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mercoledì 22 luglio 2015

"Nuovi giorni di polvere" di Yari Bernasconi

Il segmento testuale "uno dei più..." che si trova sovente nelle quarte di copertina o in altri paratesti sta diventando quasi un tic e sarebbe davvero curioso tentare una statistica lessicale in merito. L'avrò usato anch'io su queste pagine, e spero soltanto di averlo fatto in momenti di poca lucidità e poca fantasia. All'espediente però non sfugge nemmeno un decano come Goffredo Fofi il quale, nella nota a Nuovi giorni di polvere (Casagrande, pp. 96, euro 18 - CHF 20), parla di Yari Bernasconi (Lugano, 1982) come di "uno dei più coinvolgenti poeti delle ultime generazioni". Il problema non è quanto Fofi sia lontano da fare centro - pure l'obiettivo di questo mio scritto è simile a quello di Fofi, ossia suggerire la lettura del libro di Bernasconi cercando di metterlo in relazione con altro che ho letto e magari con altro che si scriverà - bensì la scorciatoia critica che queste espressioni spesso racchiudono e il loro avvitarsi sulla base di un principio di auctoritas che ancora, in qualche modo, soprattutto nella critica letteraria, sembra tenere, aggrappato però a una roccia friabilissima. (Penso ora a Mengaldo, che non era estraneo a scorciatoie analoghe, anche se nel suo caso il giudizio di valore diventava spesso un giudizio ben raccordato a un sistema di valori emerso o autoemergente nel testo critico.) Insomma la formula "uno dei più |aggettivo| della sua generazione/delle ultime generazioni" per me diventa ormai automaticamente una sorta di "abuso di posizione critica dominante" se non è supportata da una congrua analisi del testo e sortisce ormai effetti contrari dell'invito a leggere. Non so voi. Quest'auctoritas, fra l'altro, è qualcosa che i poeti intimamente vorrebbero o dovrebbero sempre rifiutare, a trenta come a novant'anni, così come mi pare rifiutarla la vena del polso di Bernasconi. Si noti anche un altro aspetto, ovvero la collosità problematica del concetto di "generazione" in poesia, ripreso anche da Fofi nel suo giudizio che parla di "ultime generazioni"; verrebbe da chiedere: quante generazioni? Quali "ultime generazioni"? Intende quelle dopo la sua? Che cosa ci entusiasma ancora nel parlare per generazioni in poesia e non ad esempio in altri generi letterari o nel campo della ricerca scientifica? Parlare di generazioni inizia ad aver senso se è in atto una vera "questione morale" che le sta attraversando, ma nella megamonogenerazione serpeggiante in cui si ricade spesso oggi tutti quanti, dal-nipote-al-nonno senza soluzione di continuità, da Noto a Oslo, parlare per generazioni rischia di configurarsi come l'ennesimo e fiacco ritrovato del marketing.

Passo finalmente al libro, tralasciando giudizi diretti su autore o biografia, a mio avviso sempre pericolosi e poco fertili. Tra le pagine, fra l'altro, scompare un battito generazionale per lasciar posto a un'anabasi camminata quasi sempre da un'enigmatica, forse inconciliata prima persona plurale (che sia la prima persona plurale il fine e la fine di questa scrittura?). Bernasconi scrive spesso di un noi, a volte esplicito, altre meno. Di polvere, polvere e (nuovi) giorni. Quante polveri conoscete? C'è quella da sparo, quella cosmica, quella che rimane delle lavorazioni e dalle limature, e poi la polvere delle case che si appoggia sui piani. Ci sono polveri più o meno visibili. Ci sono anche le polveri che ulcerano i nostri stati di coscienza e il nostro organismo o quelle farmaceutiche. Ad un livello letterario, almeno per chi scrive, forse per piccolezza di vedute, il rimando più immediato è John Fante di Ask the Dust. In effetti ci sono molte domande che possiamo rivolgere alla polvere. Il titolo rinvia anche a un immaginario biblico e, tutto sommato, sembra sottolineare la portanza e durata del concetto di vanitas vanitatum che può essere ridestata un istante da un'"aria improvvisa" (come in una poesia della serie irlandese). Nel libro la polvere è quella che raccoglie un dito indice che, nell'atlante d'Europa, si sposta a indicare la località estone di Dejevo, nella più grande isola del paese baltico (Lettera da Dejevo fu l'esordio di Bernasconi pubblicato dall'editore Alla chiara fonte) alla Svizzera e all'Italia, per poi tornare a nord con una cospicua sezione irlandese, Piccolo diario d'Irlanda (con Emanuela). In questa sezione abbiamo la riprova che spesso si scrivono i versi più bellamente vagolanti in quello stato di alterazione che il viaggio può comportare, agostinianamente più per la pressione del viaggio sulla pelle dei nostri giorni che per quello che possiamo effettivamente scoprire distanti da casa. Come in Galway: "Se c’è qualcosa di vero in questa strada, tra le case, / attorno ai corpi dei turisti che spingono all’entrata / dei locali, cantando con voci grasse, è tutto / nell’asfalto. L’asfalto levigato e la sua inerzia. / L’asfalto sotto i ciottoli, negli interstizi, nelle crepe. / Quell’asfalto ignorato. // Se c’è qualcosa di vero è già sbiadito, già trascorso."

Facciamo ora un passo indietro. Dopo l'iniziale Dejevo s'apre la sezione dal titolo fortiniano Non è vero che saremo perdonati ("Non è vero che siamo in esilio. / Non è vero che torneremo in patria, / non è vero che piangeremo di gioia / dopo l’ultima svolta del cammino. / Non è vero che saremo perdonati." dai versi del fiorentino). Qui entra il paesaggio della Svizzera, il discrimine del San Gottardo e la sua galleria ferroviaria, il treno per Zurigo, ma poi trovano spazio frammenti di conversazione e "Cartoline", dalla località francese di Saint-Gilles-du-Gard e da quella svizzera di Herisau. Siamo vicini a San Gallo: "Dalle colline si vede San Gallo, rassicurante, / col suo stadio. Gli anziani stanno insieme, salutano / il soldato che torna in caserma dagli altri. / Immacolate, le case e le facciate respingono i prati, / troppo verdi. Ristagna una fierezza vaga: / le nostre donne, le nostre terre, le nostre bestie. // È strano che in un bosco, proprio qui, / ci sia il corpo senza vita di una bambina. / Così stonato. È strano che una terra come questa / dia anche, ogni tanto, di che morire. /". Spesso capita che in questi versi si immischi nel paesaggio un elemento di forte inquietudine, quasi misterioso. Il controllo formale è sempre molto alto, il metro quasi rassicurante anche se non si capisce bene su che cosa rassicuri (ho avvertito in questo l'aspetto intrigante del libro). Di certo Sereni, Orelli e il già citato Fortini sono stati a lungo meditati (Orelli pure conosciuto e frequentato, ricordo infatti la curatela del suo Abbecedario), eppure il piglio più interessante giace dove Bernasconi s'allontana da un'idea di tradizione e calca uno scarabocchio sopra quella che un tempo si chiamò "linea lombarda" ("Siamo cambiati senza movimento: all’oscuro / delle unghie più nere, grati dei sentieri battuti, / le strade e i cortili puliti. Sangue? Macerie? / La guerra vera era noiosa: distante e prevedibile.").

Lungo la Landstrasse è una sezione anaforica. Molte poesie di questo terzo movimento del libro iniziano infatti con "Siamo": "Siamo diversi, ma il sangue dei nostri padri / è rosso. [...]", "Siamo tanti, ma presto ci perderemo.", "Siamo in viaggio, ma non in fuga. [...]", "Siamo selvaggi, dicono, come se fosse / un problema. [...]", "Siamo felici nella nostra carovana, tra i volti / che conosciamo. [...]", "Siamo indifesi davanti ai bastoni / che sembrano forconi; [...]". Anche qui torna prepotente la prima persona plurale, di cui si diceva sopra. La quarta sezione, La montagna di fuoco, raggruppa solamente due prose poetiche e la poesia intitolata "Residui". Ora, se vogliamo criticare chi scrive di residui possiamo farlo, possiamo giocare a individuare i pusterliani in Ticino o in Italia (poco cambia), resta che a mio avviso scrivere di residui significa accogliere nell'opera qualcosa che è etimologicamente ma anche ontologicamente rimasto indietro. Io penso allora, per contrapposizione, più che a Pusterla, a I compagni corsi avanti del Vocativo zanzottiano, quel finale "[...] Strugge la mite / notte Hitler, di fosforo, e congiunta // in alito di belva sugli estremi / muschi dardeggia Diana le impietrite / verità della mia mente defunta." Quest'associazione dovrebbe tornarmi utile per un pensiero alla fine.

La sesta sezione segue la già ricordata Piccolo diario d'Irlanda (con Emanuela) e si intitola Se camminiamo. Questo è anche il titolo della prima poesia: "Se camminiamo è per andare avanti, / per cercare qualcosa, per non abbandonare / una speranza. Dimenticando tutto il resto. / Tornare ha sempre avuto poco significato. / Tornare dove? Riconosciamo i sassi / e gli orizzonti: i sentieri ci dicono / che ci siamo, che andiamo.". I toni tornano intimi (stavo per scrivere intimissimi), quasi un morettiano diario senza le date ma ritorna forte un senso del luogo, come nel "luogo vacillante" di un testo, nella ferroviaria "Berna–Milano–Napoli (quadretto di genere)" o nella poesia conclusiva "Un commiato" che termina con questi versi: "L’acqua che passa si è già presa il domani. / Io ti scrivo da qui, dove poi si scompare. / Perdona se non tornerò in quello spazio / perenne.". Questo richiamo ai e dei luoghi resta, come residuo, uno degli aspetti più coinvolgenti e convincenti di queste poesie. Se restassimo alle parole di Fofi, spostando l'accento più sull'opera che sul nome del poeta, mi domanderei allora dove e in che misura è "coinvolgente" la scrittura poetica di Bernasconi? Paradossalmente - e non intende essere un gioco di contrari - è tanto più coinvolgente quando ci parla in modo chiaro, anche se obliquo, di una esclusione che ci riguarda. Non mi riferisco alla sbandierata esclusione di una (nostra?) generazione al cospetto della Storia, ma a quell'esclusione forse salvifica e persino rassicurante che sperimentiamo nel viaggio e nel sentimento di un luogo, è la nostalgia "di seconda mano" richiamata in un testo di spostamento tra la Svizzera e l'Italia, sempre nella sezione conclusiva del libro. Può essere persino il rischio di un'esclusione perenne dall'azione e in questo i versi provano a tenere alta la guardia. Non è e non può essere l'esclusione da un'autonomia di pensiero che dobbiamo comunque provare a conquistare se non vogliamo cadere in quella pressoché unica, lunga e sinuosa generazione destinata a essere fatta a pezzi all'occorrenza, per questo e quell'utilizzo nella macelleria del reale o del virtuale. Attraverso il perseguimento di una spazializzazione e scansione della propria scrittura, Bernasconi rimane aggrappato a quell'esclusione, spesso incistata nei luoghi, ma che da sola può divenire il fondamento di qualsiasi principio-appartenenza, di un'anabasi forse incompiuta e tuttavia senza ritirata: "Tornare ha sempre avuto poco significato. / Tornare dove?", appunto.

mercoledì 24 settembre 2014

"Dove sei Mathias?" e "Line, il tempo" di Ágota Kristóf

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #23

Dove sei Mathias? (pp. 51, euro 8, traduzione di Maurizia Balmelli, ancora disponibile) non è certo una novità editoriale, ma è forse uno di quei libri fuoriusciti dai circuiti principali di lettura di questa scrittrice naturalizzata svizzera e nata in Ungheria, della quale ho scritto anche qui, molto tempo fa. Il librino edito da Casagrande raccoglie due testi, entrambi calati nel mondo dell'infanzia ma entrambi proiettati oltre. Il primo è il racconto che dà il titolo al volume e attraversa i modi di Ágota Kristóf che ritroveremo nei libri della notorietà. Il secondo testo, splendido, è la breve pièce teatrale intitolata Line, il tempo del 1978. Un testo semplicissimo quest'ultimo, dalla struttura esile quasi evanescente, diviso in due parti con un'ellissi temporale di dieci anni nel mezzo. Line e Marc, i due protagonisti, dialogano nella prima parte quando lui ha 22 anni e lei soltanto 12. Lei lo ama, lo osserva mentre sta seduto al parco a inseguire con lo sguardo un'altra donna (che poi sposerà e dalla quale divorzierà). Marc non ha tempo e occhi per Line, è troppo piccola. In questa prima parte della pièce i due protagonisti parlano di amore, di tempo, di età in un dialogo serrato che poi riprende a parti invertite dopo il vuoto dei dieci anni. I due si ritrovano quindi nello stesso parco, siamo nella seconda parte. Line ha ora 22 anni e Marc 32; lui è tornato, è stato via, lontano. La strategia di Ágota Kristóf prevede un'inversione pressoché totale, accorgimento narrativo tanto semplice quanto ricco di conseguenze. Ora è Caroline (Line era un'abbreviazione del nome poi abbandonata) che è seduta su quella panchina ed è Marc che forse pensa di amarla. Lui però è diventato troppo vecchio e anche se lei lo ha sognato a lungo e ha sognato il suo ritorno, la pièce si chiude con il desiderio di (Caro)Line di non rivederlo mai più. 

Raccontare la struttura di questa pièce significa forse banalizzarla. Si sta prima a leggerla. Ma come intuite Line, il tempo è un testo di una semplicità che disarma, e che tuttavia prova a dire (anzi, prova a farsi raccontare) meglio di un grosso tomo qualcosa sull'amore, sul tempo, sul modo in cui siamo e diventiamo a nostra volta narrazione, racconto e desiderio, e su come questo divenire abbia a che fare con il tempo e con l'amore, nello stesso identico spazio, addirittura sulla stessa panchina. Racconta di come tutto ciò abbia a che fare con immanenza e trascendenza in ugual misura. E allora non sappiamo se il tempo, l'amore e lo spazio siano una linea, come la traduzione inglese del soprannome della protagonista, se siano un cerchio (com'è circolare la storia messa in scena) o se coincidano addirittura con l'ellisse fra i loro incontri. Fuori e dentro metafora: ellisse come luogo dei punti del piano per i quali è costante la somma delle distanze da due punti assegnati detti fuochi, ellisse come orbita descritta da un moto di rivoluzione di un corpo celeste nello spazio, ellisse etimologicamente intesa come "mancanza" e infine ellisse come la sola figura geometrico-retorica di cui disponiamo per dire il tempo e la sua assenza, le intermittenze ma soprattutto il desiderio.

giovedì 17 luglio 2014

"Quasi un abbecedario" di Giorgio Orelli. Sei domande a Yari Bernasconi

Librobreve intervista #43

LB: Quasi un abbecedario, libro postumo di Giorgio Orelli che hai curato per le edizioni Casagrande (in uscita in questi giorni, pp. 80,  Eu 14.50 - CHF 18.00), ha una genesi singolare. Potresti raccontarla?
R: L’idea dell’intervista in forma d’abbecedario è nata tra il 2010 e il 2011, durante una riunione del comitato di redazione di «Viceversa Letteratura», che voleva dedicare a Giorgio Orelli un dossier del suo quinto numero. Un modo per evitare toni celebrativi, ma anche per lasciare Orelli – conversatore straordinario – più libero di raccontarsi. L’iniziale lista di parole che gli abbiamo sottoposto cercava di toccare – dalla A alla Z – alcuni cardini della sua esperienza di scrittura (e non solo), così da ispirare aneddoti, precisazioni o approfondimenti. Da subito, però, l’esercizio si è trasformato in qualcosa di ancora più creativo: gli incontri si sono moltiplicati; alcune parole sono state aggiunte e altre lasciate cadere; la stessa forma orale dell’abbecedario – fondato sulla trascrizione poi rivista e approvata di diverse registrazioni sonore – si è fatta elastica e ha accolto alcuni testi battuti a macchina direttamente da Orelli. La prima tappa di questo abbecedario è appunto apparsa su «Viceversa» (n. 5, 2011), mentre il libretto Quasi un abbecedario rappresenta in un certo senso l’aggiornamento di quella prima esperienza e, insieme ai testi del 2011, rende conto dei successivi incontri (ci siamo visti l’ultima volta nell’autunno del 2013). In fondo, ci siamo lasciati guidare dalle conversazioni e dalla loro imprevedibilità, con stupore, senza porci troppe domande.


LB: Si ritrovano in questo libro, a mio avviso, molte delle caratteristiche di un altro libro di Orelli, La qualità del senso. Dante, Ariosto e Leopardi (uscito sempre per Casagrande). Mi riferisco a quel lavoro di torsione sulle parole e sulla lingua, un lavoro per certi aspetti "sporco", rasoterra. Ci sono sicuramente Contini, Spitzer, padre Giovanni Pozzi. Pure Roman Jakobson. Tutti nomi che tra l'altro appaiono in questo libro e ai quali è talvolta dedicata persino una lettera. Ma chi sto dimenticando tra quelli che Orelli amava e che non sono presenti in questo libro?
R: Giorgio Orelli si è sempre interessato alla critica cosiddetta “verbale”, aderente cioè – come afferma lui stesso, «alla testualità, o semplicemente all’espressività del discorso poetico». Il “manifesto” di questo impegno critico è il volume Accertamenti verbali (Milano, Bompiani, 1978), a cui sono seguiti diversi altri libri. L’ultimo è proprio La qualità del senso, senz’altro legato all’abbecedario in tutte le sue parti di critica letteraria, che si alternano però ad aneddoti e momenti più colloquiali. Del resto, alla lettera V come Varianti, l’incipit è significativo: «Certo, ogni critica è buona quando è buona. E poi: la critica è opera di intere generazioni. E poi... Stiamo col Contini, per il quale “è evidente che quella buona si svolge tutta sopra un solido fondamento verbale”». Ma sui “nomi” amati da Orelli si potrebbe discutere (chiaramente Contini, suo docente a Friburgo negli anni dell’università, è il primo nome da fare), con alcune sorprese: alla lettera J come Jakobson, per esempio, compaiono le Microlectures di Jean-Pierre Richard. Restando alla critica verbale, comunque, i nomi che ritornavano più spesso durante le chiacchierate (anche per alcune loro parole particolarmente felici o memorabili) sono Valéry e 
Mallarmé.


LB: Quello che mi stupisce di fronte a questi ragionamenti di cui sopra è come una solida base teorica lasci tuttavia spazio a impennate di critica e analisi testuale degne di una fantasia straripante, "infantile" nel senso più bello del termine. Ecco, la "fantasia di Orelli" (a mio avviso massima quando si addentra in certe analisi su Dante). Tu l'hai conosciuto e sai dire se questo aspetto fantastico è centrato e come va aggiustata eventualmente questa percezione.
R: Giorgio Orelli era molto curioso e non finiva mai di stupirsi. Penso che questo possa essere un buon punto di partenza – ancorché semplicistico – per avvicinarsi al suo lavoro (parlo della critica come della poesia, della narrativa, della traduzione). E il suo formidabile orecchio, unito all’erudizione ma soprattutto all’incredibile memoria, gli ha permesso di scoprire come pochi altri (forse come nessun altro, almeno in Italia) quanto agiscano sui testi – consciamente o inconsciamente – le infinite risorse del linguaggio. Orelli è stato per esempio capace di leggere passi battuti e ribattuti della nostra tradizione letteraria (come L’infinito, o l’attacco della Commedia) illuminandoli ulteriormente e illustrando caratteristiche che, a posteriori, sembra impossibile fossero rimaste nascoste.

LB: Te la senti di spendere la parola "maestro" per Orelli?
R: Senza ombra di dubbio.

LB: Qual è la tua lettera-parola preferita in questo abbecedario?
R: Da una parte, R come Rösti mi ha sempre divertito molto. Dall’altra, però, G come Goethe è l’ultimo testo battuto a macchina da Orelli per l’abbecedario, e l’ultimo a essere entrato nel libro: forse ci sono ancora più legato.

LB: Il libro è incompiuto (Orelli è morto nel novembre 2013), tuttavia giustamente tu ricordi nella nota introduttiva che non ha molto senso appassionarsi troppo al confine tra compiuto/incompiuto. Secondo te, se ci fosse stato modo di proseguire, quale lettera sarebbe arrivata dopo?
R: Ne sarebbero arrivate molte altre, e altre ancora sarebbero state scartate, poi forse ripescate, poi forse perse. Una lettera che gli avrei ancora proposto? La prima che mi viene in mente è Z come zoo.

giovedì 22 agosto 2013

Viceversa Letteratura, la Svizzera in una rivista trilingue

Riviste #1

Da tempo cullo l'idea di tornare a un vecchio amore, cioè quello per le riviste. (In fondo questo blog è nato dopo aver collaborato per diversi anni a una rivista e per non aver accettato del tutto la fine di quell'esperienza.) E volevo tornare alle riviste proprio da questa cornice del blog, visto che alcune di loro si comportano (o noi le facciamo comportare) come dei piccoli libri brevi, che apriamo, spulciamo, leggiamo a più riprese, a salti. Certe riviste sono come una collezione di libri brevi, di piccole sillogi, di minuscoli libri-intervista. Le riviste poi, quando sono ben fatte, sono importanti tanto quanto i libri ben fatti. Le riviste parlano di libri e a volte si possono ricavare bei libri dalle riviste (in Italia ricordiamo gli esperimenti di Minimum Fax o di Isbn). Canova ad esempio, editore della mia città, pubblicò tanti anni fa una serie bellissima di riviste-antologia in una collana intitolata "Riviste dell'Italia moderna e contemporanea" (Pègaso-Pan, Cronaca bizantinaProspettive/Primato, Strapaese e Stracittà, Fanfulla della Domenica, Riviera Ligure, Il caffè, La frusta letteraria del grande Baretti e molte altre). Io credo che quella collana abbia un discreto potenziale commerciale tuttora, se opportunamente ripubblicata, ma sembra che non sia pensabile una ristampa o riedizione a breve: misteri dell'editoria.

Cercavo comunque il giusto stimolo per aprire uno spazio dedicato alle riviste e questo finalmente è arrivato dalla Svizzera, da Friburgo per l'esattezza, dove ha sede la rivista "Viceversa Letteratura", pubblicata, per quel che concerne l'edizione in lingua italiana, dall'editore Casagrande di Bellinzona. "Viceversa" è una rivista annuale, un volume brossurato ricco che può davvero tenervi compagnia attraverso dodici mesi e quattro stagioni. Ha una redazione multilingue e prende poi tre strade: un'edizione in italiano, una in tedesco e una in francese. Non manca tuttavia, e nei vari dossier e nella consueta "Annata letteraria svizzera" pubblicata alla fine di ogni numero, l'attenzione costante a ciò che si scrive in romancio (così come a quello che si scrive nei dialetti tedeschi).

Il numero di cui vi parlo è il più recente, ma vi consiglio di andare a guardarvi l'archivio degli arretrati, visto che ogni annata cela dei dossier ricchi e polposi. Si crea così uno strano rapporto tra l'anno che trasforma il volume quasi in un annuario e una sorta di intramontabilità di ogni singolo volume. Il numero 7 del 2013 porta in copertina i nomi di Paolo Di Stefano, Anne Perrier, Händl Klaus, Leta Semadeni, Kurt Marti, Monique Schwitter, Étienne Barilier, Maurizia Balmelli (qui già ricordata per le traduzioni da Ágota Kristóf), Christian Viredaz, Christina Viragh, i testi inediti di Ugo Petrini, Noëlle Revaz, Werner Lutz, Ángela Pradelli. Molto interessante per me è stata la scoperta, grazie al contributo dedicatogli da Matteo Ferrari, della figura di Plinio Martini, giunto alla notorietà con il romanzo del 1970 Il fondo del sacco.

Un cenno deve essere riservato anche alla cura tipografica di ogni volume, segnatamente svizzera verrebbe da dire, se non fosse che anche gli italiani, troppo spesso dimentichi dei padri e delle madri che hanno alle spalle in fatto di tipografia e cultura visuale, potrebbero giocarsi qualche buona carta nella storia della cultura tipografica.

Per concludere pubblico (e così farò con le prossime puntate dedicate ad altre riviste) una breve scheda, per agevolare la rintracciabilità e i contatti con la rivista stessa:

Viceversa Letteratura
Periodicità: annuale
Direzione e redazione: Yari Bernasconi (redazione italiana), Ruth Gantert (edizione tedesca), Marion Rosselet (edizione francese)
Sito web: www.viceversaletteratura.ch
Contatti: contact@viceversaletteratura.ch
Twitter: https://twitter.com/viceversa_l

Rivista pubblicata con il sostegno di Ufficio federale della cultura, Pro Helvetia, Fondation de Famille Sandoz, Loterie Romande, Percento culturale Migros, Fondation Leenaards.
Edizione italiana: Edizioni Casagrande
Edizione tedesca: Rotpunktverlag
Edizione francese: Éditions d'En Bas

giovedì 4 luglio 2013

Fabiano Alborghetti e molti altri poeti a Gorizia al Parco Basaglia per la rassegna "Percorsi di-versi"

Per chi ama la poesia ma non conosce ancora quella di Fabiano Alborghetti, un autore ricordato anche nel post precedente, ecco un'ottima occasione per fare un giro a Gorizia in occasione dell'apertura della rassegna "Percorsi Di-Versi", la quale, in calendario, prevede altri tre ricchi e interessanti appuntamenti, di sotto elencati. A dire il vero, di tutti gli invitati, oltre al citato Alborghetti, conosco solamente i libri brevi di Roberto Cescon (La gravità della soglia) e Guido Cupani (La felicità), editi entrambi da Samuele Editore, e credo valgano entrambi una gita a Gorizia. Con gli altri invitati mi auguro di rimediare presto. 


Alborghetti, che apre il tutto, è autore di un libro intenso uscito nel 2009 per le edizioni Casagrande e intitolato Registro dei fragili - 43 canti (pp. 80, euro 12/CHF 18, un assaggio è disponibile qui). Fabio Pusterla sostenne allora che l'autore "[...] è andato a cercare in posti pericolosi e terribili, rischiando ancora una volta di smarrirsi. Invece ha saputo riemergere, e riportare a galla questo Registro dei fragili; sembrerà strano a dirsi, ma si tratta di un gesto di speranza, nonostante tutto, di un gesto d’amore". Da poco è invece uscito per La Vita Felice L'opposta riva (Dieci anni dopo). Ecco, Fabio Pusterla scriveva di gesti. Gesti come quelli che forse legano questa rassegna al luogo che la ospita e al nome dello scienziato a cui è intitolato il parco dell'ex Ospedale psichiatrico di Gorizia. Ogni volta che sento nominare Basaglia mi torna in mente Claudio Magris e la continua attenzione che gli ha mostrato nei suoi contributi giornalistici e non solo: 

"Basaglia, e con lui tutti coloro che hanno combattuto insieme la sua battaglia, ha il merito incontestabile di aver fatto cessare, o almeno di aver posto essenziali e decisive premesse per farlo cessare, uno scandalo umano e morale prima ancora che politico e sociale. La sua riforma, ma prima e più ancora  tutto il suo lavoro clinico, pratico, teorico, saggistico, intellettuale, politico - ha posto fine, nei limiti del possibile, a tale iniquità; ha imposto a tutti di capire come il malato mentale non sia uno scarto dell'umanità, da segregare dalla società e dalla comunità umana, bensì una persona, che nella sua temporanea o cronica debolezza osserva - come ogni altra persona in ogni stadio e in ogni condizione, felice o infelice, armoniosa o degradata - piena dignità." (Dalla prefazione di Claudio Magris a Basaglia. Una biografia di Francesco Parmegiani e Michele Zanetti, Lint Editoriale, 2007.)

Questo il calendario della rassegna:

Lunedì 08 Luglio 2013
Fabiano Alborghetti
musica: Giancarlo Lombardi

Lunedì  15 Luglio 2013
Roberto Cescon e Luigina Lorenzini 
musica: Paolo Gregorig trio

Lunedì  22 Luglio 2013
Lussia Di Uanis e Fulvio Segato
musica: Matteo Bucciol     

Lunedì  29 Luglio 2013
Guido Cupani e Antonio Di Biasio
musica: Sandro Bucciol

Sede degli incontri: 
Parco Basaglia, Via Vittorio Veneto 174, Gorizia
Inizio alle ore 18 - Ingresso libero

Organizzato da: Associazione AMA - Linea di  Sconfine
In collaborazione con: Dipartimento di Salute Mentale - Centro di Salute Mentale  “Alto Isontino, Ahau Eventi, Associazione Cultura Globale - Cormons, Associazione Equilibri - Gorizia, Associazione Fusam, Gli Amici del Parco Basaglia, Gruppo Culturale Mediaart, RASaM FVG

martedì 2 luglio 2013

"Il passo dell'uomo" di Vanni Bianconi

"Qualsiasi anno di vita è un dottore / che si sbaglia sull'organo malato / ma in confidenza ti segnala dove / lo specialista è l'anno passato." Vanni Bianconi appartiene, senza vincoli di appartenenza, a quella bella orografia (idrografia?) di poeti ticinesi che in questo avvio di terzo millennio costituisce una delle più promettenti formazioni della poesia in lingua italiana. Dico "formazione" non nella sportiva accezione di équipe, ma in un senso più naturale, quasi geologico, di fenomeno che si manifesta allo sguardo. Bianconi vive tra Locarno e Londra. Sua è la cura del Babel Festival che si tiene ogni anno a settembre a Bellinzona. Normale, quando camminiamo da queste parti, pensare subito a Fabio Pusterla, che di questo nuovo libro di Bianconi intitolato Il passo dell'uomo (Casagrande, pp. 64, euro 12,50/CHF 16) firma, ancora una volta, una bella quarta di copertina (quarta di copertina d'autore: versione più discreta ma più incisiva delle tante prefazioni che popolano i libri di poesia in Italia?). Normale pensare anche a molti altri. Per rimanere ai più giovani si può sostare sull'ottimo lavoro di Fabiano Alborghetti, al già ospitato Yari Bernasconi e, scavalcando la generazione di Pusterla, risalire fino ad Alberto Nessi e al grande Giorgio Orelli, anch'egli ricordato su queste pagine tempo addietro. Ricorro a questi nomi per andare davvero a sommi capi, anzi, a somme cime e bacini, come le montagne e i laghi di quella regione. Non posso dimenticare poi di citare, almeno di passaggio, scoperte per me recenti come Matteo Campagnoli e Elena Jurissevich. Tra l'altro, quasi tutti questi autori transitano per la casa editrice Casagrande di Bellinzona, esempio tangibile di un'arte del fare libri ancora viva (strano che spesso siano gli svizzeri a ricordarci le nostre origini tipografiche, la cura nel far libri, l'amore per i caratteri). 

Era necessaria questa premessa? Credo di sì, perché intendevo ribadire una convinzione personale: lì, in quel cantone fortunatamente trascurato dalla chiacchiera poetica della penisola, ormai relegata/delegata e finita in pasto alle riviste più glamour - può accadere, in fondo non credo di essere così bacchettone, ma temo possa diventare una sorta di regola e pericolosa abitudine -, continuano a succedere cose belle per la poesia in lingua italiana e per quella traduzione che positivamente alimenta il farsi della poesia (Bianconi stesso è traduttore, da Somerset Maughan, Faulkner e Auden). E ne Il passo dell'uomo abbiamo conferma di una grande architettura pubblica, uno spazio-libro camminabile, anche grazie ai piedi metrici di una scrittura versicolore. L'architettura e l'architettura di un libro poetico sono arti che si possono comprendere e praticare quando la poesia e il ritmo si raggiungono per davvero. Sono arti "tarde", se proviamo a parafrasare certi discorsi sullo stile di Theodor W. Adorno e Edward Said, nel senso che sono tra le ultime che impariamo a comprendere. Dovrete resistere dalla tentazione di afferrare subito questi testi, ma non perché vi siano tracce d'ermetismo o oscurità. La poesia di Bianconi si tende e distende verso il lettore senza apparenti problemi, eppure è un concentrato di forme minerali che rilascia un contenuto che da liquido si fa solido a poco a poco, come stalattite e stalagmite prossime a formare una colonna di senso, lentissima: un calcare verticale, ma anche un calcare di passi, nel solco in fondo petrarchesco che lo stesso titolo del libro prova a inseguire. Un tratto rimarchevole è l'avvenuto contatto corrusco, in un silenzio e buio di grotta, tra la tradizione anglosassone frequentata anche dal parlante Bianconi (si veda la presenza di Sylvia Plath nella bellissima Poesia della montagna) e quella svizzera, gli orelliani spiracoli che continuamente s'aprono tra gli anagrammi delle parole, tra le lettere che cadono e salgono, che ritornano nella distanza, in un respiro acquatico e sciacquio che potrebbe persino ricordare i suoni di un poeta così lontano come Biagio Marin, nel frastagliato profilo costiero delle rime che chiudono i versi. Nel passo breve di Bianconi c'è anche molto Caproni. Nella passeggiata di questo autore invece possiamo intravedere persino il cappello e la sciarpa invernali di Zanzotto dell'Ipersonetto: nella già citata Poesia della montagna, 14 "pseudosonetti sotto mentite spoglie", concatenati tra loro dalle ganasce di ultimo e primo verso e chiusi da una quindicesima Corona, restituiranno probabilmente il senso dei ragionamenti architetturali che ho provato a fare sin qui.


Significativa, anche se non soverchiante, è la presenza di alcuni testi in traduzione inglese. La domanda che però si insinua suona circa così: si tratta davvero di traduzione? Oppure si tratta di compresenza di due lingue che dicono quasi la stessa cosa? Il lettore potrà rispondere meglio di me a questa domanda. Credo si tratti comunque di un'esperienza inedita e nuova. Come in fondo è nuovo anche il silenzio, polveroso, di frana, che lascia questo libro nelle orecchie del lettore, che un po' ci trasforma tutti in "manzi incapaci di ridere". In Miserere l'annosa questione dell'io, di un io, in poesia e non solo, viene fronteggiata con un testo che potrebbe essere a lungo discusso e analizzato, sigillato da congiunzioni disgiuntive fratte dall'a capo che finiscono per travolgere la stessa parola "io":

Sto in piedi accanto a me
mi sto seduto accanto
sacco di rifiuti in bilico
80 litri, pieno, semiaperto.

Nella plastica sottile
il mio amalgama di organi
gusci cellophane lattine;
accanto a me con brio da coroner

io bisbiglio di bibite e uova;
se misurassi le parole
almeno l'umido nel petto
si farebbe inceneritore.

Non so chi sia l'impostore, io
o io. Siamo raccolti e separati.
Ogni tanto le parole
offrono rifiuti misurati.

Non credo di esagerare se scrivo che in questo "[...] dialogo, anche, aperto e franco con i propri maestri e con i compagni di strada, che l’autore chiama a fraterna raccolta dai due vastissimi territori culturali a lui noti e cari" (Pusterla) si può iniziare un viaggio non facile attraverso l'interrogativo legato al senso dello scrivere poesia nell'Occidente, o quantomeno nel palinsesto d'Occidente ("La poesia è una tecnica per preparare la tela", si legge in Previsione del tempo) che abbiamo ereditato e erediteremo, un po' come i funghi della Plath:

Overnight, very
Whitely, discreetly,
Very quietly

Our toes, our noses
Take hold on the loam,
Acquire the air.

Nobody sees us,
Stops us, betrays us;
The small grains make room.

Soft fists insist on
Heaving the needles,
The leafy bedding,

Even the paving.
Our hammers, our rams,
Earless and eyeless,

Perfectly voiceless,
Widen the crannies,
Shoulder through holes. We

Diet on water,
On crumbs of shadow,
Bland-mannered, asking

Little or nothing.
So many of us!
So many of us!

We are shelves, we are
Tables, we are meek,
We are edible,

Nudgers and shovers
In spite of ourselves.
Our kind multiplies:

We shall by morning
Inherit the earth.
Our foot's in the door.

(Sylvia Plath, Mushrooms)

Ho preferito chiudere così. Ho riportato per intero soltanto una poesia del libro, anche perché esiste un video molto bello della RSI disponibile a questo indirizzo web dal quale potrete ascoltare le poesie de Il passo dell'uomo direttamente dalla voce dell'autore: è meglio se lo guardate e ascoltate, anche per ripulirvi da questi appunti di lettura un po' sciocchi.