martedì 22 agosto 2017

Pressioni. Festival di editoria poetica a Bologna il 21 e 22 settembre 2017

Segnalo di seguito il programma della prima edizione di "Pressioni. Festival di editoria poetica" organizzato da La Balena Bianca a Bologna nei locali del CostArena, via Azzo Gardino 48, nei giorni di giovedì 21 e venerdì 22 settembre 2017.






Qui il link all'evento Facebook.

Di seguito il calendario del festival:

GIOVEDÌ 21 SETTEMBRE

Dalle ore 18.00:

Scrivere del proprio tempo: la scelta e il catalogo
Matteo Fantuzzi, Marco Giovenale

Dal manoscritto al libro: tra fundraising e produzione
Andrea Cati, Luca Rizzatello

OFF | Le sfide dell'editoria poetica
Paolo Giovannetti, Matteo Marchesini, Tommaso Di Dio, Julian Zhara

VENERDÌ 22 SETTEMBRE

Dalle ore 18.00:

Il libro oggi tra analogico e digitale
Manuela Dago, Tiziano Fratus

I costi dell'editoria: pagare o non pagare?
Gianfranco Fabbri, Marco Scarpa

OFF | La poesia inedita, le riviste e la filiera editoriale
Alberto Cellotto, Maria Borio, Andrea Cati, Luca Rizzatello

venerdì 18 agosto 2017

Henrik Ibsen, vita dalle lettere: "Tutta la parata delle generazioni mi ricorda un giovane calzolaio che butta gli stivali per darsi al teatro"

Riletture di classici o quasi classi (dentro o fuori catalogo) #36
Quote #17


"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.



Tra gli epistolari che a spizzichi e bocconi mi è capitato di leggere negli ultimi tempi, ho trovato particolarmente vivido quello di Henrik Ibsen. Si può leggere in un libro ormai datato e tuttora in commercio pubblicato da Iperborea nel 1995 e intitolato Vita dalle lettere (pp. 188, euro 12,50, a cura di Franco Perrelli). Per uno scrittore che pensava di non essere a proprio agio nel rapporto epistolare, questa raccolta ha invece un nucleo di temi e moventi sorprendenti. Si presenta ricca di spunti, di traiettorie geografiche, di rimandi continui all'opera e alla sua interpretazione internazionale, ovviamente anche alla sua messa in scena, trattandosi spesso di teatro. Ad esempio, in una lettera del 1891 a Moritz Prozor, traduttore francese di Casa di bambola, parla dell'idea strampalata di Luigi Capuana, traduttore dal francese del noto dramma di Nora, della volontà di cambiare la scena finale per i teatri italiani. Ora, chi ha letto il testo, ha assistito a una messa in scena o ha anche solo sentito parlare di Casa di bambola, sa come tutta quest'opera assai dibattuta e quasi proverbiale trovi sostanza a partire dalla scena finale. E questo è anche quanto Ibsen ribadisce a Morotz, lamentandosi dell'idea di Capuana, fortunatamente sventata da chi doveva finire sul palco a recitare. Fu infatti Eleonora Duse, prima interprete del dramma al teatro Filodrammatico di Milano il 9 febbraio 1891, che convinse Capuana a mantenere il finale originale dell'opera. Va considerato anche il dato temporale poiché il dramma ibseniano comparve nel 1879 ed erano quindi già trascorsi un bel po' di anni quando Capuana si preoccupava della reazione del pubblico italiano davanti al finale originale: la nomea di Casa di bambola aveva già fatto il giro d'Europa. Ma questo è solo uno dei tanti aspetti interessanti che questo libro conserva. Tra i vari filoni di corrispondenza, quello più avvincente e nutrito mi è parso lo scambio con Georg Brandes. Ed è proprio una delle lettere a Brandes che riporto di seguito.



A GEORG BRANDES 
Dresda, 24 settembre 1871 
Caro Brandes,
[...] Ciò che vorrei soprattutto augurarle è un perfetto puro egoismo, che la spinga per un po' di tempo a considerare la sua attività come la sola cosa che abbia valore e significato, e tutto il resto come insussistente. Non reputi ciò indice di un tratto brutale della mia natura! Lei non può fare bene alla società in miglior modo che coniando il metallo che ha dentro. Io non ho mai posseduto un forte sentimento di solidarietà; in fondo l'ho soltanto recepito come un dogma tradizionale - e se si avesse il coraggio di non tenerne conto ci si sbarazzerebbe di quella zavorra che più grava sulla personalità. - In generale, a volte, tutta la storia universale mi appare come un grande naufragio; altro non resta che salvare se stessi.Non mi aspetto niente di riforme particolari. La specie umana tutta è sulla strada sbagliata, sì. O c'è qualcosa di difendibile nella situazione attuale? con i suoi inattingibili ideali ecc.? Tutta la parata delle generazioni mi ricorda un giovane calzolaio che butta gli stivali per darsi al teatro. Noi abbiamo fatto fiasco tanto nel ruolo di amante quanto in quello di eroe; l'unico nel quale abbiamo dimostrato una briciola di talento è il comico-naîf; ma con la nostra autocoscienza più sviluppata neanche lì faremo strada. Non credo che vada meglio altrove che in patria; le masse non hanno cognizione alcuna delle cose supreme, all'estero come da noi.[...] Durante la preparazione di Giuliano l'Apostata sono divenuto in un certo senso fatalista; ma questo dramma diventerà una specie di bandiera. Comunque non tema qualche opera di tendenza; io considero i caratteri, i piani incrociati, la storia, e non mi curo della "morale" della vicenda - sempre che lei nella morale della storia non comprenda la sua filosofia; perché va da sé ch'essa affiorerà come verdetto finale sul conflitto e la vittoria. Tanto questo però potrà chiarificarsi solo praticamente.[...] Infine il mio più cordiale ringraziamento per la sua visita a Dresda: ore memorabili per me. Fortuna, coraggio, salute e ogni bene.
Il suo affezionato
Henrik Ibsen

Nota: il primo incontro tra Ibsen e Brandes era infine avvenuto il 14 luglio. Congedandosi Ibsen aveva detto all'amico: «Lei scuota i danesi e io lo farò con i norvegesi».

sabato 12 agosto 2017

Soggetti "schermati": Federico Vercellone e "Il futuro dell'immagine"

Lo tsunami di immagini che continuamente inonda l'iconosfera, con le sue acque filtrate o non filtrate, trova negli schermi che teniamo in mano, in Instagram o in Snapchat, ennesimi e transeunti epifenomeni. Non si tratta di uno tsunami contemporaneo, di un maremoto iniziato ieri, sebbene una certa accelerazione e gigantismo dell'onda appaiano incontestabili e, come si può e deve dire in questo caso, sotto gli occhi di tutti. Ciò che ci colpisce è spesso l'iperproduzione d'immagini, ma andrebbe ricordato che tante epoche hanno conosciuto questa ipertrofia e produzione accentuata di immagini (furono iperproduzioni di immagini anche quelle del Medioevo, Rinascimento o delle civiltà cosiddette precolombiane, solo per citare alcune periodizzazioni note?). La tecnologia è forse la sola forma di universalità moderna e la produzione di immagini ha strettamente a che fare con la produzione di liquidi identitari. Non occorre aggiungere molto per finire in terreni che sono anche segnatamente politici e quindi, ancora, centrali nel nostro vivere. Interrogarsi allora sul futuro dell'immagine è interrogarsi sull'immagine e basta, senza troppe distinzioni tra passato-presente-futuro, e diventa un gesto filosofico che intende avvicinarsi all'ontologia dell'immagine stessa, senza mezzi termini. Il futuro dell'immagine (Il Mulino, pp. 152, euro 15), titolo di questo interessante saggio di Federico Vercellone, docente di Estetica all'Università di Torino, è quindi un titolo parzialmente depistante e dettato forse da qualche ansia sulla vendibilità del libro. In realtà mi pare questo un libro ben lontano dall'essere "instant" oppure saggio il cui valore sia destinato a scemare a causa dell'effimero interesse degli argomenti. Vercellone infatti, nella sua trattazione tutto sommato breve (breve considerando le miriadi di aperture del tema), riesce a porre l'immagine, sia questa un'ecografia d'ospedale o l'immagine diffusa da un gruppo terroristico, all'interno di un mutamento in atto e mai concluso che per sempre che coinvolge - ma sarebbe il caso di scrivere che "sconvolge" - i modi della trasmissione culturale. Sono temi noti, ma una delle diramazioni più feconde del libro riguarda il portato di omologazione (massificazione) che l'immagine in quanto dispositivo di riconoscimento ha trascinato con sé, in maniera del tutto accelerata dall'affermazione della camera obscura.

I modelli mimetici producono l'artificio e la finzione. Passando per queste considerazioni, presto si giunge a concepire l'immagine come plurima e plastica, sia essa letteraria, artistica, acustica o di altro genere. I mezzi dell'arte, la cui trattazione in uno studio del genere non poteva mancare, producono la finzione e non bisogna certo pensare, con un atto di tracotante hybris, che producano la realtà stessa. Vercellone ricorda infatti gli incubi di Mary Shelley, quando non riusciva a dormire pensando che il suo Frankenstein potesse, perdendo il corsivo che si applica ai titoli delle opere, diventare un Frankenstein "in tondo", cioè qualcosa di così prossimo a uno "statuto di realtà" e non di immagine soltanto. Chiaro è che per di qua passa buona parte del potere illusionistico dell'immagine e della capacità di mutare le nostre percezioni attraverso immaginari e immaginazione. Vercellone allora ricorda che il problema dell'immagine affonda diritto nell'inconscio e preconscio, e che le immagini, queste inquietanti e calamitanti "quasi-cose", vanno a smuovere, alimentandolo paurosamente, quell'immane fiume di fantasmi che scorre tra le epoche storiche e che inevitabilmente può andare a lambire la realtà che crediamo "conoscibile":

Il mondo percepito si presenta così come uno specchio fedele degli equilibri strategici del nostro io. Se abbiamo a che fare con un universo di immagini in grado di integrare tutti gli elementi della percezione sensibile, ecco che si produce in questo quadro uno sviamento che non riguarda più solo la percezione, ma addirittura l’identità di sé. E siccome l’io non vive senza un orientamento assiologico, quasi di conseguenza viene coinvolto anche l’universo morale. L’io che viene travolto dall'illusionismo, dalla trasformazione in immagine del mondo percepito perde ogni orientamento nel mondo e si addentra in una crisi nichilistica. In realtà a ben vedere, tutto questo dipende dallo statuto della realtà e della finzione e dal loro limite reciproco. Infrangere quest’ultimo comporta per l’identità soggettiva una minaccia e una sfida. (p. 42)
Sullo sfondo della trattazione, lo avrete già indovinato, si situa anche il consueto (eterno?) scontro tra parola e immagine. Uno dei meriti di questo lavoro è però anche quello di relativizzare la portata di questo presunto scontro. Si tratta forse di scontro se consideriamo i due dispositivi in questione come concorrenti nei modi della trasmissione culturale e si è allora da un pezzo abituati a dire che l'immagine lo ha ampiamente vinto. Tuttavia quello che suggerisce l'autore è che la partita vera non si giochi tanto lì (o solamente lì), bensì nella riconsiderazione del portato identitario e allo stesso tempo mistificatore dell'immagine, finanche, come si è già intuito dal passo sopra, all'impostazione di un discorso che riguardi l'etica dell'immagine (sia detto tra parentesi che, a più varie riprese, questo libro torna utilissimo anche per ridefinire la controversa questione del paesaggio, della quale ci siamo occupati qualche tempo fa parlando di un libro di Matteo Giancotti intitolato Paesaggi del trauma, una questione che per forza deve confrontarsi ripetutamente con il problema dell'immagine, fino all'angosciosa e iperreale "prospettiva simbolica" di un paesaggio digitale e digitalizzato). Quello che ci aspetta allora è un mondo dove le immagini funzionano come ambienti culturali e in quanto "ambienti" acquistano una dimensionalità che si deve continuamente confrontare con il soggetto schermato, cioè la debordante novità apparsa e consolidatasi negli ultimi due secoli. I soggetti schermati, senza troppi giri di parole, siamo noi, quasi per intero. In quest'ottica, un libro come Il futuro dell'immagine risulta d'aiuto per leggere i fenomeni che più caratterizzano e spaventano la nostra epoca, come il terrorismo, ad esempio, che in fondo non è così complesso da capire, se partiamo da una posizione come la seguente:
Il rischio di iconoclash generalizzato si fa sempre più potente ed è in parte già in corso: a distanze geografiche sostanzialmente nulle si sono andati insediando gruppi con identità diverse, scarsamente flessibili e poco in grado di realizzare un reciproco, profondo contatto dialettico le une con le altre in quanto esse non si formano e consolidano attraverso il logos discorsivo che media le differenze, ma attraverso l’identità più immediata dell’immagine. Il terrorismo, da questo punto di vista, è dentro di noi; non è un conflitto politico o di civiltà, bensì uno scontro simbolico tra identità embedded, impermeabili l’una nei confronti dell’altra, dunque scarsamente in grado di stabilire un contatto dialettico fecondo. Potremmo definirlo come un conflitto pubblico che nasce nel privato, in una sede domestica dominata dai media dell’immagine. Esso è provocato da questa nostra civiltà e dal suo scivoloso pluralismo che vive e agisce sullo stesso schermo, e che produce immagini del mondo cui i soggetti si attaccano famelicamente per bisogno indotto di ritrovare sé stessi metabolizzando i simboli che fondano l’autoriconoscimento di gruppi e comunità. (p. 98)
Come si può evincere da queste poche citazioni, Il futuro dell'immagine di Federico Vercellone è uno studio sobrio e circoscritto del tema principe dei nostri anni e riesce ad aprirsi ad una pluralità di suggestioni che non mancheranno di smuovere chi affronterà le sue pagine cesellate tra logos, riflessione estetica, arte, stilemi e iconoclasmi. Il problema ontologico dell'immagine ci riguarda tutti e ciò appare evidente, oserei dire persino a un livello di percepito medio ormai. Le stesse questioni poste dalla politica, dall'arte virtuale o dai nuovi media, da cui questa nota è partita, rivendicano una revisione attenta dello statuto dell'immagine nell'epoca attuale e nella strada che porta verso questo scopo il libro costituisce una soglia portante di riflessione. Tuttavia, come detto, lo studio di Vercellone si pone efficacemente in ascolto e osservazione partecipe di una molteplicità di altre istanze che premono e che vanno finalmente affrontate con il bagaglio dell'aggiornata riflessione estetica.




Il grande fagiolo riflettente di Chicago, Cloud Gate di Anish Kapoor. 
L'opera, assieme ad altre, è presa in considerazione nel libro di Vercellone, 
nel quale è ripresa anche in copertina.
(Fonte dell'immagine Flickr)

lunedì 7 agosto 2017

da "Verbale" di Michele Ranchetti

Una poesia da #68


Con questo post si chiude la miniserie di tre articoletti dedicati ai libri di poesia di Michele Ranchetti. I precedenti due, su La mente musicale (Garzanti) e su Poesie ultime e prime (Quodlibet, postumo), si possono ripescare facilmente cliccando qui. All'appello mancava soltanto il libro forse più noto di Ranchetti, vale a dire Verbale, pubblicato da Garzanti nel 2001 (pp. 146, euro 14,98) e vincitore del Premio Viareggio-Repaci. Il volume è composto di poesie scritte dopo quelle contenute ne La mente musicale. Anche in questo caso Ranchetti ci ricorda nella nota conclusiva che l'ordinazione cronologica delle poesie non pretende di offrire un itinerario. Scrive il poeta che le poesie "sono, come le altre, abbreviazioni di un percorso conoscitivo, fissato in punti di illuminazione e di ombra, dove anche le ombre, i punti morti di luce, si connettono l'un l'altro a formare momenti (frammenti) di chiarezza non trasmettibile, né convertibile in una forma diversa (filosofica, religiosa, estetica)." 

(In via eccezionale, per la chiusura di questa miniserie, ho scelto tre brevi testi e non due o uno soltanto.)





Fra me e te c’è qualcuno che guarda
che ascolta e grida, teme e gioisce.
Non sono io né te, ma di me è parte
ed a me corrisponde, come a te. È fra noi due
colui che colma l’assenza o la nega.

*

Non puoi misurare di nuovo
il più e il meno di affetto
di chi ti è contro, il suo essere
assente a te per diritto alla vita:
non è un giudizio, è una diversa
misura, e non puoi credere
di essere nel giusto: non lo è mai 
chi è solo.

Ho paura dei figli, del loro
giudizio senza tempo e ragioni, 
dell’ostile che in essi
regge la vita e le dà corso
nel vivere all’oscuro
degli affetti innocenti.

*

«È ancora morto?» chiede del cane
morto da mesi. Solo
un bambino può credere la morte
parte del tempo di fronte
al destino infinito mentre a noi
tra l’una e l’altra sorte
s’accende il divenire della morte.

giovedì 3 agosto 2017

da "Giacinta la rossa" di José Moreno Villa

Una poesia da #67


Si può trovare ancora in qualche circuito dell'usato (e nelle biblioteche, naturalmente) il libro Giacinta la rossa di José Moreno Villa (Malaga, 1887 - Città del Messico, 1955). Il volume fu pubblicato da Einaudi nella "Collezione di Poesia" (oggi detta "Bianca") nel 1972 nella traduzione dell'ispanista Vittorio Bodini. Mancato chimico a Friburgo, poi studente di storia dell'arte e abitante della Residencia de Estudiantes, dove fa gli incontri intellettuali più significativi, tra cui quelli con Rafael Alberti, Salvador Dalì e Federico García Lorca, Moreno Villa fu a suo modo "un eroe dei due mondi", tanto precoce e assidua fu la sua frequentazione col continente americano, sia negli Stati Uniti, sia nel Messico, dove si spense. 

Jacinta la pelirroja apparve in spagnolo nel 1929.




I cavalli non sono fatti per te


Né le briglie né le staffe.
Non sai né saprai montare mai quell’energia.
Rido come se tu volessi galoppare sulle nuvole
o guidare le onde del mare.
Giacinta, mostrami pure la vanità dei miei sforzi.
Ridi dell’impossibile maniera di montare,
ridi della mia scarsa destrezza
in rapporto al traguardo e al mezzo.
E poi, Giacinta, poi,
come veri sportivi,
ridiamo della scoperta.
Saremo più forti 
dopo aver misurato la nostra debolezza.


No se hicieron para ti los caballos


Ni las bridas ni los estribos.
No sabes ni sabrás montar esa fuerza.
Me río como si quisieras galopar sobre nubes
o guiar las olas del mar.
Jacinta, señálame tú mi empeño vano.
Ríe tú de la montura imposible,
ríe de mi desmaña
en relación con la meta y el móvil.
Y luego, Jacinta, luego,
como sanos deportistas,
riámonos del descubrimiento.
Seremos más fuertes
al medir nuestras debilidades.


lunedì 31 luglio 2017

da "Poesie ultime e prime" di Michele Ranchetti

Una poesia da #66


Nel marzo 2008 Quodlibet ha pubblicato Poesie ultime e prime di Michele Ranchetti (pp. 96, euro 15). Ranchetti era appena morto, il 2 febbraio di quell'anno e per Quodlibet aveva lavorato. Il libro è inserito nella collana "Verbarium" che Ranchetti stesso curò, all'interno della quale potrete trovare anche le poesie di Francesco Nappo o La Passione secondo l'Ebreo errante di Marcello Massenzio. Il volume presenta poesie in italiano scritte fra il 2000 e il 2007 e un discreto numero di poesie che, sul solco di una tradizione abbastanza feconda nel nostro paese (Pascoli e Bandini per far due nomi), sono state scritte in latino tra il 1940-1945. Quest'opera postuma rappresenta il terzo libro di poesie dello studioso, dopo La mente musicale del 1988 e Verbale del 2001, entrambi pubblicati da Garzanti. Si può approfondire la biografia e soprattutto la bibliografia di e su Michele Ranchetti grazie a questo utile rimando. Come si può leggere qui, l'archivio di Michele Ranchetti è recentemente entrato nell'orbita dell’Archivio Contemporaneo “Alessandro Bonsanti” del Gabinetto Vieusseux di Firenze. 

(Tra qualche giorno si concluderà questa miniserie di tre post dedicati ai libri di poesia di Michele Ranchetti con una scelta da Verbale.)




Due testi da Poesie ultime e prime di Michele Ranchetti (Quodlibet).


Quanto, diceva mio padre, mi dovrete
rimpiangere, quando sarò morto.
Non è stato così, ma è stata 
una corsa a raggiungerlo
tra mio fratello e me,
e lui l'ha vinta. Ancora 
io gli serbo rancore.


*


Un morto mi è
caduto addosso. Io volevo
che andasse altrove
dove già era
ma via da me. Anzi volevo
stare solo con lui
ma senza la sua morte.


sabato 29 luglio 2017

"Guerra" di Ludwig Renn

Leggere una grande guerra #25
 
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).


L'Orma editore ovviamente non pubblica solo i libri di Annie Ernaux (ho espresso qualche discutibile perplessità su uno di questi intitolato Il posto, qui in caso), ma anche altri titoli che, secondo me, costituiscono letture più interessanti di quelle di Ernaux. Abbastanza fresco di stampa è ad esempio Guerra di Ludwig Renn (pp. 320, euro 18), riproposto nella traduzione dal tedesco di Paolo Monelli, che per primo, a un anno dall'uscita in lingua originale col titolo Krieg, lo tradusse per Fratelli Treves nel 1929 (il titolo allora prevedeva l'articolo ed era La guerra, rimando immediato per l'epoca a quella guerra che si era conclusa dieci anni prima). Il genere è quello controverso e difficile della memorialistica, la localizzazione è ancora una volta la più celebre e battuta, vale a dire il fronte franco-tedesco. La nota conclusiva del volume cerca di spiegare perché si sia scelto di riproporre una traduzione del 1929 e non di procedere a una nuova traduzione dell'opera. Al di là dell'evidente risparmio, di tempo e suppongo anche in termini meramente economici, c'è da dire che questa scelta rappresenta una precisa operazione di indirizzo: da un lato si propone Monelli assieme a Renn, cioè si compie un'azione che ha un certo sapore (soprattutto se si pensa a Le scarpe al sole. Cronaca di gaie e di tristi avventure di alpini di muli e di vino, libro di Monelli, titolo fra i più noti tra quanto uscito dall'esperienza italiana della Grande guerra); dall'altro lato si mostra un caso singolarissimo di traduzione rimasta giovane dopo quasi novant'anni e il fatto è strabiliante, perché tutti sanno che le traduzioni invecchiano presto. La lingua e il lessico che Monelli ha saputo ricreare non sono invecchiati anche grazie all'abilità che proveniva dalla sua professione di giornalista? O forse è anche il libro di partenza che ha reso possibile questo prodigio? Il libro è emblematicamente diviso in tre sezioni che rimandano ad altrettanti momenti topici e tipici dell'immaginario della Prima guerra mondiale, che ritroviamo in quasi ogni opera, letteraria o anche filmica, dalla guerra innescata: "L'avanzata", "La guerra di posizione" e "Lo sfacelo". Per chi cerca un libro di "fatti e percezioni", come ricordava Monelli stesso, "senza nemmeno il nesso causale fra le sensazioni annotate", questo è un titolo sulla Grande guerra da tenere in considerazione (non capita spesso in quest'arco di tempo fatidico e viziato del centenario).