risaltano quindi tutti i corpi di quei corsivi con cui si vestono parole che sono ormai comuni, quali "outfit", "trekker", "downgrade", "competitor", "escalation", "task", "pattern", "worldwide", "template", "work-life balance" (ma anche la voce dotta "hybris" o il calco dall'inglese della parola "customizzandolo"). Sono tutti fatti linguistici abbastanza noti a chiunque lavori in un'azienda, non necessariamente informatica, e persino nelle aziende dove si parla ancora prevalentemente il dialetto (lo "Snack bar Al canton" di Zanzotto, tanto per stare in tema, ma il bar in Targhetta si chiama "Incrocio" perché sta ad un incrocio). Questa facilità al corsivo, che inizialmente crea nel lettore uno strano effetto di pausa e ralenti, a momenti sovraccaricato, proviene dalla chiara volontà di evidenziare l'impatto del mutamento sul corpo della lingua ma soprattutto dice, specialmente alla rilettura del testo, di una distanza, innanzitutto linguistica, che il narratore instaura e rimarca con la materia intercettata. Questa presa di distanza linguistica dalla materia trattata, alternata a passaggi dove invece l'intimità tra pensiero e lingua è massima, mi è parsa una caratteristica saliente di questo lavoro, ciò che ne ha garantito anche un ritmo efficace. E così, nel giro di qualche pagina, e comunque assai spesso in questa storia, si avvicendano passaggi come questo
Il viaggio in aereo fu particolarmente tormentato: mentre sfogliava le carte sulle possibili proposte da presentare alla Messi (realizzazione e-commerce B2C su piattaforma SAP per la vendita diretta worldwide dei prodotti per il motociclismo. Personalizzazione template pagine prodotto. Sviluppo metodo importazione prodotti, immagini, listini. Tecnologie: Java, HTML5), pensava all’opportunità di applicare già il metodo Mariotto, e quindi di proporre ai francesi una collaborazione con una nuova azienda, più dinamica e sana della Albecom.
a brani che attaccano in questo modo e nei quali il nome di marca "Velux" appare lessicalizzato, quindi scritto in tondo e con la minuscola, per poi diventare il "lucernario"
Fuori l’oscurità era ormai totale. Ottobre si annunciava, soffiando dentro le case l’aria delle campagne appena violate dalle ultime vendemmie, un’aria succosa e rancida, che portava l’autunno traboccando, per un eccesso di stagionatura. GDL si abbassò, chiuse il velux e guardò negli occhi Veronica: «Scendo cinque minuti. Chiamo Mariotto. Mi aspetti qua?». E così lei salì in mansarda, si stese sul tappeto e si mise a guardare attraverso il lucernario la sagoma offuscata della luna.
Nel 2000, in un libro di racconti intitolato Un dolore riconoscente divenuto presto introvabile, Gian Mario Villalta scriveva che la "vita che ci aspetta è piena di tutto, è come vivere dappertutto, è troppo grande per riuscire a pensarla. La vita che ci aspetta è veloce, dovrà per forza sorprenderci continuamente". Con il libro di Francesco Targhetta siamo già ampiamente in "questa vita che ci aspetta", data dall'esasperazione del paradigma dell'accelerazione sociale, economica e individuale, nella vita piena di tutto: le mille possibilità, dai sentimenti al consumo, rimbalzano sulle esistenze affossando la pelle e i muscoli (per contro un tema solo sfiorato per contrasto da questo romanzo è quello gigante del vuoto). In questo libro le mille possibilità rimbalzano negli exempla che seguiamo quali fili principali della trama: il fondatore di Albecom, Alberto, ottimista, predestinato e problematico, il giovane rampante Giorgio (abbreviato GDL, il fondamentale presales dell'azienda) che ricorda Yuppies di Luca Barbarossa con i "giovani rampanti intraprendenti fanno passi da giganti nei debutti in società" e infine Luciano, figura timida e apparentemente inetta (qui il discorso potrebbe saldarsi a Svevo), esclusa soprattutto dalla vita dei sentimenti e legato al fondatore dell'azienda da molti anni. A un certo punto potrebbe diventare semplice per il lettore familiarizzare soprattutto con quest'ultimo, nel quale appare più immediata la risonanza tra la materia narrativa e la precedente materia poetica scritta da Targhetta. E se tanti, dopo Proust, si sono trovati a ricercare il tempo perduto, il caso di Luciano è un singolare esempio di persona che quasi non deve pensare a ricercare alcun tempo perduto, semplicemente perché a lui il tempo non è stato concesso, non l'ha avuto. Probabilmente Luciano, informatico atipico tra gli altri, al tempo ha concesso troppa e troppo piena fiducia che ora non ritorna indietro in nessuna forma (amore, soddisfazione, pienezza o gioia dell'abitare un pensiero). Gli è sfuggita, però, anche la divaricante verità dell'attimo. Luciano è un personaggio tra altri di quest'opera, è quello che porta da mangiare lo stracchino ai gatti, tuttavia è anche quello che più si sforza per non farsi "torturare" da un narratore che insegue, come in tutti i romanzi, i propri caratteri. Per questo motivo risulta anche più sfuggente, così come le donne, spesso umbratili in questo lavoro. Ma non ci sono solo nerd informatici timidi rampanti o ottimisti, ci sono anche i gruisti di Marghera in queste pagine nuove e, come si diceva una volta per certi film, la parte del gruista e le scene e le viste "potenziali" su e da Marghera valgono, anche da sole, il prezzo del biglietto.

martedì 17 novembre 2015

"sopra la panca": incontri di poesia e musica a Treviso in Piazza Santa Maria dei Battuti

Il titolo "sopra la panca" allude alle polemiche sulle panchine recentemente installate nella piazza di Santa Maria dei Battuti a Treviso - panchine troppo assomiglianti a delle bare, per qualcuno - e mi pare abbastanza efficace per provare a sotterrarle con ironia (intendo le polemiche). Il programma completo di questa rassegna di poesia e musica a ingresso libero si trova nella locandina qui sotto e, più nel dettaglio, in questo pieghevole: quattro venerdì di fila a partire dal 20 novembre, alle 18 degli incontri di poesia, alle 19 la musica e un quinto venerdì conclusivo di sola musica.  

La notizia da dare è questa: dopo aver presentato in città decine e decine di poeti provenienti da tutta Italia, finalmente anche Marco Scarpa torna a leggere a Treviso.

Ringrazio in particolar modo Paola Bellin. L'evento è in collaborazione con Treviso Smartcity/Città di Treviso, assessorato Semplificazione sviluppo e crescita, San Leonardo Libreria Universitaria Spazio Espositivo, Codice a Curve Forme d'arte e Proteo Fare Sapere. Ad un livello personale ringrazio il percussionista Lucio Bonaldo che ha accettato di riproporre per l'occasione la lettura del poemetto sulla Prima guerra mondiale Nella demenza che non sa impazzire (contenuto in Pertiche, La Vita Felice, 2012).


Un riassunto per la parte di poesia, 
con alcuni rimandi agli autori interni al blog:

venerdì 20 novembre 2015, ore 18

venerdì 27 novembre 2015, ore 18

venerdì 4 dicembre 2015, ore 18
Alberto Cellotto con Lucio Bonaldo, Luca Rizzatello

venerdì 11 dicembre 2015, ore 18

martedì 29 settembre 2015

CartaCarbone 2015, la seconda edizione del festival letterario di Treviso dal 15 al 18 ottobre


Tra il 15 e il 18 ottobre a Treviso avrà luogo la seconda edizione del festival letterario CartaCarbone, a cura dell'associazione Nina Vola. 80 eventi, 18 tra letture sceniche e spettacoli, 150 ospiti (qui la lista completa), 6 laboratori, 3 tavole rotonde, 3 eventi speciali sono i numeri con cui la manifestazione si propone, con questa nuova edizione dal respiro decisamente più internazionale, di consolidare il successo di pubblico registrato all'avvio nel 2014. Una cura rilevante è dedicata alla poesia e per l'approfondimento del versante poetico del programma riporto di seguito il comunicato ricevuto da una delle curatrici del festival, Paola Bellin. Il programma completo è ovviamente consultabile a questo indirizzo (oppure qui come pdf interattivo).
 
CartaCarbonePoesia

Luciano Cecchinel
CartaCarbone festival 2015, alla seconda edizione, si apre alla poesia proponendo otto incontri con autori che tracciano il mondo poetico italiano, e da quest’anno anche internazionale, grazie alla presenza di uno dei più importanti poeti vietnamiti, Nguyen Chi Trung che con Venti (Samuele Editore, 2014) si domanda come il suono della morte viva nel vento, nei luoghi dove la concretezza dei suoi studi matematici si contrappone all'astrattezza di quelli filosofici. Poeti riconosciuti per originalità e cifra stilistica, oltre che per incisività del messaggio: Luciano Cecchinel e il plurilinguismo aspro e franto dei suoi versi che in silenzioso affiorare esprimono la necessità del ricordo, memento da non lasciare andare; Vivian Lamarque, poetessa limpida, che raggiunge il lettore grazie alla musicalità dosata e chiara dei suoi versi, sfrondata di ermetismi e capace di stupire con una poesia illegittima; Roberta Dapunt, il cui dialogo con il sacro si manifesta nei misteri del quotidiano, nelle beatitudini della malattia. Ma anche poeti giovani: Francesco Targhetta, autore di raccolte poetiche, l’ultima Le cose sono due (Valigie rosse, 2014), e di un romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn edizioni, 2012), osserva e rappresenta, senza sconti per l’io-poetico, l’umanità della porta accanto che corre, latita, attende nella contraddizione dei molti e dei nessuno; Giovanni Turra e la fisicità della sua trama poetica, nudità sensuale delle parole visive, orografia dei corpi in Con fatica dire fame (La Vita Felice, 2014). Simone Maria Bonin, giovanissimo poeta, traduttore e curatore della poesia del poeta statunitense Hart Crane in Atlantide (Thauma edizioni, 2014), dialogherà, raccontandosi nelle forti esperienze di viaggio, dell’essere altrove per esplorare e stemperare l’io-poetico, in un incontro di urgenza poetica e grafico-poetica, con Riccardo Fabiani, poeta, illustratore, viaggiatore che traduce l’esperienza di cammino in uno schedario emotivo raccolto in Road Trippin, realizzato tramite crowdfunding in completa autonomia editoriale. Altra presenza significativa sarà quella di Antonio Turolo la cui raccolta Corruptio optimi pessima (Nuova Dimensione, 2007) rappresenta uno degli esempi più alti di poesia italiana degli ultimi anni. Poesia che scandaglia e si restituisce integra all’onestà del sentire attraverso una lingua limpida lontana da equilibrismi labirintici.

Incontri con poeti ma anche poetry slam con Lello Voce, poeta, scrittore, performer poliedrico della poesia sonora e affabulatorio interprete, tra i fondatori del Gruppo 93 e del semestrale letterario "Baldus". Insieme ai poeti che coinvolgeranno il pubblico nella performance di poetry slam anche Nicolas Alejandro Cunial, già presenza apprezzata nella serata dedicata alla poesia giovane Uno Punto Due di anteprima del festival, poeta performer in effrenata e dirompente azione di arti combinate, pillole di carne cruda (La Gru, 2013). Ospite d’onore del poetry slam un grande poeta, scrittore italiano, Nanni Balestrini, esponente di rilievo della neoavanguardia (gruppo dei poeti Novissimi, Gruppo 63) presente a CartaCarbone festival con il suo ultimo romanzo Carbonia (Bompiani, 2013).

Ancora poesia nella dirompenza del rap declamato, affermato, in continua combinazione simbiotica di musica e parola senza mediazione, con la presenza di Taiyo Yamanouchi, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Hyst, dirompente forza musicale che comunica energia, positività in un mix alchemico di racconto poetico, ricercato nella parola che incide, e di potente formula sonora. Insieme a Nicolas Alejandro Cunial, impegnato anche in questa performance, e Federico Martino Big F, rapper e visual performer, anche lui già apprezzato nell’evento Uno Punto Due, travolgente nella sua libertà dai quattro/quarti in nome dell’autonomia della parola.

Versi itineranti , poesia errante quelli del performer poeta di strada MaRea che appende come panni stesi le sue poesie e le diffonde per le strade delle città, in luoghi insoliti: Stendiversomio per tirar fuori le parole dal chiuso dei libri.

Poesia dell’ineffabile nella Lectura Dantis di Ivano Marescotti, attore di teatro e di cinema, interprete per i canti I, V, XXVI dell’Inferno, e nel commento/declamazione di Giorgio Battistella del XXXIII canto del Paradiso.
(p. b.)

lunedì 15 giugno 2015

Presentazione di Nervi Edizioni a Ca' dei Ricchi a Treviso



Giovedì 18 giugno 2015 alle ore 21
Ca' dei Ricchi, via Barberia 25, Treviso
Rassegna di poesia "TRAversi"
Presentazione del progetto Nervi edizioni 
di Fabio Donalisio, Marco Scarpa e Francesco Targhetta

Segnalo anche il quinto e ultimo appuntamento, un fuori programma, che chiude il ciclo di incontri di poesia “L’attesa” a Ca' dei Ricchi a Treviso. La serata sarà l’occasione per introdurre in anteprima il nuovo progetto di casa editrice Nervi Edizioni alimentata da Fabio Donalisio, Marco Scarpa e Francesco Targhetta. In questo ultimo incontro i tre editori toglieranno il telo nero che copre ancora le loro realizzazioni di libri di poesia fatti a mano e presenteranno così assieme agli autori i primi titoli. Per chi desidera farsi un'idea, ricordo l'intervista dedicata al progetto apparsa qui qualche settimana fa.

Altre informazioni su quanto avviene negli spazi di Ca’ dei Ricchi stanno qui.

giovedì 14 maggio 2015

Qua si toccano i Nervi.
Fabio Donalisio, Marco Scarpa e Francesco Targhetta illustrano il progetto Nervi edizioni, libri di poesia fatti a mano

Librobreve intervista #54

Nervi Edizioni è ormai prossima al varo. Anzi, si può dire che è già varata poiché da qualche giorno sul sito è acquistabile tramite PayPal Primo lustro di Andrea Longega, primo libro piegato con dita e nervi e riportante in realtà in copertina il numero 03. Lascio subito spazio ai tre nervosi editori, vale a dire Fabio Donalisio, Marco Scarpa e Francesco Targhetta. Prima però vi ricordo che una presentazione del progetto avrà luogo a Treviso, a Ca' dei Ricchi, il prossimo 18 giugno e che per essere aggiornati su questa e altre iniziative la cosa migliore è seguirli su Twitter e/o Facebook (più avanti nel testo troverete anche l'indirizzo email e il sito).

LB: Chi di voi si prende la briga di cominciare ab ovo, consapevole che il racconto diventerà un giorno il mito fondativo?
R: Le cose succedono agli incroci. La poesia è un'esigenza vitale. E sticazzi per tutti i cavilli patetici che si possono ricamare attorno a questa espressione. O almeno lo è per noi. La cerchiamo, la necessitiamo. Pensiamo che la realtà la necessiti per essere un po' più lucida e forse anche un po' meno ingrata. Giocoforza ne abbiamo elaborato un'estetica. Una critica. Che per militare deve passare da potenza ad atto. Quindi, a parte farla, si può fare in modo che diventi libro quella degli altri. Non una parola qui sull'esplicita non volontà – o forse anti-volontà – di fare editoria di poesia in questo paese da tanti anni. Intendo farla davvero. Uno si mette a fare le cose quando non le trova già fatte. Quando non trovi i libri che vorresti leggere, e quando non sono fatti come ti piacerebbe tenerli in mano. Il mezzo è il messaggio, anche, del resto. Il racconto, deo gratias, è molto breve. Si vuole una cosa, e poi la si fa. E in mezzo un mare di problemi e di esaltazioni che sarebbe ridicolo voler raccontare. Non tutto è destinato al tritacarne dello storytelling. Ah, e soprattutto ci sono le persone. La vera differenza – e anche questo è irraccontabile – la fanno sempre loro. Quelle che ci sono state e quelle che ci sono ancora. Perché la vera parte fondativa, e mitica, è che fare queste cose è tanto necessario quanto assolutamente divertente. Se volete uno sfondo per il racconto silenzioso, immaginateci in un bar con orario di chiusura infinitamente procrastinato. E leggete i libretti. È già tutto lì.


LB: Chi fra voi vuole spiegare perché avete deciso di fare proprio così i libri di Nervi?
R: Sono vari gli stimoli che ci hanno smosso e spinto a rispondere concretamente a quanto ci pareva naufragare nel mondo della poesia.
Innanzitutto, oltre che appassionati di poesia, siamo degli entusiasti del libro, delle sue forme, delle sue carte, della sua estetica. E proprio l'aspetto di alcune pubblicazioni degli ultimi anni ci rattristava: alcune poesie bellissime, di autori magari poco noti, dentro involucri posticci, approssimativi, scialbi. E magari nemmeno a prezzi così economici. Dunque è scattata l'idea di tornare a fare libri partendo da scelte semplici ma consapevoli: una carta più che degna, un'impaginazione elegante, la scelta di un carattere ben leggibile e piacevole alla vista, un formato adatto e una cura nell'assemblare tutto questo. Ecco, direi che prendersi cura è concetto fondante. Sono libri pensati, poi visti crescere e infine ben presentati. Le poesie di queste sillogi sono, a nostro modo di vedere, ottime e ci piace pensare che siano in buone mani con noi e che abbiano trovato un’onorevole casa in cui dimorare.
Altro aspetto fondamentale è la logica imperante dietro molti compromessi tra autore e casa editrice. Noi non chiediamo un soldo all'autore e investiamo totalmente i nostri risparmi in sillogi in cui crediamo fortemente. Facciamo 100 copie di ogni libro e cinque le regaliamo all'autore. Non c'è nessun obbligo contrattuale tra autore e noi. Noi ci occuperemo di presentazioni e vendita dei libri perché crediamo molto in questo progetto e vogliamo metterci la faccia, le mani, le idee e la passione.
Forse tutto questo non avrebbe trovato ulteriore spinta se non avessimo conosciuto quel magico luogo che è la Tipoteca, il museo del Carattere a Cornuda, in provincia di Treviso, e incontrato Sandro Berra, che al suo interno lavora e anima questo luogo. Chi ama i libri e la scrittura trova un senso di pace e di gioia per gli occhi quando ci entra. Caratteri e torchi sono in bella vista.
E c'è una frase riportata su un manifesto: "Tutti i libri, fino al secolo XVIII-XIX, che si ammirano in musei e biblioteche, decorati di xilografie e di acqueforti, composti con caratteri armoniosi, ampi margini, perfetti di registro e stampati su carte preziose, sono uscite da un torchio a mano" (Franco Riva, umanista e tipografo veronese).


LB: Chi di voi vuole addentrarsi invece nella peculiarità produttiva di questi libri, da un punto di  vista anche molto tecnico?
R: Parlando di caratteristiche tecniche, ma senza addentrarsi troppo nello specifico, le carte scelte sono Hahmuhle da 150 grammi e il testo è stato composto in carattere Monotype Baskerville 12 PT.
La rilegatura è fatta a mano con filo di cotone e ogni autore ha un colore corrispondente che viene richiamato dal filo della rilegatura, dal titolo della raccolta e dall'involucro che contiene il libro. L’involucro anch’esso è una piccola opera di carta, di grammatura variabile tra i 120 e i 140 grammi, che non usa colle, graffette o adesivi per chiudersi ma, ben piegata, si richiude (a incastro) su se stessa.
 


LB:  Un altro potrebbe raccontare come scegliete chi (ma in fondo anche che cosa) pubblicare?
R: Quello che ci colpisce, e subito. Per ovvie ragioni, pubblichiamo plaquette molto brevi: 10-12 poesie. Quindi cerchiamo testi che possano incidere e dare un pugno allo stomaco, senza fronzoli. L’unico criterio è che i testi devono piacere a tutti tre. Se uno solo pone il veto, si passa ad altro. Non ci sono preclusioni o idiosincrasie pregiudiziali. Tutti tre scriviamo e leggiamo, ma cose piuttosto diverse, quindi è sempre imprevedibile immaginare dove possiamo incontrarci. Per questi primi tre libretti, abbiamo letto 20-30 autori, tra quelli che conoscevamo, ma non solo. Vorremmo trovare anche voci nuove. Abbiamo le antenne drizzate. Semmai: nerviedizioni@gmail.com.


LB: A questo punto, uno di voi potrebbe illustrare le prime uscite?
R:  Per questa prima tornata, abbiamo scelto tre autori che hanno già qualche pubblicazione alle spalle, anche importante. Si parte con Primo lustro di Andrea Longega, un poeta dialettale veneziano, che ci ha proposto una silloge disadorna ma di un’intensità disarmante: ce ne siamo innamorati subito. Seguiranno Un bestiario di Mariagiorgia Ulbar, una collana di poesie incentrate sugli animali che mostra tutto il talento della sua voce, più simbolica ma sempre appesa con asprezza alla materia, e Strada lavoro di Sebastiano Gatto, un autore che taceva come poeta da qualche anno (in cui aveva scelto la prosa) ma che nella misura di questi testi sospesi tra Mestre e Černobyl’ ritrova una potenza dolce e cruda assieme.


LB: Colui che ha risposto a una sola domanda sinora potrebbe dire quali mosse caratterizzeranno il modo in cui veicolerete questa iniziativa?
R: Le mosse classiche, con qualche sponda informatica in più: presentazioni collettive, letture, sia in ambiti “poet-friendly” sia in contesti per bibliofili, ma, insomma, un po’ ovunque, interazioni dai social vari, possibilità di comprare online (sul sito nerviedizioni.it si può fare già, tramite paypal). Vorremmo che un’iniziativa simile potesse avvicinare i bibliofili alla poesia ma anche sensibilizzare gli appassionati di versi sulla necessità di non abdicare quando si tratta di scegliere il supporto fisico. Le belle poesie dentro un brutto libro perdono potenza. Ecco, contiamo di far toccare con mano a più persone possibili, ma proprio con mano, invitandoli ad accarezzare la carta, osservare i caratteri, spacchettare l’involucro, annusare le pagine, il piacere di avere belle poesie dentro un bel libro.


LB: Ah, Nervi?
R: Nervi sono quelle cose che prendono le sensazioni e le spostano da una parte all'altra del corpo fino a giungere nel centro di elaborazione, che poi le risputa fuori modificate e modificanti. Sono quelle cose tramite cui ti rendi conto di provare dolore, o piacere. La metafora è sia forma che sostanza. Superfluo sottolineare le assonanze con la nostra missione. Con la E finale. I nervi, poi, sono anche cose che nelle rilegature fatte per bene fanno in modo che le pagine rimangano al loro posto. Dare un ordine, anche fisico, alle parole; disordinare chi le legge. Nulla più e nulla meno.

giovedì 20 novembre 2014

"Le cose sono due" di Francesco Targhetta, Premio Ciampi - Valigie Rosse 2014

Le cose sono due di Francesco Targhetta è il recente vincitore dell'importante riconoscimento poetico "Premio Ciampi - Valigie Rosse 2014" (Valigie Rosse, pp. 52, s.i.p.). Contiene anche le belle fotografie di Riccardo Bargellini e la postfazione di Paolo Maccari, curatore della collana assieme a Valerio Nardoni. Arriva dopo l'esordio dal titolo bifronte di Fiaschi del 2009 e dopo il romanzo esploso in versi intitolato Perciò veniamo bene nelle fotografie del 2012, di cui s'è scritto anche in queste pagine molti mesi addietro. In realtà Targhetta è apparso in queste pagine anche in veste di curatore intervistato sui Fuochi d'artifizio di Corrado Govoni non molto tempo fa. E le govoniane (crepuscolari, foucaultiane ecc.) "cose" appaiono sin dal suo nuovo titolo, che si pone come frammento prelevato da un parlato quotidiano del quale però non ritroveremo tante altre tracce nei testi. O, meglio, troveremo anche inserti di parlato, ma stravolti, attorcigliati in una frase, spesso tra virgolette o protagonisti di iperbati. Il titolo spinge dentro il campo del testo poetico il classico aut-aut, senza dire però quali siano i termini della disgiunzione. Due sono le cose e due le sezioni dell'opera, intitolate laconicamente "Uno" e "Due", due come i lati di un 33 o di un 45 giri, come quelli di una musicassetta: la prima sezione senza titoli, la seconda con tutti testi titolati e la breve prosa che, con sapore quasi landolfiano, titola "Le quattro vedove". Due sono anche i momenti, se come sostiene Paolo Maccari, i testi qui raccolti "alternano un momento metaforico e uno più spiccatamente narrativo, naturalmente intersecati e vicendevolmente alimentati."

Da un punto di vista stilistico, abbandonata l'ironia dei Fiaschi o il marzialiano fulmen in clausola che a lungo ha accompagnato la sua scrittura, Targhetta qui recupera un serbatoio di immagini anche macabre, talvolta sconsolate e comunque assai intense che quasi certamente in Govoni s'è alimentato e rigenerato. In "Appuntamenti mancati" chiude così: "Solo a casa ho poi sentito il sapore, / dentro le ossa, / di questi transiti un poco tardivi: / non l’aroma all’incenso dei morti, / ma la puzza violenta dei vivi." Lo si nota spesso quando chiama in causa parti del corpo umano o il corpo umano stesso, o quando definisce "moka" il colore delle pelli degli studenti all'altezza di giugno, dopo i primi soli in piscina. Tutto questo però coesiste assai naturalmente con innesti plurimi, con scelte lessicali eteroclite e con altre quasi eterodirette da situazioni di vita tanto codificate nel loro punto di partenza quanto aperte nello svolgersi della poesia, come nel caso del testo intitolato "Flessioni", dove fa capolino un finale che potrebbe essere stato cantato dalla Mina di Città vuota: si tratta forse di quella componente pop, ricordata anche da Maccari, che in realtà non è mai stata disgiunta dal versificare di Francesco Targhetta. C'è pure un gusto
nuovo, almeno per il mio orecchio, per quello che si sarebbe chiamato un tempo il forestierismo, ampiamente assorbito e addomesticato eppure ancora diligentemente lasciato in italico nel testo: crooner, nachoseyeliner, front-office ma anche il dialettismo di picà per "impiccato" o il francesismo di brulé (con accento acuto come va scritto e non con accento grave come si pronuncia da queste parti), il latino di una targa che recita parva sed apta mihi. Propongo un testo per esemplificare l'uso che Targhetta fa della rima, in parte già intravisto nell'esempio sopra, ma anche per dare una clip significativa del nuovo impasto fonico di questo libro. Allora non esito a ricopiare "Vecchi con moldave", che potremmo leggere anche inseguendo la ricorrenza compulsiva della fricativa labiodentale sonora /v/, assurta quasi a simbolo nella lettera iniziale di un ballo, il "valzer" finale, con esiti avvolgenti e ipnotizzanti. Sembra di stare dentro uno sterminato e "eterno" piano sequenza di una danza girato da un Béla Tarr nostrano privato della macchina da presa:

Negli inverni delle scritte fasciste
sugli svincoli, sui rami, e sui muri,
vanno come divi i vecchi con moldave
virando con vanto davanti ai tabacchi,
agli occhi dei vuoti acconciatori
maschili: spalline ottanta, capelli
tinti, gli zigomi duri come i baristi,
a bere caffè asciugando le bave
li regge con gelo la loro badante,
e fuori, poi, i palazzi di muffa.

Tutti noi indietro nel tempo, solo loro
in sincrono eterno: vanno a vortice,
su valzer, i vecchi con moldave,
succhiando chi li guarda nella truffa.


Dicevo in apertura che l'espressione "le cose sono due" del titolo ("strepitoso" per Maccari) è prelevata dal parlato colloquiale. E lo stesso Targhetta nel secondo testo del libro scrive: "I giorni in cui non parli con nessuno / le cose sono due: / o arrivi a cogliere il senso di tutto / o confondi corrompi ti ingarbugli, / e la tua voce che chiama il gatto / è quella, alla sera, di un crooner / («eccoti i miei rimasugli»), / l’eco rauca e lunga / nella notte che ti riprende in scacco". Solitamente infatti tale espressione ripresa dal titolo anticipa una disgiunzione: o è così, o è colà. Nel caso di questo nuovo libro di Francesco Targhetta, l'affermazione contenuta nel titolo dell'opera sembra suggerire congiunzione e non disgiunzione, come se questo titolo sorgesse da uno schema "questo-e-quello" e non da uno schema "o-o". E il dolore - se c'è (ma c'è) - è quasi racchiuso, espresso, in questo schema che potremmo tradurre coi simboli dei connettivi logici, in termini pressoché booleani. Le cose, le relazioni, la rielaborazione del nostro vissuto esiste in un rapporto di dualità, devono esserci almeno due cose per specchiarci e riconoscerci (emblematico allora il testo conclusivo "Carità"), per pensare vita e morte. E non esisterebbe lo spazio e non esisterebbe nemmeno il tempo delle domeniche, degli ultimi giorni di scuola trascorsi a battere la carta di scala quaranta con Coca e sfogliatine, o il tempo del sabato sull'autostrada A4, nulla esisterebbe al di fuori di una relazione duale, nemmeno la monade della solitudine che è invece il viatico alla molteplicità del reale. E la riflessione sulla solitudine, che in fin dei conti combacia perfettamente, come nel caso di due insiemi coincidenti, con la nuova scrittura di Targhetta, non può che riverberarsi: spazi e tempo esistono solo in quanto relazione e interazione (questo è forse ovvio) ma se c'è solitudine questa è solo quella della scrittura (questo è meno ovvio). E se una solitudine non si può unire a un'altra, si può provare a dirla, scriverla, raffigurarla, dipingerla. Leggerla. Finanche amarla o odiarla, forse. Così sembra che spesso si verifichi sulla pagina un'interazione di solitudini, tra qualcuno che non resta più appeso da nessuna parte, ma che cade e sprofonda come in una migrazione di calore, umano e animale assieme, pur in un'aridità e sconsolatezza che restano sullo sfondo delle giornate. E ci vorrà allora un nome nuovo per questa che non è più la solitudine come la intendevamo. In fondo, volendo fare un volo e una planata pindarica, lo sappiamo anche dalle acquisizioni della termodinamica che è il calore che fa esistere una differenza tra passato e futuro, i quali sono diversi solo quando c'è stato flusso di calore. E il tempo incompreso di ciò che è stato il nostro passato recente, il tempo "gigante" come il giorno, quel tempo che in queste poche pagine sembra avere un peso schiacciante e enigmatico, in realtà non esiste, è un'illusione, e non esisterebbe nemmeno la differenza tra un passato e un futuro, veri protagonisti in absentia di questi versi (presenza-assenza esattamente come quella di un calco o di un fossile) se non ci fosse quel calore che migra secondo traiettorie di probabilità fra i nostri sguardi randagi; non esisterebbe quel senso profondo di potente distacco di retina di cui s'accorge questa poesia quando registra un guardarsi e fiutarsi tra generazioni e fra simili. Manchiamo tutti a un appello, non sappiamo bene a quale appello, però. In una poesia di clima elettorale leggiamo "e intanto tu chiuso rimani in casa / e rifletti in ascolto, secche le mani, // che c’è ancora chi ti chiede di battere / un colpo.": è un testo che per qualche via mi ha riportato a La giornata d'uno scrutatore, uno dei libri più belli di Italo Calvino. Nel componimento che parla di un invito domenicale dei genitori si legge una domanda che deve restare senza risposta: "Provare ad arginare la solitudine / adulta di chi, un tempo, / si era pensato alla vita: / chi, dunque, ha sbagliato tra noi?". Ma si prenda anche l'immagine del padre in un'altra poesia: "Di mettere gli orologi in avanti / è una delle manie di mio padre, / tutti, di tre o quattro minuti, non / abbastanza per cambiare le cose / ma solo per far salire / un po’ di angoscia / sempre." 

Che il tempo ci serva sempre meno, nella scienza com'anche in poesia? Non sappiamo cosa farcene se, anche da un testo come quello che scelgo per chiudere, emerge che il poeta ha finalmente rinunciato a una piena comprensione di tutti tempi probabili e possibili, rinunciato persino a un addomesticamento dello spazio di una vita (si badi: non più di uno "spazio vitale"), bensì di quello spazio che è una vita. Se la scrittura ha un qualche futuro, allora questo passa anche per l'abbandono di alcune sue certezze. E la poesia diventa un arco sempre in tensione che tira frecce in un giorno in cui, con un anagramma quasi perfetto e irresistibile tra nome e aggettivo, i treni diventano eterni "lungo la pioggia delle coste adriatiche", sui binari che guarda caso sono due, guarda caso sono due cose. Parallele.

5.

Il lavoro distrae, ma il lavoro
non c’è, e resta allora la fame,
spietata e pura, un trentatré giri
che stura il silenzio del mattino,
mentre il giorno è gigante
e mica lo fermi,
sale in sordina su quei treni eterni
lungo la pioggia delle coste adriatiche

finché è sera dentro le stanze
e niente, attorno, si è mosso,
come (ricordi?) belle statuine,
marce, però:
hanno i volti smangiati,
gli occhi venati di rosso.

martedì 20 maggio 2014

Francesco Targhetta a Treviso a Ca' dei Ricchi per "TRAversi 2"



Venerdì 23 maggio 2014 alle ore 21
Ca' dei Ricchi, via Barberia 25, Treviso
Rassegna di poesia "TRAversi 2" - a cura di Marco Scarpa
con Francesco Targhetta

Di Francesco Targhetta questo blog se ne è già occupato in un paio di circostanze, con la recensione al romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie e con una bella intervista rilasciata in seguito alla curatela in ebook per Quodlibet dei Fuochi d'artifizio di Corrado Govoni. Ora c'è la possibilità di ascoltarlo live a Ca' dei ricchi il prossimo venerdì 23 maggio, durante il nuovo appuntamento della rassegna TRAversi 2 curata da Marco Scarpa. Targhetta, che recentemente ha vinto il premio Antonio Delfini a Modena, situazione nella quale ha presentato una poesia che potete leggere qui, leggerà dagli ultimi componimenti e quasi sicuramente ci sarà lo spazio per divagare su Govoni, figura chiave e pressoché negletta della poesia del Novecento e della quale Francesco Targhetta è oggi, assieme a Paolo Maccari, forse il più importante interprete.

Altri link:
http://ipoetisonovivi.com/tag/francesco-targhetta/
http://www.minimaetmoralia.it/wp/author/francescotarghetta/

Francesco Targhetta (Treviso, 1980) ha insegnato per quattro anni a scuola, ha fatto un dottorato in italianistica a Padova (lavorando su Corrado Govoni, di cui ha curato la riedizione de Gli Aborti per San Marco dei Giustiniani e dei Fuochi d’artifizio per Quodlibet), ha vinto un assegno di ricerca (sulla poesia simbolista di fine ’800), ha scritto un libro di poesie (Fiaschi, Milano, ExCogita, 2009) e un romanzo in versi (Perciò veniamo bene nelle fotografie, Milano, ISBN, 2012). Ora è andato in loop e ha ricominciato a insegnare.

martedì 3 settembre 2013

I "Fuochi d'artifizio" di Corrado Govoni sparati in e-book. Un'intervista a Francesco Targhetta

Librobreve intervista #22


Chissà se il lettore dalla palpebra pesante apprezza gli e-book, chissà se gli e-book rendono la palpebra più o meno pesante. Finora se ne è parlato poco qui. Tanto vale cominciare, con un e-book quantomeno singolare. Invio le domande di questa intervista a Francesco Targhetta mentre è alle prese - così mi scrive - con la stesura della quarta di copertina per la nuova edizione dei Fuochi d'artifizio di Corrado Govoni da lui curata. Si curva tra i miei muscoli facciali un punto interrogativo: ma come la quarta di copertina? Il libro è infatti in uscita in questi giorni per Quodlibet esclusivamente in formato e-book, nella collana "note azzurre" diretta da Giuseppe Dino Baldi, Elena Frontaloni e Paolo Maccari. Proprio grazie all'interessamento di Paolo Maccari è oggi possibile leggere, in rosso e in verde, come prevedevano gli inchiostri dell'edizione originale, una delle opere principali dell'eccentrico poeta-contadino ferrarese. Introduco così questa chiacchierata, all'insegna delle improbabili "quarte di copertina degli e-book". E per citare il nome del file con le risposte giunto al mio pc: Govoni for president!

Corrado Govoni
LB: Andiamo diritti al sodo (e anche al soldo): perché fa bene leggere/rileggere Govoni e perché, a tuo avviso, l'editoria potrebbe iniziare a occuparsi di questo grande del Novecento con più sistematicità, senza troppi timori?

RISPOSTA: Leggere Govoni fa bene perché la sua è una poesia di continuo stupore, che nasce a contatto con le cose di ogni giorno e i paesaggi più familiari. I suoi versi esplodono di oggetti, colori, immagini, a cui solo di rado, nelle poesie più tarde, si aggiungono riflessioni personali e la presenza dell’io. In un tempo di iper-intellettualismo e iper-egotismo, una scrittura che lascia così tanto spazio alle cose e alla sensibilità del lettore mi sembra molto salutare. L’editoria ha sempre tenuto a distanza Govoni perché ha scritto troppo, stando (apparentemente) sempre in superficie. Troppo naïf, insomma, e troppo dispersivo. Lui se ne rese conto e subì l’emarginazione, sviluppando verso il mondo editoriale e culturale un’acredine violenta che di certo non gli giovò. Ma ormai è riconosciuto come uno dei poeti più influenti del primo ‘900. Fare ordine nella sua vastissima produzione non è facile, ma i grandi editori (a partire da Mondadori e da un auspicabile Meridiano) dovrebbero e potrebbero iniziare a lavorarci.

Il celebre Autoritratto
LB: Quando hai iniziato a posare gli occhi sul poeta di Tamara e come si sviluppa il tuo percorso govoniano? 

RISPOSTA: Govoni è un poeta che compariva (e compare tuttora), per la sua disposizione visiva e metaforica, in molte antologie delle scuole medie, e fu già allora che mi incuriosii ai suoi versi (quelli di Crepuscolo ferrarese, mi pare). L’approfondimento avvenne all’università. Mentre lavoravo alla tesi sulla simbologia religiosa nei poeti crepuscolari mi resi conto che le opere di Govoni erano introvabili; per consultarle dovetti andare alla biblioteca Ariostea di Ferrara. Un giorno andai in corriera a Tamara, dove una maestra locale mi portò a vedere la casa dove Govoni era nato e quella dove era vissuto prima del trasferimento a Milano, e poi un negozio di abbigliamento (di quelli piccoli, da paese di campagna: immensamente triste) che esponeva alcuni suoi libri in vetrina, disposti sopra abiti per anziane e sottovesti. Meraviglia. Lì cominciai ad appassionarmi alla figura di questo poeta-contadino del tutto fuori dagli schemi, e decisi di incentrare sulle sue prime quattro raccolte il mio progetto di dottorato.

LB: Proprio in questi giorni, in edizione e-book nella collana "Note Azzurre", Quodlibet pubblica i Fuochi d'artifizio da te curato. Ci parli di questo libro, che tra l'altro nel catalogo Quodlibet segue le Poesie elettriche uscite qualche anno fa? 
RISPOSTA: È il terzo libro di Govoni (che allora aveva appena 20 anni), ed è senz’altro uno dei più sconvolgenti, non solo perché uscì stampato con inchiostro verde. Offriva, nel 1905, una poesia mai sentita prima in Italia: visionaria e assieme provinciale, piena di errori e immagini scioccanti, tra liriche che descrivono in modo allucinato i pranzi contadini della domenica e fantasie macabre à la Rollinat (una quartina: «Una vedova in una stanza osserva attenta / la sua dentatura guasta in uno specchio. / Nella sala d’un ospedale un uomo canta / mentre i chirurgi gli cavano un occhio»), versi sulla nonna e vaneggiamenti di tisici, l’euforia della fiera e la tristezza dei conventi, e tutto assieme, senza nemmeno una divisione in sezioni. Si tratta, come cerco di spiegare nell’introduzione, di una specie di libro-labirinto, che costruisce sul caos e sul disorientamento il proprio stesso senso. Govoni divenne, dopo la pubblicazione, un caso letterario: molti, sulle riviste, lo criticarono aspramente fino alla derisione, sostenendo, con toni denigratori, che si trattasse soltanto dei deliri di un campagnolo un po’ tocco. C’era anche questo, eh. Ma non solo. Govoni aveva una conoscenza diretta e approfondita dei simbolisti franco-belgi che pochi altri in Italia avevano al suo tempo.

LB: Un altro libro di Govoni da te curato anni fa per San Marco dei Giustiniani è Gli aborti. Potresti collocare brevemente anche quel titolo? Qual è, a tuo avviso, l'opera più importante del Govoni poeta?
RISPOSTA: Gli aborti (1907) sono il libro successivo ai Fuochi. Marino Moretti, all’uscita della raccolta precedente, scrisse che Govoni, ai suoi occhi, non avrebbe potuto andare oltre, ma avanzò il sospetto che forse, in realtà, lo aveva già fatto. E infatti Gli aborti superano le oltranze dei Fuochi. Anzitutto perché riuniscono sotto lo stesso tetto due libri diversi (Le poesie d’Arlecchino e I cenci dell’anima: si tratta, quindi, di una doppia raccolta, la prima di soli sonetti e la seconda in versi liberi), e poi perché il furore visionario raggiunge apici impareggiabili. È un libro che oggi si definirebbe dark, con alcuni passaggi persino splatter, tutto concentrato a esplorare le zone d’ombra, le brutture, i canali di scolo, le creature della notte, e a riportarle sulla pagina deformate e sfatte. Govoni qua esaurisce il codice del decadentismo più noir elevandolo all’ennesima potenza. Ci sono vedove morte per annegamento, preti impiccati, ubriachi sgozzati, rospi, pipistrelli, fantasmi, mendicanti, malati, pazzi suicidi, città fatte di lupanari e obitori, mentre il sorriso dell’amata viene paragonato a «dei legumi gettati / dalla finestra del castello dentro la palude». Per me è un libro meraviglioso (in un’accezione quasi barocca, se vuoi): lo si apre a caso e si rimane incantati. Ma la raccolta più importante di Govoni, e nel complesso quella più riuscita, rimane L’inaugurazione della primavera del 1915.

LB: Ti chiedo adesso una risposta secca, poco più di un monosillabo: ci consigli anche il Govoni prosatore?
RISPOSTA: No. A Govoni mancava del tutto il talento narrativo. Nei racconti e nei romanzi si ritrovano le stesse immagini presenti nei versi, ulteriormente diluite.


Guido Gozzano
LB: "...abbassamento di tono apportato al verso tradizionale e la quasi parodia della rima ricca di tipo dannunziano o parnassiano". Poi, sempre Montale su Govoni, recensendo un'antologia curata da Spagnoletti: "Ho suggerito che probabilmente non si formerà una leggenda di Govoni.". Aveva visto bene? Se sì, perché? Il ponte (fondamentale?) tra Govoni e Gozzano, come si salda (se si salda)?
RISPOSTA: Uhm, dunque: l’abbassamento ci fu senz’altro, favorito da un mix di autodidattismo, irresponsabilità giovanile e marginalità provinciale (ma era anche nel dna di una nuova generazione). La quasi-parodia rimica mi convince meno: il contropelo ironico in Govoni manca. C’era in Gozzano, ma Gozzano fu tutt’altra cosa. E lo fu, come suggerisce proprio Montale in quella recensione, perché Gozzano era un poeta nella storia, che poté chiudere un periodo e aprirne un altro, lasciando ben visibili gli snodi, e con una notevole coscienza di sé. Govoni, nella fase più importante della sua produzione (1903-1915), agì di istinto, senza filtri. Leggeva e scriveva di getto, in furie grafomani che il suo Fondo testimonia. Ne è perciò rimasta un’immagine, e una poesia, più anarchica, meno inquadrabile, meno riducibile a formula; costretta, per essere spiegata, all’antologizzazione e all’epitome (come scrive Montale, con un giudizio critico che è diventato una condanna). Di Gozzano Govoni anticipò alcune immagini, prese a prestito dai francesi che leggevano entrambi, ma in comune non hanno nient’altro: la strada di Govoni è lirica e impressionistica, quella di Gozzano narrativa e prosastica.


Il libro curato
da Paolo Maccari
LB: Abbiamo già scritto e ripetuto che Fuochi d'artifizio esce soltanto in e-book. Quali idee e aspettative ti sei fatto in merito a questa scelta?
RISPOSTA: L’idea della pubblicazione digitale dei Fuochi era già nel progetto accademico originario che portò, nel 2008, a riproporre Gli aborti. Poi però, per varie ragioni, ci furono ritardi e non se ne fece niente. Grazie a Paolo Maccari, che aveva curato la riedizione delle Rarefazioni e parole in libertà (sempre per San Marco dei Giustiniani), Quodlibet si è interessata alla ripubblicazione del libro, mantenendo l’idea dell’uscita solo in e-book. E in effetti Govoni a me sembra un autore ideale da divulgare in digitale, non solo per la modernità e la stravaganza delle sue edizioni (i Fuochi sono un libro di 95 poesie stampate in verde e rosso: quale editore avrebbe mantenuto questi criteri su carta?), ma anche per l’interesse che dimostrò verso l’aspetto grafico della poesia (penso ai calligrammi delle Rarefazioni, ma non solo).

mercoledì 22 febbraio 2012

"Perciò veniamo bene nelle fotografie", il romanzo in versi di Francesco Targhetta



Francesco Targhetta ha scritto un "romanzo in versi", come recita il sottotitolo della copertina minimal di Isbn edizioni. Già qui ci si potrebbe trattenere a lungo. Ma la bellezza di questo libro è nel suo stare serenamente e spensieratamente incollato in questa forma abbastanza rara. Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn edizioni, pp. 248 - ma pagine di versi, perciò è un libro breve, un libro breve bello, perciò ne scrivo -, euro 19,90) è un titolo che nasce spontaneamente dal fatto che "non si muove nessuno qui", a richiamo, strategico per la narrazione, di quell'immobilismo che diventa specchio di un'angoscia impastata di ironia crepuscolare. L'autore è poeta, il suo libro dal titolo programmatico e bino di Fiaschi è sicuramente incubatore di questa scrittura che oggi possiamo apprezzare più estesamente. Non da ultimo è un eccellente curatore. L'esperienza del dottorato (nella vita in italianistica), chiamata in causa a più riprese nel romanzo (anche se qui il dottorato è di storia), nel suo caso è sfociata in una curatela de Gli aborti di Corrado Govoni per l'editore San Marco dei Giustiniani. Targhetta rimane poeta anche qui, nel romanzo: cercate certe rime interne irresistibili, certi innesti lessicali inaspettati che allargano il vocabolario senza mai essere stucchevoli (anzi, con una naturalezza che a tratti ha dell’incredibile), sentite battere i piedi metrici del suo verso, quando questo libro vi esploderà tra le mani, negli occhi e nei ricordi, meglio ancora se con l'autore condividete anche l'anagrafica oppure se avete figli nati in quell'epoca (Targhetta, trevigiano, è del 1980 e nella fenomenologia delle merendine che ci regala potrebbe riconoscersi trasversalmente una generazione, magari ridendo, sorridendo, forse un po' amaramente).

Pensavo a un testo dei Massimo Volume mentre mi avviavo a rapide falcate alla fine della lettura. Da qui, album Lungo i bordi del 1995 (precisione d'obbligo, l'autore è anche una felice penna di cose di musica): "Vivo in un posto dove tutto quello che accade / sembra accadere per caso / Una strada attraversa il paese / Il paese è quella strada / Nessuno ha scelto di vivere qui / Ma c'è qualcosa che ci trattiene / Perché anche se non c'è amore / a volte / a volte c'è qualcos'altro." Credo sia accaduto per quell'incatenarsi di luoghi e amore, di casualità-strade-vie (con una precisione toponomastica e topografica al millimetro), il senso di una fuga-rivolta etica e generazionale strozzata e quel "qualcosa che ci trattiene", nonostante l'assenza dell'amore, del lavoro (amore e lavoro, temi portanti e combinati nella tradizione musicale e poetica italiana!). L'amore non è protagonista in questo romanzo in versi, eppure è continuamente presente, quasi come calco, nei racconti della vita d'appartamento, negli angoli e negli scorci patavini, nei tramonti intravisti tra i palazzoni, nelle impeccabili descrizioni degli appartamenti universitari (provate a dire se non è così, mai due bicchieri uguali nello scolapiatti, certi cibi, certi odori), nei racconti delle chiacchierate con le puttane, nel battere e descrivere palmo a palmo la provincia trevigiana per una supplenza di terza fascia, nelle intersezioni con la musica (grande protagonista) suonata, ascoltata o comperata come il cd degli Wire prima di un ricevimento genitori.

Provate a leggere questo libro, provate a vedere se non riconoscete un urlo strozzato, quasi un'imprecazione contro le devastanti bettonelle che hanno soppiantato ovunque i sassi (…"le bettonelle ci annienteranno" / dirai allo psicologo un giorno), nei ferocissimi rapporti di vicinato, nell’aggressiva edilizia residenziale (in prosa abbiamo visto qualcosa di analogo nei temi, ma profondamente differente negli esiti, nel bel libro di Giorgio Falco, L'ubicazione del bene). C'è uno sguardo del poeta-romanziere tutto da scoprire su case, strade, palazzi, tramonti, segni della Prima guerra mondiale (quasi un palinsesto) mescolati magari a insegne di mobilifici prossimi al fallimento. E c'è sicuramente il rapporto con la generazione che è venuta prima, quella di padri e madri premurose che però hanno contribuito allo squasso. E non c'è psicanalisi che tenga qui, nemmeno tra generazioni, anche quando l'incontro tra queste avviene in quello strano crocevia che diventa una sala insegnanti. Per chi conosce queste zone del Veneto alcuni passaggi diventano presto indimenticabili. Come questo:

Percorrendo la statale per Feltre
all'altezza di comuni dipinti
di cartelli stradali, puoi trovarti,
sopra un cavalcavia, alla stessa 
altezza della scritta IperLando,
subissando mobilifici dismessi
che mimano, su sfondo prealpino, 
scenografie di film canadesi:
              senti, come una pioggia,
dall'auto e il finestrino abbassato,
il sapore del pino e della gaggia
mescolarsi al tarassaco di marzo, 
al bicarbonato, al denso smog
screpolato sui muri
e su case con parabole in terrazzo,
        e poco vale leggere 
pubblicità per averne indicazioni
sulla propria dispersione, perché
siamo dappertutto, ma più che altrove
nei bar per gli immigrati, in cabine
telefoniche reduci di guerra,
negli aerei di compagnie low cost
che falliscono nel pieno di un volo,
e ci sovrastano, a qualunque ora,
facendo angoli di quaranta gradi
   con i nostri tragitti provinciali -
ma essere fiacchi è un lavoro per altri, 
che a farlo ci troveremmo spacciati,
come gli uccelli contro le barriere
                   lungo le tangenziali.
Perciò percorri queste praterie
di outlet e benzinai self service:
per andarti a conquistare, al di là
di quaranta chilometri
             di frazione secessioniste,
uno spazio per caso svuotato
da una prof ruzzolata dal bus.

C'è anche un saper stare in equilibrio nel non facile tema del precariato in questo bel libro. Non era facile e va riconosciuto il merito all'autore di non aver impattato sul precariato zigzagante tra università e supplenze. Il terreno era scivoloso, il marketing del precariato, così vivace in ambito editoriale, era in agguato e solo la verità di certi versi l'ha aggirato, magari tornando spesso su quello che rimane, su quel che rimane ad esempio di un’amicizia:

   Dal treno, delle volte, come dalle
provinciali più trafficate, vede,
Teo, quei negozi di sculture
e di statue da giardino,
            i padri Pio con il dito punitivo,
            un putto che piroetta su cornucopie
            portafiori, le ninfe neoclassiche,
            e ancora anfore, vasi e colonne,
e gli cresce, furtivo, il sospetto,
                                   che sia meglio
stare fermi così, immobili, dentro
            e fuori, e poi, magari,
qualcuno si accorgerà com’è brutto
sanguinare, di nascosto,
     come le madonne.

La caduta verticale di questi versi che parlano ai sensi è in realtà un viaggio orizzontale nello spazio di una regione e di una ragione che fatica a collocarsi, a trovare il proprio adattamento ad un presente dalla pelle strinata, dove manca lubrificazione in tutti i gangli, è un’immersione in poesia e in storie che ci riguardano da vicino. Forse, se leggiamo questa bella sorpresa editoriale di inizio anno, anche noi

[…]      tutti torniamo a casa
    con le vene degli occhi
  che si abbinano meglio ai fanali
                   dei tram.