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sabato 7 ottobre 2017

"Nuove nughette" di Leonardo Canella

Nuove nughette di Leonardo Canella (pp. 84, euro 12) è il secondo titolo della collana "Ago" di Prufrock spa, inaugurata quest'anno da Esercizi di vita pratica di Gilda Policastro (in precedenza l'editore aveva pubblicato essenzialmente poesia). La collana, dal nome bifronte se letto all'italiana e all'inglese, si propone quindi come l'entrata della casa editrice nel discorso della prosa. Il nome tra l'altro è curioso e riuscito, come del resto le copertine di Roberta Durante: se in italiano sono fin troppo facili i rimandi tra ago-tessuto-testo, l'avverbio ago, in inglese, così connotato nel passato, punta in realtà decisamente i piedi nel presente che definisce l'estensione di quel passato. E se con il libro di Gilda Policastro quest'entrata nel giardino della prosa era ancora malcerta, nel senso che in quell'opera convivono poesie e prose brevi (talvolta brevissime come una twittata), nel caso di Canella siamo decisamente nel perimetro di una prosa breve, una nughetta per pagina di media. Per l'autore si può parlare di sequel, dal momento che queste nughette nuove seguono quelle già pubblicate da Guaraldi nel 2014 con il titolo di Nughette. 

Una nughetta è un testo che sa di essere quello, come una lettera, un testamento e forse una poesia. La fiction vera e propria è spesso un testo che fa anche finta di non essere quello, oppure fa finta di dimenticarselo, a meno che, dal punto di vista narratologico, si scopra che il narratore si autodichiari. La parola "nughetta" ricorre continuamente nel libro, con rimandi interni frequenti o addirittura al già citato libro di nughette del 2014. Un campionario? "E dire alla tv dall’Aldilà che una nughetta raccontata è più bella di una storia vissuta.", "Ma la nughetta 55 del nughettolibello 2014 dice che Giulia si è sparata nella culla.", "Ma ritorniamo a quel ‘divorzierebbe’ all’inizio della nughetta.", "E andare da Bruno Vespa e sorridere e leggere questa nughetta.", "Sto scrivendo questa nughetta in aereo così penso che forse anch’io oggi divento una bolla di fumo e cemento...", "Lui c'ha i quadri, io le nughette." o perfino "Ha letto le mie nughette e non mi saluta più." Il patto con il lettore è apparentemente semplice, il progetto di Canella è instradato in una cornice di serialità che lo accomuna a molta arte contemporanea. E comincerei da qui, ovvero dal fatto che la nughetta è protagonista di sé stessa, è un testo che sa di essere quello che è. E già dal campionario riportato è chiaro l'immaginario pop, scanzonato e persino irriverente che fa trapelare l'autore. Le inezie o la minima baia sono disposte in un congegno votato ad amplificare una realtà sporcata dalla scrittura. Il libro incomincia con questa qui, dove con "allucinatogeloso" fa la comparsa un tratto stilistico ricorrente di Canella, la parola composta e corsiva:
1. 
indovina cos’è questo!, e l’occhio del polpo che abbiamo appena mangiato giù per il lavandino ancora vivo mi guarda. Oggi è morto Robin Williams e secondo me giù per il lavandino c’è anche il suo occhio che mi guarda. Vivo. E allora cerco. Ma al posto dell’occhio di Robin Williams che mi guarda c’è una piccola matassa dei tuoi capelli e io capisco allucinatogeloso che TU mi tradisci e che quella è la SUA via di fuga. Non di Robin Williams e del suo occhio ancora vivo che mi guarda, ma del polpo. Che ti ha lasciato sulle chiappe dei segni di ventosa.
Dopo un percorso di oltre 50 brevi prose, termina con la nughetta seguente:
57.
ecco, se la Polly tornasse adesso mi troverebbe seduto in cucina davanti a youtube, due limoni, il Corriere, Dante, le nughette, la macchina digitale difronte, i piedi sulla sedia. Morto. Penso questo e penso però che questa nughetta falsa la mia posizione e che la Polly non mi troverebbe esattamente così. La scrittura sporca la realtà! mi grida dal freezer il pollo della Despar.
Questo modo di intendere e praticare la scrittura si pone frontalmente a certe derive spirituali o arcaicizzanti di una parte della produzione narrativa contemporanea. Se molti fotografi hanno capito che si deve fotografare quello che c'è e che tutto sta nell'inquadratura, Canella ci butta dentro il pollo della Despar, al di fuori di un meccanismo neocrepuscolare. Molti nomi di persona affollano queste prose, tanti accompagnati da quell'aggettivo giovanilistico "mitico", un tempo appannaggio di gerghi giovanili e ora in grado di portare con leggerezza tutti i significati della parola, in quanto scrigno di pulsioni relazionali e racconto, ad un tempo. E così accanto alla "mitica Polly" il lettore non mancherà di affezionarsi a un "mitico Delmy", "mitico Delby", "mitica Dildy", "mitico Omero" e "mitico ciclope" e molti altri, fino all'indimenticabile "mitico Oreste" della nughetta 18. Le sezioni sono cinque e già titoli "Inviti a cena" o "Letteratura e dintorni" la dicono lunga sugli scenari culinari che qui si potranno trovare e sulle considerazioni interne allo stesso ambiente (ma è un ambiente o cosa?) della letteratura, con le annate di RicercaBO a fare continue comparse tra le righe.

Il proponimento di Canella, ma anche quello dell'avvio di questa collana che ospita il suo libro, sembra quello di riportare all'attenzione le possibilità di una prosa che non si attorcigli necessariamente attorno all'ironia o alla leggerezza, ma che da queste rimane pervasa. Come già ricordato, questo libro decisamente pop arriva comunque come un elemento di rottura in un panorama di prosa che in Italia pare ancora fermo impalato agli anni Settanta, da più punti di vista (questioni non risolte o falsi problemi, autoinganni, immobilità della lingua compresa quella dei dialoghi, scenari più da cartolina che corrispondenti alla realtà sotto gli occhi ogni giorno). Di certo potremmo dire che certi drammi sono e saranno lontani da questi terreni e anche questa appare una scelta editoriale e critica precisa. Il dado (pardon, l'ago) è tratto e sarà interessante seguirne gli sviluppi possibili. Il punto, talvolta, potrebbe essere provare a intenderci su ciò che intendiamo con letteratura d'evasione oppure con "Dio cameriere" che troverete nella nughetta letta nel booktrailer seguente.




sabato 14 maggio 2016

sarebbe cominciato ancora tutto senza bisogno di parole: "Nella notte cosmica" di Roberta Durante

Ripescaggi #41

Questo scritto è già uscito nel sito "La Balena Bianca" giorni fa.

Un particolare del dipinto "Ascesa all'Empireo" di Hieronymus Bosch, che per un momento potrebbe far pensare a certe condizioni atmosferiche di Mara Cerri, fa da porta d'entrata a Nella notte cosmica (Luca Sossella Editore, pp. 88, euro 10, con CD audio di circa 30'), quinto libro di poesia di Roberta Durante da quattro anni a questa parte. Arriva dopo Girini (Edizioni d'if, 2012), Club dei visionari (Di Felice, 2014), Balena (Prufrock spa, 2014) e Susina (Edizioni d'if, 2015). Giustamente scivolante sulle paranoie che talvolta emergono circa la frequenza delle pubblicazioni di poesia - come se poi si potessero introdurre anche in quest'ambito le "quote latte" e come se la stitichezza di scrittura e una bassa frequenza di pubblicazione fossero necessariamente garanzie di qualità e ponderatezza - l'autrice sguscia fuori da questo nucleo di testi, accolti nella collana Vivavox, risospinta da una scommessa espressiva rara, in un gesto fonico e di immaginazione difficilmente riscontrabile in autori nati nella stessa decade (attenzione: parlo di decade e non di generazione, perché il termine mi sembra più asettico e meno compromesso nel "poetichese critico-editoriale" che piace tanto agli utilizzatori della formuletta “il più [aggettivo X Y o Z] della sua generazione”). Tra l’altro, c’è da dire che i diversi (brevi) libri citati si possono iniziare a leggere ormai in sequenza. La scrittura è traboccante di fantasia e moto perpetuo, è festa della parola in una singolare, straniante (a tratti persino paradossale) nostalgia di un mondo senza parole. Perché forse c'è da dire anche questo, in apertura: chi scrive questi versi usa la parola e lo sa fare meglio di molti altri, ma allo stesso tempo potrebbe prima o poi farne a meno, improvvisamente, senza alcun rimpianto e con pari consapevolezza di rinuncia e di resa davanti a una “una parola inesistente e fatta soltanto di luce”.

"sarebbe cominciato ancora tutto senza bisogno di parole" è il verso conclusivo di questo racconto (sogno?) di un viaggio spaziale tra terra, cielo e luna ovvero tra il pianeta, lo spazio di movimento dello sguardo e del corpo e il nostro satellite consigliere (e "Terra", "Cielo" e "Luna" sono i titoli delle sezioni del libro). E che fa la luna? “la luna con quella compassione d’astromadre / fece come per darmi la sua spalla / (non so come spiegare io la protezione / ma si capiva tutta l’intenzione) / e mi guardò con occhi dolci inesistenti: / quelli di chi mi avrebbe portata veramente sulla luna / senza alcuna fatica ma non per amore”. Questo triangolo di terra-cielo-luna, a suo modo comunque "amoroso", in cui insiste il congegno di lode del movimento e l'astronave-letto della scrittura conferisce un senso di circolarità al tutto, ratificato proprio dall'ultimo verso già ricordato. L'inizio è assenza di gravità. E forse sarà capitato anche a voi di sognare di volare, dentro una stanza o all'aperto, di provare stupore per la facilità con cui si svolgeva l'azione. E così si apre il libro e la sezione "Terra": “era la prima volta / che mi sentivo proprio nello spazio / aprivo e richiudevo le mie braccia / le gambe lisce come tazze / si aprivano nell’aria senza traccia di cammino: / facevo la Vitruvio distante anni luce / dalla mia gravità”.  Movimento archetipico il volo, certo, così come archetipici sono trama e ordito dell'opera, cuciti sul velo di Maya di un viaggio spaziale che si svolge in una "notte cosmica". Tuttavia, a dispetto del concetto di "ordine" cui rimanda qualsiasi "cosmo" o "cosmetica", è questo un viaggio in una notte “cosmica” di disordine, che spariglia continuamente lingua e pensiero, corpo e percezione, visione e movimento (“(la notte che era stata la mia vita)”, si legge in un verso). Ne nasce un’inedita sensazione di insufficienza e incompletezza del pensiero, di resa, come già ricordato poco sopra (oltre all'insufficienza e sostituibilità della lingua, di cui s’è detto). Ravviso in quest'esplorazione dell'incompletezza uno dei motivi di maggiore interesse di questa favola in versi: “non era mica male quest’apocalisse qua veloce / che dai miei nuovi cieli mostrava la sua ricreazione / ed io pronta com’ero già in partenza per la mia metanoia / mettevo insieme tutti i risultati: / divini di tempi diversi e quelli lunari e terrestri / raccogliendo in un unico cesto / tutto l’illogico possibile tutto lo scibile della demenza / (assenza di vita e di morte)”

H. Bosch, Quattro visioni dell'aldilà, 1500-1503 ca. (Palazzo Grimani, Venezia)
In quest'ascesa verso l'insufficienza e quindi in questa perlustrazione del limite del dire e del pensare, che a tutti gli effetti rappresenta una metànoia, nel senso del pensiero ma anche nel senso della retorica, cioè di continue affermazioni che si susseguono correggendo, rafforzando e indebolendo le precedenti, si flette e riflette la vocalità di chi ha scritto questo libro. E in questa visione che sembrerebbe tutta in perdita, così come avviene nei precedenti libri ricordati in apertura (e soprattutto negli ultimi due), anche il recente Nella notte cosmica punta il dito su un assetto in realtà meno rinunciatario della scrittura poetica, un'estensione di pensiero e pronuncia che prova a spingersi oltre il noto, dentro appunto una disarmata incompletezza di pensiero e sensibilità. Per fortuna siamo davvero lontani dalle tristi veline di poesia che talvolta si palesano a noi come un'emanazione seriale e reiterata di un novello MinCulPop poetico nazionale diretto da triumvirati o quadrumvirati a geometria variabile ma i cui vertici son meno variabili (talvolta, soprattutto fra i più giovani, è ravvisabile un'inspiegabile stanchezza del verso e dell'inventiva, una totale mancanza di coraggio che si riesce persino a far passare nei casi più spinti di malafede per "asciuttezza/freschezza" e allora soltanto adesso, per i fan del dato anagrafico, ricordo che l'autrice è nata nel 1989). Si incontra infatti tra queste pagine di poesie brevi, collegate tra loro in tante scene o pezzi, un gioco aperto con le aporie del pensiero e dell'immaginazione, con la lotta ingaggiata all'ubriacatura di pensarsi vivi nello spazio, fluttuanti, capaci di vedere e esser visti. Se questo libro è il racconto di un sogno (ma non lo è, anche se forse lo è… questa è un po’ la metànoia) allora il sogno è stato tutto ricordato e trascritto. Qui e lì affiora una paradossale nostalgia di un mondo senza parole, che tuttavia nella parola e nella sua irrinunciabilità trova il modo di inverarsi e ripetersi, e quindi il modo di far patire un inconsueto valore pedagogico di questa nostalgia. Sussiste il pensiero della problematica identitaria (“[…] in una lotta più lunga della vita / contro l’identità già fatta e già finita” oppure “sul finire continuo dell’infinito mio / al limite della mia luce / riflesso simile di mille me nell’atmosfera”) e altresì le continue risurrezioni da shapeshifter di celluloide, assieme alle insurrezioni ologrammatiche di un panorama cosmico sorvolato con un incosciente ritmo ragtime (“poco più di kebab / colava la mia essenza sulla terra”).

Il libro, unito al CD audio contenente la registrazione della lettura integrale del testo che fa l’autrice, può rappresentare un richiamo per chi desidera provare a disancorarsi dalla gravità e riprendersi il deliquio del buio, della paura totale (“paura” è parola fondamentale di tutto il testo), della sacralità di uno spazio cosmico (si avverte, secondo me, un tentativo di rielaborazione dell’ultimo Zanzotto, quello ancora tutto da percorrere nei Conglomerati). Appare quindi come danza circolare, com'è tutto circolare questo componimento, nel quale la luna ancora una volta fa la parte dello scrigno di pulsioni (“ma io sapevo che capiva / capiva da satellite;”) e, in fondo (ma quale fondo?), continua a giocare un ruolo così innestato nella tradizione, così saldo in questa, tanto da arrivare a tradirla. Significativo in tal senso il pezzo a pag. 63, da citare per intero: “mi feci forza sola che senza gravità / di fatto era più facile / e fu nuotando a rana sempre verso la luna / che cominciai a sentirmi uscire un gracidio / leggero come un filo da cucire; / andavo velocissima / ma mi ero fatta così piccola / che forse sulla strada sarei finita male / ma qui la cosa più vicina eran le stelle / e quando la distanza non ferisce / sparisce ogni pericolo”. Il verso nasce dalla paura di uno spazio sfidato e sfondato con le immagini, nel ritmo creato con reticoli fonici disseminati in un testo privo di virgole (ma non di due punti o punti e virgola), una fune tesa di paronomasie e onomatopee, in compagnia di vivi, morti e... mirto (sic!).

domenica 10 aprile 2016

"Nella notte cosmica" di Roberta Durante. Una nota di lettura a cura di Luca Rizzatello

Pubblico di seguito una nota di lettura scritta da Luca Rizzatello sull'ultimo libro di poesia di Roberta Durante intitolato Nella notte cosmica uscito qualche settimana fa per Luca Sossella Editore.


Cyrano de Bergerac, The Other World: History of the States and Empires of the Moon, 1657

Io sono nero di amore
né fanciullo né usignolo
tutto intero come un fiore,
desidero senza desiderio.

Mi sono alzato tra le viole,
mentre albeggiava,

cantando un canto dimenticato
nella notte uguale.
Mi sono detto: «Narciso!»,
e uno spirito col mio viso
oscurava l’erba
al chiarore dei suoi ricci.
1

La prima poesia di Nella notte cosmica, di Roberta Durante (Luca Sossella Editore, 2016) esordisce in medias res, ma questo lo si capirà soltanto alla fine; che poi è l’inizio; forse. Ciascuna poesia del libro, tripartito in Terra, Luna e Cielo, va intesa come una tappa di un viaggio che, va ribadito, non prevede una vera partenza, e non prevede un vero arrivo. È proprio il rapporto tra il vero e il finto (più che tra il vero e il falso) uno degli oggetti di analisi di uno sviluppo narrativo che si risolve, a un grado zero, in un dialogo (in effetti sui generis: ma qui nessuno aveva detto niente a nessuno/ il nostro era stato soltanto un gioco di sguardi, p. 602) tra chi ci racconta la storia – che chiamerò S – e la luna.
Un fremito percorse l’assemblea: Barbicane, cavatosi il cappello dal capo con rapido gesto, continuò il suo discorso con voce pacata:
«Non v’ha alcuno tra voi, onorevoli colleghi, che non abbia veduto la luna, e tanto meno che non ne abbia udito parlare. Non vi sorprenda se qui vengo a intrattenervi dell’astro della notte; forse ci è riserbato di essere il Colombo di questo mondo sconosciuto. Comprendetemi, secondatemi con tutte le vostre forze, io vi guiderò alla sua conquista, ed il suo nome si unirà a quelli dei trentasei stati che costituiscono il gran paese dell’Unione.
— Viva la luna! esclamò il Gun-Club ad una voce.
— Si è molto studiato la luna, riprese Barbicane! la sua massa, la sua densità, il suo peso, il suo volume, la sua costituzione, i suoi movimenti, la sua distanza, la sua parte nel mondo solare sono perfettamente determinati; si sono fatte carte selenografiche con una perfezione che pareggia, se pure non la supera, quella delle carte terrestri; la fotografia ha dato prove d’incomparabile bellezza del nostro satellite. In una parola, si conosce della luna tutto ciò che le scienze esatte, l’astronomia, la geologia, l’ottica possono apprenderci; ma fino ad oggi non è mai stata stabilita alcuna diretta comunicazione con essa.»3
Quindi: il viaggio di S origina da un desiderio, esaudito dalla luna; e le metamorfosi che seguiranno, necessitate per lo più da contingenze ambientali, saranno esse stesse delle estensioni del desiderio di metamorfosi, ponendo la questione di cosa sia in funziona di cosa:

soltanto lei sapeva come mi sentivo:
già carica di nulla
con tutto l’entusiasmo
di chi sospende in gioco l’incredulità
un teatro già vivo e già morto
una storia senza storia
un carnevale con tutte le mie facce4
(p. 12)

In contrasto con la finta umiltà del pellegrino Dante (che non è né Enëa né Paulo eccetera), S smania all’idea del viaggio (convinta ormai com’ero/ che senza gravità sarebbe stata tutta un’altra cosa, p. 23), nonostante gli avvertimenti della luna (che tu non creda – continuò/ che farti un giro senza gravità ti renda più leggera”, p. 15), che a questo punto visualizzo come un mash-up tra Virgilio e il Grillo Parlante5. Ancora: se il pellegrino Dante si deve mettere in viaggio per non farsi sbranare dalla lupa (che in altri termini significa che non ha scelta), S si trova a dover gestire un numero imponderabile di possibilità (mi volle più indecisa ancora e ancora senza scelta, p. 22).
Passarono le ore. Dorothy si sentiva tranquilla ma anche molto sola; il vento continuava ad ululare così forte che quasi l'assordava. In principio aveva temuto che la casa ripiombasse a terra, seppellendola tra le macerie, poi, visto che il tempo trascorreva senza che accadesse niente, decise che non era il caso di preoccuparsi ma di aspettare con calma gli eventi. Strisciò sul pavimento oscillante fino al suo letto, ci si arrampicò e si sdraiò, subito imitata da Toto6.
Nella sezione Cielo, che ha la funzione di raccordo – narrativo e teorico –, vengono descritte le procedure con cui avviene il distacco, non senza ripensamenti (mi fecero passare oltre la voglia/ la forma che pensavo fosse la vera materia/ che non fosse il caso pensai/ di ritornare piedi a terra a vivermi la vita in gravità/ continuando a temere non me/ ma le cose che erano tutte sparite?, p. 49). Sulle cangianti modalità del viaggio non dirò nulla, per non rovinare la sorpresa al lettore; dirò che l’individuazione di S si esprime in forma radicalmente creativa (in una lotta più lunga della vita/ contro l’identità già fatta e finita, p. 78), e prende le mosse dall’eventualità del non ritorno (attenta a non aprirmi a non disperdermi/ a perdere di nuovo tutta me in un attimo, p. 55)7.
Così, nella sezione Luna, scompare la luna, e compare il mirto (che, per mantenere in piedi l’analogia, potrebbe ricoprire il ruolo di Beatrice/Fata dai capelli turchini8). Quello che è accade, avendolo già visto, non so né posso ridirlo.
Ma allora, quando nomino l’oblio, riconoscendo contemporaneamente ciò che nomino, lo riconoscerei, se non lo ricordassi? Non parlo del semplice suono di questa parola, ma della cosa che indica, dimenticata la quale, non varrei certamente a riconoscere cosa vale quel suono. Dunque, quando ricordo la memoria, proprio la memoria è in sé presente a sé stessa; allorché invece ricordo l’oblio, sono presenti e la memoria e l’oblio: la memoria, con cui ricordo; l’oblio, che ricordo. […] Così abbiamo presente, per non dimenticare, ciò che con la sua presenza ci fa dimenticare. Dovremo quindi intendere che non si trova nella memoria proprio l’oblio in sé, quando lo ricordiamo, bensì la sua immagine, poiché la presenza diretta dell’oblio ci farebbe non già ricordare, ma obliare? Chi potrà mai indagare questo fatto? chi comprendere come stanno le cose? […] Supererò anche la memoria, ma per trovarti dove, o vero bene, o sicura dolcezza, per trovarti dove? Trovarti fuori della mia memoria, significa averti scordato. Ma neppure potrei trovarti, se non avessi ricordo di te9.

Note

1 Pier Paolo Pasolini, Danza di Narciso, in La meglio gioventù, Sansoni, 1954
2 analogamente [contiene spoiler]: il mirto mi guardava senza gli occhi, p. 83
3 Jules Verne, Dalla Terra alla Luna, 1865, capitolo II
4 nella poesia successiva, coerentemente, si legge: pensavo per esempio/ al bruco quello perfetto che sarei stata;
[…] e poi cambiare rotta con il volo/ farfalla se decido quando voglio; nella quarta dimensione che è il libro
Club dei visionari (Di Felice Edizioni, 2014), di Roberta Durante, alla poesia 27 si legge: sarei stata un bruco
perfetto […] mi attaccavo alle pareti/ per risalire pian piano a ritroso
5 una metamorfosi che disattende le speranze di leggerezza, a vantaggio della gravità, mi fa pensare anche a 
Apuleio, Metamorfosi, XXIV: dopo avermi ripetuto più volte tali assicurazioni, entrò tutta emozionata in quella stanzetta e prese dallo scrigno il vasetto. Come io l'ebbi fra le mani me lo strinsi al petto e cominciai a baciarlo pregando che mi facesse fare voli felici, poi, liberatomi in fretta di tutti i vestiti, immersi avidamente le dita nel barattolo e preso un bel po' di unguento me lo spalmai su tutto il corpo. Poi, agitando le braccia su e giù mi misi a fare l'uccello, ma niente: penne non ne spuntavano e nemmeno piume; piuttosto i peli cominciarono a diventare ispidi come setole, la pelle, delicata com'era, a farsi dura come il cuoio, alle estremità degli arti le dita si confusero, riunendosi in una sola unghia e in fondo alla colonna vertebrale spuntò una gran coda.
6 Frank L. Baum, Il mago di Oz, 1900, capitolo I
7 sul tema dell’indicibilità dell’esperienza, si confronti sul finire continuo dell’infinito mio/ al limite della mia luce (p. 40) con nel ciel che più de la sua luce prende/ fu’ io, e vidi cose che ridire/ né sa né può chi di là sù discende, Paradiso, I, vv. 4-6
8 che come tale fa sia tremare che piangere, p. 74
9 Agostino d’Ippona, Le confessioni, X, 16

domenica 13 dicembre 2015

Achrome in immersione: su "Stesura" di Manuel Micaletto

Ritengo che il modo migliore per dare notizia, almeno inizialmente, di Stesura di Manuel Micaletto (uscito a settembre per Prufrock spa, pp. 66, euro 12, immagini di copertina di Roberta Durante) sia riportare un brano dalla sezione centrale, quella che mi ha maggiormente colpito, per costruzione e scrittura. Il libro porta questo titolo e penso allora che si stendono molte cose, un colore, una crema o un testo. Pure un corpo abitato dal sonno è steso. La sezione di cui vi parlo si intitola creature del sonno (in ordine di grandezza):. Prima della lunga citazione, noto però questo: utilizzando un comunissimo strumento online per il conteggio delle parole in un testo e potendo contare anche sul file dell'impaginato del libro, troviamo che la parola "sonno" stacca enormemente qualsiasi altra in quest'opera. Siamo a oltre 180 ricorrenze, le quali distanziano davvero di molto un altro sostantivo frequente che è "buio" che si attesta sulla ventina, più o meno come "letto", "corpo", "occhi". Interessante è la discreta presenza di sostantivi come "zanzare", "risveglio", "morti", "balene", vicini alla decina di casi. Allora è abbastanza chiaro che Stesura è un libro sul sonno o quantomeno ossessionato dal sonno (dirlo in inglese, about sleep, o dire "circa il sonno", mi pare che per una volta renda più giustizia delle molte direzioni intraprese dal tema di questo libro, naturalmente per le valenze di about). E a dispetto del suo titolo, che richiama così fortemente i colori e qualche tecnica pittorica, Stesura è un libro straordinariamente povero di colori, ricorre piuttosto a "black" e "white", e diventa percorribile quasi come la superficie al caolino di un achrome, opere nate per immersione dunque e non per stesura di colore. Dopotutto sono note le vicende incerte dei colori nei sogni, nel sonno. I nomi dei colori qui registrano al massimo una ricorrenza ciascuno. C'è una parola che non ho menzionato e che ha quasi una trentina di occorrenze ed è "storia". (Vuoi vedere che questi aggeggi di analisi di frequenza lessicale se interrogati restituiscono dati interessanti?) A proposito di storia, di seguito riporto il brano annunciato, "le balene". Per questo testo, come per altre parti del libro, si potrebbero fare nomi presenti o passati, di poeti o romanzieri, italiani o francesi o americani, ma ho deciso che in questo breve scritto non ne farò nemmeno uno perché non penso ci debbano ossessionare le coordinate, una volta tanto. Così come non ha tutto questo senso ricordare la centralità del sonno in ogni epoca, letteratura, immaginario, religione. Va da sé.

1 . le balene


“gather’d in shoals immense, like floating islands”. il pezzo forte: e la taglia: le balene sono i pesi massimi del sonno. visitano le profondità, gli abissi, e similmente le vette. che le balene volino non è certo un mistero. che somiglino ai dirigibili, nemmeno. il ventre imbottito di elio, le atmosfere, l’alluminio: in una balena tutto, davvero tutto fa pensare a un dirigibile. perciò le balene galleggiano sulle nostre teste – ma come gabbiani, portate dal vento, senza muovere un muscolo. planano dalla ionosfera fino al nostro cielo, così basso, e vengono per noi. e noi a vederle piangiamo a dirotto, perché ci sembrano la pace. ma ciò che più ci intenerisce è la loro sbalorditiva somiglianza ai morti. e non mi riferisco solo alla coda, o alla pinne, ma a questa mania di spiaggiarsi, di finire il fiato. così, oggi, nessuno saprebbe distinguere il canto di una megattera da quello di un morto.
non è un caso, infatti, che gli antenati delle balene fossero mammiferi, e che venissero sulla terra per partorire. alcuni cuccioli scavarono tunnel fino al centro della terra, e col tempo divennero placche tettoniche. Altri restarono sulle rive, ed ora sono scogli. noi stessi siamo i discendenti dei primi cetacei, sfuggiti al riflusso delle acque, alle cieche mosse delle testuggini avviate al mare. non siamo enormi, è vero, ma siamo stanchi: e la stanchezza è un esito dell’enormità.
quel che importa delle balene: su di loro grava il silenzio immane del sangue. sono creature agoniche, stremate da una tenerezza terminale. tutto è vanità e un rincorrere il vento, certo, ma l’ago della bilancia trema ancora. e sui piatti non troviamo un soffio nel dio, ma un peso di balena, il tracollo delle acque. le sacche del diluvio pronte a esplodere, l’eredità dei nostri padri che precipita il perdono e ci scorta con la sua mole smisurata, ci tende la sua pinna caudale. il leviatano addomesticato. ed è vero, anche, che nessuno ha mai visto una balena, una balena intera, perché nessuno ha occhi abbastanza grandi. ma con gli occhi del sonno, gli occhi murati, capovolti come un calzino, allora sì. infine: è plausibile che le balene si radunino sulla luna con una certa frequenza, assieme a tutti gli altri oggetti. dall’oceano pacifico al mare della tranquillità, in un tonfo di sonno. e così spieghiamo le maree: quando le balene nuotano sulla luna le acque si ritirano, per poi alzarsi al loro ritorno. e si fanno carico del nostro sonno. il sonno di una balena è sempre spaiato, sacrificato ai polmoni, al respiro volontario. una veglia inesausta, lo stillicidio dei sommersi. poiché nel sonno non c’è peso. come nel mare, come sulla luna.


L'immersione nel sonno attraverso la scrittura sostiene queste prose non narrative che diventano invenzione a più riprese, ad ogni modulo o fase, ad ogni ingranare di ciclo. Non si tratta di un elogio del sonno o, peggio ancora, dei tanto incomprensibili elogi della lentezza. Nel caso di Micaletto vi è più verosimilmente la rifondazione di un devastato immaginario, cioè rifondazione di qualcosa che per definizione è legato alla veglia (quando non è addirittura "immaginario collettivo"). Non c'entra solo l'inconscio, per stavolta. Non più di tanto almeno. La cosa strana e debordante è che tutto avviene ripartendo dal sonno. E allora l'informatica, una cinetica da videogioco, le FAQ, il ctrl+5, il benchmark sono elementi primari di questa rifondazione che sventola un rinnovato ritmo circadiano, dello stile e della scrittura. Ecco, a me pare che questo libro pianti un tentativo meritevole d'attenzione e un'intima necessità di esserci proprio in questa rifondazione, perfettamente inserita in molte tradizioni novecentesche e al contempo perfettamente nuova, innovativa. L'autore, lui sì davvero giovane (è nato a Sanremo nel 1990), stende allora una scrittura che è primariamente interrogativo biologico sulla propria essenza, persino sulla propria utilità, all'altezza/bassezza dell'A.D. 2015. Insomma, non è più vero che chi dorme non piglia pesci.

(Chi desidera leggere Il piombo a specchio, opera prima di Micaletto, può andare qui. In chiusura invece il booktrailer di Stesura.)



martedì 10 novembre 2015

"Il pianto dell'aragosta" di Marco Simonelli (per non fare la fine di Dj Super X)

Molti lettori e critici spesso si soffermano a parlare di erudizione e "poesia colta" nel caso di Marco Simonelli. Al toscano di Firenze, "toscano maledetto" pure lui secondo l'antologia curata da Raoul Bruni, in effetti riesce persino di rubacchiare un sapore da Cino da Pistoia. Scrivere poesie è sempre un saccheggio, dilapidazione di un patrimonio ritmico e immaginativo; è furto, anzi rapina a volto scoperto, ma mai sequestro. Questo a maggior ragione se siamo d'accordo, con Goffredo Parise, che in poesia non ci sono eredi. La perversione e l'illecito di queste azioni, se ben orchestrati, sono spesso sorgente di grandezza del testo. E in ogni gesto davvero creativo ho sempre intravisto inoculato un germe di amorevole contemptus, sia del mondo che dell'altro da sé, che - attenzione - è ben lontano dallo snobismo di qualsivoglia tipo. Un problema, ma neanche tanto grande, è quando la poesia si fa coincidere col mondano e il personale oppure viceversa. Ma non è un discorso così interessante, secondo me, e ne accenno solo perché è un discorso che va per la maggiore anche fra chi crede di essere immunizzato contro questi capricci della ragione. Oppure può essere un problema quando, per promuovere la poesia, si lavora su determinate categorie pretestuose, in modo schifosamente surrettizio. Spesso, nel gran "Superclassifica Show" che è diventata la sempiterna "giovane poesia", si aspetta sempre un Dj Super X o un Maurizio Seymandi che dica fino a che punto una poesia arriva (arriva al lettore, arriva in classifica), magari dopo averla confezionata all'interno di un bel pacco (da leggersi in quasi tutte le accezioni della parola "pacco"). Il problema, volendo proseguire, è quello della ricezione, palesatosi nella notte dei tempi e messo in bella copia anche dalla coppia Iser-Jauss della Scuola di Costanza. Ma un altro problema, non meno importante e forse ancora più grande, è quando una poesia davvero parte. La partenza, differentemente dall'arrivo, ha in sé l'attesa di un tragitto che non è necessariamente dato per sempre. Inoltre la partenza assomiglia di più a una domanda che a una risposta. E a me interessano le domande.

Tutto questo per dire che ciò che sempre mi colpisce è l'orecchio di Marco Simonelli, perché di là passa la sua vera partenza. Una forte e nitida impressione in tale direzione si ricavava da Poesie d'amore splatter pubblicato da Sartoria Utopia in tempi recenti, ma si ritrova inalterata anche ne Il pianto dell'aragosta (edizioni d'if, pp. 56, euro 16), che assieme a La susina di Roberta Durante, inaugura la nuova collana "i miosotìs - Seconda Serie" di questa casa editrice napoletana, alla quale va ormai riconosciuta una posizione di rilievo nel panorama dell'editoria di poesia. Dicevo dell'orecchio perché è l'intero campionario delle stratificazioni e associazioni foniche che fa della poesia di Simonelli un mantice sempre pronto a soffiare sulle concatenazioni e sulle arsure del racconto e sulle gelate dello sguardo, anche in due terzine come queste di Previsione pioggia ("[...] Tu sapevi che in questi casi è utile/ indossare abiti sportivi, il corpo comodo,/ vestirsi a strati per poi spogliarsi in fretta.// Uscisti presto e non ci salutammo./ Aveva piovuto tutta la notte./ Io mi svegliai più tardi.[...]" o nell'attacco di Probabilmente un passero ("[...] La domenica lo porto sempre al parco/ due tiri col pallone all’aria aperta./ Ma poco prima di tornare a casa/ lui nota qualcosa sotto un albero/ mi prende per la mano e s’avvicina./ Un uccellino caduto giù dal nido. [...]"

Sono poesie narrative quelle che si spalancano sul bestiario in avvio, ma trattengono questa caratteristica anche nelle successive sezioni "Cortesie per gli ospiti" che contiene il testo uscito poco fa in Ora di Chiusura (La collana Isola) e "Il settimo anno". Insomma, sono episodi. Chi è familiare con le etimologie ricorderà quella di "episodio", cioè qualcosa che entra in scena, sopraggiunge, indipendentemente dal soggetto. La parola "episodio" conserva oggi il suo enigma, ovvero il porsi come qualcosa di incidentale ma cruciale nel corso di una narrazione o di una vita. Tra i lessemi più ricorrenti ci sono "tempo", "casa", "pianto" (sin dal titolo, anche se apprendiamo che quel pianto dell'aragosta non è propriamente un pianto), e poi "mano, "occhi", "sonno" e "mattina" (in poesia provo sempre un interesse al sommo grado per il decidersi tra mattino/mattina). C'è una felice alternanza tra luoghi chiusi e aperti. Javier Marías scriveva che "si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato". Nella poesia non può esserci verità, come non può esserci in un quadro, in una foto. Forse in una musica sì. La verità, se esiste, è sempre nascosta, fuori dal controllo di chicchessia e in queste poesie è come se fosse incorporata una convinzione che ha circa questi connotati. Non dovremmo mai più pensare alla verità come ad una risposta, bensì come ad una riformulazione diversa di una domanda. Così anche quando ci affacciamo su dei versi. Questo si ricollega al discorso sulle rapine in poesia: si ruba, per riformulare con una nuova poesia una domanda che proviene da altre poesie.

Dj Super X di Superclassifica Show
Con questo nuovo breve libro Marco Simonelli conferma il valore di un lavoro che prosegue da anni e una ricerca che necessariamente abita al di fuori delle galassie nane sulle quali si è a volte cercato di alloggiare il suo versificare (ad esempio quella omosessuale, quella del performer o del poeta pop che giustamente elargisce la propria apologia per Wanna Marchi). A volte si ha l’impressione, soprattutto in un paese omofobo, maschilista e arretrato come l’Italia, che queste galassie e categorie incanalanti vengano elevate, per contrasto, a mera strategia promozionale da quattro soldi. Tutto ciò è alla lunga fastidioso, inutile forse, pernicioso. Un appello, insomma: non fatelo più. Se avete voglia di leggere poesie come queste, fatelo senza troppe sovrastrutture, per quanto possibile. Ne trarrete un maggiore godimento. E ricordatevi del gatto Oscar, della sigla del Supertelegattone Sono il gatto sul tetto che ascolta tutto come fosse la prima volta (fatelo senza sovrastrutture antiberlusconiane, per una volta, se possibile, passiamo oltre, anche se so che è molto difficile). Concludo con un altro gatto di nome Asdrubale.

Asdrubale

Avresti fritto pure una ciabatta:
sarebbe stata asciutta
croccante calda e friabile
come i tuoi fiori di zucca.

Le tue mani significano cibo
le osservo attentamente quando posso
sono piccole, vecchie, farcite dalle rughe
mentre mescolano il manzo macinato
con l’aglio col formaggio e il pangrattato
e aggiungono un ciuffo di prezzemolo tritato.

Asdrubale passava al pianerottolo
gatto vecchio, lentissimo ed obeso:
un occhio cavo perso in una lotta
e un tumore in vista alla mascella.
Non sempre ci riusciva, quella bestia
a scendere le scale e farla nel cortile.

Un giorno lo trovarono nel prato
sembrava addormentato, poverino
aveva terminato l’agonia tutto da solo
non voleva lo sentissero nel rantolo;
la morte per i gatti è un fatto personale
se ne voleva andare senza disturbare.

Gli preparasti apposta una polpetta
friggendola con spugna naturale.
Lui ti leccò le dita, forse a ringraziarti
di quel boccone buono, offerta dell’addio.
Faresti lo stesso con me
se al suo posto ci fossi io.

martedì 19 maggio 2015

Prufrock's Party a "Bologna in Lettere 2015" sabato 30 maggio

Segnalo questa iniziativa a cui prenderò parte, assieme ad altri autori della casa editrice Prufrock spa:

Sabato 30 maggio ore 19:30
Cortile Cafè, Via Nazario Sauro 24/B - Bologna

PRUFROCK’S PARTY/1: 
SEI POESIE DA METTERE AL MURO
manifesto 50 x 70 cm con testi inediti di Andrea Lorenzoni, Giusi Montali, Alberto Cellotto, Roberta Durante, Daniele Bellomi, Klaus Miser

con Luca Rizzatello, Edizioni Prufrock spa 

(nell'ambito della rassegna "Bologna in Lettere 2015",
il cui programma completo si legge qui).


Andrea Lorenzoni 
Poeta e cantautore. Nato nel 1985, vive a Bologna. Autore del libro di poesie “Parlo dentro” (Edizioni Prufrock Spa, 2012) e leader della band Divanofobia con cui ha pubblicato l'album “I fantasmi baciali” (2013) . Fa parte del gruppo di poesia Lo spazio esposto.

Giusi Montali 
Nata a Carpi nel 1986. Nel 2011 si laurea in Italianistica presso l'Università di Bologna con una tesi su Amelia Rosselli. Nello stesso anno partecipa a diverse letture presso gallerie d'arte, librerie e locali e prende parte a diverse attività culturali di Bologna. Nel 2013 pubblica la raccolta Fotometria per le edizioni Prufrock spa ed entra nella Giuria del Premio letterario Anna Osti. Dal 2014 cura assieme a Luca Rizzatello la rassegna Precipitati e composti che intende promuovere l'iterazione tra composizione poetica e musicale. Collabora con Lo spazio esposto, archivio online di video-interviste a poeti contemporanei, e con la casa editrice Prufrock spa. Ha scritto articoli per il blog di letteratura Blanc de ta nuque. Attualmente sta svolgendo un Dottorato di Ricerca presso l'Università di Pavia in Filologia Moderna. Sue poesie sono pubblicate su 'Poetarum Silva' e 'Poesia 2.0'.

Roberta Durante 
Nata nel 1989 e vive a Treviso dove insegna e scrive per "La Tribuna". Ha pubblicato Girini (2012 edizioni d'if, Premio Mazzacurati-Russo, finalista Premio Montano), Club dei visionari (Edizioni Di Felice, menzione d'onore Premio Anna Osti) e Balena (Edizioni Prufrock Spa, Bologna) da cui è nata una sonorizzazione che insieme ad altre è fruibile su www.gabrielefrasca.it.

Daniele Bellomi 
Nato a Monza il 31 dicembre 1988. Si è laureato in Lettere Moderne nel 201 4 presso l’Università degli Studi di Milano e risiede nei recessi del blog/progetto plan de clivage. Suoi testi, online, su «GAMMM», «Nazione Indiana» e altri; in rivista, su «il verri» (n°50, 201 2) e «Trivio» (n°1 , 201 3). Vincitore del Premio Opera Prima 201 3, pubblica lo stesso anno il suo primo libro ripartizione della volta, co-edito da Anterem Edizioni e Cierre Grafica. Nel 2015 pubblica il libro Dove mente il fiume, edito da Edizioni Prufrock spa. Lavora a Milano e abita dove tutto è stato preso.

Klaus Miser
Lontananza dall'ambiente poetico mainstream e ricerca di permeabilità virale. Da circa un decennio le poesie di Klaus Miser si aggirano in circuiti inconsueti bar, gallerie, festival e circuiti indipendenti, con un centinaio di reading, spesso con artisti visivi o dj, dai queer party (PornFlakes, Degender...) alle radio, dagli slam poetry agli spazi occupati all' Historischer Kataster di Berlino. Nel Marzo di questo anno ha partecipato al Festival Scanner in reading con Carlo Bordini. Nello stesso mese, sue poesie sono state esposte al Cocoricò di Riccione. Sue righe sono apparse su numerose riviste digitali e non, come "Rivista di Critica Letteraria" e in "Paesaggio Italiano" Sossella Editore. Pubblicazioni: Kill Your Poet (Galleria FragileContinuo), PescaraBabylon, illustrato da MP5 (Isola) e in pubblicazione in maggio 2015 Non è un paese per poeti, Edizioni Prufrock spa.

mercoledì 1 aprile 2015

da "dove mente il fiume" di Daniele Bellomi

Una poesia da #49


Pubblico di seguito una poesia tratta da dove mente il fiume di Daniele Bellomi (Prufrock spa, pp. 80, euro 12, copertina di Roberta Durante). L'autore, nato a Monza nel 1988, ha consegnato alle poesie e alle prose finali di questo libro una proposta risoluta di lirica. Categorie come sperimentazione forse non dicono più di tanto, in poesia come in musica o altrove. Se ci accontentiamo di pensare la musica di Edgard Varèse come "sperimentazione" ci perdiamo l'altra faccia della luna. Ogni tentativo di scrittura, poetica ma non solo, è sperimentazione e allo stesso tempo un'orazione nei solchi e nei mucchietti di foglie della tradizione. "dove mente il fiume, un fiume qualsiasi direbbe cose da dire, cose che andrebbero parlate e dette e riferite solo e soltanto dove mente un fiume, perché le cose da dire, non solo quando un fiume mente, ma anche quando è fermo, e pare quasi non si muova, andrebbero parlate e dette solo nel caso in cui il fiume stesso abbia deciso di mentire. [...]" Una delle migliori definizioni di segno che ho trattenuto dalla lettura del Trattato di semiotica generale è "tutto ciò che può essere usato per mentire". Senza essere troppo manganelliani, la menzogna ci può portare oltre quello che già sappiamo e questo potrebbe provare a fare la poesia. Vedete, a me sembra che spesso le poesie che "piacciono" o "funzionano" siano quelle che confermano qualcosa, una credenza, una percezione, uno sguardo, un taglio di luce. Più passa il tempo, più mi accorgo che questo è solo il punto di partenza, di più mi interessa se un testo, partendo anche da un terreno comune che non può che essere, per forza, un terrain vague, mi porta oltre, mi trasporta, come mi capita leggendo, ad esempio, "quando un fiume mente la luce appare quasi disboscata, frana, percorre il proprio moto, quasi come niente fosse, quasi come niente stesse per mentire." Il tentativo che mette in morsa questo volume, sia in poesia che in prosa, è comunque più sfaccettato, duale, com'è il rapporto tra fiume e alveo, nel fondo contraddistinto da una convizione (eraclitea) che la strada in salita e in discesa è una sola e la stessa, illuminata da una luce che è "passatempo o egemonia".


dispose


parte la guerra dentro un margine di fuga, per dove manca,
sarà forse il marker del sangue che non c'era prima, preso
dentro a fare sfogo di se stesso. prendono a non guardare
più nel primer dello specchio: quello che resta è solo guerra
quando se ne andranno, pregando che tutto sia finzione,
disposti al ritiro degli assalti laterali. hanno una funzione:
arrivano diretti alle sorgenti radio, al solo prezzo reso
ormai possibile. passerà, dalla capienza al taglio netto
col presente; passerà, se dai terreni di coltura provano
il rilascio dei batteri, battery, catalizzando i resti dove
niente potrà essere di nuovo; passerà: circonderanno
le pianure per emettere un segnale, conosceranno
meglio la condensa dei campi, la frequenza dei carri,
ed archi, arches, protesi a fare voti irradieranno punti
vitali e non dissimili da gabbie, gathering. passerà, come
una spiegazione a caro prezzo, verrà per liberarci
di ogni cosa. funziona, per impulso, in ogni storia.

mercoledì 3 dicembre 2014

Roberta Durante, "Club dei visionari"

Le note critiche del premio letterario "Anna Osti"











Terzo appuntamento della miniserie di cinque post dedicati alle note critiche ai libri premiati o segnalati all'ultima edizione del premio letterario Anna Osti. Ringrazio i promotori del premio e i singoli autori di queste note. Ospito oggi il testo che Francesca Gironi ha scritto per Club dei visionari di Roberta Durante (Edizioni Di Felice, 2014).

Club dei visionari, di Roberta Durante, può essere letto come un diario di viaggio, scritto a esperienza compiuta. Nei cinquantadue brevi componimenti in cui è articolato, si susseguono tentativi di perlustrazione, o mappature dell'ambiente circostante, come a voler misurare le possibilità e la resistenza dello spazio – dell'immaginazione e del testo – attraversato (2, sembrava non essere mai stati a Firenze | le strade di brodo | e ogni due passi eravamo persi; 8, cercavamo bici a noleggio sulla Schönauser Allee | quando abbiamo girato l'angolo | una scritta enorme: LIEBE; 12, di solito il castello era abitato da gatti | quella sera ci fermammo lì a dormire | e i gatti ci lasciarono in camera un topo morto), in uno stato di coscienza collocabile tra il sonno e la veglia (38, non ero mai stata a Modena / ma quella notte mi ci persi | mi addormentai mezzora | nel bookshop di un castello | quando mi svegliai corsi a ritroso verso la stazione: | l'unico riferimento era un parco dove c'era la statua di un pupazzetto | illustrato in un libro di Rosemary Wells | Una mamma speciale). Se lo spazio è costellato di elementi che lo rendono incoerente nella logica della coscienza vigile, il tempo del racconto si riavvolge puntualmente in maniera ambivalente, muovendo insieme personaggi e scenario (20, ballavo magrissima in una tuta bianca | giravo la manovella | e ripetevo la storia: | ballavo magrissima in una tuta bianca | inseguivo un coniglio),come un nastro di Möbius (52, quando spostammo il letto | (perché si dorme con la testa a nord) | ricominciai finalmente a sognare | (ma tutto al contrario).

Francesca Gironi

lunedì 13 ottobre 2014

"Balena" di Roberta Durante

Della poesia di Roberta Durante mi è già capitato di parlare altre due volte. Stavolta mi limito a dare notizia di questo libro appena uscito, Balena (Edizioni Prufrock spa, pp. 46, euro 10), a mostrarne l'innovativo booktrailer in chiusura di post e ad affermare che non avrebbe senso, per un libro che presenta un numero contenuto di testi, pubblicarne online un terzo o addirittura la metà, come fanno alcuni lit-blog, senza porsi troppi problemi nei confronti di chi i libri pensa anche a venderli. E colgo l'occasione per dire che va preservata una considerazione per il lavoro editoriale che passa anche attraverso queste forme d'attenzione: non è possibile che per pubblicare due testi di un libro di Mondadori si debbano fare richieste macchinose, mentre per pubblicare 11 testi di un libro che ne contiene 21 di un cosiddetto "piccolo editore" nessun autore di blog si ponga mai l'interrogativo se quello che sta facendo è un'azione opportuna. Il confronto non regge. Da qualche parte c'è qualcosa che non va. E non sto intraprendendo leziosi discorsi di copyright. Alcuni problemi dell'editoria in Italia inizieranno forse a sciogliersi quando abbandoneremo aggettivi dimensionali davanti alla parola "editore" e torneremo a parlare di chi editore prova a esserlo davvero e chi fa finta di esserlo, scoprendo la differenza tra chi "stampa e distribuisce" libri e chi "fa e progetta" ancora i libri. Certo, la dimensione conta sempre. Ma nell'editoria il problema dimensionale inizia un po' a rompere le scatole e forse la sua centralità è pure ad un punto di non-ritorno, quantomeno di messa in discussione. L'editoria è più un fatto di logistica nel senso più basso e più alto del termine. 

Ma questi discorsi sono una palla. Le poesie di Roberta Durante invece non sono pallose, anzi, ed è bella la palla in copertina con la balena ocra dentro. Se con il primo libro, Girini, si percepiva un orecchio già pronto ad accogliere rivelazioni sonore, se con il recente Club dei visionari si intuivano anche l'occhio e l'iride dell'autrice capaci di credere in quel che non vedevano e di vederlo addirittura meglio, in questa sgusciante nuova prova salutiamo un libro dove il cinematografico montaggio ritorna a essere centrale e ad aggiungersi come nuovo occhio. Vi lascio al booktrailer. Se volete farvi un'idea dei testi, una piccola scelta è apparsa qua. 

domenica 24 agosto 2014

Al "Club dei visionari" di Roberta Durante

La poesia di Andrea Zanzotto Là sul ponte, contenuta in Dietro il paesaggio (1951) inizia così: "Là sul ponte di San Fedele / dove la sera abbonda / di freddo fieno / e dove la pioggia raccoglie / tutte le sue vele madide / c'è da ieri una fanciulla bionda / che ha un nome come una corona / e che ha perduto per sempre / una mano per salutare una rosa". Ora prendiamo la prima poesia di questo bel Club dei visionari di Roberta Durante (Treviso, 1989) pubblicato da Di Felice Edizioni (pp. 80, euro 12, postfazione di Gabriele Frasca): "aspettavo un segno: / un fiore che cadendo dall’alto / mi bucasse la testa per crescere dentro / e uscirmi dagli occhi tra i denti dal naso / e io con la faccia (per una volta) / fare il vaso". Non parto con questo raffronto per ricordare e ricordarmi che l'autrice ha sicuramente letto in lungo e in largo Zanzotto. Questo era già evidente in Girini, opera prima pubblicata dalle edizioni d'if di cui abbiamo parlato qui. Piuttosto mi interessa spostare lo sguardo su come certa poesia surrealista continui a lavorare dentro, a creare dei nonsense vivificanti (la mano persa in Zanzotto, il fiore che buca nella poesia di Roberta Durante, con quel vaso che potrebbe ricordare persino la terzina dantesca di Paradiso, I "O buono Appollo, a l'ultimo lavoro / fammi del tuo valor sì fatto vaso, / come dimandi a dar l'amato alloro."). 

Sono 52 testi brevi a popolare questo Club e si susseguono come dei ritagli (clip) che ci portano in luoghi e stagioni diverse. Sta nell'immaginario nuovo emergente da questa poesia, a mio avviso, la novità più bella che ci propone il libro. La versificazione si immerge in immagini di visionari, per l'appunto, puntellate da un frequente ricorso al verbo all'imperfetto che situa le scene raccontate in un orizzonte che è quello del fotogramma, del frammento, di un tempo che si chiude spesso con qualcosa di negativo o avversativo (versi conclusivi spesso introdotti da un "non" o da un "invece" o un "ma") "era saltata l’estate / era già tempo di piogge sparse e buio presto / lanciavo sassi alle stelle per rompere il vetro / e fare più luce / ma niente non ti trovavo da nessuna parte" dove quel "buio presto" è così prossimo a "buio pesto". Quasi paradigmatico questo testo, un po' più lungo della media:

32

mi esibivo ogni sera in un locale da spogliarellisti
sulla Avenue Trudaine a Montmartre
ma non c’era mai nessuno:
di fronte stava il Moulin Rouge sempre pieno
una mattina invertii le insegne dei locali
e quella sera il mio posto era colmo di gente
io non mi esibii più per l’imbarazzo
ma la gente applaudiva beveva
era molto felice e tutti si divertivano


Alcune delle osservazioni registrate sopra si possono ritrovare nei due brevi testi che riporto di seguito, anche per dare al lettore una maggiore apertura angolare sul libro:

8


cercavamo bici a noleggio sulla Schönauser Allee
quando abbiamo girato l’angolo
una scritta enorme: LIEBE
e i cani che si voltavano
quando li chiamavamo con nomi a caso

15


mentre tiravo il sipario
un imprevisto un incubo
il rosso si era sciolto e il pubblico vedeva tutto:
non ci credeva più nessuno


Mi pare evidente che c'è racchiuso in questo libro e in queste poesie un portato di rinnovamento dell'immaginario poetico degli ultimi anni, che se non altro agisce nella sua qualità di promessa. E ce n'era bisogno, perché certe scene o certe utopie iniziavano ad essere trite. Si sente, leggendola, che Roberta Durante ha fatto ampiamente proprie certe agglutinazioni foniche di Zanzotto e di Caproni, e questo è già un punto di partenza che annulla sé stesso e quindi un mancato punto di partenza: né più né meno ciò di cui ha profondamente bisogno la poesia. 

45


mi infilavo le mutande
che erano evidentemente ben affilate:
finivo a terra ma in due parti
due pezzi di me totalmente inutili


Aspettiamo il prossimo libro che uscirà per le edizioni Prufrock spa. Non dovremmo attendere molto e un'anticipazione è già qui, sotto forma di alcune cartoline teaser che andranno a comporre il mosaico della copertina del libro intitolato Balena. Gabriele Frasca, da tempo vicino auscultatore della poesia di quest'autrice, ci ricorda in un passo efficace della sua postfazione che "Roberta Durante, se vuole, frequenta la festa della lingua, e lo sa fare: ne ha dato prova nella piccola raccolta d’esordio (Girini), e in modo ancora più torrentizio in quelle che lei definisce «clipoesie» (al momento s’intitolano Livelli), alcune delle quali si possono fortunatamente ascoltare in rete, nella nenia avvolgente in cui lei stessa le dice. Sono radioechi, le «clipoesie», ci danzano intorno per identificare la sfoglia di carne che dovrebbe supporci contenuti, quando invece siamo imbozzolati altrove. La festa della lingua che ripercorre la soglia fra la veglia e il sonno è sempre una poesia del «tu», e se ripete «io» è perché ricerca nel «tu» il soggetto della sensazione. Vuole insomma ridestare il corpo, ricordandogli che è embricato a un altro. Qui, invece, c’è poco da dire: si punta al rebus del linguaggio (nel quale l’«io» puntualmente si smarrisce), al «bruco perfetto» (27), e si frequenta dunque più sfacciatamente il silenzio del sogno, quello che ci scorge ogni volta desti nel mare del senso, e armati di quell’unico remo che al più ci farà girare in tondo (29)."