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lunedì 15 ottobre 2018

L'ottavo numero della rivista "Pièra"

Riviste #10




È uscito Sabato 13 ottobre in distribuzione con il "Corriere del Veneto/Corriere della Sera" l'ottavo numero della rivista "Pièra", di cui qui riporto la copertina. Continuerà a rimanere in vendita nelle edicole di Treviso e provincia nelle prossime settimane. 

La rivista è pensata, scritta e realizzata dagli architetti dell'Ordine Professionale della Provincia di Treviso. Il nuovo fascicolo ricade in un progetto editoriale articolato su più numeri e dedicato al tema delle generazioni. Il percorso s'intende come un viaggio fra le generazioni degli architetti che dagli anni Sessanta ad oggi hanno intrecciato le loro vite professionali con lo sviluppo tecnologico, economico, politico della società civile. Un percorso scandito dagli ultimi decenni e che arriva a I giorni nostri, titolo del numero ora in distribuzione (qui si rinvia alle due pagine iniziali, con editoriale e indice). Molto belle, tra l'altro, sono secondo me le foto di Mauro Romanzi.

Ho ricevuto un invito a contribuire liberamente con uno scritto. Di qui La fionda. Dialogo d'ufficio a quattro voci, in sostanza una breve pièce, o meglio ancora uno sketch.

giovedì 27 settembre 2018

Una presentazione di "Abbiamo fatto una gran perdita" nell'ambito di CartaCarbone Festival a Treviso

SPOT POST


Una presentazione del libro Abbiamo fatto una gran perdita si terrà nell'ambito del festival CartaCarbone a Treviso.

Giovedì 11 ottobre 2018, ore 19:00

TRA - Treviso Ricerca Arte
Ca' dei Ricchi, Via Barberia 25, Treviso

Evento 13 di CartaCarbone - ABBIAMO FATTO UNA GRAN PERDITA

Introduce Francesco Targhetta


Qui il minisito dedicato al libro.

Qui il programma completo del festival e altre informazioni.

https://www.facebook.com/events/331887870896511/


SPOT POST - STOP

domenica 22 aprile 2018

Erika Crosara per "Giri di chiglia" a Milano sabato 28 aprile


DIALOGO CON ERIKA CROSARA
Sabato 28 aprile – h 17:30
Caffè Colibrì, Milano
(via Laghetto 9/11)

Torna "Giri di chiglia", il ciclo di incontri poetici de "La Balena Bianca". Sabato 28 aprile, dalle 17:30, Erika Crosara dialogherà con Alberto Cellotto e Lorenzo Cardilli.

"Giri di Chiglia" è una rassegna dedicata alla poesia contemporanea e alle sue sfide. Attraverso letture dei testi e discussioni a più voci, l'incontro propone una "visita guidata" nell'officina dell'autore. Sullo sfondo, i grandi problemi della poesia di oggi: quali stili ha ancora senso praticare? Cosa rimane da dire alla poesia? Come può "andare verso il pubblico"? Questioni urgenti e condivise, pur nella specificità di ogni percorso creativo.


Erika Crosara è nata a Vicenza, nell’ottobre 1977. Laureata in Conservazione dei beni culturali, attualmente vive a Galleriano di Lestizza (UD). Le sue poesie sono presenti su riviste, blog letterari e nelle antologie Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (2008), Notturni di versi. Crisi (2010), Salvezza e impegno (2010), Ombre come cosa salda. Il Purgatorio letto dai poeti Canti X-XXVII (2011). Ius è il suo primo libro di poesia (Anterem Edizioni, Verona 2010; Premio Lorenzo Montano nello stesso anno). Collabora con il fratello Diego Crosara, musicista e compositore (Case, 2012). 

(Ricordiamo questa nota di Giusi Montali su Ius di Erika Crosara pubblicata qui.)


Lorenzo Cardilli (Rho, 1984) è redattore de «La Balena Bianca» e si occupa perlopiù di poesia contemporanea. Ha svolto un dottorato di ricerca presso l'Università degli Studi di Milano e l'Université de Fribourg - Suisse e insegna Italian and European culture al Politecnico di Milano.

sabato 10 febbraio 2018

Abbiamo fatto una gran perdita (Oèdipus edizioni)

SPOT POST


Ester, almeno a te potrò consegnare una lettera a mano, senza preoccuparmi di buste e francobolli che ormai sono diventati un incubo rimandato di giorno in giorno. Ti avevo detto che mi ha preso la mano a scrivere alcune lettere, ma sono ancora tutte qui con me e se non mi decido rischiano di diventare un’eco che arriverà distorta da lontano, o una luce tardiva, un’illusione alla fine. Avessi saputo mi sarei portato qualche foglio in più da casa.



Sarà disponibile dal 14 febbraio il libro Abbiamo fatto una gran perdita (pp. 112, Oèdipus edizioni, euro 12,50). È un libro epistolare (fiction della privacy) cucito attorno a un viaggio a tappe in Italia. Il signore che scrive le lettere, perlopiù dalle camere di alberghi, si chiama Martino Dossi. Lui non pensa che sta scrivendo un libro, lui pensa invece di ritornare a casa (credo che in molti, alla fine, pensiamo sempre di tornare a casa). Il libro di Martino è a conti fatti un "libro di Ester", compagna di Martino, la quale riordinerà e pubblicherà le lettere non spedite a distanza di tempo.

In copertina c'è un collage del 2008 di Jimmy Rivoltella intitolato Il mago di Oz.

Si può chiedere a qualsiasi libreria di ordinarlo (rinvio al sito dell'editore anche per i contatti), cercare nei siti noti che vendono libri in rete. In alternativa, se questa réclame vi ha incuriosito, potete anche scrivermi, perché avrò qualche copia.

Cliccando sulla copertina qui accanto (per navigazione da desktop o tablet) o su questo link o su quest'altro che porta a un minisito dedicato, si potrà accedere a una pagina dove raccoglierò eventuali segnalazioni riguardanti il libro e la sua parabola terrena.


SPOT POST - STOP

mercoledì 18 ottobre 2017

Scrivere sulla luna tra "La beltà" e la trilogia. Una fantasia di avvicinamento a "Gli sguardi i fatti e senhal" di Andrea Zanzotto

Il 18 ottobre 2011 morì Andrea Zanzotto. Ha più senso ricordare le date di morte che quelle di nascita e questo sosteneva Zanzotto stesso, aggiungendo che al momento della nascita, artisticamente parlando, nessuno ha combinato ancora nulla. 
Riporto di seguito il primo paragrafo del contributo che ho scritto per gli Atti del convegno internazionale Andrea Zanzotto, la natura, l'idioma (Pieve di Soligo - Solighetto - Cison di Valmarino / 10, 11, 12 ottobre 2014). Il testo affronta il poemetto del 1969 Gli sguardi i fatti e senhal. La pubblicazione degli atti del convegno, a cura del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna, è attesa a breve presso l'editore Canova.


Giulio Turcato - Superficie lunare (1968)
olio e tecnica mista su gommapiuma – diametro 90cm

Here’s a truck stop instead of Saint Peter’s. 
R.E.M., Man On The Moon 

Preambolo del divo Apollo 11


Andrea Zanzotto concepì e scrisse il poemetto Gli sguardi i fatti e senhal in quattro stagioni, tra l’autunno del 1968 e l’estate del 1969. L’apposizione di queste date alla fine del testo non è un fatto secondario nelle vicende editoriali di Zanzotto e nella storia di questo componimento frammentario che, come ebbe a dire il poeta, «non si presterebbe alla recitazione e che in qualche modo si nega perfino alla “lettura”»[1]. Il poemetto è stato a lungo assimilato a un peculiare instant book a bassissima diffusione, plaquette semiclandestina in un primo tempo[2], stampata in proprio in mezzo migliaio di copie presso la Tipografia Bernardi di Pieve di Soligo e inviata a una ristretta cerchia di persone, quand’era ancora viva l’eco della prima passeggiata americana sulla luna trasmessa in mondovisione. Quest’opera fu quindi a lungo meditata e, benché solitamente esterna alle orbite di studio più calpestate, costituisce un crinale privilegiato dal quale guardare il prima e il dopo, una forte tmesi con tutta la poesia precedente e una curvatura non trascurabile per tutta la poesia che verrà, inclusa l’ormai nota “trilogia” inanellata con Il Galateo in Bosco (1978), Fosfeni (1983) e Idioma (1986). Nella prefazione al Meridiano, Fernando Bandini scrisse che in questo poemetto «Zanzotto puntella le rovine del suo vecchio io lirico. Ma il “nuovo stile” gli permette anche di sgusciare da quell’io, di abbatterne la fissità contemplativa. A chi gli rimproverava, negli anni del suo esordio, il solipsismo e l’estraneità ai temi della “storia”, Zanzotto dimostra di essere oggi un grande poeta civile»[3].
Per avvicinarsi a un testo così “ostile” dovremmo auscultare i seguenti elementi: l’anno di pubblicazione e la collocazione dell’opera all’interno della bibliografia di Andrea Zanzotto, l’aspetto di urgenza non celato dall’autore, unito al senso di preziosità e parsimonia racchiuso nel gesto di una pubblicazione a tiratura limitata, la dedica in versi con cui Zanzotto era solito inviare la plaquette agli amici[4], la circolazione inizialmente ristretta in contrasto alla portata globale dell’allunaggio, il nuovo paesaggio “escrementizio” qui riaffiorante (un paesaggio per la prima volta lontano, psichico, cosmico, pop, cinematografico e televisivo), il quale si insinua nei versi dopo l’avvenuto saccheggio poetico di un altro paesaggio (prossimo, naturale, fisico) ampiamente messo in risalto dalla critica nelle opere antecedenti. Infine non è trascurabile la vicinanza temporale all’ecumenismo di una di quelle grandi cerimonie celebrate dai media che avremo conosciuto meglio, così come può essere il broadcasting di un’Olimpiade o del funerale di Lady Diana[5]. Come già sollecitato in apertura, vanno attentamente considerate le date che Zanzotto pone in calce al poema, «autunno 1968 - estate 1969». Questa traccia lasciata dal poeta in un posto canonico come la fine di un poemetto significa che il verificarsi dell’allunaggio in realtà ha probabilmente solo accelerato un processo di scrittura che era già in divenire, partito presumibilmente dopo la pubblicazione de La Beltà. Tale constatazione potrebbe mettere in dubbio la tendenza a incasellare Gli sguardi i fatti e senhal come poemetto del post-allunaggio.
In questo prendere le mosse dai dati più aderenti e asettici può essere utile soffermarsi sul titolo. Ogni titolo, come Zanzotto in sede critica ha spesso sostenuto, può diventare un filtro per setacciare e illuminare un’intera opera e esserne a sua volta illuminato. Questo titolo, che tra l’altro ha la peculiarità di essere il titolo più lungo scelto da Zanzotto per un’opera di poesia[6], è dapprima stilnovista e profondamente soggettivo nella parola «sguardi», si getta nella mischia del contemporaneo con l’ambiguità e l’apparente oggettività della parola «fatti» (ma che cos’è un fatto? Chi decide che cos’è un fatto? Esistono davvero i fatti? E che cosa avviene e che cosa significa se un “fatto” storico e documentato si confonde con la sua rappresentazione e la sua comunicazione diventa l’evento stesso?) e ripiega infine nuovamente nel poetico, anzi, nel meta-poetico più stretto e antico, con la parola «senhal»[7] ovvero l’espediente, il nome fittizio o segnale con il quale nella poesia trobadorica si designava la dama di cui parlava il trovatore, spesso dedicataria del componimento. Il circuito del titolo di uno dei testi più difficili, pessimisti e dolorosi di Zanzotto posiziona bene in realtà un disperato tentativo di rimagliatura del sublime e del poetico, nonostante un’infezione psichica dell’umanità ormai conclamata e richiamata dal poeta con note nitide e perentorie su cui torneremo. Nel titolo riaffiora una fiducia ancora salda nell’illusione della poesia, nella ricerca di senso in un tessuto cognitivo dove questo sembra perpetuamente mancare, la fiducia che il grido giungente dalla specola di un poeta possa ancora essere accolto.
Nelle pagine seguenti cercheremo di sostenere quindi la centralità di questo testo, anche in collegamento alla perenne trasversalità del tema del paesaggio in Zanzotto, e noteremo la presenza di una concezione di letteratura ancorata al proprio portato di testimonianza. Porremo dei dubbi sulla tradizione interpretativa che troppo collega questo testo all’evento dell’allunaggio, collocando questi dubbi nel rischio sempre presente di banalizzare e semplificare Zanzotto. Inoltre, isolando alcune opere di artisti figurativi che operavano in quegli anni, collocheremo una “fantasia di avvicinamento” a questo singolare coro di voci dialoganti con una voce centrale che parla tra virgolette.


René Magritte, La page blanche (1967)

NOTE

1. Si veda la nota intitolata Alcune osservazioni dell’autore pubblicata in A. Zanzotto, Gli sguardi i fatti e senhal, Milano, Mondadori, 1990 (=SFS), p. 44. 
2. La prima edizione in volume dell’opera è quella mondadoriana del 1990, op. cit.. 
3. PPS, p. LXXXII.
4. Nella già citata nota Alcune osservazioni dell’autore il poeta scrive «[…] quando ho inviato a qualche amico il poemetto, al posto del © del copyright, ho aggiunto a mano “Nessun diritto è riservato:/ magari da me si copiasse/ tanto quanto dagli altri ho copiato” (con varianti…)» (SFS, p. 44).
5. Si veda D. Dayan e E. Katz, Media Events: The Live Broadcasting of History, Cambridge, Harvard University Press, 1994 (trad. it. Le grandi cerimonie dei media, Bologna, Baskerville, 1995).
6. Ad una rapida analisi dei titoli delle opere poetiche di Zanzotto emerge una predilezione per titoli brevi, spesso di una sola parola, come sono tutti i titoli dei libri di poesia pubblicati dopo Il Galateo in Bosco.
7. La prima delle note scritte dall’autore è dedicata proprio alla parola “senhal” e recita «nome pubblico che nasconde quello vero (per i trovatori), o semplicemente “segnale”, o, volendo, “simbolo del simbolo del simbolo” e avanti» (SFS, p. 17).

DOWNLOAD

Qui l'intero contributo come estratto PDF.

Qui un documentatissimo e assai recente commento di Mattia Carbone al poemetto, scaricabile come PDF delle Edizioni Ca' Foscari. Lì potrete trovare anche le litografie di Tono Zancanaro che accompagnarono la plaquette zanzottiana e il testo del poemetto.

- Infine, su questo poemetto di Andrea Zanzotto, uno scritto di riferimento resta quello di Giorgia Bongiorno intitolato Désastres, profanations et résistances dans la poésie d’Andrea Zanzotto Gli Sguardi i Fatti e Senhal (1969) et Meteo (1996) (in Interférences littéraires, nouvelle série, n. 4, « Indicible et littérarité », s. dir. Lauriane Sable, mai 2010, pp. 211-230), reperibile qui.

mercoledì 17 agosto 2016

Lettura e sonorizzazione del libro "Traviso" con Lucio Bonaldo


Di seguito la traccia della lettura e sonorizzazione del libro Traviso 
uscito nell'estate 2014 per Prufrock spa (pp. 50, euro 10)


Registrazione del 7 maggio 2016 
presso lo studio tan sound di Cimadolmo (Treviso)


Set di percussioni 
(timpano, pentolino, rasoio, campana): 
Lucio Bonaldo

Testi e lettura: 
Alberto Cellotto

Postproduzione: 
Lucio Bonaldo e Prufrock spa


lunedì 20 giugno 2016

I cambi di stagione: solstizio d'estate


In occasione di solstizi o equinozi, quindi al massimo quattro volte l'anno se non mi stufo prima, riprendo qui un testo dagli archivi. Specifico solo il caso dei testi editi. Le immagini che accompagnano questi pigri post sono tagli e rotazioni (di 90°, 180° o 270°) dalle tavole.


Bianco di titanio




Esistono i cavalli vicino ai fiumi.

Esistono le strade e hanno
rispetto, esistono i colli nei pollai
nascosti tra le lamiere di questo
mattino diviso: il sole, l'ultima
nebbia accecante.
Esistono le onde i doganieri
gli spettri i sogni che cambiano pegno
ai giorni.
              Gli specchi no
non esistono più.
                            L’igiene del mondo
poteva essere un colore
infranto sullo spazio sempre più
sottile sempre più verosimile fino a farci
sbucare nel bianco.

giovedì 16 giugno 2016

"Piovono occhi morti": l'introduzione alla parte dedicata alla poesia straniera

Concludo la miniserie di post dedicata agli interventi letti in occasione di "Piovono occhi morti", la serata sulla poesia della Prima guerra mondiale dello scorso 9 giugno a Ca' dei Ricchi a Treviso. Quello che segue è il mio intervento, che precedeva una serie di letture in lingua straniera e traduzione da Georg Trakl, Peter Baum, Guillaume Apollinaire (al quale dobbiamo il titolo della serata), Pierre Reverdy, Siegfried Sassoon, Wilfred Owen, Ernest Hemingway, Anna Achmatova, Osip E. Mandel’štam, Miloš Crnjanski, Pastuškin (Andrei Budal), Jaroslav Kolman Cassius e, a chiusura, Giacomo Noventa.

Georg Trakl
Nella prima parte avete ascoltato alcune poesie di Giuseppe Ungaretti. In questo secondo tempo ascolterete poesie in lingua straniera e traduzione e alcune di queste sono le celeberrime poesie dei War Poets inglesi (Siegfried Sassoon e Wildred Owen). La poesia non fa quasi mai molto dibattere, tuttavia nel nostro paese di recente si è innescata una piccola discussione e polarizzazione attorno a questi due nuclei che potrebbero apparire emblematici: Ungaretti da un lato, i War Poets dall’altro. Sintetizzando si potrebbe dire che il succo del discorso, svoltosi anche nel sito di Wu Ming Foundation, era circa questo: laddove la poesia dei War Poets denuncia la propaganda bellica, la disumanizzazione e mostra una certa comprensibile e giusta empatia con il nemico, in Ungaretti il nemico semplicemente non c’è – Ungaretti “uomo di pena” è tutto rivolto al sé – rimane ineffabile. In Ungaretti scatta il lirismo, l’attaccamento alla vita nei momenti di massima disumanizzazione e ne esce un pianto paragonato a una pietra del Carso. 

A me questa discussione, prescindibile ma significativa, è parsa viziata, sterile e quindi inutile: la classica esca gettata nella rete, nei social network e nel dibattito per polarizzare, per semplificare, per arrivare poi a parlare dei legami di Ungaretti con il regime fascista. E poi si sa che i dualismi affascinano sempre, anche nel mondo dello sport ad esempio, dove sono creati ad arte dalla stampa per vendere di più. Insomma, rischiamo di farci male, anche perché in Italia con le macerie delle categorie di destra e sinistra da un bel po’ leggiamo persino il colore del latte. E dovremmo anche aprire una parentesi sul modo in cui il regime ha “impacchettato” la memoria della Prima guerra mondiale, e poi un’altra parentesi sulla quasi rimozione della Grande guerra in epoca post-resistenziale e repubblicana: insomma, ce n’è abbastanza per un saggio di 800 pagine senza nemmeno la garanzia di un qualche successo. Questo serva però per ribadire che necessariamente qualsiasi discorso parte e ritorna alla politica, perché troppo spesso ci dimentichiamo che qualsiasi guerra si dichiara per questioni dettate da un’agenda politica. Così fu anche per la Prima guerra mondiale, ovviamente, sebbene la lettura politica abbia da tempo lasciato la scena ad altre letture e tematizzazioni. Questo fatto è inspiegabile e inaccettabile e anche in questo quinquennio del centenario spesso la politica non si tocca, perché è scomodo riparlarne nell’Europa di oggi. Tornando a noi, non è vero che solo i War Poets (che fra l’altro ebbero pure incoraggiamenti alla scrittura da parte del governo di Londra) scrissero poesie per la collettività e di alto impatto culturale mentre Ungaretti le scrisse per sé. La guerra è primariamente una straordinaria esperienza collettiva e personale al contempo e rappresenta questo genere di esperienza ibrida per antonomasia e al massimo livello (in questo assomiglia molto alla poesia). La guerra è esperienza del compagno, del nemico e di molti gruppi, ma è anche un primo imprevedibile laboratorio di solitudine dell’uomo contemporaneo (lo percepiremo bene in alcune poesie che seguiranno). Questo schiacciamento di appartenenza e solitudine ha nella scrittura poetica una delle manifestazioni più nuove. Per chiudere questo passaggio aggiungerei che se una serata come questa saprà fornire qualche antidoto contro facili semplificazioni o “spezie” del dibattito, come curatori del programma potremmo essere soddisfatti. Più di tutto ci interessa offrirvi delle poesie scritte da chi la guerra l’ha vissuta realmente.

In questa seconda parte ascolteremo dunque alcune poesie in lingua straniera e in traduzione. La scelta multilinguistica potrà apparire bizzarra, visto che alcune sono lingue davvero poco conosciute qui. Di questo aspetto multilinguistico ne ha già accennato Marco Scarpa nel suo intervento, e dirò solo che la chiave multilinguistica ci è parsa uno dei pochi strumenti che avevamo a disposizione per restituire una spazialità alla lettura, proprio attraverso la variazione linguistica. Colgo lo spunto per soffermarmi sui concetti di spazio e tempo: questi gangli fondamentali della nostra vita cambieranno irrimediabilmente col conflitto, sia per la prima grande presa visione della vastità della guerra, contrapposta spesso all’esiguità degli spostamenti dei fronti, sia per quella progressiva familiarità con un tempo nuovo. Un esempio? Gli assalti e le uscite dalla trincea, precise al secondo, abitueranno ancor più alla sincronia e alla sincronizzazione, realtà (o forse irrealtà?) con la quale il mondo attuale fa sempre più i conti, fino ad arrivare a quella sincronia esagerata e irreale nonché alla mancanza di un senso del luogo nella quale ci hanno spinto i mezzi di comunicazione digitale (letti oggi i finali delle poesie di Ungaretti sembrano tag di georeferenziazione). Si tratta in realtà di un cambiamento nella percezione di tempo e spazio che trova impulso già alla fine del Diciannovesimo secolo e si completa proprio con la Prima guerra mondiale. Lo ha brillantemente mostrato Stephen Kern in un suo studio intitolato Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento. Il multilinguismo di questa serata è una questione di spazio quindi, di suono e di sostanza, ma anche una scelta scenica e di regia, per portarci altrove rimanendo fermi. 

Ascolteremo quindi poesie dal tedesco, francese, inglese, russo, serbo, sloveno, ceco e poi ci sarà un finale con una “lingua straniera” a sorpresa. Come sappiamo la guerra significò un’esplosione trasversale della scrittura, non solo poetica, narrativa o memorialistica (pensate ad esempio a un libro molto bello come il diario di Don Minzoni, cappellano militare lungo la linea del Piave). Le lettere e le cartoline costringeranno centinaia di migliaia di persone allo sforzo della scrittura ed è qui che ravvisiamo, nel caso del nostro paese, le prime manifestazioni di ciò che è stato studiato come “italiano popolare”. Questa sera abbiamo deciso di affrontare il versante poetico della scrittura che sgorgò abbondante dalle trincee o anche dai ripensamenti di quell’esperienza a guerra conclusa. Come è evidente c’è un portato di testimonianza eccezionale che proviene dalla letteratura mondiale di quegli anni, ma nei singoli testi c’è altresì un invito a tener alta la guardia contro le semplificazioni, a saper cogliere le differenze e le distinzioni che vanno necessariamente colte, per poter continuare a leggere un corpus di poesie che è ovviamente molto più ampio e sfaccettato di quanto possiamo offrire qui ora. Incominciamo con una poesia del poeta austriaco Georg Trakl intitolata Gródek, comune della Galizia, vicino al confine tra Polonia e Ucraina, tristemente noto come una delle prime carneficine del ’14. Di lì a poco, dopo aver assistito una novantina di feriti gravi, Trakl si suicidò all’ospedale di Cracovia, all’età di 27 anni. Overdose di cocaina. Ben prima della guerra, nel 1911, aveva scritto in Menschheit (“Umanità”) questi versi che leggiamo nella traduzione di Ida Porena:


Umanità schierata davanti a gole fiammeggianti,
un rullo di tamburo, buie fronti di guerrieri,
passi per la nebbia di sangue, stridio di ferro nero,
disperazione, notte in cervelli tetri.
Qui l’ombra di Eva, caccia e rosso oro.
Nube che luce trapassa, ultima cena.
Mite silenzio sta nel pane e vino
e in dodici si sono radunati.
Sotto gli ulivi a notte gridano nel sonno.
San Tommaso affonda la mano nella piaga.

Era appunto il 1911, in piena “belle époque”, e il suo sismografo era già più che ricettivo, in anticipo su tutto. Buon ascolto.

mercoledì 8 giugno 2016

A Ca' dei Ricchi l'appuntamento con "Piovono occhi morti. La poesia della Grande guerra"

Data l'incertezza meteorologica su Treviso e non solo, la certezza è il cambio di sede per l'appuntamento segnalato qualche giorno fa.


Giovedì 9 giugno, ore 20.45
Chiostro di Santa Caterina 

Ca' dei Ricchi, Via Barberia 25, Treviso
Piovono occhi morti.
La poesia della Grande guerra

Conferenza con Marco Scarpa, Matteo Giancotti, Alberto Cellotto 
e letture in lingua italiana, in lingue straniere e traduzione

Con l'occasione ringraziamo anche qui i lettori che renderanno possibile questa serata:

Paola Bellin
Nicoletta Bidoia
Andrea Breda Minello

Antonella Carrer
Alessandra Conte
Stefania Conte
Eva Dankova
Jill Fowler
Martino Pablo Oro
Massimo Valli
Ana Vasic 


Inoltre un ringraziamento particolare ad Annalisa Cosentino per i consigli sulla poesia ceca e a Michele Obit per la poesia slovena.

Ricordiamo sul tema anche queste antologie di riferimento:

- Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale a cura di Andrea Cortellessa (Bruno Mondadori)

- La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti a cura di Maria Pace Ottieri e Andrea Amerio (Nottetempo)

Secondo appuntamento organizzato da TRA - Treviso Ricerca Arte con l'Assessorato alla Cultura del comune di Treviso e dedicato alla Grande guerra. Serata dedicata alla poesia di guerra, nazionale e internazionale. Marco Scarpa contestualizzerà letteratura e poesia europea nel periodo storico del primo conflitto mondiale. Matteo Giancotti concentrerà il proprio intervento su poesia e prosa di quegli anni in Italia. Alberto Cellotto proporrà un allargamento ai testi dei principali poeti europei o americani che hanno scritto sulla guerra. Seguiranno letture in italiano e lingue straniere con traduzione (qui si scarica il programma completo della rassegna).

giovedì 26 maggio 2016

Alcune poesie di Matthew Sweeney su "Testo a fronte n. 53"

Riviste #7

Il numero 53 della rivista semestrale dedicata alla traduzione letteraria "Testo a fronte" (Marcos y Marcos, euro 25) è uscito un po' di tempo fa. Questo fascicolo contiene una manciata di testi del poeta irlandese Matthew Sweeney che ho scelto e tradotto. Riporto di seguito la nota introduttiva che accompagna la piccola antologia e una delle poesie.

 Nota

Matthew Sweeney  è nato a Lifford, nella contea di Donegal, nel 1952. Ha studiato al Polytechnic of North London e all’università di Friburgo e ha trascorso diversi anni tra Berlino e Timisoara, prima di fare ritorno in Irlanda, a Cork, dove vive. Rappresenta oggi una delle voci più significative della poesia irlandese contemporanea. Il poeta serbo-americano Charles Simic ha detto che le sue poesie «sono riflessive, divertenti, estremamente fantasiose e scritte in modo impeccabile; insomma, sono poesia contemporanea ai più alti livelli».

La poesia di Sweeney, di cui qui è dato uno tra i primissimi saggi di traduzione in italiano, è attraversata dai modi della narrazione immaginifica e giunge a una forma di realismo che l’autore stesso ha definito, in un’intervista rilasciata a Lidia Vianu, «alternative realism». Questo realismo alternativo, che non è certo di matrice surrealista, trova dei precursori nella letteratura tedesca, a lungo studiata da Sweeney, e nell’amato Kafka, e giunge ad assottigliare fin quasi alla trasparenza il confine tra ordinario e favoloso. Nei suoi componimenti, quasi sempre scevri di elementi decorativi, il banale e l’usuale di ogni giorno, ma anche quegli accadimenti che semplicemente bolleremmo come strani e sospesi, sembrano impennarsi verso un monotono sublime, non esente dalle pennellate del grottesco, dell’umorismo nero, del ridicolo e a tratti persino da quelle del mistero. Non di rado al lettore sembra di assistere alla rivisitazione della celebre suspension of disbelief applicata a contesti di apparente normalità. I suoi testi poetici abitano entrambi i territori della poesia, quello visivo della lettura e quello orale dell’ascolto, senza essere mai soltanto da una parte o soltanto dall’altra. Del secondo regno, quello dell’oralità, Sweeney sembra preservare, più che altri caratteri, una cornice enigmatica di parabola e di inedito e moderno exemplum senza auctoritas, sia che la sua macchina da presa operi in scene d’interno sia che il ciak avvenga all’esterno.

Tra i libri di Matthew Sweeney ricordiamo, in ordine di pubblicazione, A Dream of Maps (1981), A Round House (1983), The Lame Waltzer (1985), Blue Shoes (1989) e Cacti (1992) usciti per l’editore Secker & Warburg, The Bridal Suite (1997), A Smell of Fish (2000), Selected Poems (2002), Black Moon (2007) pubblicati da Jonathan Cape, The Night Post: A New Selection (2010) uscito per Salt e il più recente Horse Music (2013) nel catalogo di Bloodaxe Books. Tra quelli di poesia per bambini si ricordano The Flying Spring Onion (1992), Fatso in the Red Suit (1995) e Up on the Roof: New and Selected Poems (2001). Ha scritto anche racconti per bambini inclusi in The Snow Volture (1992) e Fox (2002). Per l’editore Faber ha curato The New Faber Book of Children’s Poems e Walter De la Mare: Poems (2006). Assieme a Jo Shapcott è stato il curatore di Emergency Kit: Poems for Strange Times (2006) uscito sempre per Faber ed è uno degli autori di Writing Poetry (Teach Yourself series, 1997) e del racconto Death Comes for the Poets pubblicato da Muswell Press nel 2012, assieme a John Hartley Williams.
Nel 1997 è stato incluso nel dodicesimo volume della serie antologica Penguin Modern Poets assieme a Helen Dunmore e Jo Shapcott. Il libro di poesie del 2007, Black Moon, è entrato nella short-list del T.S. Eliot Prize. 


Cactus


Dopo che se n’era andata comprò un altro cactus
identico a quello che lei gli aveva preso
all’aeroporto a Marrakech. Dovette cercare
un bel po’ per Londra e poi a Camden Town
tra orde di bambini che si tenevano per mano
e ostruivano il mercato, lo trovò,
lo prese e lo portò a casa accanto al suo.
La settimana dopo tornò a prenderne un altro,
poi un altro ancora. S’era fissato a provare
tipi differenti, intensi di un rosso vivido
come il sorriso della commessa 
che non aveva notato. Comprò pure un tappetino
tinta sabbia per il soggiorno e trascorse
un fine settimana a ridipingere 
le pareti in beige, il soffitto in azzurro.
Il logoro appartamento era ora rifoderato
col colore della tintarella. Si distese sul divano
indossando una djellaba marrone, coi cactus tutti attorno
e musica araba in sottofondo. Dovesse tornare,
pensò, potrebbe sentirsi a casa.


Cacti (da Cacti, Secker and Warburg, London, 1992)


After she left he bought another cactus
just like the one she’d bought him
in the airport in Marrakesh. He had to hunt
through London, and then, in Camden,
among hordes of hand-holding kids
who clog the market, he found it,
bought it, and brought it home to hers.
Next week he was back for another,
then another. He was coaxed into trying
different breeds, bright ones flashing red –
like the smile of the shop-girl
he hadn’t noticed. He bought a rug, too,
sand-coloured, for the living room,
and spent a weekend repainting
the walls beige, the ceiling pale blue.
He had the worn, black suite re-upholstered
in tan, and took to lying on the sofa
in a brown djellaba, with the cacti all around,
and Arab music on. If she should come back,
he thought, she might feel at home.



mercoledì 25 maggio 2016

Piovono occhi morti.
Una lettura dei poeti della Prima guerra mondiale a Treviso

Segnalo un appuntamento appartenente a un cartellone articolato di eventi sulla Grande guerra proposto dal Comune di Treviso tra l'1 e l'11 giugno 2016. Estrapolo questo appuntamento, organizzato in collaborazione con TRA Treviso Ricerca Arte, perché mi vede coinvolto nella cura assieme a Matteo Giancotti e a Marco Scarpa. Ringraziamo ancora le persone che renderanno possibile questa serata di letture da poeti italiani e stranieri (in originale e traduzione). Il titolo è da un verso di Apollinaire. L'appuntamento è per giovedì 9 giugno alle ore 20:45 al chiostro di Santa Caterina (in caso di maltempo nel palazzo di Ca' dei Ricchi).


Il pieghevole in formato *.pdf con tutto il programma degli eventi della rassegna organizzata dal Comune di Treviso è scaricabile a questo link. L’ingresso è gratuito per tutti gli appuntamenti.

(Nei prossimi giorni mi auguro di poter ospitare uno stralcio dell'intervento critico che Matteo Giancotti proporrà prima delle letture dai poeti italiani da lui selezionate.)

Info
cultura@comune.treviso.it
tel. 0422 658318
www.comune.treviso.it
Twitter: @ComuneTreviso

domenica 20 marzo 2016

I cambi di stagione: equinozio di primavera


In occasione di solstizi o equinozi, quindi al massimo quattro volte l'anno se non mi stufo prima, riprendo qui un testo dagli archivi. Specifico solo il caso dei testi editi. Le immagini che accompagnano questi pigri post sono tagli e rotazioni (di 90°, 180° o 270°) dalle tavole.


L’accento perso


Non c’è quasi più traccia
d’accento, tutta sciacquata da anni
la lingua nei fiumi d’Europa. Fino
a qua arriva il ripulirsi le piume
e il mondare il riso, nei panni
dell’essere via, fuori da qui.
Rimanere e partire. Basta. Non c’entra
più nulla il nulla di un luogo:
vedi tu cambi tu e muti noi. Qui
non c’è traccia
d’accento, manca tutto salendo
le scale salendo le luci
attento ormai
al dire dare fare…
Tutto cosparso d’accento mondato, ma
senza taglio non c’è amore, non c’è
acqua che sciacqui le lingue dalle teste,
non c’è il verde dell’erba intiepidita.
E aggiungere parole non serve, e i luoghi
non sanno di questa bassacorte
riparata da latte e lamiere di una sera
lenta che diventa campo, diventa
prato e arriva sventata come una Pasqua.

mercoledì 16 marzo 2016

Il grande nulla e il sogno della griffe (pasquinata)

Pubblico di seguito l'intervento che ho scritto per il sito Diaforia.org. Questo testo è già comparso all'interno della serie di contributi sull'editoria di poesia raggruppati nel format "una modesta proposta". Sul sito Diaforia.org sono sinora usciti sul tema i contributi di Luca Rizzatello, Ermanno Moretti e Gualberto Alvino. Ringrazio Daniele Poletti per l'impulso e per l'ospitalità.

Mi è stato chiesto di contribuire a questa serie di interventi sul tema solitamente scivoloso, vischioso e persino viscido che sta sotto l’etichetta “editoria di poesia”. Sarò breve davvero. Difficile sostenere una tesi precisa in poche battute, ma è quello che vorrei fare, anche se mi è chiaro che un “testo argomentativo”, così come si prova a insegnarlo a scuola sin dalle medie, non è ciò che più piace o ciò che si legge più volentieri in rete. Negli spazi del web è più facile infatti sfrizzolare il velopendulo, puntare alla pancia e scivolare nella polemica-commento infinita, nella capziosità acchiappalike con la quale i social (ma anche gli strumenti di comunicazione comprati dai social, come Whatsapp ad esempio) ci hanno oramai intossicato. Proverò allora a ricorrere a un parallelismo e a descrivere la situazione così come la percepisco, di modo che possa alla fine emergere una tesi, un nuovo punto di partenza, quindi qualcosa di contestabile e attaccabile, finanche condivisibile (parolina magica: condividere!).

Parecchi anni fa, non ricordo bene quando, uscì uno studio specialistico sul modo in cui le case di moda gestivano la propria comunicazione pubblicitaria. Il titolo, se ben ricordo, era “Il grande nulla”. In sostanza si sosteneva quello che è tuttora sotto gli occhi di tutti, cioè che nella comunicazione pubblicitaria le case di moda non comunicavano proprio un bel niente (nessun posizionamento, nessuna idea del mercato o di prodotto, nessun beneficio funzionale o psicologico, nessuna presa di posizione o uno stare sul campo, talvolta nemmeno un’idea precisa di stile, il che per la moda poteva risultare persino imbarazzante). Comunicavano soltanto la griffe, ovvero un logo appoggiato sopra uno scatto fotografico pescato tra quelli delle ultime collezioni che si volevano pubblicizzare. In ambito pubblicitario questa piega si è poi allargata. Pensate all’arredamento o anche ai manufatti dell’architettura e delle archistar, designer inclusi: vale solo il brand, pardon, la griffe, che è diversa e ancora più irrazionale ed “emozionale” del brand. Si passa quasi ai campi della “fede”. In questo contesto, da un punto di vista di tecnica della comunicazione pubblicitaria, uno spot come quello del pennello Cinghiale aveva stile da insegnare a pacchi ai pubblicitari e agli stilisti delle più rinomate case di moda ed era nato dalla mente di copywriter che conoscevano ancora il valore della posizione dell’aggettivo rispetto al sostantivo. In questo nuovo contesto invece i copywriter e la parte verbale dell’annuncio vengono meno.

Ulteriore premessa nonché risposta a confutazioni che intravedo già sorgere: qualcuno vorrà rilevare che questo mio è un approccio troppo tecnico ad un tema così semi-esistenziale ed esistenzialista. Eppure stiamo parlando di “editoria di poesia”, quindi di attività legata al lucro, per quanto marginale e per quanto di marginalità bassa. Una domanda: qual è il lucro dell’editoria di poesia? Tale approccio tecnico insomma non è del tutto peregrino. Inoltre le dinamiche di brand sono note alle nostre case editrici, che non disdegnano un certo modo di cavalcare l’onda, o, come si dice in gergo “keep the hype up”, aiutate da stuoli di recensori annoiati e addomesticati, blogger o autori che si fanno portatori (sani?) del virus in rete, giovani critici intervistati che ruminano solo le novità editoriali statisticamente più citate dai blog “mainstream”. Il grande nulla intravisto nella comunicazione pubblicitaria delle case di moda anni fa è del tutto analogo al grande nulla dal quale rischia di essere sempre travolta l’editoria di poesia. Cambia solo il giro di soldi, e non di poco, anche se sussiste una certa idea di lucro. D’accordo, vi sono eccezioni a questa situazione desolante, ma ad un livello quantitativo apprezzabile non rilevo nessuna linea precisa, nessuna idea di poesia riconoscibile e quindi anche, finalmente, contestabile e attaccabile (sussistono gli attacchi ad personam tipici dei social, belli schermati… da dietro lo schermo). Non sto parlando di mancanza di un’identità di gruppo - e mai mi hanno troppo interessato i gruppi letterari - bensì della mancanza di un sacrosanto e basilare interesse per la scrittura poetica alla quale l’editoria di poesia deve rivolgere una vera attenzione. Quasi ovunque prevale l’idea e il sogno (scorciatoia) di diventare griffe poetica, magari con il ricorso a sistemi altri rispetto a quelli della selezione e della “qualità” del testo, del dibattimento e del rischio d’impresa (fuori e dentro metafora). L’autore e la sua immagine prevalgono sull’opera mentre l’editore, se ha la griffe per anzianità (pardon, per heritage) o se è riuscito a costruirla col tempo, può arrivare a prevalere su tutto. Proprio di recente un editore come Marcos y Marcos ha introdotto una “sfilata letteraria” per presentare le novità della “collezione primavera estate 2016”, curioso episodio che sembra dimostrare questa pulsione delle case editrici a farsi griffe e a mimare gli strumenti utilizzati nel campo della moda. 

Quel grande nulla intravisto nelle campagne pubblicitarie delle case di moda (banalmente: scatto fotografico + logo e morta lì; selfie?) è più vicino di quello che pensiamo al grande nulla dell’editoria di poesia contemporanea. Siamo intossicati e abbagliati dalla griffe, autoriale o editoriale che sia. Il problema della gran quantità di libri di poesia che si pubblica/stampa è un falso problema se la carta la riciclano davvero e se esisteranno editori capaci di fare “seriamente” gli editori e quindi capaci di conversare, costruire un dialogo con gli autori, filtrare senza necessariamente flirtare, proporre un’illuminazione di un lato del diamante della scrittura poetica all’altezza dell’anno duemilasedici. Il diamante è lo stesso ma più editori possono contribuire a illuminarne un lato di volta in volta diverso. Il problema più volte sollevato che in troppi scrivono poesia e troppo pochi ne leggono è un ulteriore falso problema. Chi se ne frega, non possiamo bruciare la vita a rincorrere questi falsi problemi. Le problematiche reali su cui invito a riflettere sono allora queste tre: 1) il divismo e la costruzione autoriale ritenuta purtroppo primaria delle case editrici, dagli uffici stampa e da certi autori che hanno sempre saputo come perseguire determinate strategie di personal branding; 2) lo scadere dell’interesse per l’opera, per il pensiero e il progetto che la sottende e 3) l’editore che troppo spesso e troppo presto sogna di diventare griffe ovvero una sorta di Re Mida. Secondo il dizionario la griffe è “firma, marchio o etichetta di un artista, di uno stilista o di una azienda, specialmente su capi o accessori d’abbigliamento”. Ecco, non trascurerei il finale della definizione che ho messo in corsivo: capi o accessori. Di questo passo rischiamo di diventare tutti capi (capoccia) e accessori (aggettivo), intercambiabili. Non mi sembra un grande affare, ma se va bene a voi, buona camicia a tutti.

sabato 12 marzo 2016

A Treviso il 19 marzo l'anteprima di CartaCarbone festival 2016

Segnalo questo appuntamento marzolino nato da un'idea di Paola Bellin attorno al tema sterminato della guerra. La serata appartiene alla programmazione di anteprima di CartaCarbone Festival 2016 organizzato dall'Associazione culturale Nina Vola.



ANTEPRIMA CARTACARBONE FESTIVAL 2016
ASSOCIAZIONE CULTURALE NINA VOLA
UNO_PUNTO_TRE

NELLA DEMENZA CHE NON SA IMPAZZIRE
Per una poesia civile

Sabato 19 marzo, ore 20.45
Sala Luigi di Francia
Via Roggia, 12 - Treviso




La serata, ideata e curata da Paola Bellin, rientra nella programmazione 
di eventi-anteprima del CartaCarbone festival 2016
L'evento si propone la partecipazione corale del pubblico ad una riflessione e sensibilizzazione sulle tragedie umane, individuali e collettive, delle guerre, attraverso conversazioni di impegno civile con tre poeti ospiti della serata:
 Nicoletta Bidoia, Alberto Cellotto, Loretta Menegon

Improvvisazioni sonore di Lucio Bonaldo.

Alla serata parteciperanno Emily Pravato e Tommaso Zambon 
del Laboratorio Teatrale del Liceo Scientifico "Leonardo da Vinci" di Treviso.

mercoledì 6 gennaio 2016

"I pini di Roma". Il libro oggetto di OPLA+ su un testo di "Pertiche" per libri di versi 7

Dal minuto 6:50 al minuto 7:50 del video seguente trovate la lettura di Ilaria Morabito e la carrellata sul libro oggetto realizzato da OPLA+ e Marco Pasian sul testo "I pini di Roma" (contenuto nel mio libro Pertiche). Il filmato è il videocatalogo di libri di versi 7 e rincorre le differenti tappe dell'esposizione di 19 libri oggetto e libri d'artista nati dalla collaborazione di poeti e artisti visivi. La mostra, curata da Silvia Lepore e Sandro Pellarin, si è tenuta tra luglio e agosto 2015 al Museo Archeologico Nazionale Concordiese di Portogruaro nell'ambito del festival notturni di_versi 2015. 




Il testo da Pertiche (La Vita Felice, 2012) 

I pini di Roma
(7 novembre 2011)

                            Wie ergreift uns der Vogelschrei…
                            R.M. Rilke

Li afferro sui binari, assieme
a un grido d’uccello
che trapassa il finestrino.
Sorridi. Capisci per quanto

spazio vedrò le nuvole e
la luce sulle mura e il cielo,
segnali d’alberi, pini
punti dai forati cumuli,

pini che si credono sulla consolare,
pini che non sanno di consolare
altri alberi che stanno in oblio

e vivono e muoiono, per sempre
muoiono e amano
così: uno spazio divenuto respiro.



Di seguito la lista completa dei partecipanti:
Mariano Bulligan, Emanuele Bertossi, Marisa Bidese, Anna Boschi, Silvia Braida, Carmelo Cacciato, Luciana Costa Gianello e Alma Aruffo, Renzo Cevro-Vukovic, Guerrino Dirindin, Matteo Grasso, Silvia Lepore, Gina Morandini, Massimo Mucci, OPLA+, Sandro Pellarin, Zelda Rocchi, Kathryn Shank Frate, Simon Ostan Simone, Luisa Sparavier, Franco Vecchiet, Roberto Ferrari, Orietta Masin, Donato di Poce, Antonella Sbuelz, Marco Cirillo, Guido Cupani, Simone Consorti, Maurizio Mattiuzza, Michela Zanarella, Isabella Panfido, Marina Giovannelli, Piero Simon Ostan, Alberto Cellotto, Marco Sorzio, Anna Toscano, Marco Scarpa, Maurizio Benedetti, Adriano Lubrano

(Altro su questo libro oggetto sul sito di OPLA+ qui.)