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martedì 29 maggio 2018

"Una donna" di Annie Ernaux: un'ombra larga e bianca sopra di me

C'è un contrasto forte tra il titolo indeterminativo Una donna, pronto ad accogliere proiezioni e traslazioni, e la conoscenza che il lettore farà della protagonista di questo brevissimo libro di Annie Ernaux, l'ultimo proposto in ordine di tempo da L'orma, editore italiano che si è incaricato delle traduzioni di questa fortunata scrittrice francese (pp. 112, euro 13, traduzione di Lorenzo Flabbi). La protagonista è infatti la madre di chi scrive, evocata con una scrittura che trova il proprio incipit qualche giorno dopo la morte e affonda il proprio cominciamento in una telefonata di un infermiere di una casa di riposo di Pontoise, Île-de-France, che comunica il decesso avvenuto la mattina di un 7 aprile, lunedì. Tempo fa, scrivendo de Il posto, altro suo breve libro, mi interrogavo, anche con qualche perplessità, sulle ragioni del successo di questa scrittrice. Voglio dire, ad esempio, che se leggo Ernaux mi pare di fare un percorso simile a quello che Luigi Tenco, nell'orbita della canzone italiana, ha fatto tanti decenni fa. Non mi pare un'esagerazione questa. Chiaro, quella era canzone, questa di Ernaux è scrittura. Ora comprendo che non ha molto senso soffermarsi su questi aspetti o rinverdire questioni da manuale scolastico, come quella del "best seller di qualità", anche se i legacci che uniscono godibilità e qualità non possono non starci a cuore. Annie Ernaux ha mostrato, e non solo con questo libro, di coinvolgere i lettori con una prosa che puntella il proprio voler esserci tra l'auto-bio-grafia, la letteratura, la sociologia e persino un'analisi socio-economica sui generis. Nei suoi libri si rilegge la storia di quasi un secolo attraverso una scrittura lenticolare che ritorna spesso sulla storia di una famiglia. È qui che continuamente Ernaux saccheggia il proprio immaginario per la parola, salvo poi confessare, proprio in questo corto libro, di voler insultare le persone che le chiedono notizie sul suo prossimo libro.

Chi legge Una donna fa la conoscenza di più parti della Francia, dalla Normandia con le sue fabbriche di inizio Novecento all'hinterland della capitale, segue la storia di questa donna nata nel 1906 attraverso più decadi, con particolare indugio nella vita di commerciante, consumata nella classica configurazione casa-bottega che abbiamo conosciuto anche qui. Si giunge, in mezzo a una miriade di descrizioni, a un primo incidente stradale grave in età avanzata e poi all'Alzheimer. La madre è al centro della scrittura, ma anche Ernaux è al centro di una scrittura che sospinge e ritira come la marea, con lievi ellissi, corpose analessi o fugaci prolessi. Curioso è che quando deve ricorre al discorso diretto Annie Ernaux elida verbi come "disse", "esclamò" o "urlò", dando solo una minima coordinata di quel frammento di voce che si incastra improvvisamente nel tessuto del memoir. Raramente si concede aperture che fuoriescono dal materialismo dell'analisi, come ad esempio potrebbero essere quelle che sconfinano nei mondi del sogno. Un esempio è questo, e capita verso la fine:
Nei dieci mesi in cui ho scritto l'ho sognata quasi ogni notte. Una volta ero sdraiata sull'acqua, in mezzo a un fiume. Dal mio ventre, dal mio sesso di nuovo liscio come quello di una bambina, si dipanavano piante in filamenti che galleggiavano, molli. Non era soltanto il mio, di sesso, era anche quello di mia madre.
Ad un certo punto pare sia l'autrice stessa a voler offrire un'imbeccata per interpretare quanto ha scritto nei dieci mesi, ammettendo di aver scordato nel percorso della scrittura alcuni dettagli delle prime parti del testo, scritte dopo quella telefonata, il funerale e la sepoltura:
Questa non è una biografia, né un romanzo, naturalmente, forse qualcosa tra la letteratura, la sociologia e la storia. Era necessario che mia madre, nata tra i dominanti di un ambiente dal quale è voluta uscire, diventasse storia perché mi sentissi meno sola e fasulla nel mondo dominante delle parole e delle idee in cui, secondo i suoi desideri, sono entrata.
Ernaux scrive che non vorrebbe sapere più niente sulla madre dopo la sua morte, niente oltre quello che sapeva quand'era viva, insomma vorrebbe congelare la conoscenza a quando c'è stata compresenza nel mondo. L'immagine materna sgattaiola allora come "un'ombra larga e bianca sopra di me". E questo libro, che a un certo punto viene considerato "un lusso" poter scrivere avendo il tempo e i mezzi dopo la perdita della madre, si apre sotto un'epigrafe da Hegel che vale la pena riportare in chiusura: C'è chi dice che la contraddizione non si può pensare: ma essa nel dolore del vivente è piuttosto una esistenza reale.

mercoledì 4 aprile 2018

Rilke, Lovecraft e gli altri "pacchetti" de L'Orma editore

Storie di collane micro #14

Talvolta si sente dire che l'editoria è un settore nel quale è difficile innovare. Bisognerebbe intendersi bene su tante cose prima di emettere conclusioni affrettate, ad esempio intendersi su che cosa vuol dire per noi un "settore maturo" (se abbiamo studiato un po' di economia ne abbiamo una vaga idea) o "innovazione" (anche qui potremmo avere una vaga idea). Nessun settore economico è mai pienamente maturo e a volte una nuova pratica può spostare il momento della maturità, ringiovanire una categoria merceologica. Sul fronte contenutistico mi pare che l'editoria non sia ferma, ma naturalmente non è neanche pensabile di affrontare qui questo aspetto. Se ci soffermiamo invece sull'oggetto-libro quale prodotto industriale e sulla sua esteriorità potremmo ad esempio riconoscere che, tranne nei casi dei libri di prestigio venduti in confezioni protettive, raramente si ricorre al packaging come leva promozionale e trainante, fondativa addirittura di una nuova collana. Così succede ne "I pacchetti" de L'Orma edizioni, collana di libri brevi ed epistolari che, come spiega la nota di presentazione, sono da "chiudere, affrancare (con un francobollo da 1,50) e imbucare in una qualsiasi cassetta postale (infrangendo il tabù di scrivere sui libri, ma niente paura, è solo la sovraccoperta…)." In questo caso il packaging non funziona da venditore nascosto o subliminale come al banco degli yogurt. Il progetto grafico, qui necessariamente largamente inteso (interni, copertina, sovraccoperta che presta il concept alla collana), è affidato a IFIX di Maurizio Ceccato e prevede anche il ricorso a un ben congegnato apparato iconografico interno. I nomi degli autori precipitati in collana sono disparati e i ritratti di questi sono stampati a un colore dentro il contorno di un francobollo, che richiama sia l'intento della collana sia le lettere. Si tratta di autori che contano molte edizioni anche in altri cataloghi editoriali e che tuttavia, proposti in quest'abito, guadagnano uno spunto ulteriore per essere avvicinati.

Un altro discorso che si potrebbe fare è il seguente: quasi mai agli epistolari si riserva una più fruibile trattazione tematica o antologica, e più spesso si ricorre alla pubblicazione in toto di un intero epistolario o di un determinato carteggio. Con i libri di questa collana invece il genere epistolare è affrontato con piglio innovativo e la selezione di alcune lettere, dettata da ovvi motivi di spazio, diventa uno sprone per i diversi curatori, che così isolano missive di singolare intensità. Nella collana "i Pacchetti" si sono sin qui avvicendati Baudelaire, Gramsci, Leopardi, Nietzsche, quel gran scrittore di lettere che fu Giuseppe Verdi, Rimbaud, Dickinson, Stendhal, Kafka, Poe, Pirandello, Svevo, Artusi, Pessoa, Woolf, Shelley, Curie, Campana, Apollinaire, Cervantes, Shakespeare, Brontë, Kuliscioff, Austen e Hugo. Si sono citati appositamente tanti nomi per dare l'idea di una collana popolata da classici (e praticamente tutti fuori diritti), rivivificati dalla forza del formato di collana. Le ultime due proposte confezionano alcune lettere di Rainer Maria Rilke quasi tutte inedite in italiano (La vita comincia ogni giorno. Lettere di saggezza e commozione, pp. 64, efficacemente curato da Marco Federici Solari) e di Howard Phillips Lovecraft (L'età adulta è l'inferno. Lettere di un orribile romantico, pp. 62, a cura di Marco Peano).

Nel caso di Rilke, che si tratti di un fatto di cronaca di un padre che brucia il cadavere di un figlio, di una corrispondenza con un'amica, con la gelosa principessa Marie von Thurn und Taxis oppure di una digressione puntualissima e memorabile sulle distinzioni tra gioia e felicità, non possiamo fare altro che registrare ancora una volta il valore di un epistolario che presenta forti corrispondenze con l'intera opera rilkiana e anche con I quaderni di Malte Laurids Briggeunico "romanzo" di un poeta che fu troppo occupato a curare la vita interiore per preoccuparsi di averne anche una esteriore. La felicità, per il Rilke delle lettere, è debole, perché lascia tempo per pensare alla sua durata e per preoccuparci. La gioia invece "è un momento, senza obblighi, fin dal principio senza tempo che non si può trattenere ma non la si può più neppure perdere, perché sotto l'effetto di quella commozione il nostro essere per così dire muta chimicamente". La gioia è il momento in cui rivive l'atto e il gesto della creazione. Per stare alle due uscite più recenti, passiamo dal verde asparago di Rilke alla carta da zucchero di Lovecraft. La scelta di lettere dallo sterminato epistolario di HPL curata da Marco Peano ha lo scopo preciso di puntellare alcuni tratti salienti del grafomane, misantropo, misogino, disordinato onnivoro bibliofilo sprezzante della realtà, nonché straordinario innovatore horror celebrato tra gli altri anche da Houellebecq. In quest'anno, in cui ricordiamo anche la riproposta per Il Saggiatore de Le montagne della follia nella traduzione di Andrea Morstabilini, vale la pena chiederci perché un autore in fondo così amato dai lettori, poroso e irsuto, non serva da scossa contro le tante pulsioni piallatrici e levigatrici della brulicante ragioneria di stato del "romanzo". Uno spunto di riflessione questo, a patto che valga qualcosa. Un pensiero dubbioso che impacchettiamo, come questi libretti doppiamente epistolari, colorati e carichi di sorprese.

sabato 29 luglio 2017

"Guerra" di Ludwig Renn

Leggere una grande guerra #25
 
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).


L'Orma editore ovviamente non pubblica solo i libri di Annie Ernaux (ho espresso qualche discutibile perplessità su uno di questi intitolato Il posto, qui in caso), ma anche altri titoli che, secondo me, costituiscono letture più interessanti di quelle di Ernaux. Abbastanza fresco di stampa è ad esempio Guerra di Ludwig Renn (pp. 320, euro 18), riproposto nella traduzione dal tedesco di Paolo Monelli, che per primo, a un anno dall'uscita in lingua originale col titolo Krieg, lo tradusse per Fratelli Treves nel 1929 (il titolo allora prevedeva l'articolo ed era La guerra, rimando immediato per l'epoca a quella guerra che si era conclusa dieci anni prima). Il genere è quello controverso e difficile della memorialistica, la localizzazione è ancora una volta la più celebre e battuta, vale a dire il fronte franco-tedesco. La nota conclusiva del volume cerca di spiegare perché si sia scelto di riproporre una traduzione del 1929 e non di procedere a una nuova traduzione dell'opera. Al di là dell'evidente risparmio, di tempo e suppongo anche in termini meramente economici, c'è da dire che questa scelta rappresenta una precisa operazione di indirizzo: da un lato si propone Monelli assieme a Renn, cioè si compie un'azione che ha un certo sapore (soprattutto se si pensa a Le scarpe al sole. Cronaca di gaie e di tristi avventure di alpini di muli e di vino, libro di Monelli, titolo fra i più noti tra quanto uscito dall'esperienza italiana della Grande guerra); dall'altro lato si mostra un caso singolarissimo di traduzione rimasta giovane dopo quasi novant'anni e il fatto è strabiliante, perché tutti sanno che le traduzioni invecchiano presto. La lingua e il lessico che Monelli ha saputo ricreare non sono invecchiati anche grazie all'abilità che proveniva dalla sua professione di giornalista? O forse è anche il libro di partenza che ha reso possibile questo prodigio? Il libro è emblematicamente diviso in tre sezioni che rimandano ad altrettanti momenti topici e tipici dell'immaginario della Prima guerra mondiale, che ritroviamo in quasi ogni opera, letteraria o anche filmica, dalla guerra innescata: "L'avanzata", "La guerra di posizione" e "Lo sfacelo". Per chi cerca un libro di "fatti e percezioni", come ricordava Monelli stesso, "senza nemmeno il nesso causale fra le sensazioni annotate", questo è un titolo sulla Grande guerra da tenere in considerazione (non capita spesso in quest'arco di tempo fatidico e viziato del centenario).

martedì 23 febbraio 2016

Un poilu per Lou: le lettere lenitive di Apollinaire a Louise de Coligny-Châtillon

Lettere a Lou. Ti amerò di un amore nuovo (L'Orma editore, pp. 128, euro 10, traduzione e cura di Lorenzo Flabbi) raccoglie alcune delle 220 missive che il poeta Guillaume Apollinaire scrisse a Louise de Coligny-Châtillon, tra le prime donne aviatrici e ispiratrice dei Poèmes à Lou. Qualche punto di riferimento: tardo settembre 1914, i due si incontrano una domenica a pranzo nella vecchia Nizza ed è subito amore. Terminano quel giorno in una fumeria d'oppio. Lei è una donna disinibita, divorziata, nuovamente impegnata e generosa con una pluralità di spasimanti beati. Per questi ha spesso la raccomandazione che non si facciano troppe illusioni e sotto certi aspetti anche il nostro, che è già poeta e critico affermato, non fa eccezione, anche se forse faticherà a comprenderlo per bene. Quando si incontrano la guerra tra la Francia e la Germania è iniziata da poco meno di due mesi e la contessa è infermiera volontaria in un ospedale da campo. Ha un anno di meno del suo nuovo amante. Il poeta invece, allo scoppio del conflitto, decide di affermare il proprio patriottismo e partire volontario a 34 anni. Assaggia così le diverse pastoie burocratiche dell'arruolamento che per lui, di origini polacche, non risulta nemmeno troppo agevole. Quando incontra Lou, il poeta dei calligrammi si trova in una fase sentimentalmente "scarica" ed è travolto da un sentimento tanto prepotente quanto irruento che tuttavia dalle trincee non gli impedirà di scrivere, nel momento in cui lei inizierà a mostrarsi scostante pur rimanendo nell'alveo dell'amicizia erotica, "Non voglio forzarti a far nulla, lo sai, nemmeno a farti amare". Il libro, proposto nell'originale e curiosa collana di libri imbustati e affrancabili chiamata "Pacchetti", si apre con una missiva inviata da Nizza lunedì 28 settembre 1914, giorno successivo al loro primo incontro, e si chiude con una lettera datata 18 gennaio 1916, nella quale Gui si congeda così:

[...]
Sono contento che tu sia contenta.
Abbraccia Toutou da parte mia.
Il tempo è abbastanza bello.
Scrivimi tue notizie.
Ti auguro begli amori e molta felicità.
Ecco, ci si abitua alla guerra, io ho partecipato alle botte da orbi della 194 vicino alla collina di Tahure.
Insomma, per ora me la cavo senza danni, e dopotutto non è mica male.
 
Il celebre calligramma per Lou
Questo frammento conclusivo dice già molto. Lei è contenta e pure il poeta non disdegna la vita in armi dopo diversi mesi di guerra. Toutou è l'uomo con cui Lou ha una relazione tra le più importanti della sua vita, fino alla morte di lui nel 1926. La storia tra Gui e Lou invece, all'altezza di questa lettera, è già finita da qualche mese. Apollinaire si mostra naturalmente geloso nelle lettere, per Toutou e per i molti amanti a cui Lou generosamente si concede, tuttavia non scorda mai Toutou, ha parole d'affetto anche per lui, si informa e lo fa partecipare a improbabili scene erotiche. Tutto l'epistolario è acceso dal ricordo dell'amore carnale sfrenato che Gui e Lou riescono a giocare negli isolati momenti che precedono l'arruolamento o durante le licenze, si sofferma sull'inevitabile autoerotismo (lo "smanacciarsi") che sono costretti a praticare quando si separano e il ricordo dei momenti dell'amore morde. Soprattutto la prima parte della corrispondenza è ricca di accenti fieri di sadismo. Apollinaire è inoltre un vero anatomista immaginifico sul corpo di Lou e forse non è un caso che sia stato tra i primi ad avvalersi di un'espressione come "chirurgia estetica". Nella lettera del 2 gennaio del 1915 compare anche Madeleine Pagès, l'insegnante che Apollinaire incontra nel treno che lo porta da Nizza a Marsiglia, dopo aver trascorso il capodanno con Lou. A Madeleine chiederà la mano nell'agosto del 1915, senza farne cenno a Louise, alla quale continuerà a scrivere lettere appassionate ma sempre più arrendevoli, fino all'ultima del gennaio 1916 ricordata sopra. Nella lettera a Lou definisce Madeleine "assez intelligente d'ailleurs et je crois honnête" (di Lou invece non mancherà di calcare il tratto della bugiardaggine). E se Nizza è la città del principio e assieme a Nîmes scenario di incontri felici, Marsiglia diventa lo sfondo del loro ultimo incontro di amanti, allorquando Lou ribadisce i principi della propria libertà ed esorta il poeta a sostituirla (e lui obbedisce scrivendole di averla sostituita con la foresta dell'Argonne). Da questo momento scriverle diventa lenire. In Apollinaire c'è la costante preoccupazione per la contentezza dell'amata, in un colloquio a distanza che si fa via via adombrato da incomprensioni, delusioni, slanci e ricadute, soprattutto dopo la Pasqua del 1915, che sancisce in un certo qual modo il loro allontanamento, la poca cenere di un amore che è già tutto bruciato. Da qui in avanti Lou diventa scostante, Apollinaire lascia spazio a descrizioni importanti della vita in guerra, delle budella delle trincee, delle uscite a cavallo, si lamenta della secchezza, della brevità o della rarità delle sue lettere. E così Marsiglia sta per la fine di questa storia d'amore tra le più note del Novecento, quasi una beffa per Apollinaire che odiava la città tanto da scrivere di essere disposto ad accettare tutto fuorché una relazione tra Lou e un marsigliese.

Con Madeleine Pagès, nel 1916
Agli epistolari dobbiamo molto, non banalmente perché ci introducono all'opera di un autore, al retroscena distinto dalla ribalta, al suo fantomatico "laboratorio" e ai periodi in cui accade una sorta di sprofondamento intimo, ma perché segnano lo scarto tra lo scrivere per tutti al quale uno scrittore, almeno in linea teorica, è vocato e lo scrivere a una persona soltanto. In questa fondamentale differenza c'è tutto il perimetro degli epistolari, finestre irregolari dove ci affacciamo per la nostra lettura voyeuristica. La fortuna delle raccolte di lettere, a livello editoriale, ha conosciuto momenti alterni che oscillano dai best-seller rilkiani alle lettere pubblicate dalle prestigiose e monumentali edizioni nazionali di letteratura, probabilmente ad uso e consumo degli addetti ai lavori soltanto. L'interesse di queste lettere, di cui esiste anche un'altra edizione proposta da Archinto nel 1999 col titolo Lou, mia regina, non è tanto nella parte sfrenata e carnale del ricordo ma più in là, quindi dopo la Pasqua del 1915, quando interviene il distacco e la fuoriuscita, forse il venir meno dell'amore (nella sua disarmante Cosa resta Piero Ciampi incomincia così: "Cosa resta di noi due? / Resta un'ombra che fugge nel mattino / e un bel viso nella testa. / È successo un fatto strano: / io ti amavo e non ti amo.")

Louise de Coligny-Châtillon
E l'epilogo? Louise visse a lungo, fino al 1963, mentre Apollinaire, che l'aveva scampata varie volte sotto il fuoco dei "crucchi", morì di influenza spagnola il 9 novembre 1918, a guerra ormai conclusa, dopo essersi comunque fatto trapanare nella testa. Questa la loro fine nel mondo in cui s'erano amati. Ma il loro ultimo incontro? Avvenne a Parigi, città dove Apollinaire disponeva di una dimora di cui anche Lou usufruì in sua assenza. Fu un incontro casuale e se lo immagina Lorenzo Flabbi nella sua nota intitolata Baci, lacrime, granate. Storia di un amore (la ricostruzione è possibile grazie a un comune amico dei nostri, André Rouveyre, e non grazie a delle lettere o ad altra documentazione intima)

"Si incontreranno un'ultima volta, per caso, nel 1917 o nel 1918, in place de l'Opéra a Parigi. Possiamo immaginarci la scena: i due appartati per pochi minuti sotto un grande portone giallo tra un gioielliere e un rivenditore di caffè, le diverse tensioni interne, i conseguenti silenzi imbarazzati di chi ha al contempo troppo da comunicare e nulla da dirsi, qualche rimprovero, un po' di delusione, forse della freddezza. Poi l'ultimo sguardo prima di tornare alle rispettive compagnie, quello di chi già sa che non si rivedrà più". 

martedì 19 gennaio 2016

Cosa pensavo mentre leggevo in treno "Il posto" di Annie Ernaux (pensavo ai metalmezzadri, fra l'altro)

Ho comperato una copia de Il posto di Annie Ernaux (pp. 120, euro 10, traduzione di Lorenzo Flabbi) in Centrale a Milano. Credo fosse primavera del 2014, ricordo che il libro stava tra le novità e mi incuriosiva il miscuglio tra il nome di un'autrice che non avevo ancora affrontato e la proposta di una casa editrice come L'Orma, la quale ha indubbiamente, secondo me, un bel progetto o piano editoriale che dir si voglia. Mi piaceva poi il titolo, visto che avevo appena controllato nel biglietto quale fosse il mio posto e la mia carrozza. Questo post non è una recensione o un'analisi del libro. Si tratta più che altro di un rapido resoconto tardivo di un'esperienza di lettura ferroviaria. All'epoca avevo pensato se scriverne qui, poi le circostanze mi hanno portato a pubblicare altri post e solitamente tendo a scrivere dei libri che mi interessano, foss'anche solo parzialmente, e tralascio segnalazioni di libri che mi hanno lasciato tra le perplessità. Andando oltre, si potrebbe dire che quella della stroncatura è un'arte (questo si sa) che penso che non mi appartenga. In Italia più di qualcuno prova talvolta a praticarla senza talenti. Ma non era certo una stroncatura quel che mi suggeriva la lettura de Il posto dal mio posto vicino al finestrino. Ad ogni modo, le molte pagine di critica entusiaste che ho letto in seguito su questa e altre opere di Annie Ernaux mi spingono però a provare a mettere ordine in quel che pensavo sollevando la testa dal libro, all'interno della Freccia Milano-Venezia. Premetto che si tratta dell'unico romanzo di Ernaux che ho letto sinora, ma questo non è un problema, anzi, è positivo, perché significa che parlerò per forza di cose di questo libro e non genericamente di un'autrice. Da ciò deriva che non ho ancora letto Gli anni, altro romanzo di cui si è scritto abbastanza in giro per giornali e blog. Magari lo farò e scriverò un post tardivo come questo. La vita va così, per fortuna, e trovo certa intempestività degli altri graziosa, irresistibilmente.

1. Ricordo che dopo aver letto dei successi in patria di quest'autrice e di questo titolo mi chiedevo con più forza: ma davvero qualche qualche editor/talent scout e qualche editore crederebbe in un libro del genere in Italia, senza considerarlo un déjà-vu tutto sommato abbastanza fiacco, brutta copia di quello che certo cinema (o cinema per la televisione) fa già maluccio, senza arte né parte?
2. Ricordo appunto questa sensazione di déjà-vu potente e a tratti fastidioso. L'alternarsi delle generazioni, il racconto e il tentativo di costruire un ponte generazionale, la comunicabilità tra esistenze appartenenti a epoche diverse, il riverbero di certi fatti della storia e del mutamento economico nelle nostre esistenze e quindi nella prosa: davvero era interessante tutto ciò? Irrinunciabile? Davvero l'essiccazione della vena politica alla quale abbiamo assistito - fino a renderci degli impolitici apolitici - era resa bene nelle pagine di Ernaux?
3. Ricordo inoltre di aver pensato che in Francia la narrativa è probabilmente una cosa più seria che da noi, e intendo seria in termini di giro d'affari. Non che da noi un premio Strega o Viareggio siano irrilevanti per le casse degli editori, ma forse lì un Goncourt lo è molto di più. Bisognerebbe confrontare banalmente dei numeri per capire se questa mia credenza ha fondamento, ma credo di sì.
4. Ricordo di aver pensato in treno (ma anche dopo aver letto qualche recensione su Il posto): davvero qualcuno può trovare rigoroso, secco, asciutto questo libro che sorregge e sostiene una pressoché unica manifestazione del sé attraverso le trasformazioni della vicenda biografica, cullando forse troppo, in una secchezza-asciuttezza-pulizia che sa farsi "maniera", tale unica manifestazione del sé nell'andirivieni temporale del racconto? (A proposito, il racconto è la storia di un padre nella Francia del secolo scorso, ripreso nella scrittura della figlia mentre attraversa, con i cambi di lavoro, i cosiddetti settori primario, secondario e terziario, con una disinvoltura quasi apatica. Da noi c'erano i metalmezzadri e non mi pare in molti ne abbiano scritto: forse potrebbe essere un tema interessante per un libro?) Non sto dicendo questo perché sento la fascinazione o la necessità di sé-multipli calati nella prosa e nemmeno per lanciare la solita discussione sul romanzo, sul memoir, sulle possibilità della scrittura. Già, la scrittura: è forse antiquata? Ecco, ricordo di aver pensato a questo problema della scrittura antiquata, in termini darwiniani. Era un pensiero che avevo già fatto e la prosa di Annie Ernaux lo ha acuito. Ma è stato un pensiero passeggero, passeggero come io/me nel treno.
5. Ricordo di essermi chiesto alla fine del libro (ero all'altezza di Vicenza ormai) che cosa mi lasciava la lettura de Il posto. La risposta è: poco o addirittura nulla, solamente questi ricordi, forse troppo corrotti da discorsi e raffronti editoriali, da pre-giudizi che si sono creati leggendo la bandella e altri paratesti. Ma tant'è, per me Il posto di Annie Ernaux non è stato un libro importante o particolarmente significativo, perché ci ho ritrovato tante cose che avevo già visto e sentito. Non mi ha spostato o portato un centimetro oltre quello che già sapevo e so. Se leggendo un libro questo spostamento non accade, giudico inutile la lettura. Che sia colpa del treno?

(Se avete letto questo libro mi farebbe piacere conoscere i vostri pensieri.)