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sabato 8 ottobre 2016

"Canto alla durata" di Peter Handke: archi del tempo e senso del luogo, nel nostro monotono sublime

Curioso destino quello di Gedicht an die Dauer di Peter Handke, uscito per Suhrkamp nel 1986 e proposto già nel 1988 da Braitan, editore di Brazzano (Gorizia). Nel 1995 il libro fu collocato da Einaudi in una collana non segnatamente poetica, sulla scia di un interesse cresciuto per la produzione dello scrittore austriaco, con in copertina la "Linea Infinita" di Piero Manzoni (accostamento visivo facile ma fallace, dirò perché secondo me). Ora, a trent'anni dalla sua apparizione, quel poemetto è proposto all'interno della aniconica e candida "Collezione di poesia" meglio conosciuta come "Bianca" (con testo a fronte, pp. 72, euro 10, traduzione e postfazione di quell'Hans Kitzmüller che pubblicò per Bollati Boringhieri Peter Handke. Da «Insulti al pubblico» a «Giustizia per la Serbia»). Il motivo di quell'interesse precoce da parte dell'editore Braitan, per il quale Kitzmüller curò la traduzione, si fa risalire alle citazioni di più luoghi contenute nel poemetto di Handke, tra cui il lago carsico di Doberdò, vicino a Brazzano. Dato che ci siamo, diciamo anche quali sono i rimanenti luoghi su cui Handke idugia e ritorna nei suoi versi e nei suoi passi, nel suo farsi ghostbuster che vuole acchiappare il fantasma della durata: il lago di Griffen in Carinzia, un angolo di bosco di Clamart e Meudon vicino a Parigi e poi, rimanendo in zona, la Porte d'Auteuil.

Nel titolo Handke dice "gedicht"; per la traduzione è stata scelta la parola "canto". La scelta potrebbe, almeno in parte, depistare il lettore italiano di poesia. Da quel che so, il tedesco usa la parola "gedicht" per dire molte cose ("poesia", "poema", "canto" e persino, nel lessico più famigliare, "meraviglia/sogno", parole che in italiano creano solitamente aspettative diverse). Non che al tedesco manchino parole per dire "canto" in ambiti diversi (in quello musicale o in quello della poesia epica, ad esempio). Resta che, per ovvi limiti, non riesco a cogliere bene il sapore che dà la parola "gedicht" nel titolo e i titoli, si sa, sono fondamentali. Non depista affatto però l'argomento o tema del libro, la "durata" del titolo, ed è uno dei motivi su cui inviterei a riflettere: un libro con un tema così facilmente individuabile e isolabile è anche un libro di cui si può parlare, è un progetto, un tentativo che alla fine, forse, risulta più facilmente misurabile, persino nei risultati. Non è un fatto secondario se pensiamo ai tanti canzonieri moderni dai temi disparati e occasionali, i quali non agevolano gli interventi di chi ambisce a occuparsi di poesia. (Negli ultimi anni, uno dei libri più graditi dai miei amici lettori forti di poesia è Macello di Ivano Ferrari, più diretto di così...) Scegliere sempre un tema o argomento potrebbe diventare una sfida interessante per chi continuerà a scrivere poesia, la quale, a fronte di temi più agilmente individuabili, diventerebbe più virale. A pensarci è anche questa viralità che sembra irremediabilmente persa e non me ne vogliano gli slam poets se credo che la slam poetry non sia necessariamente la strada maestra per recuperarla. Ma torniamo al libro, anche se questa divagazione sulla messa a fuoco di un tema è di certo la molla che mi ha spinto a scrivere di Canto alla durata. La "durata" è quindi la "cosa" da dire, anzi, verrebbe da dire la "cosa in sé", perché questo poemetto assomiglia a un ostinato e calmo assedio, percussivo e quasi romantico, attorno alla "cosa in sé" rappresentata dalla durata e dalla sua essenza.

La durata non è però il tempo e non mi pare nemmeno che possa coincidere con il suo significato più comune, ovvero un intervallo di tempo compreso tra due punti. La durata qui è un prodigio, una sensazione probabilmente, un brivido della percezione. Il lettore troverà una citazione da Herni Bergson ed è normale puntare il dito nella direzione più immediata e lampante, rappresentata da questo filosofo che riflette su tempo, durata interiore e simultaneità. Per Bergson fu il tema di una vita, da Essai sur les données immédiates de la conscience del 1889 fino a Durée et simultanéité del 1922, scritto in seguito alle scoperte e di Albert Einstein e al dibattito che da quelle prese le mosse. E proprio se, come vuole Bergson (e Handke con lui), il tempo non è una linea infinita di punti, lascia ancora più perplessi la scelta della "Linea Infinita" di Piero Manzoni per la copertina del 1995, anche perché il genio di Manzoni vuole sottrarre qualcosa allo sguardo (la linea infinita racchiusa nel contenitore cilindrico), mentre Handke cerca di catturare e mostrare qualcosa. La durata s'approssima a essere un momento della percezione che cresce sopra di sé, che si autonutre e autofagocita, in una sorta di melodia vorticosa composta dal tempo della quotidianità e persino dell'abitudine. Resta il fatto che da quando il tempo è oggetto conteso da più discipline (storia, poetica, psicologia, scienze, neuroscienze, teoria letteraria ecc.) le possibilità di dire qualcosa di interessante sul tempo si sono potenzialmente elevate al cubo ma parimenti rarefatte. Parlare con qualche efficacia di tempo e durata è sempre più difficile, ancor più proibitivo da quando il pensiero di Bergson ha trapassato la membrana permeabile della critica letteraria, la quale ha mutuato l'approccio e la trattazione bergsoniana sulla durata interiore e i flussi di coscienza per farne uno strumento interpretativo e descrittivo, sia dei personaggi che della narrazione.

Canto alla durata è una meditazione in versi su un concetto cardine dell'esistenza, anzi, su quel concetto che da solo sottende l'esistenza e che da sempre ha avuto vicende altalenanti a seconda del punto di vista, fosse questo scientifico o psicologico. Gli stati di coscienza, i ricordi e le azioni che Handke riversa in questo poemetto rimandano a una coscienza che vorrebbe essere qualità individuale pura, irriducibile positivisticamente a qualche formula, spazio preciso o numero. Se il tempo è in qualche modo circolare la durata è un arco del tempo, un arco di tempo, una curva compresa tra due punti. Per quanto nella postfazione si contrapponga il camminatore di Handke al flâneur di Benjamin, c'è un residuo duro di estetica benjaminiana in questo suo poemetto, nel ricercare la bellezza e la durata in ciò che sta per svanire, dissolversi o evaporare (ad esempio una pozza d'acqua) e nello sgorgare di plurime "immagini dialettiche" che ricadono sopra i luoghi.  Ed è qui che maggiore, almeno per me, inizia a essere la distanza da questo intendere la poesia, anche come ungarettiano "sentimento del tempo" e del suo accumulo su sé stesso, anche sulla base di quotidianità.
Per prendere un poeta italiano, credo che buona parte della produzione di Umberto Fiori, pur partendo da premesse "di durata" analoghe a quelle di questo poemetto di Handke, arrivi a risultati già incistati in una sensibilità rinnovata e non perché preferisce un immaginario urbano a favore di uno più naturale. Eppure credo altresì che questa poesia (poema, poemetto o canto) di Handke incentrata sulla durata, così costituzionalmente romantica nel movente e novecentesca nell'estetica che sottende, vada letta perché prosegue in quella necessaria ricerca di senso dei luoghi alla quale dovremmo provare a non abdicare. Ne L'assenza Handke aveva scritto questo noto passaggio, richiamato anche da Hans Kitzmüller nella postfazione:
Credo nei luoghi, non quelli grandi ma quelli piccoli, quelli sconosciuti, in terra straniera come in patria. Credo in quei luoghi, senza fama né risonanza, contraddistinti forse dal semplice fatto che là non c'è niente, mentre intorno c'è qualcosa dappertutto. Credo nella forza di quei luoghi, perché là non c'è più niente, e non ancora niente. Credo nelle oasi del vuoto, non in disparte, ma qua in mezzo alla pienezza. Sono certo che quei luoghi, pur se non fisicamente frequentati, si rifecondano sempre, già con la decisione di partire e con il senso del cammino.
Io invece non saprei più definire un luogo e credo invece che la cosiddetta rivoluzione digitale abbia spostato forse per sempre anche queste parole programmatiche di Handke sulla fedeltà ai luoghi, parole che oggi m'appaiono sempre meno condivisibili, al di là di una normale affettività che può ricondurci a certi luoghi. Se la poesia vuole rifondare in qualche modo se stessa deve passare attraverso un ripensamento del suo rapporto coi luoghi e delle varie geopoetiche, per cantare un arco di tempo differente e una nuova durata. E per farlo, la conoscenza di questo poemetto di Handke, fra l'altro ricco di sorprese, può essere un buon viatico nel nostro viaggio che tuttora dura tra trascendenza e immanenza o, se vogliamo chiudere come un brano dei Massimo Volume, viaggio con "gli occhi chiusi e le braccia aperte in equilibrio nel nostro monotono sublime".

(Proprio alla luce delle premesse sul tema facilmente individuabile, per la prima volta ho scritto di un libro di poesia senza citare nemmeno un verso. Se volete, qualcosa si legge ingrandendo la copertina. So che molti ritengono questa una prassi scorretta e da evitare, ma vorrei così rafforzare le premesse. Nessuno si pone problemi simili nel recensire un saggio, un romanzo o una pièce teatrale e comunque il mio è soltanto un esperimento. Se sono riuscito ad avvicinarvi a questo libro, lo considererò riuscito.)

mercoledì 26 marzo 2014

Gli scritti sull'arte di Piero Manzoni. "Non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere."

Quote #1

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.

A scrivere che considero la merda d'artista di Manzoni una delle più importanti opere d'arte del Novecento mondiale rischio di fare la figura del banalotto e fessacchiotto o, peggio, del parvenu nel mondo degli enthusiasts. Tuttavia non mi preoccupo più di tanto. Non penso wow che figata o cool che trovata. Se avesse prodotto anche le fiale con il suo sangue, come sperava, penserei forse la stessa cosa delle fiale, senza per questo credere che Manzoni sia pulp (sangue + merda). In fondo questo che dico sulle 90 scatoline di merda è quello che penso da più di quindici anni, rafforzando e integrando, anno dopo anno, defecazione dopo defecazione, questo pensiero, sin da quando ne parlavo anche con un'indimenticata professoressa di Icononologia e iconografia, Caterina Virdis Limentani, grande esperta di arte fiamminga ma deliziosa anche in altri ambiti (solo se dimostra questo grande agio e intelligenza a muoversi tra le epoche, mi risulta accettabile la lezione di un professore di storia dell'arte). In quella latta sono davvero condensati, come un sugo di pomodoro concentratissimo, millenni di arte, anzi millenni d'artisti. Ma c'è davvero la merda dentro? E adesso come sarà? Polvere simile a terra? Chi se ne frega. La "Artist's shit" è un fulmine di intelligenza destinato a rischiarare ancora a lungo. 

Achrome, 1960
Non conoscevo la produzione teorica di Piero Manzoni, anche se mi erano lacunosamente note le vicende della rivista "Azimuth" e dell'omonima galleria milanese,  fondata assieme a Enrico Castellani. Credo sia fondamentale conoscere la riflessione teorica dell'artista, se c'è. Se non c'è, pazienza. Ma se c'è è meglio. E nel caso dell'enfant terrible degli Achromes al caolino, dell'è: essere, delle uova firmate con l'impronta digitale e fatte mangiare, della linea di lunghezza infinita racchiusa nel cilindro, del fiato d'artista (come leggere oggi Jeff Koons senza Piero Manzoni? Come leggere l'ennesimo americano senza questo dirompente e unico italiano?) ora c'è questa possibilità di lettura realizzata dall'editore Abscondita. Questo artista morto giovanissimo come il suo cugino ideale, il judoka Yves Klein che operava, negli stessi anni, al di là delle Alpi, riflessioni analoghe sul monocromo, sul corpo come pennello vivente nelle Antropometrie, ha la capacità di riportarmi continuamente davanti una verità pronunciata da Ernst Gombrich: dovremmo parlare tutti meno di arte e parlare, più semplicemente, di artisti, che sono uomini, persone in carne e ossa (e che fanno anche la cacca). Una precisazione retta da uno scarto minimo che apre un territorio sterminato. E le cantonate che prenderemmo, seguendo Gombrich, sarebbero molte di meno.

Difficile scegliere da questo scrigno intitolato Scritti sull'arte e pubblicato da Abscondita (pp. 104, euro 14, a cura di Gaspare Luigi Marcone). Evito quei passi dove la prosa si fa più densamente filosofica (anche se qui sotto lo è eccome!), evito i passaggi indimenticabili sul quadro come spazio di libertà e quelli ancora più importanti ed essenziali sulla "gioia", e riporto questo passaggio, questa quote, che dice bene una cosa semplice e che in fondo ho sempre creduto vera. Sentite anche di quale prosa e scrittura era capace. Quanto bello è l'uso che fa della parola ginnastica, ad esempio?

"Il verificarsi di nuove condizioni, il proporsi di nuovi problemi comportano, con la necessità di nuove soluzioni, nuovi metodi, nuove misure; non ci si stacca dalla terra correndo o saltando: occorrono le ali; le modificazioni non bastano; la trasformazione deve essere integrale. Per questo io non riesco a capire i pittori che, pur dicendosi interessati ai problemi moderni, si pongono a tutt’oggi di fronte al quadro come se questo fosse una superficie da riempire di colori e di forme, secondo un gusto più o meno apprezzabile, più o meno orecchiato. Tracciano un segno, indietreggiano, guardano il loro operato inclinando il capo e socchiudendo un occhio, poi balzano di nuovo in avanti, aggiungono un altro segno, un altro colore della tavolozza, e continuano in questa ginnastica finché non hanno riempito il quadro, coperta la tela; il quadro è finito; una superficie d’illimitate possibilità è ora ridotta ad una specie di recipiente in cui sono forzati e compressi colori innaturali, significati artificiali. Perché invece non vuotare questo recipiente? Perché non liberare questa superficie? Perché non cercare di scoprire il significato illimitato di uno spazio totale, di una luce pura e assoluta?

[...]

È per me quindi oggi incomprensibile l’artista che stabilisce rigorosamente i limiti di una superficie su cui collocare un rapporto esatto, in rigoroso equilibrio forme e colori; perché preoccuparsi di come collocare una linea in uno spazio? Perché stabilire uno spazio, perché queste limitazioni? Composizioni di forme, forme nello spazio, profondità spaziale, tutti questi problemi ci sono estranei; una linea si può solo tracciarla, lunghissima, all’infinito, al di fuori di ogni problema di composizione o di dimensione; nello spazio totale non esistono dimensioni.
Inutili sono anche qui tutti i problemi di colore, ogni questione di rapporto cromatico (anche se si tratta di modulazioni di tono); possiamo solo stendere un unico colore, o piuttosto ancora tendere un’unica superficie ininterrotta e continua (da cui sia escluso ogni intervento del superfluo, ogni possibilità interpretativa); non si tratta di “dipingere” blu nel blu o bianco su bianco (sia nel senso di comporre sia nel senso di esprimersi); esattamente il contrario: la questione per me è dare una superficie integralmente bianca (anzi integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico, di ogni intervento estraneo al valore di superficie; un bianco che non è un paesaggio polare, una materia evocatrice o una bella materia, una sensazione o un simbolo od altro ancora; una superficie bianca che è una superficie bianca e basta (una superficie incolore che è una superficie incolore) anzi, meglio ancora, che è e basta: essere (e essere totale è puro divenire)."


[Piero Manzoni, Libera dimensione, in Azimuth 2, Milano 1960; ora anche in Scritti sull'arte, Abscondita, 2013.]