Visualizzazione post con etichetta Intervista. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Intervista. Mostra tutti i post

venerdì 12 ottobre 2018

Su Vitaliano Brancati. Un'intervista con Valeria Giannetti

Librobreve intervista #83


È uscito quest'anno per Nino Aragno Editore il saggio Vitaliano Brancati di Valeria Giannetti, docente di lingua e letteratura italiana all'Université Sorbonne Nouvelle - Paris 3. Nell'intervista che segue, l'autrice ripercorre alcuni aspetti rilevanti dell'opera brancatiana e alcune dinamiche relative alla ricezione di questa. Ringrazio Valeria Giannetti per le risposte, dense e scorrevoli ad un tempo, che davvero possono invitare alla lettura o alla rilettura dei libri dello scrittore di Pachino.


Vitaliano Brancati
(Pachino, 1907 – Torino, 1954)
LB: Partirei da un'apparente dimenticanza (dico apparente perché questi su e giù dell'interesse per un autore e la sua opera ormai sono noti e non devono più di tanto sorprendere). Le chiedo comunque perché secondo lei non sono anni "su" per Brancati e la sua presenza nelle grandi linee di forza del dibattito culturale. C'è da dire che, a un livello di pubblicazioni, Mondadori, proprio da quest'anno, sta riproponendo nei più fruibili Oscar diversi suoi titoli e che il suo saggio, assieme a pochi altri, fa eccezione. L'impressione è comunque quella di una strana mancanza di Brancati nel dibattito, oserei dire quasi una rimozione. Ma forse esagero e lei saprà correggere il tiro...
R: Brancati è stato nel suo tempo un intellettuale spregiudicatamente “inorganico”, come ha sottolineato Giulio Ferroni; critico nei confronti degli “ismi” contemporanei, vale a dire delle mode culturali e delle codificazioni ideologiche del secondo dopoguerra – profondismo, freudismo, ibsenismo, intimismo, realismo sociale, materialismo – subentrate, con effetti anch’essi negativi sulla società e la cultura italiana, ai precedenti “ismi” del regime fascista – anticomunismo, antiparlamentarismo, anticonvenzionalismo, nazionalismo, attivismo, “niccismo”. Droghe gratissime ai cervelli stanchi, le definiva Brancati. Questo spiega in parte la tiepida accoglienza che gli fu riservata dai critici, i quali lo considerarono come un moralista, o lo relegarono nella categoria degli scrittori rappresentanti di tematiche regionali, per i suoi romanzi e racconti ambientati in Sicilia. Un’interpretazione riduttiva, se si pensa che Brancati aveva affrontato anche temi scabrosi per l’epoca, come l’omosessualità, incorrendo peraltro nella censura, e che partecipava attivamente al dibattito culturale, attraverso i suoi numerosi interventi giornalistici. Anche il suo rifiuto della letteratura di ispirazione ‘metafisica’, denigrato da Alberto Savinio per esempio, aveva in realtà ragioni poetiche profonde, rimaste incomprese, che ho voluto restituire, insieme ad altri aspetti della sua opera. C’è da dire che non vi era ancora stato Sciascia, in quegli anni, a illuminare il senso profondo della “sicilitudine”, tanto discusso in seguito.
Oggi poi può parere difficile riuscire ad avvicinare i lettori a un’opera percorsa da una grande tensione morale e civile. I nostri sono anni in cui anche gli spazi del discorso culturale e sociale sono spesso colonizzati da dichiarazioni malintenzionate, destinate a influenzare masse disorientate; anni in cui il pensiero si trova a doversi dispiegare nelle forme rapide e superficiali della comunicazione odierna che, apparentemente libere, dirette, nascondono invece nuove e complesse insidie, nuove distorsioni e condizionamenti.
Proprio per questo però, mi pare importante riscoprire e rileggere uno scrittore come Brancati. Uno scrittore che con coraggio e dignità, in anni difficili, aveva scelto la strada della libertà e dell’autonomia intellettuale, della lucidità critica, dell’impegno e della militanza intesi come conquiste della coscienza civile, e non come acquiescenza a logiche partitocratiche o mediatiche. I suoi scritti possono ancora parlarci oggi, e indurci a pensare.

LB: L'apparente dimenticanza - qualora sia confermata - cozza con il lascito di uno scrittore la cui opera è probabilmente una chiave d'accesso privilegiata al carattere "italiano" largamente inteso e a decenni fondamentali della storia del nostro paese, il Fascismo in primis. Secondo lei, le due cose potrebbero in realtà essere più legate di quanto crediamo?
R: La nostra, ci è chiaro, non è l’epoca dell’autocritica costruttiva, della riflessione, del progetto. È piuttosto l’epoca delle certezze ostentate, della hỳbris, dell’altercazione sguaiata, del frastuono mediatico, di una demagogia enfatica che, più che farsi espressione della volontà del popolo, rivela i condizionamenti su di esso esercitati. Il dibattito politico attuale ne è un esempio. Gli intellettuali del Risorgimento italiano avevano mostrato che il popolo, se la parte “illuminata” di esso non lo aiuta a ritrovare coscienza di sé, della propria storia, della propria cultura, diventa una massa amorfa, dominata e sedata da élites che perseguono i propri interessi economici e politici, o degenera invece in massa riottosa, pronta ad obbedire a nuovi tribuni.
Brancati scriveva che le aberrazioni del fascismo non erano scomparse con la fine del regime, che piuttosto si erano incarnate in nuove forme ideologiche, perché insite nella natura umana, che è inclinata verso gli istinti bruti. Ma la cultura, l’arte, la letteratura, il lavoro intellettuale, possono costantemente sublimare la natura umana. La nostra visione, oggi, è meno pessimista di quella di Brancati, perché la società, rispetto agli anni del dopoguerra, ha conosciuto globalmente conquiste importanti, insieme naturalmente a nuove sfide, nuovi pericoli, e insidiosi arretramenti. Anche oggi, allora, la letteratura può e deve riaprire gli spazi del pensiero perduti, minacciati, o dimenticati. Il dovere di memoria è stato la forza dei nostri grandi scrittori; a loro dobbiamo almeno di ricordare quello che ci hanno insegnato.

LB: Poniamoci nei panni di un lettore digiuno di Brancati. Si sentirebbe di consigliare un ordine di avvicinamento alle sue opere? Da quale consiglierebbe di iniziare? Che cosa consiglierebbe di lasciare alla fine?
R: Comincerei senz’altro dai racconti, e poi dai romanzi degli anni Trenta, Sogno di un valzer e Anni perduti, nei quali la scrittura si fa dialettica del reale e dell’immaginario, tra illusione della realtà e realtà dell’illusione. Sono opere che nascono da quel “sentimento comico” che Brancati identificava come la chiave della sua apprensione e scrittura del mondo, in un’accezione tuttavia complessa, che difatti non esclude affatto un’accentuazione drammatica, e persino tragica. Gli antieroi comici di Brancati nascono come figure di un desiderio che produce illusioni, e che si consuma comicamente nel rapporto impossibile all’azione. La forza del desiderio rende la loro esperienza della realtà intermittente, o radicalmente assente, o potentemente alterata. Essi vivono del “non essere qualcuno”; e in ciò rinviano all’instabilità ontologica dell’essere, alla sua labilità, incompiutezza, discontinuità. Sciascia, per il quale Brancati era stato un riferimento importante, considerava la Sicilia come metafora del mondo. Ma già per Brancati, come per altri grandi scrittori siciliani, l’habitus antropologico dei propri personaggi è specchio di una condizione esistenziale. Il “gallismo” degli uomini del sud Italia, neologismo da lui creato, ha, come il dongiovannismo del Don Giovanni in Sicilia, un senso ontologico che eccede quello socio-culturale. Il desiderio nei romanzi di Brancati è il solo indizio reale della ‘persona’, ed esso invia dei segnali inquietanti, di dissoluzione e fuga. È il tema dei due romanzi successivi, Il bell’Antonio e Paolo il caldo, in cui alcune interrogazioni aperte dalle teorie dell’inconscio sono elaborate con esiti narrativi di una complessità molto più intensa rispetto ad altri romanzi italiani che se ne ispirano. In questa prospettiva, Paolo il caldo andrebbe letto dopo gli altri romanzi che ho citato. È un approdo ulteriore della riflessione di Brancati sulla condizione umana – e la morte prematura dello scrittore ha fatto sì che esso restasse l’ultimo. Il discorso del corpo, attraverso il quale si esprimono i personaggi di Brancati, è illustrazione del conflitto insolubile tra la materia organica e le produzioni dello spirito, tra il meccanicismo delle funzioni fisiologiche e l’astrazione intimista del pensiero. Nell’ultimo romanzo però tra l’istanza riflessiva della coscienza e l’opacità degli istinti, delle pulsioni, non vi è più che un’osmosi incessante e automatica. La coscienza si arrende alle incursioni dei sensi, imprigionata nelle cavità oscure della carne; le facoltà razionali sprofondano in esse, e si confondono con la materia organica, che le riassorbe trionfante. Il corpo allora diviene il mondo del soggetto; un mondo non più abitato da cose e persone, ma da pulsioni e “oscuri fermenti”.
Il percorso iniziatico si concluderebbe però con le prose dei Piaceri, per il loro felice equilibrio compositivo, per la loro “precisione epigrammatica”. Brancati le aveva definite come «un misto di fatti e moralità, quasi dei racconti avventurosi», con allusione alla loro natura di avventure dell’animo, secondo un modello leopardiano, e alla tensione gnoseologica che in esse si esprime. In esse l’esercizio dell’ironia critica perviene ad esorcizzare le alterazioni della realtà, a riannodare i frammenti sparsi dell’esperienza sensibile, e a ristabilire la comunicazione tra le fantasmagorie dell’immaginazione e il lavoro critico della ragione. Non è una raccolta che conclude, tutt’altro, e per questo la suggerirei alla fine del percorso.

LB: Lei insegna in Francia. Ha avuto modo di registrare diverse attenzioni nei confronti dell'opera di Brancati fuori dai confini nazionali, in Francia ma anche in altri paesi?
R: In Francia Brancati è tradotto, ma non si può certo dire che sia un autore molto conosciuto. La questione dell’italianismo all’estero è complessa; certamente legata alle politiche istituzionali in questo ambito, più o meno felici.

LB: Vorrei aprire due parentesi che esulano dal romanziere: il continente della saggistica brancatiana e la sua presenza nel cinema. Quali sono secondo lei le maggiori eredità in questi due ambiti?
R: Gli scritti saggistici di Brancati si iscrivono nella grande tradizione di letteratura morale e civile italiana. Il pensiero ‘civile’ di Leopardi – ma l’influenza leopardiana in generale è molto presente nelle opere di Brancati – ne è un riferimento teorico essenziale. Esso orienta il liberalismo e il ‘moralismo’ dello scrittore, la sua concezione dell’arte, l’interesse che egli porta alla lingua italiana, e l’interrogazione sulla condizione umana, nella sua dimensione intima e privata e nei suoi rapporti con la Storia. Di Leopardi Brancati aveva curato un’antologia, con il titolo Società, lingua e letteratura d’Italia (1816-1832), che si apre con il Discorso sullo stato presente dei costumi degl’Italiani, nel quale, ricorda Brancati, Leopardi si interroga sulla società e sulla natura delle istituzioni civili. Nel testo leopardiano Brancati identifica i presupposti di una critica del nazionalismo e dell’attivismo, alla quale egli si ispira. Dal Leopardi ‘civile’ egli desume anche le premesse per una riflessione sul rapporto degli individui con la società, e il fondamento teorico della critica del mito del progresso e del carattere perfettibile della realtà. La forza della posizione leopardiana consiste per lui nella rivendicazione dell’autonomia intellettuale degli individui e nel rifiuto della loro identificazione col sistema sociale. È in questa prospettiva che lo scrittore dichiara di non amare la propria epoca, e di non condividerne gli orientamenti ideologici e intellettuali. La scrittura saggistica di Brancati esprime il disagio provocato dalla crisi del fondamento morale dell’impegno politico. Un tema di grande attualità. Si esprime nei saggi di Brancati il monito a fare della coscienza morale il motore della vita sociale, e il suo principio di coesione; a ritrovare la sintesi di morale e vita, di sentimenti e impegno civile, di storia privata e storia pubblica, nella quale si è riconosciuta, in alcuni momenti storici determinati, la civiltà europea.
Complesso è il rapporto di Brancati col cinema, nel quale lavorava come sceneggiatore. Un lavoro che non lo soddisfaceva, percepito come alienato o alienante, e che definiva persino odioso; forse perché l’espressione artistica e la creatività nel cinema gli apparivano troppo condizionate da fattori esterni, economici, sociali, ideologici, da criteri collettivi, da mode e esigenze di mercato. Ad esso preferiva l’intensità e l’indipendenza della scrittura narrativa, essa sì sentita come vivifica e libera, perché in essa, osservava, il « cervello vive ancora di vita propria”.

LB: Dalla Sicilia al mondo: le chiedo infine di tracciare brevemente le principali traiettorie di collegamento tra l'intellettuale di Pachino e i contemporanei scrittori e intellettuali della sua epoca. 
R. Brancati è stato un grande interprete del suo tempo, e questo anche perché, come tutti i grandi scrittori, teneva attraverso le sue opere un dialogo costante con i suoi autori prediletti, italiani e stranieri. Il suo confronto critico con quei modelli fu sempre originale, e per questo spesso più interessante rispetto a quello che stabilivano altri scrittori italiani, anche di maggior successo. Il dissenso dal fascismo lo aveva indotto a una lettura di alcuni autori del Novecento – da Mann a Freud, a Einstein, Bergson, Ortega y Gasset – finalmente libera da fraintendimenti critici e distorsioni ideologiche, e destinata a dare un orientamento nuovo al suo progetto di scrittura. A Freud, per esempio, Brancati arriva attraverso La montagna incantata di Thomas Mann - lo si comprende dal suo primo romanzo, Singolare avventura di viaggio. E nel segno del “realismo assoluto”, egli accosta Gogol a De Roberto, poi a Flaubert, infine a Gide, uno degli scrittori contemporanei più ammirati, e che più hanno più contato per lui. Ai Journaux intimes di Baudelaire si era avvicinato forse perché ne era uscita un’edizione recente, curata da Sartre; ma aveva poi detestato l’introduzione di Sartre, affascinato invece dalla profondità di Baudelaire. L’eco dei Journaux intimes, e non se ne sono mai accorti i critici, percorre l’ultimo romanzo di Brancati; in Paolo il caldo la lacerazione devastante tra l’invocazione a Dio, desiderio di elevazione, e l’invocazione a Satana, piacere della degradazione, che travolge l’essere e lo precipita infine nel delirio, è quella a cui dà voce Baudelaire in Mon coeur mis à nu.

martedì 8 maggio 2018

La letteratura tedesca in Italia. Un’introduzione (1900-1920). Un'intervista di Franco Baldasso a Anna Baldini, Daria Biagi, Stefania De Lucia, Irene Fantappiè e Michele Sisto

Librobreve intervista #82

Di seguito potete leggere un'intervista a Anna Baldini, Daria Biagi, Stefania De Lucia, Irene Fantappiè e Michele Sisto, autori del libro La letteratura tedesca in Italia. Un’introduzione (1900-1920) recentemente pubblicato da Quodlibet (pp. 320, euro 22). L’autore dell’intervista è Franco Baldasso, che insegna Italian Studies al Bard College di New York. Ringrazio intervistati e intervistatore per la cura e la collaborazione.


D.: Sarebbe bello cominciare l'intervista con il racconto delle persone, degli incontri, delle discussioni che hanno fatto partire questa importante iniziativa.

R.: Grazie per questa domanda, che ci permette di aprire una finestra sul modo con cui abbiamo lavorato nei cinque anni del progetto di ricerca di cui questo libro è il risultato. Come speriamo risulti chiaro a chi ci leggerà, si tratta di un libro concepito e discusso da un gruppo, non della raccolta di cinque saggi di cinque autori su uno stesso argomento. Dal 2013, anno di avvio del progetto, ci siamo incontrati regolarmente, ogni mese, per ragionare insieme sulla nostra domanda fondamentale: che cos’è stata la letteratura tedesca in Italia nel corso del Novecento?
Man mano che procedevamo, ci siamo resi conto che le nostre forze non bastavano a seguire tutte le piste – o che comunque avevamo bisogno di confrontarci con chi aveva lavorato o stava lavorando sugli stessi argomenti o su argomenti diversi con obiettivi simili ai nostri. Nell’arco dei cinque anni, perciò, abbiamo spesso invitato alle nostre riunioni gli studiosi di cui ci interessavano le ricerche: e ci siamo accorti che l’interesse – quasi vorace –  che abbiamo sempre manifestato per il lavoro degli altri ha creato dei legami forti anche con studiosi esterni al gruppo: forse perché, per come è strutturato oggi il lavoro all’università, passare un pomeriggio intero a raccontare un proprio libro, o un saggio, o il progetto di un libro o di un saggio è un’occasione rara. E infatti molti dei nostri “ospiti” sono poi diventati collaboratori: c’è chi ha accettato di prendere in gestione parti del database di traduzioni di letteratura straniera in Italia che abbiamo costruito, allargandolo a letterature diverse dalla tedesca; c’è chi si è messo studiare la traiettoria dei più importanti mediatori di letteratura in Italia, che confluiranno nel portale che ospita la banca dati; c’è chi ci ha letto, o ci ha dato da leggere i suoi lavori, chi ha partecipato ai nostri seminari o ci ha invitato a convegni. In questi cinque anni abbiamo insomma davvero lavorato “in gruppo”: cosa che, perlomeno in ambito umanistico, in Italia si fa di rado, perché è diffusa un’idea del lavoro di ricerca come tenzone singolare, individuale, con un grande testo o un grande problema.

D: Un lavoro del genere ha bisogno di istituzioni che siano sensibili e che possano garantirvi un'opportuna copertura finanziaria - oltre che gli strumenti della ricerca. Potresti raccontarci come tutto questo è avvenuto? (Anche per raccontare un modello di finanziamento della cultura che solo in parte viene dalle istituzioni universitarie).

R.: In effetti questi cinque anni di lavoro comune sono stati favoriti da circostanze eccezionali nell’ambito della ricerca italiana. Nel 2008 e nel 2012 il Ministero dell’Università e della Ricerca ha istituito un programma di finanziamento, con due linee specifiche dedicate a ricercatori “non strutturati”, cioè senza impiego, modellato sui progetti europei ERC e che permetteva di richiedere finanziamenti altrettanto consistenti: l’obiettivo era quello di creare gruppi di ricerca che lavorassero su progetti d’avanguardia, finanziandoli adeguatamente. Già due anni dopo, con la trasformazione del FIRB in SIR, il finanziamento si era contratto, e gli uffici di ricerca delle università sconsigliavano di presentare progetti di gruppo – sostanzialmente, i SIR, perlomeno in ambito umanistico, sono tornati a favorire progetti individuali, gestiti da un singolo ricercatore. Insomma siamo stati fortunati innanzitutto perché siamo riusciti a infilarci, con il nostro progetto, in questa finestra di breve durata.
Il Ministero ci ha finanziato per un totale di quasi 800mila euro: possono sembrare tanti, ma in realtà sono serviti soprattutto a finanziare per cinque anni tre contratti RTDa (da ricercatore a tempo determinato senza tenure), destinati ai responsabili delle tre unità di ricerca (Michele Sisto all’Istituto italiano di studi germanici in Roma; Anna Baldini all’Università per Stranieri di Siena; Irene Fantappiè a Sapienza Università di Roma). Se il nostro gruppo ha potuto allargarsi è stato grazie a Irene, che ha rinunciato al suo contratto e ha continuato a collaborare con noi pur essendo inquadrata e stipendiata dalla Humboldt Universität zu Berlin: si sono così aggiunte al gruppo anche Daria Biagi e Stefania De Lucia. Un ulteriore allargamento l’abbiamo avuto due anni fa, quando Michele è diventato professore associato a Pescara e Anna Antonello ha vinto il concorso per subentrargli come ricercatrice all’IISG.
Il resto del budget ci è servito a finanziare la costruzione della banca dati sulla letteratura tradotta in Italia nel Novecento, che, rispetto al progetto originario incentrato sulla letteratura tedesca, ora si è estesa ad altre letterature; il portale che la ospita sarà on-line, da giugno, all’indirizzo www.ltit.it.

D.: Il libro in questione fa parte di un più ampio progetto sulla letteratura tedesca in Italia nel Novecento. Potreste delinearne le linee guida e i contorni?

R.: L’idea di fondo del progetto non riguarda soltanto la letteratura tedesca: siamo convinti che la letteratura tradotta in generale vada studiata come parte integrante della letteratura italiana. Il sistema che fa l’una e l’altra è lo stesso – non solo nel senso che l’editoria pubblica allo stesso modo scrittori italiani e scrittori tradotti, ma anche perché le logiche che portano i primi a scrivere certe opere e non altre, in un certo modo e non in un altro, sono le stesse che portano a tradurre certi libri e non altri, in un determinato modo e non altrimenti.
Come conseguenza di questa convinzione di fondo, nel nostro lavoro abbiamo dato grande importanza alle persone che fanno i libri e orientano queste logiche. Abbiamo indagato gli attori della vita letteraria italiana, sia quelli che sono entrati stabilmente nel nostro canone, sia quelli che oggi sono meno conosciuti, ma che spesso hanno esercitato un ruolo importante nel transfer letterario: qual è stata la posizione di queste persone nel campo letterario italiano? Come hanno selezionato i testi da tradurre, e perché (per ragioni di mercato, per affinità letterarie, per relazioni personali…)? In che contesto sono stati inseriti gli autori e i testi tradotti, cioè in quale collana, in quale rivista, in quale progetto letterario? E come vengono interpretati, “marchiati”, e canonizzati gli autori e i testi tradotti? Il nostro lavoro ha cercato insomma di ricostruire il contesto che ha portato una certa opera straniera a esistere in lingua italiana.
Chi userà il portale www.ltit.it, troverà perciò, accanto ai dati sui libri tradotti, informazioni e studi sulle traiettorie biografiche e professionali dei mediatori di letteratura: traduttori, direttori di collana, specialisti delle singole letterature, critici letterari, giornalisti, docenti. Anche nel libro abbiamo inserito cinque di queste traiettorie: quelle di due traduttori, Rosina Pisaneschi e Alberto Spaini; quelle di due mediatori di solito non associati alla letteratura tedesca, Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini (che sono stati sia traduttori che direttori di collana e di riviste); e infine quella di un editore, Rocco Carabba di Lanciano.

Vincenzo Errante
D.: Inevitabilmente la vostra trattazione rappresenta anche un importante contributo di storia dell'editoria in Italia e molto bello, tra gli altri, è il capitolo antologico finale (dove si riprende l'invettiva di Gobetti contro Treves). Nell'ambito della storia dell'editoria, qual è o quali sono gli aspetti più curiosi nei quali vi siete imbattuti proponendo questa introduzione alla letteratura tedesca in Italia nelle prime due decadi del Novecento?

R.: Uno dei più curiosi è senz’altro che a fondare e dirigere le collane di letterature straniere di alcune delle principali case editrici italiane siano stati dei germanisti, nel senso stretto di professori di letteratura tedesca all’università: è Borgese a ideare «Antici e moderni» di Rocco Carabba, editore molto importante negli anni ’10 e ’20 anche perché legato all’avanguardia fiorentina, e più tardi, nel 1930, sempre Borgese inventa per Mondadori la «Biblioteca Romantica», un capolavoro nel genere (si può essere d’accordo con Calasso quando sostiene che la collana è un genere letterario a sé); Guido Manacorda, rivale di Borgese nel 1910 al concorso per la cattedra di letteratura tedesca Roma e poi vincitore a Napoli, dirige prima la collana di Laterza «Scrittori Stranieri», voluta da Croce come pendant agli «Scrittori d’Italia», poi la «Biblioteca Sansoniana Straniera», prima collana italiana con testo originale a fronte; Arturo Farinelli, professore a Torino e fondatore della prima scuola germanistica italiana, dirige «I Grandi Scrittori Stranieri» di UTET, in cui escono numerosissime prime traduzioni; nei primi anni ’40 il successore di Borgese sulla cattedra di Milano, Vincenzo Errante, inventa per il giovane Aldo Garzanti gli «Scrittori Stranieri», collana di non grande importanza, ma anch’essa sintomatica della tendenza.
Ma l’aspetto più interessante, credo, resta quello strutturale: il legame, quasi sempre presente, tra una casa editrice che innova sul piano dei programmi di traduzione e un’avanguardia letteraria che innova sul piano delle poetiche. Dietro una collana innovativa c’è quasi sempre, se non un germanista, uno scrittore o un critico o un traduttore formatosi nei circuiti della militanza letteraria, personaggi che hanno una ben precisa visione della letteratura: i casi ben noti di Vittorini e Pavese, che sembrano eccezionali, rientrano invece in una regolarità. Solo che non sempre abbiamo a che fare con figure canonizzate: spesso si tratta di “perdenti” nella lotta per la consacrazione. È il caso di Enrico Filippini, scrittore legato alla neoavanguardia, attivo nella Feltrinelli degli anni ’60; ma, passando in rassegna gli organigrammi delle case editrici, anche di quelle attive oggi, i nomi si moltiplicherebbero.

D.: Parlare di letteratura tedesca in Italia significa parlare di traduzione come pratica culturale e di traduzioni dei singoli testi. C'è un concetto tra altri che è parso molto utile, quello di “postura” autoriale, che torna a galla nelle varie parti del libro. Per certi aspetti pare tuttora centrale o comunque resistente. Vorreste brevemente illustrarlo?

R.: La nozione di “postura” ci è parsa rilevante poiché, nel corso delle nostre ricerche, ci siamo resi conto che tradurre letteratura straniera è qualcosa che va ben al di là del volgere in italiano questo o quel testo, ed è anche qualcosa che non influenza solo quelle che si usa chiamare le “poetiche” dei singoli autori o la gerarchia dei generi letterari, ma anche le identità degli autori di una determinata area linguistico-letteraria. Abbiamo ricavato il concetto dagli studi del critico svizzero Jérôme Meizoz, che ne ha parlato soprattutto in Postures (2007), La Fabrique des singularités (2011) e più recentemente La Littérature “en personne” (2016). Con “postura” Meizoz intende l’identità dell’autore all’interno del campo letterario che, oltre a essere ben distinta da quella biografica, va pensata come un costrutto realizzato sia dall’autore stesso sia dal contesto che lo circonda. La “postura”, insomma, consente di superare la problematica ma duratura contrapposizione tra un’idea di “autore” ancorata alla poetica, che spesso ne esalta la singolarità o addirittura l’unicità, e una nozione di “autore” legata alla storia, a una dimensione collettiva e pubblica. Questo concetto è risultato utile soprattutto per la linea di ricerca che nel libro corrisponde al quarto capitolo, e che si concentra sui paradigmi che orientano la mediazione letteraria: tra i principali modi di intendere la traduzione nell’ambiente delle riviste fiorentine del periodo 1900-1920 c’è infatti quello che intende la traduzione stessa come una importazione non tanto di singoli testi quanto piuttosto della persona dell’autore, appunto della sua “postura” autoriale.
                              
Pierre Bourdieu
D.: Le basi teoriche del vostro lavoro sono meritevoli di un approfondimento. Il discorso della sociologia della letteratura oggi può sfociare in luoghi comuni spesso non approfonditi, nonostante la rilevanza e l'ineccepibilità di un'apertura dello studio della letteratura agli altri campi e all'attualità. Ci potreste parlare delle vostre scelte teoriche, condivise o meno dall'intero gruppo di ricerca?

R.: Le prime due linee della nostra ricerca – quella sull’editoria e quella che individua le logiche del transfer nelle dinamiche del conflitto interno al campo letterario italiano – si sono servite principalmente degli strumenti messi a punto dal sociologo francese Pierre Bourdieu, la cui particolarità è quella di non limitarsi a studiare gli oggetti di ricerca tradizionali della sociologia della letteratura (mercato, paraletteratura, pubblico). Per come sono istituite le discipline letterarie in Italia, la sociologia della letteratura è vista, quando va bene, come un campo di studi a sé, quando va male, come una disciplina incapace di comprendere autenticamente la letteratura. Bourdieu invece ha provato a spiegare l’intero spettro della produzione letteraria, materiale e simbolica, studiando grandi autori del canone occidentale: Flaubert (Les Règles de l’art, 1992), Heidegger (L’Ontologie politique de Martin Heidegger, 1988), Manet (Manet. Une révolution symbolique, 2013). Da questa prospettiva abbiamo imparato a tenere insieme le cose: a non studiare un testo o un autore isolatamente, ma a vederli inseriti in un campo di relazioni e di conflitti, ridando senso alle battaglie che i letterati del passato hanno combattuto, in cui hanno investito la loro esistenza. È un modo molto umano (ma non troppo umano) di studiare qualcosa che di solito ci viene raccontato in maniera astratta, cristallizzata, distaccata.
L’armamentario teorico desunto da Bourdieu, però, poteva aiutarci soltanto fino a un certo punto. Quando si è trattato di lavorare concretamente sui testi – compito della terza delle nostre unità di ricerca – è stato subito chiaro che avevamo bisogno di ricorrere ad altri strumenti, forniti da discipline che per il nostro progetto si sono rivelate altrettanto importanti: dalla filologia testuale alle più recenti acquisizioni dei translation studies, dalla storia della letteratura all’analisi linguistica. Data la complessità del nostro oggetto, d’altra parte, la “cassetta degli attrezzi” non poteva che essere plurale, eclettica; e ciascuno di noi, a seconda dell’argomento scelto per i propri individuali approfondimenti, a seconda dei propri interessi e della propria formazione – che per molti di noi non è di stampo sociologico ma filologico o storico-letterario – si è costruito o ha scelto un approccio individuale. Questa pluralità ha arricchito non poco il dialogo all’interno del gruppo, e ha contribuito – o almeno così speriamo – a rendere i risultati della ricerca più sfaccettati.                                                                                                                      
Andrea Maffei (1798 - 1885)
D.: State assiduamente lavorando sul Novecento. Avete mai pensato di affrontare anche gli scorsi secoli, con l'Ottocento per esempio?

R.: Quella di affrontare l’Ottocento è stata una idea ricorrente e anche, spesso, una tentazione alla quale resistere. È innegabile che la storia della ricezione di alcuni autori e opere nel Novecento italiano abbia una tradizione che affonda le sue radici nel secolo precedente: sono molte le traduzioni ottocentesche che continuano a circolare nel secolo successivo, talora con minime varianti, altre volte senza alcun tipo di modifica al testo tradotto, se non l’aggiunta di nuovi apparati paratestuali. Tra i progetti futuri di alcuni di noi c’è proprio quello di ripercorrere la storia della letteratura tedesca in Italia a ritroso fino ai suoi inizi, che poi non sono troppo remoti: Paola Maria Filippi ha documentato che la prima traduzione di un testo letterario dal tedesco, il poemetto fisico L’origine del lampo di Tiller, risale al 1756. Possiamo anche citare già alcuni studi nati in questa prospettiva: Michele Sisto, per esempio, ha iniziato a ricostruire le vicende traduttive e editoriali del Faust di Goethe, da Giovita Scalvini al presente, mentre Laura Petrella, che facendo il dottorato di ricerca è entrata nell’orbita del nostro progetto, sta ricostruendo la traiettoria di Andrea Maffei come traduttore non solo del Faust ma anche di Gessner, Schiller, Heine, Shakespeare e molti altri.

Uwe Johnson
D.: Quale ruolo e quale ricezione ha invece la letteratura tedesca oggi in Italia?

R.: Se consideriamo che oggi circa l’80% delle traduzioni letterarie sono dall’inglese, la letteratura tedesca ha un peso certamente più limitato rispetto agli anni 1930-1980, che, visti sul lungo periodo, risultano una sorta di cinquantennio d’oro, per molti versi eccezionale. Ma più della quantità conta, oggi come per il periodo che abbiamo studiato, la qualità, vale a dire i progetti editoriali legati a una visione specifica della letteratura, in grado di far diventare uno scrittore tedesco patrimonio della cultura letteraria italiana, di dargli una posizione e un capitale simbolico. Uno scrittore che è diventato imprescindibile per chi si forma letterariamente oggi è Thomas Bernhard, che Einaudi e soprattutto Adelphi hanno consacrato inserendolo in progetti editoriali peraltro assai diversi, anzi, quasi antitetici. Senza Bernhard i libri di Paolo Nori o di Vitaliano Trevisan non sarebbero quello che sono. Lo stesso, in misura appena minore, si può dire di W.G. Sebald, di cui Adelphi ha addirittura ri-tradotto molti volumi.
Vero è che dopo Sebald è difficile individuare autori che godano da noi di una consacrazione altrettanto ampia; forse Christa Wolf, che e/o ha introdotto fin dagli anni ’80 nei circuiti della ricerca letteraria al femminile, ha avuto un ruolo importante nella scrittura di Elena Ferrante. Ma altri scrittori notevoli proposti più recentemente, come Marcel Beyer, Uwe Timm, Ingo Schulze, Christian Kracht, Terézia Mora, Clemens Meyer o gli stessi premi Nobel Elfriede Jelinek e Herta Müller non sembra siano stati metabolizzati, anche perché di rado sono stati proposti in contesti collegati alla militanza letteraria. D’altra parte i grandi editori spesso si limitano a tradurre scrittori di lingua tedesca che hanno avuto successo in patria o che hanno vinto premi, mentre le giovani case editrici più vicine ai movimenti letterari, come Minimum Fax, in genere non sono interessate alla letteratura tedesca; quelle che lo sono, come Keller, Del Vecchio o L’Orma, hanno meno legami con gli scrittori italiani, almeno per ora. Forse oggi sono più vitali alcuni recuperi di scrittori del medio Novecento, come Arno Schmidt, a cui Domenico Pinto ha dedicato la collana «Arno» presso Lavieri e diversi interventi su Nazione Indiana, o Uwe Johnson, di cui L’Orma ha da poco finito di tradurre i quattro volumi de I giorni e gli anni, opera importante per uno scrittore come Roberto Saviano, che Feltrinelli aveva abbandonato al secondo volume. Ma bisognerà aspettare per comprendere gli sviluppi di lungo periodo.

lunedì 2 ottobre 2017

Alberto Giacometti e Maurice Merleau-Ponty. Un dialogo sulla percezione e fenomenologia dell'esperienza artistica. Un'intervista con Lorella Scacco

Librobreve intervista #81


Alberto Giacometti
(Foto: H. Cartier-Bresson)
Gangemi Editore ha da poco pubblicato il libro di Lorella Scacco intitolato Alberto Giacometti e Maurice Merleau-Ponty. Un dialogo sulla percezione. Fenomenologia dell'esperienza artistica (pp. 112, euro 20). I due estremi del titolo non necessitano di molte introduzioni, rappresentando da un versante uno dei più noti e affermati artisti del Novecento e dall'altro uno dei filosofi sicuramente più influenti. Semmai è interessante leggere il libro per comprendere cosa li avvicina e come si intersecarono le loro parabole.

Con l'occasione ricordiamo anche un paio di appuntamenti di presentazione del libro di Lorella Scacco: all'Accademia di Brera presso la Sala Napoleonica il giorno 24 gennaio 2018 alle ore 11. Più vicina invece sarà una tavola rotonda, ispirata dal libro e con l'intervento di storici dell'arte e filosofi, intitolata "Giacometti: nuove prospettive" presso il Museo H.C. Andersen di Roma il giorno 30 novembre 2017 alle ore 17.



LB: Nei primi capitoli il suo libro presenta una precisa scansione della vita e dell'opera di Alberto Giacometti. La potrebbe ripercorrere sinteticamente qui, evidenziando quali sono state le motivazioni che l'hanno portata a scansionare in questo modo l'opera dell'artista?
R: Ho voluto ripercorrere la vita di Alberto Giacometti perché fin dalla sua giovinezza si è iniziato a scontrare con i problemi della visione, o meglio, a imbattersi nella unilateralità della teoria prospettica introdotta da Leon Battista Alberti che si basava sulla geometria euclidea del III a.C. e che aveva dominato fino a tutto l’Ottocento le discipline artistiche insegnate nelle Accademie. L’esperienza surrealista poi per lui rappresenta un momento di liberazione dagli insegnamenti accademici e un passaggio verso una nuova ricerca della verità. La mia scelta di raccontare la vita dell’artista ha voluto anche avere un valore di documentazione per quel lettore che non conosce così a fondo la sua biografia e le sue fasi artistiche. Spesso Giacometti è infatti conosciuto soltanto per le sue sculture più tarde.


Alberto Giacometti
LB: Si è da poco conclusa alla Tate Gallery un'importante mostra dedicata a Giacometti. "The Guardian", parlandone, titolava "a spectacular hymn to human survival". C'è qualcosa che non mi convince del tutto in questa formula (d'accordo, è un titolo, ma molto del percepito spesso si incrosta e si perpetua grazie a titoli e formule). Con il suo lavoro lei suggerisce la necessità di una nuova stagione di rilettura dell'opera giacomettiana, con uno sforzo che esca dal solco critico ormai consolidato. Potrebbe sintetizzare qui le linee di forza salienti per questo rilancio, magari proprio con nuove formule, non tanto diverse a quelle che si usano negli articoli di giornale?
R: Definire l’opera di Giacometti un inno alla sopravvivenza umana è riduttivo perché considerata solo in un’ottica esistenzialistica e legata al clima del dopoguerra. In realtà, l’opera di Giacometti offre diverse possibilità di lettura, da quella meramente ritrattistica a quella di stampo fenomenologico. La sua insistenza a voler esprimere la “totalità della vita”, la sua caparbietà a scolpire un volto in situazione, a distanza, nella sua esistenza per gli altri, è chiaramente legato alla fenomenologia. Se Merleau-Ponty si sforzò di reperire una dimensione originaria, precedente la distinzione soggetto-oggetto, Giacometti cercò di tornare ad una visione allo stato nascente, dove l’uomo è con-fuso con il mondo e dove il corpo torna ad essere partecipe del processo creativo essendosi liberato da tutti i preconcetti. Quindi, ripensando alla formula usata nel quotidiano inglese, si potrebbe parlare di uno spettacolare inno alla “rinascita” della percezione umana piuttosto che alla sua sopravvivenza. 


Maurice Merleau-Ponty
LB: La parte nuova del suo libro è senz'altro l'accostamento al filosofo della visione Maurice Merleau-Ponty. Come arriva questa idea e quali le principali tappe di strutturazione di questo suo accostamento-dialogo tra i due? 
R: Questa idea è nata dal fatto che i due intellettuali si sono conosciuti a Parigi dopo il 1945, come dichiarato da T. Dufrene, ma a questa conoscenza se ne è sempre accennato e mai approfondito. Ho voluto così immaginare il rapporto tra queste due persone e indicarne le affinità attraverso l’accostamento delle loro dichiarazioni. Mi sono poi chiesta come mai non esistesse un disegno che mostrasse il ritratto del filosofo da parte dell’artista, visto che si conoscevano e frequentavano la stessa cerchia di amici, tanto da individuarne uno circa due anni fa osservando l’archivio della Fondazione Giacometti di Parigi. La somiglianza è molto accentuata e l’anno del 1946 in cui è stato eseguito porterebbe ad individuare anche un anno preciso del loro incontro nello studio di Giacometti.


Alberto Giacometti, Il gatto (1951)
LB: E nella breve sezione intitolata "Epistolario" che cosa potrà scoprire il lettore di Alberto Giacometti e Maurice Merleau-Ponty. Un dialogo sulla percezione? 
R: Ho inserito questo epistolario a testimonianza di come lo studioso Reinhold Hohl, uno dei massimi esperti di Giacometti e tra i primi sostenitori del rapporto tra l’artista e la fenomenologia, mi abbia spinto a proseguire la ricerca indicandomi che ero sulla strada giusta dopo aver letto i miei primi articoli pubblicati. 

LB: Quali rimangono a suo avviso i libri di riferimento per avvicinarsi all'opera giacomettiana?
R: Posso consigliare i testi e le monografie su Giacometti di alcuni studiosi: Yves Bonnefoy, Reinhold Hohl, Jean Soldini e David Sylvester. 

martedì 25 luglio 2017

La collana "Elements" di Quodlibet. Intervista ai curatori Luciano Curreri, Gabriele Fichera e Giuseppe Traina

Librobreve intervista #80

L'intervista che segue è rivolta ai direttori della nuova collana “Elements” lanciata dall’editore Quodlibet. Luciano Curreri (PO, LLI-LLFR, Traverses, Université de Liège), Gabriele Fichera (Università di Siena, Université de Liège), Giuseppe Traina (Università di Catania, sede di Ragusa) hanno condiviso le domande e le risposte e desidero ringraziarli unitamente a Valentina Parlato della casa editrice Quodlibet. La foto (un fotogramma, in realtà) ritrae il trio durante un convegno su Simenon e Sciascia. Le specificità e le caratteristiche salienti di questa collana emergeranno nelle risposte, per cui non mi resta che rinviare alla pagina web dell’editore dedicata a questo progetto editoriale e augurarvi una buona lettura.
LB: Il sottotitolo della nuova collana "Elements" di Quodlibet recita "Forme e immagini della modernità". Sempre sinteticamente, potete illustrare qual è il concetto che sta alla base del varo di questo nuovo progetto editoriale e quale sarà lo spirito che orienterà il suo sviluppo futuro?
RLC: Se penso alla modernità, io penso a una costante approssimazione, che noi, da bischeri, abbiamo tentato di addomesticare negli anni con prefissi più o meno alla moda: pre, post, iper... Forse non abbiamo accettato che una naturale e critica frequentazione della modernità, finanche rancorosa (un rancore fatto pure d’amore, di partecipazione, di sfida generosa, non risolta dalla formuletta di turno, con cui campare qualche anno, legati al palo delle nostre convinzioni, del nostro ego), la potesse cogliere come una sorta di 'non finito' complemento di quell'altro allargato ed esteso contesto che è l'antichità. Quest'ultima poi, spesso evocata a controcanto del moderno che avanza, scivola in esso con non banale soluzione di continuità. Si badi: ciò non vuol dire che non si siano prodotte fratture d'ordine epistemologico, culturale e tecnico. Ma è stato un errore privilegiare tali fratture, a partire da indicizzazioni pericolose, testualità forti, ideologie, canoni, che sono diventati numeri, funzioni, statistiche e infine pali cui restare legati e cui si sono sacrificati, quasi fossero dei 'monumenti-totem', le sempre nuove avventure che ci attendevano nel fuori di un mondo che sempre cambia pelle, a partire, in prima istanza, dalle diverse lingue che usiamo per dirlo e dalle forme e dalle immagini che veicolano naturalmente, prima delle idee (Bachelard esortava ad apprezzare «les images avant les idées»), il desiderio di un bel tuffo nel mare-mondo. Lo dico perché siamo in estate ma penso a quel superbo atto di coraggio lodato come tale, e giustamente, dal Bachelard appena citato, e penso finanche a un metaforico mare in tempesta, quello delle rovine urbane del moderno, dove la critica, Baudelaire insegna, est chez elle, anche quando pensa di essere hors de chez elle. E i nostri volumetti son scialuppe che hanno rinunciato al mito del Titanic, agli effetti speciali cui è legata, per certi versi, la fine di un mondo, la morte della critica. Perché andare necessariamente a fondo se si ha ancora il coraggio di fare almeno qualche bracciata, in mare aperto, accettandone i rischi?
RGF: Lo spirito che soggiace al progetto editoriale di “Elements” si nutre anche di una scommessa per me decisiva: quella sulla vitalità della forma-saggio. Il mondo in cui viviamo è complesso e stratificato, ma fa di tutto per rimuovere questa complessità. Quasi se ne vergogna, privilegiando le facili ricette delle soluzioni immediate. Invece noi vorremmo ricordare - a noi stessi oltre che al pubblico che vorrà condividere questa avventura - che la realtà è articolata, sempre ricca di nuances spesso sfuggenti, e che il paziente esercizio del pensiero critico, applicato anche ai dettagli più minuti e apparentemente meno degni d'osservazione, è forse l'unico – l'ultimo? – salvagente cui sia concesso aggrapparci. Ma se c'è una cosa che nella nostra modernità sta venendo drammaticamente a mancare, questa è il tempo. Tutte le forme della nostra esistenza patiscono processi di accelerazione vertiginosa, che bisogna imparare a leggere e a decifrare. In questo senso abbiamo chiesto ai nostri autori di lavorare “per sottrazione”, e dunque di condensare e distillare il loro pensiero in libri che abbiano nella “brevità” non certo un limite, ma al contrario un ulteriore punto di forza. Mi viene in mente la nota e incompiuta ultima lezione americana di Calvino dedicata alla “Consistenza”. Mi piace pensare che “Elements” possa, nel suo piccolo, raccogliere quel lascito e valorizzare quel monito. 
LB: Due sono le caratteristiche della collana "Elements" che balzano immediatamente all'occhio: una collana che pubblica simultaneamente testi in cinque lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco) e la scelta di spingere il formato digitale. Vorrei fermarmi soprattutto sul versante multilinguistico. Si tratta di un esperimento che ha diversi precedenti oppure di un fatto abbastanza raro per l'editoria europea? Quali problematiche mette in campo questa scelta, oltre alle normali complicanze derivate dall'agire in un contesto multilinguistico?
RLC: Sì, hai colto in pieno il versante ‘inedito’ della collana, che la mia prima risposta già evocava, in modo leggermente ‘filosofico’ e ‘imaginifico', se vuoi: le diverse lingue. Metto ‘inedito’ tra apici perché, a livello europeo, ci sono altre collane che accolgono testi in più lingue (pensa al catalogo di Lang, per esempio) o ci sono stati esempi di collane europee (frutto della collaborazione di grandi editori di diversi paesi, Laterza nel nostro per esempio) che proponevano lo stesso testo (in genere di grande firma) in più lingue. Per «Elements» il discorso è diverso. Direi che, col nostro piccolo ‘lanternino', noi non siamo un ‘portato europeo’, insomma la conseguenza di un mercato. Noi cerchiamo un mondo che non si appiattisca sull’inglese e un’Italia che non si appiattisca sull'italiano e proviamo a metterli insieme, stuzzicando finanche i nostri collaboratori e prima ancora noi stessi a scrivere in una lingua che non sia la nostra lingua madre, per ‘esperire’ quello che già sopra ti dicevo: un mondo che cambia sempre pelle, a partire, in prima istanza, dalle diverse lingue che usiamo per dirlo. La sfida, che magari ai più suonerà ingenua, non lo è affatto. Si rischia davvero e il lavoro è tanto, duro e difficile. E abbiamo bisogno di persone come gli Amici di Quodlibet, che hanno accettato la sfida, e di persone come te, caro Alberto, per ‘vararla’ (ché non mi sogno neanche di dire, almeno per ora: per ‘vincerla’). E abbiamo ancora e tanto bisogno di presentazioni ‘fisiche’, oltre che ‘filosofiche’ ed ‘elettroniche’. Per questo ne abbiamo già organizzata una, in quel di Liège, il 20 settembre 2017 (si veda qui), cui ne seguirà almeno un’altra, a Ragusa e/o a Catania, in ottobre.
LB: Non è la prima volta che la casa editrice Quodlibet, nel cui catalogo la collana "Elements" si inserisce, sperimenta l'editoria digitale (si pensi anche al caso della collana "Note azzurre"). Nel vostro caso ipotizzate preponderante la fruizione digitale proprio in virtù del fattore linguistico?
RLC: Sì, anche qui cogli nel segno, con la tua domanda. Quodlibet, anche in tal senso, era l’approdo migliore. Anche se poi il grande Stefano Verdicchio e i Suoi bravissimi collaboratori hanno dato alla collana una versione cartacea bellissima, dietro la quale, mi piace ricordare, c’è l’idea di prolungare una collaborazione fra Nord e Sud dell’Europa, tra l’Université de Liège, l’Università di Siena e quella di Catania. Il centro è costituito dal più giovane del trio, Gabriele Fichera, che ha una laurea catanese, un dottorato dell’Università di Siena e un post-doc dell’Université de Liège. A Sud c’è il Giuseppe ‘Pippo’ Traina, con cui il sottoscritto, a Nord, una piccola carriera ‘all’americana’ in Europa via sei università e tre paesi dell’Unione, collabora da quindici anni, condividendo collane e tanto, tanto altro.
LB: Sempre sul versante linguistico credo sia opportuno indugiare ancora un po'. Immaginare una collana simile significa anche immaginare una certa fruizione dei diversi titoli e la convivenza di molteplici logiche "produttive" dei diversi titoli. Quale fruizione si immagina e si auspica per un simile progetto editoriale al momento della sua partenza? 
RLC: Vero anche questo. Un esempio al volo è facilmente rintracciabile nel volume che apre la collana, quello di Alessandro Barbero, che è già stato segnalato da «La Stampa» e «la Repubblica» e cui sono fiero di aver lavorato (dal titolo alla bibliografia). Qui, la ‘logica produttiva’, come la chiami tu, sarà diversa e dipenderà molto dalle prenotazioni, legate sicuramente al nome dell’autore e alla lingua italiana; prenotazioni che saranno gestite da Quodlibet, che peraltro ci tiene tutti informati di tutto con grande partecipazione. Detto questo, tutto quello che ho detto sopra non è fumo, non è una scusa per dare un’altra possibilità di essere 'visibile', che so, all’accademico inquieto che sono. La condivisione concreta, il lavoro comune, il lavoro per cui lavorando sbagli, il ‘non proteggersi’, l’apertura generosa, anche solo la tolleranza di un varco, le forche caudine che magari si aprono (ma in cui sei passato, e più volte), tutte queste modalità forti e difficili della nostra esistenza sono anche le fruizioni in cui speriamo via via, con il ‘passa-parola’ d’antan, per esempio, ma ‘aggiornato’ grazie agli strumenti di cui disponiamo oggi. Lo spirito che orienterà lo sviluppo futuro della collana è anche questo e abbiamo una programmazione pronta a coprire almeno un paio d’anni, dalla fine del 2017 a quella del 2019, con una trentina di titoli che la nutriranno in seno alla stesso equilibrio linguistico e allo stesso mix di nomi noti e meno noti, e con una frequentazione di tagli e temi diversi, a 360° (o quasi ;-)
LB: Osservare la partenza di un progetto del genere facilita inevitabilmente una domanda sulle traduzioni: si ipotizza un percorso più rapido e agevole per eventuali traduzioni dei titoli di "Elements"?
RLC: In teoria, per quel che ho detto sopra, la collana non ‘investe’ sulla traduzione né, in un certo senso, vuole facilitare la traduzione dei suoi titoli nelle altre lingue. Ma non esclude a priori, come dire, altri ‘compagni di viaggio’, in prospettiva, specie se la prospettiva sarà davvero facile, come pronostichi tu.

LB: Evidente, da uno sguardo ai primi titoli pubblicati, è il desiderio di spaziare in più terreni e "campi". Potete illustrare brevemente proprio le prime otto uscite?
RLC: E qui entra in campo anche il nostro esteso e competente Comitato scientifico internazionale, fatto di poliglotti e di amici e colleghi che lavorano in Italia e all’estero. Senza questo Comitato, certe scelte non le avremmo apprezzate nel giusto modo, perché, per l’appunto, certe cose ci sfuggono. Per quanto sia, e qui parlo davvero e solo per me, uno spirito interdisciplinare, ho limiti culturali e linguistici che cerco di limare un po’ alla volta grazie all’aiuto affettuoso, oltre che competente, di terzi, quarti, quinti (et j’en passe ;-) Detto questo, la molla prima è proprio lo spirito interdisciplinare, che, pur selezionando, gode dell’immersione nell’immaginario tutto. Questa, poi, ‘traduce’ (e cerco di chiudere il cerchio), l’atto di tuffarsi, di darsi, esporsi, offrirsi all’invadente, molteplice, plurale onda di un immaginario che ci spinge ad essere entusiasti tuffatori, nuotatori, prima che costruttori di piscine destinate a sempre più affannate olimpiadi accademiche. Per cui ben venga l’affiorare simultaneo di un tema apparentemente leggero (e denso invece di complicazioni) come quello degli orari dei pasti e di una guerra civile che è diventata l’emblema di tante altre guerre (civili e non) come la guerra di Spagna del 1936-39, affrontata in seno a brevità provocatoria ma mai banale, anzi facendo autocritica rispetto ad altre mie pubblicazioni precedenti sullo stesso argomento. E ben venga il piccolo, inedito ‘Rashomon’ critico dedicato a Pasolini, Kalisky, Sciascia, Mertens e la ‘scoperta semplice’ del ‘braccio della poesia’ che sostiene e abbandona a un tempo. Solo Storia e Letteratura? Non direi. Leggere per credere!
LB: Vorrei chiedere infine se è possibile dare già qualche anticipazione sui prossimi titoli in lavorazione. Grazie.
RLC: Queste sono le prossime uscite previste per il 2017 e 2018:

- Ruggero Pierantoni, Il nodo, il canestro, il filo spinato e l'alfabeto
- Julio Premat, Non nova sed nove. Clasicismos, resistencias, anacronismos en la literatura argentina
- Alessandro Cinquegrani, Contro il pensiero. Tre immagini della contemporaneità
- Jean-Michel Rabaté, Eat my life: Kafka's Prometheus
- Jacques Dubois, Proust obscène
- Massimo Raffaeli, Elogio della critica
- Pierluigi Pellini, Retour à « Germinal »
- Ilsen About, Les photographes ambulants. Conditions et pratiques professionnelles d'un métier itinérant, des années 1880 aux années 1930
- Silvio Alovisio, Sognare nel cinema delle origini
- Luca Di Gregorio, Le Sublime Enclos. Parcs nationaux américains et paratopies d'écrivains
Theresia Prammer, Tradition als Passion. Pasolinis Beispiel in der deutschen Kultur
- David Lombard, American Literature and the Toxic Sublime
- Daniele Comberiati, Un autre monde est-il possible ? Bandes dessinées et science-fiction en Italie, de l’enlèvement d’Aldo Moro jusqu’à aujourd’hui (1978-2017)
- Vittorio Frigerio, Bande dessinée et littérature : reproduction des processus de légitimation
(Relativamente al libro di Alessandro Barbero qui sopra, rinvio 
a questa pagina web apparsa sul quotidiano "La Stampa")