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domenica 12 agosto 2018

Nicola Attadio ripercorre la vita di Nellie Bly, a free American girl, in "Dove nasce il vento"

Intervallando brevi corsivi, dove lascia posto al punto di vista della protagonista, e ampi stralci di ricostruzione, Nicola Attadio ha scritto un libro sulla vita di Nellie Bly che si lascia leggere appassionatamente capitolo dopo capitolo e che può lanciare diversi interrogativi a seconda del punto di osservazione che scegliamo per valutarlo. Il libro ha una titolazione multipla quasi giornalistica, con sottotitolo e occhiello: Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly. A free American girl (Bompiani, pp. 204, euro 16). Elizabeth Cochrane, alias Nellie Bly, alias Mrs Seaman - quando deciderà, con una mossa apparentemente incoerente, di sposare un industriale di quarant'anni più vecchio - è stata una formidabile giornalista e reporter americana. Il suo lascito è noto e diverse pubblicazioni, disponibili anche in italiano, ne cementano la fama. Ma un libro simile a lei dedicato mancava e Attadio dimostra come il genere della biografia narrativa possa essere rivitalizzato a fronte di una seria conoscenza dei dati e di una rara accuratezza della scrittura. Con i suoi scritti, i suoi viaggi e persino con la sua capacità manageriale (olivettiana ante litteram), quando rilevò e diresse con orientamento filantropico l'industria del marito Seaman, Nellie Bly seppe marcare la vita pubblica americana e il giornalismo internazionale a cavallo tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento (si spense nel 1922 a New York, nacque a Burrell, Pennsylvania, nel 1864). Nicola Attadio, che ne aveva seguito le tracce già per il programma radiofonico "Vite che non sono la tua", la insegue chiaramente dagli albori di una carriera fulminante, quando giovanissima e sgrammaticata, si rivolge al giornale "Dispacht" dell'industriosa e industriale Pittsburgh con una lettera che tocca senza giri di parole e nascondimenti la condizione della donna. L'inferno per una donna è la dipendenza da un uomo, circa questa potrebbe essere la sintesi che segna tutta la sua vita, anche quando sposerà Seaman stupendo tutti e venendo meno (solo apparentemente) a questa sorta di motto ispiratore di un'esistenza. Firma quella prima lettera come "Lonely Orphan Girl" e questo appunto dice di un'infanzia travagliatissima, alla quale Attadio dedica i brevi, efficaci cenni iniziali dei primi capitoli.

Il nome d'arte di Nellie Bly si lega quindi da subito alla storia del giornalismo. I primi reportage per "Dispatch" di Pittsburgh segnano il passo di un nuovo modo di scrivere che strizza l'occhio al lettore mantenendo una perfetta aderenza all'inchiesta concordata con la redazione. Ma l'irrequietezza che muove Elizabeth è grande e Pittsburgh non può che starle stretta. Quel suo vento la porterà presto in Messico per cinque mesi in compagnia della fidata madre (fidata fino al colpo di scena finale, che prevede pure un tradimento materno). Da quel viaggio ricavò un reportage memorabile che non si sofferma solamente sulle "facili" aree metropolitane di quella nazione (relativamente facili da raggiungere), ma vorrà toccare anche l'interno, il misterioso interno messicano. Altro colpo del giornalismo di Nellie Bly, probabilmente il colpo della consacrazione, una volta trasferitasi nella più congeniale New York e assunta da Joseph Pulitzer a "New York World", è senza dubbio il reportage sul manicomio femminile dell'isola di Blackwell. Bly si finse pazza per poter trascorrere alcuni giorni in quella struttura e mostrarne le condizioni disumanizzanti (quel testo è stato proposto recentemente anche da Edizioni Clandestine con il titolo Dieci giorni in manicomio). Ma chiaramente non finisce qui. A quindici anni da Phileas Fogg e dal suo giro del mondo in 80 giorni, Pulitzer affida a Nellie un compito simile. Bly parte il 14 novembre 1889 da New York per farvi ritorno dopo 72 giorni, il 25 gennaio 1890, accolta trionfalmente e ormai consacrata come nome del giornalismo e della nuova America. Affrontata la breve indecisione sul leggero bagaglio, Bly porta a termine un viaggio sui diversi piroscafi dai nomi memorabili in rotta tra i continenti. Le tappe sono New York, Londra, Calais, Brindisi, Port Said, Ismailia, Suez, Aden, Colombo, Penang, Singapore, Hong Kong, Yokohama, San Francisco e infine di nuovo a New York. Ogni tappa uno sguardo, ogni tappa un suo ricordo nitido che il lettore può raccogliere.

È sempre il giornalismo a salvare Nellie Bly, questo il suo lavoro primario, la sua àncora quando il vento della fortuna non soffia. Quando deciderà di sposare Seaman e alla sua morte rileverà la gestione di un'industria importantissima, Mrs Seaman rivelerà doti gestionali mai viste prima e si preoccuperà della condizione dei lavoratori. Tuttavia, ad un certo punto, tradita anche dai collaboratori più stretti e da un clima finanziario non più favorevole, abbandonerà la gestione dell'industria di Seaman e partirà per l'Europa, soltanto quattro giorni dopo il 28 luglio 1914. In Europa e nella Mitteleuropa la conoscono bene. Da Vienna le è affidato un settore di guerra giornalisticamente meno coperto del fronte occidentale: la Galizia. Non che la guerra sul fronte francese sia più gentile e meno tragica di quella conosciuta e detta in poesia da Georg Trakl sul fronte galiziano, ma anche in questo caso i reportage di Nellie Bly faranno epoca e getteranno uno sguardo terso sulle condizioni di vita dei militari che uccidono più dei cannoni (anni fa l'editore Viella ha dedicato la pubblicazione Due fronti opposti. Diari di guerra 1914-1915 ai diversi casi delle corrispondenze di Edith Wharton e Nellie Bly). 

A Nicola Attadio va riconosciuto il merito di aver scritto un libro avvincente e utile su una figura chiave del giornalismo e contestualmente su un frangente determinante della storia mondiale. Ad un certo punto storia contemporanea e giornalismo iniziano a essere materie quasi inscindibili e questo libro potrebbe essere una riprova. Quando arriva in Giappone, a Yokohama, Bly ad esempio è conquistata da quella nazione, non solo nel palato e nella cucina, ma anche per quell'inedita forma di innovazione dall'alto innescata in quel paese, un modello unico di evoluzione, anzi, di rivoluzione. Lo sappiamo, è questo uno dei capitoli fondamentali della storia contemporanea. Ma davvero ogni passo della nostra reporter, in questa trama fitta di echi e battaglie, è ricco di rinvii a un'epoca che ha determinato il mondo apparentemente piatto e veloce che brulicanti calchiamo oggi, quasi un secolo dopo la morte di Elizabeth Cochrane.

sabato 30 giugno 2018

La nuova edizione di "Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale" a cura di Andrea Cortellessa

Leggere una grande guerra #28


Segnaliamo la presenza della nuova edizione di Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale a cura di Andrea Cortellessa. Il nuovo volume, che segue, integra e arricchisce di molto quello uscito per Bruno Mondadori nel 1998, curato da un Cortellessa appena trentenne, vede la luce nell'ultimo anno del fantomatico "centenario" della Grande guerra. Lo pubblica Bompiani (pp. 800, euro 22) e ha l'aria di suggellare con qualcosa di utile, sensato e rinnovato un quinquennio che a tutti gli effetti si può invece considerare un'occasione di ripensamento e riflessione mancata, a tutti i livelli, incluso quello editoriale. E ben venga allora questo colpo di coda, che torna alla poesia sommersa e emersa da quella guerra. Ma non solo alla poesia scritta durante quella guerra. C'è (c'era già nella prima edizione) anche Zanzotto, che nel 1918 non era ancora nato e ci sono nuovi autori antologizzati che si lasciano alla sorpresa di chi avvicinerà il volume dal montaliano titolo (curioso che quella poesia di Valmorbia coincida sostanzialmente con quanto Montale dedicò a quel conflitto nei suoi versi). C'è soprattutto - e va detto in questa cornice di segnalazione - un'aggiunta corposa rispetto alla prima edizione del volume: lo schedario biobibliografico contenente tutte le notizie militari disponibili di ciascuno dei 67 autori qui ospitati. Questo apparato si configura oggi come attrezzo indispensabile, quasi un libro parallelo e potenzialmente autonomo, che rende diversa questa nuova edizione di un titolo che da troppo si faticava a trovare in commercio. 

L'impianto, che già vent'anni fa si palesava come sicuramente innovativo e funzionale, non invecchia affatto. Tiene infatti ancora bene quel susseguirsi dei capitoli-palinsesti dati dalla "guerra attesa", "guerra-festa", "guerra-cerimonia", "guerra-comunione", "guerra-percezione", "guerra-riflessione", "guerra lontana", "guerra-follia", "guerra-tragedia", "guerra-lutto", "guerra ricordata" e "guerra postuma" dove calare i testi dei poeti già antologizzati e di quelli nuovi, tra i quali troverete pure una grande sorpresa-trasgressione.

(Ricordo qui il post sulla precedente edizione del libro, con il quale tra l'altro era iniziata questa serie di post legata a libri sulla Prima guerra mondiale.)


Andrea Zanzotto, Rivolgersi agli ossari (da Il Galateo in Bosco, 1978)


Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto.
Rivolgersi ai cippi. Con il più disperato rispetto.
Rivolgersi alle osterie. Dove elementi paradisiaci aspettano.
Rivolgersi alle case. Dove l’infinitudine del desìo
(vedila ad ogni chiusa finestra) sta in affitto.

E la radura ha accettato più d’un frondoso colloquio
ormai, dove, ahi,
si esibì la più varia mostra dei sangui
il più mistico circo dei sangui. Oh quanti numeri, e rancio speciale. Urrah.
Vorrei bucarmi di ogni chimica rovina
per accogliere tutti, in anteprima,
nello specchio medicato d’infinitudini e desii
di quel circo i fermenti gli enzimi
dentro i succhi più sublimi dell’alba, dell’azione, in piena diana. E si va.
E si va per ossari. Essi attendono
gremiti di mortalità lievi ormai, quai gemme di primavera,
gremiti di bravura e di paura. A ruota libera, e si va.
Buoni, ossari – tante morti fuori del qualitativo divario
onde si sale a sicurezze di cippo,
fuori del gran bidone (e la patria bidonista,
che promette casetta e campicello
e non li diede mai, qui santità mendica, acquista).
Hanno come un fervore di fabbrica gli ossari.
Vi si ricevono ordini, ordinazioni eterne. Vi si smista.
All’asilo, certi pazzi-di-guerra, ancora vivi
allevano maiali; traffici con gli ossari.
Mi avete investito, lordato tutto, eternizzato tutto, un fiotto di sangue.
Arteria aperta il Piave, né calmo né placido
ma soltanto gaiamente sollecito oltre i beni i mali e simili
e tutto solletichìo di argenti, nei suoi intenti, a dismisura.
Padre e madre, in quel nume forse uniti
tra quell’incoercibile sanguinare
ed il verde e l’argenteizzare altrettanto incoercibili,
in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili
voi mi combinaste, sotto quelle caterve di
os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie
rivomitate ma come in un più alto, in un aldilà d’erbe e d’enzimi
erbosi assunte,
in un fuori-luogo che su me s’inclina e domina
un poco creandomi, facendomi assurgere a
Così che suono a parlamento
per le balbuzie e le più ardue rime,
quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,
io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi
mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico
Sempre più con essi, dolcissimamente, nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un sì a un no, ma di poco
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco. 

lunedì 5 febbraio 2018

"Ellissi" di Francesca Scotti

Questa recensione di Eloisa Morra al libro Ellissi di Francesca Scotti è già apparsa ne "L'indice dei libri del mese".


«Non crescere, è una trappola», così Peter Pan ammoniva Wendy; questo sembra essere il mantra di Erica e Vanessa, le due adolescenti protagoniste di Ellissi (Bompiani, 2017), ultima prova narrativa della scrittrice milanese Francesca Scotti. Amiche per la pelle, queste ragazze fisicamente diversissime un giunco dai capelli rossicci e lentiggini Erica, più piccola e bruna Vanessa sono unite dalla paura di crescere che le porta a stringere un patto: diventare libellule, rendere i loro corpi esili e flessuosi come quellanimale che «impiega quindici trasformazioni a diventare quel che è». La loro alleanza contro la crescita sembra inossidabile, almeno allinizio del romanzo: quando le vediamo fare i bagagli per Villa Flora, una clinica per disturbi alimentari, determinate a resistere alle cure e ad esercitare il controllo assoluto sui loro esili corpi dal cuore a goccia.

Già accennato in alcuni racconti della raccolta desordio Qualcosa di simile (Pequod 2011) e nel bel romanzo Il cuore inesperto (Elliott 2015), in Ellissi il tema del rapporto col cibo si fa in primo piano, oggettivando efficacemente levolversi dellamicizia tra le protagoniste (il magnum sciolto nellacqua calda, un dado di pan di Spagna apparso in sogno a Vanessa: Scotti è naturalmente portata a creare immagini che non si lasciano dimenticare per come sa dar loro corpo e concretezza). Amicizia che, come spesso capita nelladolescenza, non è immune da una certa dose di velenosità: Vanessa ed Erica si stringono in una simbiosi che anziché donar loro spazio vitale le porta a consumarsi e distruggersi, fisicamente e psichicamente, in una chiusura al mondo esterno che è anche un ostacolo al formarsi delle loro individualità. Come due fuochi di una ellisse, avranno bisogno di sovrapporsi per poi separarsi di nuovo, tornando ad essere ciascuna «uno».

Lincontro con il dottor Talevi e gli altri degenti della clinica in particolare Diego, il ragazzo dalle gambe a fenicottero che in modo diverso affascinerà entrambe, e si innamorerà di Erica muterà per sempre il loro rapporto, portandole finalmente a misurarsi con lesterno, con il peso della realtà: perché «tra due ali c’è un corpo», e non esiste leggerezza senza peso. Dallatmosfera equorea e cupa di Villa Flora, tratteggiata da Scotti con notevole sapienza narrativa, si passa ad un finale aperto ad altre consistenze e colori: la polpa della mela assaporata da Erica, tornata a casa dopo la guarigione, il rosso del ciclo che torna ad abitare un corpo sano. Colpisce come nonostante si trovi sovente a descrivere rapporti delicati la relazione morbosa tra Vanessa ed Erica rispecchia per certi aspetti quella che in Il cuore inesperto legava la diciottenne Anita al suo maestro di musica , e proprio per questo potenzialmente disturbanti, la scrittura di Scotti non perda mai delicatezza ed equilibrio né indugi in sentimentalismi (così in un altro bel libro il cui centro è il corpo, La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi). Scrittrice percettiva, Scotti lascia che a parlare sia lesattezza dei confini della sua realtà: più dei dialoghi contano i gesti, la musica (altro suo grande tema, torna in alcuni snodi centrali del romanzo), i dettagli che emergono con nitidezza dallacquario ovattato in cui vagano i degenti. Ed è nello stile teso e musicale, in grado di aprirsi con disinvoltura alla levità come a squarci perturbanti, che risiede forse la maggior riuscita dun romanzo sospeso tra Ogawa Yoko e il primo Parise.


Eloisa Morra

martedì 13 giugno 2017

"Paesaggi del trauma" di Matteo Giancotti

Paesaggi del trauma di Matteo Giancotti (Bompiani, pp. 272, euro 12, in libreria in questi giorni) è uno spoglio ragionato e aggiornato di scritture letterarie, diaristiche, memorialistiche e saggistiche volto a focalizzare un arduo binomio inciso dal titolo sul quale sarà necessario ritornare più volte. Prima di proseguire, serve introdurre un ulteriore binomio composto da Grande guerra e Resistenza quali luoghi primari sui quali si concentra lo zoom dell'autore. Naturalmente fermarsi a parlare di spoglio sarebbe ingeneroso e riduttivo, perché Matteo Giancotti ha cercato, sin dalle prime battute, di trovare la quadra per far sì che lo studio non si riducesse ad una rassegna su temi e autori evidentemente ritenuti significativi ed esplicativi dell'oggetto della ricerca, ma diventasse la proposta di un metodo per avvicinare i "paesaggi del trauma" che continuamente osserviamo nel prepotente ribollire del reale e della storia. Inoltre, va detto in avvio che il campione di testi su cui l'analisi si concentra è davvero ampio e che per uscire dal rischio di un'opera chiusa su due momenti storici per definizione irripetibili, l'autore si è aperto a un'altra guerra, non di molto lontana alla Prima guerra mondiale dalla quale il volume prende le mosse e ancora più vicina al nostro tempo. Verso la fine infatti subentra un tentativo di sintesi, o quantomeno di proficuo spostamento, con l'introduzione di un terzo vertice rappresentato dal rinvio al magmatico Zona di Mathias Énard (uscito nel 2008 e pubblicato in Italia nel 2011 da Rizzoli nella traduzione di Yasmina Melaouah), opera-fiume nella quale attraverso il protagonista, la spia Mirkovic, "ripassiamo" in modo del tutto sorprendente i conflitti e le zone di guerra del Novecento, con particolare riferimento all'area balcanica. 

Il rischio di stasi teorica che può correre uno studio sul paesaggio ("land-scape" in inglese, e la statica veduta è quindi centrale e in agguato) è conosciuto in anticipo. Così come nello sviluppo di quel metodo irripetibile dei primi studi storico-letterari di Mario Isnenghi sulla Prima guerra mondiale, la mole di materiali sondati in questo libro detta una propria legge di analisi e impone un proprio metodo, che si svelerà via via. In fondo, è questa una rivendicazione di autonomia metodologica non lontana da quella che guidava critici come Baldacci o Garboli. Il risultato dello spoglio è allora fatto reagire con l'impostazione teorica di fondo, che ci rimanda ancora una volta al binomio del titolo, tanto da far risuonare una domanda a due tempi: come possiamo studiare i paesaggi attraverso le perforazioni dei traumi individuali e soprattutto collettivi e cosa velano, ancor più di quanto svelano, i paesaggi? Aggiungerei una domanda più radicale e destabilizzante: quanto possiamo pretendere ancora dal trauma affinché ci porti a comprendere sia la memoria storica sia il contemporaneo? E siamo certi che alla fine non sia altrettanto corretto, se non addirittura più promettente, provare a parlare di un trasversale "trauma del paesaggio"? A ben pensarci, potrebbe essere proprio la scoperta del paesaggio a divenire l'evento traumatico in sé, ben prima dei traumi storici che sul paesaggio si scatenano, poiché quel "fascio di percezioni" che il paesaggio è, mediante determinati filtri, arriva a far breccia e traforare la coscienza individuale e collettiva.

Da che cosa prende le mosse uno studio del genere? Giancotti opportunamente scrive e circoscrive così il suo oggetto, già nella prima parte dedicata alla Grande guerra:
il concetto stesso di paesaggio, almeno nell’ambito dell’espressione scritta, ha a che fare più con la rielaborazione culturale che con l’esperienza (e l’espressione) diretta, essendo appunto il suo ambito una zona di incontro tra esperienza, rappresentazione e memoria culturale: è fisiologico che lo si trovi rappresentato tra le pagine degli scriventi colti più che in quelle dei “semicolti” o degli incolti (p. 127).
Poi, nella seconda parte dedicata alla Resistenza, ritorna su questi passi e ribadisce:
Anche al di là dei valori condivisi che la società riconosce  alla letteratura, resta il fatto che senza letterarietà [...] nemmeno il paesaggio esiste. Perché il paesaggio emerga nella scrittura è infatti necessario che agisca il filtro psicologico e culturale del soggetto, la cui presenza emerge non solo nelle opere ad alto tasso letterario, dove in effetti siamo abbastanza sicuri di incontrare l’io, ma anche nelle scritture documentarie (di Chiodi e Revelli per esempio) che più tendono apparentemente a cancellare l’istanza soggettiva, conservandola spesso implicitamente (p. 207).
Ma ritorniamo al titolo, ai paesaggi (plurali) e al trauma (quasi sempre al singolare quando sta in discorsi di letteratura). Con il primo termine rientriamo in un terreno insidioso e ci rifacciamo, con l'autore, a uno studioso come Michael Jakob - autore di opere quali Il paesaggio, Paesaggio e letteratura e Paesaggio e tempo - il quale sintetizza il paesaggio come qualcosa che nasce dall'incontro di natura e soggetto. Ma è soprattutto sul fronte del nostro secondo termine, "trauma", che si registrano le scosse più interessanti ancorché controverse e problematiche degli ultimi studi critici. Basti ricordare il discreto successo di un saggio di Daniele Giglioli intitolato apoditticamente Senza trauma. Scrittura dell'estremo e narrativa del nuovo millennio (pubblicato da Quodlibet nel 2011 e ricordato da Giacotti in sede introduttiva), per capire che qui la chiave che intona il discorso riporta il trauma in un suo alveo originario: in questo libro si parla di paesaggi dove sono accaduti eventi traumatici per i singoli o per intere collettività e dei precipitati nella scrittura di testimonianza, antecedenti insomma allo spoglio sugli anni zero compiuto da Giglioli. Del resto, per stare alla Prima guerra mondiale da cui il libro parte, come mostrò splendidamente L'officina della guerra. La Grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale di Antonio Gibelli (Bollati Boringhieri, prima edizione 1991), quel conflitto fu innanzitutto un'immane nuova esperienza di sconvolgimento e non vi fu livello dell'esistenza umana che non venne investito o persino rivestito. Tutto ciò premesso, è chiaro che il binomio del titolo, vero pendolo su cui s'inossa la trattazione di Giancotti, è la chiave di volta teorica per domare un oggetto di ricerca che resta comunque capriccioso, refrattario e persino recalcitrante. Insomma, non è per niente facile tenere testa a qualcosa che, come abbiamo letto, "non esiste" e che però è segnato da un trauma. E in secondo luogo, non è affatto agevole collocare il paesaggio, quale "fascio di percezioni", in un alvo che è sia individuale sia collettivo senza affrontare delle aporie inaggirabili, senza chiedersi qual è la giusta teoria per il nostro "land-scape" trivellato di traumi.

Uno dei meriti del libro coincide con il saper sollevare alcune giuste domande sui due termini del binomio e soprattutto sul valore e la direzione di quel genitivo espresso dal titolo, quasi potesse essere letto come genitivo soggettivo e oggettivo (i paesaggi dove il trauma agisce ma anche, forse, il trauma agito dai paesaggi). Giova all'impostazione l'aver scelto per le prime due parti momenti storici profondamente diversi, nei quali sia "paesaggio" che "trauma" occupano postazioni a volte opposte: se nella Prima guerra mondiale siamo in un conflitto fatto di "linee del fronte" e "zone di guerra" (torna la parola "zona", come nel titolo di Énard), nel caso della Resistenza passiamo alle macchie puntiformi della guerriglia, alla Resistenza quale "fusione di paesaggio e persone" nelle parole di Italo Calvino, a un paesaggio sparso dove la natura torna a essere protezione e difesa dalla violenza (protegge anche una trincea, in realtà, ma solo nell'attesa dell'assalto). Ed è qui che il corpo a corpo con le suddette aporie avviene e subentra la necessità della critica, che è sempre chiamata a distinguere; così fa l'autore, distinguendo paesaggi e situazioni del suo nutrito campione e anche, cosa non più comune a tutti i critici, stabilendo un ordine di grandezza tra gli autori proposti (non un canone, bensì una più utile scala). Un libro è poi anche quello che suggerisce, gli interrogativi che implicitamente pone, quasi adombrandoli. E allora verrebbe da domandarci quale sarà il nuovo "trauma del paesaggio" (o "paesaggio del trauma"), se potrà somigliare da vicino all'inferno del diorama turistico internazionale o all'"angoscia di un paesaggio digitale" (per citare una canzone dei Massimo Volume). La distinzione sopra ricordata tra semicolti o incolti probabilmente varrà sempre meno, così come dovremmo rivedere il concetto di letterarietà, perché il paesaggio è diventato ingrediente trasversale del turbo-bio-capitalismo e come tale s'impone ai futuri studi, inclusi quelli di natura storico-letteraria. Sempre attuale allora quella domandina: che fare?

Tornando al volume e alla sua strutturazione, se nella prima parte dedicata alla Grande guerra fanno capolino Serra, Ungaretti, Lussu, Sbarbaro, Comisso, D'Annunzio, Marinetti, Puccini, Antonio Baldini di Nostro purgatorio, in quella dedicata alla Resistenza la coppia primaria Fenoglio-Meneghello è affiancata da numerosi inserti dedicati a Viganò, Del Boca, Sogno, Zangrandi, Fortini, Zanzotto, Cecchinel de Le voci di Bardiaga, Caproni e da un efficace invito a ripensare il lascito di Cesare Pavese (per tornare alla scala, diversa dal canone, non proprio un ridimensionamento è quello che riguarda lo scrittore piemontese, ma un'ammissione di preferenza per le vie percorse da altri autori, rispetto al suo fascinoso trattamento mitico della violenza de La casa in collina). Giova in tutto ciò la scrittura che ha governato questo spoglio, prosa tattile, in grado di riconoscere asperità e texture al passaggio delle mani. Le pagine contengono anche alcune utili riflessioni su una sorta di sperequazione dei generi letterari che attraversano il campione della ricerca: nella parte resistenziale, la poesia ad esempio scompare quasi del tutto anche tra gli stessi poeti (oppure è di molto successiva, come per Cecchinel). Lasciamo al lettore la possibilità di scoprire le considerazioni che si fanno in merito a questo fatto.

Giancotti, studioso di molti pezzi importanti del Novecento tra cui Rebora, Valeri e Zanzotto, ha pure lui "paesaggito" molto e si pone davanti a questo "infinito assente, infinito accoglimento" (così Zanzotto si riferisce al paesaggio nella poesia "Ligonàs" di Sovrimpressioni) con le spine teoriche di chi riconosce che siamo solo all'alba di una nuova serie di studi. Non sarà un caso che, proprio per questo motivo, una primissima cosa da fare, tanto semplice quanto necessaria, è verificare le occorrenze della parola 'paesaggio' nei vari autori (Giancotti lo aveva fatto anche in un saggio sul paesaggio in Goffredo Parise contenuto nel numero monografico della rivista "Riga" dedicato allo scrittore veneto). In effetti, se ci soffermiamo, possiamo convenire che la storia del paesaggio, perlomeno quello che si studia oggi sul versante della scrittura, è tutto sommato recente, mentre è assai più consolidata la vicenda del paesaggio all'interno dell'arte pittorica o architettonica (basti pensare a Palladio). Ciò che mi pare vada riconosciuto a questo studio è il vistoso spostamento del cursore su un asse precipuamente spaziale, prima ancora che temporale. Questo vale ben di più dell'insistenza sul trauma, parola della medicina che potrebbe presto o tardi esaurire il suo potenziale euristico, sia in presenza che in assenza di trauma. Il paesaggio è senza dubbio spazio rielaborato e filtrato, e lo possiamo far coincidere con uno spazio psicologico, quindi mentale e infine, in ultima analisi, ancora una volta temporale: un infinito assente e un infinito accoglimento, appunto, come ha giustamente sintetizzato Zanzotto, una necessità e un riflesso della psiche e del corpo, altrimenti destinati a implodere. A tal riguardo, Giancotti riporta un passo molto bello e emblematico nel quale si ritrae Sergio Solmi di ritorno dopo dieci anni sui luoghi della sua guerra (il Montello e Nervesa, che diventerà appunto Nervesa della Battaglia). Costeggiando quella che era la prima linea, lì dove le pendici del Montello sono prospicienti Colfosco e le colline di Susegana, Solmi di riflesso è ancora portato ad abbassare e ritrarre la testa tra le spalle per la paura di trovarsi allo scoperto fuori dalla trincea, forse memore degli spari che provenivano dalla riva sinistra del Piave.


venerdì 24 gennaio 2014

"Segreti e no" di Claudio Magris: la custodia del segreto tra potere e diritto all'opacità individuale

64 pagine stampate in corpo molto grande (un aspetto tipografico che mi ha fatto venire in mente i tasti di quei cellulari destinati agli anziani o comunque alle persone ipovedenti) al prezzo un po' alto di 7 euro: così si presenta Segreti e no, il nuovo libro brevissimo di Claudio Magris. Scavalcato questo ostacolo del prezzo un po' antipatico, va detto che Segreti e no è un testo assolutamente da leggere, e sta bene dirlo subito prima di iniziare a parlarne. Non solo perché capita spesso che ogni cosa della produzione dello scrittore triestino s'addentelli su fondamentali muri della Storia, ma anche perché questo intervento - che non ho ben capito se nasce in inglese, visto che nel colophon è menzionato un "The secret" del quale questo breve testo dovrebbe essere la traduzione - prende di petto una sola parola quasi scomparsa dal nostro mondo, forse a causa di un pudore sbagliato o di un pudore andato a male. Chissà perché. Al di là dei bambini e dell'infanzia, dove la parola "segreto" ha ancora qualche guizzo di vitalità, legato magari a una frequente, stereotipata gestualità di mani e orecchie, sembra che il segreto sia scomparso dalla faccia dalla terra, anche se sentiamo ancora parlare di "segreto di stato", "agenti segreti", "segreto bancario" o di altri segreti legati alle faccende della politica e del potere. Se non è scomparso del tutto, il segreto è sicuramente protagonista di un processo lungo di banalizzazione. Eppure mai come ora, in tempi di massima vetrinizzazione sociale, è opportuno tornare a scrivere e a parlare del segreto.

Il merito di questo intervento di Magris è anche quello di riportare il segreto alla sua centralità nella vita di ognuno. L'autore, un romanziere, che più aiuta Magris in questo è senz'altro Javier Marías di Un cuore così bianco e Domani nella battaglia pensa a me. Non dimentichiamo che per i suoi romanzi Marías andò a studiarsi un libro introvabile di Comisso intitolato Agenti segreti di Venezia 1705 - 1797. L'indimenticato Torquato Accetto della "dissimulazione onesta", largamente amato anche da Giorgio Manganelli, offre a Magris lo spunto per il finale dello scritto. Non può essere che il segreto sia scivolato nell'oblio e nel buio, a maggior ragione in questa epoca contraddistinta da un nuovo ambiguo "potere internettiano", chiuso tra trasparenza e segreto, ed è in fondo normale che si debba tornare a parlare di segreto oltre certe pedestri e incerte discussioni sulla privacy (chi leggerà queste pagine di Magris noterà che Internet è solo uno dei tanti rimandi o echi possibili sullo sfondo di questo ragionamento, anche se probabilmente è l'eco che a un editore d'oggi fa più gola isolare e illuminare).

Il dramma del segreto è la sua traslazione sull'asse del discorso, essersi spostato nella nostra epoca in posizione aggettivale, laddove ne facciamo ancora largo impiego; è come ci fossimo stancati di vederlo e sentirlo come un sostantivo. Mi pare dica anche questa cosa qui il ragionamento di Magris. E quando nel secolo scorso è prevalso il suo utilizzo sostantivale, spesso eravamo in tempi bui, sdrucciolevoli, nell'imbuto e nel tormento dei totalitarismi o di certo esoterismo poco raccomandabile. Di sicuro "segreto" è un sostantivo ingombrante e pesante, com'è giusto che sia. L'etimo di segreto rimanda al verbo "secernere", di cui il participio passato è "secreto". Un verbo strano che rinvia al nostro sistema endocrino e a ciò che emette, anche se nella lingua latina diceva di ciò che è separato e vagliato e, in fondo, di una sorta di libertà che nasce nella separazione. Agli albori della nostra letteratura un poeta fondamentale per la lirica europea, Petrarca, scrisse una prosa in latino che si intitola Secretum. Ma perché a uno dei più intelligenti scrittori dell'Italia attuale interessa così tanto il segreto? La risposta più chiara a questa semplice domanda sta nelle pagine dove Magris riprende il diritto all'opacità rivendicato da Édouard Glissant, il diritto di non essere passato da parte a parte "dai raggi X di alcuna conoscenza globale", in "umanissima difesa della propria libertà". Svelare un segreto significa deformarlo, come in una sorta di principio di Heisenberg per cui l'osservazione di un fenomeno significa già la sua alterazione. Detto con le parole di Javier Marías "[...] La verità non riluce, come si dice, perché l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini, quella celata e non controllata. Forse per questo si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato."

C'è una poesia di Montale la cui seconda parte mi è sempre rimasta impressa, in particolare per l'utilizzo che Montale fa di due parole: "schermo" e "segreto". Avrete già capito a quale poesia intendo rimandare. Mi è tornata subito in mente leggendo queste importanti pagine di Magris, consegnate al suo ennesimo imperdibile libro.

Forse un mattino andando in un'aria di vetro, 
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: 
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro 
di me, con un terrore di ubriaco. 

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto 
alberi case colli per l'inganno consueto. 
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

(Oggi trovo inquietante quella quasi rima tra "vetro" e "segreto", tra la trasparenza del vetro-schermo e l'opacità del segreto.)

venerdì 18 ottobre 2013

Andrea Zanzotto in "Luoghi e paesaggi": qui non resta che cingersi intorno il paesaggio qui volgere le spalle

A due anni di distanza dalla morte di Andrea Zanzotto, iniziano a riaffiorare alcuni scritti inediti o introvabili. L'augurio è che oltre agli scritti si riesca presto a leggere qualcosa della rizomatica corrispondenza che il poeta di Pieve di Soligo intrattenne e alimentò davvero incessantemente. Quello della corrispondenza, tratto comune a molti uomini e donne di letteratura, era in Zanzotto un aspetto particolarmente curato e sentito, e non solo con i grandi nomi della poesia e della cultura, bensì qualcosa di ancor più largo, una vera e propria cura del dialogo, per parafrasare un titolo di un saggio di Benedetta Craveri una versione sempre aggiornata e vivace di una "civiltà della conversazione". Escono in questi giorni gli scritti sul paesaggio selezionati e curati con rispetto e metodo da Matteo Giancotti. Il volume si intitola Luoghi e paesaggi (nei Tascabili Bompiani, pp. 240, euro 11) e raduna, riordinandoli, contributi di diverso respiro che vanno dagli anni Cinquanta ai Duemila. Vi trovate persino un paio di "reportage" viennesi del 1955, in occasione di un capodanno trascorso dal poeta nella capitale austriaca assieme all'amico Ettore Villanova. "Gli archivi, le bibliografie, le emeroteche e i microfilm con le annate di vecchi giornali hanno permesso di rintracciare i diciotto testi zanzottiani che compongono questo volume", si legge nell'introduzione intitolata Radici, eradicazioniSono quindi presenti alcuni testi inediti, mentre altri, come quelli dedicati a Venezia (tuttora spiccanti, a mio avviso, nel gran liquame di scritture dedicate alla città lagunare), si potevano leggere nelle pagine di Sull'Altopiano (Neri Pozza e poi Manni editore) oppure nel Meridiano Mondadori con le poesie e le prose scelte.

Siamo dunque, ancora una volta, posti innanzi al binomio Zanzotto-paesaggio. Personalmente, negli anni Novanta e Duemila, trovavo riduttivo l'invitare Zanzotto a intervenire principalmente quando si parlava di paesaggio. Quasi soffrivo per lui. Sia chiaro, Zanzotto si prestava a parlare di questo tema, ma allo stesso tempo mi sembrava lo fuggisse ad ogni passo, con quell'intelligenza felina, appena celata da un vibrare pronto dei bulbi oculari, che sa che non si può parlare di paesaggio senza vivere la drammatica contraddizione/antinomia del dire sul paesaggio nostro teatro. Qualche tempo fa, recensendo Sul vento che scorre di Kuki Shūzō, prendevo a prestito queste parole di Zanzotto: “[...] la tenuità di germoglio dello haiku presenta come suo clou [....] un non-luogo, un vago mancamento, un sussulto dolcemente ritualizzato, il non-rumore del senso che si affaccia dentro il nonsenso della natura quasi a volerlo preservare, perché la natura deve ‘abitare’ in esso per restare madre di tutti i sensi”. Il donativo del paesaggio, il paesaggio con il quale ci si può cingere ("Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio / qui volgere le spalle" suona un suo distico entrato nella mia memoria e non imparato a memoria), presenta inalienabili "fantasie di avvicinamento" con il ragionamento che Zanzotto dedica allo haiku. Questo genere di discorsi sopra il paesaggio infatti rimane drammaticamente improbabile, quasi come il gesto del barone di Münchhausen che si salva dalle sabbie mobili tirandosi per i capelli (immagine ripresa anche nella sua poesia più antologizzata, Al mondo). Come possiamo parlare del nostro teatro senza dire banalità, sciocchezze o ripetere cose trite e ritrite? Zanzotto fuggiva questi rischi con agilità di gatto, a volte uscendo dall'alveo di un discorso tutto incentrato sul paesaggio, per poi farvi fedelmente ritorno. In realtà non usciva mai da quell'alveo perché da quell'alveo non è possibile uscire: qui nasciamo, muoviamo i primi passi, balbettii, in quel teatro di suoni e colori (in questo passaggio trovate il motivo dell'ampia citazione con cui intendo chiudere questo scritto). Sicuramente il titolo illuminante della prima raccolta poetica, Dietro il paesaggio (1951), contribuì in via definitiva a legare il suo nome alla riflessione e speculazione sul paesaggio. Il suo impegno e le sue battaglie (anche vinte) fecero il resto. In realtà è questo un libro particolarmente interessante anche per capire i ripensamenti di Zanzotto, le sue radicali delusioni e la sua personalissima strage di illusioni in tema paesaggistico (e anche attorno al concetto di "natura"). Oggi il tema è quantomai attuale, almeno sulle pagine dei giornali, meno nella vita di ogni giorno. Allo stesso tempo però non v'è occasione migliore di questa per dire e ribadire con forza che Zanzotto non fu soltanto il poeta del paesaggio. Sarebbe oltremodo riduttivo e non deve passare ai posteri solo questo messaggio. Ed è questa convinzione che un lettore può ricavare dal susseguirsi degli scritti e dall'accorta nota introduttiva di Matteo Giancotti e qui risiede quindi uno dei molti meriti del libro, che riesce a ribadire questo concetto rimanendo dentro il paesaggio e i luoghi.

Scrive il curatore: "Notoriamente, quasi proverbialmente Zanzotto è il poeta del paesaggio. Si ritiene che in tutta la sua produzione poetica il paesaggio sia il tema prevalente. È, a ben vedere, un’opinione difficile da smentire, anche se bisognerebbe proporre, per questo luogo comune non infondato, alcune considerazioni “correttive”". Lascio al lettore dell'introduzione il piacere della scoperta di queste considerazioni "correttive" apportate da Giancotti e ampiamente condivisibili. Qui si noti soltanto che come i grandi artisti, Zanzotto ha subito puntato il dito verso qualcosa. Lo ha fatto presto, già con il titolo della prima raccolta. Ha iniziato quindi a "paesaggire" molto, come vuole il suo celebre neologismo. Da lì il suo passaggio nel paesaggio non ha mai smesso di sgorgare poesia, anche quando in certi momenti è arrivato a cancellare sulla pagina la parola "paesaggio" stessa (accadeva in Sovrimpressioni: "No, tu non mi hai tradito, [paesaggio] / su te ho / riversato tutto ciò che tu / infinito assente, infinito accoglimento / non puoi avere: il nero del fato /nuvola / avversa o della colpa, del gorgo implosivo"). Infinito assente, infinito accoglimento: forse poteva titolare anche così questo volume. Questi versi riportati servono anche a saldare il parallelo succitato con le parole dedicate da Zanzotto alla forma dello haiku. Rimane nota la sua percezione testualizzata del paesaggio, sulla scia del Petrarca della Lettera del Ventoso (la premessa a quel volume uscito per Tararà è qui riproposta con il titolo Verso il montuoso nord). Eppure molto bisognerebbe dire sull'influsso delle arti figurative, dal padre pittore in Cal Santa a Pieve di Soligo, i Paesaggi primi (che ho sempre letto come un'immagine matematica, paesaggi divisibili solo per sé stessi o l'unità come i "numeri primi"), i salienti collinari che apparvero dietro i quadri di Cima da Conegliano (Un paese nella visione di Cima titola uno scritto del 1962 qui finalmente disponibile) o Giorgione (scelto per la copertina di un libro chiave della sua vicenda editoriale, l'Oscar Mondadori curato da Stefano Agosti). E volendo potremmo metterci persino la "lacanizzazione" del paesaggio.

Io sono di parte e devo fare attenzione quando scrivo su Zanzotto. Metto in guardia il mio gentile lettore. Ho amato questo poeta e la persona che viveva dall'altra parte del Piave. Mi auguro che questo libro di "interventi" sul paesaggio e sui luoghi possa rafforzare la convinzione, finalmente diffusa, che con Zanzotto siamo in compagnia del più grande poeta del secondo Novecento. Se con questi scritti conosciamo il bellissimo lato del Zanzotto in prosa, alla fine sempre al lato del poeta facciamo ritorno. Zanzotto ha scritto questi interventi da poeta. E quando si è fatta spazio la convinzione che forse con lui eravamo in compagnia di uno dei più grandi del secolo? Zanzotto, che era persona umile a differenza di altri poeti, sapeva che il cosiddetto "salto di qualità" nella ricezione della sua opera avvenne anche grazie all'interessamento di Gianfranco Contini (ci sarebbe da approfondire anche la conoscenza di Zanzotto fuori dai confini italiani, aspetto tutt'altro che secondario). Se non vado errato siamo all'altezza de La beltà (1968), e l'interesse continiano sfocia dieci anni più tardi nella memorabile premessa a Il Galateo in bosco, quella del "poeta ctonio", quella posta davanti al libro "completo" del 1978, incipit di quella trilogia che s'arricchirà di Fosfeni (1983) e Idioma (1986). Ecco, credo che se non si fosse mosso Contini in favore di Zanzotto, oggi questi scritti contribuirebbero a fare parte di quel lavoro di avvicinamento tra la sua scrittura e i lettori. Penso sia un merito non secondario che va attribuito a questo volume di Bompiani, sulla scia del grandissimo merito che ebbe Contini. Il paesaggio non ha mai abbandonato Zanzotto, nemmeno mai tradito, ed è prepotentemente rientrato nell'ultimo libro di poesia pubblicato nel 2009, Conglomerati. Qui leggiamo delle "Crode del Pedrè" e del canyon scavato dal torrente Lierza (lo stesso che passa per il noto Molinetto della Croda in località Refrontolo) in quel lembo di paesaggio tra la sua Pieve e Collalto di Susegana. Questo libro ottimamente curato da Giancotti diventa allora un greto splendido e luminoso, a tratti buio come un orrido, che percorre le anse del suo pensiero, della sua fantasia e immaginazione, che passa sotto i massi-costellazioni per affacciarsi sicuro sull'immenso donativo della sua poesia. La portata d'acqua - fuori di metafora: l'esperienza di lettura della sua produzione - non potrà che essere aumentata dopo aver digerito anche questi saggi (che pur sanno vivere in bellissima solitudine). 

In chiusura vorrei soltanto segnalare l'interesse che riveste Outcasts (Prosa poetica su Cecchinel), brevissimo testo dedicato e dato in mano al poeta del "Lago (senza'altro nome)", l'"elfo martirizzato" della riviera dove sopra i ghiacci dei laghi (sono due i laghi di Revine) fioriscono rose anche a Natale. Partendo da una poesia di Al tràgol jért di Cecchinel, il libro dove il poeta dal "guardare, fissare miope che protende in avanti il volto con gli occhi verdini strizzati" impasta il dialetto delle Prealpi trevigiane con Trakl, Apollinaire e Esenin, Zanzotto sembra abbandonarsi a dei ricordi "primi". Questa l'abbondante citazione che avevo anticipato qualche riga sopra:

"Vorrei rivivere il suono della parola, toponimo, Tóvena come l’ha sentito lui nello stupendo componimento del Tosat de crosèra – incantevole poesia, cui vorrei rispondere con un’altra poesia nel nostro dialetto, sull’instabile asse che unisce il Punto Mio e il Punto Suo del dialetto comune, in lui più antico e insieme (o per questo?) più giovane.
Certo mi ha aperto l’invito di una Tóvena che mi nutrì per tanti anni: e per di più mettendole vicino una Nàdega a me del tutto ignota ma quasi presentita. – Doveva esserci, come quella ragazza dagli occhi di «viole smaride», che era insieme un «pra biondo».
Ho avuto qui svelato uno dei più bei misteri della mia prima giovinezza e adolescenza, di tutti i viaggi in bici fatti a San Boldo. Quella io cercavo, quella ragazza, smarrita poi dal suo tosat de crosèra, e forse ritrovata in quel mondo di continue eruzioni della visualità, dell’inventività, del sogno per sogno per sogno.
Ed ora la ritrovo qui, fissata e rivelata in due versi e c’è, ed è inesauribile, indecostruibile. 

E vorrei che fossimo in tre (Palazzeschi eravamo in tre) a girare per i valloni a cercarla, oltre Tóvena, per sempre. Anche a costo di finirla come outcasts perfetti?".

Ripreso questo passo di Zanzotto su Cecchinel, io ho bisogno di un video dove ascoltarlo. Lo pesco indietro negli anni. Rai Due si legge in basso a destra...


venerdì 19 agosto 2011

Stregati da "Storia della mia gente" di Nesi












Molti sapranno che Edoardo Nesi si è recentemente aggiudicato il premio Strega 2011 con un libro molto bello che si intitola semplicemente Storia della mia gente (Bompiani, pp. 161 - con interlinea ampia -, euro 14). Nesi scrive di Prato, la sua città, della sua gente appunto, ci racconta dell'azienda tessile di famiglia (il libro inizia proprio con l'atto di vendita della storica azienda Lanificio T.O. Nesi e figli), della grande tradizione tessile pratese, dell'arrivo e dell'insediamento della comunità cinese in città, dell'Italia del boom e, oggi, di quello che è fin troppo dilettantesco definire sboom. Basta tutto questo a rendere il libro interessante, avvincente? No, perché Storia della mia gente, come tutti i grandi libri delle ultime stagioni, e come hanno capito bene le tante persone che l'hanno già letto, si presenta al lettore con un bagaglio di temi forti e lo fa senza ricorrere esclusivamente alle chiavi della fiction, della saggistica socio-economica o del pamphlet. Il fortunato libro di Edoardo Nesi assomma tutto questo, ma si supera, in uno slancio che riesce a restituire alla letteratura una posizione di primo piano: una vicenda così non ce l'avrebbe raccontata meglio un romanzo, un saggio o un pamphlet incazzato, una fiction televisiva (anche se posso immaginare che prima o poi arriverà qualche fiction su quella che Gallino definiva La scomparsa dell'Italia industriale).

E qui veniamo al cuore del libro di Nesi, che da (ex) industriale ci conduce dritto al  problema: vogliamo parlare di industria seriamente e sul serio? Vogliamo fare un dibattito serio che esca dall'andazzo dei talkshow politico-economici della prima serata? Vogliamo finanche parlare di un binomio un tempo di moda, come quello di letteratura e industria, senza dover per forza scomodare sempre Adriano Olivetti e la sua Ivrea? Vogliamo che anche i precari del lavoro intellettuale (sono tanti e sono precari come tanti lavoratori di quello che resta dell'industria) che ingolfano non di rado lo pseudodibattito sulle patrie lettere comincino a capire qualcosa di quell'altro lato della luna di cui raramente si sono interessati e che li riguarda però da vicino? Sì, l'industria, quell'industria che fanno tanta ma proprio tanta fatica a seguire, a capire.

Il premio Strega (per chi ci crede ai premi) vale ovviamente meglio di qualsiasi altro consiglio, ma mi sento davvero di caldeggiare largamente la lettura di questo libro importante, scritto con profonda cognizione. Forse qualcuno, con piglio un po' tecnico, potrebbe obbiettare che il settore tessile che Nesi conosce approfonditamente sia sempre stato un settore un po' atipico all'interno dell'industria globalmente intesa, il settore delle innovazioni e il settore-spia delle grosse crisi. Ma nel libro di Nesi c'è davvero molto di più: c'è un tentativo di autodescrizione della situazione sociale e economica che coinvolge larga parte dei soggetti attivi del nostro paese, ma soprattutto c'è il tentativo di far evolvere questa autodescrizione compiuta con i mezzi del testo e della letteratura e farla evolvere o più semplicemente "svolgere fino in fondo". Nella descrizione della catastrofe in atto che l'autore mette in scena (e provo a usare questo termine con il suo significato originario, privo di connotazione negativa) è come se rileggesse la Poetica di Aristotele e provasse a "svolgere sino in fondo" l'intreccio del suo racconto per capire - lui sì - il destino del suo protagonista tragico: l'imprenditore, quel che Nesi stesso è stato, anche se per un semplice passaggio generazionale all'interno della famiglia, una figura quant'altre mai romantica, a sua detta.

Diamogli ascolto, e che nasca da questo fortunato libro un dibattito vero. Alcune ricette già ci sono per non continuare a trasformare l'Italia in una colonia industriale. Il già citato Gallino ne esponeva alcune, i noti errori strategici nella vicenda Olivetti sono lì che ci parlano. Purtroppo, in questi mesi, drogati come siamo dal lessico finanziario e dei suoi pazzeschi acronimi, sarà difficile riprendere queste fondamentali discussioni e saremo così costretti ad aspettare un altro bel pezzo.