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martedì 31 gennaio 2017

La letteratura italiana e la Bibbia. Un'intervista con Sonia Gentili sul libro "Novecento scritturale"

Librobreve intervista #74

Sonia Gentili, professoressa di Letteratura italiana all'università La Sapienza di Roma, risponde nell'intervista che segue ad alcune domande relative alla sua recente pubblicazione intitolata Novecento scritturale. La letteratura italiana e la Bibbia (Carocci, pp. 264, euro 24). Nelle risposte si affronta l'opera di più scrittori tra cui Giacomo Leopardi, Elsa Morante, Mario Pomilio (anche se escluso dalla trattazione del libro), Pier Paolo Pasolini, Giovanni Testori e Vitaliano Brancati. Non mancano i riferimenti a autori o pensatori stranieri e tra questi anticipiamo i nomi di Eliot, Lévinas, Auerbach, Dostojevsky, Bulgakov, Frye con il suo celebre studio The Great Code: The Bible and Literature. Lo studio di Sonia Gentili coglie sicuramente un aspetto centrale e una costante, sulla quale non si arriva quasi mai a riflettere con tenace costanza. L'auspicio è che la conversazione che potete leggere qui sotto funzioni da invito alla lettura del libro.


LB: Parto dal titolo dell'opera: si menziona inequivocabilmente il secolo Ventesimo, circoscrivendo così un orizzonte temporale, ma poi si comincia con Leopardi. Passaggio inevitabile? Sì, passaggio inevitabile vien da dire dopo aver letto. Ma potrebbe spiegare perché la partenza con Leopardi a chi non ha ancora letto il libro?
R: Il Novecento ha un suo prologo leopardiano poiché è rivolto all’antico in quanto origine del proprio linguaggio, e tuttavia sottopone questa origine ad una interrogazione radicale : condotta senza sconti e senza paura di distruggere. Questo rapporto con l’antico come ricerca di un linguaggio originario a cui si vorrebbe tornare, ma di cui si denuncia l’impossibilità per i moderni, lo dobbiamo appunto a Vico e Leopardi. In Leopardi questo spietato esame della tradizione anticipa e fonda il miglior realismo novecentesco poiché è antimetafisico: comporta la cancellazione dell’uomo in generale, cioè del soggetto astratto e universale di stampo illuministico –idealistico, e la scoperta dell’individuo particolare in carne e ossa, con la sua povera realtà di bisogno e di dolore. Tutta la tradizione culturale è passata al vaglio di questa semplice realtà: di fronte alla domanda senza risposta e senza riscatto costituita dal dolore del singolo essere vivente, tutta la tradizione classica e cristiana, i provvidenzialismi, le metafisiche e gli antropocentrismi crollano o si ridisegnano. È Leopardi a riscrivere il Genesi trasformando il mondo tohù va vohù, «informe e vuoto», che nella Bibbia è lo stato iniziale dell’universo, nella condizione permanente ed antiprovvidenziale del mondo : la «terra desolata» compare nella letteratura europea almeno un secolo prima di Eliot, su base biblica e ad opera di Leopardi. Col grande poeta e filosofo recanatese la teodicea smette di essere un esercizio intellettuale e diventa il vero e sofferto ‘processo a Dio’ – basta leggere il Bruto minore - che ritroveremo a metà Novecento, dopo gli orrori nazisti.

LB: Di tutti gli autori trattati nel suo volume (e sono molti e tra questi nomino almeno Pascoli, Bassani, Testori, Primo Levi e Pasolini), vorrei che qui riprendesse e sintetizzasse le linee principali sulle quali ha costruito le pagine dedicate a Elsa Morante.
R: La lettura morantiana della Bibbia è esemplare: ha come oggetto una Bibbia concreta – la copia personale che scrittrice ebbe con sé tutta la vita e postillò incessantemente - , la prima Bibbia “manuale” (oggi diremmo tascabile) italiana (La sacra Bibbia pubblicata a Firenze nel 1929 a opera della Libreria Editrice Fiorentina della Cardinal Ferrari S.A.I) concepita negli anni Venti per battere la concorrenza delle piccole Bibbie riformate, che in Italia circolavano già abbondantemente. La scrittrice risponde puntualmente alla sollecitazione degli editori –quella cioè di una lettura personale e continua – ma mostra un’indipendenza intellettuale che non sarebbe piaciuta a costoro.   La Morante coglie un punto essenziale della concezione paolina dell’amore e la riflette nel primo verso della poesia Alibi («Solo chi ama conosce. Povero chi non ama») praticamente coincidente con l’inizio del Pianto della scavatrice pasoliniano («Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato, / non l’aver conosciuto. Dà angoscia / il vivere di un consumato / amore. L’anima non cresce più»). Le due poesie, pubblicate nel 1958, e nella stessa collana dell’editore Longanesi, dipendono con ogni probabilità dalla stessa fonte paolina  attraverso una comune rielaborazione : i due scrittori, legati da una forte amicizia, intrecciano riflessioni su temi biblici almeno fino alla collaborazione morantiana al Vangelo secondo Matteo. 
In Paolo amare significa conoscere, ma la sinonimia completa dei due termini si produce solo nell’escatologia individuale e collettiva: amare significa essere conosciuti da Dio (1 Cor 8, 1) e, di conseguenza, iniziare a conoscere oscuramente, attraverso un’immagine riflessa e in stato enigmatico, ciò che dopo la morte si vedrà «faccia a faccia» (1 Cor 13, 12). Paolo ha una concezione attiva e passiva al contempo, in quanto interpersonale e reciproca, dell’atto gnoseologico: amare/conoscere presuppone l’essere amati/conosciuti[1]; ecco perché in quel «solo chi ama conosce», parafrasi morantiana e pasoliniana di 1 Cor 8, 1 («qui diligit […] cognitus est», leggermente tradito dal «chi ama […] è riconosciuto» della Bibbia Ferrari), cognitus est/riconosciuto è reso all’attivo, come il primo verbo amat/ama.
Da questo punto di vista, la gnoseologia paolina comporta una strutturale distanza dalle teorie della conoscenza di tradizione greca, centrate sulla distinzione netta tra soggetto e oggetto: la gnoseologia paolina presuppone due soggetti-oggetti, fondati dal loro essere soggettività-oggettività in rapporto reciproco. Quest’idea dell’essere attraverso l’altro, di forte tradizione ebraica, ha circolato negli anni Trenta anche in sede etico-filosofica generale, poiché Emmanuel Lévinas l’ha opposta alla metafisica nazista del sé assoluto (Quelques réflexions sur la philosophie de l'hitlérisme, 1934).

LB: Naturalmente scrivere un libro del genere significa compiere delle scelte e, come già detto nella domanda precedente, sono già molti gli autori trattati. Mi ha comunque colpito l'assenza di Mario Pomilio in un libro che parte da questi presupposti. Si tratta di un autore che rientra o può rientrare nel suo "radar" di studi?
R: Il Quinto Evangelio è un’opera straordinaria, ma affrontare questo testo significa anzitutto inquadrarlo nel gigantesco tema letterario europeo del dibattito sulla natura di Cristo, che ben prima della pièce teatrale gemella al romanzo di Pomilio compare nel Maestro e Margherita del grande Bulgakov. Parlare di questo tema avrebbe significato insomma allontanarsi dalla testualità biblica e affrontare il capitolo del Cristo come mito o come realtà nella cultura filosofica novecentesca, che a partire da Ernest Rénan (Vie de Jésus, 1863) dilaga, e che presso gli scrittori diventa il simbolo di uno scientismo cieco, su cui il mistero (non necessariamente la fede: piuttosto il mistero, l’inconoscibilità) celebra puntualmente la propria vittoria. È questa la vendetta e il fine di Woland, il diavolo bulgakoviano che decide di soggiornare per un po’ sulla terra: togliere agli scienziati e ai marxisti moscoviti le loro piccole certezze scientifiche.

LB: Da lettore non mi risulta difficile riscontrare l'attività sottotraccia o anche manifesta del Vecchio Testamento nell'immaginario dal quale scaturiscono nuove opere di narrativa o poesia. Sul fronte neotestamentario invece cosa emerge dalla sua analisi?
R: Per riassumere all’estremo, si tratta soprattutto di due punti: il primo è il mistero evangelico dell’incarnazione, che costituisce una delle fonti concettuali più feconde del realismo novecentesco, via Auerbach e non solo (centrali, in questo senso, sono le elaborazioni letterarie della Morante, di Pasolini e di Testori: i capitoli 4 e 5 del libro).  Il secondo è il giganteggiare del “dossier san Paolo” nel Novecento: non solo, cioè, l’abbondanza di rielaborazioni dei testi paolini, ma anche la rappresentazione del personaggio di Paolo, l’esemplarità della sua vicenda intellettuale. Discendono da testi paolini l’opposizione tra apocalissi e carità in Pascoli, la mostruosa esaltazione della guerra come carità nei testi dei preti guerrafondai come Semeria e Gemelli durante la Grande Guerra, o la concezione dell’amore-conoscenza morantiano e pasoliniano. Il personaggio di Paolo è invece centrale in Pasolini e nella riflessione politica novecentesca: il «conflitto tra il santo e il prete», come Pasolini stesso diceva, cioè tra santità e politica, tra il Cristo dell’amore e quello della violenza necessaria alla realizzazione del cristianesimo in terra, inequivocabilmente predicato dallo stesso Cristo (Mt 10, 34-36 : «Non sono venuto a portare la pace, ma la spada : sono venuto a mettere il figlio contro il padre e la figlia contro la madre e la nuora contro la suocera; saranno nemici quelli della stessa casa» ). La questione della violenza neotestamentaria e paolina è centrale per tutte le culture rivoluzionarie novecentesche.

LB: Credo che le sia capitato di fare l'esercizio di proiettare l'impianto di questo suo saggio su una qualche letteratura straniera (e nel suo libro certi rimandi a altre letterature non mancano). Quale genere di indagine le piacerebbe compiere se solo potesse imbarcarsi in una simile avventura in una letteratura straniera?
R: Le due letterature straniere capitali per il tema nel Novecento sono quella tedesca, a causa dell’enorme rilevanza del mito faustiano, e quella russa, per la centralità degli ideali sociali cristiani nella fase storica di elaborazione del pensiero socialista e comunista; qui i tre giganti sono naturalmente Tolstoj, Dostojevski e Bulgakov, ma c’è molto altro. Personalmente però sono interessata soprattutto alla riflessione sui limiti del linguaggio - quella che nel libro è affidata al capitolo 6- e sull’inesprimibilità del mistero (non necessariamente quello divino)  condotta nel Novecento su base biblica. La poesia di Eliot e la riflessione linguistico-musicale di Arnold Schoenberg sono rapidamente toccati nel mio sesto capitolo, ma su questi autori, soprattutto in relazione alla questione della poesia, vorrei tornare più distesamente.

LB: Potrebbe consigliare cinque titoli affini alla sua ricerca o comunque a essa fortemente legati (eventualmente anche provenienti dall'estero)? (Penso sia importante infatti iniziare a costruire una bibliografia sulla fondamentale componente biblica dei nostri immaginari letterari.)
R: Devo dire che la gran parte delle indagini disponibili su questo tema hanno il limite del repertorio citazionistico: studiano cioè il testo biblico non in quanto portatore di concetti e forme colti nel loro mutare storico, ma come «grande codice»: è questo il titolo di un celeberrimo studio di Northrop Frye sulla Bibbia come fonte letteraria (The Great Code, 1982). Mi limito ad indicare questo studio, importantissimo per il ruolo storico che ha svolto, ma responsabile di aver inaugurato una pratica “repertoriale” della citazione biblica che la sottrae ai suoi significati antichi e moderni, insomma al suo senso storico e assoluto. Le opere interpretative dedicate alla fonte biblica nella letteratura oggi disponibili ereditano tutte, quale più e quale meno, questo limite: registrano citazioni, ma si sforzano troppo poco di intrepretarne il senso.

LB: Il volume si conclude con un'interessante cronaca e analisi delle vicende che riguardarono il testo teatrale di Vitaliano Brancati La governante. Che genere di conclusioni trae e possiamo trarne?
R: Il contrasto tra la ricchezza poetica e intellettuale delle Scritture – che apprezzo profondamente da non credente – e la lettura spesso banalizzante e “riduzionistica” contrabbandatane dalle varie Chiese (non solo quella cattolica: anche le Chiese riformate, che pure hanno propugnato la lettura libera della Bibbia, non sono state da meno) è sempre tragicomico e sommamente interessante. Anche l’annaspare, talvolta ingenuo, degli scrittori tra libertà e bisogno di essere spiritualmente guidati nella propria lettura della Bibbia, fino a farsi involontario strumento di politiche ecclesiastiche non proprio nobilissime - come libro accadde al Pascoli del primo capitolo e al Pasolini del settimo – è di enorme interesse e meriterebbe uno studio monografico.




[1] «Cognoscam sicut et cognitus sum»; la Bibbia Ferrari amplifica il passo a scopo esplicativo interpolando due parole estranee al testo che pongo tra quadre: «conoscerò [per intiero], come [anch’io] sono stato conosciuto» (VulgClem, 1 Cor 13, 12). 

mercoledì 12 agosto 2015

da "Emblemi" di Mario Pomilio

Una poesia da #51

Il libro Emblemi di Mario Pomilio (pp. 80, euro 7,75, a cura di Tommaso Pomilio e con una Postfazione di Tommaso Ottonieri) fu pubblicato dall'editore Cronopio nell'anno 2000. Contiene le poesie scritte dall'autore de Il quinto evangelio tra gli anni 1949 e 1953 ed è costituito da due sezioni, "Emblemi" che data 1953 e "Improvvisi" del 1949. Oltre alla ricca postfazione di Ottonieri, ogni testo è corredato di un'accurata ricostruzione della comparsa e delle differenti edizioni della manciata di testi che compongono il volume. Accanto alla riproposta dell'autore di romanzi - ricordo che Il quinto evangelio da poco è uscito per la collana "Fuoriformato. Nuova serie" de L'Orma a cura di Wanda Santini - credo possa trovar posto anche quella del poeta. Il testo che molti mesi fa scelsi per questa rubrica appartiene alla sezione "Emblemi" e apparve la prima il 21 ottobre 1956 ne "Il giornale d'Italia della domenica". 



La baia


Più tardi sarà ancora questo scialbo
odore di risacca
della curva ove spicca
di sbieco la voluta
rocciosa della baia; sarà ancora
quest'adusto ronzio d'insetti e crolli
di ghiaia e lente frante
di sangue che s'impiglia
di vena in vena e putrido
sciabordio di rottami
ritravolti dall'acqua.
E ogni insetto che scava
la vita tra i sassi,
ogni striscia di sole che disgrega
la terra tra le pietre,
o la morte che piega
gli steli tra le crepe, tutto crolla
in quest'attesa che risucchia
il letto bianco del torrente
e la vita del monte
verso l'ansa scoscesa della baia,
verso il lido di ghiaia,
verso l'onda che scava il suo smeriglio,
verso il letto di pomice ove rotola
da secoli il detritico 
silenzio di quest'ora.
Ma il cuore non s'affranca
dall'angustia sottile che ribalta
di minuto in minuto
il sentito in pensato,
il futuro in passato,
la schiuma che s'impenna nello scroscio
della risacca
in eco risospinta
di vena in vena
fino al cieco rottame che s'impiglia
ancora all'onda, al sangue, all'arso
fiottare che scompiglia
nel suo sordo risucchio
inconscio e conoscenza.

giovedì 15 maggio 2014

"Il cimitero cinese" di Mario Pomilio

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #20

Mario Pomilio, 1921 - 1990
Volevo tornare a leggere qualcosa di Mario Pomilio e sono rimasto incuriosito dal titolo di un "libro" assai breve che in realtà l'autore pubblicò in volume, per Rizzoli, soltanto nel 1969, assieme ai romanzi L'uccello nella cupola, Il testimone e Il nuovo corso (e il titolo scelto per radunare questi quattro libri nel volume raffigurato dalla geometrica copertina qui sotto fu proprio Il cimitero cinese). Il cimitero cinese è avvolto da una vicenda editoriale abbastanza discontinua: uscito in antologia nel 1958 ne La nuova narrativa italiana di Giacinto Spagnoletti, questo racconto vede in realtà una prima stesura molti anni prima. Questa discontinuità caratterizza un po' tutta la vicenda editoriale dell'autore de Il Quinto Evangelio. Il cimitero cinese è riapparso nel 2013 per le Edizioni Studium assieme a Ritorno a Cassino e all'inedito I partigiani in un volume curato da uno dei nostri più bravi critici, Federico Francucci. E ora pare che anche quel volume assai recente sia tornato nel limbo dell'irreperibilità. Peccato. Mi pare un racconto lungo bellissimo. Fino a quando il lettore non si sarà spinto alle ultime pagine de Il cimitero cinese il mistero di questo titolo non potrà essere svelato. Questa è la storia di due studenti, lui italiano e lei, Inge, tedesca. Si conoscono a Bruxelles, all'università. Prendono un'auto e dopo un imbarazzato passaggio alla dogana viaggiano verso i grandi cimiteri della Seconda guerra mondiale della Francia settentrionale. Si fermano, si baciano, si interrompono, si fraintendono e ripartono in una corsa breve che arriva presto a fare i conti con tutta la distruzione e la morte che è stata.

Questo racconto lungo ricade forse in pieno in quel gran fiume di opere del dopoguerra del quale Italo Calvino parlò in termini quasi fisiologici. Eppure c'è qualcosa che salva questo testo dall'essere un solo viaggio, una sola avventura, un'avventura d'amore, una fuga, un solo riconoscimento del disastro materiale e morale della guerra, un tentativo davvero precoce di andare oltre i confini nazionali che stanno tornando così in auge oggi (i due protagonisti rappresentano i paesi dell'Asse, in sostanza, per il sentire del dopoguerra, le "canaglie" che causarono il conflitto). C'è qualcosa che fa sì che i baci che i due protagonisti si scambiano accadano sempre in momenti isolati e avvolti di mistero, quasi di vitale incomprensione. E c'è qualcosa che dice anche degli effetti della guerra sulle cose forse più normali che ci accadono: incontrarsi, frequentarsi, innamorarsi, provare a capirsi. Questi due studenti ripresi sul finire dei Quaranta a passare un fine settimana a Pas de Calais, Dunkerque, Boulogne, Etaples e Paris-Plage sfilano nel paesaggio della guerra appena finita, dove la logistica militare non certo smantellata si alterna alla diversa "logistica" della sepoltura dei cadaveri di guerra e delle violenze troppo fresche, magari legate a pochi metri quadri ancora riconoscibili e proprio il paesaggio entra in modo netto, irreversibile, in questo racconto che potremmo forse considerare anche un esempio di "romanzo automobilistico" ante-litteram (se pensiamo che la prima stesura risale ai primissimi anni Cinquanta ne capiamo forse la precocità!). 

In Pomilio vi sono una capacità e un coraggio quasi senza pari nel guardare dentro l'animo di un uomo e una donna che provano a conoscersi, e che vanno sicuramente al di là del peso e del condizionamento che l'ambientazione storica di questo racconto necessariamente presuppone. Affetto e slanci, idealità e realtà bruta, avvicinamenti e bruschi distacchi, spensieratezza e ritorno in ombra dei pensieri, miti e eradicazioni dei due protagonisti sono trattenuti e rilasciati, quindi liberati in quella sorta di imprevedibile e stralunata agnizione finale che sembra vivere nel personaggio del custode del cimitero cinese, scena sulla quale si chiude (o si tronca elidendosi?) questo straordinario racconto dello scrittore di Orsogna. Ed è qui che Pomilio "salta" all'altra guerra, quella che in fondo s'era conclusa appena trent'anni prima, la Grande Guerra. Il cimitero cinese del titolo altro non è che un cimitero della Prima guerra mondiale dove furono sepolti soldati cinesi assoldati dall'esercito inglese con lo scopo di scavare trincee sul fronte belga, i Coolies imbarcati a Canton e portati in Fiandra e verso Arras. E l'incontro con il custode cinese, da anni lì a prendersi cura di questo fazzoletto di terra, fa piangere Inge, che scioglie improvvisamente un contegno che a tratti poteva sembrare davvero teutonico e porta ad uno di quei baci che Pomilio è così bravo a tratteggiare e isolare dal fluire della narrazione. Il custode cinese, nella sua fissità, sembra radunare in sé quello che i due protagonisti forse cercano più o meno consciamente di scoprire durante il loro fine settimana francese:

Mi fissava, parlando, con una sua impersonale dolcezza, che era come il sigillo d'un'antica dignità e sembrava escludere qualsiasi altro sentimento che non fosse d'umile e inespressa fedeltà a quel semplice cimitero che le sue mani avevano curato e modellato per tanti anni fino a lasciarvi un'impronta di lui, della sua pazienza e perfino, si sarebbe detto, della sua tenerezza. Per cui, quando gli chiesi: «E non vi siete mai mosso di qui? non siete mai stato altrove?», prima che lui mi rispondesse: «Altrove? E perché?» (e lo disse con un tono che poteva significare tanto "E dove altro potrei andare?" quanto "Vi pare possibile che potrei andare altrove?"), io avevo già avvertito quanto fosse insulsa la mia domanda e che cosa invece dovesse significare, per un uomo solo e sradicato, sbattuto a tale distanza dalla sua terra e fors'anche dai ricordi di una giovinezza troppo lontana perché nel suo animo vi restassero vivi gli affetti, quel breve recinto verde incorniciato di fiori, che era bastato da solo a radicarlo a un'altra terra e a fargliela amare; o per lo meno a sostituire ai suoi ricordi e ai suoi affetti, piuttosto che altri affetti, quel senso di devozione fraterna ai simboli della morte, che è antico e irrazionale quanto l'uomo e che tanto ci avvicina, rendendoci così mitemente rassegnati ad amarci l'un l'altro, da qualsiasi parte veniamo o qualsiasi lingua parliamo o qualsiasi cosa abbiano fatto gli altri per dividerci. Questo almeno stavo provando io stesso in quel momento con una forza e un trasporto a me sconosciuti.

Spiace forse dirlo, visto che è stato e vorrebbe continuare ad essere un fiore all'occhiello della nostra storia, e nessuno s'offenda, davvero, ma con questo precoce racconto di Mario Pomilio il tanto rinomato Neorealismo italiano appare già morto e sepolto sul nascere, tanto è superato da una grande prova narrativa che scavalca certe ottuse fissità di quella stagione, in fondo un po' ingenua. Che sia solo un caso allora che un racconto del genere non trovi una sua stabile collocazione in libreria?

domenica 30 marzo 2014

da "Legni" di Paolo Pistoletti

Una poesia da #34

Non conoscevo la poesia di Paolo Pistoletti. Mi ha gentilmente mandato il suo libro, Legni (Giuliano Ladolfi Editore, pp.74, euro 10, prefazione di Marco Beck). Scelgo almeno tre poesie. Una scoperta per me positiva. Spero lo sia anche per voi, o che per voi sia solo una conferma, se già lo conoscete. Della prefazione di Marco Beck mi pare utile questo passaggio, la conclusione, che arriva dopo un interessante ragionamento che riprende il filo degli studi dell'autore, della sua formazione, e un nome importante della nostra letteratura, Mario Pomilio, che - chissà perché - ritorna così di rado nelle discussioni: "[...] se per ipotesi mi fosse stato chiesto un  suggerimento riguardo a un esergo da stampare sulla soglia di questo libro, non avrei esitato a segnalare un brano di Mario Pomilio che, fin dalla pubblicazione dei suoi Scritti cristiani (Rusconi, Milano 1979), mi accompagna come costante punto di riferimento ogni volta che sono chiamato a sedermi al “tavolo delle trattative” tra fede e letteratura: «C’è, intendo, una religiosità che si esplica non nei proclami, ma nella giustezza delle opere, non nel parlare in nome di Dio, ma nel fare quanto si fa come se si fosse al cospetto di Dio»."


LUCE ACCESA

                         a Silvia


La luce accesa
di là dietro il bancone della cucina.
Sei già passata
l’aria ancora calda direi
da almeno un’ora.


Questo non dire
che è dentro come un inizio,
come se si dovesse sempre
aspettare dal niente


come se da un primo silenzio
si capisse che siamo noi
anche mentre si prepara un caffè.


Anche mentre una speranza
si fa da parte lassù,
appena sopra il lampadario.


ALLA FINESTRA



La fronte sul vetro
il grigio fuori e questo viso d’acqua.
Mia figlia alle spalle
che cresce con la febbre.
Quanti pensieri sul tetto di fronte
si lavano pronti per la pioggia,
e quanti vanno via
nelle grondaie dentro le vene
nei prati e negli occhi di chi ho conosciuto.
E quanto
tutto questo asciugarsi di legni
ci somiglia.



LEGNI


Non mi ricordo più quante volte si muore,
quante stagioni di legni
ci pesano sulle mani
prima di rovesciarci il cuore.
All’ospedale di Careggi c’è il bianco
delle mura che in mezzo ci passa
chi non ce la fa più a stare qua.
Quelli che invece tornano
nelle vene hanno sentito
tutto il risucchio che viene dagli aghi
dal tubo della flebo
fino alla luce del neon
dove a un certo punto
uno non è più niente
tutto lì nel mentre,
tanto che a sorpresa
non avendo più materia
si smette di tremare
senza cassa senza risonanza
la mancanza ricompone tutto
porta a zero la distanza.

Da bambini si arriva ogni volta
al momento giusto
come una bolla al centro del lago,
la memoria poi torna dopo
quando un giorno d’estate
il sole spacca le pietre

e allora si esce.
In corsia si dice che un giro
moltiplicato per sempre sia l’eternità.

Firenze, ospedale di Careggi, reparto di rianimazione, aprile 2001.