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lunedì 27 agosto 2018

"Kronos", l'altro diario di Witold Gombrowicz


Storia lunga quella di Witold Gombrowicz e i diari. Anche il libro d'esordio, che poi prese il titolo di Bacacay, si intitolava "Diario del periodo della maturazione" e già metteva a fuoco due nuclei del suo pensiero-scrittura, il diario/taccuino da un lato e l'ossessione per il binomio maturità-immaturità. Nel 1951 Gombrowicz inizia a collaborare con la rivista "Kultura", la quale pubblicò quanto è confluito nell'opera bina Diari dal 1953 al 1969 (anno della morte) e pubblicata in italiano da Feltrinelli in due volumi. I Diari però sono tutto fuorché diari comunemente intesi, semmai rappresentano una sorta di autocreazione letteraria frammentaria e deformata, dove davvero trova spazio di tutto, dall'episodio quotidiano alla polemica, dalla disquisizione musicologica alla parodia. Per la traduzione di Irene Salvatori, la cura di Francesco M. Cataluccio e con una nota introduttiva di Rita Grombrowicz, Il Saggiatore manda in libreria Kronos (pp. 386, euro 32), un altro diario, quello segreto iniziato probabilmente tra il 1952 e il 1953. È questo un libro che fa coppia con Cosmo, suo ultimo romanzo, altro titolo nel catalogo della casa editrice fondata da Alberto Mondadori, che prosegue così nella pubblicazione nell'opera integrale dello scrittore polacco e aggiunge un tassello fino a poco fa inedito (Kosmos è infatti uscito per la prima volta nel 2013, dopo una decisione lungamente meditata di Rita Gombrowicz).

Per la sua stessa natura interstiziale, frammentaria e pervasiva e per l'arco temporale amplissimo che raduna, Kronos fa coppia in realtà con l'intera opera letteraria di Gombrowicz. È infatti il suo grande libro non letterario, da non confondere con i Diari già pubblicati da Feltrinelli che, come ricordato sopra, a dispetto del titolo costituiscono opera letteraria scientemente "preparata". Kronos è composto in tre sezioni che toccano Polonia, Argentina e Europa e rispettivamente gli intervalli temporali degli anni Venti-Trenta, dal 1939 al 1963 (ovvero la lunga parentesi argentina) e gli ultimi sei anni di vita. Viene subito da domandarsi: hanno senso i diari per un lettore? All'interno della produzione di un autore che posto spetta loro? Quando è il momento giusto per pubblicarli? Sono interrogativi che riguardano noi, ma anche gli eredi, i soggetti che almeno in un primo momento hanno davvero in mano l'eredità letteraria di uno scrittore (tema tutt'altro che secondario). E un lettore come si avvicina a una scrittura che dovrebbe essere privata e che invece spesso non lo è, diventa altro, diventa pubblica, diventa persino parte fondamentale del corpo d'opera di un autore (pensiamo ai diari di Gide o a quello interessantissimo di Guido Morselli). Ecco, Gombrowicz teneva moltissimo al proprio diario privato, alla cartella "Kronos", tanto da avvertire la moglie di trarla in salvo "in caso di incendio" come la cosa più importante.

Questo Kronos libro è un libro di completamento allora, non di complemento, ed è dedicato a chi ha già apprezzato i libri dello scrittore stroncato da Pasolini dalle colonne de "Il Tempo" nel 1972 (così scriveva PPP, che qualche libro brutto o "sbagliato" l'ha fatto: "La figura dell’autore che ne viene fuori e quella di un uomo sbagliato, non solo poco colto, ma anche poco intelligente: una specie di sgraziato buffone senza corte che crede sia difficile capire la verità e soprattutto che sia obbligatorio dirla, che l’inopportunità possa essere programmata, che la sgradevolezza sia un elemento del genio e che ghignare sia segno di superiorità"). Questo diario privato assomiglia spesso a una lista, non è immune al fascino per la numerologia e le date. Gombrowicz nel diario privato e segreto si rifiuta di accettare subito di essere polvere, pone una minuscola, flebile resistenza a Kronos. E il modo migliore per saggiare i diari, che non sono tutti uguali, non sono tutti parimenti interessanti, non sono tutti meritevoli di pubblicazione, è prenderne a caso qualche pagina oppure leggerli in modo discontinuo, come un livre de chevet per qualche tempo, a maggior ragione quando la mole del volume è notevole. Gombrowicz stesso era appassionato lettore di diari, si era interrogato su questi, a partire dalla frequentazione con il Journal di André Gide. E poco importa che i diari siano in genere sempre falsati, abbelliti, diminuiti o aumentati perché restano comunque una "tana" della vita altrui e assomigliano a un "brodo con il sapore della realtà". Solo un avvertimento, e lo dà la moglie: "Si può leggere il Diario senza Kronos, ma non viceversa". 

Il vero regesto estemporaneo, con tanti materiali grezzi e senza filtri, pieno di appunti spesso disordinati, cenni a incontri e altre registrazioni del quotidiano è quindi questo Kronos ora disponibile in italiano. Un fatto interessante è pensare che Gombrowicz nel fascicolo "Kronos" si spinga fino al 1922, anche se ne ha iniziato la stesura solamente trent'anni dopo, come abbiamo visto: come lavora la memoria in quel lasso grande di tempo, per di più in un diario che, nella sua parte iniziale, si presenta come "diario retrospettivo"? Per dare un'idea di cosa si può leggere in Kronos, ecco un passo del 1951 dove si cita Miłosz, che nella grande diversità, fu interlocutore di Gombrowicz e contribuì alla sua conoscenza con un profilo a lui dedicato all'interno del libro che scrisse sulla storia della letteratura polacca:


XII

Articolo di Miłosz in Kultura su Contro i poeti, molto lusinghiero.
Questione della vendita della banca, molto preoccupante. 
I Nowiński partono per Mar del Plata – silenzio in banca.
Comincio a scrivere il romanzo Cosmo 
Capodanno dai Grodzicki.
Salute: L’eczema sulla testa si fa gradualmente meno fastidioso. Nella seconda metà dell’anno i denti (2 si guastano alla radice, un ascesso). A parte questo, notevole miglioramento dell’intestino e del fegato. Letteratura: nella seconda meta notevole aumento di prestigio tra i polacchi. Ma non faccio nulla (qualche schizzo di un testo di teatro). Lavoro: in banca non faccio praticamente nulla. Noia. Finanze: male a causa della svalutazione. Sueldos extra. Erot. – molto poco, [manoscritto illeggibile] i denti mi hanno fatto male. Avvenimenti principali: soggiorno dei Rodziński [manoscritto illeggibile] Trans-A. [manoscritto illeggibile].

Se i Diari sono un esempio unico nel panorama del Novecento di autocreazionismo in letteratura, Kronos presenta le pagine dove il combattimento contro la propria scorza si fa meno teso, più franco. La polpa si fa più molle. Eppure arrivano entrambi dalla stessa penna, quella che ha provato a dire con coraggio il bailamme incomprensibile di un secolo sfibrato e sfibrante, che ha mostrato come sia possibile sottrarre la letteratura ai tanti servilismi cui spesso si presta e che in Cosmo ha creato un romanzo che finalmente nasce durante la stessa scrittura.

lunedì 6 agosto 2018

"Gli ultimi giorni di agosto" di Massimo Bocchiola nella lettura di Matteo Giancotti

Questa recensione di Matteo Giancotti a Gli ultimi giorni di agosto di Massimo Bocchiola (Il Saggiatore, pp. 147, euro 19) è apparsa su "La Lettura" del "Corriere della Sera".


Prima di tutto viene la scrittura, con la sua necessità di esattezza, precisione millimetrica, controllo: un esercizio serissimo che diventa stile attraverso la disciplina. Tutto questo, per un autore come Massimo Bocchiola, traduttore, poeta e saggista pavese, è una specie di religione. Poi ci sono le idee e le accensioni della memoria, che trovano posto sulla pagina solo se si mostrano compatibili con una scrittura siffatta, all’altezza della sua dignità. In ogni caso, in questa che è una scrittura saggistica, con cambi di passo narrativi, in linea con le proposte del Saggiatore, non si saprebbe dire se il nucleo fondante della materia sia quello autobiografico o culturale, a tal punto gli studi, le traduzioni, le varie esperienze di fruizione artistica fatte dall’autore si sono integrate nella sua vita.

Gli ultimi giorni di agosto è costruito come un fine intarsio di materiali di diversa natura: esperienze di lettura, frammenti della vita affettiva, autoanalisi, passi di traduzioni, tessere musicali, cinematografiche, calcistiche, che formano un intero dalla superficie perfettamente levigata. Forse una forma di ritegno (che ha a che fare con lo stile) non permette a Bocchiola di dire «io» più di un certo numero di volte; questo aspetto si combina con la convinzione (desunta dall’amato B.S. Johnson) che è falso e sbagliato ricomporre in una forma coerente («una storia») i diversi episodi della vita, e produce il risultato di una prosa antinarrativa, dove i frammenti autobiografici sono talmente irrelati e separati da sembrare appartenenti a vite e individui diversi.

Uno dei motivi più importanti del libro è appunto quello della dissociazione, nel soggetto, tra l’età del corpo e l’età della mente, che non coincidono quasi mai con l’età anagrafica. Questa verifica dell’identità che il soggetto compie su se stesso, sempre destinata a fallire, si impone come una necessità impellente negli ultimi giorni di agosto, quando un uomo sui sessant’anni, nella sua casa della Bassa Padana, cerca un modo per uscire dal fin troppo «stucchevole» parallelismo tra la fine dell’estate e l’inizio della sua vecchiaia. Non cederà a immagini così trite e romantiche, piuttosto si lascerà prendere dalla febbricola che sempre portano i ricordi e le aspirazioni talvolta cupe della psiche, che lo invitano a cedere a un desiderio di dissipazione, accarezzato fino al punto in cui comincia a diventare pericoloso, o appena un po’ più in là, nel punto in cui opportuni «antidoti» (cioè immagini solari, di pienezza vitale) riportano il protagonista verso zone meno oscure. Bellissime immagini lavorate con cura minuziosa, specialmente della Bassa Padana («navigata» in bicicletta lungo il reticolo enigmatico delle sue acque), affiorano dalle pagine a un ritmo quasi costante, ogni volta che l’autore consente all’emozione di infiltrarsi in una prosa di una compostezza algida, quasi ieratica. È un rito questa scrittura? Flirta con la morte mentre tenta di esorcizzarla.



Matteo Giancotti

giovedì 10 maggio 2018

"Lettere ai genitori" di Claude Lévi-Strauss

Quote #19

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.



Della casa editrice Il Saggiatore una caratteristica che a buon diritto si può ormai considerare una peculiarità è l'attenzione riposta nella pubblicazione di lettere. Come noto in Italia c'è Rosellina Archinto che sulla pubblicazione delle lettere ha costruito il concetto e il catalogo della propria casa editrice. Naturalmente vi sono altri editori che con attenzione altalenante pubblicano ora quel carteggio, ora quell'antologia di un epistolario, ora quell'intero corpus di lettere di un dato autore. A un occhio esterno, sembra però che Il Saggiatore abbia attivato una costola del proprio catalogo nella quale le lettere coabitano necessariamente accanto ai libri di narrativa, poesia o saggi di prim'ordine (per inciso, recentissima è la riproposizione de Lo spazio letterario di Maurice Blanchot, da tantissimo assente). È curiosa inoltre l'attitudine, opposta alla nostra storia editoriale, di rifiutare quasi il costrutto di collana all'interno di questa casa editrice, che non ricerca la segmentazione e la proliferazione di collane (in certi editori, persino piccoli, la "collanite" è una malattia ormai diffusa). Più o meno tutto il catalogo sta dentro una collana che si chiama "La cultura", con la variazione dimensionale data da "La piccola cultura" (più contenuto, in termini di titoli proposti, è il rilancio della collana "Le Silerchie", di cui si è già scritto in passato).

Dopo le lettere di Barthes, Mann, Proust, Joyce, Wilde, Poe, Mandela e la non trascurabile rosa musicale del catalogo con le lettere di Bartók, Šostakovič, Mahler, Mila, Nono o Toscanini compare anche questo recente Lettere ai genitori 1931-1942 di Claude Lévi -Strauss (pp. 422, euro 37, a cura di Monique Lévi-Strauss, traduzione di Massimo Fumagalli). Prima di dare qualche coordinata sul libro e riportarne un breve passo vorrei richiamare l'attenzione sul fatto che alle lettere Il Saggiatore non ha dedicato una collana specifica. Anno dopo anno la composizione del catalogo sembra ci suggerisca che le lettere rientrano a pieno titolo nel corpus di testi da considerare quando ci si avvicina all'opera di un dato autore. Mi sembra una posizione editoriale nitida, tra l'altro messa in pratica con la produzione di  libri e senza tanti proclami, manifesti o anticipazioni come va di moda fare oggi tra social o blog-ciclostile.

Il volume che Il Saggiatore ha dato alle stampe raccoglie e propone per la prima volta ai lettori italiani le lettere che l'antropologo dei Tristi tropici scrisse in un decennio chiave della propria vita e della storia mondiale, tra il 1931 e il 1942 (il 1931 è l'anno della laurea in filosofia). Sono anni terribili ma fervidi di viaggi e studi e la specola delle lettere consente di avvicinare lo studioso nei suoi passi di pensiero, nei momenti in cui si formano alcune delle idee importanti che costituiscono il suo lascito, tra cui quelle sulla parentela. Oggi - lo sappiamo - non è più un gran momento per lo strutturalismo e le sue diramazioni e da più parti si cerca di criticare, se non addirittura di abbattere, la sua eredità, la quale è tutt'altro che monolitica. La lunga battaglia tra storicismo e strutturalismo non è mai del tutto conclusa. Colui che forse suo malgrado è considerato un baluardo dello strutturalismo, nelle diramazioni dell'antropologia, resta una lettura difficilmente trascurabile, anche per comprendere tutta una serie di pensatori e scrittori che a lui, nel Novecento, ha fatto continuo ritorno. La lettera che si propone è abbastanza breve e più che altro funge da spia di un interessante nucleo di missive partite da Strasburgo durante una parentesi militare.



S 11
Caserma Stirn
158º reggimento di fanteria
Strasburgo, sabato [novembre 1931]
Cari tutti e due: che gioia, domani esco! Abbiamo inscenato una breve commedia ridicola: tutta la compagnia che sfilava per il saluto al Capitano. Solo una quarantina sono stati trattenuti per garantire il picchetto antincendio. Ma riprendo il racconto dall’inizio. Ieri, vera giornata militare: appello alle 7 con armi ed elmetto per una marcia annullata alle 7 e 05 a causa di una rivista in divisa 2, ritirata la sera prima, con tutti i bottoni da sostituire e nemmeno uno da mettere! Ritiriamo i bottoni regolamentari alle 8. La rivista è alle 9, e dobbiamo scucirne e ricucirne trentasei! Alle 8 e 05 chiamati in magazzino per ritirare dei guanti di lana, della cera e del sapone. Trattenuti ad aspettare fino alle 9, ora della rivista; corsa terribile e finalmente alle 10 la rivista può iniziare, ma in quale stato! Impossibile ricordarmi delle occupazioni del pomeriggio… Ah sì! Un’altra rivista, ma questa volta fatta dal Capitano. Stamane esercitazione in cortile, nel pomeriggio rivista (di nuovo) e conferenza dell’ufficiale medico sulle malattie veneree – tenuta con una voce talmente flebile che non ho sentito nulla. Ricevuti due inviti a colazione: del Generale e di Coralie. Accettato il primo (ricevuto per primo) e spiegato a Coralie che andrò subito dopo colazione. Dimentico subito ogni cosa, non appena ho finito di farla; questa vita mi scivola addosso automaticamente, e a ogni ora non so che cosa ho fatto l’ora precedente. Tanto meglio! Ho cambiato camerata per quella degli allievi caporali. Grande, siamo sedici, ma più comoda (c’è anche un tavolo). Ho persino fatto una partita a bridge, poco fa.
Contento di sapere che Papà sta meglio. No, Mamma, inutile mandarmi i giornali prima di avere una stanza. Se solo potessi trovarla domani! Non c’è acqua da due giorni. Bisognerà che compia dei prodigi per riuscire a radermi! Dovrò quindi abbreviare la lettera di conseguenza.
Cercherò domani di darvi mie notizie,
Claude

mercoledì 4 aprile 2018

Rilke, Lovecraft e gli altri "pacchetti" de L'Orma editore

Storie di collane micro #14

Talvolta si sente dire che l'editoria è un settore nel quale è difficile innovare. Bisognerebbe intendersi bene su tante cose prima di emettere conclusioni affrettate, ad esempio intendersi su che cosa vuol dire per noi un "settore maturo" (se abbiamo studiato un po' di economia ne abbiamo una vaga idea) o "innovazione" (anche qui potremmo avere una vaga idea). Nessun settore economico è mai pienamente maturo e a volte una nuova pratica può spostare il momento della maturità, ringiovanire una categoria merceologica. Sul fronte contenutistico mi pare che l'editoria non sia ferma, ma naturalmente non è neanche pensabile di affrontare qui questo aspetto. Se ci soffermiamo invece sull'oggetto-libro quale prodotto industriale e sulla sua esteriorità potremmo ad esempio riconoscere che, tranne nei casi dei libri di prestigio venduti in confezioni protettive, raramente si ricorre al packaging come leva promozionale e trainante, fondativa addirittura di una nuova collana. Così succede ne "I pacchetti" de L'Orma edizioni, collana di libri brevi ed epistolari che, come spiega la nota di presentazione, sono da "chiudere, affrancare (con un francobollo da 1,50) e imbucare in una qualsiasi cassetta postale (infrangendo il tabù di scrivere sui libri, ma niente paura, è solo la sovraccoperta…)." In questo caso il packaging non funziona da venditore nascosto o subliminale come al banco degli yogurt. Il progetto grafico, qui necessariamente largamente inteso (interni, copertina, sovraccoperta che presta il concept alla collana), è affidato a IFIX di Maurizio Ceccato e prevede anche il ricorso a un ben congegnato apparato iconografico interno. I nomi degli autori precipitati in collana sono disparati e i ritratti di questi sono stampati a un colore dentro il contorno di un francobollo, che richiama sia l'intento della collana sia le lettere. Si tratta di autori che contano molte edizioni anche in altri cataloghi editoriali e che tuttavia, proposti in quest'abito, guadagnano uno spunto ulteriore per essere avvicinati.

Un altro discorso che si potrebbe fare è il seguente: quasi mai agli epistolari si riserva una più fruibile trattazione tematica o antologica, e più spesso si ricorre alla pubblicazione in toto di un intero epistolario o di un determinato carteggio. Con i libri di questa collana invece il genere epistolare è affrontato con piglio innovativo e la selezione di alcune lettere, dettata da ovvi motivi di spazio, diventa uno sprone per i diversi curatori, che così isolano missive di singolare intensità. Nella collana "i Pacchetti" si sono sin qui avvicendati Baudelaire, Gramsci, Leopardi, Nietzsche, quel gran scrittore di lettere che fu Giuseppe Verdi, Rimbaud, Dickinson, Stendhal, Kafka, Poe, Pirandello, Svevo, Artusi, Pessoa, Woolf, Shelley, Curie, Campana, Apollinaire, Cervantes, Shakespeare, Brontë, Kuliscioff, Austen e Hugo. Si sono citati appositamente tanti nomi per dare l'idea di una collana popolata da classici (e praticamente tutti fuori diritti), rivivificati dalla forza del formato di collana. Le ultime due proposte confezionano alcune lettere di Rainer Maria Rilke quasi tutte inedite in italiano (La vita comincia ogni giorno. Lettere di saggezza e commozione, pp. 64, efficacemente curato da Marco Federici Solari) e di Howard Phillips Lovecraft (L'età adulta è l'inferno. Lettere di un orribile romantico, pp. 62, a cura di Marco Peano).

Nel caso di Rilke, che si tratti di un fatto di cronaca di un padre che brucia il cadavere di un figlio, di una corrispondenza con un'amica, con la gelosa principessa Marie von Thurn und Taxis oppure di una digressione puntualissima e memorabile sulle distinzioni tra gioia e felicità, non possiamo fare altro che registrare ancora una volta il valore di un epistolario che presenta forti corrispondenze con l'intera opera rilkiana e anche con I quaderni di Malte Laurids Briggeunico "romanzo" di un poeta che fu troppo occupato a curare la vita interiore per preoccuparsi di averne anche una esteriore. La felicità, per il Rilke delle lettere, è debole, perché lascia tempo per pensare alla sua durata e per preoccuparci. La gioia invece "è un momento, senza obblighi, fin dal principio senza tempo che non si può trattenere ma non la si può più neppure perdere, perché sotto l'effetto di quella commozione il nostro essere per così dire muta chimicamente". La gioia è il momento in cui rivive l'atto e il gesto della creazione. Per stare alle due uscite più recenti, passiamo dal verde asparago di Rilke alla carta da zucchero di Lovecraft. La scelta di lettere dallo sterminato epistolario di HPL curata da Marco Peano ha lo scopo preciso di puntellare alcuni tratti salienti del grafomane, misantropo, misogino, disordinato onnivoro bibliofilo sprezzante della realtà, nonché straordinario innovatore horror celebrato tra gli altri anche da Houellebecq. In quest'anno, in cui ricordiamo anche la riproposta per Il Saggiatore de Le montagne della follia nella traduzione di Andrea Morstabilini, vale la pena chiederci perché un autore in fondo così amato dai lettori, poroso e irsuto, non serva da scossa contro le tante pulsioni piallatrici e levigatrici della brulicante ragioneria di stato del "romanzo". Uno spunto di riflessione questo, a patto che valga qualcosa. Un pensiero dubbioso che impacchettiamo, come questi libretti doppiamente epistolari, colorati e carichi di sorprese.

venerdì 2 marzo 2018

"Biologia della letteratura. Corpo, stile, storia" di Alberto Casadei

"Biologia della letteratura" che cosa significa? Letteralmente dovrebbe essere la scienza che studia gli esseri viventi e le leggi che li governano applicata a quella cosa che chiamiamo letteratura. Nell'espressione s'intuisce forse, ad un livello epidermico, che si va oltre una biologia della cellula e ci si avvicina a una biologia largamente intesa, che abbraccia le scienze cognitive e neuroscienze, le recenti acquisizioni attorno al dualismo corpo-mente e a quelle che riguardano il superamento della dicotomia natura-cultura. Ma capiamo di più così di questa espressione? Non è che sia l'ennesimo accostamento di termini per dar vita a qualche evanescente disciplina destinata a durare una stagione, magari anche lunga, o a una nuova fantasmagorica cattedra universitaria? No. Il titolo non scalda, ma va bene così, perché è il titolo di uno studio che promette uno sguardo rilevante e parimenti imposta un lavoro lungo e per larga parte, se non da incominciare, da consolidare. Per capirci meglio dobbiamo iniziare a spostarci sul sottotitolo: "Corpo, stile, storia". Questi sintagmi ci dicono invece dei tre termini con i quali Alberto Casadei si confronta lungo tutta la sua puntuta trattazione. Biologia della letteratura (Il Saggiatore, pp. 248, euro 23) porta dunque un titolo che è curiosamente piatto e ambiziosissimo. È normale che sia così, perché non è facile rendere conto di come l'ormai lunga storia delle scienze e delle scienze cognitive - con in testa certe ricerche di Gerald M. Edelman, Gregory Bateson e António R. Damásio, ma anche di Jean-Pierre Changeux assieme a Paul Ricoeur - possa fecondare gli attuali studi di letteratura e di altre espressioni artistiche, le ripetute analisi sul come arriviamo a elaborare nei testi miti, sempre nuove forme o quelle metafore di cui Susan Sontag diffidava, circa negli stessi anni in cui George Lakoff le metteva alla base dei meccanismi cognitivi nel suo celebre studio Metafora e vita quotidiana

Diciamo già che nel libro di Casadei lo sguardo sulla letteratura è prominente, anche se non esclusivo. Si potrebbe leggere in tandem con un altro recente titolo di Michele Cometa, che però si pone al lettore con tutt'altro spirito: Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria (Raffaello Cortina Editore, 2017). L'autore riprende in mano discorsi come quelli che volteggiano pericolosamente attorno a cosa sia "ispirazione" o cosa sia "classico", ragionamenti che da sempre camminano sopra terreni scivolosi. Inoltre - e qui si colloca la parte più innovativa di questo studio necessario  - torna a parlare della cosa più importante: lo stile, non a caso parola centrale del sottotitolo. Il punto di partenza vuole essere un dato assodato, vale a dire il necessario superamento del dualismo tra natura e cultura. Se ne parla da anni, ma la collosità di quel dualismo è dura a morire. La dimensione di vita (quindi anche "biologica") media odierna si trova inondata di stimoli e pulsioni che ci hanno catapultato in un mondo così diverso da quello di poco tempo fa, che con accelerazioni fino a l'altro giorno impensabili ha agito sul nostro cervello e sull'atto creativo. In questo studio, come si enuclea programmaticamente in sede di incipit:
si tenterà di inserire la creazione artistica, e in specie letteraria, nel continuum dei processi biologici, incarnati nell'insieme corpo-mente a partire dal quale si sviluppano le potenzialità e le propensioni umane.
Avrete notato la densità di parole-spia, ognuna fulcro di leve importanti ("creazione artistica", "continuum dei processi biologici", "insieme corpo-mente", "potenzialità" e "propensioni umane"). Per insistere sullo stile, come spiegherà qualche paragrafo dopo
L'inserimento dei processi artistici in un continuum biologico-storico-culturale consente di spiegare meglio la componente essenziale per il cambiamento di status di un oggetto (non solo testuale, e non solo verbale) da semplice entità d'uso a opera adeguata per un riuso nel tempo. Grazie allo stile, inteso appunto come un'elaborazione higher level a partire da forme riconoscibili, non ci si limita a indicare sottili discrimini fra ciò che è creazione e ciò che rimane nel campo della scoperta o dell'invenzione ma si toccano i fondamenti del rapporto dell'artista con il mondo. Lo aveva già intuito Giacomo Debenedetti: «Stile è [...] la scelta del dettaglio suggestivo in mezzo alla congerie amorfa e schiacciante del reale». Di fatto, la questione è semplice: «sia in filosofia sia in letteratura lo stile è sostanza» (George Steiner in La poesia del pensiero. Dall'ellenismo a Paul Celan).
Attenzione, ritmicità, capacità mimetica, metaforizzazione (blending) sono i quadranti dove il cursore di Casadei si muove con agio ed efficacia. L'autore non è nuovo a questi affondi, avendo alle spalle titoli come Poesia e ispirazione (Luca Sossella Editore, 2009) e Poetiche della creatività. Letteratura e scienze della mente (Bruno Mondadori, 2011). Lo stile torna continuamente al centro del triangolo (ora equilatero, ora isoscele, ora scaleno) tra storia, ambiente e biologia del soggetto. La tanto sbandierata interdisciplinarietà, qui così evidente sin dal titolo, è una conquista difficile e non un facile spot pubblicitario e accademico. Oggi l'interdisciplinarietà si contrabbanda con una facilità esagerata, forse di più proprio là dove è carente, e si rischia di giungere a conclusioni sin troppo eclettiche. Questo studio di Alberto Casadei gode di un avvicinamento built-in all'interdisciplinarietà, senza complessi di inferiorità o superiorità tra sfere del sapere, e si conclude ritraendo il corpo umano all'interno dello scenario dove si trova effettivamente, quel cloud rappresentato dal Web e dalle interazioni in rete. 
Un’arte che si pone il problema dell’arte (Blanchot); che si presenta come progetto di vita scritto ai margini del vivere (Celan); che trasforma ogni vincolo coercitivo per far coincidere parole e cose (Foucault); un’arte così caratterizzata non può non darsi come obiettivo fondamentale quello di proporre la co-fondazione di una humanitas che non sia solo la somma delle visioni del mondo attuali, come avevano gia intuito Jean-Pierre Changeux e Paul Ricoeur (1998). Si dovrà verificare quali stili saranno adatti a riproporre e rappresentare la condizione della nuova sfera-Cloud e delle sue interazioni con la corporeità e il pensiero. Ma d’altronde che cosa ha fatto l’arte, dalle sue prime manifestazioni a oggi, se non fondere propensioni biologico-cognitive ed elaborazioni stilistiche?
Inevitabile, giunti alla fine, interrogarsi sui nuovi stili che apriranno le porte a nuove forme di rielaborazione artistica da dentro questa nuvola, nuova metafora delle potenzialità cognitive umane, massa ora densa ora rarefatta. La cosa che pare certa è che non ci sia più uno stare sopra o sotto la nuvola, ma uno stare dentro soltanto.

lunedì 11 dicembre 2017

"Il modo di dire addio" di Leonard Cohen. Conversazioni sulla musica, l'amore, la vita

Musicali pretesti #16

Di tanto in tanto, una notizia su un libro e un brano da ascoltare, al libro collegato.


Mi pare che la casa editrice Il Saggiatore offra delle garanzie a chi cerca una proposta varia e sensata in più ambiti. In un panorama fatto di libri che si parlano addosso, di imitazioni e scimmiottamenti affannati, di pochissima autocritica, di tentativi poco convinti o di gadgettizzazione del libro e della sua promozione, in questa casa editrice permane un approccio consapevole alle specificità del fare editoria. Non si tratta di un approccio snob o nobilitante come quello di certi Re Mida dell'editoria (quei Re Mida hanno le mani fragili e i piedi gonfi, l'avranno capito ormai!), bensì una consapevolezza della strutturazione della proposta costituita dal catalogo, dove convivono novità, riproposizioni e innesti del tutto nuovi, all'insegna di una logica di prodotto attenta a tutti gli aspetti della filiera. Rimanendo al solo ambito musicale, sono ormai molti i titoli che questa casa editrice offre, dall'opera al folk, dai compositori contemporanei al rock. Uno sguardo agli scaffali musicali di una libreria discretamente fornita è sufficiente per rendersi conto di ciò. Tra gli ultimi arrivati vi è anche Il modo di dire addio di Leonard Cohen (pp. 651, euro 28). Il volume è a cura di Jeff Burger, porta un'introduzione di Suzanne Vega ed è stato tradotto in italiano da Camilla Pieretti. Gli affezionati dei Baustelle si rallegreranno dello scritto di Francesco Bianconi in apertura. E proprio il suo scritto, una lettera indirizzata a G., va diritto al punto di questo libro sostanzialmente costruito attorno alle varie interviste rilasciate da Cohen nei decenni. L'intervista è un genere giornalistico strano, uno strumento difficile da usare; oggi rischia di banalizzarsi a ogni passo e Cohen di sicuro non è sempre a suo agio. È sufficiente ascoltare le sue canzoni per capire che un artista con quella voce doveva in qualche modo stare veramente male dentro la modalità intervistatoria che si dipana attraverso una cinquantina di colloqui inediti in Italia. Di qui la violenza delle interviste, di cui scrive Bianconi, e di qui anche la vergogna del sentirsi uomini, che a volte passa come un ago per le canzoni, le poesie e i romanzi del nostro canadese per il quale tutto è illusione e solo l'amore è realtà. Non credo serva scrivere molto altro, se non ricordare la disponibilità di questo volume ora tradotto in italiano.

Non sapendo decidere tra cotanta discografia, per oggi la scelta del brano risponde a un criterio banale e perfino stupido: l'ultimo brano dell'ultimo disco pubblicato da Cohen,"You Want It Darker". String Reprise / Treaty è, come il titolo dice, pure una "reprise" di un brano del disco.  Il mio criterio di scelta stupido e banale non ha però portato male.



martedì 31 ottobre 2017

"Scatola sonora" di Alberto Savinio: la musica al suo primitivo significato di "moys", di acqua

Musicali pretesti #15

Di tanto in tanto, una notizia su un libro e un brano da ascoltare, al libro collegato.


A rammentarci lo spessore della critica musicale di Alberto Savinio giunge un libro considerevole come Scatola sonora (Il Saggiatore, pp. 600, euro 44, a cura di Francesco Lombardi, con un saggio di Mila De Santis). Considerevole per lo spettro di contenuti, nomi, situazioni affrontate, ma anche per l'ampiezza della trattazione. È un libro che si può consultare con incursioni brevi, discontinue e rabdomantiche e non necessariamente leggere "tutto d'un fiato" (gli editori ci vorrebbero tutti campioni di apnea e di velocità, salvo poi spesso propinarci libri sul valore della lentezza). Si sa, parlare e scrivere della musica è una delle attività più difficili. Basti oggi prendere in mano una qualsiasi rivista musicale alla rubrica recensioni e si scoprirà come pochissime siano le penne capaci di dire qualcosa di un disco o di una esibizione dal vivo. Non credo sarebbe difficile inventare - e forse qualcuno ci ha già pensato - un word processor mixer e frullatore che, programmato con un po' di ingredienti, sappia restituire una recensione già bella e confezionata, pronta a comparire nel grande "recensionificio" del discorso musicale (per contro, se vi capita e se vi interessa, riflettete invece su come la recensione sia quasi del tutto scomparsa dall'ambito dei libri di poesia). Molto più semplice provare a restituire qualcosa su un libro letto che su un disco ascoltato, almeno così mi pare. Parlare e scrivere di musica resta un'attività faticosissima e inavvicinabile ai più. Servono conoscenze plurime, intuito e intelligenza in pari grado, umiltà non finta, persino una certa dose di irriverenza. Il libro che la casa editrice Il Saggiatore propone raccoglie gli scritti a tema musicale che Savinio scrisse per diverse testate in un quarto di secolo circa, tra gli anni Venti e il secondo dopoguerra. Ecco un passaggio che restituisce almeno parzialmente la temperatura della sua scrittura e del suo stile, i veri ingredienti stupefacenti di questa lettura:
Torniamo alle Stagioni di Domenico Scarlatti. Il clavicembalo, che ogni tanto rimaneva solo per accompagnare i recitativi dell’estate o dell’inverno, dell’autunno o della primavera, ha per sua natura una voce di zanzara; a maggior ragione dunque, quando la falange macedone dell’orchestra tornava a rovesciarsi sul povero clavicembalo, noi spettatori pietosi ma inermi pensavamo agli effetti micidiali del “flit”.
Savinio cala spesso le giuste domande e saper porre le domande non è questione da poco. Significa saper porsi in un flusso che ci preesiste e che continuerà dopo noi. Ci è particolarmente chiaro in un passaggio come questo:
Nel maggio scorso sentii un concerto sinfonico alla Scala diretto da Erich Kleiber. Nel programma alcuni frammenti del Wozzeck di Alban Berg. Applausi scarsi alla fine e molti zittii. Io allora mi domandai: «E possibile una politica estera se si zittisce il Wozzeck?».
Pagine utili sono dedicate a Dallapiccola ("musico cartesiano") e ricca è la trattazione su Debussy, Stravinsky, Richard Strauss, Rossini, Tullio Serafin (il primo a dirigere Wozzeck di Berg in Italia nel 1942), Verdi, Wagner. Uno dei periodi su cui Savinio sembra più a suo agio e più in forma smagliante è il secondo Settecento. Pagine sicure e tese sono anche quelle su Goffredo Petrassi, il pretesto musicale di oggi, con il suo Coro di morti (parlando della sua musica Savinio nota che "egli la scrive sulla calce fresca, come si dipingono gli affreschi"):
"Goffredo Petrassi ha il doppio merito di aver scritto Coro di morti e di non averlo scritto per il teatro. L’avventura teatrale nella quale questo “madrigale” viene a trovarsi implicato non solo non gli giova ma nuoce pure a quel che di leopardianamente ispirato c'è in esso meno nelle parti corali a dir vero che in quelle puramente sinfoniche come nel gran movimento fugato del centro e nella gelida sonorità delle battute finali."


venerdì 26 maggio 2017

Le lettere di Gustav Mahler a compositori, direttori d'orchestra e intendenti teatrali raccolte in "Caro collega" da Il Saggiatore

Musicali pretesti #14

Di tanto in tanto, una notizia su un libro e un brano da ascoltare, al libro collegato.

Tanti tanti anni fa girava per casa un volume verde di Giuseppe Pugliese intitolato Gustav Mahler ...il mio tempo verrà. Lo prendevo in mano spesso, lo sfogliavo e non lo leggevo mai. Del resto, come ho scritto, questo accadeva tanti tanti anni fa. In pochi casi il primo contatto con la musica di un compositore è passata prima per un libro, una copertina, quel ritratto austero del compositore e direttore d'orchestra con gli occhiali. Un volume con un titolo analogo è stato riproposto nel 2010 da Il Saggiatore, Gustav Mahler: Il mio tempo verrà. La sua musica raccontata da critici, scrittori e interpreti 1901-2010 (a cura di Gastón Fournier-Facio, pp. 832, euro 45). Il Saggiatore, va detto, è una casa editrice che mostra le maggiori e più belle attenzioni a quello che resta dell'editoria musicale all'interno dei cataloghi di varia, in più generi musicali e stando ben lontana da certe infatuazioni di altre case editrici. Di recente la stessa casa editrice, per la cura di Franz Willnauer e la traduzione di Silvia Albesano, ha mandato in libreria un altro volume mahleriano, leggermente meno corposo di quello ricordato poco sopra, intitolato Caro collega. Lettere a compositori, direttori d'orchestra, intendenti teatrali (pp. 436, euro 42). Il libro si colloca in un solco più grande che è quello della grande tradizione dell'epistolografia mahleriana, un fiume che ha più rivoli (si pensi alle lettere alla moglie Alma Maria Schindler o al carteggio con Richard Strauss). Com'è normale e giusto che sia, in un epistolario così ricco si potranno trovare le lettere ai "colleghi" compositori, ma anche le non meno interessanti lettere che documentano le travagliate vicende organizzative che un compositore sempre deve affrontare. Del resto, per diventare grandi, c'è poco da fare, tocca lavorare sodo e non basta, oggi meno che mai, star davanti a un computer e fare tutta quelle serie di cose che un computer o altri dispositivi consentono di fare (certo, si può "lavorare al computer", anche in ambito artistico, ma non basta). Il libro offre quindi a un lettore di oggi anche un peculiare e saporito motivo di interesse, perché ci mette davanti gli affanni e le attività di un musicista-imprenditore. Si può leggere qua e là, in alcune sue parti, come un testo che evoca e forse anticipa i nostri affanni promozionali ai tempi del promuovi te stesso in campo culturale e artistico (i nostri mezzi sono gratuiti o quasi e purtroppo certi effetti della gratuità si notano). E, poiché siamo tutti qui a provare a fare la fantomatica promozione, non è male gettare uno sguardo attento sullo stile di condotta di un artista come Mahler, proprio in quello che oggi considereremmo il lato promozionale della sua vicenda (sia chiaro che non uso la parola "promozione" in senso dispregiativo, perché è necessaria, ora come allora, il problema è semmai il come farla).

Per l'ascolto pretestuoso vado a parare sul pezzo che segue, il quale risale davvero agli albori della carriera di compositore di Mahler, che nacque nel 1860 e morì nel 1911. Siamo nel 1876, Mahler è un giovanissimo studente di conservatorio e Il Quartetto con pianoforte in la minore rimane ancora oggi la sua prima opera nota (incompiuta).




mercoledì 18 gennaio 2017

"Il personaggio uomo" di Giacomo Debenedetti ritorna per Il Saggiatore

Sarà pure una stravaganza incominciare con quest'annotazione, ma trovo assai curiosa l'assenza del trattino nel titolo del noto volume di Giacomo Debenedetti Il personaggio uomo, riproposto in questi giorni da Il Saggiatore nella collana "Le Silerchie" nel cinquantennale della morte del critico (pp. 171, euro 17, prefazione di Raffaele Manica). In quel trattino tra "personaggio" e "uomo", che sempre c'è nel testo del saggio di Debenedetti ma che manca nelle copertine che hanno vestito quest'opera, si annida una parte dell'interesse per questo libro e per la formula critica divenuta ormai celebre e dalla quale è stato ricavato il titolo. Un trattino infatti lega due parole in una stessa isoipsa, mentre l'assenza di trattino pone la parola "uomo" in una funzione piena di apposizione, la quale, almeno per come la percepisco, ha una sfumatura e altezza diversa. C'è da notare poi che Debenedetti, prima di stabilizzare la fortuna di questa sua formula nel saggio del 1965, la usava in altre forme, come ad esempio nel saggio su Federigo Tozzi qui contenuto, dove scrive "personaggio «uomo»" ricorrendo alle virgolette basse (accade nel saggio intitolato "Con gli occhi chiusi" che è del 1963). Insomma, quella del personaggio uomo era un'intuizione critica "ondulatoria" che stava nell'aria che Debenedetti respirava.

La riproposta di questo libro che uscì postumo nel 1970 si può inquadrare nel legame che Debenedetti ebbe con la casa editrice Il Saggiatore, di cui è stato direttore editoriale. Nell'introduzione apprendiamo che il presente volume chiude il nuovo ciclo de "Le Silerchie" e anche questa scelta trova una giustificazione solida: se pensiamo a un libro come Preludi. Le note editoriali alla «Biblioteca delle Silerchie» scritte e non firmate da Debenedetti (Sellerio), possiamo ritornare su questa peculiarissima collana che il critico disegnò come un unicum e possiamo rispolverare un campione degli "inviti alla lettura" dei libri che componevano la collana. La "Biblioteca delle Silerchie" era contraddistinta da un'eterogeneità di campi e probabilmente da quella stessa mancanza o "felice sfiducia" nel metodo di cui parla anche il saggio "Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo".

Come è noto, lo scritto "Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo", collocato in apertura del volume, non è uno scritto di sola critica letteraria e fu pronunciato nel 1965 in una tavola rotonda della Mostra del cinema di Venezia. Il cono di luce è già proiettato e circoscritto nel suo incipit:

Chiamo personaggio-uomo quell’alter-ego, nemico o vicario, che in decine di migliaia di esemplari tutti diversi tra loro, ci viene incontro dai romanzi e adesso anche dai film. Si dice che la sua professione sia quella di risponderci, ma molto più spesso siamo noi i citati a rispondergli. Se gli chiediamo di farsi conoscere, come capita con i poliziotti in borghese, gira il risvolto della giubba, esibisce la placca dove sta scritta la più capitale delle sue funzioni, che è insieme il suo motto araldico: si tratta anche di te. Allora non c’è più scampo, bisogna lasciare che si intrometta. Ma non ha solo questa virtù di mediatore, che spesso rende «più praticabile la vita». L’evoluzione della sua specie porge anche il filo rosso per seguire la storia, non solo della narrativa, ma di tutta la letteratura e forse delle altre arti. Attualmente in quella evoluzione deve essere successo un salto qualitativo: ne è prova la decadenza della critica che vorrei definire osmotica, la quale penetrava il personaggio, e ne era penetrata, sia pure con il rischio di contrabbandare una vischiosità, un intrico di filamenti organici, una indiscreta e madida abbondanza di flussi; ma alla fine arrivava sia a comprendere quel personaggio che a spiegarlo.
Per tutto il saggio, il richiamo alla fisica delle particelle è costante ed è come se il critico non volesse perdere il treno di quanto quell'universo di scoperte aveva dischiuso e messo a disposizione dei critici volenterosi di mutuarne intelligentemente un segnale. In un punto si legge che "la nostra tesi è che oggi la narrativa e la scienza sembrano trasmettere, con due codici diversi, lo stesso tipo di informazioni su ciò che maggiormente interessa la natura dell’uomo e del mondo", mentre in un altro ancora Debenedetti parla addirittura di "personaggio-particella". Ho parlato di segnale e non di metodo, proprio perché la grande novità di Debenedetti fu quella di essere un critico senza metodo. Mi riferisco all'assenza di un "metodo metodologico" o alla sfiducia in un metodo dominante. Non è esagerato affermare che ogni opera dell'ingegno, se tale, pone le condizioni di esistenza dei metodi con i quali avvicinarla. Lo scritto di Debenedetti sul personaggio-uomo è centrale perché ogni dibattito sulla letteratura è da sempre segnato dal personaggio, dai personaggi, dagli antipersonaggi o dagli antagonisti. Insomma, non si dà vero dibattito sul romanzo senza far riferimento a questo costrutto del personaggio che Debenedetti contribuì più di altri a scandagliare. Intuì l'affiorare, da più schermi, del nuovo personaggio-uomo di cui - sarà bene ricordarlo, spostando l'attenzione sul titolo - ne fa una "commemorazione provvisoria".

Il volume non è da far coincidere soltanto con il celebre intervento sul quale anche qui ci siamo dilungati, ma contiene i saggi "Un punto d’intesa nel romanzo moderno?", "Il personaggio‑uomo nell’arte moderna", un altro fondamentale contributo sul Tozzi "moderno" e il suo romanzo Con gli occhi chiusi (la categoria di "moderno" applicata a Tozzi viene da Luigi Baldacci ed è successiva, ma Debenedetti fu senza dubbio precursore), "Puccini e la «melodia stanca»", "Il tarlo in valuta oro" dove ammirazione e distanza da Emilio Cecchi emergono nitide, e il conclusivo "Vittorini a Cracovia". Assieme a Il romanzo del Novecento (Garzanti), lezioni universitarie trascritte in quel volume per cui Eugenio Montale scrisse l'introduzione, questo suo libro, per molti versi "nato orale", fa coppia nella bibliografia imprescindibile sul romanzo del secolo scorso, in attesa di capire cosa ne sarà di questo sempre sconosciuto genere negli anni a venire (oggi potremmo aggiornare la bibliografia anche con Teoria del romanzo di Guido Mazzoni uscito per Il Mulino). Il libro è soprattutto un punto di partenza per l'acquisizione di nuovi punti di osservazione sul significato del personaggio nelle arti. Anche in queste pagine si può osservare Debenedetti farsi "complice" (la definizione è di Pasolini) degli autori che di volta in volta analizza, e sia che si parta da Proust, Joyce, Pasternak, Tozzi, Pirandello o Moravia, ogni affondo porta a compimento una riflessione dalla quale ha senso una ripartenza del pensiero. (Un tema di approfondimento potrebbe essere il confronto tra il lascito critico di Debenedetti e la di poco precedente riflessione francese attorno al "nouveau roman" alla quale anche lui, assai spesso, si rifà con interesse e senza ammaliamenti.)

giovedì 4 agosto 2016

da "Il bestiario" di Arturo Loria

Una poesia da #60


Sono sempre tempi propizi per i bestiari. Ma forse non è nemmeno questione di tempi propizi e si tratta di constatare, più semplicemente, che l'idea di bestiario non ha mai smesso di fornire un palinsesto per la creazione di nuovi libri, talvolta anche nella saggistica, come In difesa di Darwin. Piccolo bestiario dell'antievoluzionismo all'italiana di Telmo Pievani, oppure in un "bestiario lacaniano" come quello curato e proposto da Erminia Macola e Adone Brandalise anni fa. Mi chiedo se la tendenza sia più forte in Italia che altrove. A volte i bestiari sono disseminati e celati nella produzione di un autore (lo abbiamo visto tempo addietro nell'ultimo libro di poesie di Igor De Marchi), altre volte sono palesi sin da un titolo, altre volte ripescano bestie immaginarie come l'ornitorinco (l'abbiamo visto con il libro Ornitorinco in cinque passi di Lorenzo Mari uscito per Prufrock spa). Dai sudamericani Neruda, Arreola e Cortázar a Dino Buzzati e Attilio Lolini, dall'attore Marco Paolini ai disegnatori Andrea Pazienza e Guido Scarabottolo, fino a prove come Un bestiario di Mariagiorgia Ulbar, uscito con la prima serie di tre titoli di Nervi Edizioni ormai oltre un anno fa assieme ai libri di Andrea Longega e Sebastiano Gatto (autori rispettivamente di Primo lustro e Strada lavoro), non mancano insomma esempi e richiami a questo "istituto" che trova nel Medioevo la sua pressoché attuale codifica e sistemazione. All'epoca però il bestiario era concepito come strumento didattico volto a descrivere gli animali e le loro proprietà all'interno di una mentalità allegorico-simbolica che rimandava a un ordine sopranaturale, di cui la bestia è simbolo. Qualche secolo più tardi che cosa sono i bestiari e che cosa resta di quell'impianto? Molte discussioni si potrebbero aprire sulle ragioni di questa fortuna e durata secolare, tutte plausibili e forse nessuna esaustiva. Basterebbe ricordarci che se chiamiamo Dante il "padre della nostra letteratura", probabilmente ci siamo già dati una risposta con le tre fiere in cui ci imbattiamo nel primo canto dell'Inferno. Insomma, delle bestie, allegoriche o no, non si può fare a meno e ognuno di voi saprebbe fornire interessanti spunti di riflessione sul perché della longevità dei bestiari. Più difficile diventerebbe dire della trasformazione dei bestiari nel tempo e dei moventi che spingono in epoca post-human a comporre nuovi bestiari.

Ci collochiamo nel 1959, né nel Medioevo né nell'oggi, anno in cui esce postumo Il bestiario di Arturo Loria, numero 20 della collana "Biblioteca delle Silerchie" de Il Saggiatore (pp. 56, a cura di Alessandro Bonsanti, con una nota autobiografica dell'autore, volume reperibile ormai solo nelle biblioteche o dagli antiquari). Divagazione breve: sono davvero stupende le copertine della collana "Biblioteca delle Silerchie" (nel catalogo storico de Il Saggiatore qui) e non ho ricordi di collane dove sia così preponderante l'immagine rispetto al nome dell'autore e al titolo, relegati a una fascetta minima (addirittura manca un cenno al nome e al marchio dell'editore in copertina, accadimento raro). Nel caso de Il bestiario di Arturo Loria la copertina è opera di Balilla Magistri. Come noto la collana è stata rilanciata tempo fa, tuttavia, senza alcuna nostalgia per quella che fu e anche senza critica per l'operazione attuale di rilancio di quel "brand", vi invito davvero a scorrere il catalogo storico della prima "Biblioteca delle Silerchie" per comprendere come certi esperimenti editoriali siano irrepetibili, oppure replicabili con la consapevolezza di stare su un'altra scala e in contesti ormai mutati in lungo e in largo. La domanda, in senso editoriale, dovrebbe diventare circa questa: quando "conviene" ripescare qualcosa (un nome?) dal passato e quando "conviene" provare a inventarsi qualcosa di completamente nuovo? Con la "Biblioteca delle Silerchie" troviamo una fusione e sintesi di molte forze e esperienze in circolo allora, nei tanti campi del sapere e della ricerca scrittoria che accostava con una naturalezza mai più vista e sentita arte, filosofia, narrativa, saggistica, critica e anche la poesia. In questo quadro editoriale, la collana poteva ospitare il libro di poesie postumo di chi poeta non fu o non volle essere, di un altro autore passato ormai sotto il piagnisteo della ingiusta dimenticanza. Ai retori difensori degli "ingiustamente dimenticati" vorrei ricordare che contro l'oblio degli scrittori e delle loro opere esistono forse due rimedi pratici: 1) certe campagne pubblicitarie abbastanza onerose di rilancio ma non necessariamente efficaci e 2) tornare a leggere certi libri e a parlarne. Prima ancora di tornare a parlare, tornare a leggere. Questo quindi è un semplice invito a leggere Arturo Loria poeta, con due testi da Il bestiario. Il quadernetto azzurro contenente le sue poesie, acquistato a Parigi il 24 maggio 1952, presentava in certi casi più varianti dello stesso testo. La scelta della variante finita nel libro si deve all'amico e curatore Antonio Bonsanti, che con Loria e Montale diresse nel dopoguerra il periodico "Il Mondo".





LA MARMOTTA


Dormire, dormire nel chiuso del covo
per ridestarmi, consunta, da una morte
così sospesa e così dolce,
al primo soffio di primavera!
È nuovo il mondo, allora;
ma ripete i ricordi di passate stagioni:
[sole che offende gli occhi, cibo ottenuto
per caccia paziente].
Vengono cauti e feroci i maschi;
più tardi partorisco i figli inermi
e l'istruisco a vivermi lontano.
Il grasso fa lucente il pelo smorto;
però mai basta all'intimo comando
di più indossarne pel nuovo letargo.
Ecco: è già tempo. Si annunciano le nevi.
Scòstati. Voglio chiudere la tana.
Tu guardi i vetrici già rossi sul greto
e mesto mi sorridi e abbrividisci...
ma che accade di voi, mentr'io dormo?


L'ASINO


Calura e mosche intorno a te,
mentre il padrone contratta o beve.
Ma ecco l'evasione del tuo grido
che si sprigiona dalle mille pelli
di un mantice rotto di pena
nella piazza dell'erbe
e spazza l'aria d'ilarità.
Sei fermo tra gli orecchi, gli occhi fissi
alla cavalla baia. Il carrettino
proietta l'ombra di una nuova stanga.



giovedì 2 giugno 2016

Ritorna con inediti e apparati "Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters nella traduzione di Antonio Porta

Nel catalogo de Il Saggiatore ritorna Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters nella versione di Antonio Porta (ben 648 pagine all'interessante prezzo 24 euro, a cura di Piero Montorfani). Si tratta di uno dei libri di poesia che può contare un certo numero di traduzioni e edizioni, tuttavia, quel che rende un evento questa novità editoriale, è ovviamente la riproposizione della traduzione di Porta. Ad aumentare il volume concorre una serie di apparati e inediti. La traduzione di Antonio Porta, dedicata specularmente alla moglie Rosemary Ann Liedl (Lee Masters dedicava l'opera "To my wife") ritorna quindi disponibile quasi trent'anni dopo l'uscita nell'Oscar Mondadori (era il 1987). Ripercorriamo brevemente le tappe della traduzione di questo classico, prima che nel 2020, a settant'anni dalla morte di Lee Masters, si apra probabilmente una nuova serie di versioni, come succede puntualmente con i grandi in scadenza di diritti (ma manca ancora molto al 2020 per l'editoria libraria di oggi, davvero molto tempo). Arriva per prima, nel 1943, la traduzione di Fernanda Pivano per Einaudi, con la supervisione di Cesare Pavese. Si tratta di un parziale e l'edizione integrale arriverà a guerra finita, nel 1947. Nel 1974 Letizia Ciotti Miller propone un'alternativa per Newton Compton. La traduzione di Porta è la terza e giunge in un momento in cui si sente l'invecchiamento delle altre (le traduzioni invecchiano assai più rapidamente del testo originale, ci ricorda Porta nel suo breve scritto ed è anche questa la bellezza di ogni traduzione). Poi ve ne saranno altre, come quella di Alberto Rossatti per BUR o Luciano Paglialunga per Piemme o Alessandro Quattrone per Demetra.

I motivi di interesse di questa pubblicazione de Il Saggiatore sono principalmente due, almeno i più evidenti: la riproposta di un titolo che non ha smesso di starci appresso e l'occasione per ripensare la posizione di Porta nella seconda metà del secolo scorso. Che la poesia e quella del nostro avvocato americano in particolare abbia una qualche dimestichezza di frequentazione con i morti è cosa nota, compresa la capacità di ricreazione di un mondo - per tanti versi sovrappopolato da morti - che ha evidenti rimandi con i più chiari esempi di poesia universale, dall'Antologia Palatina a La Divina Commedia. Dall'altro lato, che ad Antonio Porta si debba riportare una certa attenzione e continuità di sguardo mi è parso chiaro, sin dalla pubblicazione del postumo Yellow nel 2002. Sono ragioni primariamente linguistiche - anche il lavoro traduttorio su Lee Masters le ribadisce con forza - e hanno a che fare con un decennio abbastanza importante della storia italiana, quegli anni Ottanta spesso canzonettati e basta.

Ma non v'è molto altro da aggiungere, almeno per quello che si propone questa segnalazione: un libro arcinoto nella traduzione di un poeta importante ad un prezzo interessante (nonostante la mole del volume). Il messaggio e la formula insomma sono abbastanza chiari. Più interessante sarebbe scendere nel dettaglio di un testo qualsiasi dell'antologia del fiume Spoon, calarsi nel Midwest e osservare le differenti strategie traduttorie di Porta, Pivano, Ciotti Miller o altri: esercizi di traduzione comparata su una poesia spesso trascurata dalla critica e premiata da un ampio pubblico di lettori.

mercoledì 18 maggio 2016

Enrico Emanuelli: "Una lettera dal deserto" e le altre riproposte di Endemunde

La casa editrice Endemunde ha riproposto all'interno della collana 60/70, dedicata alla riscoperta dei titoli pressoché dimenticati di quei decenni, un libro di Enrico Emanuelli uscito inizialmente nel 1955 col titolo Le lettere del Capitano e poi, in edizione ampliata, con l'attuale titolo Una lettera dal deserto, cinque anni più tardi. Non è l'unico titolo disponibile tra quelli dello scrittore e giornalista che condivise per qualche anno con Eugenio Montale l'ufficio di direzione della pagina culturale del "Corriere della Sera", fino alla morte per arresto cardiaco la notte del primo luglio 1967, all'età di 58 anni. Sempre Endemunde ha infatti proposto qualche anno fa, nella stessa collana, Un gran bel viaggio, volume inizialmente comparso ne "I narratori di Feltrinelli" proprio nel 1967. Scrittore precoce (esordirà nemmeno ventenne nel 1928 con Memolo, ovvero vita, morte e miracoli di un uomo, ripescato da Manni non molti anni fa), autore di una biografia del Pindemonte, reporter e viaggiatore (scrive dalla Russia, dall'India e dalla Cina), traduttore dal francese (Constant, Stendhal, Gide, Voltaire), Emanuelli è uno dei tanti autori dimenticati dal sistema editoriale e quindi ripresi o ripescati che dir si voglia. (Sia detto per inciso che l'antiquariato librario o comunque il "fuori commercio" assume sempre più curiosamente i tratti di un universo parallelo, di una piscina senza corsie, così diversa dalla piscina irregimentata del "disponibile".) La casa editrice Endemunde ha inaugurato un ciclo di riproposizione delle sue opere che proseguirà con la pubblicazione del libro postumo Curriculum mortis.

Una lettera dal deserto (pp. 64, euro 8) uscì quindi nella forma in cui lo leggiamo oggi nel 1960 per Il Saggiatore. La vicenda è ambientata circa a metà del secolo scorso, in Perù. Qui vive un ex tenente e medico del nostro esercito, assieme a una moltitudine di indios e di capi di bestiame. La solitudine è rotta dall'arrivo di un giornalista che nella narrazione ha un ruolo di primo piano e parla in prima persona (anche se il vero "narratore" è l'ex tenente). La lettera del titolo è una lettera mai spedita dall'ufficiale, soltanto annunciata, sulla quale si concentra il mistero che sorregge l'impianto della storia. Via via che la breve storia si dipana ci avviciniamo all'esperienza di guerra in Libia, alla prigionia del tenente e infine all'amaro del ritorno a casa del reduce. Anche questo breve libro di Emanuelli affronta uno dei temi giganti della narrativa del Novecento, vale a dire quello del ritorno, per meglio dire del ritorno a casa dopo la guerra. I dialoghi che Emanuelli ha saputo contenere in queste poche pagine lasciano addosso stupore, se paragonati ai tanti dialoghi legnosi della prosa di oggi. La conversazione in Perù tra il tenente e il giornalista sa colpire per "eleganza e snellezza", doti già ricordate da Giacomo Debenedetti nelle sue note editoriali per la "Biblioteca delle Silerchie" de Il Saggiatore. Poco da fare: Emanuelli, giornalista dei grandi quotidiani, partito col desiderio di "diventare un letterato" e finito per "diventare uno scrittore", ci interessa e ci auguriamo di leggerlo ancora. Anche la differenza tra letterato e scrittore è gigante, e nella sua piena comprensione spesso ci giochiamo o freghiamo tutto. Qui sotto, a chiudere, il passo finale del libro e del dialogo tra l'ex tenente e il giornalista:
[...] «Ma loro» dissi «erano alla vigilia della morte.»
«Oh, se è per questo anche noi lo siamo e non vogliamo mai pensarci. Guardi i quattro indios che fingono di dormire sul primo gradino del bungalow: vivo con loro e con altri duecento che sono adesso sparsi ai margini della foresta. La mia fortuna nasce dal fatto che mi trovo in una posizione eccezionale, in un luogo eccezionale, in mezzo a uomini e donne eccezionali. Me ne rendo conto. Ma tutto ciò serve a non mettere nessuna riserva o compromesso tra i miei pensieri e le mie parole, tra le mie parole e i miei gesti. Mi sembra di toccare a ogni istante la verità, come proprio fecero Petriccione, Ognibene e Salvini nel deserto della Marmarcica.»
Il narratore, dopo un attimo di esitazione, aggiunse: «Oh, la prego ancora una volta: non mi consideri un presuntuoso e neanche un vigliacco. E adesso rientriamo, fa freddo.»

domenica 1 maggio 2016

Ritorna disponibile "Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918" di Leo Spitzer

Leggere una grande guerra #20

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Ritorna finalmente a disposizione di chi voglia leggerlo uno dei testi più noti di Leo Spitzer, contributo fondamentale allo studio dell'italiano popolare nonché specula per addentrarsi nelle vite dei prigionieri della Prima guerra mondiale. Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918 è infatti nuovamente proposto grazie alla progettualità di una casa editrice come Il Saggiatore (pp. 482, euro 30). La precedente edizione era di Bollati Boringhieri. Sembra quasi impossibile, eppure se si guarda al catalogo e alla lungimiranza de Il Saggiatore è ancora sensato parlare di progettualità in editoria. Del linguista e filologo la casa editrice ha in catalogo altri due titoli, Piccolo Puxi e La lingua italiana del dialogo. Questo corpus di missive analizzato dal filologo romanzo, capitato nella posizione privilegiata di censore per il ministero della Guerra austro-ungarico, riveste ovviamente un duplice interesse, storico e linguistico. Come dice già il titolo, è la visuale del prigioniero che emerge qui, non quella del combattente che in altre lettere potremmo aver conosciuto. Questo è un dato ulteriormente significativo. La cosiddetta cultura popolare e quella lingua che si è palesata in essa - per la prima volta in modo così massiccio - trova qui un primo tentativo di sistemazione e studio approfondito. La nuova edizione de Il Saggiatore può interessare anche chi possiede la vecchia, perché le lettere sono qui completate coi nomi dei combattenti e presentano svariate correzioni. Uno studio linguistico capitale della prigionia dei campi, un quarto di secolo prima di un'altra serie impressionante di scritti sorti da altri campi di prigionia.

martedì 12 gennaio 2016

"Eredità di questo tempo" di Ernst Bloch. Un'intervista con la curatrice e traduttrice Laura Boella

Librobreve intervista #66


A ottobre scorso è ricomparsa, stavolta nel catalogo di Mimesis Edizioni all'interno della collana "Gli imperdonabili", la traduzione di Laura Boella di Erbschaft dieser Zeit di Ernst Bloch (pp. 480, euro 32). Laura Boella è docente di Filosofia Morale all'Università Statale di Milano. La sua traduzione di questo singolare testo del filosofo di Ludwigshafen apparve dapprima nel 1992, per i tipi de Il Saggiatore. All'epoca il libro comparve con una versione più libera del titolo (Eredità del nostro tempo), mentre ora si è optato per un più piano Eredità di questo tempo. Nell'intervista che segue Laura Boella si addentra in questo contributo del filosofo, un testo che al pari di Tracce, Principio Speranza o Spirito dell'utopia merita la nostra attenzione, anche per come ha attraversato gli 80 anni che ci separano dalla sua prima uscita zurighese del 1935.

LB: Eredità di questo tempo è un libro ponderoso, fisicamente ma anche metaforicamente, sin da quel titolo molto impegnativo. Eppure proprio in quella scrittura (che per Adorno rassomiglia ad "appunti in forma di concerto") mi pare di ravvisare un elemento di forte innovazione dell'eredità blochiana. Si trova d'accordo? Potrebbe avvicinare questo scritto proprio a partire da un'analisi, per forza di cose sommaria, della scrittura di Bloch, facendo anche riferimento al peculiare "montaggio" operato nel testo? 
R: Eredità di questo tempo (1935) a 80 anni di distanza più che riletto, deve essere letto per la prima volta. Si tratta di un documento di grande coraggio intellettuale - cercare di comprendere le ragioni del trionfo del nazismo "sporcandosi le mani", andando a rovistare nei bassifondi di una propaganda che, in tutta la sua falsità, riesce a intercettare la collera repressa e i sogni a buon mercato di larghe fasce della popolazione. Già Arendt diceva che pochi intellettuali tedeschi avevano letto Mein Kampf, considerandolo un libercolo di pura propaganda. Oggi che Mein Kampf esce dai sotterranei delle edizioni clandestine, dovremmo prendere sul serio lo sforzo blochiano di non chiudere gli occhi, così come non dovremmo chiudere gli occhi di fronte alla "stravolta volontà di credere" di molti affiliati all'ISIS... C'è però un altro aspetto del libro altrettanto importante. Rivelare il vero volto del nazismo e del consenso prestato dalla maggioranza dei tedeschi pone a Bloch un compito teorico, quello di trasformare in risorsa teorica e pratica la crisi del presente, l'assenza di vie d'uscita, l'imperscrutabilità delle vie del cambiamento. "Spostare le rovine in un altro luogo", "rimontare i frammenti" in modo nuovo: si tratta di un pensiero creativo che non nega la polvere, la muffa, le contraddizioni del presente, ma le rimette in gioco, rende operante l'energia di scompiglio che esse possiedono. Tutto questo si riflette nella scrittura blochiana, che non ha niente di letterario nel senso convenzionale del termine, ma procede per accumulo, per accostamento di elementi anche disparati, "stipando" il maggior numero possibile di dettagli di realtà. Certo, il primo effetto di questa scrittura è la messa in scena di una realtà in cui non sono solo i "fatti" (economici e sociali) a parlare, ma le cose più strane e infime. Basta citare una frase ricorrente: "nella miseria non c'è solo la miseria", che equivale a "l'economia non è tutto".


LB: Il libro esce a Zurigo nel 1935, emblematicamente a metà degli anni Trenta, ovvero in un decennio contraddistinto da una grande crisi a tutti i livelli della società e nella quale gli intellettuali hanno dato un grande (forse uno degli ultimi, almeno per gittata) contributo di riflessione. Nel montaggio blochiano entrano numerosissimi aspetti fra cui il suo rapporto col marxismo, la crisi della Germania, l'inevitabile confronto con Lukács e alcune formidabili intuizioni sui totalitarismi che si erano affacciati sulla storia. Come si colloca il contributo di Bloch in questa crisi in rapporto ai principali termini di confronto a lui contemporanei? 
R: Eredità di questo tempo è un libro dell'emigrazione, come tale privo di un pubblico. Gli amici che lo lessero furono sconcertati, in particolare Adorno (in foto) e Benjamin. Il coraggio intellettuale di cui ho parlato non coincide assolutamente con un preciso schieramento a sinistra: Bloch ammette di assumere una posizione marxista, ma la critica in realtà, per quanto con una certa ambiguità. Il fronte della lotta al nazismo era chiaro, ma solo l'emigrazione in URSS (con tutto il rischio di essere perseguitati anche lì) garantiva uno schieramento. Gli intellettuali tedeschi che emigrarono negli Stati Uniti diventavano per forza di cose "Impolitici". Il contributo dato da Bloch al marxismo critico verrà fuori solo dopo l'esperienza della DDR, quando egli toccò con mano i limiti alla libertà di espressione e il peso del potere burocratico.

LB: Come appena ricordato, anche Ernst Bloch fu uno dei protagonisti di quel grande flusso migratorio intellettuale che proprio negli anni Trenta raggiunge la massima intensità. Qual è il rapporto di Bloch con questo accadimento biografico e come lo muta? 
R: Principio Speranza fu il libro dell'esilio, scritto nella più totale solitudine e pubblicato nel 1955, una volta fatto ritorno in Europa. Si potrebbe pensare (con Adorno) che la speranza diventa "un principio" nel momento in cui fallisce, ossia perde il rapporto con la realtà vissuta. E' vero che Bloch non rinuncia, anche nel momento in cui l'Europa è sconvolta dai totalitarismi e dalla guerra, a pensare nei termini di una filosofia che restituisce una nuova immagine dell'umano (il non ancora cosciente), della realtà oggettiva (la realtà come possibilità), della storia (la pluralità degli scenari e dei tempi storici). Bloch è un pensatore forte, spinto da una forte fiducia nella possibilità di rinnovamento della filosofia e della sua funzione etico-pratica. In questo senso, lui fu sempre un pensatore inattuale, non allineato sull'asse del proprio tempo, ma proprio questa distanza (da noi) lo rende provocante, invita a chiedersi: fino a che punto siamo (o crediamo di essere) allineati con il nostro tempo, che tipo di presente stiamo vivendo?


LB: Il libro di cui ci occupiamo ebbe una seconda edizione 27 anni dopo, nel 1962. Le prefazioni poste davanti alle seconde edizioni sono spesso interessanti, perché accumulano e liberano alcune riflessioni sulla prima ricezione di un'opera. In merito alla ricezione di Eredità di questo tempo e in merito alle precisazioni che Bloch sente di dover fare all'inizio degli anni Sessanta, che cosa è importante evidenziare, a suo avviso?
R: Nella prefazione del 1962 (Bloch si era appena trasferito nella Germania Federale dopo la costruzione del Muro) è interessante notare come Bloch ribadisca la permanenza di un'epoca di passaggio e di transizione e con la sua solita audacia parli del passaggio a Ovest in termini di "passaggio dalla necessità alla libertà". Con buona pace dell'ortodossia marxiana!!!


B: Poniamo abbia davanti un lettore che non ha mai letto nulla di Ernst Bloch. Quale "ordine" di lettura delle opere suggerirebbe e perché? 
R: Suggerirei come prima lettura blochiana Tracce (Garzanti), peraltro collocata da Bloch stesso come primo volume delle opere complete.

LB: Una domanda "tecnica", alla traduttrice, visto che era sua anche la cura e la traduzione della precedente edizione italiana del volume, quella uscita per Il Saggiatore nel 1992: che cosa ha rivisto o cambiato rispetto a quella versione?
R: Ho corretto alcune sviste e migliorato la resa italiana del tedesco di Bloch, che è spesso difficile da rendere. Il lavoro di traduzione è per definizione imperfetto e infinito...


LB: "Uno spazio vuoto con scintille, tale rimarrà certamente a lungo la nostra situazione, ma è uno spazio vuoto nel quale si avanza senza travestimenti e le scintille disegnano a poco a poco una figura che orienta. I cammini nel mondo che affonda sono decifrabili, trasversalmente." Per concludere una curiosità su questa breve citazione scelta per la quarta di copertina: è una scelta sua o dell'editore? Grazie.
R: L'ho scelta io.